giovedì 26 marzo 2026

Mau 23 - Tra i villaggi del parco

Banc d'Arguin - Mauritania - gennaio 2026

 

Tramonti sul mare e tramonti nel deserto, uno di quei must che tutti vogliono delibarsi in qualunque momento ed ai quali, se ne hai l'occasione, non è facile sottrarsi. Qui, sulla Costa di Opale, su una duna, proprio dove il grande Sahara viene a terminare la sua corsa per lasciarsi andare mollemente nelle onde dell'Atlantico, ti trovi addirittura in un luogo iconico per questo tipo di spettacoli e stare qui seduto ad aspettare che la palla gialla che si avvicina a poco a poco alla linea appena visibile che separa due azzurri appena diversi tra loro, scompaia nel blu, diventa obbligatorio. Dietro le spalle hai il mare di sabbia che ha percorso per incalcolabili eoni, superando le linee teoriche tracciate sulle carte, ma non nel reale, dagli uomini di almeno dieci paesi diversi, facendo scorrere miliardi di granelli di sabbia con lentezza certosina. Sono rotolati lentamente su se stessi e poi gli uni sugli altri, scavalcando spinti dal vento, altezze vertiginose per scendere lungo i fianchi di dune altrettanto maestose, tinti di tutti i colori, per arrivare fino a qui, davanti a questo oceano che le lambisce, nel tentativo di portarli a sé come un dio delle profondità marine che vuole fare propri anche questi spazi ed a loro si mescola in un amplesso senza fine che li confonde in eterno. Eppure anche di fronte all'evento epocale, anche se si ripete ogni sera, c'è spazio per un po' di delusione. 

La cooperativa
Vorresti un cielo ed un mare incendiati di rosso, con striature viola che li macchino in maniera indelebile almeno fino a che non scende il nero della notte, invece, l'occaso particolarmente terso, un minimo di foschia che all'ultimo orizzonte il guardo esclude (eh!?), e la palla gialla diventa appena appena rosata e il resto dello spazio sopra di te rimane piuttosto uniforme e senza la serie di sfumature che ti eri aspettato che e l'esoticità del luogo prometteva, quasi quasi doveva garantire da contratto. Contentiamoci va', che c'è di peggio nella vita. Quel triangolo di vela lontana, quella riva punteggiata di capanne che si affacciano al mare, le ombre che si allungano confondendo le linee sinuose delle dune dietro di te, ti bastino, pauca sed bona edimus, bisogna sapersi contentare, e poi scendere piano affondando nella sabbia, evitando che ti entri nelle scarpe, verso le sagome dei bungalow, così da segnare un itinerario atteso e sognato al tempo stesso dal vecchio pensionato, lieto di essere ancora lontano dalla soglia di quella RSA temuta e respinta con tutte le proprie forze, almeno fino a quando si riuscirà a gestire una volontà gestibile. Che volete, anche queste bisogna metterle nella canestra delle soddisfazioni, di certo irripetibili e consumare qualche muggine grigliato per bene e che la consueta ratatouille di verdure ti allieti la serata senza l'acrimonia del sentirlo un po' secco, con la tua solita bocca a cul di gallina, abituata a sfornare giudizi gastronomici anche quando si dovrebbe solamente pensare a sfamarsi di quel che trovi e mi pare sia già molto su questa costa di poveri pescatori. 

ragazzino
A proposito lo sapevate che da queste parti si produce una gran quantità di bottarga di muggine, che poi approda alle tavole più sofisticate del pianeta, magari spacciata per sarda autentica e invece prodotta in fabbrichette della capitale, messe su con i capitali cinesi, appunto arrivati fin qui e provenienti dai famosi diritto di pesca? A volte le cose fanno giri strani e chiamali stupidi questi cinesi. In ogni caso noi andiamo a prendere possesso dei bungalow spartani che sono stati costruiti qui appena fuori del paese, in attesa degli auspicati turisti futuri. Le ombre delle baracche del paesino di Iwik si stagliano lontane ad un paio di chilometri vicino alla riva. Il campeggio è davvero basico, al momento deserto, anche se si dichiara in attesa dell'arrivo delle frotte estive che planeranno fin qui a sostituire gli stormi di uccelli che faranno la migrazione al contrario tra qualche mese, mentre al momento c'è solamente, oltre a noi, una famigliola di inglesi che stanno appartati senza tentare di comunicare, visto che ormai la Manica è diventata quasi un muro invalicabile anche psicologicamente. Ci ritiriamo allora per vincere il fresco della notte, cercando di chiudere alla meglio la porta con un cordino spelacchiato, visto che la serratura giace da un lato inservibile, con il cadavere della chiave arrugginita e saldata definitivamente nella toppa e l'operazione deve essere svolta alla luce della luna visto che le lampadine presenti sono irrimediabilmente morte, forse anch'esse in attesa dell'arrivo della stagione, operazione di certi più romantica , ma che risulta assolutamente più complicata.

Ragazza Imraguen
E infine, con giusta citazione omerica, giunge l'alba dalle dita rosate, salendo lieve dietro le dune, mentre la spiaggia di nuovo in bassa marea e completamente scoperta, è battuta dal vento. Le barche sono già quasi tutte salpate e non si vedono più neppure al largo, di certo i pescatori sono più mattinieri dei turisti e all'alba sono già in mare aperto, che i pesci non aspettano e i delfini neppure. Noi continuiamo invece a scendere lungo questa costa spettacolare e completamente solitaria, popolata solamente da uccelli di ogni tipo. Di fronte, isoloni di sabbia in attesa di essere divorati dalla marea che avanza e a poco a poco riesce a cancellarli completamente, lasciandone le tracce insidiose appena pochi centimetri al di sotto della superficie dell'onda leggera. Una trappola assoluta per chi questi fondali non conosca perfettamente, tanto da non lasciarsene ingannare. Di tanto intanto stormi di pellicani, ne rivelano le presenze, rimanendo così come a mezz'aria appoggiati sulle acque; i cormorani invece, preferiscono le rocce che spuntano leggermente più alte, mentre gli aironi, grigi e giganti sulle loro lunghe gambette stentate che sembrano spezzarsi solo a guardarle, hanno vite solitarie e deluse sui bagnasciuga, dove di tanto in tanto infilano i becchi affilati. 

Toyota pickup 4x4
Una fauna ornitologica ricchissima e attiva da obbligarti a soste continue per cercare di fissarne almeno qualche immagine con scatti che invariabilmente risulteranno deludenti, mossi e sempre o anticipati o troppo ritardati rispetto al momento clou del dispiegamento delle ali o della planata elegante alla ricerca del tuffo tra le onde dalle quali riemegerà il becco primo ed orgoglioso col  pesce ancora guizzante in cerca di salvezza, ma ormai diventato cibo. Chilometri su questa battigia a volte larghissima con la lama dell'acqua che la scorre perdendosi con una piccola porzione di schiuma che subito affonda o invece stretta ed un po' ripida, sulla quale l'auto è costretta a procedere un poco inclinata, scavando solchi profondi nel terreno troppo morbido, in cerca di raggiungere la sommità più solida dove procedere più speditamente. Il tutto senza cessare di rimanere immersi in una serie di sfumature pastello che la luce del mattino consegnano alla gioia del fotografo come un dono prezioso ma fugace, tanto poi i risultati saranno miseramente i soliti. Dite quel che volete, ma queste Toyota pickup, sono straordinarie. Economiche e funzionali, con un cassone dove puoi far salire anche dieci persone, con le ridotte e le ruote sgonfie puoi andare davvero dovunque, con qualunque tipo di sabbia e uscirne senza problemi, testimone ne sia il fatto che non ci siamo mai piantati in dieci giorni e più di deserti e piste anche molto impegnative. 

Il capo villaggio
Ormai vedi solo queste macchine in giro, con solo qualche copia di Mitsubishi apparentemente identiche. Le vecchie Land Rover, le regine del deserto, fanno ormai bella mostra di loro solamente nei cimiteri di carcasse abbandonate fuori dai centri più grandi. Sic transit gloria mundi, il tempo passa e le cose cambiano. Ecco intanto arriviamo in un altro paesino, Teichot, questa volta poche baracche davanti ad un molo fatto da contenitori di plastica galleggianti e legati assieme da corde provvisorie, sul quale puoi camminare, anche se con una certa difficoltà, ma Ahmed mi segue come un mastino timoroso di vedermi precipitare in acqua e pronto al salvamento, quindi procedo con  mirabile sicurezza fino al largo, tanto l'acqua sarà profonda, se va bene, non più di un metro. E' ancora presto e tra le case è tutto un inseguirsi di bambini che corrono, forse non è ancora il momento di andare a scuola e qualche donna è già davanti ad un piccolo magazzino che pomposamente espone il cartello di Complesso Cooperativo commerciale, in attesa di fare la spesa. Noi giroliamo un po' tra le capanne, poi arriva il capovillaggio ad accoglierci con molto sussiego, chiarendo subito che siamo ospiti graditissimi e ci invita in una capanna, evidentemente dedicata, dove ci ringrazia per la visita, mentre si prepara il classico tè. Una signora arriva con un bacile contenete un materiale bianco a scaglie piuttosto grandi. E' farina di pesce secco, quello che si usa normalmente da queste parti come colazione e aperitivo, almeno credo. 

Farina di pesce
Tutti se ne servono a piene mani e devo dire che non è neppure malvagia. Ci racconta un po' delle difficoltà dovute ad un certo calo del pescato. Qui ci vivono 500 persone circa e 21 barche, tutte sotto la sua responsabilità, che riescono a ricavare una media di due tonnellate di pesce commerciabile al giorno, che va poi al mercato di Nouakchott. Questo è uno dei paesi più isolati e forse tra i più poveri della costa, ma dice, che tuttavia almeno per ora ce la fanno ad andare avanti, sperando in futuro di integrare un poco con il turismo, che sembra una risorsa promettente. Cara gente, è inutile stare lì a fare discorsi con la puzza sotto il naso sui guasti e sullo snaturamento che porta il flusso di gente inconsapevole e carica di dollari su questi lidi. Qui si tratta di sopravvivere e io penso che ogni fonte di introito debba essere considerata benvenuta; certo bisognerebbe avere la capacità di gestirla il meglio possibile, conservando quella apparenza di autenticità che è poi quello che cerca il turista, ma non chiediamo  troppo a comunità di pescatori che cercano solo di continuare a campare senza dover andare ad ingrossare le periferie delle città. Il capo villaggio in ogni caso, mi sembra persona attenta e di buona volontà e ovviamente gli auguriamo il meglio per la sua comunità. Facciamo ancora un giro del paese dopo esserci profusi in grandi ringraziamenti e ci facciamo largo tra il gruppo sempre più numeroso di bambini vocianti che ci hanno subito circondato accompagnandoci fino alle macchine che ci aspettano al limitare delle baracche.

Nouamghar (da Google map)


SURVIVAL KIT

Iwik community cottages
Banc d'Arguin - Riserva ornitologica che comincia appena fuori da Cap Blanc, patrimonio Unesco. Comprende 7 paesini sulla cosiddetta Costa di Opale, più o meno grandi, ognuno con qualche centinaio di pescatori residenti con le loro famiglie, gli unici autorizzati a pescare con barche a vela e con reti tradizionali. I paesi sono: Arkeiss, Ten Alloui, Iwik, Tessot, Teichot, R'gueiba, Nouamghar. Nella zona ci sono diversi campi tendati, con bungalow spartani in cui fermarsi per la notte come all'Arkeiss Camping oppure all'Iwik Community Cottages (una ventina di bungalow molto basici ma con bagno, acqua corrente, doccia calda con pannelli solari e mi sembra anche AC, dove siamo stati noi). In ognuno dei paesini comunque si trova qualche soluzione per la notte, basta rivolgersi al capo villaggio. Possibilità di uscite in barca per la pesca. In ogni caso vale la pena fermarsi almeno una notte lungo la costa per visitare con calma tutto il parco per un paio di giorni.



Barche Imraguen
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Si riprende la pista
Operazione conclusa
M18 - La forza del destino

martedì 24 marzo 2026

Mau 22 - Tra pescatori e delfini

Pesca coi delfini, Iwit - Mauritania - gennaio 2026

 

La costa
Sistemata la più grossa col couscous, abbiamo il tempo per fare un giro a piedi fino alla scogliera, che è un capo piatto e sabbioso proteso verso il mare dai bordi sfrangiati e rosi dalle onde. Più che altro un costone al di sotto del quale la spiaggia si protende con un arco quasi perfetto verso nord. Non vedi anima viva pur buttando l'occhio all'infinito, visto che la visibilità è ottima anche al centro della giornata, cosa che consente una vista buona anche a grande distanza. Qualche rara barchetta in mare, le tende di quella che dovrebbe essere una struttura turistica, sembra che qui in estate ci sia il pienone e le quattro baracche del paesotto, niente altro. Dall'altra parte del capo, qualche barca semiabbandonata sulla riva di quello che è comunque un porto. Questa, come ho già detto, è una costa del tutto particolare: deserta di uomini e di vita in generale, sabbiosa per centinaia di chilometri, visto che proprio qui finisce il deserto più grande del mondo, con fondali bassi, dalle acque fredde e molto pescosi e quindi insidiosissimi. Insomma un poco il contraltare delle famose coste della Namibia dette per gli stessi motivi Skeleton coast, un nome un programma. Per questo sono state sempre raccontate come zone perigliose e testimoni di naufragi epocali. Chi non ricorda il famoso evento del naufragio della Medusa, immortalato nel famoso quadro di Géricault, che illustrò con un lavoro famosissimo che gli costò quasi un anno di lavoro, consegnandolo alla fama definitiva, questo disastro marittimo avvenuto proprio qui nel 1816.

La zattera della Medusa
Il quadro raffigura, con una monumentale presenza di oltre 7 metri, la zattera della morte in cui perirono quasi 150 persone con episodi di cannibalismo e che influenzò con il suo realismo, il passaggio al romanticismo della pittura francese, suscitando innumerevoli discussioni artistiche e politiche. Questo per ribadire che solo due secoli fa, questi erano luoghi assolutamente estremi dove avventurarsi significava mettere in pericolo la propria vita e poco oltre la battigia, cominciavano le terre incognite di favoleggiati regni africani pieni di oro e altre ricchezze, nonché luoghi di elezione dove attingere schiavi e forza lavoro per le colonie, prime in testa quelle della vicina Sao Tomè, dove erano state create piantagioni ricchissime, di quel cacao che inondava l'Europa da oltre un secolo, una moda che imperversava in ogni salotto che si rispettasse. Adesso questa costa è formalmente semiabbandonata. Le navi oceaniche delle flottiglie di pesca transitano al largo del grande banco, intanto per non far la fine della Medusa e poi per riempire il più rapidamente possibile le stive frigorifere e portare ai mercati lontani tutto il ben di dio congelato che si riesce a sottrarre da questo mare. Ai pochi pescatori rimasti, che non dialogano quasi più con i delfini, non rimane altro che aspettare che si aggreghi con maggiore intensità la pesca di prede decisamente più grandi, quei turisti europei, che quasi per un senso di rivalsa e restituzione morale, cominceranno ad arrivare a questo mondo depredato per essere a loro volta depredati in senso buono e del tutto volontariamente, portando un po' di gradita valuta, per una volta lasciandola qui, una specie di ritorno dell'oro in cambio di perline colorate che per una volta compiranno il viaggio a ritroso. 

Football
Camminiamo sulla spiaggia infinita. di tanto in tanto mi fermo a considerare una conchiglia. Sono grandi e tozze, quasi sferiche. Una è così grande, che tenuta in mano, la valuterei quasi cinque chili e contiene un mollusco talmente grosso e gonfio che non riesce neppure a far fuoriuscire dalla voluta esterna, il suo mostruoso labbro carnoso. Lo lascio più vicino all'acqua, in modo che l'onda che prima o poi arriverà a lambirlo riesca a portarselo via più rapidamente. Il Poseidone con le sue Nereidi che abitano questo mare me ne saranno certamente grati. Come sempre è un peccato che intristisce il cuore, la grande quantità di residui plastici che giacciono abbandonati ad infestare il luogo, una specie di maledizione mandata da un dio malevolo per punirlo della sua bellezza. Certamente qui si comincia una bella discussione di non facile sviluppo. Perché l'uomo, dopo aver ideato, sviluppato e massimizzato una delle più grandi e benefiche invenzioni della storia, la plastica, di cui bisogna avere la capacità e l'onestà intellettuale di capire la portata tecnica ed economica ineguagliabile, non riesce ad avere la stessa capacità, nel gestirne allo stesso modo le inevitabili conseguenze negative, minimizzando o addirittura eliminando il problema e massimizzandone solamente i vantaggi? Eppure sarebbe una soluzione tecnicamente facile, già del tutto studiata e convenientemente sviluppabile. Eppure questo viene incomprensibilmente preso in considerazione solamente in maniera marginale e assolutamente insufficiente. 

A Iwit
Come sa chi si occupa di questi problemi, le materie plastiche oltre ad essere il miglior materiale in assoluto dal punto di vista economico, tecnico e anche verde, in quanto (calcolando l'intera vita del prodotto dalla sua costruzione al suo smaltimento) sono i materiali meno energivori in assoluto e minori produttori di emissioni, basta volerli raccogliere e riciclare nei molti modi tecnicamente oggi possibili. Ecco il punto, basta volerlo fare e insegnare a farlo anche a coloro che prima buttavano per terra la buccia dei frutti consumati e due giorni dopo non c'era più ed oggi non sono ancora abituati ad un uso consapevole del prodotto, Per gli altri, quelli che lo sanno benissimo ma che continuano con noncuranza a buttare le bottigliette nel fiume o a lasciare le buste nel prato, duole dire che forse non c'è speranza.. Così è più facile dare la colpa alla plastica che a colui che la butta in terra, cadendo così nelle panie delle lobby varie della carta o del vetro (entrambi assai più inquinanti, ma questa è tutta un'altra storia) e di certo comunque infastidisce assai vedere questo luogo fuori dal mondo, completamente cosparso di immondizie. Tutto sommato questo però è un aspetto su cui si può lavorare e non sarà mai tardi farlo. In fondo presto o tardi i costi delle materie prime faranno considerare che il recupero, anche di quello che è già stato disperso nell'ambiente, sarà la miniera del futuro, non appena sarà economicamente conveniente farlo, visto che tecnicamente è già possibile con facilità. 

Airone cinerino
Va beh, chiacchiere da bar, intanto andiamo a vanti fino al successivo porticciolo, Ten Alloui. Anche qui baracche poverissime e bambini che giocano con una palla di stracci in uno spazio tra le case pieno di immondizia e di bottigliette di plastica. Qualche barca è arrivata, hanno già scaricatoi il pesce dentro grandi contenitori di recupero, attenuti tagliando in due, grandi taniche forse ormai fuori servizio, per il trasporto dell'acqua, che qui è sempre un bene prezioso, ricordiamo che anche se in riva al mare siamo pur sempre in un deserto. La grande massa degli uccelli adesso sono più al largo sugli isolotti che la bassa marea ha fatto emergere, torneranno a riva più tardi. Su una lingua più vicina, un gruppo numeroso di cormorani nerissimi prende tempo priva di levarsi e sbattere le ali correndo sull'acqua prima di riuscire a prendere il volo per andare a pescare. Sulle barche già spiaggiate invece, qualche uomo sta raccogliendo le vele e raduna le reti prima di scaricarle a terra, dove probabilmente attenderà qualcuno all'opera di riparazione, lavoro consueto a cui sono condannati tutti i pescatori del mondo. Noi proseguiamo ancora verso Iwik, risalendo sempre la costa verso un promontorio sabbioso che si prolunga al largo in una serie di grandi isole mobili e dall'aspetto mutevole, tra le quali Tidra è la più consistente. Questo villaggio è decisamente più importante degli altri, ci vivono almeno 300 famiglie e le baracche stesse sembrano più strutturate. 

La barca e i delfini
Al centro in quella che sembra una specie di piazzetta, fa bella mostra di sé un rubinetto che eroga acqua pulita per tutto il villaggio. La spiaggia è piena di barche, che aspettano, forse domani, di prendere il largo. Sulle murate alcuni aironi cinerini stanno in equilibrio incerto, dondolandosi sulle lunghe zampe sottili e girando il becco di qua e di là quasi a fiutare il vento. Nella rada sta arrivando l'ultima barca tiene ancora la grande vela triangolare dispiegata al vento, che la spinge verso riva. Ci sono quattro uomini a bordo che maneggiano le cime per tendere ancora di più la vela che è gonfia sotto la spinta che arriva dal mare. Ma se guardi con attenzione, anche se la barca è ancora lontana, tutto attorno a lei, il mare si muove, quasi ribolle; ecco schiene nere inarcate che di volta in volta fuoriescono e si inabissano dalle onde, alcune all'unisono altre in controtempo. Sono i delfini che seguono il naviglio e rientrano in porto con i pescatori. Avranno compiuto ancora una volta il loro lavoro secondo tradizione, aiutando gli uomini a radunare il pesce? Gli uomini buttano loro continuamente qualche cosa, forse la sinergia tra uomini e animali continua ancora, nonostante tutto, mentre gli ultimi raggi del sole fanno risplendere la superficie azzurra di pagliucole d'oro. 

Gabbiani
I tursiopi, che man mano che si avvicinano alla riva si mostrano bene in tutta la loro maestosa dimensione, sono davvero belli grossi, di certo più di una decina e continuano a saltare attorno alla barca, quasi giocassero con i loro amici, oppure li considereranno semplicemente i loro datori di lavoro dai quali reclamare la paga a fine giornata? In ogni caso uno spettacolo raro. Quando la barca si pianta sulla riva, gli uomini scendono lentamente scaricando le loro cose ed i delfini se ne vanno, quasi i rumori che producono sembrano saluti o degli arrivederci al giorno dopo. I ragazzi sembrano provati, non ci danno molta corda infatti, sono stati in mare tre giorni e su quel guscio di noce, mi sembra una bella prova già di per sé, ma la pesca sembra abbondante, hanno il cassone pieno zeppo. Il banco, sebbene sfruttato pesantemente e impoverito delle sue ricchezze, continua a fornire di che vivere, per questi pescatori di piccolo cabotaggio, almeno forse ancora per un poco. Uno stormo di gabbiani si leva nel cielo, anche loro vogliono la loro parte del bottino. Nel paese anche i ragazzini hanno finito di giocare, noi andiamo fino alla duna che sta dietro alle case per vedere il sole che tramonta sul mare, ma ci vorrà almeno ancora un'ora, giusto il tempo per pensare e se vogliamo essere sinceri, qui c'è davvero molto da pensare. 

delfini


Iwit
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M18 - La forza del destino

lunedì 23 marzo 2026

Mau 21 - Il Banc d'Arguin

La baia - Mauritania - gennaio 2026

 

La costa
Questa Mauritania continua a metterti di fronte ad aspetti inattesi ed accattivanti. Ogni volta che pensi che il viaggio sia in effetti finito, ecco che saltano fuori nuovi interessi che ti muovono verso nuove scoperte. Siamo in effetti ormai arrivati al mare, all'Oceano, nel punto dove il deserto del Sahara finisce scontrandosi con la massa d'acqua che sola cosa, può paragonarsi alla sabbia e alla roccia che, partita dal lontanissimo Egitto, ha percorso migliaia di chilometri per arrivare a questo confine della natura. Onde di acqua da un lato che si ergono a barriera di onde di sabbia dall'altro, che anch'esse si muovono rincorrendosi, forse più lentamente di certo, ma egualmente in modo inarrestabile, come abbiamo visto capaci di seppellire addirittura città intere, figuriamoci strade e ferrovie, che per essere mantenute in vita, necessitano di continua ed attenta manutenzione. E qui, proprio qui su questo litorale di cui non riesci a distinguere i confini, i due oceani, quello di acqua e quello di sabbia si scontrano, in una battaglia epocale che dura da ere infinite e continuerà fino alla fine del mondo. Qui si crea un ecosistema unico e di una bellezza straordinaria, ma sì, abusiamo pure di aggettivi encomiastici, ma davvero non so come descrivere questo ambiente quasi surreale. 

La balena
E' una spiaggia unica lunga centinaia di chilometri che si stende già dal Sahara occidentale e arriva fino al fiume Senegal, alternata a basse scogliere che vengono continuamente erose dalle onde, mentre dove c'è solo tenera sabbia, sembra l'Oceano non voglia accanirsi e che anzi continui ad accumularne altre in lunghe barene infinite, in serie di dune continue e parallele che a volte riescono a coprirsi di ciuffi di erba rada e stentata, in altri punti di arbusti rinsecchiti e spogli. Lungo questa linea che parte addirittura dallo stretto di Gibilterra si snoda la rotta della famoso Aeropostale, che negli anni '20 e '30 era percorsa da quei velivoli di tela e legno e che collegava l'Europa a Città del Capo e che poco dopo Dakar tentava orgogliosamente il salto per portare la posta fino al lontanissimo Sudamerica. Era la rotta, pericolosissima che passava proprio da qui facendo base a Port Etienne, quello che oggi è l'insediamento ormai abbandonato di La Guera, sulla penisola di Cap Blanc, teoricamente zona saharui, praticamente sotto giurisdizione mauritana, dove orgogliosamente atterrava quel Saint-Exupery, pioniere della prima aviazione, inguaribile sognatore che scrive il suo Piccolo Principe proprio sulla base di un suo incidente aereo nel Sahara. 

Costa
Ma questa costa nuda e solitaria, di una bellezza che con un aggettivo poco usato, ho definito nientemeno che straordinaria, ti acchiappa subito non appena cominci a percorrerla, dopo aver abbandonato la nazionale N2 che porta fino alla capitale, per prendere quella che non è neppure una pista, ma che segue la battigia tra dune e mare, i due spazi deserti che si congiungono nell'abbracciarsi continuo del gioco delle maree. Tutta questa serie di motivi, che andrò nuovamente e più dettagliatamente ad illustrarvi hanno condotto nel 1988 alla costituzione del Parco Nazionale del Parc d'Arguin, successivamente anche sito Unesco, dal nome della grande isola che è situata in una grande insenatura sabbiosa della costa. Lo scopo era di proteggere in qualche modo questo territorio tutto sommato molto fragile, dall'ingordigia dell'uomo. Questo spazio infatti, appunto per il motivo di essere quasi completamente disabitato e naturalmente per la sua situazione climatica, è uno dei punti cruciali delle migrazioni di moltissime specie di uccelli artici, che transitano fin qui per svernare, partendo sia dalle coste della Groenlandia che da quelle del nord Europa. Si parla di circa tre milioni di individui che sostano in questa area, in parte paludosa che ne fa l'ambiente ideale per questi animali. 

pesca
Diverse specie di pellicani, fenicotteri rosa, aironi, cormorani, sterne, nitticore e moltissime altre specie, più di cento, vengono su questa costa ricca di pesce come vedremo e del tutto tranquilla, essendo quasi completamente disabitata, facendo di questo parco il paradiso dei fotografi naturalistici. Abbiamo detto del pesce, che qui abbonda perché si tratta di un tratto di mare ricchissimo di nutrienti, dalle acque fredde e particolarmente favorevoli dunque al moltiplicarsi delle specie ittiche, in particolare i muggini. Questo aspetto, che ovviamente favorisce la presenza degli uccelli, è diventata anche la sua maledizione suscitando gli appetiti, come vi ho già ampiamente relazionato delle grandi compagnie di pesca europee ed asiatiche, che hanno cominciato a saccheggiare il banco in maniera massiccia e con i metodi moderni e quindi devastanti per le dimensioni messe in atto. Ma su questa costa era anche presente da sempre un gruppo etnico del tutto particolare, una tribù di genti berbere, al tempo stesso nomadi, ma pescatori che avevano incentrato il loro stile di vita proprio sulla cattura dei muggini. Oggi sono attorno alle duemila persone insediate in sette piccoli villaggi lungo la costa, oltre a due esterni all'area, che si ostinano a vivere in questo ambiente difficile e sotto certi aspetti estremo.

Barche Imraguen
Gli Imraguen, vivono qui di quanto offre loro il mare, da tempo immemorabile ed avevano sviluppato un tipo di pesca davvero particolare, di cui vi ho già parlato ma che vorrei approfondire meglio, che oggi viene raccontato nel piccolo museo di Cap Blanc, attraverso una serie di pannelli che la illustrano. Al mattino delle giornate di pesca, tutti gli uomini del villaggio uscivano dalle loro capanne, portando con sé delle piccole reti personali preparate alla bisogna ed entravano nell'acqua mentre la marea si ritirava a poco a poco, battendo l'acqua con le pale dei remi delle loro barche. Dal largo, gruppi di delfini di  grossa taglia (Souza teuszii), che arrivano fino a tre metri, si radunavano in gruppi sempre più numerosi e cominciavano a spingere i banchi di muggini verso la riva, fino a che questi riempivano completamente le reti tese di traverso che venivano quindi trascinate a riva completamente colme di pesci, lasciando più o meno la metà del pescato ai delfini stessi. Questa modalità di pesca veniva raccontata dai viaggiatori del deserto tanto che il noto ricercatore e documentarista Cousteau organizzò negli anni '80, una spedizione con la sua nave Calypso, che documentò ampiamente questa tradizione, d'altra parte non del tutto nuova e sconosciuta. 

Aekeiss
Infatti nella sua Storia Naturale, Plinio il Vecchio racconta di un analogo sistema di pesca che avveniva nel Mediterraneo nella laguna di Latera, vicino a Nimes nella Gallia Narbonese, raccontandone lo svolgimento con le stesse modalità, salvo che al termine della battuta i pescatori compensavano i delfini, non solo col pesce in sovrabbondanza ma anche con pane imbevuto di vino. Certo che tornavano ogni volta questi delfini beoni! Oggi, dopo che, come vi ho detto, le grandi compagnie mondiali a cui sono stati ceduti i diritti di pesca in cambio dell'annullamento del debito nazionale, il classico piatto di lenticchie, hanno quasi completamente saccheggiato l'area marina antistante il banco, riducendo consistentemente la quantità di pesce pescabile, anche se continuano imperterrite il loro lavoro, solo gli Imraguen hanno il diritto di pesca, ma eseguibile con barche senza motore e con i cosiddetti metodi tradizionali, cosa che da un lato ha consentito di incentivare il turismo di nicchia. Naturalmente l'impoverimento del pescabile ha influenzato anche il numero degli uccelli presenti sulla costa, che non trovando cibo con la consueta abbondanza si stanno spostando verso sud. Eccoci dunque a percorrere la costa del Banc d'Arguin, con le auto lanciate sulla battigia in mezzo a nuvole di gabbiani che si alzano al nostro  passaggio avvolgendoci completamente. 

La baia
Le sfumatura di ocra alla nostra sinistra e quelle degli azzurri alla destra, che si mescolano al verde delle acque fino ad arrivare al blu più profondo man mano che l'occhio corre verso il largo, formano una tavolozza irresistibile. Non sai più se vuoi fermarti per scattare verso le sabbie nella speranza di afferrare quel caleidoscopio mutevole o cercare di congelare nell'immagine quello sbattere di ali che ti avvolge, attraversato dallo stridio delle gole e lo sbattere dei becchi. Sinceramente non sai più dove posare gli occhi. Il banco di sabbia si allarga poi allungandosi nel mare, lasciando un largo spazio al centro leggermente più sopraelevato che consente di percorrerlo più in là per raggiungere l'azzurro. Lontane colonie di pellicani bianchi sbottono i becchi gialli verso l'alto, come per festeggiare la cattura di un bottino epocale di pesci. Arriviamo fino al margine della lingua. Aironi e gabbiani ci circondano. La sabbia è piena di conchiglie anche di grosse dimensioni, dalle quali occhieggia l'animale carnoso in cerca di uno spruzzo di onda che tarda ad arrivare. L'odore del mare è forte, ti riempie i polmoni così come le strisce di colore sovrapposte ti riempiono  gli occhi. Una indigestione irripetibile di sole, di mare, di natura assoluta.

Cous cous
E poi ancora in una corsa pazza sulla riva del mare, dove l'onda arriva a malapena ricoprendola di una lama sottile sulla quale le gomme delle nostre aito scavano solchi leggeri lasciando dietro di sé una scia spumeggiante. La spiaggia è adesso larghissima segno che la marea ha ancora molto da lavorare per salire al suo massimo e la fila dei cespugli è lontana. Infine, in lontananza ecco n altro piccolo capo, un promontorio tozzo affacciato sulla costa, con falesie frastagliate di arenaria tenerissima, quasi martirizzate dall'impeto dei marosi. Nell'ampio golfo che precede la punta, scorgi anche da lontano, se aguzzi la vista, qualche capanna sparsa, non più di una ventina, soprattutto tende, che man mano che ci avviciniamo appaiono sempre più povere e abbandonate. Nel mare di fronte qualche barca senza vele che scorre lenta al largo, di piccole dimensioni con non più di due o ter uomini di equipaggio. Siamo arrivati al paesino di Arkeis, il primo insediamento degli Imraguen, il sole è ormai alto nel cielo e noi andiamo in cerca di una baracca dove sembra si possa avere qualche cosa da mangiare. Infatti ci infiliamo in una grande tenda, stendendoci su stuoie e tappeti dove poco dopo, ecco che arrivano dei grandi piattoni con un grande couscous piuttosto piccante e pesce fritto e cosa mai ci potevamo aspettare.



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