Marco Polo diceva che il deserto parla, che se tu rimani in silenzio nella notte, mentre il cielo è una scia di luci tremolanti, dalle dune arrivano voci, cha appaiono come dapprima come semplici suoni privi di significato, ma poi, a poco a poco, cominciano a prendere forma e segno fino a diventare sospiri e parole di forma compiuta, sempre più comprensibili, sempre meglio definite. E' un richiamo, che si riunisce in una unica direzione, sei chiaramente tu il destinatario di quella richiesta che ti vuole vicino a sé, ti invita ad alzarti dal tuo comodo posto attorno al fuoco e a cominciare il viaggio tra le sabbie, per penetrare quel deserto incognito che nasconde solo cose meravigliose ed imperdibili, che ti confonderà la mente ed il cuore, fino a che non ti sarai perduto completamente e per sempre, ma, forse avrai raggiunto quel giardino dell'Eden il cui splendore, non hai neppure potuto immaginare. Ebbene voi sapete già, per tutto quello che vi ho già detto e raccontato, le traversie, certamente non volute che mi hanno travagliato un anno fa, quando il richiamo di questa terra si era già fatto sentire e già mi aveva condotto fino a quell'epilogo, per me di certo un poco fastidioso, che mi aveva costretto ad un vergognoso ritorno a casa, con la coda tra le gamba, come si dice, o meglio, col mio omero spappolato appeso alla meglio al resto della spalla, in attesa di essere rappezzato. Dunque, viaggio finito, dopo neppure metà dell'itinerario percorso, ignominiosamente e con tanto da recriminare per tutto quello non visto e magari perduto per sempre, al di là di tutto quanto il mio povero corpaccio di anziano lamentoso, che non aveva affatto bisogno di subire questa ulteriore prova di resistenza (e non uso appositamente la parola resilienza, primo perché non c'entra nulla in questo caso e poi perché il suo continuo abuso, mi ha stufato). A questo punto direte voi, va bene, adesso avrai pensato, prima di metterti a posto e poi dimenticare l'incidente di percorso e infine di pensare ad altre mete, altri traguardi.
Soluzione sicuramente più logica che il buon senso direbbe di percorrere senza infingimenti, ma, c'è sempre quel tarlo, nascosto in fondo all'anima, che comincia a rodere, a farsi lentamente strada, mentre, prima lontana, poi sempre più forte, quasi imperiosa, ecco farsi viva quella vocina, che diventa voce nata tra le dune, che scorre rimbalzando tra le mura di mattone crudo delle città morte e sepolte dalla costanza ribalda del deserto e che continua a chiamare senza sosta: - Forza, adesso ormai ti sei messo a posto, non vorrai mica lasciare le cose a metà, un non fatto che rimarrebbe solo come un rimpianto, ma come una rinuncia vile, buona solo per tenersi in bocca quel senso di amaro e di incompiuto che si forma indelebile in questi casi. Ma non basta, oltre a questa voce psichica o solo immaginata, ecco che con cortese insistenza, si faceva continuamente viva un'altra voce, quella dell'amico Ahmed, che subito preoccupatissimo per le mie condizioni, non lo perderemo mica il vecchio? si sarà chiesto tra sé e sé, ha continuato a seguire il mio iter operatorio, meravigliandosi certo del funzionamento della sanità italiana, che si muove, diciamo con un andamento lento, e che poi, rallegrato dal buon esito finale, mi ha inviato periodicamente caldi inviti a completare quello che era stato il mio assaggio, che certo, aveva confermato la piacevolezza del boccone appena masticato. Dunque diciamo che era quasi un anno che continuavo a rimuginare un replay nel deserto mauritano, classificandolo come opzione sempre più probabile man mano che passava il tempo. A questo aggiungete il fatto che gli amici che di solito fanno squadra con me e che nel primo tentativo avevano dovuto passare forzatamente la mano, mi pressavano benevolmente perché fosse possibile ripetere l'iniziativa.
Alla fine dopo aver brigato un po' con Ahmed per ripensare il progetto, si è finalmente messo nero su bianco per rifare l'operazione esattamente un anno dopo, in quel gennaio che è uno dei mesi migliori per questo paese. Così eccoci sulla strada verso Malpensa, questa volta abbiamo cambiato pure il sito di parking, abbandonando dopo tanti anni la Mariuccia del Ceriaparck di Rebecchetto con Induno, perché va tutto bene ma quando si comincia ad aumentare i prezzi con costanza imperturbabile, alla fine bisogna essere realisti e cambiare strada. Eccoci dunque in riva al Ticino a lasciare il nostro mezzo e dormicchiare ancora un poco in attesa di arrivare al famoso bancone del check-in che ci aspetta. Questa volta abbiamo cambiato anche compagnia, visto che la famigerata Tunis Air, classificata nel '25, come la peggiore compagnia aerea del mondo, non aveva neanche risposto alla nostra richiesta di rimborso, che ci spettava senza infingimenti, per il ritardo di cinque ore a Casablanca del nostro primo tentativo. Questa volta siamo con Royal Air Maroc, che tra l'altro è la sola altra soluzione pratica, a prezzi tutto sommato simili. Dunque eccoci qua in coda per lasciare i bagagli e anche se siamo arrivati tre ore prima, la coda è già lunghissima, tutta gente che sta tornando a casa oppure tanti altri, che riconosci immediatamente dal nero assoluto che sta sotto i cappellini di lana colorati, che proseguiranno oltre il Sahel per i loro paesi del sud del mondo. Alla fine si parte che è quasi arrivata la sera, il cielo è viola carico e il cielo invernale sgombro di nubi, mostra la silohuette nera delle montagne, in fondo, lontano sfila anche alla nostra destra la sagoma inconfondibile del Monviso che ci segnala che stiamo lasciando casa nostra e la linea blu che si allunga sulla mappa dello schermo segnala, sembra ombra di dubbio, che stiamo puntando verso quelle terre che un tempo erano segnalate solamente con la frase Hic sunt leones.
L'aereo, come ormai è consueto, è pieno zeppo, neanche un posto libero, ma anche il vecchietto di Casablanca che aveva perso il boarding pass e si agitava notevolmente all'imbarco temendo di essere lasciato a terra, è stato alfine caricato ed ha trovato posto vicino a noi. Adesso sembra più sereno, stanotte rivedrà i suoi cari sicuramente. Io noto che sto facendo sempre più fatica col peso dei bagagli, quando si tratta di alzarli e posizionarli in alto nelle cappelliere, l'ho capito, sono vecchio e il braccio, anzi, tutte e due le braccia, non sono più in condizioni ottimali e diciamo che non sono a posto per niente e coi pesi non ci siamo proprio, per fortuna di fianco a me c'è un ragazzone del Gambia, nero come la pece, che mi dà una mano. Si rivolge a me con una cortesia, quasi commovente, e mi rassicura che non c'è nessun problema con un italiano dall'accento talmente corretto che senza guardarlo, lo crederei italianissimo a tutti gli effetti. E' da poco in Italia, ma è riuscito a regolarizzarsi e adesso torna a casa dai suoi, perché la mamma sta male, sembra una persona soddisfatta della piega che ha preso la sua vita, lo spero tanto per lui visto le direzioni che sta prendendo l'Europa e che io pensavo di non avere certo la possibilità di vedere nascere nella mia vita cose simili. Lui lavora stabilmente a Genova, della quale sta cominciando ad assorbire l'accento e si dichiara soddisfatto, gli auguro solo il meglio, ma in questo viaggio, avremo altre occasione di venire a contatto con questo che per l'esangue Europa è un "grave" problema, da risolvere eventualmente con i metodi indicati dall'amico Trumpo. Ma questo è un discorso talmente complicato e difficile da discutere, che non vorrei affrontare in questo ambito, dove vi narrerà solamente dei fatti concreti e non delle ideologie che ci stanno attorno.
La sosta di Casablanca è il solito rutilare di genti diverse, che ruotano attorno a questo hub dove due mondi si incontrano, certo ci sono gli Europei e i maghrebini che in fondo proprio qui sono a casa loro, ma qui vedi davvero tutta l'Africa che gravita attorno a questo punto di passaggio, chiave di volta del passaggio tra due mondi adesso così lontano e pensare che basterebbe poco, credo, perché qui cominciasse a partire lo stesso fenomeno che in mezzo secolo ha portato l'Asia dalla morte per fame diffusa a diventare la punta dello sviluppo mondiale e a mettersi in piena lena, una volta trasformata, ad essere una delle locomotive del mondo. L'inizio del terzo millennio potrebbe diventare quello dell'Africa, cosa che risolverebbe automaticamente tante di quelle situazioni oggi avvertite solamente come problemi irresolubili. Purtroppo non potrà vedere come si andrà a sviluppare la cosa e me ne dolgo assai, ma è la legge della natura, non ci si può fare nulla. Intanto ormai è arrivata la notte, il movimento di dirada, finalmente il nostro ultimo balzo sta per cominciare, tutto in perfetto orario, ma bene, continuiamo pure così. Nulla da segnalare mentre la pista nelle sabbie si avvicina nel buio assoluto della notte. Le ruote toccano, è andata anche questa volta. Ormai siamo esperienziati della strada già percorsa una volta e quindi ci precipitiamo velocemente al baracchino dei visti per controllare se la perdita di tempo è rimasta infinita come un anno fa. Siamo i primi della fila, ma qui la prendono con comodo. Noi, visti alla mano regolarmente ricevuti sul web e correttamente stampati a colori, aspettiamo, con i dollari contati nell'altra mano, come si dice pronti alla bisogna. Finalmente entriamo nello strambugio riservato, la pratica è rimasta macchinosa, l'esperienza non ha suggerito migliorie, in fondo si tratta solo di apporre un timbro e ritirare i soldi.
Ma qui bisogna fare almeno tre passaggi, forse per impiegare un po' di personale, Sta di fatto che il primo tizio, soppesa i passaporti con calma, effettua una serie di controllo poi prepara una strisciolina di carta scritta a mano con compunzione poi ci passa ad un altro ufficio che appone dei timbri, poi viene il momento del versamento che dai 55 dell'anno scorso è passato a 60 US$, tanto per starci dentro col la variazione del cambio, poi senza ombra di vergogna e con sguardo ammiccante, tira fuori un impagabile: - Non c'è un cadeau di 20 $ anche per me - lasciando intendere, sono le due di notte e mi faccio un mazzo tanto, fate godere un poco anche me. Sorrido e faccio l'indiano, come non avessi capito e me la filo all'inglese fuori dal bugigattolo procedendo verso il controllo passaporti che procede anch'esso lentamente, anche se presento subito con compunzione l'apposita fiche compilata con i soliti inutilissimi dati, che avevo compilato nei tempi morti di attesa precedenti. Alla fine eccoci al nastro bagagli a vedere se il miracolo si ripete. Invece il tempo passa e sebbene sia già passata circa un'ora e i bagagli, sia pur lentamente continuano a scivolare sul nastro, dei nostri, nessuna traccia, Maledizione vuoi vedere che stavolta è capitato a noi? D'altra parte c'è sempre qualche biglietto che vince la lotteria. La parte positiva è che non è ancora arrivata nessuna e quindi è difficile di norma la perdita collettiva. Alla fine quando ormai disperavamo del tutto e io cominciavo a guardare qua e là, dove fosse lo sportello del lost and found, ecco che il miracolo insperato si ripete ed eccoli lì, i nostri bagagli, facilmente identificati da lontano dalle cinte rosa con fragole, vezzo che ci consente di rasserenarci non appena compaiono dal vomitorium del muro, e che abbracciamo quasi con affetto. Via all'uscita che sono già le tre, ma no bisogna ancora passare da un finale controllo doganale che fughi i dubbi sul fatto che stiamo introducendo nel paese materiali proibiti, e poi finalmente fuori, nel cuore della città addormentata. Al di là della barriera, solo i denti bianchissimi di Ahmed illuminano la notte ed il suo abbraccio amico mi racconta subito quanto ha aspettato in questo anno, che mi decidessi finalmente a ritornare.
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