domenica 19 luglio 2026

Pam 24 - Il museo Sufi

L'Hindukush nel corridoio del Wakhan - Tajikistan - giugno 2026

 

I 7000
Sono le 6:30 e già che mi sono alzato per andare in fondo al cortile, tanto vale che mi metta in moto definitivamente e faccia un giro fuori a dare un'occhiata alla catena di montagne che sta sfilando davanti a me. Sarà l'altitudine o il fatto che camminando in salita, mi gira un po' la testa, ma mi sembra davvero che le montagne si muovano intorno! Qui, dalla parate tajika, siamo saliti ancora un poco, sui 3100 m. e la valle si vede qualche centinaio di metri più sotto, ma di fronte, tutto l'Hindukush si mostra nella sua veste migliore. La mattina, praticamente il cielo è sgombro di nubi e la visibilità è davvero ottima, così nei varchi tra le alture più prossime, quelle del corridoio, cominciano ad emergere le cime che sono al di là della prima barriera e che formano il crinale che definisce il confine tra Afganistan e Pakistan, qui il corridoio di Wakhan è nel suo punto di minor larghezza, una quindicina di chilometri al massimo e le punte dei colossi più maestosi si vedono emergere tra i monti scuri in primo piano, con le loro cime coperte di neve. Di qui si possono vedere bene quelle che poi, dando un'occhiata alla carta si riescono identificare con il Lunkho (6901 m.) e il Koh-e Hevad (6849 m.) mentre un poco più a destra ecco spuntare la cima leggermente ritorta del Koh-e Urgunt (7038 m.) assimilabile un poco alla forma del nostro Cervino. 

Olivello e pioppi
Tutti colossi assolutamente imponenti, che tuttavia non riescono ad attirare la voglia di raggiungerne la cima da parte degli scalatori, attirati da altre vette più titolate e che da qui non sono poi così lontane. Certamente la bellezza ti colpisce guardandone le creste appena colorate del rosa dell'alba che sta svanendo laggiù nella valle e viste da questa altezza, non sembrano neppure così vertiginose come quando ne leggi la quota, quel numero così sproporzionatamente elevato, rispetto a quelli a cui siamo abituati. Numeri a cui la nostra Europa non è avvezza, ma che qui appaiono come la norma di usuali montagne tra le tante, neppure degne di essere ricordate per nome. Il nostro paesello invece è circondato da piccoli boschetti di piante che da noi sono proprie della pianura, come file infinite di pioppi o di una essenza molto comune da queste parti, l'Olivello spinoso (Hippophae Rhamnoides) che si riempie di piccole bacche arancioni e che cresce in abbondanza lungo i sentieri e con le sue spine riesce a tenere a bada le greggi che salgono su per il monte. Queste quote per noi significano solamente conifere e anzi saremmo al confine con quella parte di monte ormai spoglia di alberi di alto fusto che lasciano spazio ai cespi di rododendri ed ai pascoli di alta montagna, mentre qui siamo ancora nell'area delle latifoglie e anzi di pini e abeti non si vede traccia neppure molto più in alto. 

Le rovine della fortezza di Yamchum
Comunque, satolli per un'ottima colazione e salutati i nostri ospiti, saliamo ancora lungo la strada che prosegue lungo la costa, fino ad arrivare ad un altro grande belvedere sulla valle che ospita un altro dei gioielli del territorio: la fortezza di Yamchum, che risale al II sec a.C. e come la sua gemella coeva che abbiamo visto ieri, aveva la stessa funzione di controllo nel dominio della valle. Le foto che avevo visto su internet ne facevano apparire le rovine particolarmente ammantate di fascino, mostrando le alte mura nere a strapiombo ancora in buono stato di conservazione in alcuni tratti, ma sufficienti a dimostrare la potenza che rappresentavano. Quella in cui arriviamo, invece, è il risultato del restauro appena completato dagli archeologi cinesi, che secondo il loro consueto stile, l'hanno ricostruita quasi completamente, rispettandone certo la pianta ed il disegno originale, ma togliendo completamente quella patina di antico che noi preferiamo, che ci fa sognare e che rispetta quello che ci fa sentire l'essenza della storia. Per la verità si riescono ancora ad individuarne le parti originali, in particolare nel punto più alto, dove migliori erano le fortificazioni, con le torri possenti in cui è possibile individuare ancora una caratteristica peculiare del progetto, che incorpora nella muratura dei sottili strati di legno al fine di migliorarne la flessibilità ai fini di una maggiore resistenza alla sismicità che in questa parte del mondo è sempre un problema che si ripresenta ad intervalli costanti. 

La fortezza restaurata
La fortezza è davvero possente, in una posizione perfetta per una difesa efficace, con due lati ben protetti e strapiombanti su due strette gole fluviali, mentre il terzo è in ripida pendenza e ben fortificato con una serie di mura e torri. Il panorama dall'alto è assolutamente magnifico. Il fiume in basso che si prolunga suddiviso in mille rivoli mentre la valle si allarga a dismisura e l'Afganistan si allontana. La catena a fronte appare come una muraglia a sua volta spezzata qua e la dalle valli sospese laterali che mostrano la coronatura di nevi eterne e la sequenza di cime aguzze e contorte che si susseguono una dopo l'altra. Giriamo ancora per la spianata superiore della fortezza in cerca di punti di vista ancora più suggestivi. Su una torretta incrociamo tre australiani che fanno il nostro stesso giro, ma al contrario, anche loro affascinati dai panorami che si susseguono e poi torniamo alla macchina per proseguire verso l'alto della montagna per un altro paio di chilometri, fino a raggiungere il punto dove sgorgano le sorgenti calde di Bibi Fatima, la leggendaria moglie di Alì, che colpita dalla bellezza del posto, proprio qui piantò a terra un bastone facendo sgorgare, come per magia, la fonte miracolosa, che ha appunto proprietà terapeutiche assolutamente strabilianti soprattutto per quanto riguarda il settore ginecologico e procreativo, tanto che sono meta di pellegrinaggio, soprattutto per le signore in difficoltà su questo versante. 

Anche qui c'è la possibilità di bagnarsi nella fonte miracolosa, la parte dedicata alle signore, come potete facilmente capire, è più grande, ma tutti noi, non avendo specifici desiderata su questo fronte, per questa volta passiamo, mentre il nostro Jamshed, che ci ha fatto trapelare una mezza intenzione di pensare ad un quinto figlio, decide di approfittare, mentre noi ci godiamo la vista della valle davanti a noi, sotto un sole che brucia, più dell'acqua medicamentosa. Per la verità la leggenda è ben chiara, ma i tempi non coincidono molto, in quanto Alì e la sua gentile signora, con le loro gesta, risalgono più o meno al VII secolo, mentre l'Islam arriva nel Wakhan solamente attorno all'XI. ma queste sono sottigliezze da infedeli e non dovrebbero stare ad inficiare la bellezza delle leggende popolari e la grandiosità del posto. Intanto scendiamo al paesino dove c'era il nostro homestay, che nel frattempo si è popolato di contadini che vanno verso gli orti ed i campi coltivati. Proprio qui a Yamg, era vissuto nel XIX sec. un famoso Sufi, tale Mubarak al-Wakhani, appunto, poeta, studioso e astronomo, figura misconosciuta della cultura ismailita, proprio per l'essere rimasto sempre in questa zona isolata e periferica. 

Gli strumenti musicali

Tra le cose prodotte dai suoi studi, c'è proprio in paese una sorta di calendario astronomico che sfrutta la posizione di alcune pietre, una delle quali proprio sulla piazza principale, dotata di un foro attraverso il quale puntando ad altre pietre poste sui monti circostanti è possibile, calcolare molte misurazioni astronomiche, come l'inizio dell'anno, il Navruz e l'alternarsi delle stagioni, con errori inferiori ai due minuti, rispetto ai mezzi moderni. Qui vicino c'è anche un bellissimo museo contenuto in un'altra casa tradizionale, arredata di tutto punto. Il custode è un personaggio singolare che ha dedicato tutta la vita agli studi sulle tradizioni del Wakhan, che ci illustra con dovizia di particolari a partire dallo stile costruttivo della casa, i 5 pilastri che si richiamano all'Islam e le figure del Profeta, di Alì, Fatima, Hasan e Husein, ma prima ancora le regole dello zoroastrismo ed il riferimento ad Aura Mazda e a tutti i componenti del pantheon degli adoratori del fuoco e che quindi, presupponeva il fuoco nel centro, con il foro nel tetto per far fuoriuscire il fumo, che serve per il riscaldamento ma anche con la sua affumicatura a preservare le travi di legno dall'attacco degli insetti. Le quattro aperture a quadrato del lucernario rappresentano così i quattro elementi, aria, acqua, terra e fuoco, concetti ben presenti anche nella filosofia prearistotelica, ma anche nei quattro stati spirituali del sufismo. 

La montagna
Nel museo sono conservati oltre 500 oggetti antichi, strumenti agricoli e dell'uso domestico, come telai, arcolai, zangole e poi costumi tradizionali, cappelli, vestiti e tutto quanto riguarda l'arte della produzione del feltro. Naturalmente sono conservati anche i libri dello studioso e parte delle migliaia di versi da lui prodotti, sia di poesia profana che di quella parte del suo lavoro riguardante i commentari del Corano. Una grande sezione è dedicata agli strumenti musicali di cui è presente una numerosa serie di pezzi antichi, alcuni provenienti dal vicino Afganistan che arrivano a 19 corde, numero simbolico religioso, da cui si evince la grande importanza e sacralità che l'Islam ismailita rivolge alla musica in tutte le sue espressioni, cosa che i vicini talebani, a suo parere non solo non hanno capito, ma hanno del tutto travisato. Dagli stessi scritti sacri si evince infatti che la musica sia sacra a partire dall'arcangelo Gabriele che viene sempre rappresentato mentre suona strumenti e la musica stessa è presente nel soffio divino con cui Dio dà la vita ad Adamo. Per i Sufi  ismailiti la musica non è solo svago, ma veicola i versi dei profeti nel cuore degli ascoltatori, trasformando la performance musicale in preghiera collettiva. Il concetto non mi sembra molto lontano da tutto il filone della musica sacra che nasce da noi nel Medioevo a testimonianza di quanto siano vicine concettualmente modi di pensare così apparentemente lontani tra di loro. 

Le montagne del Wakhan
Il nostro stesso accompagnatore è musicista e non si fa pregare a suonare alcuni degli strumento più antichi della raccolta, alcuni costruiti personalmente dalle mani del Maestro, come il Rubab, strumento a corde pizzicate costruito da un unico pezzo di gelso, dal suono caldo e vibrante o il Tanbur, un liuto a corde metalliche utilizzato per creare le sonorità ipnotiche che aiutano i mistici (come i dervisci) a raggiungere l'estasi spirituale (hal). O ancora il Daf un tamburo a cornice il cui ritmo simula il battito del cuore del Cercatore focalizzato sul nome di Dio. Tenerli tra le mani è una emozione a cui non riesco a sottrarmi e ne provo alcuni che trasmettono al contatto di questi legni antichi, un senso di storie passate, di racconti lontani, di melodie perdute nella notte dei tempi. Dispiace lasciare il vecchio ed il suo regno, vorrei rimanere qui ad ascoltare storie, a sfogliare ancora i libri antichi coperti di preziose miniature che mi mostra, sentire qualche poesia di al-Wakhani, quello che è conosciuto come il Leonardo del Wakhan, che le scriveva con inchiostri naturali, su carta da lui stesso fabbricata dalla corteccia dei gelsi. L'isolamento in cui questo straordinario personaggio è vissuto hanno fatto sì che la sua opera non sia mai stata tradotta in occidente. Ecco l'unico distico che ho trovato sul web, quello del Cercatore, tratto dalla sua opera Divan-i A' Shar e incentrato sul concetto sufi dell'Irfan (la conoscenza mistica di Dio): 

"Per il cercatore, in entrambi i mondi, tu sei quello che viene cercato,

poiché nei reami del tempo e dello spazio, al di fuori di te, tutto è il nulla."

La Chillahona
In quanto il mondo terreno, benché sottoposto alle leggi tangibili della fisica, per lui che era scienziato ed astronomo, sono da considerarsi un velo passeggero rispetto alla essenza dell'eternità divina, in quanto la realtà materiale, se disgiunta da quella divina non è che mera illusione. Il sufismo ismailita è anche una filosofia ed una interpretazione del mondo molto sofisticata e profonda e tra le altre cose, ricorderei solamente a titolo di esempio che tra i suoi concetti, non ha quello del Jihad, del tutto assente nel suo pensiero filosofico. Appena fuori del museo poi, si può vedere una piccola costruzione di pietra, è la Chillahona, un locale dove il maestro si ritirava dal mondo per praticare la Chilla, un periodo di 40 giorni di meditazione, digiuno e preghiera tipico della tradizione sufi. Poi continuiamo a girolare per il paese e torniamo ancora alla famosa pietra col  buco cercando, sdraiandoci a terra, di traguardare quella lontana sulla montagna davanti a noi, da cui cominciare i calcoli per stilare il calendario, ma credo che sia alla fine meglio dedicarci ad altre cose, più consone alla nostra natura di ignorantoni pretenziosi, altro che astronomi e poeti! 

La pietra da osservazione


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sabato 18 luglio 2026

Pam 23 - Templi e case del Wakhan

Una casa Wakhi - Tajikistan - giugno 2026


Un ostun
Proseguiamo nella valle. La parte afgana che scorre al nostro fianco, è praticamente il fianco della catena dei monti Wakhan, a vista assolutamente invalicabili, attraverso la quale si aprono di tanto in tanto delle valli strettissime, segnate da minuscoli torrenti. Invece, lasciate alle nostre spalle le mura smozzicate della fortezza, lungo la nostra via, che diventa sempre di più una pista appena marcata, incontri dei luoghi singolari. Si tratta di piccole costruzioni bordate di un muracciolo, che per le loro caratteristiche, come ad esempio gli ingressi segnati da colonnine di legno istoriate di antichi disegni o architravi ornate di teste di stambecco siberiano o di pecora Argali (o di Marco Polo) dalle corna ritorte, animali che esprimono purezza e protezione e pertanto una particolare connessione con il divino, sono immediatamente riconoscibili. Si tratta di luoghi sacri per il popolo wakhi, gli Ostuni, una sorta di minuscoli tempietti, oggetto di devozione, che appartengono alla cultura Ismailita, a cui i Wakhi sono legati, ma che si integrano profondamente con le tradizioni pre-islamiche zoroastriane, ricordando che qui siamo sempre nel mondo dove nacque l'adorazione del fuoco. I santuari sorgono sempre in luoghi considerati santi per la presenza di particolari rocce o di sorgenti termali dalla tradizione sacrale o alberi secolari dove la gente ritiene sia avvenuto un miracolo, ma soprattutto in punti di straordinaria bellezza naturale, un dato che evidentemente colpisce profondamente  il cuore di queste genti. 

L'altare con le corna
Fungono così da centri spirituali di devozione e sono sparsi per tutto il corridoio tra Tajikistan e Afganistan. Spesso si ritiene che qui siano passate persone sante, dervisci, sapienti o addirittura lo stesso Imam Alì, il fondatore dello Sciismo, di cui a volte si riconoscono le impronte divinamente impresse nella roccia. Qui si accendono fuochi sacri, ci si raduna per la preghiera, si bruciano le erbe aromatiche raccolte tra i monti, si accendono lucerne ad olio sacre. Quindi, pure se siamo in terra islamica, questi santuari rappresentano una mescolanza accettata tra ismailismo, misticismo sufi e sacralità della natura, insomma un sentimento religioso polimorfo e sincretistico che non rigetta le credenze sciamaniche antiche, istituzionalizzate in una forma dettata dalle varie tendenze delle varianti islamiche presenti in tutta l'Asia. Le enormi corna che circondano questi piccoli edifici, sono richiami al sacro che si fondono mirabilmente con la natura che li circonda, le rocce a picco sulla valle dai colori quasi innaturali, le acque che gorgogliano dal monte e che precipitano nel fiume sottostante, il verde smeraldino della vegetazione che li circonda. Noi intanto continuiamo a salire lungo una strada che guadagna quota man mano che la valle prosegue. 

Il picco Marx
Dopo una sessantina di chilometri. Lontano sulla nostra sinistra d'un tratto, quando la valle si apre un poco, si riescono addirittura a scorgere il Picco Marx e il Picco Engels, rispettivamente di 6.726 m. e 6.510 m. che dopo un attimo scompaiono tra le nubi. Una curiosità toponomastica li contraddistingue da tutte le altre montagne notevoli del Pamir, che dopo la caduta dell'Unione Sovietica, hanno cambiato nome a favore di celebrità locali come il Picco Somoni che era conosciuto come il Picco del Comunismo, mentre questi due hanno conservato inopinatamente il loro nome, richiamo alla gloria di un passato politico ormai morto e sepolto. Ma la storia si ripete e bisogna ricordare che anche loro precedentemente erano dedicati allo Zar  Alessandro III e alla moglie, la Zarina Maria. Stessa sorte per le molte città, come le due capitali Biskek del Kirgizistan, che prima era Frunzé, un generale eroe della guerra patriottica, così è denominata la II guerra mondiale e Dushambé, ex Leninabad. Anche qui è il caso di dire sic transit gloria mundi. Intanto abbiamo raggiunto dal più al meno i tremila metri di quota e vi assicuro che camminare è già fatica e lasciata la pista lungo un costone che presenta una serie infinita di orridi e spaccature dalle quali non riesci neppure a vedere il fondo dove rumoreggia il torrente, raggiungiamo una serie di case a mezza costa.

La camera degli sposi
Tra queste c'è anche il nostro Homestay, così almeno lo definisce il cartello che troneggia davanti al sentiero che vi conduce. Si tratta di una antica casa tradizionale, che all'esterno non presenta particolari caratteristiche, ma appena penetrati all'interno mostra tutta la sua specificità. Gli ambienti sono costituiti da camere disposte attorno ad un grande salone centrale comune, dove evidentemente si svolge la vita familiare, mentre attorno, nelle pareti si aprono delle camere laterali, a cui si accede attraverso un gradino piuttosto alto e consistente e chiuse solamente da una tenda dove dormono i vari componenti della famiglia e che nel nostro caso sono dedicate agli ospiti. Ci viene subito fatta notare quella più appartata e chiusa da uno spesso tendaggio, definita la camera degli sposi, che vanta evidentemente una maggiore privacy delle altre. Ma la cosa straordinaria è che tutto l'ambiente è completamente ricoperto di spessi strati di coloratissimi tappeti, sul pavimento, sulle pareti ed anche sul soffitto, che al centro della sala presenta una apertura per consentire lo sfiato dell'aria e anche del probabile fumo che si produce con l'accensione della stufa interna. A terra, sopra i tappeti in ogni camera. ancora materassi e trapunte colorate, ed una serie infinita di cuscini, su cui ci si può stendere, visto che la sala viene utilizzata anche per mangiare. 

Il bagno
Ma tutta la costruzione, con le sue colonne di legno che sostengono il tetto piramidale sopra la sala, non è certo messa su a caso, ma ogni particolare risponde a precisi obblighi tradizionali che richiamano gli aspetti religiosi, così come le due colonne di legno principali che rappresentano il Profeta e Ali, poi quelle di Fatima e degli altri personaggi della famiglia dei sacri ascendenti. Le 14 travi che sostengono il tetto fanno riferimento agli angeli, con le quattro principali che sono dedicate agli arcangeli  Gabriele, Michele e così via. Il luogo indubbiamente è molto particolare ed inoltre consente di poter vivere una notte secondo la tradizione delle popolazioni wakhi della valle. Non bisogna stupirsi dell'abbondanza di trapunte, materassi e tappeti, considerando che qui normalmente in inverno si scende sotto i -25°C. Alla fine comprendiamo che tutta la struttura architettonica di questa casa, come del resto le altre, è organizzata come una sorta di Oston, il tempietto sacrale di cui vi ho già fatto cenno. Naturalmente il gabinetto è in fondo al cortile, come da noi in campagna dai nostri nonni, quindi non facciamo troppo i difficili, visto che tuttalpiù, da questa situazione, ci separano solamente una settantina di anni. Ma siccome oggi anche nel Wakhan i tempi sono cambiati, come vedete dalla fotografia a fianco, il bagno è stato rivestito completamente da una, non so come definire, superficie piastrellata di marmi colorati di blu, con venature di oro e la tavoletta rivestita di morbidissimo feltro ovattano per rendervi la seduta di grande piacevolezza e comodità. 

Un orrido
Alla prova dei fatti, tuttavia, con un più attento controllo visivo e manuale, mi scuserete se mi soffermo su questi particolari pedissequi, ma vi assicuro che la visione iniziale è stata di grande impatto, i marmi preziosi, si riveleranno essere un più logico, ma banalizzante linoleum, ma dal disegno così sontuoso e regale da renderlo allo stesso tempo credibile e affascinante. Solo toccando con attenzione negli spigoli si può notare che si tratta di un foglio applicato e non di piastrelloni che si congiungono con spigoli appositamente bisellati. Ma è ora di cena ed i padroni di casa, due signori anziani, commoventi per la loro gentilezza e modi di fare, portano sul tavolo, già colmo di biscottini di ogni tipo, frutta secca e dolciumi vari, una bella minestra rossa, ma non troppo piccante, tipo chorba del Caucaso, poi spaghetti con sottaceti e carne. Stiamo ancora un poco a chiacchierare con Jamshed, sulle tradizioni del popolo Wakhi e poi ci ritiriamo nel nostro lettone sepolti da una serie di trapunte rosse e blu, perché fa piuttosto freddo stanotte ed il pensiero di raggiungere il cortile per espletare le necessità che la fisiologia impone non è per nulla allettante, anche se l'ambiente è stato preparato per essere, come vi ho detto, di estrema accoglienza. Intorno alla casa ruotano gattini, ma soprattutto due inquietanti cagnoni che, se già non fosse problematico di per sé, renderanno ancora più interessante la fuoriuscita notturna. Comunque sia, cerchiamo di tirarla alla lunga, ma alla fine bisogna andare sotto le coltri, che in alta montagna questa è il tipo di vita a cui tutti sono abituati.

La valle



L'Homestay
SURVIVAL KIT

Charshambé Homestay - Yamchun - Wakhan - A soli 2 km dalla fortezza e vicinissima alle sorgenti termali di Bibi Fatima, offre una tradizionale sistemazione in stile Pamiro/Wakhi. Cucina locale tradizionale. Dormirete in un ambiente assolutamente genuino, in camere ricavate attorno alla sala comune/cucina, dove si mangia. Toilette nel cortile con doccia. Il costo dovrebbe aggirarsi attorno ai 30 $ a persona con pensione completa. Assolutamente interessante per conoscere un po' più da vicino la realtà locale. Potrete passeggiare lì intorno per dare un'occhiata alle altre case del paese e contattare gli abitanti che sono gentilissimi e felici di rispondere alle vostre curiosità (naturalmente solo in lingua wakhi).

Monti del Wakhan range


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venerdì 17 luglio 2026

Pam 22 - Il corridoio di Wakhan

 
Donna in un villaggio afgano - Afganistan - giugno 2026

La fortezza
Mi sono rincuorato. Se la montagna dei balasci è dalla parte tajika, e i Polo le sono passati vicini, è evidente che hanno percorso, come presupponevo questo versante della valle e quindi l'emozione del calpestarne le orme è assolutamente motivata. Come vedete riesco contentarmi di poco, ma quello che conta è crederci, e poi come si fa a non emozionarsi di fronte ad uno spettacolo così forte ed inconsueto per dei cittadini abituati a panorami urbani leziosi e facili da vivere. Certamente le poverissime case di fango che ci si pongono davanti e di fianco, sono del tutto simili a quelle che vedeva la carovana di Marco nel suo avanzare verso il tetto del mondo e le donne che lo salutavano dall'altra parte dl fiume erano quasi le stesse che oggi salutano noi. Abbiamo da poco passato Ishkashim e il suo ponte sede di uno dei più importanti mercati transfrontalieri che, come vi ho detto, pare a noi siano interdetti, e dopo una quindicina di chilometri, mentre le sponde del fiume si sono molto allargate, arriviamo ad una altura che sembra dominare la valle. Al di là del fiume uno spazio pianeggiante ospita piccoli campi di cereali che si allargano fino al bordo delle montagne che contrastano decisamente, con le loro pareti scure e sassose che mal si rapportano al verde smeraldino delle colture. La cima della collina è coronata dai ruderi della fortezza da di Qah-Qaha (o Khakha) che è sicuramente presente qui fin dal IV-III sec. a.C. 

Mura della fortezza
Già la posizione mostra la sua importanza strategica su questo territorio a tal punto che le sue mura antichissime sono ancora tuttora utilizzate dalle truppe tajike in funzione di controllo su quelle del vicino Afganistan. Fortunatamente qui non è ancora arrivata la decisione di restaurare il tutto e si può quindi entrare nel varchi abbattuti delle mura semidistrutte e camminare all'interno della fortezza fino alla cittadella che mostra ancora bene tutto il perimetro (le mura giravano per quasi un chilometro) e la possanza delle costruzioni che videro la loro fine nell'VIII sec. con l'invasione araba. Dall'alto si ha veramente la sensazione che da qui si potesse controllare bene il traffico che passava per questo territorio, quindi le guarnigioni che avevano il possesso dell'area potevano con buona ragione imporre tasse di passaggio e contemporaneamente garantire protezione ai mercanti che andavano verso la Cina. Sul punto più alto e più avanzato delle mura, sul fiume, un gruppo di soldati è di guardia, sono appoggiati a queste mura di terra che raccontano storie millenarie, forse senza rendersi conto di quanto il loro compito sia così simile a quello dei loro avi lontani. Ci salutano anche loro con un cenno della mano. Poi dopo un ultimo sguardo ad abbracciare la vastità del panorama sulla corona di montagne che ci circonda, scendiamo di  nuovo al piazzale di ingresso. 

La valle dalle mura
Qui c'è un banchetto dove un ragazzo vende cappelli afgani. Ne comprerei anche uno, ma a parte il costo che mi appare un po' come acchiappaturisti, la foggia appare un po' raffazzonata e poco originale per entrare a far parte della mia collezione. Torniamo quindi alla macchina per superare la fortezza ed entrare a pieno titolo in quello che è il Corridoio di Wakhan, uno del passaggi più famosi del mondo, sul quale credo necessario spendere qualche parola. Il Wakhan è un tratto di terra, oggi appartenete all'Afganistan, largo nei punti più stretti una quindicina di chilometri e lungo circa trecento che si allunga all'estremo nord del paese, tra Tajikistan a nord e Pakistan a sud, fino al breve tratto finale in cui confina con la Cina. Era il passaggio obbligato della via della seta, segnato dalla valle del Panj, che bisognava e bisogna tutt'oggi percorrere per raggiungere l'impero cinese. Ecco la necessità di questa collana di fortezze, di cui Qah-Qaha è la prima, dove comincia il corridoio, seguita da molte altre all'interno dello stesso. Data l'assoluta importanza strategica di questo passaggio, capirete che la storia dei popoli che lo hanno abitato e hanno combattuto per il suo controllo in ogni epoca, è decisamente densa di avvenimenti, anche se in effetti si tratta di una terra situata in luoghi estremamente remoti e  anche difficili da percorrere a causa del suo clima estremo e della sua geografia impervia. 

Il Panj
Sta di fatto che fin dall'antichità, visto che il Wakhan era già nominato nel libro sacro dello zoroastrismo, l'Avesta, questo territorio era abitato dai Wakhi, considerati dunque tra i più antichi popoli di origine ariana. Questo popolo sembra essere assimilabile agli antichi Saka (che noi conosciamo come Sciti) che hanno lasciato rilevanti tracce della loro civiltà in tutta questa zona dell'Asia centrale e che anche noi troveremo nel prosieguo del viaggio. E' documentato infatti che questi si stanziarono tra il VI e il V sec. a.C. vicino alle sorgenti dell'Amu Darya. Così, grazie alla sua posizione geografica, il corridoio del Wakhan, trovandosi lungo la via che collegava la Bactriana, il Tokharistan, la valle di Fergana, Il Turkestan orientale, l'india, la Cina e l'Afganistan, ha svolto un ruolo fondamentale nella storia dell'Asia Centrale. Addirittura il confine di questo vero e proprio stato che si estendeva fino a Namadgut (l'attuale villaggio di Dasht) e a Ptur in Afganistan, era difeso da un lungo muro che si estendeva dall'Hindukush ai monti del Wakhan e dei quali si trovano ancora i resti. Come a dire che la mania di fare muraglie protettive non era una prerogativa solamente degli imperatori cinesi! Negli scritti di tutti i grandi viaggiatori del passato ci sono citazioni di questo territorio a partire dal cinese Faxian, un monaco buddhista, che lo attraverso nei due sensi tra il 399 ed il 415.

La postazione militare
Successivamente Song Yun nel 549, e poi ancora un altro monaco Xuanzang che lasciò una dettagliata descrizione di questa regione nel 639, raccontando dei cavalli della regione che benché piccoli erano resistentissimi e capaci di percorrere grandi distanze senza stancarsi. In questo periodo proprio la fortezza di Qah-Qaha, di cui abbiamo appena parlato era il punto chiave della valle e la zona più popolata di tutto il territorio. Ricordiamo infatti che questa via è stata quella percorsa naturalmente dal buddhismo nel passaggio dall'India alla Cina, proprio di quel periodo che lasciò tra le altre cose, una scia di capolavori assoluti nei monumenti religiosi della via delle grotte, in territorio cinese. In questo periodo Cina e Tibet si alternarono più volte alla signoria di questa terra della quale parlarono a lungo, nelle loro descrizioni geografiche, gli arabi tra il IX e il XIII sec. Come riportano queste fonti fino ad allora, gli abitanti erano in parte Buddhisti e in parte uguali Gabri, cioè ancora adoratori del fuoco e della antica religione di Zoroastro, che nelle scorrerie arabe venivano frequentemente catturati e fatti schiavi. Il confine tra questi due credi era proprio nella parte centrale della valle tra Iskashim e Khandut. Il viaggiatore persiano al-Istakhri racconta delle ricche miniere d'argento e d'oro. 

Il venditore di cappelli
Di queste consistenze abbiamo visto le tracce nei giorni scorsi all'osservare quanti siano i cercatori che popolano le rive del fiume e anche quelli sparsi sulle montagne tanto che vi ricordo un altro autore persiano Muhammad Tusi che nella seconda metà del X secolo descrive dettagliatamente il metodo utilizzato dagli abitanti del Wakhan per recuperare l'oro dalle rive del fiume Panj. Secondo il suo racconto, durante il rapido scioglimento dei ghiacciai le piene scavavano profonde fenditure lungo le sponde del fiume. Gli abitanti si calavano in questi stretti canaloni, affrontando notevoli pericoli, per raccogliere l'oro naturale, che successivamente veniva lavato e separato dalla sabbia e dalla terra. Praticamente quello che accade oggi dopo un millennio circa. Addirittura si racconta che nella valle fu rinvenuta una pepita d'oro del peso di 24,360 chili, mica poco, direi. Nel Medioevo poi la fama delle miniere del Kuh-i La'l si diffuse in tutta l'Asia. Naturalmente il Milione di Marco Polo parla con precisione del Wakhan che egli traversò nel 1270 passando attraverso Balkh e il Badakhshan dove riporta dell'estrazione dei rubini, che era cominciata addirittura nel II sec. a.C. e parlando di Ishkashem dice:


Pecora di Marco Polo
...Skasem (Ishkashim) è una regione vasta e indipendente, distinta dal Badakhshan. I suoi abitanti parlano una lingua propria. Durante l'estate conducono il bestiame ai pascoli d'alta montagna, dove costruiscono capanne sotto le rocce e vi rimangono fino all'autunno... e dopo tre giorni di cammino si raggiunge la montagna più alta del mondo (gli altipiani del Pamir) ... dove sono i migliori pascoli e persino gli animali più magri vi ingrassano rapidamente ...

e descrive infine gli animali selvatici che vi si trovano incluse le famose pecore del Pamir con corna dalla lunghezza di sei spanne che gli abitanti usavano per costruire recipienti e recinzioni, conosciute ancora oggi come Pecore di Marco Polo (Ovis ammon polii). Infine racconta come dopo essere entrato nel Wakhan proseguì verso est seguendo la sponda del Panj fino alla confluenza col Wakhan per poi risalire nel Pamir, raggiungendo il lago Zorkul e attraverso il passo del Sarikul arrivò a Tashkurgan. Pensate che il secondo europeo a visitare il Wakhan fu John Wood quasi 600 anni dopo, nel 1838 per studiare la regione dal punto di vista geografico e delle risorse, visto che prestò particolare attenzione anche lui alla famosa miniera dei rubini. Non voglio tediarvi più oltre con le notizie dei moltissimi altri studiosi e viaggiatori che visitarono questo territorio descrivendone le caratteristiche che corrispondono tra loro e che sono le stesse che ancora oggi possiamo osservare. 

L'hindukhus
Voglio solo porre alla vostra attenzione l'osservazione dello studioso russo Tageev che percorse il Wakhan all'inizio del secolo scorso e che racconta di "un popolo particolarmente bello e appartenete alla razza ariana che vive in condizioni quasi primitive. Alcuni si dedicano al saccheggio delle carovane commerciali, mentre altri coltivano cereali e forniscono pane alle guarnigioni afgane di confine. I Wakhi e le loro donne sono molto belli e i loro capelli brillano come cera nera, hanno grandi occhi scuri, sopracciglia marcate e voce molto gradevole". A questo proposito e sulla particolare avvenenza delle donne locali, anche l'amico Jamshed mi ha rimarcato molto questo aspetto, riportandone una delle ragioni soprattutto ai geni lasciati quaggiù dall'esercito di Alessandro magno. Alla fine tutto riporta a lui, che da queste parti evidentemente ha ancora un appeal del tutto particolare. Insomma credo di avervi dato una abbondante descrizione di quella che è l'importanza geopolitica e strategica del cosiddetto Corridoio di Wakhan, riportata da tutti coloro che l'hanno raccontata attraverso quindici secoli di esplorazioni, osservazioni e studi scientifici. 

Il mercato transfrontaliero
E' quindi chiaro che dai pellegrini buddhisti cinesi, ai geografi arabi e persiani, dai viaggiatori europei agli esploratori russi, fino agli archeologi, linguisti, botanici e geologi del XX secolo, il Wakhan è stato oggetto di un interesse costante. Le ricerche hanno documentato l'importanza della valle come:  crocevia della Grande Via della Seta;  punto d'incontro fra civiltà, religioni e lingue;  territorio ricco di monumenti archeologici;  regione di straordinaria biodiversità;  area ricca di risorse minerarie e agricole. Ancora oggi quindi il Wakhan costituisce uno dei più preziosi patrimoni storici, culturali e naturali del Pamir e dell'Asia Centrale. Inoltre le testimonianze raccolte nel corso dei secoli confermano il suo ruolo fondamentale nella storia delle comunicazioni tra Oriente e Occidente ed il suo eccezionale valore per la ricerca storica, archeologica, linguistica e naturalistica. Il fatto di poter percorrere e vedere questo territorio rappresentano quindi a mio parere per chiunque sia interessato ai cammini del mondo, un privilegio assoluto da non perdere. E' evidentemente un invito ad andare a mettere il naso in questo luogo, un po' remoto certo, ma che merita davvero di essere visto da vicino.

Dalle mura della fortezza


Mura
SURVIVAL KIT

Il Prof. Odinamamadi Mirzo è un celebre studioso tajiko originario della valle di Wakhan. E' custode e fondatore del museo etnografico Shohimardon situato nel villaggio di Namadgut e scrittore del libro Wakhan (A scientific, historic and ethnographic study) pubblicato nel 2010 che rappresenta l'opera più completa ed esaustiva per comprendere la complessità di questo territorio e della sua storia. Per questo vi suggerirei, se riuscite, di cercare di metterci sopra le mani se preparate un viaggio nel Pamir. Eventualmente date un'occhiata a questo link che mi ha passato l'impareggiabile Jamshid che conosce personalmente l'autore e dal quale potrete desumere dati più precisi.

Il Wakhan


Nella postazione dei fucilieri
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