venerdì 3 luglio 2026

Pam 11 - Dal Bazar ai gemelli

Il fabbro - Bazar di Istaravshan - Tajikistan - giugno 2026
 


Zucchero bianco
Naturalmente la zona del bazar è una delle più congestionate della città, comunque riusciamo a parcheggiare convenientemente proprio davanti all'area dei fabbri, uno dei punti più interessanti del mercato. Sono almeno una quindicina di officine con al centro piccole forge, mi dicono di struttura tradizionale, alimentate a carbone che lavorano i metalli per costruire strumenti agricoli, altre attrezzature metalliche e soprattutto lame di coltelli, oggetti per i quali la città è famosa. Diamo un'occhiata a qualcuno degli spazi dove si svolgono i lavori e tutti ci invitano subito ad entrare per osservare più da vicino come si svolgono le operazioni. Uno sta battendo una barretta di ferro per formare la parte anteriore di una piccola zappa, il vicino invece produce una serie di picchetti da piantare a terra, per ancorare, credo, animali di grossa taglia, cavalli o bovini; un altro sta invece mettendo tutta al sua attenzione su quella che diventerà la lama di un coltello. Il ferro viene infilato tra le braci rosse, mentre un aiutante provvede a manovrare un piccolo mantice che ossigenando il combustibile, mantiene il carbone rovente. Poi estrae la barra e la pone sull'incudine e comincia a batterla ritmicamente con un apposito martello assottigliandola gradatamente e dandogli la forma voluta. 

Cristalli di zucchero
Il metallo appare morbido e tenero e si sforma sotto i colpi allungandosi a seconda della forza dei colpi. Poi quando appare più freddo e quindi resistente, con la pinza mediante la quale è trattenuto, viene rimesso nel fuoco affinché riprenda la sua malleabilità e quando appare di nuovo rosso, riprendono i martellamenti fino a quando la sbarretta metallica non ha preso la forma voluta. Poi il tutto viene tuffato nell'acqua dove sfrigola per un po' raffreddandosi e penso indurendosi convenientemente. Il fabbro in questione apprezza molto il mio interesse e ci mostra alcuni degli oggetti che va producendo, tutti coltelli davvero molto belli a cui vengono applicati manici di corno di animali, con un effetto davvero piacevole. Ovviamente non resisto alla tentazione e ne acquisto subito un paio, uno per un amico, amatore di questi prodotti. Sulla lama mi faccio incidere i nostri nomi, per meglio personalizzarli. Anche la guaina di pelle fatta a mano, è davvero bella e mi compiaccio assai dell'acquisto, sarà di certo un regalo gradito. Poi scendiamo verso il mercato che è davvero grandissimo. Ci fermiamo subito nella zona dove sono in vendita i cristalli di zucchero, che sembrano quarzi da esposizione, quelli bianchi e traslucidi, mentre quelli ambrati, credo di zucchero meno raffinato appaiono come blocchi di topazi da cui ricavare gemme preziose. 

Pane
Che bellezza poter ammirare questi aspetti, valutando, chiedendo informazioni, scambiandosi commenti per mostrare apprezzamento verso il prodotto offerto, tutte cose che risultano assolutamente gradite, contatti che finiscono inevitabilmente con sorrisi, strette di mano, commenti e offerte di assaggio. Come sempre il settore del pane è uno dei più fotogenici, con i banchi sovraccarichi delle tonde forme dai disegni che sono da soli ornamento bastante all'acquisto. Le ciambellone di ogni dimensioni, hanno il colore dorato del pane appena uscito dal forno. I panettieri te lo mostrano con l'orgoglio di chi fa con piacere il proprio lavoro, consci della sua importanza e della sacralità intrinseca del proprio prodotto. Anche qui, come da noi un tempo, il pane non si può sprecare o buttare, ma anche piccole parti avanzate, si serbano e si consumano come un bene prezioso. Anche qui nel centro delle forme, noti un disegno particolare, come tutto il resto del pezzo risultate dall'apposizione di uno strumento che ne imprime il particolare disegno alla forma prima della cottura e di cui ogni panettiere detiene la specifica unicità, anzi alla fine della preparazione, prima di essere messa con le mani dentro al forno, con un apposito mazzuolo, l'artigiano appone al centro un ultimo segno, quella che rappresenta la sua firma. Se non è dare importanza al proprio prodotto questo, non so davvero quale altro gesto lo possa essere.

Reparto pane
Uno di questi che aveva lavorato come panettiere per una ditta italiana, mi vuole offrire assolutamente una delle sue ciambelle. Non ci si può esimere, naturalmente, anche la signora dai denti d'oro che gli sta vicino, annuisce con grandi gesti e ce lo incarta veloce. Mangiamo qualcosa di veloce in uno dei locali annessi al mercato, tra l'altro una specie di caponata dal sapore notevole, in fondo qui abbiamo capito che anche nei locali più popolari trovi sempre qualche cosa di soddisfacente da buttar giù. I sapori dell'Asia centrale, sono davvero accettabili e gradevoli, per uno difficile come me, che non ama troppo i profumi d'Oriente. cosa del resto curiosa visto che questa è la parte del mondo che preferisco e che mi dà maggiori emozioni. E infine ancora banchi di frutta secca con una varietà non immaginabile per noi occidentali e anche qui bisogna prima assaggiare e poi comprare almeno un po' di uvetta, che io amo particolarmente e che andrà anch'essa ad appesantire le nostre valigie. La scampo invece nel settore tabacco da masticare, che qui è particolarmente importante visto che invece è praticamente assente il fumo delle sigarette e delle pipe, per motivi religiosi, cosa che stranamente invece non vale per i masticatori. 

La lupa
In un ambiente laterale molto più oscuro ed odoroso dei precedenti, infatti ecco dei figuri che stanno dietro ad una serie di scatoloni con il materiale sminuzzato e naturalmente disponibile per l'assaggio. Resisto senza sofferenza alle continue offerte, tuttavia aspirando gli aromi piuttosto pungenti, ma non fastidiosi che vengono su dagli scatoloni. Molti anziani si aggirano tastando e portandosi alla bocca il materiale, poi qualcuno compra, altri scrollano un po' la testa, ehm anche il tabacco non è più buono come quello di una volta. Insomma questo è uno dei bazar più antichi che avremo occasione di vedere durante il viaggio e lo vedi dalle costruzioni antiche tra le quali, guardando con attenzione si riesce ad indovinare la struttura un po' fatiscente di quella che un tempo era l'antica Chaikhana, la tradizionale sala da tè, che un tempo fungeva da zona di ristoro, con la cupola ed il tetto in tegole originali. Alla fine lasciamo questo bazar assolutamente ruspante e davvero di grande interesse. Usciamo dalla città prendendo la strada che prosegue nella valle di Zeravshan. Le montagne cominciano a crescere intorno a noi, sono scabre, di roccia nuda e dai colori innaturali. Dopo pochi chilometri in un fondovalle verde orlato di pioppi e gelsi, arriviamo a Shakhristan, zona che ospita le rovine della antichissima città di Bunjikhat (Kahkaha), antica capitale del principato di Ushrusana che ebbe il suo momento d'oro tra il V e il VII sec. d.C., ma che ha una storia antichissima e poco conosciuta, ma qui sono stati rinvenuti rovine di palazzi con affreschi di qualità incredibile, che sono stati successivamente staccati ed al momento conservati all'Ermitage di San Pietroburgo. 


Il mercato
La curiosità davvero incredibile che raccontano questi ritrovamenti ce la ritroviamo davanti quasi d'improvviso su una collinetta di roccia ai bordi della strada. Una ripida scala, porta fino al monumento che fa bella mostra di sé sulla cima. Nientemeno che una Lupa capitolina di grandi dimensioni che allatta due gemelli. Il monumento non è che la riproduzione di una delle pareti affrescate del palazzo. La spiegazione per questo ritrovamento è piuttosto controversa, ma comprenderete che trovare un riferimento molto specifico di questo genere nel cuore della Sogdiana alle porte della valle di Fergana, sulla via percorsa da Alessandro Magno è cosa curiosa e anche non tanto facile da spiegare. Al momento gli studi che sono stati fatti sull'argomento. La spiegazione più logica è che ci siano stati intensi legami portati lungo questa via commerciale così importanti, tra la Sogdiana e i suoi regni e la Romanità, i cui echi culturali arrivavano di certo fino a qui e oltre (vi ricordo l'eroe dell'epopea letteraria del Bhutan che si chiama Ksar Krome, condottiero invincibile, del V secolo, che deriverebbe nientemeno che da Cesare di Roma) e che hanno portato motivi artistici classici lungo questi itinerari. C'è poi la teoria della derivazione orientale secondo la quale il mito della Lupa e la relativa rappresentazione iconografica sia nata realmente in Oriente e sia poi arrivata a Roma attraverso vie Etrusche o Sarmate, visto che nelle antiche civiltà asiatiche la figura del lupo e dei salvataggi di eroi bambini erano forti legittimazioni al potere dinastico e di origini sovrane immortali. E quindi dopo il ritrovamento dell'affresco, questo è diventato uno strumento politico per accreditare l'identità storico -culturale tajika, sottolineando il ponte ideale tra le civiltà iraniche e l'impero Romano. Noi adesso siamo qui e non vi nego che stare sotto questa lupa che volge all'indietro il suo sguardo protettivo mentre i gemelli tentano di suggere il nutrimento, fa un certo effetto. 

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mercoledì 1 luglio 2026

Recensione: F. Jovi - Marco Polo , la vita è viaggio


Interessante volumetto che interpreta per l'ennesima volta il tema del grande viaggiatore veneziano, illustrando con molta dovizia di riferimenti importanti, la Via percorsa durante il suo viaggio e sottolineando l'importanza che questo itinerario ha avuto nella storia, inquadrandolo anche molto bene in riferimento al periodo storico durante il quale si svolge. Non solamente quindi il suo viaggio ma anche i tanti altri che i suoi epigoni hanno avuto modo di raccontare sullo stesso itinerario. Non possiamo dimenticare infatti che il nostro Marco non è stato certamente il solo ad inoltrarsi su questo cammino, è stato solamente il più noto, grazie al successo planetario del suo famosissimo libro che è passato alla storia come una vera e propria Bibbia per mercanti a viaggiatori a partire ad esempio da Cristoforo Colombo che ne teneva sempre con sé una copia con tanto di appunti manoscritti, conservata oggi nel museo che ne racconta i viaggi americani. Ma bisogna ricordare che lungo questa Via frequentatissima anche nel periodo medioevale, i viaggiatori erano sempre stati molti a partire da quel Marino Torsello che compì ben cinque viaggi in Oriente, per non parlare del religioso Fra Giovanni di Pian del Carmine con la sua preziosa Historia Mongalorum ed a seguire il fiammingo Guglielmo di Rubruk, tutti animati da spirito di conversione ed in cerca di contatti col re mongolo che in effetti era già ben conosciuto presso le corti occidentale. E poi Giovanni da Montecorvino francescano e Odorico da Pordenone, il primo europeo a visitare Lhasa. Insomma questa via della seta era come sappiamo intensamente percorsa da tempo in ogni senso e il libro non fa che ribadirne l'importanza storica, culturale ed economica. Un'altra parte importante è dedicata al periodo successivo al viaggio, cioè il momento poco conosciuto della vita di Marco, quello dopo il suo ritorno. Insomma per gli amatori dell'argomento un altro lavoro interessante da tenere agli atti per consultarlo in caso di bisogno.


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Mi fido di te 

martedì 30 giugno 2026

Recensione: M. Simoni - La taverna degli assassini

 

Gialletto che dire da spiaggia è già un grosso complimento. Francamente non capisco come possa avere vinto un premio Bancarella, vorrei vedere i concorrenti perdenti, tanto per avere un metro. Comunque pare che l'autore sia piuttosto reputato e gran venditore di copie. Comunque ambientazione storica, ispirata chiaramente al Nome della rosa e condito con altri topoi classici e decisamente scontati, a partire dall'investigatore di fama con allievo al seguito, chiamato a dipanare un delitto misterioso. Corre molto rapidamente verso la fine per cui ve la toglierete in meno di un paio di orette e poi potrete tranquillamente passare ad altro, lasciando l'ombrellone per andare a fare il bagno che in questo periodo fa molto caldo. 

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lunedì 29 giugno 2026

Pam 10 - Verso Istaravshan

Natrix tassellata - Tajikistan - giugno 2026

 

LA fortezza Mug Teppe
E' arrivato il momento di lasciare Khujand, per proseguire nella verdissima valle di Fergana che scende a sud ovest, proseguendo lungo la frontiera uzbeka, verso la città di Istaravshan, nome dato dal nuovo regime alla antica Uroteppe (o Ura-Tyube). Questa per la verità era una zona stepposa e inadatta all'agricoltura, ma dopo i grandi lavori del regime sovietico, che intendevano addirittura deviare il corso dei fiumi, si è trasformata in una zona irrigua diventata ben coltivabile a cotone, frutteti e addirittura a risaia. Infatti si vedono file di donne nei campi che stanno sarchiando il cotone e qui sembra che proprio per quanto riguarda il cotone, ci siano ancora problemi con la manodopera, problemi analoghi a quanto accadeva, perlomeno così si dice, nel vicino Uzbekistan, quando, a quanto sembra, ci sono ancora schiere di studenti costretti alla lavorazione dei campi ed alla raccolta del cotone per quasi un semestre ogni anno e senza alcuna retribuzione. Ma non ho dati precisi in merito per potervi essere più preciso. Intanto ci fermiamo lungo la strada, ci sono dei ragazzi infatti che offrono qualcosa, tenendola seminascosta nelle tasche in misteriosi sacchettini. Quando ci fermiamo e scendiamo dall'auto, si avvicinano con aria complice e poi aprono i sacchetti, mostrando la merce. Si tratta niente di meno che di serpentelli di piccolissime dimensioni, non più di una ventina di centimetri di lunghezza e più sottili di un mignolo, che si agitano all'impazzata cercando di sfuggire in qualche modo, adesso che sono stati estratti e si sentono quasi liberi e quindi autorizzati a cercare una via di fuga. 


Moschea Kok Gumbaz
Ma i ragazzi, che sono dei veri e propri cacciatori di serpenti, li trattengono in qualche modo ricacciandoli poi all'oscuro dei sacchetti. Si tratta di minuscoli rettili delle risaie, non velenosi, probabilmente si tratta di Natrix tessellata, una sorta di orbettini in miniatura o bisce tassellate, che sembrerebbero, a dire dei venditori, fornire una cura assolutamente magnifica per il mal di gola ed altre malattie polmonari. Non ho indagato più oltre sulla modalità di assunzione e su quali parti dell'animale vengano utilizzate alla bisogna, ma come sapete la vicina Cina è maestra in questo tipo di cure e quindi certamente ci sarà un apposito bugiardino fornito a corredo per la posologia. Purtroppo non essendo interessati più di tanto, appagata la curiosità iniziale, lasciamo i ragazzi a cercare altri clienti, continuando a fermare le macchine di passaggio e riprendiamo la strada, resi tranquilli del fatto che le nostre gole sono in ottima salute, almeno per il momento. Dopo poco arriviamo in città e andiamo subito verso la collina da cui la città stessa prendeva il nome, dove sorge la fortezza di Mug Teppe e che la domina dall'alto. Il luogo è molto antico, ha festeggiato da poco i 2500 anni dalla fondazione, ma probabilmente l'insediamento è molto più antico. Qui la fortezza sogdiana, che si contende con Khujand la possibilità di essere la famosa Ciropoli dell'antichità, era già presente con la sua cinta di mura e fu presa d'assalto e conquistata nel 329 a.C. da Alessandro, diventando poi punto focale della futura via carovaniera fino al XIII secolo, quando fu rasa al suolo da Gengis Khan, che non la perdonava a nessuno. 

Comunque questo era certamente un sito archeologico di grande importanza, studiato con grande cura durante tutto il XX secolo dagli archeologi sovietici, ma come si sa, nessuna buona cosa rimane impunita e nel 2002 in occasione  dei festeggiamenti per i 2500 anni dalla fondazione, si pensò bene di costruire ex-novo il grande portale oggi visibile e quindi l'intero sito fu circondato da un alto e nuovissimo muraglione. Dopodiché si pensò di fare cosa buona per lo sviluppo locale con l'intervenire all'interno con le ruspe spianando il tutto e costruendo una sorta di Colosseo bianco circondato da un bel giardino. Ovviamente la maggior parte delle vestigia archeologiche sono andate spianate dai bulldozer e irrimediabilmente distrutte, salvo un piccolo tempietto zoroastriano e poco altro. Pare che gli archeologi ed i professori che avevano partecipato agli scavi nei decenni precedenti, dove si procedeva con spatola e scopetta, quando hanno visto le ruspe all'opera si siano messi a piangere, ma che non abbiano suscitato molta comprensione, si sa, di fronte al progresso... Il panorama sulla città è comunque esaustivo ed all'interno di un piccolo museo, si può vedere qualche oggetto superstite dello scempio ed un po' di foto di quanto c'era prima. A questo punto, messe da parte le considerazioni troppo critiche, non ci resta che scendere verso l'antico cento cittadino, Shahri Khona, che invece è ancora piuttosto ben conservato, con una serie di viuzze strettissime con case antiche costruite con mattoni crudi, di fango mescolato a paglia, un vero e proprio labirinto di costruzioni che si estende a partire dall'arteria principale di via Lenin, tra le quali puoi intravedere portali di vecchie moschee, mentre le case sono costeggiate dai fossati delle fogne ancora a cielo aperto. 

Il custode
Passiamo quindi da un quartiere dove si nota un certo assembramento di uomini tutti vestiti in modo simile, con lunghi abiti scuri ed il consueto cappellino cilindrico colorato in testa. Si tratta di un funerale, al quale di norma partecipano solo gli uomini, con appunto, quell'abito da cerimonia e che vanno dapprima a radunarsi presso la casa del defunto per poi accompagnarlo fino al cimitero per la sepoltura. Noi invece arriviamo su una piazzetta da cui si accede alla moschea e la relativa madrasa di Kok Gumbaz (la cupola blu) in stile timuride, un edificio storico del XV secolo, eretta dal figlio di Ulug Beg, il conservatore che ce l'aveva col padre, al contrario grande modernizzatore, al punto da buttarlo giù dall'osservatorio famoso da lui costruito a Samarcanda. L'edificio è ricoperto di belle piastrelle turchesi ed era stato chiuso durante il periodo sovietico e trasformato in magazzino, come è accaduto del resto a tanti edifici religiosi. Oggi si pensa ad un restauro conservativo e l'edificio sarebbe chiuso. Ma il nostro Jamshed si rivolge ad una casa vicina, mentre noi aspettiamo sotto l'ombra di un gelso gigantesco che domina la piazzetta davanti all'ingresso. Subito vengono un signore anziano con la moglie che ci aprono il portone invitandoci ad entrare, facendoci anche un sacco di feste. Così mentre noi giriamo un po' all'interno osservando le vecchie strutture e i malandati affreschi dei soffitti, corrono in casa per portarci un gran piatto di dolcissime more appena raccolte. 

I nipoti
I nipoti, carinissimi, provvedono alla distribuzione. Siamo all'ombra dell'albero secolare chiacchierando, mangiamo more nere e sporcandoci le mani, come quando ero bambino, lungo i vialetti di Valle San Bartolomeo, mentre la signora ci racconta in una lingua che non comprendiamo, quanti nipoti ha, i loro nomi e le loro età. Ma come è bello girare per il mondo ed avere la sensazione di essere nel cortile di casa! Il vecchio che poi ha 65 anni, come ci tiene a farmi sapere, ci saluta quasi commosso e contento della nostra visita, dischiudendo una grande arcata di denti d'oro che brillano al sole, così come le maioliche azzurre della cupola. Ci sarebbero molte altre cose da vedere in questo antico centro storico, dal complesso dei mausolei di Sari Mazar, uno dei quali era detto la Casa dei demoni, così chiamato dai sovietici, per dissuadere i bambini dal giocarci, con un parco nel quale ci sono alberi, si dice, di 800 anni, fino alla moschea di Hazrat-i Shoh con mirabili soffitti dipinti e quella delle quattro cupole (Chahor Gumbaz). Insomma la città meriterebbe una sosta più lunga anche se di solito viene saltata dai normali circuiti turistici sempre governati dalla fretta. Il problema che questi monumenti sono generalmente chiusi proprio a causa del loro stato piuttosto precario in attesa dei necessari restauri. Ma adesso noi dobbiamo andare verso la maggiore attrazione cittadina, il Gran bazar, dove si possono trovare all'opera i migliori artigiani della città, gli stessi pronipoti di quelli che in passato l'avevano resa famosa lungo tutta la Via della seta.



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domenica 28 giugno 2026

Pam 9 - Le altre attrattive di Khjand

Kasri Qala - Cittadella - Khujand - Tajikistan - maggio 2026

 

Pavimenti di legno
Ma all'interno della cittadella rimane ancora da vedere un'opera memorabile, terminata solo due anni fa e costruita evidentemente con il fasto necessario a magnificare proprio il lavoro di questi artigiani di cui vi ho detto. La forma del sontuoso palazzo che potremmo definire un museo che esalta la cultura del paese, è quella classica della grande costruzione sormontata da cupole costolate e ricoperte di piastrellatura blu che racchiude una serie di saloni consecutivi volti a mostrare la magnificenza e l'abilità costruttiva degli artigiani locali. Si entra solo con apposite sovrascarpe per impedire di rovinare i pavimenti che sono una serie straordinaria di intarsi di legni pregiati (di 18 essenze diverse) che disegnano una serie mirabile di fregi e arabeschi. Questi continuano sulle pareti e nei soffitti decoratissimi. Tutto l'ambiente è intriso dai profumi di questi legni odorosi. Gli oggetti esposti sono pochi, statue dei personaggi che hanno segnato la cultura, la letteratura e la scienza del Tajikistan e altri cimeli encomiastici del regime, tuttavia la visione di insieme è assolutamente stupefacente. Usciamo quasi storditi da questa profusione di materiali e di abilità tecniche profuse nell'opera. Anche l'esterno è circondato da bei giardini e fontane, come se volesse essere chiara l'intenzione di mostrare una facciata di bellezza e di capacità artistica al di là di ogni dubbio. Intanto comincia a fare caldo, non ci dimentichiamo che qui la quota è ancora bassa, siamo sugli 800 metri ed è ormai l'inizio dell'estate. 

Ismoil Somoni
Arriviamo dunque al monumento centrale per la città, quello dedicato all'eroe nazionale, quell'Ismail Somoni (o Samani a seconda della pronuncia) detto il padre della nazione tajika, l'emiro della dinastia samanide che unificò nel X secolo la nazione, creando uno stato potente e florido, anche se il mausoleo dei Samanidi si trova in effetti a Bukhara che allora faceva parte del regno. Il personaggio è ricordato anche nella moneta nazionale che porta il suo nome e anche la più alta montagna del paese di 7495 metri, si chiama ora picco Samani, denominazione che ha ormai sostituito il sorpassato Picco del Comunismo. Sic transit gloria mundi! Sotto il suo potere, si formò anche il substrato culturale che iniziò la vera rinascita del paese, a partire dall'ufficializzazione della lingua neo-persiana (il dari-tajiko) e della corte in cui vivevano personaggi come Avicenna, padre della medicina moderna, il matematico al-Biruni ed il capostipite della letteratura persiana, il grandissimo poeta Rudaki. La statua si presenta su una elevazione naturale, circondata da una serie di mosaici che raccontano tutta la storia del paese dagli albori, ad Alessandro, fino ai giorni nostri, attraverso naturalmente il periodo sovietico. Non manca, e questa è davvero una bella sorpresa, la raffigurazione della lupa capitolina che allatta Romolo e Remo, ma di questa stranezza e delle sue implicazioni storiche, che sono uno straordinario esempio delle commistioni culturali che si sono alternate lungo questa Via, vi parlerò più avanti, quando raggiungeremo la zona specifica, per ora pazientate, perché la storia è davvero interessante. 

Lenin
Rimaniamo invece per adesso a questa statua che magnifica il nazionalismo del Tajikistan che, guarda caso, ha preso il posto della famosa statua di Lenin, che prima faceva bella mostra di sé proprio qui e che adesso è stata spostata, quasi occultata in un parco periferico, ancora in via di rifacimento. Infatti proseguiamo fino ad arrivare in questa zona, dove seminascosta tra gli alberi, in mezzo a grandi lavori e montagne di terra che serviranno a formare nuove aiuole e viali di alberi ancora da piantumare, riesci un po' a fatica, a trovare la famosa statua, nella solita posa magniloquente con il braccio alzato ed il mento propositivo. La statua in alluminio, che si dice essere stata la più grande dell'Asia intera, è stata tagliata in pezzi per essere poi rimessa insieme incluso la relativa aggiunta di colossale falce e martello, di cui ormai si vedono pochi esemplari in giro ed è stata rimessa insieme qui, saldandone ben visibilmente le parti, non è chiaro se con un intento artistico o per spregio. Teniamo comunque conto che il periodo storico non è poi giudicato così male da queste parti, come già ho avuto occasione di sottolineare, anzi viene generalmente celebrato come quello in cui le produzioni agricole erano al massimo di tutti i tempi e l'ascensore sociale funzionava molto bene, mentre al momento, benché il paese sia in forte crescita economica, moltissimi giovani devono andare all'estero, spiccatamente proprio in Russia o in Kazakistan o in Europa per avere opportunità di crescita, mentre si sta diffondendo l'abitudine di andare in Cina a studiare, vista l'abbondanza di borse di studio che questo paese emette per attirare giovani talenti. Vi ricordate quando erano i cinesi ad andare in tutte le Università tecniche del mondo per imparare? Il mondo cambia veloce evidentemente. 

Al lago
Comunque sia, proprio vicino al nostro profeta del passato, sta crescendo un nuovo monumento di dimensioni molto più consistenti, di cui evidentemente si reputa corretto evidenziare l'importanza, che encomia la partecipazione delle maestranze tajike che furono convocate nell'operazione Cernobyl, dove in molti furono chiamati a sacrificarsi per la risoluzione del disastro ecologico ambientale, ma il monumento ricorda anche l'apporto dato dai Tajiki alla Russia in Afganistan, durante la famosa guerra, grazie soprattutto all'opera di interpretariato, svolto in questo paese in cui si parlano lingue che hanno molto in comune alle origini farsi del tajiko. A questo punto, dopo esserci impegnati un poco a trovare l'uscita dal parco in costruzione, ci spostiamo fuori città per vedere una delle più importanti realizzazioni tecniche del paese, la grande diga sul Syr Daria, che ha formato il lago artificiale, detto il Mare del Tajikistan e con buona ragione visto che il bacino lungo la valle di Fergana ha una lunghezza di 60 km e una larghezza di 20 Km e oltre ad essere una delle fonti energetiche più importanti per il paese, ha anche decise funzioni idriche per l'agricoltura, essendo diventato anche un punto di sfogo per le attività turistiche e di svago per gli abitanti dei dintorni. Questo è detto anche il bacino di Qairoqqun e dista solamente una ventina di chilometri dal centro cittadino. 

Percorriamo il lungo ponte che sfila lungo la sommità della diga, facciamola foto di rito davanti alla scritta I love Tajikistan, e poi giriamo un po' nei boschi circostanti che in effetti hanno formato un polmone verde che per un paese arido e fatto soprattutto di montagne scabre e solitarie, appare come un'oasi che raccoglie sempre maggiormente gli interessi di svago della popolazione. Sulle rive del bacino infatti sono sorti una serie di Sanatorj, le classiche istituzioni sovietiche di vacanza che sorgevano principalmente in aree di ferie, dove avevano diritto di andare in particolare i lavoratori meritevoli a trascorrere meritati periodi di riposo. Ricordo l'amico Eugenio che ripensava con particolare nostalgia ai momenti n cui era potuto andare a Kislovodsk, lo stabilimento termale degli zar, a "passare" le acque, nel Caucaso. I Russi hanno sempre avuto una particolare predilezione per le cure termali e "riposare" (la parola russa usata per fare le ferie) in questi luoghi era considerato il massimo e come è giusto avevano passato questa predilezione anche agli abitanti degli stati satelliti. Sta di fatto che anche qui ci sono i famosi Sanatorj, oggi trasformati in alberghi di semilusso, vicino al bacino dove si sono sviluppate una sorta di stazioni balneari con giochi d'acqua, piscine, zone di pesca e localini di ogni genere in cui mangiare trote e altra fauna ittica pescata nel lago. 


La cupola del Kasri Qala
Di stranieri non se ne vedono e noi siamo quindi subito oggetto di attenzioni da parte dei gitanti del week end. Veniamo prima invitati a entrare in uno stabilimento balneare, poi una famigliola che accompagna il padre in carrozzella fino a bagnarsi, vuole sapere di noi e delle nostre motivazioni a vistare il paese e immediatamente rimedieremmo un altro invito a cena a casa loro, da cui è difficile sciogliersi. Qui la gente è incredibilmente gentile ed è davvero un piacere fermarsi a chiacchierare con tutti quelli che incontri e che ti attaccano bottone. Alla fine il sole comincia a calare e rientriamo in città dove finiamo al Mevlana restaurant, uno dei più titolati della città, dove facciamo il nostro incontro con gli shashlik, un altro dei piatti fondamentali della cucina turca e del centro Asia tutta. Si tratta di robusti spiedini della lunghezza di una trentina di centimetri che inanellano bei tocchetti di carne nelle più diverse declinazioni, bovina, pollo, montone, misti, tritata o intera e perché no anche alternata a prodotti vegetali che di norma si vedono nella apposita parte del locale mentre sfrigolano incessantemente su una enorme griglia. Non c'è dubbio che questo sia uno dei piatti principe e che alla fine soddisfano sempre nella loro grassa e succulenta semplicità. Quello che stupisce è che quelli bovini che per loro natura e cottura, potreste immaginare piuttosto coriacei, siano invece sorprendentemente teneri e delicati, oltre che saporiti e gustosissimi, forse anche perché spesso i pezzi di carne vengino o lardellati di grassi dello stesso animale (denominati Napoleon) o alternati a blocchetti di carne più grassa (parti di coda del montone che qui ha una escrescenza pronunciata di lardo sottocutaneo) assolutamente deliziosa al gusto. Insomma diciamo che non potrete fare a meno di andare a dormire soddisfatti dell'esperienza.

Una porta lignea


Il bacino
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sabato 27 giugno 2026

Pam 8 - La fortezza di Alessandro

Palazzo di Arbob - Khjand - Tajikistan - Maggio 2026

 

Reduce
Una notte di riposo risolve tante cose e stamattina poi, una robusta colazione ancora di più. Chissà com'è che a casa non riesco ad ingurgitare e a fatica, non più di un caffè nero e tre o quattro biscotti di contorno e invece in giro per il mondo, si comincia con le uova e avanti Savoia, come si dice in Piemonte. Tanto per dire in questo giretto, forse per sostenermi dalle fatiche della quota, la scusa è ottima, ho ingollato al mattino all'incirca da 60 a 80 uova in venti giorni, alla faccia di fegato e colesterolo. Diciamo che compensiamo poi con una quasi totale assenza di latticini e scarsi zuccheri, quindi possiamo pure procedere alla scoperta di quanto rimane di questa gradevole città. Intanto andiamo subito fuori città a vedere il palazzo di Arbob, che non è altro se non un tentativo di copia del palazzo di inverno di San Pietroburgo che il capo del kolkoz locale, tale Urunkhujaiev, volle costruire negli anni '50, dopo una visita alla allora Leningrado, dove rimase talmente colpito dal monumento zarista, da ritenere giusto che anche i contadini locali avessero un salone simile. C'è da dire che il tipo ebbe mano libera dallo stesso Stalin, visto che godeva di grande considerazione, dato che il Kolkoz in questione aveva le performances migliori dell'intera URSS del tempo. L'interno del sontuoso palazzo che all'esterno ricorda davvero molto l'originale, è un misto di caratteri sovietici e tajiki, incluso il grande ingresso con le caratteristiche sedici gigantesche colonne e l'altrettanto gigantesco salone per gli spettacoli, che hanno allietato i contadini della zona e adesso i dipendenti e loro parenti della mega azienda farmaceutica che ha preso il posto del proprietario precedente. 

La vecchia cinta della città
Il resto del palazzo è un museo che racconta la grandezza del passato con varie memorabilia, e foto di personaggi politici dell'epoca, tenendo anche conto che qui furono firmati gli accordi e la pace che mise fine alla sanguinosa guerra civile, tasto sempre dolente e da considerare. Certamente per chi come me, ha vissuto l'agonia di quel regime e ha visto innumerevoli ambienti di quell'epoca, aggirarsi per queste camere, piene di bandiere, decorazioni, medaglie, busti e foto di dirigenti meritevoli, poste sulle pareti di fastosi uffici con scrivanie gremite di decine di telefoni di bachelite di colori diversi con infinite file di tasti, attraverso i quali controllare i vari sottoposti, incute un moto di triste nostalgia, ma l'acqua passa sotto i ponti e le cose cambiano e anche qui chi ti accompagna nella visita enumera e magnifica la gloria di un passato destinato a non più ritornare, anche se probabilmente molti, soprattutto tra gli anziani, magari messi a mal partito da cambiamenti troppo rapidi, rimpiange quei tempi. Anzi sembra che qualcuno riferendosi ad allora parli di vera e proprio età dell'oro. L'anziano che mi saluta, col suo berrettino tajiko colorato di traverso sulla testa, ha un sorriso triste e le poche parole in russo che riesco a spiaccicargli come ringraziamento per la visita, lo riempiono di un evidente piacere nostalgico. Resta difficile capire quanto ci sia di reale in certe affermazioni e quanto invece si riferisca al classico senso di rimpianto verso una giovinezza che non ha la possibilità di ritornare.

La Cittadella "restaurata"
In ogni caso non si può negare che i soffitti del palazzo siano assolutamente magnifici in linea con la tradizione tajika dei cassettoni, dalle ornamentazioni complesse e coloratissime che uniscono lo stile dell'arabesco alla capacità locale per questo tipo di decorazione. Intanto nel grande giardino antistante il palazzo si stanno facendo le prove per la festa per i figli del personale della fabbrica che si svolgerà domani. I figuranti vestiti da pupazzi colorati ballano musica rap, il mondo va avanti. Di fronte si stende tutta la città costeggiata dal fiume. Scendiamo proprio verso le sue rive e prima di ritornare verso il centro sostiamo davanti ad un tratto di terrapieno sbrecciato, in palese stato di abbandono. Ebbene questo è quanto rimane delle antichissime mura della città di Alessandria Eschate, risparmiate chissà come, sia dalle bramosie dei rifacimenti costruttivi, che anche dagli insulti delle intemperie, visto che trattandosi di mattone crudo, le piogge di due millenni consecutivi, se pur scarse da queste parti, non è che possono risparmiare molto. Tuttavia il bastione è ancora leggibile, davanti al fiume, le cui acque, hanno anch'esse avuto rispetto di questo pezzo di storia, risparmiandolo durante le molte esondazioni che di certo hanno spazzato queste rive. Intravedi ancora la fila di merli smozzicati che paiono denti cariati di una belva ormai troppo vecchia per difendersi e che aspetta solo la fine, di scomparire assieme alla memoria delle grandezze ormai perdute. 

Arte del tappeto
Il vecchio leone non ce la fa più a resistere alle ingiurie delle intemperie, il grande impero di Alessandro ha fatto il suo tempo e oltre a queste zolle corrose rimangono solamente i robusti nasi che i geni dei suoi soldati hanno lasciato come testimonianza del loro passaggio, nei visi della popolazione attuale. Per avere una ulteriore prova di questo aspetto torniamo alla cittadella vicino al museo che abbiamo visitato ieri. Qui, sempre sul fiume, sorgeva la fortezza vera e propria che fino a qualche anno fa era nello stesso stato del muro residuale di cui vi ho appena parlato. Ma finalmente è intervenuta la modernità e il progresso con il cosiddetto recupero ristrutturativo. E qui si apre il dibattito su cosa fare dei luoghi archeologici abbandonati e in rovina o anche di quelli appena riscoperti. La moderna mentalità occidentale, rifugge da rifacimenti che nascondano lo stato reale dei manufatti, pure se anche da noi si pensava che il rimettere a nuovo la costruzione riportandolo a come si pensava dovesse presentarsi al suo tempo, compiendo naturalmente scempi con errori ideologici grossolani, fosse la strada giusta, per lo meno fino all'inizio del secolo scorso. Basti pensare ad esempio al palazzo di Cnosso di Creta, coloratissimo e completo, con le colonne di cemento, che sembra costruito pochi anni fa, mentre oggi si preferisce lasciare chiaramente visibile il manufatto originale senza ricostruzioni arbitrarie e anche quando si ricostruisce la differenza tra il passato e il presente deve essere molto ben individuabile e incontrovertibile. 

Coro dei bambini
In Oriente questo criterio non piace evidentemente per nulla, come abbiamo visto bene in Cina lo scorso anno e in altri luoghi, dove, al contrario si preferisce ricostruire completamente l'opera a nuovo, come si pensa dovesse essere, creandogli magari attorno una specie di parco giochi moderno che racconti in qualche modo la storia ma attraverso una visione moderna e comunque fruibile e naturalmente redditizia. Ed ecco infatti la antica cittadella, appena "restaurata", in pratica nuova di zecca che riproduce le mura di cinta, con i bastoni di sostegno orizzontali e le torri panciute che si allargano alla base. Rimane certo anche un piccolo tratto di muro originale come esempio, che però devi andarti a cercare ben nascosto e che a questo punto appare come un punto dimenticato dal rifacimento. All'interno e intorno alla costruzione, nel grande giardino sono state costruite una serie di case, sullo stile tradizionale, che ospitano ognuna una tipologia di artigianato per il quale la città è sempre stata famosa. Ecco infatti, quella dove si tramanda la pittura dei pannelli di legno con cui vengono fatti i bellissimi soffitti a cassettoni. In quella vicina, c'è l'officina del vasaio che si esibisce con le masse di creta sui torni oggi mossi da energia elettrica. Poi c'è la lavorazione della seta, arte bimillenaria arrivata dalla Cina, nonché quella dei tappeti, la cui tradizione della annodatura a mano è una delle peculiarità dell'Asia Centrale. In un altra ferve il lavoro dei marmisti che sono specializzati in un particolare tipo di mosaico che utilizza pezzettini di marmi di colori differenti le cui tessere vengono intagliate una ad una per formare puzzle di grande complessità, come quelli che abbiamo visto ieri nella sala di Alessandro del Museo. 

Il liutaio
Non manca la casa delle piastrelle, dove questo elemento costruttivo ornamentale usatissimo soprattutto nella copertura delle pareti degli edifici più importanti in particolare quelli religiosi, viene dipinto a mano secondo i disegni tradizionali e poi cotto negli appositi forni. C'è poi il laboratorio del liutaio, che costruisce una serie di strumenti a corda, con casse in legno, dai nomi diversi. Il tipo è molto simpatico e immediatamente si organizza una sessione musicale, viene subito convocato un vicino che si occuperà della sezione ritmica con un apposito tamburello, mentre lui dà prova di grande abilità, suonando una serie di canzoni tradizionali. Naturalmente si scivola subito nella nostalgia e partono le classiche canzoni russe di Alla Pugaciova, non potendo mancare ovviamente in nostro onore l'Italiano di Toto Cotugno. Bisogna dire che l'abilità di ricavare melodie da questi strumenti a due o tre corde, stupisce sempre. Intanto il movimento attira subito altri turisti locali che subito, mettono in mostra, le donne naturalmente, le proprie abilità coreutiche, che evidentemente sono assai consuete e praticate da queste parti. Insomma alla fine non si riesce più ad andare via, anche perché dapprima un gruppo di donne che sta organizzandosi un pranzo nel giardino per festeggiare il ritorno dal pellegrinaggio dalla Mecca, ci offrono ciliegie e more, che decliniamo ringraziando. Cerchiamo di uscire, ma veniamo bloccati da un gruppo di bambini bellissimi che si esibiscono cantando l'inno nazionale a squarciagola, direttamente a nostro beneficio, tra il giubilo degli astanti. Ragazzi dovunque si vada, ti senti sempre circondato da una genuina e innocente voglia di sincera spontaneità, direi quasi commovente, anche per noi scafati viaggiatori che ne hanno già viste di ogni colore. Andiamo a mangiare qualcosa, va', che è mezzogiorno passato.

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