venerdì 13 marzo 2026

Mau 16 - Il monolite di Ben Amera

Al treno - Zouerat - Mauritania - gennaio 2026

 

Avviso
Partiamo con tutta calma. Nel deserto si sa non c'è fretta. Quindi riattraversiamo la cittadina ancora addormentata e ripassiamo nell'area della zona mineraria, nella quale spiccano sempre di più i campi di materiali abbandonati e di mezzi, che non è chiaro se siano obsoleti e lasciati al loro destino ad arrugginire tra le dune, o perché definitivamente fuori uso o invece solo temporaneamente parcheggiati. Più lontano gru e scivoli che circondano gigantesche incastellature di metallo stanno a cavallo dei binari, evidentemente uno dei punti dove il minerale viene caricato di volta in volta sui vagoni. Pensate un po' che ogni convoglio arriva a pesare quasi 17.000 tonnellate (60/70 T. per vagone), per un totale di circa 16,6 milioni di Tonn. l'anno (oltre 12 di ferro puro di produzione finale)! Una realtà che rappresenta evidentemente un punto fondamentale dell'economia mauritana e che, proprio per questo è stato il fulcro attorno al quale si è sviluppato il paese, altro che datteri, ragazzi. Il treno di ieri sera è partito da tempo e al momento non c'è più nessuno che aspetta vicino ai binari e le ore passeranno nuovamente in attesa che qualcuno arrivi con le sue masserizie, sedendosi qui a far passare il tempo in attesa del rumore sferragliante di vagoni che si avvicinano. Una realtà africana del tutto unica al mondo, e che credo contribuisca a suo modo a rendere interessante la visita di questo paese. 

Il treno
Poi, man mano che procedi sulla strada rettilinea ricoperta da uno stretto nastro di asfalto rappezzato, sul quale la sabbia scorre attraversandolo come acqua che coli per laminazione, continui a buttare l'occhio alla tua sinistra. A neanche 100 metri la massicciata della ferrovia ti segue come una linea della vita che scava il palmo della tua mano senza lasciarti mai, segnando il tuo destino immutabile disegnato da un dio delle sabbie che ti sorveglia dall'alto. Oppure la puoi interpretare anche come una linea da seguire, una traccia immutabile del terreno grazie alla quale potrai procedere senza perderti mai, che questo dello smarrirsi tra le dune, è uno delle grandi paure di chi affronta il deserto. Timore che prende da un lato e allo stesso tempo affascina morbosamente solo chi ne è estraneo e non lo conosce, mentre rimane un banale spazio privo di misteri per chi lo vive essendoci nato. Qui il paesaggio è davvero immutabile. Solo Brahim scruta attento l'orizzonte come fosse in cerca di qualche cosa, se no, hai la sensazione che la macchina stessa, come condotta da un robot, proseguirebbe lungo la linea rettilinea senza deviare di un centimetro, segnata com'è dal suo stesso destino. Poi come se avesse sentito il tremolio lontano sopra i binari, come un indiano Comanche che vi ha appoggiato l'orecchio, Brahim si ferma di fianco ai binari e dopo poco ecco che da ovest arriva il treno. 

Il binario
E' quello che torna vuoto dal mare e lo capisci subito dal fatto che non è accompagnato dalla consueta nuvola di polvere. Sembra addirittura un po' più veloce, visto che è scarico. Questo traina anche una decina di vagoni cisterna, segno che anche l'acqua, bene prezioso ed indispensabile, deve essere rifornita ogni giorno per sostenere una comunità anomala per dimensioni a quella terra. Però vederlo passare così privo di presenza umana tangibile, che avanza tra le sabbie come una nave che fende l'onda leggera e senza vento, sicuro della sua rotta verso il porto di arrivo che la aspetta al di là del mare, ti fa rimanere attonito. Il vederlo passare e visto da vicino, è così alto e le murate dei suoi vagoni scialuppa così irraggiungibili, lassù, dove si arrampicano scalette stortagnole e malandate, che le locomotive che tirano sembrano quasi silenziose e avanzano senza mostrare sforzo, quasi che il peso enorme di quanto trainano, sia esso stesso il motore che le spinge. Minuti interminabili in cui il mostro alieno scivola lentamente al tuo fianco un'altra volta ed infine si allontana quasi senza rumore e ti rimane solo l'immagine di quella cosa che a poco a poco svanisce nel tremolare dell'orizzonte, quasi fosse una morgana, un inganno della vista, provocata dalla temperatura che evapora la poca umidità sulla superficie del deserto. 

Benzinaio
E' così. In questa zona, ogni passaggio di questo treno, rappresenta comunque uno spettacolo degno di nota e di attenzione. Ogni volta rimarremo lì a guardarlo passare, immaginando il carico di storie e di miserie umane che porta con sé avanti ed indietro. Così raggiungiamo di nuovo la zona di Choum, che questa volta abbiamo tempo di considerare con maggiore attenzione. Una serie di baracche parallelepipede che si allineano lungo la strada, dove finalmente si decide a formare un'ampia curva, dopo essere venuta decisamente a contatto con la ferrovia, in un punto che potrebbe essere considerata una stazione. Il binario che prima era unico, ora si biforca e infine si quadruplica, all'estremo una fila di vagoni giace come abbandonata ancora una volta. Il paese però è semideserto e anche alla pompa di benzina, dove ci fermiamo per rifornirci finalmente dopo tanti chilometri, bisogna aspettare un po' prima di reperire l'inserviente che venga a manovrarla. Solo un gruppetto di bambini arriva di corsa a controllare che i nuovi venuti non abbiano con sé qualche cosa da lasciare. E' una specie di assalto alla diligenza, ma che poco produce, qualche caramella e niente più. Il gruppo si disperde subito vista l'inutilità del tentativo. 

Choum
Prima di riprendere la strada, controllo la mappa e mi accorgo che abbiamo appena travalicato la frontiera, in quel famoso triangolo di terra che non ho ancora capito bene se oggi si chiami definitivamente Marocco o Sahara occidentale indipendente, come tempo fa si è orgogliosamente autoproclamato. Lo abbiamo attraversato per oltre 5 chilometri, senza minimamente accorgerci della presenza di segnalazioni di sorta. Tecnicamente siamo sconfinati in un altro paese, senza saperlo, attraverso una strada costruita dritta senza badare ai segni fatti sulle carte. Chissà se tecnicamente questo mi darebbe il diritto di annoverare la mia presenza in un altro paese, al momento il 123esimo? Bisogna informarsi. Su questa cosa, bisogna spenderci due parole. In effetti dopo lunga lotta e sanguinosi scontri di guerriglia tra il Marocco che ne rivendica l'appartenenza (denominandolo Territori meridionali) e il Polisario, esercito di liberazione dei cosiddetti Sahrawi, al momento si è creata una soluzione di stallo, in cui il Marocco detiene l'80% del territorio, che lo considera de facto parte integrante della nazione, mentre l'altro 20% è controllato da questo Fronte Polisario. In realtà l'ONU, per quanto ancora conti, considera il territorio intero come non autonomo e in attesa di decolonizzazione e nel contempo, non riconosce l'occupazione marocchina. 

Sahrawi
Dal 1976 si è autoproclamata la RASD, Repubblica democratica araba dei Sahrawi, riconosciuta da una quarantina di stati prevalentemente africani e latinoamericani. Negli ultimi anni gli stati più importanti a partire dagli USA, hanno espresso sostegno ad un piano realistico di autonomia proposto dal Marocco stesso. Al momento la situazione è piuttosto tranquilla, almeno così mi risulterebbe, anzi pare che si possa tranquillamente transitare via terra dal Marocco fino alla Mauritania passando appunto per questo territorio che tra l'altro è altrettanto immenso , come del resto abbiamo appena fatto noi in questa circostanza. Un'altra delle sorprese che questo deserto ti riserba. Forse i popoli di queste sabbie ridono al pensare a queste linee tracciate sulle mappe, a confini che sono stati solamente nella testa di persone che questi deserti non hanno neppure mai visto, diversamente non avrebbero potuto nemmeno immaginarli i confini, le barriere, gli stati. Basterebbe avessero guardato questo spazio infinito senza limiti per capire che questa terra è libera, nella sua stessa concezione di luogo aperto da percorrere per arrivare da un luogo ad un altro e che non può essere definitivamente posseduto da nessuno, sfuggente e scivoloso come è, come questa polvere cristallina che ti scivola tra le dita, e vola via, forse ieri era in quello che tu vuoi chiamare Marocco, tra qualche tempo sarà in Mali e poi chissà dove, a costruire alti rilievi rotondi dai fianchi dolci e dalla estremità tagliate di netto come da lame molate, dalla superficie ricoperta da lievi e infinite ondulazioni ulteriori che le disegnano come una tappezzeria studiata da un grafico dalle capacità più alte. 

Traversine
Il deserto è così continua fonte di meraviglia e stupore, la sua forma che cambia continuamente, il suo aspetto, la sua consistenza diversa, che ti costringe sempre a fermarti per considerarne la differenza, la varietà dei colori, la straordinaria bellezza. E all'interno di questa natura così anomala rispetto a quanto sei comunemente abituato, così estranea alla vita ecco che comunque, di tanto in tanto si ripresenta quella presenza che poi estranea non è, perché ormai convive, si è adattata e persiste pervicacemente con una resistenza non raccontabile a parole, ma che puoi constatare solamente osservandola. Così di tanto in tanto, a decine di chilometri di distanza tra di loro, ecco comparire altre baracche, capanne, presenza di umani, di difficile decifrazione, se non che qui, tutto nasce dalla ferrovia, presenza magari invisibile se passa a solo qualche centinaio di metri in più, ma che capisci subito dai piccoli segni, il fatto che ogni baracca nasca su una struttura di traversine di metallo e che su qualche frammento di legno o di rafia ci sia il logo della compagnia, che qui tutto possiede, forse anche le anime di chi ci vive (?), se questa è vita, naturalmente. E ancora via, la corsa nel deserto non si ferma, altri rilievi leggeri, altra sabbia tra monticelli cespugliosi che rallentano la corsa verso gli orizzonti lontani. Abbiamo ormai abbandonato la N1 e corriamo adesso lungo la ferrovia che va rettilinea secondo la linea di frontiera ad un paio di chilometri da questa, proseguendo il suo cammino silenzioso verso la costa. Poi d'un tratto ecco che tra questo mare di sabbie, emerge una montagna "bruna per la distanza e parvemi alta tanto quanto veduta non ne avea alcuna". 

il monolite
Certo che Ulisse al termine del suo "folle volo" non poteva descrivere diversamente il monte dove situò il Purgatorio, ma noi che dobbiamo dire davanti a questo immenso monolite, che ci appare dapprima lontano lontano e poi comincia a crescere man mano che ci andiamo incontro- E' il secondo più grande del mondo dopo il più noto Uluru, o Ayers rock che dir si voglia, che si innalza nell'outback australiano. Il monolite di Ben Amara è alto poco  più di  600 metri e solo un poco più piccolo e si alza, grigio e solitario in mezzo a questa distesa di sabbia dorata, con i suoi fianchi arrotondati, massiccio ed imponente, quasi levigato dallo strofinio continuo a cui i venti lo sottopongono, quasi lucidandolo a forza di ripassarlo mentre la forte escursione termica tra il giorno e la notte ne sottopongono gli strati superficiali, quasi ad una sfogliatura progressiva, che ne provoca lo spezzarsi continuo e che ne fa accumulare lastre sottili di detriti che vie vie cascano dall'altro verso la base. Sembra grandissimo, ma in realtà sei ancora molto distante e la sua misura cresce man mano che continui ad avvicinarti, accorgendoti poi che benché sembri ormai immenso, ne sei ancora lontano. Così domina tutta la piana di un territorio così vasto che ti pare impossibile che un qualsivoglia confine sia nella realtà tracciato solo ad un paio di chilometri da lì. Finalmente ci siamo quasi sotto, possiamo fermarci e guardarne l'imponenza dal basso, poi, lentamente cominciare a procederci attorno fino a che proprio dietro, quasi sotto la immensa fenditura che dall'alto appare come un occhio spalancato sul nulla, ecco apparire una sorta di campo tendato che accoglie quelli che trovano il tempo e la volontà di arrivare fino a lì. 

Campo tendato





Sahara spagnolo
Se ti è piaciuto questo post, ti potrebbero anche  interessare:

Mau 15 - Zouerat
M18 - La forza del destino














Nessun commento:

Where I've been - Ancora troppi spazi bianchi!!! Siamo a 122 (a seconda dei calcoli) su 250!