domenica 26 luglio 2026

Pam 28 - La valle perduta di Alichur

Lo Stiky lake - Tajikistan - giugno 2026

 

Le montagne intorno
La strada prosegue in una alternanza di panorami grandiosi, fatti di montagne severe, dai colori innaturali, specchi d'acqua spettrali e soprattutto un territorio che, anche visivamente rifiuta la presenza umana ed animale, con una terra arida ed inospitale che non consente neppure il pascolo delle bestie parche e non pretenziose dell'altopiano. La valle si estende sinuosa tra colline di quattromila metri, lasciando ai nostri fianchi aree umide e fangose di laghi fantasma, pieni di alghe misteriose e scure, mentre nei punti dove il fango è seccato, affiora il bianco del sale e delle mineralizzazioni dei fondali degli stagni seccati. Una vista quasi aliena che racconta bene una natura avversa all'uomo in ogni suo momento, senza quindi considerare la climatologia terribile che isola questo mondo per tanti mesi all'anno. Scorriamo uno specchio d'acqua, forse il Sasik Kul, un lago cupo e minaccioso, detto anche Stiky lake, che dovrebbe emanare, a quanto dicono le guide, un forte olezzo di uova marce ma che, per la verità non sembra poi così puzzolente, anche se per essersi guadagnato questo nome, una ragione pure ci dovrà pure essere. Si arriva a piedi fino alla riva che va sfumandosi in un'acqua morta e senza trasparenze, come se l'ingresso di un'Averno misterioso e sconosciuto fosse proprio lì, celato tra quelle profondità piene di mistero. 

Il Tuzkul
E poco prima di questo avevamo fatto un'altra sosta per fare qualche foto al Tuzkul, il lago Salato, così chiamato proprio per gli affioramenti bianchi che si notano attorno alle rive. Qui attorno non cresce neppure più qualche filo d'erba, forse è proprio questa salinità che lo impedisce. Ma è la desolazione che suggerisce questa strada solitaria e perduta, in particolare in questo tratto che non manifesta neppure la presenza di cime altissime ai suoi fianchi, che darebbero comunque un tocco oleografico gioioso, a tal punto che questa viene denominata anche la Valle della vergogna di Alì. Racconta la leggenda infatti, che quando il genero del Profeta raggiunse queste valli per proseguire la sua predicazione (anche se anche in questo caso ci sarebbero delle incongruenze considerando le date), trovò gli abitanti molto lontani da una vita morigerata ed in linea con gli insegnamenti del Profeta, praticando la poligamia e mantenendo comportamenti lontani da uno stile di vita moralmente accettabile. Così Alì pregò Dio affinché maledicesse quella terra, rendendola per sempre infertile ed invivibile. Così da quel momento la valle di Alichur divenne arida e quasi completamente priva di vegetazione. Anche questa è una delle leggende che aleggiano in queste terre estreme, dove comunque, a dispetto di tutto qualche uomo riesce a vivere in qualche modo, essendo forse l'essere vivente più adattabile e tignoso del pianeta. 

La tomba del mercante cinese (dal web)
Così finalmente anche noi arriviamo ad Alichur, un paio di centinaia di case basse e primitive sparse nella piana fatta di terra e roccia cosparsa di pietrisco, uno dei punti di sosta per i camionisti che percorrono la Pamir Highway, arrivando dalla Cina lungo lo stesso cammino che per migliaia di anni hanno percorso prima di loro mercanti, religiosi, esploratori e che stiamo facendo anche noi, semplici curiosi in cerca delle emozioni che solo terre queste sanno dare. All'incirca 2000 persone che riescono a campare, non è chiaro di cosa, in questa landa desolata. La strada stessa, se così vogliamo chiamarla è solamente un ricordo di quello che era stata pensata. Le tracce di asfalto sono così misere e sfasciate che creano più problemi della pietraia naturale, tanto che spesso la abbandoniamo per seguire altre tracce al suo fianco, meno traballanti e fastidiose, per quello che qui si chiama "natural massage". Pensate che per fare gli ultimi trenta chilometri ci mettiamo oltre un'ora. Per la verità, se vogliamo essere precisi, dando un'occhiata intorno con sguardo più attento, in questo che sembra un paesaggio totalmente ostile, anche se severamente bellissimo, riesci a notare lontane, le tracce di un piccolo fiume che divide la valle serpeggiando sotto le colline. Si tratta dell'Alichur, che mantiene lo stesso nome del villaggio e che prosegue, alimentandolo come immissario, il lago Yashilkul e poi giunge fino a Khorog e si dice sia molto ricco di trote, risorsa alimentare assai preziosa per i locali che devono sopravvivere nella zona. Insomma forse la maledizione di Alì ha lasciato una piccola scappatoia ai resilienti abitanti dell'altopiano, per riuscire a sopportare le carenze del luogo!

Greggi ad Alichur
Non riusciamo a vedere la piccola costruzione chiamata La tomba del mercante cinese, che dalla mappa risulta persa nella piana ad una trentina di chilometri e che sorge vicino alle rovine del caravanserraglio di Bash Gumbez dove sicuramente avrà sostato anche il nostro amico Marco, quasi 800 anni fa, pensate un po', mentre per la sorgente di Al Balik, ad una dozzina di chilometri nell'altra direzione, cercheremo di vederla domani, visto che si dovrebbe trovare proprio vicino alla strada. Si tratta di una sorta di sorgente sacra, una sorta di oasi nel deserto, si vede che qui la maledizione di Alì non ha funzionato, che avrebbe acque così cristalline da mostrare chiaramente le trote che nuotano sul fondo o almeno così si dice; si sa che poi in questi casi si tende sempre ad esagerare. Non è noto come sia andata la storia di questo mercante che, giunto in questa valle desolata, uno dei punti più difficili della traversata del Pamir, si ammalò improvvisamente, forse per le condizioni atmosferiche proibitive o per altro, fatto sta, che l'amico che lo accompagnava volle costruire questo piccolo monumento funebre a suo perenne ricordo, che è ancora qui dopo tanti secoli e pare, almeno dalle immagini, in buone condizioni. Noi arriviamo in paese che è quasi sera. Lontani, attorno alle case, sparuti gruppi di yak grigi e pelosissimi, tentano disperatamente di strappare a questa terra avara miseri cespi di erba seccagna e dura, il pochissimo che questa landa riesce a far crescere in questo che è il suo periodo migliore. 

Kirghiso
Tra le case un po' più lontane, indovini anche le mura un poco più curate di una bassa moschea con piccole torri agli angoli, ornate elegantemente da greche marroni, attorno ad una grande e bassa cupola centrale. Noi giriamo alla cieca per il paese, percorrendolo in lungo ed in largo e mentre scende il buio fatichiamo un poco a trovare l'Homestay, nonostante le indicazioni dei rari abitanti che incontriamo nel nostro giro e che una volta ci mandano da una parte, e la volta dopo ci indicano la direzione opposta, quasi volessero prenderci in giro. Alla fine la troviamo. Ovviamente è molto basica e nelle stanzette non si trova altro che un letto e niente di più, ma considerato il luogo in cui ci troviamo, penso che non si possa pretendere di più. Nel paese, proprio sulla strada c'è anche un locale, che fornisce cibo. E' una specie di taverna, ritrovo per tutti i camionisti che passano da questa strada, per arrivare fino a Dushambé con il loro carico di merci cinesi le più varie, dalle auto agli alimentari, ai tessili di ogni tipo, oltre naturalmente a tutto il materiale tecnologico di cui il paese ha fame. Naturalmente il locale si chiama Cafè Marco Polo e ci mancherebbe! Qui siamo a circa quattro giorni dalla Cina e pare che un trasporto, per un container completo costi all'incirca 400 $, se vi interessa cominciare un business da queste parti. 

Camionisti
Sono sempre informazioni che servono e che il mercante gradisce avere, quindi come farebbe Marco nelle appendici ipotetiche del suo libro, anche io le aggiungo di buon grado. Ci accomodiamo anche noi davanti alla loro tavolata, d'altra parte è noto in tutto il mondo che dove si fermano i camionisti il cibo è ottimo. Ci viene servita una zuppa di spaghetti piuttosto piccante, cosa inconsueta nell'Asia centrale, ma qui si vede che arrivano i refoli culinari della Cina profonda e il peperoncino del Sichuan probabilmente fa premio anche fra le montagne dell'altopiano. E' davvero interessante comunque sentire i discorsi e le chiacchierate di questi autisti che incrociano di continuo queste valli. Jamshed ci traduce le conversazioni più divertenti, infatti l'argomento principale sembra essere la follia degli occidentali che si incontrano da queste parti e delle loro abitudini incredibili e folli che li fanno sganasciare dal divertimento. In particolare, quelli che meno riescono a capire sono i ciclisti, che incredibilmente affollano questa impossibile strada, anche se non ci crederete. Noi stessi ne abbiamo incontrati parecchi, come vi dirò in seguito. Uno racconta di una famigliola di due ciclisti, ognuno dei quali che trascinava, attaccato alla bici, un carrettino contenente un bimbo di un anno e un cagnolino microscopico, l'altro. Il tizio non riusciva a concepire la follia di portare un bambino così piccolo in un luogo così inospitale. 

La stufa
Un altro a sua volta, racconta di averne trovati due che dormivano al lato della strada in una minuscola tenda, tremanti di freddo, a causa di una attrezzatura piuttosto scarsa per quelle temperature notturne che di solito scendono attorno allo 0°C. Insomma non fatico a capire come questi uomini, pur abituati al rigore di questa terra, non riescano a comprendere la mentalità degli occidentali che vengono quindi assimilati in massa a queste, che anche noi riteniamo eccezioni del tutto particolari e non comuni. Comunque i ragazzi, ridono molto, ve lo assicuro e noi che siamo capitati come per caso in questa specie di club per trasportatori di passaggio che si scambiano le loro esperienze, ci sentiamo decisamente pesci fuori dall'acqua. Vedi attorno al tavolo genti di tutte le razze, facce rotonde e rubiconde di Tajiki o forse di Uzbeki, corpi e testoni massicci e schiacciati, dagli occhi sottili come lame, sicuramente Kazakhi, ometti segaligni col classico cappellino a feluca del vicino Kirghizistan. Le ragazze che portano i piatti, probabilmente le figlie del proprietario della locanda o qualche loro amica, sono molto belle, soprattutto il taglio delle palpebre, le rende affascinanti ed esotiche al nostro occhio non abituato. Ma come già diceva Marco, le ragazze del Pamir hanno una loro straordinaria eleganza naturale e queste, longilinee e avvolte nei loro costumi tradizionali, ne sono prova confermata. Alla fine quando ce ne andiamo per raggiungere i nostri letti, ci salutano tutti con molta cordialità, come se ci considerassero parte del loro gruppo insomma, non facenti parte di quei matti che arrancano lungo le salite, sbuffando. Intanto, dite un poco quel che volete, ma mi è venuto un po' di mal di testa, sarà pure che ci siamo acclimatati, ma 4000 metri non sono uno scherzo e da queste parti, il mal d'altura è indicato come uno dei problemi più frequenti. 

La moschea di Alichur


SURVIVAL KIT

Homestay Gianali - Alichur - Sistemazione molto semplice in camere spartane con il solo letto. Bagno e doccia in cortile. Personale estremamente gentile. Considerate che può fare molto freddo perché siamo a 4000 metri di quota. Di notte può scendere sotto lo zero per cui ci sono robuste stufe nelle stanze ed i letti sono dotati di un congruo numero di trapunte.

Affioramenti salini


Yurta di pastori
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Il supermarket di Alichur








sabato 25 luglio 2026

Pam 27 - Il parco del Tajik

Lago Yashilkul - Parco del Tajik - Pamir - giugno 2026

 

M41
Certo, me la aspettavo la magia assoluta di questa strada. Fa parte delle descrizioni di tutti i diari di viaggio ed è una delle motivazioni che ti spinge a venire fin quassù. Siamo soli in questo nulla assoluto, dove senti solamente il rumore, lieve anch'esso, del motore dell'auto che si sforza di andare avanti, senti che ansima anche lei nel disperato tentativo di aspirare aria all'intorno. Aria che non c'è o per lo meno ce n'è meno di quella a cui anche il motore è abituato. Da un po' non si vede più un albero. La sensazione è che quassù manchi la vita o quantomeno che ce ne sia molto poca. Al nostro fianco le montagne, fatte di roccia aspra ed arcigna, si sollevano con curve leggere. Le cime vere sono più lontane, fuori della vista. Ma qui ormai negli avvallamenti a nord o nei costoni riparati dal sole, placche di neve profonde e consistenti, hanno da un po' cominciato a marcare il nostro percorso. Così la Pamir Highway è una sfida alla tua mente, più che una difficoltà di percorso. A quello ci pensa la tua auto, sperando che regga allo sforzo e alle condizioni del terreno, che non sono proprio quelle di una strada "normale" altro che highway come è pomposamente definita. Così navighi sempre in quello stato mentale nel quale, la testa vaga nel pensiero di cosa significhi per i viaggiatori, questa via, perdendoti nei sogni e nelle storie che senti attorno a te come fantasime lontane, lasciate da tutti coloro che da qui sono passati, con le loro motivazioni, sogni di conquista, desideri di arricchirsi o semplicemente voglie di conoscere mondi lontani e sconosciuti.

La strada
Oppure invece lasci più semplicemente che l'occhio vaghi su quanto scorre intorno, facendoti rimanere sorpreso continuamente per la stranezza delle formazioni rocciose che via via appaiono e spariscono, per i colori che presentano, mostrando strati venuti allo scoperto a causa dell'erosione o forse di sommovimenti che qui certo non hanno provocato catastrofi, ma che hanno confuso suoli, terre, forme e adesso si mostrano nella loro nudità scoperta di minerali che erano finiti milioni di anni fa nella profondità della terra ed ora sorgono a mostrare la loro bellezza. Questo è uno dei luoghi della terra dove riesci a capire tangibilmente cosa sia la tettonica a zolle. Così allo stesso tempo e successivamente forze spaventose della natura hanno lavorato per eoni successivi, il vento, le temperature, le precipitazioni, pioggia, neve, gelo, alternatisi a scavare impietosamente per corrodere l'anima di queste rocce all'apparenza durissime, ma che poi si rivelano essere tenere e fragili di fronte a queste forze assolutamente superiori, continue, implacabili. Così ecco intorno a noi una valle dove massi forse granitici di ogni dimensione, sono stati spaccati e sono stati fatti discendere dai fianchi delle montagne fino a rimanere qua e là come disposti da forze titaniche e maligne e poi ancora successivamente lasciati alla loro mercè affinché queste potessero scavare in profondità dentro di loro.

Erosione nei passi di granito
Così hanno potuto mostrare forme inusitate e multiformi, che subito la fantasia dell'osservatore trasforma in figure riconoscibili, animali inesistenti, visi deformi, fantasie di pietra astratte a cui neppure la mente più contorta riesce ad incasellare in una categoria, dandole un nome. Ma la strada continua passando di valle in valle e mutando continuamente di paesaggio. Ora compaiono piccoli laghetti glaciali, le cui acque blu notte si confondono con l'indaco del cielo delle grandi altezze dove gli sbuffi delle nuvole altissime sono bianche come i ciuffi del cotone di questa terra, che ti fanno immediatamente comprendere come la loro presenza nelle tanke buddhiste che ornano i templi, sia viva e reale come non mai. Adesso ai nostri fianchi, di tanto in tanto, appaiono altri piccoli laghi forse salati, visto che sulle rive spoglie compaiono tracce bianche, forse appunto prodotte dalla salsedine affiorante. Più in alto aumenta la neve che ricopre stabilmente le catene più lontane. Ad un certo punto prendiamo una deviazione a sinistra che porta verso lo sconfinato territorio del Parco Nazionale del Tajik, inserito nel patrimonio Unesco nel 2013, per il suo particolare valore geologico, glaciologico e naturalistico, che occupa oltre 2,5 milioni di ettari del Pamir orientale, il 18% circa dell'intero paese, una zona completamente selvaggia, un vero paradiso per trekkers, alpinisti ed esploratori di aree remote. 

Il paese di Bulunkul
Noi invece, che camminatori non siamo, io per lo meno, ci contenteremo di arrivare ai più vicini laghi di Bulunkul e Yashilkul (il lago verde, anche se in realtà mi sembra molto blu) veri e propri paradisi naturalistici che si estendono l'uno vicino all'altro a circa 3700 m di quota. Vi ricordo in ogni caso, anche per frenare i vostri bollenti spiriti, che, ho già capito, vi stanno portando, dopo la lettura di queste mie note, a prenotare immediatamente biglietti e organizzazione per raggiungere questo luogo, che Bulunkul è considerato uno dei luoghi abitati più freddi dell'Asia Centrale, con temperature che possono scendere sotto i -60°C e direi che mica sono scherzi! Questa area che attira esploratori e alpinisti da tutto il mondo, comprende oltre mille ghiacciai, incluso il Fedchenko, il più grande esistente al di fuori delle zone polari, lungo circa 77 chilometri e necessita per essere visitate e percorsa di uno speciale permesso GBAO, oltre al biglietto specifico per entrare nell'area protetta che consente di entrare e soggiornarvi per giorni. Ma noi che esploratori non siamo e men che meno alpinisti, ci accontenteremmo di entrarci per un paio d'ore, fare un po' di foto ai laghi e andarcene quindi alla chetichella e senza disturbare, ma sappiamo che ci si dovrà scontrare con la burocrazia impietosa. Infatti appena arriviamo alle costruzioni poverissime e malandate del paesino di Bulunkul, ancora prima di riuscire a parcheggiare, veniamo subito abbordati da una gentile signora che, debitamente munita di blocchetto per ricevute, ci richiede il pagamento del suddetto pedaggio. Ora, è inutile che spieghiamo come la nostra intenzione sia solamente quella di spendere un paio d'ore e nulla più all'interno del parco, ma pare che per il regolamento, come si dice, la pena sia la stessa, come se volessimo fermarci per una settimana. 

Trattativa
Infatti pare che la tariffa sia di 50 $ per la macchina e 10 $ a persona più in aggiunta, prebende varie che condurrebbero il totale a 150 $, cosa che ci era già stata ventilata come minaccia al momento della preparazione del viaggio, assieme però alla possibilità di contrattazione in loco. In ogni caso queste sono cifre assolutamente indicative e soggette a variazione che vanno verificate in loco. Per noi invece, comincia una lunga trattativa, volta a far intendere l'ingiustizia di base di simile trattamento. Alla fine, compreso che la signora sia in fondo malleabile almeno un poco, comincia un tira e molla che conduce ad una cifra finale di $ 40, prendere o lasciare. Ora, siam venuti fin qui, vorremo mica perderci la visione dei laghi summenzionati per una pidocchiosa manciata di verdoni? Pagare e tacere, si dice dalle nostre parti, così ci facciamo i pochi chilometri di pista che conducono allo specchio d'acqua, azzurro come un turchese tibetano, incastonato tra le montagne brune e lisce come quelle di un pianeta alieno e senza vita. Sullo sfondo una catena di cime bianche senza nome di selvatica bellezza. Ci fermiamo su una specie di belvedere dal quale si domina tutta la superficie dello specchio d'acqua. Le rive attorno sono macchiate dalle ombre delle nuvole che passano veloci spinte dal vento teso delle alte quote. Fette di nero cupo che si muovono sul terreno ondulato con ondivaga costanza, come volessero dapprima occuparlo tutto dando luogo ad una sorta di eclisse totale, poi invece consentono il ritorno della luce del sole, che a questa quota brucia come l'acciaio fuso. 

Lago Bulunkul
Davvero uno spettacolo estremo, che vorresti a tutti i costi portare con te, ma che la povertà della tecnologia ti impedisce e gli scatti si rivelano alla fine di pochezza miserabile, confinate ad una povera imitazione digitale di una realtà alla fine inimitabile. I seni della costa che rientrano formano una serie di chiaroscuri dove il turchese diventa blu e poi se possibile diventa ancora più scuro al riparo dal sole, quasi nero giaietto. La costa della montagna, appare come polvere lunare bruciata da temperature non consone alla vita umana, un gelo non misurabile durante il lungo inverno, rovente nell'estate che sta per arrivare. Sembra un luogo che si può identificare solamente con l'assenza di vita e invece da queste parti, la fauna non è affatto rara come si potrebbe pensare e oltre agli ungulati che si vedono abbastanza di frequente, ecco alzarsi nel cielo due aquile maestose, di cui scorgi dal basso solo le piume ventrali bianche, mentre le remiganti estreme si piegano come ventagli per appoggiarsi sull'aria rarefatta. Le marmotte all'intorno, non si contano, di un colore rossiccio, come vi ho già detto, molto diverse dalle nostre più scure e quasi argentate. Naturalmente non vi voglio far cenno del famosissimo leopardo delle nevi o leopardo nebuloso, per vedere il quale sono necessari appostamenti di settimane intere e teleobiettivi spaziali per tentare di immortalarlo. Per cui di questo ci accontenteremo dei poster esposti alla vista dei turisti. 

Colline colorate
Sinceramente verrebbe davvero voglia di mollare qui il nostro itinerario e seguire la pista verso le montagne lontane, che orlano lo sfondo, per raggiungere il remotissimo lago Sarez al centro del Parco e seguire tracce di ghiacciai persi tra i picchi più elevati. Pensate che questo lago, una vera curiosità naturalistica, si è formato solo nel 1911, in seguito ad uno spaventoso terremoto che ha provocato una colossale frana formando quella che è la diga naturale di Usoi, la più alta del mondo, sbarrando la valle e dando vita alla formazione del lago stesso. La scusa buona è che non abbiamo con noi attrezzature adatte, tende, scarponi e viveri, per un percorso di questa fatta, ma leggo negli occhi di mia moglie un dispiacere profondo per non poter approfittare di un territorio di questo livello. Bisogna tornare indietro, anche perché credo che la cerbera dei biglietti, è rimasta di vedetta e credo che noi siamo gli unici fruitori della giornata, quindi facilmente identificabili. La strada del ritorno passa davanti all'altro lago e ad una sfilata di basse colline che presentano una serie di colorazioni altrettanto straordinarie, che quasi ricordano le Zhangye Dangxia, le montagne arcobaleno che abbiamo visto l'anno scorso in Cina. Io scatto senza pietà nella speranza che qualche cosa di buono rimanga nei cuori esuli a conforto, come dice il poeta, ma con scarsa speranza. Intanto arriviamo di nuovo al paese, dove la signora, da lontano, butta un occhio di approvazione facendo capire che lei non sta mica lì a pettinar le bambole. Ci fermiamo in paese ad una specie di punto di ristoro dove ci danno un po' di roba da buttar giù, patate fritte, qualche dolcino in busta e poco altro, d'altra parte a 4000 metri non è che arriva molto e poi non ci resta che ripartire per tornare sulla M41, per altre visioni e altri panorami indimenticabili.

I colori del lago


Laghi salati
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Il parco







venerdì 24 luglio 2026

Pam 26 - La storia di Jamshed

Ultimo sguardo alla valle del Wakhan - Tajikistan - giugno 2026

 

Colazione col nipote di Yogdor
Stamane sveglia alle 6, oggi abbiamo un sacco di strada piuttosto difficile e non dobbiamo perdere troppo tempo. Dopo una colazione veloce salutiamo Yogdor e la sua famiglia. Lui si aggira già da un po' per il cortile con le gambe non proprio solide. mentre la bottiglia di vodka che era rimasta sul tavolo a metà, ieri sera, ormai è finita vuota nel cestino vicino al tavolo, ma forse è solo l'effetto dell'altitudine, qui siamo a 3000 metri ormai e la testa gira un po' comunque se ti alzi da tavola troppo in fretta. Fa freddino fuori, meglio coprirsi, visto che oggi si salirà parecchio. Intanto andiamo a dare un'occhiata sopra al paese al di là delle ultime casupole, sopra una stradina che sale verso la montagna. Qui sembra ci siano una gran quantità di antichi petroglifi, che risalgono a oltre 5000 anni fa. Ce ne sono sparsi per tutta la montagna, molto complicati e faticosi da raggiungere, ma almeno quelli più vicini ed accessibili si possono andare a vedere e bastano pochi passi a piedi per raggiungere le più vicine lastre di pietra dove puoi vedere distintamente figure scolpite di ungulati dalle lunghe corna, ovini dalle code grasse e scene di caccia. Purtroppo le pietre sono scempiate da centinaia di scritte più o meno recenti di visitatori di passaggio che non hanno saputo resistere alla tentazione di aggiungere la loro firma. 

Una roccia coi petroglifi e i graffiti
Su una pietra si vede anche una data, 1265, che qualcuno ha aggiunto passando, pensate un po' quasi 750 anni fa, accidenti potrebbe essere addirittura una traccia del passaggio della carovana dei Polo, forse stiamo sognando, che anche loro non abbiano resistito alla tentazione di apporre il loro segno? Chissà, la fantasia corre, ma di qua di gente ne è passata tanta e il fatto di essere in una località così remota non ci deve ingannare. Qui la storia corre da almeno 5000 anni e questi luoghi sono sempre stati popolati di gente in continuo movimento visto che questo è l'unico passaggio tra l'Oriente e l'Occidente. Comunque quassù sono stati censiti circa 11.000 petroglifi che raccontano di animali, di cacce, di vita come si svolgeva millenni fa, inclusi simbologie esoteriche e religiose a cominciare dalle famose svastiche. Non ce la sentiamo di vagare per la montagna in cerca di altri segni, in fondo bastano quelli che abbiamo visto per capire e rendersi conto dei segnali che portano con sé. Ci fermiamo invece tra le case, dove una signora dal naso greco e dai lineamenti decisamente frutto di lasciti antichi, ci racconta di essere proprio la cognata di Yogdor, il kalifa dell'homestay dove abbiamo dormito questa notte. 

La cognata
Non ci lascia andar via, vuol raccontarci dei suoi tre figli, uno che fa il militare in Russia, che di questi tempi non è una gran bella cosa, e di come si vive bene da queste parti. Alla fine scendiamo a valle per procedere verso oriente nell'ultimo tratto della valle prima di lasciarla definitivamente dopo una cinquantina di chilometri per risalire verso il Pamir. Sono le ultime viste dell'Afganistan e dell'Hindukush, che successivamente scomparirà dal nostro orizzonte. Qui il territorio è diventato decisamente selvaggio e desolato, niente case o paesi in vista. I pochissimi abitati che si scorgono appena tra le rocce sono talmente scarni e malmessi da somigliare di più a stazzi per il bestiame e le greggi di passaggio verso i pascoli della montagna che vere e proprie abitazioni. La pista c'è ancora al di là del fiume e ogni tanto si vede qualche carovana costituita da qualche pastore a cavallo alla testa di una fila di cammelli che trasportano yurte smontate. Salgono evidentemente ai pascoli estivi in altura, dove trascorreranno i mesi fino ad ottobre, prima di ridiscendere in basso secondo gli usi di una transumanza millenaria non così diversa dalle nostre sull'Adriatico. Ah, i ricordi dei pastori dannunziani! Il cavaliere che guida uno di questi gruppi di cammelli che procedono lentamente risalendo la valle, si ferma, poi rivolto dalla mia parte, mi fa un cenno di saluto. 

Una carovana
Faccio un paio di scatti e anch'io lo saluto con un ceno della mano, un linguaggio universale, che tutte le genti del mondo hanno in comune. Poi i cammelli procedono con il loro passo lento e dondolante, le lunghe aste di legno legate sulle gobbe, dove si indovinano sacche fatte da tappeti annodati, dai colori smaglianti. Noi intanto arriviamo finalmente dove la strada si biforca, dopo le poche case di Khargush a circa 3900 m. di altitudine, da cui si scorge ancora la cima afgana, proprio di fronte da noi del Pik Belandtarin di 6.200 m, e cominciamo a risalire lungo una pista che appare tale solo di nome, mentre il sentiero carrozzabile è quasi scomparso tra le rocce e il procedere diventa sempre più faticoso. Fare i circa 230 km che ci separano ancora dalla nostra meta di stasera sarà è piuttosto arduo e faticoso e ci impegnerà non meno di 6/7 ore. Dopo circa un chilometro ecco il GBAO checkpoint, dove ci controllano i passaporti e i permessi, visto che stiamo entrando nel Pamir Orientale vero e proprio. I militari questa volta, al contrario del solito ci esaminano per bene, evidentemente questa zona è sottoposta a controlli più approfonditi e ci sta, ma alla fine ci fanno passare senza grane. 

L'ultimo villaggio afgano
Questo territorio estremamente remoto, comprende la metà circa dell'intero Pamir, con la regione del Gorno-Badakshan propriamente detta, che si estende per quasi 65.000 Km2, ma con una popolazione di 220.000 abitanti, di cui solo 20.000 vivono nella parte orientale, la più isolata, pastori principalmente kirghizi e allevatori di yak. L'altitudine è appena al di sotto dei 4000 m. con passi elevatissimi e cime superiori ai 7000 m, oltre a immensi ghiacciai e centinaia di laghi. Giustamente Marco Polo lo definiva il luogo più alto del mondo e tra i più inospitali della terra per la quasi impossibilità di reperire cibo e per le condizioni climatiche estremamente rigide. Noi tenteremo di attraversarlo per mezzo dell'unica strada che lo percorre, quella famosa Pamir Highway, catalogata oggi come M41, che è sempre stata da millenni l'unica via di comunicazione tra Oriente ed Occidente. Attorno a noi solo più roccia e terra, da un po' sono completamente scomparsi gli alberi e vedi attorno solo qualche avaro pascolo sassoso, pieno di buchi ed avvallamenti, dove le marmotte corrono a nascondersi al nostro passaggio. Ci fermiamo su un belvedere per far riposare la macchina che a questa quota fa un po' di fatica a salire e lo si può capire. Sul bordo della strada sono parcheggiati anche tre motociclisti. 

Una carovana
Uno è italiano e ci racconta di arrivare da Firenze. Ha attraversato tutti gli -stan, Afganistan incluso, dove, a suo dire, ha vissuto un'esperienza straordinaria, viaggiando senza incontrare particolari problemi. Lo consiglia vivamente.  E' in giro da tre mesi e si è unito per strada ai due che ha incontrato, mi pare un rumeno e un russo. Pensa di stare in giro ancora due o tre mesi, ritornando attraverso il Caucaso. Capite quando vi dico che in giro si trovano un sacco di viaggiatori veri, altro che turisti! Il nostro Jamshed gli dà un po' di indicazioni, lui è sempre prodigo di consigli quando può. Si capisce che è proprio una brava persona, oltre che uomo di grande cultura. Dietro la guida sorridente che ci racconta montagne, villaggi e antiche tradizioni si nasconde infatti una vita ben diversa: quella di un docente universitario che da oltre quindici anni lavora nel settore delle relazioni internazionali, costruendo ponti tra la propria università e numerose istituzioni accademiche di tutto il mondo. Tuttavia la sua vita non è stata del tutto facile anche se adesso sembra che tutto stia andando per il meglio. E' nato in un villaggio vicino a Khujand da una coppia di insegnanti. Suo padre era una figura molto rispettata dalla comunità locale, profondamente impegnato nella vita culturale ed educativa del paese. È cresciuto così in un ambiente dove la conoscenza, la lettura, le tradizioni e la cultura occupavano un posto centrale.

I motociclisti
Ha seguito i suoi studi universitari in lingue straniere con grande passione, pensando di fare esperienze all'estero, Ma, come spesso accade nella vita, il destino aveva in serbo altri progetti. Il suo secondo fratello morì improvvisamente all'età di trentaquattro anni. Nella tradizione familiare tagika, il figlio più giovane ha generalmente il compito di prendersi cura dei genitori durante la loro vecchiaia. Poiché i suoi genitori erano già in pensione, la vita pone improvvisamente sulle spalle di Jamshed una responsabilità ancora più grande. Così lui diventa il responsabile a tutti gli effetti, soprattutto dal punto di vista economico di tutta la famiglia e quindi deve dedicare il suo lavoro e i suoi impegni principalmente a questo fine. Il fratello ha lasciato la moglie e quattro figlie e pur potendo contare sull'aiuto delle sorelle e del fratello maggiore, gran parte delle responsabilità pratiche ed economiche ricade su di lui. Per molti anni dedica una parte importante della propria vita e delle proprie energie a sostenere quella famiglia, facendo in modo che le sue quattro nipoti possano continuare gli studi. Quel sacrificio, ha dato i suoi frutti e già due hanno completato l'Università. La seconda si è laureata proprio in questi giorni e proprio mentre stiamo attraversando il Pamir, gli manda la foto della sua cerimonia di laurea, con i ringraziamenti sentitissimi di chi sa di dovergli tutto e lui, commosso, le scrive solo poche parole dicendole che i risultati che sta ottenendo li deve soprattutto alla sua determinazione e al suo impegno. E' fatto così il nostro Jamshed. Intanto lui, durante le vacanze estive dell'università si recava spesso in Russia, dove lavorava nell'edilizia per guadagnare qualcosa e fare esperienza. Come molti giovani costretti a lasciare il proprio paese in cerca di opportunità, anche lui attraversa momenti difficili. Conosce molte delusioni e viene trattato ingiustamente da persone di cui si fidava: un'esperienza dolorosa, ma che gli ha insegnato molto. Successivamente un suo parente lo invita a Praga, offrendogli la possibilità di frequentare corsi di lingua e proseguire gli studi in un contesto occidentale. Per Jamshed tutto questo rappresenta una grande occasione e la speranza di costruire un futuro diverso. Ha un sogno: allargare i propri orizzonti, acquisire nuove conoscenze e confrontarsi con un'altra realtà. Ma questa realtà si rivela molto più difficile del previsto da raggiungere. Si trova ad affrontare una lunga e faticosa battaglia burocratica durata oltre tre mesi. La richiesta di visto gli viene respinta più volte per motivi formali, soprattutto perché le autorità temevano che, una volta partito, non sarebbe più tornato nel suo Paese. Alla fine il visto viene concesso, ma soltanto per sette giorni: troppo pochi per realizzare ciò che aveva immaginato. Eppure anche quei pochi giorni si rivelano preziosi. Vivendo con i parenti ha la sua prima vera occasione di osservare da vicino la società occidentale e di comprenderne lo stile di vita.

Jamshed
E' una piccola finestra aperta su un altro mondo, ma basta per lasciare un segno profondo dentro di lui, rafforzando il desiderio di continuare a studiare, viaggiare e costruire ponti tra culture diverse. E' allora che nasce in lui il desiderio di lavorare in un ambiente internazionale, aiutando studenti e docenti ad avere l'opportunità di studiare all'estero e di aprirsi a nuovi orizzonti. Con il tempo, però, comprende che i legami tra i popoli non si costruiscono soltanto attraverso le università e i programmi ufficiali, ma anche grazie ai semplici incontri tra viaggiatori e persone del luogo. Il turismo diventa così un'altra espressione della stessa passione. Accompagnare i visitatori alla scoperta della propria terra gli offre l'occasione di conoscere ancora più a fondo il suo Paese, di approfondirne la storia, le tradizioni, i paesaggi e le culture e, allo stesso tempo, di far conoscere il Tagikistan a persone provenienti da ogni parte del mondo. Così, dopo la laurea, inizia a lavorare come guida-interprete, proseguendo parallelamente gli studi di dottorato. Nello stesso periodo entra a far parte dell'Ufficio Relazioni Internazionali dell'Università Statale di Khujand, la seconda università più grande e una delle più antiche del Tagikistan. Lì il suo percorso professionale prese esattamente la direzione che aveva sognato da studente: creare opportunità internazionali e aiutare studenti e docenti a costruire rapporti con il resto del mondo. Inizia occupandosi degli studenti internazionali e, successivamente, gli viene data la responsabilità di numerosi programmi finanziati dall'Unione Europea, tra cui Tempus, Erasmus Mundus ed Erasmus+. Con il passare degli anni, grazie all'impegno e all'esperienza maturata, avanza progressivamente nella carriera, fino a diventare responsabile dell'Ufficio Relazioni Internazionali. Questo lavoro gli apre le porte del mondo. Attraverso progetti internazionali ha l'opportunità di visitare università e istituzioni in numerosi Paesi, viaggiando per motivi professionali in Germania, Francia, Inghilterra, Scozia, Irlanda, Romania, Polonia, Azerbaigian, Russia e in tutti i Paesi dell'Asia Centrale, oltre che in molte altre destinazioni. Così, le due grandi passioni della sua vita - il mondo accademico e il turismo - finiscono per unirsi in un unico obiettivo: mettere in contatto le persone, condividere conoscenze e costruire ponti tra il Tagikistan e il resto del mondo.

Al passo di Xarbushi - 4344 m.
Anche mentre lavora e cresce la sua famiglia, continua a studiare. Nel 2017 ottenne una prestigiosa borsa di studio del Governo dell'India per frequentare un MBA presso l'International Management Institute (IMI), una delle più rinomate business school dell'Asia. Vivere in India per oltre un anno, gli permette di confrontarsi con un ambiente accademico e culturale completamente diverso, arricchendo non soltanto la sua preparazione professionale, ma anche la sua visione delle persone, della leadership e del dialogo tra culture differenti. Qualche anno più tardi torna ancora una volta all'università, questa volta seguendo la sua antica passione per la storia. Nel 2024 consegue con lode una seconda laurea presso la Facoltà di Storia e Giurisprudenza, una scelta che riflette perfettamente il suo interesse per le civiltà, la storia e le culture che oggi racconta ai viaggiatori durante i suoi tour. Ma proprio quando la sua vita professionale sembra aprirsi a nuove prospettive, suo padre si ammala gravemente. La famiglia riesce a mandarlo in Russia, dove vive una delle figlie. Con grande determinazione e dopo numerosi tentativi, riescono a convincere un celebre chirurgo, che si trovava nella sua dacia per le vacanze, a rientrare per eseguire personalmente l'intervento. L'operazione riesce e regala al padre tre preziosi mesi di vita. L'intera vicenda ricorda quasi uno di quei grandi romanzi russi tanto amati da Jamshed, dove famiglia, destino, sofferenza e speranza si intrecciano continuamente. Terminato quel difficile periodo, Jamshed porta sua madre a vivere con lui a Khujand, nella speranza di offrirle una vita più tranquilla e serena. Purtroppo quella serenità dura poco.

Tiziana al GBAO check point

Le aveva comprato un appartamento al piano terra, convinto che fosse la soluzione più comoda per lei. Ma sua madre è una vera donna di campagna. Le manca il suo villaggio, i parenti e il ritmo semplice della vita rurale. La città, pur offrendo maggiori comodità, non avrebbe mai potuto sostituire il luogo in cui aveva trascorso gran parte della sua esistenza. Comprendendo i suoi sentimenti, Jamshed decide di costruire una casa a Khujand che conservi l'atmosfera della loro abitazione nel villaggio: un luogo dove sua madre possa sentirsi ancora legata alle proprie radici pur rimanendo vicina ai figli. Insieme scelgono il terreno, discutono il progetto e immaginano ogni dettaglio della futura casa. Quando iniziano i lavori, sua madre è profondamente felice e orgogliosa di vedere quel sogno prendere forma. Purtroppo la vita concede loro pochissimo tempo per condividere quella gioia. Solo due mesi dopo l'inizio della costruzione, sua madre viene a mancare. Quella casa è rimasta il simbolo delle sue speranze e dell'amore tra una madre e suo figlio. Nel frattempo Jamshed ha sposato una ragazza del suo stesso villaggio. Da oltre tredici anni condividono la vita insieme e hanno quattro splendidi figli, dei quali è naturalmente e immensamente orgoglioso. Pur continuando la sua carriera universitaria, dedica però ogni momento libero al turismo, un'attività che ama profondamente. In questo lavoro mette a disposizione dei viaggiatori la sua vasta conoscenza della storia, dell'etnologia, della geografia e della cultura del suo Paese, trasformando ogni itinerario in un'esperienza ricca di significato. Oggi, a trentasei anni, sta seriamente pensando di compiere il passo successivo: dedicarsi completamente al turismo e fondare una propria agenzia di viaggi. Il turismo è diventato il punto d'incontro di tutti i percorsi della sua vita: le lingue straniere, la storia, le relazioni internazionali e l'amore profondo per la sua terra.

Una marmotta
Chiunque abbia viaggiato con lui ha apprezzato non soltanto la sua professionalità, ma soprattutto la passione con cui riesce a trasmettere emozioni, storie e tradizioni, rendendo ogni viaggio un'esperienza indimenticabile. Per Jamshed accompagnare i viaggiatori non significa semplicemente mostrare monumenti o paesaggi. Ogni itinerario rappresenta un'occasione per creare amicizie, condividere idee e aiutare i suoi ospiti a conoscere le persone che vivono dietro quei luoghi. Ed è proprio grazie al più efficace dei mezzi di promozione — il passaparola — che molti di quelli che viaggiano con lui continuano a raccomandarlo ad amici e familiari. Anch'io sarò certamente tra i primi a farlo. In fondo, sembra che la vita stia finalmente prendendo la direzione che merita. Gli auguro sinceramente ogni successo, perché, da qualunque prospettiva la si osservi, credo che se lo sia davvero guadagnato. Noi intanto proseguiamo il nostro cammino in questa montagna aspra e selvatica cercando di capire, altimetro alla mano, il momento in cui stiamo arrivando al passo Xarbushi (o Khargush), detto il Passo dello scoiattolo di 4344 m. evidentemente troppo secondario per essere segnalato almeno da un cartello. L'aria è fina, ma la testa non gira neanche un po', evidentemente il lungo avvicinamento con le notti trascorse tra i 3 ed i 4000 m. sono state sufficienti ad adattare per bene il corpo. Le marmotte fulve e curiose, fischiano impaurite ma alla fine scappano attorno a noi, andando a rifugiarsi nelle tane vicine, noi andiamo avanti per questa terra estrema e bellissima e il sorriso di Jamshed è più che sufficiente a colorarci la strada, aggiungendo una dimensione profondamente umana a un'esperienza che è già, di per sé, indimenticabile. - Che ti piacerebbe fare Jamshed? Una bella vacanza? - gli chiedo mentre scendiamo un poco dopo il passo traballando sulle pietre. - Sì, mi piacerebbe molto portare mia moglie a vedere il mare. Noi non l'abbiamo mai fatta una vacanza. - E ride di gusto affrontando la curva successiva.

Una valle laterale


SURVIVAL KIT

 


Per contattare Jamshed:

Jamshed Zokirzoda

Tel/Wapp - +992.92.8901117  - 

Mail : zokirzodajamshed89@gmail.com

https://www.facebook.com/Jamzokiri

instagram - travelwithjamshed






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