mercoledì 12 agosto 2026

Pam 42 - Il lago Sonkul

 

Yurte nel Tien Shan - Kirghizistan - giugno 20226

Prato
Non so bene cosa sia, forse la stanchezza dopo tanti giorni di viaggio, forse la quota che con la sua carenza di ossigeno, a poco a poco va facendo scemare la mia lucidità di pensiero, già in parte compromessa dall'età direte voi che meglio mi conoscete, ma man mano che i giorni passano, quando viaggiamo per ore in queste terre così diverse da quelle a cui sono abituato, così lontane dal mio mondo, solitarie e sperdute in una terra incognita e carica di segnali misteriosi, le sensazioni che mi avvolgono sono ormai una via di mezzo tra il sogno e la realtà. E' difficile definire quanto ti circonda, se i paesaggi che ti sfilano ai lati del finestrino dell'auto, siano realtà e in questo caso, come possono essere di questo verde così innaturale le praterie che si allungano all'orizzonte, come può essere così rossa la terra che si sbriciola ai piedi delle colline, oppure invece si tratta di sogno, di una costruzione della mente che vuole immaginare queste forme inusuali, attribuendole a mondi di fata usciti dai racconti di fanciulle velate, cantati la sera, davanti ai fuochi dei bivacchi. Vedi davvero la sfilata di montagne lontane, dalle cime bianchissime che quasi ottundono la vista, dai nevai che scendono verso il basso a formare piccoli laghi glaciali da cui fuoriescono i primi torrenti a scavare le valli, oppure credi di vederla all'orizzonte e invece non è altro che uno dei miraggi che ottenebrano la mente del viaggiatore, illudendolo di avere raggiunto una meta tanto agognata che invece si rivelerà, non appena giunto nel punto creduto reale, solamente un inganno della mente, dell'occhio disabituato e credulo. 

E allora, quei cavalli lontani sulla collina, che si muovono quasi all'unisono, trotterellando leggeri sul tappeto di erba, morbido e spesso, come possono essere reali, con i loro mantelli bai e quelli più indietro scuri e morelli, con le criniere sfrangiate ed i puledri che li seguono su quelle zampe ancora malferme che ne denunciano la nascita avvenuta da poco, così belli, così nobili nel portamento da essere solo descritti nei poemi dei tempi passati, quando i cavalieri portavano l'orda alla conquista di terre lontane. Come puoi credere che i pascoli di smeraldo siano davvero punteggiati dalle piccole macchie d'argento, lontane, che disegnano linee precise sulla collina e che queste siano poi veramente yurte di pastori e non collane di perle luccicanti alla luce del sole che sta spuntando tra le nubi, mentre l'umidità della pioggia appena terminata, fa rifulgere tutto intorno a te, con bagliori sicuramente innaturali e forse magici. Ed infine come può quello specchio di acqua che si rivela lontano e poi si allarga davanti al tuo sguardo incredulo, essere davvero reale, così azzurro e cosparso di macchie di blu notte, dove l'ombra delle nuvole bianche, sbuffi di panna montata che corrono alte nel cielo, disegna spazi più scuri sulla superficie immota, che forse nasconderanno animali fantastici e terribili, celati dalle profondità. Non so davvero, sono perplesso, stupito ma non spaventato di essere circondato da tanta bellezza e non importa se tutto questo è solo un sogno generato dalla mia mente indebolita per molti giorni dall'anossia dei 3000 metri. 

Ma alla fine, che mi importa di tutto questo, se arrivi fino a qui, ti sei meritato di vederlo, di goderne e anche di non farti domande o stupirti sulla sua supposta esistenza. Andiamo avanti verso il lago, senza fermarci, lasciamo che la sua ampiezza straordinaria ci abbracci completamente, permettiamogli di farci diventare parte di lui, di appartenergli, come forse fanno coloro che quassù vivono da sempre con i loro armenti, i loro cani, le loro yurte, le loro vite millenarie. Adesso non piove più, è caduta anche la grandine per aumentare la magia del luogo che ci circonda ed a terra, sulla pista fangosa e sui prati attorno a noi, vedi quasi un tappeto di perle che brillano, forse sono vere perle che il cielo ha perso per noi, forse vuole che le raccogliamo per farle nostre, ma devono essere davvero magiche, perché non si riescono a prendere tra le mani, le guardi per possederle ed in un attimo si sciolgono tra le dita e dopo un momento senti soltanto il gelo che scende tra le tue mani ingorde. Devi ricordare sempre che questo è solamente un sogno e solo questo devi portare con te, nella tua terra lontana, quando deciderai di ritornare. Adesso la strada corre parallela al lago, che è diventato immenso e copre completamente l'orizzonte. Verso la riva, di tanto in tanto, sorgono piccoli accampamenti di yurte, dieci, venti, più o meno. 

Beh, i pastori che sono qui da millenni, non stanno solo a pascolare pecore e a fare palline secche di kumys, non è che la carenza di ossigeno, fa diventare scemi, anzi, anche loro hanno capito benissimo, dopo che la gente ha cominciato ad arrivare fin quassù e ha cominciato a lanciare esclamazioni di meraviglia al vedere cosa li circondava, che dare da dormire e da mangiare a questa gente che arrivava da lontano, voleva dire raccogliere in breve tempo, tante più svanziche di quante ne avessero raccolte padri e nonni a furia di allevare cavalli e così ecco che da un po' di tempo hanno cominciato a sorgere gruppi di yurte, sempre più belle ed accoglienti per ospitare gli stranieri di passaggio che alla possibilità di passare un po' di tempo quassù attorno a questo lago, danno fuori di testa. Quindi da bravi turisti, scegliamo anche noi il nostro gruppo e subito ci viene assegnata la nostra yurta, arredata di tutto punto con tanto di trapunte già pronte sui letti e stufa in attesa di essere accesa, visto che qui di notte non si scherza con la temperatura. Poi una volta sistemati, tempo libero per andare a godersi il lago. Siamo a quasi duecento metri dalla riva, che prosegue per almeno una trentina di chilometri, quindi gli spazi sono davvero grandi e maestosi. Camminiamo un po' verso il lago, il terreno è fradicio d'acqua e bisogna camminare con attenzione passando sui cespi di erba più spessi e robusti, fino a quando non si arriva alla spiaggia cosparsa di minuscoli sassolini. 

Nell'erba spuntano fiorellini coloratissimi e minuscole stelle alpine, esattamente come le nostre, solo in miniatura. Intorno è pieno di farfalle che ti si posano addosso, evidentemente felici anche loro che tu sia arrivato fin lì a fare loro compagnia. Il lago è immobile e il sole che fa luccicare l'orizzonte lontano sembra chiamarti, come se dal suo interno sprigionasse una malia misteriosa, che cerca di attirarti verso di lui fino a quando non ti sarà possibile ritornare indietro. Ci sediamo sulla riva, in silenzio a godere il momento, cercando di svuotare la mente, di rimanere in quella sorta di limbo di cui vi ho già detto tra realtà e sogno. Rimaniamo a lungo, lo sguardo perso lontano, senza pensare, riempiendoci di questa sensazione di completezza priva di preoccupazione, di dolore, di valutazione del tempo. Sarà questa l'atarassia dei filosofi greci, lo spegnersi delle passioni che libera dal ciclo del samsara dei buddhisti? Chissà, non sono all'altezza di capire cose così profonde, ma qui di certo annulli il timore della morte, delle preoccupazioni finanziarie e lo spessore dell'odio che oggi avvolge il mondo. Naturalmente è meglio avere cuore e pressione a posto, data la quota, se no poi ci pensano all'ospedale a fartelo venire, il timore della morte, naturalmente. Così cercando di annullare le passioni manco mi accorgo dell'arrivo di un nutrito gruppo di cinesi che percorrono la riva del lago e subito ci assalgono con la solita serie di domande, chi siete, da dove venite, quanti anni avete, ecc. 

Ci fotografano in tutte le possibili inquadrature e poi se ne vanno come sono venuti. Noi allora spezzatasi la magia, torniamo alle yurte, non prima di avere approfittato delle altalene poste di fronte al lago. Anche questo gioco serve in Oriente a liberare la mente, almeno così pare. Intanto nella casa dove c'è l'ampia sala in cui sarà servita la cena, gli ospiti del campo vengono coinvolti in giochi di gruppo evidentemente consuetudine delle comunità che si formano nei pascoli estivi. Si va dalla morra cinese al piantare il chiodo nel tronco e molti altri, in cui ospiti e ospitanti competono, per il semplice gusto di divertirsi, tra grandi risate. Poi adagio adagio scende il sole, un tramonto infuocato al di là del lago dove schiere di nuvole fanno a gara per fornire quinte cremisi, rosse e rosate, in un caleidoscopio di colori che si specchiano sulla superficie del lago che diventa via via più nera. Mangiamo una buonissima zuppa e cosce di pollo arrosto e infine le bambine del campo passano a distribuire dolcetti e caramelle. Un vecchio kirghiso in un angolo della sala, mangia in silenzio da solo, forse pensa a come sono cambiati i tempi da quando era ragazzo e cosa ci viene a fare tutta questa gente strana, fin quassù, tra l'altro senza avere neanche un piccolo gregge o qualche vacca da mungere, al seguito. La ragazza che serve è davvero carina e si offre alle fotografie con grazia e un po' di malizia. Fuori, dopo che è scesa la notte comincia a fare freddo; arriviamo nella nostra yurta mentre due ragazzi stanno caricando di carbone la stufa. Dopo pochi attimi le sue pareti di ghisa, sono diventate roventi. Quasi non servono le trapunte. Domani sarà un altro giorno.



SURVIVAL KIT

Lago Sonkul - Lago alpino classico a 3050 metri circa di altitudine, circondato dalle montagne del Tienshan, lungo circa 30 Km x 19 e profondo solo 13 m. La strada tra Osh e Biskek lo costeggia sul lato a sud, dove si trovano moltissimi accampamenti turistici di yurte (meglio prenotare in alta stagione) che forniscono letti per la notte (4/6 posti) con stufe, toilette esterne e docce calde tipo camping, spazi comuni dove vengono serviti i pasti. Qui è possibile affittare bici o cavalli per bellissime passeggiate attorno al lago. Il lago si può raggiungere anche a cavallo in giri di più giorni partendo a sud da Kara-Ok e arrivando attraverso il passo di Moldo Ashuur (3646 m) e scendendo dal passo  Kalmak Ashuur (3446 m.) arrivando a Koshkor a nord, verso Bishkek. Costo di un letto circa 40 $ a notte con cena e colazione. 

Yurte Alinur - A titolo di esempio, dopo una decina di km dal costeggiamento del lago. Una quindicina di yurte da 6 posti. Vista spettacolare, possibilità di escursioni, bici e cavallo. Ottimo cibo e ospiti gentilissimi. Alla sera si organizzano giochi tradizionali.




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martedì 11 agosto 2026

Pam 41 - L'anima della Kirghisia

Kirghizistan - giugno 2026

 

Una yurta
La mattina arriva presto e la temperatura, non temperata dall'aria degli altipiani, è già calda. La colazione del nostro B&B, è a dir poco sontuosa, addirittura tre uova a testa (che poi dato che Tiziana non riesce a mangiarli al mattino, per me diventano sei, alla faccia del colesterolo!) poi domandiamoci come mai non si dimagrisce in viaggio, e ancora formaggi e crepes e dolci e marmellate e tutto il resto, io che poi a casa riesco a mandar giù a malapena un caffè nero, figuriamoci. Ma in giro siam tutti fatti così, ci si ingozza sempre come se non ci fosse un domani, poi la cura dei nostri ospiti è tale che parrebbe brutto rifiutare, capirete bene; così poi quando viene l'ora di partire sei già pieno come un otre e ti allunghi sul sedile dell'auto a fare una pennica digestiva, altro che goderti il paesaggio. Che poi è un delitto non stare attento, perché qui tutto attorno è davvero una meraviglia, con questi prati che si stendono su per le valli, con questi colori, verdi dell'erba e rossi della terra scoperta, che sembrano il vero marchio di fabbrica di tutta questa provincia kirghiza. Però la strada comincia a salire, anche se è quella nuova, molto scorrevole e veloce. E' quella che porta alla parte alta del paese, quei pascoli alti, ma non troppo che rappresentano la vera ricchezza per l'allevamento di questo territorio e che ne hanno condizionato per secoli lo stile di vita. 

Una valle laterale
I kirghizi infatti sono un popolo seminomade di pastori e allevatori di origine turco-mongola, la lingua infatti appartiene al gruppo delle lingue turchesche, che sono arrivati qui nell'Asia Centrale da est, forse addirittura originari dall'area del fiume Enisej in Siberia e migrati qui attorno al X secolo. Tradizionalmente la loro vita è sempre stata legata al bestiame, soprattutto all'allevamento del cavallo, che forniva loro la fonte di sostentamento e ne condizionava lo stile di vita. Quindi nel passato anche recentissimo, hanno sempre condotto una vita altalenante tra gli accampamenti invernali stanziali a quote basse, per superare i rigori delle grandi precipitazioni nevose e delle temperature che scendono abbondantemente sotto lo zero per lunghe settimane, mentre vanno alla ricerca del pascoli alti durante i mesi primaverili ed estivi, quando tutta la tribù si sposta in alto con tutte le yurte al seguito, che grazie alle loro tecniche tramandate da generazioni, si smontano o si montano in un solo giorno di lavoro, pur essendo case vere e proprie e anche assolutamente confortevoli. Sono quindi ben abituati alla vita di alta quota, nutrendosi di moltissima carne delle loro mandrie e dei loro prodotti, dai latticini di yogurt, per arrivare fino al kumys, la loro bevanda tradizionale di cui fanno grandissimo uso. 

Il fiume Naryn
Sono meno di quattro milioni e vivono qui per la maggior parte salvo piccoli gruppi di minoranze che stanno a cavallo dei confini e nei paesi vicini. Il nome forse richiama le "40 tribù", raggruppate secondo la leggenda del loro poema storico, dall'eroe leggendario Manas, di cui vi ho già detto. Certo ci sono anche città e piccoli paesi in questo territorio, ma sono state, nella maggior parte dei casi, agglomerazioni create da latri gruppi etnici, uzbeki, tajiki, kazaki e molti altri, oltre che dallo stile di vita sovietico, mentre la vera essenza della popolazione kirghiza rimane legata alla tradizione del seminomadismo anche oggi. Ricordiamoci che il pastore errante nell'Asia a cui si è ispirato il nostro Leopardi è proprio un kirghizo. Insomma proprio qui tra questi pascoli senza fine, risiede la vera anima della Kirghisia. Qui bisogna arrivare per tentare di comprendere il paese. Mentre la strada sale ancora e il fiume Naryn che scorre in fondo alla valle si allontana limaccioso, scavando il suo corso tra pareti di terra fangosa e rossastra, si intravedono più frequentemente al bordo della via, grandi spazi dove si affollano le tombe e le altre costruzioni cimiteriali di questo popolo, che hanno caratteristiche assolutamente uniche ed una loro presenza davvero affascinante. 

Un cimitero
Le tombe o piccoli mausolei che siano, perché non saprei neppure bene come definirli, si affastellano le une sulle altre creando una sorta di città dei morti, dall'aspetto misterioso e inquietante. Non ci sono paesi vicini, che ti riportino all'esistenza. In questa landa tutto sommato deserta e spopolata, appaiono come cittadine senza vita che ti chiamano a sé con voci che provengono dal sottosuolo, quasi fossero ingressi di un Averno che mettono in comunicazione questo mondo terreno con quello dell'oltretomba. Qualcuno, forse i più antichi, hanno le facciate delle costruzioni che presentano i mattoni quasi consumati dalle precipitazioni, acqua e neve che di certo qui sono presenti in modo massiccio e si mostrano quindi come fantasmi che baluginano, quasi tremolanti nel fondo degli occhi, facendoti chiedere se si tratti di una immagine reale o creata solo nella tua mente, grazie ai racconti che si sono fatti davanti alle yurte attorno ai fuochi notturni. Sia come sia, si tratta di luoghi piuttosto affascinanti che invitano ad una sosta anche solo per fare uno scatto. Intanto qui siamo ormai sopra i duemila e abbiamo imboccato una valle strettissima che taglia la montagna. 

La strada per il Sonkul
La strada che si inerpica sui suoi fianchi è ormai diventata uno degli sterrati che ci hanno accompagnato per tanti chilometri durante questo viaggio e guadagna ancora quota con lunghi tourniquet lungo i cui fianchi si aprono frane e si vedono frequenti lavori di ripristino. Di certo manutenere le vie di comunicazioni da queste parti, deve essere piuttosto impegnativo. Su una balconata ai bordi della pista ci fermiamo, per far prendere fiato al motore, anche se il panorama ci rimane precluso. Me ecco, un gruppetto di sette od otto ciclisti, sono fermi a respirare anche loro, tutti inglesi che si stanno sgroppando questa montagna e intendono arrivare prima di sera fino al Sonkul, la nostra stessa meta. Tanti auguri e buona salita, visto che mi sembrano tutti over 60. Certo che per queste imprese ci vogliono muscoli, cuore, ma soprattutto tanto fiato e anche se questi mi appaiono tutti come motivati e soddisfatti, devo proprio concludere che, questo modo di viaggiare, non è mai stato nei miei progetti, neppure lontanamente. Lì molliamo lì mentre ancora cercano di riprendere fiato e continuiamo a salire tra boschi fittissimi di conifere scure come la notte e affusolate come lance, che cercano di penetrare il cielo. 

La miniera di carbone
Si tratta (mi assicura Google) della Picea shrenkiana, nota comunemente come abete rosso del Tien Shan, che cresce in popolamenti puri in queste valli fino ai 2700 metri circa, quota dove scompare completamente lasciando spazio ai pascoli privi di qualunque altra forma di vegetazione nella grande conca del lago Sonkul ad oltre 3000 m., ricoperta di sconfinate preterie chiamate jailoo. Sono davvero alberi maestosi, questi, neri ed inquietanti, che svettano con coni stretti e lunghissimi che arrivano fino a 50 metri di altezza, vicinissimi gli uni agli altri, quasi non volessero lasciare spazio ad alcuno, pur di non essere penetrati, per preservare forse la loro virginea segretezza che nasconde i segreti delle leggende di questo mondo lontano. Una foresta dove perdersi per sempre, che non invita ad entrarvi. Nella radure noti sempre più spesso, piccole mandrie di ovini o di bovini, ma, man mano che si sale cominciano a prevalere i cavalli, bellissimi, con le criniere al vento e le code che sventolano intorno per scacciare le mosche. Ad un tratto, dopo un dosso, ecco che nel fianco del monte si apre una spaccatura degna di un girone infernale. Una ferita profonda, uno sfregio di un nero cupo e maligno. Si tratta di una miniera di carbone a cielo aperto, che i Cinesi stanno "valorizzando" da qualche anno. 

Mezzi di scavo
Man mano che procediamo, lungo il suo fianco si apre lo scavo gigantesco che consente di accedere alla vena, grande quasi come l'intera montagna, bene scavata in profondità, segno che il lavoro procede da tempo, mentre in fondo, nei punti di raccolta, i mezzi di movimento del materiale, gialli, con gli ideogrammi rossi disegnati sui fianchi, seppure colossali come dimensioni, appaiono minuscoli giocattoli di Lego che si muovono qui e là a caricare, a spostare materiale, a fare il loro lavoro di demolizione graduale del monte, che di certo, tra non molto tempo sarà del tutto integralmente mangiato dalla fame di energia del mondo. Tutto l'insieme appare come un incredibile girone di un pianeta lontano che racconti qualche saga di Star Wars. Alla fine ce la lasciamo alle spalle e cominciamo una lunghissima serie di stretti tornanti sterrati che portano ai 3375 m. del passo di Moldo Ashuu, la porta che dà accesso all'altopiano del lago di Sonkul. Superato il passo, la strada si spiana e mostra la straordinaria visione delle praterie che si stendono a perdita d'occhio nell'altopiano, punteggiato di yurte bianche e circondato dalle catene lontane delle cime del Tien Shan coperte di neve. Una visione assolutamente idilliaca. Le yurte sono disposte a gruppetti su piccole alture od in lunghe file lungo il bordo di un rilievo. Dovunque mandrie di bestiame, in particolare di cavalli. Intanto è cominciato a piovigginare, mentre noi percorriamo l'ultima ventina di chilometri per arrivare fino al lago. 

Cimiteri


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domenica 9 agosto 2026

Pam 40 - Kazarman

Il nevaio - Kazarman - Kirghizistan - giugno 2026

 

Pascolo
Non mancano più molti chilometri a Kazarman, una cittadina che giace in fondo ad una suggestiva valle circondata di monti, nostro punto di arrivo per stasera. La strada per arrivarci attraversa ancora alcuni percorsi contorti, dove attorno scendono canaloni impressionanti, che arrivano dalle catene circostanti. Quelli rivolti a nord sono ancora completamente pieni di neve che si spinge quasi fino al ciglio dell'asfalto. Questo fa capire come questa area sia sempre stata particolarmente isolata. Qui le precipitazioni invernali sono molto abbondanti e la zona rimaneva chiusa per mesi, in particolare quando c'era solamente la strada vecchia, ma da quest'anno, almeno così si spera, il miglioramento viabile dovrebbe essere concreto. Comunque tutti gli automobilisti di passaggio, sono subito attirati dalla possibilità di un selfie con i nevai che precipitano dall'alto, portandosi dietro frane e detriti vari, circondati dai fianchi scoscesi delle montagne, adesso smeraldini, per farsi un bel selfie. Il colore di questi prati è davvero stupendo, così forte e acceso ed al tempo stesso sfumato ai bordi quando si collega con dolci curve al terreno  ed alla roccia. Poi la strada, dopo aver superato l'ultima asperità del passo di Toguz Togo scende e in un'altra mezz'oretta eccoci arrivati, attorno ai 1300 metri, a Kazarman, un paesino all'apparenza insignificante sorto in periodo sovietico come presidio militare per la zona, che sorge dove si incrocia la cresta terminale della valle di Fergana e le montagne del Moldo-Too. 

Kazarman
Non per nulla il nome arriva dal fatto che la sessantina di soldati zaristi che avevano preso stanza qui all'inizio del '900, chiamarono il luogo la Caserma, così il nome è passato direttamente al paesino sorto nello stesso luogo per i lavoratori della miniera d'oro a cielo aperto, ormai semiabbandonata che era stata scoperta sui monti vicini. Il crollo dell'attività mineraria, ha reso questo, una sorta di paese fantasma, abbandonato dai giovani, che sopravvive con la residua popolazione sovietica rimasta, attorno alla piazza principale e alla Dom Kultury. In effetti il paese sembra semi spopolato, vedi poca gente in giro e le strade corrono rettilinee e solitarie lungo le file di vecchie case di legno, spesso dall'aspetto di vere e proprie baracche poverissime e attorno alle malandatissime krushiovke del centro, sopravvissute come le altre costruzioni pubbliche, fino al vecchio aeroporto semiabbandonato e credo ormai addirittura fuori servizio. Pochissimi gli esercizi commerciali aperti e scarsissime le possibilità di alloggio ed è un peccato perché questa zona presenta moltissime possibilità di escursioni nei dintorni, lungo valle solitarie e sconosciute e assolutamente lontane dal turismo, anche per l'isolamento di cui hanno goduto fino ad oggi. 

Una moschea
Tutto questo potrebbe di certo diventare un vero e proprio paradiso per trekkers in cerca di mete poco note e solitarie. Proprio grazie al suo isolamento infatti, l'area, situata all'esatto centro del Kirghizistan ne mantiene inalterato, il suo puro stile di vita. Così la signora ci conduce direttamente al suo B&B, che ammetto sarebbe stato difficile da scovare, visto che è ben nascosto tra le altre case e in giro non si vede anima viva per chiedere informazioni, che da fuori, diciamo la verità non presenta molto bene, anzi appare come poco più di una baracca di campagna, mentre all'interno si rivela essere completamente ristrutturato e alla fin fine assai accogliente. I gestori si fanno in quattro per accontentarci, come sempre infatti, nei luoghi di famiglia, il calore dell'accoglienza è decisamente superiore a quello delle città. Andiamo a fare un giro per il paese, anche per cercare un posto dove mangiare qualche cosa. Il giro come ho già detto, ci porta in mezzo a questa sorta di cittadina semiabbandonata, incrociando strade polverose e deserte, dove tutto ti appare in completa decadenza, dai parchi giochi arrugginiti, alle case del centro davvero male in arnese e cadenti in ogni senso; si vede persino, in mezzo al grigiume generale, una specie di murale che campeggia sul fianco di una casa, sede di una qualche istituzione, appare pure lui, scolorito e spento. 

Il mausoleo
Arriviamo fino alla periferia, da cui sulla collina si vede l'antico cimitero, e che appare, se possibile più in ordine della città stessa. Una serie di costruzioni piuttosto complesse, che sono probabilmente tombe familiari in mattoni, sono abbarbicate le une sulle altre al fianco della collina, mentre più in alto, distinto dalle altre, si erige un vero e proprio mausoleo dalle dimensioni sproporzionate al luogo, evidentemente di un personaggio di spicco che ha voluto mantenere questa distintività anche nella morte. Bisogna dire che questo luogo ha un suo punto di interesse particolare rispetto a tutto il resto dell'abitato. Rientriamo tra le case basse, tutte ad un solo piano e cerchiamo una sorta di locanda, dopo aver girato un paio di posti, che da fuori sembravano esserlo, ma dove, una volta entrati a chiedere lumi, abbiamo trovato solamente occhi che ci guardavano stralunati chiedendosi cosa cercassimo. Alla fine troviamo un posto che serve piatti caldi, su cui stendo un pietoso velo e quindi non starò a dettagliarvi nei particolari, ma confermo che mi è sembrata la vera stalovaja sovietica dei bei tempi e intendo quelli degli anni '90. Così chiacchieriamo del più e del meno, tanto per tirare tardi e alla fine Jamshed tira fuori una delle sue storie. Racconta che in uno dei suoi ultimi giri ha accompagnato degli americani e tra questi, due personaggi non più giovani, dalla storia molto particolare. 

Il B&B Roza
I due infatti si erano perdutamente innamorati giovanissimi, ma, in una sorta di Giulietta e Romeo formato yankee, le famiglie che erano assolutamente contrarie per motivi economici, hanno addirittura cambiato città per evitare che la storia prendesse un binario pericoloso. Così tutti e due i giovani trovarono una loro strada diversa, si sposarono ed ebbero entrambi una figlia, rimanendo dopo una quarantina di anni, entrambi vedovi. A questo punto lui, fulminato dal ritrovamento di vecchie fotografie, si mise in cerca dall'antica fiamma e riuscì a trovare infine il contatto telefonico della figlia. Quando riuscì a contattarla, questa, sorpresa, ma non troppo, prese nota della telefonata e lasciò un biglietto con l'appunto sotto il telefono, il quale fu puntualmente dimenticato lì e ritrovato dalla madre casualmente dopo ben quattro anni. Immaginiamo l'emozione provata e allora il contatto da parte di lei si perfeziona, i due si incontrano finalmente, l'amore rinverdisce e risboccia potente, tal che i due convolano finalmente a giuste nozze e siccome le belle favole devono finire in gloria, le figlie regalano loro un giro del mondo per festeggiare la luna di miele perduta in gioventù e tutti vissero felici e contenti come nelle fiabe tradizionali. Dice Jamshed che i due anzianotti che lui teneva sotto controllo, si sono fatti tutto il corridoio di Wakhan e la Pamir Highway, guardandosi negli occhi. Forse avranno visto poco, ma probabilmente la loro soddisfazione è stata superiore a quella di tutti gli altri viaggiatori. Eh, quante ne sa di belle storie la nostra impareggiabile Sherazade e come gli piace raccontarle! Sarà forse perché le belle storie d'amore piacciono proprio a tutti, non contano mica nazionalità, età o sesso, l'amore è un collante universale che affascina tutti e tutte ed i racconti affascinano comunque i cuori duri o teneri che siano, sotto ogni cielo e anche se l'amore di Elizabeth e George, che importa se questi sono nomi immaginari o meno, possono apparire lontani nello spazio che rimangono comunque vicini alla sensibilità di chi ascolta. E forse ancor di più sotto questi cieli senza confini, l'amore è il fertile humus di ogni pensiero germogliato da tutti i grandi poeti nati in queste terre e alimentati dai venti che spirano tra queste montagne. 

Dice Osmonov agli inizi del '900: - Non celare l'amore dentro al petto - non lasciarlo spegnere come brace sotto la cenere - Se mi ami dillo ai venti - come il sole bacia le cime del Tien Shan.- E incalza Navoi nel 1400: - Sei la luce che attraversa le tenebre del deserto - L'acqua fresca che disseta il viandante esausto - Essere ferito dalle frecce delle tue ciglia - è per me più dolce di qualsiasi corona. - E ancora Kunabaiev nel 1800 : - La steppa fiorisce dopo ogni primavera - Così la mia mente si risveglia al tuo sorriso - Se il destino volesse separarci - La mia ombra ti cercherebbe tra le erbe alte. -  Così nelle notti stellate, sugli alti pascoli tra le yurte bianche, i cantastorie pizzicano la Dombra, con accordi flebili e con gli occhi rivolti al cielo, recitano versi per colorire meglio le loro storie d'amore. Gruppetti di ragazze bellissime, seminascoste tra le falde delle tende, sbattono le lunghe ciglia cercando di nascondere pudicamente le guance arrossate dietro a veli leggeri, per i pensieri arditi che si affollano nelle giovani menti, al sentire le passioni che legano i personaggi; le anziane madri sorridono al ricordo dei sentimenti della loro gioventù; i ragazzi focosi cercano di mettere in mostra i petti forti e le braccia muscolose per essere notati. Qualche vecchio borbotta, masticando tabacco che queste cose una volta non si dicevano in pubblico, avendo ormai scordato le trecce nere che muovevano i loro cuori giovani. Il cielo nero è attraversato dalla fascia di seta bianca, con i milioni di stelle che aspettano soltanto di cadere giù, per donare agli innamorati desideri da realizzare. Il suono della dombrà, l'unico strumento capace di dare voce ad un amore troppo grande per poter essere espresso solo dalle parole, capace anche di riunire Jamila a Daniyar, si stempera in una melodia dolce, mentre la notte spegne adagio adagio le menti e lascia accese le braci dei desideri inespressi, lassù nei pascoli alti, mentre lo stallone nero nitrisce lontano. Adesso però, è meglio che ce ne andiamo a dormire, che domani si parte presto.



SURVIVAL KIT

Roza Guest house - 36, via Bekten - Kazarman - Nel paese. Camere spartane a due letti, ma rinnovate e pulite. Bagno nel corridoio. Acqua calda. No Wifi. Con colazione abbondantissima e completa, molto curata, 25 €. Gestori gentilissimi.  Otttima soluzione sulla strada tra Osh e Bishkek.

La camera del Roza


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