sabato 14 marzo 2026

Mau 17 - Un tè nel deserto

Tè nel deserto - Ben Amera - Mauritania - gennaio 2026

 

Ben Amera
Perché io sono così affascinato dal deserto? Cosa mi attira morbosamente verso queste distese infinite di sabbia ondulata o verso i tavolati di roccia ricoperta da minuti frammenti o da questi spazi piatti e senza fine che moltiplicano all'infinito piccoli monticelli di terra su cui spuntano aridi ed inutili ciuffi di erba stentata e dura? Non riesco a spiegarlo. Forse, se c'è stata qualche vita precedente, ho già vissuto in queste sabbie, percorrendole per giorni o per mesi per arrivare fino alla Mecca o trasportando sale e oro sulla pista verso sud. Schiavi non credo, sento troppo lontano da me questo genere di commercio, seppure coltivi profondamente questa mentalità di mercante che mi ha sempre accompagnato e nutrito anche in questa vita. Troppo mentalmente coinvolgente il traffico di carne umana, di certo faticoso da sopportare. Forse per questo mi aveva così emozionato, 45 anni fa, il noto affresco, in fondo alla valle di Zagora, nell'erg marocchino, che recitava e mi sembra ancora esista, Timbuctu, 55 jours! Camminavo allora, in quell'altra vita, a fianco del mio dromedario, l'unico della carovana senza basto carico, con la grande sella a tre punte, dove issarmi quando fossi stanco, accettato da lui come suo compagno di viaggio, non padrone anche se non voglio dire amico, che il dromedario non è amico di nessuno guardando tutti con quella sua aria di superiorità, da animale vicino alla divinità, essendo l'unico che conosce il centesimo nome di Allah.

detriti
Ma rimane comunque l'unico disposto a condividere con l'uomo un tratto di strada, dando una mano a portare qualcosa, intanto, in proporzione, non pesa molto e a volte, ci si dà una mano a vicenda. Nella bisaccia avrò avuto un libro, comprato da un sufi turco, incontrato in un accampamento vicino ad un'oasi tra le sabbie, vicino al raduno di gente che stava per partecipare all'Hajj, che lo aveva portato con sé fin dalla lontana Samarkand, una città lontana e perduta ai confini del mondo. Un libro vergato a mano che racconta di storie della natura, di come sia fatto il mondo, di quello che circonda l'uomo e la sua umanità, scritto da altri sapienti molto più antichi, che arrivavano ancora da più lontano e tradotto con pazienza in una lingua che neppure conosco. Lo porterò fino alla mia casa di pietra e lo metterò assieme agli altri che hanno conservato mio padre e mio nonno e quelli prima di lui, a disposizione degli studenti che arriveranno dal Ouarzazate o da Timbuctu a studiare nella città dei Sapienti, per poi tornarsene a casa portando con sé fino al loro mondo, un poco del mio sale o del mio orzo o dei miei tessuti, ma anche un poco di questo sapere, l'unica cosa che puoi regalare senza impoverirti mai e delle idee di cui sono pregne queste pagine di pelle di gazzella. 

Per questo rimarrò sempre a lungo a posare lo sguardo su questo mare aranciato che si perde fino all'orizzonte, con le sue ondulazioni perfette ed il filo di sabbia che il vento continua a spingere oltre il confine del bordo superiore, facendolo poi precipitare in basso fino a formare mezzelune affilate che il sole calante rischiara di un giallo vivo e vibrante. Neppure senti la sete, mentre il soffio gentile spira verso sud, carezzando la mia derraa dalle profonde sfumature indaco, quasi mescolandosi con i fregi dorati delle bordure e gonfiandola un poco mentre penetra nelle ampie maniche. Solo il tè caldo continua a gorgogliare mentre passa infinite volte da un bicchierino all'altro, impregnato di aromi di menta e caricandosi di quella deliziosa schiumetta superficiale, dolce e morbida che ne attenua l'aspro del tannino, ricordo della sua personalità, anch'essa dura come il mondo che ci circonda. Brahim continua a versare e a versare, la schiuma cresce, mentre la sua voce leggera suona di una melodia antica che racconta di amori contrastati, che si mescola al vento e si confonde nella sabbia che ti scivola tra le dita. Prendo dalle sue mani il bicchierino con gratitudine e il liquido scende giù caldo e ristoratore. "Shukran Brahim", che pace infinita. 

deserto
Alle nostre spalle il monolite torreggia come un oggetto di un altro mondo, quasi non ne scorgi la cima. Alla base, la parete precipita quasi verticalmente; la sua superficie grigio scura sembra lucidata dai raggi del sole che la avvolgono. Sembra lì ad un passo, basta allungare la mano per toccarla ed invece è ancora lontana, qualche centinaio di metri, da percorrere nella sabbia tenera nella quale ti sembra di affondare. Ci vuole tempo ad arrivare alla montagna e quando finalmente ci sei, ti appare così inusuale vedere quella massa incombente e nera che emerge netta dalla sabbia ambrata. Per un attimo ti pare che stia erompendo fuori dalla viscere della terra come un gigantesco ciclope che vuole mostrare al mondo la sua potenza e si guarda intorno con quel suo unico occhio malvagio che mostra sul fianco ripido. Allora questa è solo la sua immensa testa e il corpo smisurato ancora giace sotto e non aspetta che un'altra spinta per sbucare fuori completamente e compiere chissà quali prodigi. Oppure al contrario, sta affondando in questo deserto di sabbie mobili che a poco a poco lo stanno inghiottendo e il suo, è solamente un disperato sguardo che chiede aiuto per una terra ed un mondo che affoga, mentre lui ha ancora una disperata volontà di vivere e cerca solo una via di uscita verso un mondo che glielo consenta e non lo ricacci giù verso il suo Averno. 

Contatto con l'alieno
Quando gli sei vicino allunghi una mano per sentirne il contatto, per tastarne l'anima. Sembra di essere in uno di quei film dove arrivi a toccare il grande essere alieno per sentire se è ancora vivo, il solo modo, quello della continuità fisica che ti permetterà di comunicare, di assorbirne il sentire, di tastare la sua anima. Sembra allo stesso tempo caldo per la carezza dei raggi del sole e gelato come deve essere invece la roccia viva. Il suo apparire liscio e uniforme subito si avverte essere ingannevole, al tatto ecco che ne senti le invisibili asperità, il suo sfaldarsi continuo in lamine sottili, scistose e fragili, quasi la sua possenza fosse solamente apparente, immaginata e invece da presso, mostrasse completamente tutta la sua interiore debolezza. Che sensazione straordinaria, una roccia, pietra dura e immobile da milioni di anni, così viva e parlante. Sembra volerti dire qualche cosa e non capisci se è una richiesta di aiuto o un consiglio salvifico, se è qui per aiutare te o per chiedere a sua volta salvezza. E' il solito inganno per il piccolo e inconsistente essere umano, il credere che la natura si interessi a lui e alla sua minima ed ininfluente presenza. La realtà è che essa non si accorge neppure della tua presenza, non viene minimamente scalfita, fa il suo corso, aspetta semplicemente che questi insetti di minima importanza terminino la lor brevissima esistenza e tutto passi senza lasciare traccia in questo grande libro che racconta di eoni infiniti, dove tutto si misura solo in centinaia di milioni di anni. 

Certo la presenza di questo masso di granito è forte e condiziona tutto ciò che sta intorno rendendolo minimo e privo di consistenza. Questa sola enorme massa è il tutto.  Mi appoggio con tutto il corpo alla parete rocciosa, gli occhi semichiusi accecati dal sole alto, le braccia larghe in un contatto solido e pieno. Qualche sognatore di meccanismi olistici e paragnostici certamente parlerebbe di punti di forza, di magnetismo naturale, forse di linee in cui emerge e si raggruma la potenza del pianeta, chissà se queste suggestioni autocostruite non siano anch'esse di aiuto a costruire tutto il castello di inutile pensiero che sta intorno a queste cose, di certo anche la mente umana aiuta tanto. Guardo lontano lungo il bordo del monte, dove piega verso ovest, quasi formando un anfratto. Vicino alla parete quasi nascosto dall'ombra c'è un camper. Come avremo modo di vedere successivamente non sono pochi gli Europei che con questi mezzi arrivano fin qui e si posizionano da queste parti in cerca forse di sensazioni o semplicemente per aggiungere spunte sulla loro personale carta geografica. Certo che per arrivare fin qua ci vuole un minimo di impegno, devi averne voglia insomma, anche se di certo mi sembra che ne valga sicuramente la pena. 

Il campo
Torniamo al campo che sembra così lontano, perso e seminascosto dalle dune, eppure si tratta solo di poche centinaia di metri. Gli addetti, posto che ci siano, stanno ben nascosti in qualche loro tenda di supporto e a noi nella tenda centrale arrivano solo dei piatti ricolmi di riso, tonno e banane, per calmare l'appetito che non di sole sensazioni vive l'uomo; poi saltiamo sulle auto, forse si tratta di andare un po' più lontano per avere un altro punto di vista sulla montagna. Invece no. Facciamo almeno cinque chilometri tra le dune ed ecco che tra gli avvallamenti compare un altro monolite, apparentemente simile, ma molto più piccolo da Ben Amera. Si tratta di Aisha, il monolite femmina, la compagna del primo, la sua sposa divina che giace un po' più in là. Come logico queste due ingombranti presenze hanno generato leggende infinite che, in un popolo di nomadi del deserto come quello Mauritano, che vive di sogni e racconti, di poesia e canzoni, si sono moltiplicate nei secoli. La più nota racconta di questi due sposi e di tutte le rocce nere e più piccole sparse all'intorno nel deserto che rappresentano i figli che i due hanno generato durante il loro matrimonio. Ma venne il giorno in cui Ben Amerà dovette allontanarsi per uno dei tanti lunghi viaggi nel deserto, una carovana infinità che ritornò solo dopo molto tempo, ma al suo arrivo, Ben Amerà scoprì che Aisha lo aveva tradito e così la ripudiò scacciandola nel deserto assieme ai figli, così che da quel momento i due rimasero separati per l'eternità condannati a vedersi appena da lontano per sempre senza avere mai più la possibilità di ricongiungersi e le tante rocce nere che stanno attorni, i figli rimangono piccoli e non vogliono crescere perché rimproverano ai genitori l'incapacità di trovare un accordo e vivere assieme. 

Ma sotto le tende dei nomadi le donne raccontano una diversa variante della storia. Aisha non era stata veramente infedele, perché era stata costretta dalla famiglia a sposare Ben Amera e quando lui se ne era andato, aveva ceduto a quello che era sempre stato il suo vero amore. Così il marito, ritornato e scoperta la tresca, uccise il rivale e fui lei ad andarsene per sempre nel deserto, disperata per la perdita. Ecco perché ora rimane lì immobile, voltandogli le spalle, offesa. Resta così questa famiglia pietrificata dal dolore e dal tempo, ma ogni sera quando il sole comincia a calare e le ombre si allungano, ecco che pare che le due montagne cerchino ancora di parlarsi, anche se invano, attraverso il silenzio del Sahara. Anche questo monolite è impressionante nella sua bellezza. Facciamo il giro con le auto attraverso una valle che si incunea tra altre rocce sparse di piccola dimensione, appunto i loro figli. Qui infrattati tra un gruppo di alberi stentati, cresciuti con la poca umidità che evidentemente filtra alla base delle rocce, compaiono diversi mezzi, principalmente camper tedeschi, austriaci e svizzeri che stazionano seminascosti, evidentemente per trascorrere qui un certo tempo, forse a raccogliere l'energia che sembra emanare da questo mondo. Nel 1999 un gruppo di artisti si radunò proprio qui e per un certo tempo iniziò un'opera certosina producendo sculture di grandi e piccole dimensioni nei massi di granito che circondano Aisha, così che oggi puoi camminare attraverso una specie di museo a cielo aperte di sculture immaginifiche che rappresentano animali, esseri di altri mondi o figure allegoriche del tutto astratte.

Aisha
Saliamo sul grande masso di fronte per avere un punto di vista solo leggermente diverso della montagna che si erge davanti a noi, anche se dovrebbe essere non più alta di un paio di centinaia di metri. Ci vorrebbe un drone, certo per goderla dall'alto, ecco cosa pensa subito l'homo tecnologicus che alberga dentro di noi o un paio d'ali per girare attorno ad Aisha e godere della sua bellezza mentre giace tra le sabbie, come pensa invece Ahmed il nostro poeta. Compiamo per intero il giro e arriviamo al fronte della grande roccia che guarda verso il tramonto e qui all'improvviso, capisci senza spiegazioni il motivo dell'identificazione di questo monte come la donna assoluta. Tutta la parte esposta al vento del deserto presenta una enorme spaccatura verticale che non puoi assolutamente confondere con altro che non sia la rappresentazione perfetta di un sesso femminile, che la montagna offre impudicamente alla vista di tutti. Pare da poco lontano quasi un disegno di una tavola anatomica ottocentesca, tanto che i nostri due accompagnatori, evidentemente imbarazzati essi stessi, ridacchiano quasi di nascosto facendo finta di niente, lasciando a noi fare le nostre pruriginose e più disinibite considerazioni. Poi è l'ora di tornare, proprio mentre le ombre si allungano e ci si ferma proprio sulla duna più alta a bere un uktimo tè nel deserto, quasi a mezza strada tra i due coniugi separati e mirare finalmente l'astro che scende all'incrocio tra due alte dune lontane, aspettando che si infili esattamente in quello spigolo netto che ricopre di ombra la terra, lasciandone filtrare gli ultimi raggi, mentre il cielo di colora di fuoco. 



Le sculture di Aisha
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venerdì 13 marzo 2026

Mau 16 - Il monolite di Ben Amera

Al treno - Zouerat - Mauritania - gennaio 2026

 

Avviso
Partiamo con tutta calma. Nel deserto si sa non c'è fretta. Quindi riattraversiamo la cittadina ancora addormentata e ripassiamo nell'area della zona mineraria, nella quale spiccano sempre di più i campi di materiali abbandonati e di mezzi, che non è chiaro se siano obsoleti e lasciati al loro destino ad arrugginire tra le dune, o perché definitivamente fuori uso o invece solo temporaneamente parcheggiati. Più lontano gru e scivoli che circondano gigantesche incastellature di metallo stanno a cavallo dei binari, evidentemente uno dei punti dove il minerale viene caricato di volta in volta sui vagoni. Pensate un po' che ogni convoglio arriva a pesare quasi 17.000 tonnellate (60/70 T. per vagone), per un totale di circa 16,6 milioni di Tonn. l'anno (oltre 12 di ferro puro di produzione finale)! Una realtà che rappresenta evidentemente un punto fondamentale dell'economia mauritana e che, proprio per questo è stato il fulcro attorno al quale si è sviluppato il paese, altro che datteri, ragazzi. Il treno di ieri sera è partito da tempo e al momento non c'è più nessuno che aspetta vicino ai binari e le ore passeranno nuovamente in attesa che qualcuno arrivi con le sue masserizie, sedendosi qui a far passare il tempo in attesa del rumore sferragliante di vagoni che si avvicinano. Una realtà africana del tutto unica al mondo, e che credo contribuisca a suo modo a rendere interessante la visita di questo paese. 

Il treno
Poi, man mano che procedi sulla strada rettilinea ricoperta da uno stretto nastro di asfalto rappezzato, sul quale la sabbia scorre attraversandolo come acqua che coli per laminazione, continui a buttare l'occhio alla tua sinistra. A neanche 100 metri la massicciata della ferrovia ti segue come una linea della vita che scava il palmo della tua mano senza lasciarti mai, segnando il tuo destino immutabile disegnato da un dio delle sabbie che ti sorveglia dall'alto. Oppure la puoi interpretare anche come una linea da seguire, una traccia immutabile del terreno grazie alla quale potrai procedere senza perderti mai, che questo dello smarrirsi tra le dune, è uno delle grandi paure di chi affronta il deserto. Timore che prende da un lato e allo stesso tempo affascina morbosamente solo chi ne è estraneo e non lo conosce, mentre rimane un banale spazio privo di misteri per chi lo vive essendoci nato. Qui il paesaggio è davvero immutabile. Solo Brahim scruta attento l'orizzonte come fosse in cerca di qualche cosa, se no, hai la sensazione che la macchina stessa, come condotta da un robot, proseguirebbe lungo la linea rettilinea senza deviare di un centimetro, segnata com'è dal suo stesso destino. Poi come se avesse sentito il tremolio lontano sopra i binari, come un indiano Comanche che vi ha appoggiato l'orecchio, Brahim si ferma di fianco ai binari e dopo poco ecco che da ovest arriva il treno. 

Il binario
E' quello che torna vuoto dal mare e lo capisci subito dal fatto che non è accompagnato dalla consueta nuvola di polvere. Sembra addirittura un po' più veloce, visto che è scarico. Questo traina anche una decina di vagoni cisterna, segno che anche l'acqua, bene prezioso ed indispensabile, deve essere rifornita ogni giorno per sostenere una comunità anomala per dimensioni a quella terra. Però vederlo passare così privo di presenza umana tangibile, che avanza tra le sabbie come una nave che fende l'onda leggera e senza vento, sicuro della sua rotta verso il porto di arrivo che la aspetta al di là del mare, ti fa rimanere attonito. Il vederlo passare e visto da vicino, è così alto e le murate dei suoi vagoni scialuppa così irraggiungibili, lassù, dove si arrampicano scalette stortagnole e malandate, che le locomotive che tirano sembrano quasi silenziose e avanzano senza mostrare sforzo, quasi che il peso enorme di quanto trainano, sia esso stesso il motore che le spinge. Minuti interminabili in cui il mostro alieno scivola lentamente al tuo fianco un'altra volta ed infine si allontana quasi senza rumore e ti rimane solo l'immagine di quella cosa che a poco a poco svanisce nel tremolare dell'orizzonte, quasi fosse una morgana, un inganno della vista, provocata dalla temperatura che evapora la poca umidità sulla superficie del deserto. 

Benzinaio
E' così. In questa zona, ogni passaggio di questo treno, rappresenta comunque uno spettacolo degno di nota e di attenzione. Ogni volta rimarremo lì a guardarlo passare, immaginando il carico di storie e di miserie umane che porta con sé avanti ed indietro. Così raggiungiamo di nuovo la zona di Choum, che questa volta abbiamo tempo di considerare con maggiore attenzione. Una serie di baracche parallelepipede che si allineano lungo la strada, dove finalmente si decide a formare un'ampia curva, dopo essere venuta decisamente a contatto con la ferrovia, in un punto che potrebbe essere considerata una stazione. Il binario che prima era unico, ora si biforca e infine si quadruplica, all'estremo una fila di vagoni giace come abbandonata ancora una volta. Il paese però è semideserto e anche alla pompa di benzina, dove ci fermiamo per rifornirci finalmente dopo tanti chilometri, bisogna aspettare un po' prima di reperire l'inserviente che venga a manovrarla. Solo un gruppetto di bambini arriva di corsa a controllare che i nuovi venuti non abbiano con sé qualche cosa da lasciare. E' una specie di assalto alla diligenza, ma che poco produce, qualche caramella e niente più. Il gruppo si disperde subito vista l'inutilità del tentativo. 

Choum
Prima di riprendere la strada, controllo la mappa e mi accorgo che abbiamo appena travalicato la frontiera, in quel famoso triangolo di terra che non ho ancora capito bene se oggi si chiami definitivamente Marocco o Sahara occidentale indipendente, come tempo fa si è orgogliosamente autoproclamato. Lo abbiamo attraversato per oltre 5 chilometri, senza minimamente accorgerci della presenza di segnalazioni di sorta. Tecnicamente siamo sconfinati in un altro paese, senza saperlo, attraverso una strada costruita dritta senza badare ai segni fatti sulle carte. Chissà se tecnicamente questo mi darebbe il diritto di annoverare la mia presenza in un altro paese, al momento il 123esimo? Bisogna informarsi. Su questa cosa, bisogna spenderci due parole. In effetti dopo lunga lotta e sanguinosi scontri di guerriglia tra il Marocco che ne rivendica l'appartenenza (denominandolo Territori meridionali) e il Polisario, esercito di liberazione dei cosiddetti Sahrawi, al momento si è creata una soluzione di stallo, in cui il Marocco detiene l'80% del territorio, che lo considera de facto parte integrante della nazione, mentre l'altro 20% è controllato da questo Fronte Polisario. In realtà l'ONU, per quanto ancora conti, considera il territorio intero come non autonomo e in attesa di decolonizzazione e nel contempo, non riconosce l'occupazione marocchina. 

Sahrawi
Dal 1976 si è autoproclamata la RASD, Repubblica democratica araba dei Sahrawi, riconosciuta da una quarantina di stati prevalentemente africani e latinoamericani. Negli ultimi anni gli stati più importanti a partire dagli USA, hanno espresso sostegno ad un piano realistico di autonomia proposto dal Marocco stesso. Al momento la situazione è piuttosto tranquilla, almeno così mi risulterebbe, anzi pare che si possa tranquillamente transitare via terra dal Marocco fino alla Mauritania passando appunto per questo territorio che tra l'altro è altrettanto immenso , come del resto abbiamo appena fatto noi in questa circostanza. Un'altra delle sorprese che questo deserto ti riserba. Forse i popoli di queste sabbie ridono al pensare a queste linee tracciate sulle mappe, a confini che sono stati solamente nella testa di persone che questi deserti non hanno neppure mai visto, diversamente non avrebbero potuto nemmeno immaginarli i confini, le barriere, gli stati. Basterebbe avessero guardato questo spazio infinito senza limiti per capire che questa terra è libera, nella sua stessa concezione di luogo aperto da percorrere per arrivare da un luogo ad un altro e che non può essere definitivamente posseduto da nessuno, sfuggente e scivoloso come è, come questa polvere cristallina che ti scivola tra le dita, e vola via, forse ieri era in quello che tu vuoi chiamare Marocco, tra qualche tempo sarà in Mali e poi chissà dove, a costruire alti rilievi rotondi dai fianchi dolci e dalla estremità tagliate di netto come da lame molate, dalla superficie ricoperta da lievi e infinite ondulazioni ulteriori che le disegnano come una tappezzeria studiata da un grafico dalle capacità più alte. 

Traversine
Il deserto è così continua fonte di meraviglia e stupore, la sua forma che cambia continuamente, il suo aspetto, la sua consistenza diversa, che ti costringe sempre a fermarti per considerarne la differenza, la varietà dei colori, la straordinaria bellezza. E all'interno di questa natura così anomala rispetto a quanto sei comunemente abituato, così estranea alla vita ecco che comunque, di tanto in tanto si ripresenta quella presenza che poi estranea non è, perché ormai convive, si è adattata e persiste pervicacemente con una resistenza non raccontabile a parole, ma che puoi constatare solamente osservandola. Così di tanto in tanto, a decine di chilometri di distanza tra di loro, ecco comparire altre baracche, capanne, presenza di umani, di difficile decifrazione, se non che qui, tutto nasce dalla ferrovia, presenza magari invisibile se passa a solo qualche centinaio di metri in più, ma che capisci subito dai piccoli segni, il fatto che ogni baracca nasca su una struttura di traversine di metallo e che su qualche frammento di legno o di rafia ci sia il logo della compagnia, che qui tutto possiede, forse anche le anime di chi ci vive (?), se questa è vita, naturalmente. E ancora via, la corsa nel deserto non si ferma, altri rilievi leggeri, altra sabbia tra monticelli cespugliosi che rallentano la corsa verso gli orizzonti lontani. Abbiamo ormai abbandonato la N1 e corriamo adesso lungo la ferrovia che va rettilinea secondo la linea di frontiera ad un paio di chilometri da questa, proseguendo il suo cammino silenzioso verso la costa. Poi d'un tratto ecco che tra questo mare di sabbie, emerge una montagna "bruna per la distanza e parvemi alta tanto quanto veduta non ne avea alcuna". 

il monolite
Certo che Ulisse al termine del suo "folle volo" non poteva descrivere diversamente il monte dove situò il Purgatorio, ma noi che dobbiamo dire davanti a questo immenso monolite, che ci appare dapprima lontano lontano e poi comincia a crescere man mano che ci andiamo incontro- E' il secondo più grande del mondo dopo il più noto Uluru, o Ayers rock che dir si voglia, che si innalza nell'outback australiano. Il monolite di Ben Amara è alto poco  più di  600 metri e solo un poco più piccolo e si alza, grigio e solitario in mezzo a questa distesa di sabbia dorata, con i suoi fianchi arrotondati, massiccio ed imponente, quasi levigato dallo strofinio continuo a cui i venti lo sottopongono, quasi lucidandolo a forza di ripassarlo mentre la forte escursione termica tra il giorno e la notte ne sottopongono gli strati superficiali, quasi ad una sfogliatura progressiva, che ne provoca lo spezzarsi continuo e che ne fa accumulare lastre sottili di detriti che vie vie cascano dall'altro verso la base. Sembra grandissimo, ma in realtà sei ancora molto distante e la sua misura cresce man mano che continui ad avvicinarti, accorgendoti poi che benché sembri ormai immenso, ne sei ancora lontano. Così domina tutta la piana di un territorio così vasto che ti pare impossibile che un qualsivoglia confine sia nella realtà tracciato solo ad un paio di chilometri da lì. Finalmente ci siamo quasi sotto, possiamo fermarci e guardarne l'imponenza dal basso, poi, lentamente cominciare a procederci attorno fino a che proprio dietro, quasi sotto la immensa fenditura che dall'alto appare come un occhio spalancato sul nulla, ecco apparire una sorta di campo tendato che accoglie quelli che trovano il tempo e la volontà di arrivare fino a lì. 

Campo tendato





Sahara spagnolo
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mercoledì 11 marzo 2026

Mau 15 - A Zouerat

Sul treno - Zouerat - Mauritania - gennaio 2026

 



materiali abbandonati
Dopo il tunnel raggiungiamo nuovamente la strada che spesso qua e là, come la ferrovia del resto, tende a ricoprirsi di sabbia. Questo è il motivo per cui le locomotive sono state studiate con un sistema apposito per spazzare lo spazio davanti alle rotaie, problema in più per questa strada ferrata che quando è stata progettata, è stata davvero un'opera ingegneristica notevole. Intanto gli spazi degli scavi minerari si fanno sempre più vicini e lo vedi bene dalla quantità di materiali, che si trovano abbandonati lungo la strada e nelle zone che circondano gli scavi che si sono succeduti nel tempo oppure semplicemente che vengono adibiti a deposito materiali di ogni tipo, che siano scorte o semplicemente pezzi consumati od obsoleti e quindi abbandonati a se stessi, senza che nessuno se ne curi più, visto che di spazio nel deserto ce n'è in abbondanza e della manutenzione come sempre pare che nessuno abbia cura, più comodo aspettare il nuovo e buttare quello che non funziona più. Per non parlare dell'aspetto estetico di cui certamente nessuno si cura. Ci sono aree dove vedi decine di migliaia di pneumatici giganteschi usurati e ammucchiati a casaccio, da un'altra parte benne o altri strumenti di scavo anch'essi di proporzioni anomale secondo il metro a cui sei normalmente abituato. Oppure semplicemente file di container apparentemente in abbandono che di certo sono serviti per trasportare le cose necessarie nel tempo. 


Bisogna infatti pensare che una struttura come questa con centinaia o più lavoratori, in mezzo al deserto, che devono essere riforniti di ogni cosa, acqua, cibo e altri bisogni, avrà alle spalle una logistica, se pur primitiva, ma abbastanza imponente. Intanto si sono infittiti anche i binari, con parecchio materiale ferroviario abbandonato, vagoni mal messi, parti di locomotive, ruote, motori elettrici e un sacco di altra roba dall'utilizzo di difficile attribuzione. Più lontano si allineano montagne di detriti e tutto quello che sta normalmente intorno a impianti minerari di queste proporzioni e qui stiamo parlando di un'area che ha un diametro di almeno una cinquantina di chilometri e che nel tempo è andata gradualmente espandendosi. Già perché sembra proprio che questo minerale ferroso che costituisce le rocce affioranti dal terreno, qui attorno per chilometri, abbia una delle più alte concentrazioni di ferro al mondo, quindi comprenderete come questo luogo sia stato sempre molto attenzionato, così si dice nel gergo burocratico, dagli investitori mondiali. Insomma, qui basta tritare roccia, tirare su, caricar vagoni e infine portarli fino al mare a 700 km da qui. E come sampre accade a lato delle miniere è sorta la città di Zouerat. Qui il confine è molto vicino e da quanto ho capito, il procedere verso nord rimane comunque soggetto ad un certo controllo, d'altra parte cosa ci vai a fare verso nord per altri mille chilometri di deserto per arrivare al confine algerino dove non c'è assolutamente nulla. 

Aspettando il treno
O hai carne umana da trasportare, se no devi spiegare cosa hai in mente. Infatti ci sono continui posti di blocco, che esaminano i tuoi fogli con più attenzione, anche se qui ormai i turisti, con la storia del treno che ormai prende spazio su tutte le guide che si rispettano, cominciano a farsi vedere più spesso. La città comunque è moderna e si vede bene, ingrandita da poco, segno che il business procede piuttosto bene, con molte case di recente costruzione. L'albergo è quasi nuovo e si rivelerà addirittura il migliore del giro, con profusione di marmi e larghi spazi. In pratica siamo gli unici clienti, ma una bella doccia dopo tanti chilometri è sempre un piacere della vita, oltretutto andando al pensiero di quelli che arrivano qui, poi pensano soprattutto all'avventura del treno e dei suoi vagoni carichi di polvere. Tuttavia la cittadina, per essere così, un avamposto nel deserto senza storia dove alla fine non si va da nessuna parte, ha un po' un aria strana, come se fosse covo di chissà quali traffici e trafficanti. In realtà credo che non sia affatto così tenebrosa, ma qui sei talmente fuori della realtà che ti fai tutta una serie di trip mentali che ti fanno vedere in giro dappertutto personaggi da romanzo, avventurieri di un'Africa letta nei libri di Le Carré o cose del genere anche se adesso va più di moda la Wagner e sono cambiate un poco le nazionalità che girano da queste parti, con tanti occhi a mandorla che si guardano intorno cercando occasioni da business. 

riso allo zafferano
Comunque noi ci facciamo un piatto tanto per assestarci lo stomaco con dei bei bocconcini di pollo ben rosolato e un riso giallo che sembra scodellato sui Navigli. Poi torniamo di nuovo verso la miniera, nel posto che dovrebbe essere il punto di partenza del famoso treno. In effetti ci sono solo binari e vagoni merci abbandonati, ma in un punto noti subito che si è raggruppata una serie di personaggi vari. Qualche hippy zazzeruto e zainodotato, non saprei come identificarlo diversamente, che dorme per terra nel punto dove c'è sabbia morbida, qualche venditore di masserizie mangerecce e bottiglie di acqua e poi di tanto in tanto arriva qualcuno con pacchi consistenti avvolti nella plastica e dal contenuto ignoto, che scarica da una macchina malandata o da un carrettino trainato da un asino dall'orecchio mozzo, ma quanti ce ne sono, si vede che è una moda; alla fine lascia anche qualcuno e poi se ne va. Un via vai che sembra duri tutto il giorno. Un po' di binari più in là ci sono tre o quattro vagoni passeggeri che sembrano molto mal ridotti, roba da discarica. Invece pare che siano vetture che la compagnia, evidentemente stufa degli abusivi che saltano sui vagoni merci di polvere di ferro e anche innervosita dal fatto che di tanto in tanto qualcuno ci lascia pure la pelle, cascando già dai vagoni stessi e creando così problemi al normale traffico minerario, abbia deciso di fornire questa specie di servizio "passeggeri" a pagamento, anche se non si vede alcun ufficietto dove munirsi di un qualsivoglia biglietto. 

Un passeggero
Ho letto da qualche parte che per un certo periodo era stato istituito una sorta di treno "turistico" con un paio di vagoni, quasi normali che si faceva la tratta una volta la settimana, per far provare ai eventuali turisti ricchi, il brivido dell'avventura con aria condizionata inclusa. Ma forse perché se non salti nel vagone merci col rischio di romperti l'osso del collo e non ti succhi la polvere di ferro per 18 ore, non è avventura vera, non sono più riuscito a trovarlo nelle offerte, ragion per cui deduco che sia stato sospeso per scarsità di richiesta. Intanto per cercare di capire, cerco di issarmi sul vagone, che in ogni caso, non è di facile salita e infatti. subito un gruppetto di volenterosi, si dà da fare per spingermi su, anche se cento chili, non sono di facile maneggiabilità, ma qui sono abituati coi sacchi a peso morto e alla fine si riesce nell'impresa. Qui comunque l'anziano va sempre aiutato e poi questo dovrebbe essere l'avvenimento della giornata per cui tutti si affollano attorno a noi. Così faccio un giro all'interno del vagone dove quello che rimane degli scompartimenti è stato già occupato da famigliole, vecchie, bambini tristi e dalle loro masserizie distese a terra, visto che di sedili non è rimasta che qualche rara rimembranza. Percorro tutta la vettura, che sembra essere quella più bella, mentre l'altra ha solo più il pianale e ci si deve arrangiare alla meglio coricandosi a terra. 

scompartimento
Poi scendo tra grandi saluti, mentre già qualcuno si apprestava a farmi spazio pensando che volessi partecipare al viaggio. Sembra incredibile però come in queste situazioni abbastanza estreme, si venga accolti sempre con una grandissima cordialità, priva di secondi fini, anzi sembra quasi di leggere in questi occhi, un  piacere al veder che qualcuno si interessi del loro modo di vivere e non se ne stupisca, quasi nessuno si ritrae davanti all'obiettivo, anzi qualcuno richiede specificamente una foto, di cui poi vuole vedere il risultato sullo schermino. Sarebbe bello fermarsi qui e fare il viaggio. Chissà quanti racconti nella notte su questo treno, prima di cercare di dormire un po' o uscire fuori rischiando di cadere di sotto, appesi alla fiancata traballante, pur di guardare la stellata della via lattea che ricopre di traverso tutto il buio del cielo. Intanto questi sono qui da stamattina, anche perché il treno non ha un orario preciso. Ogni tanto questi vagoni vengono agganciati al treno principale del ferro, quando passa di qui, in fondo naturalmente, in modo che possano tutti prendersi la polvere che si leva dai vagoni. Pare che tra un paio d'ore ne partirà uno con licenza di farsi carico di questa gente. Ma gli irriducibili, quelli che vogliono affrontare l'avventura alla vecchia maniera, si fanno ancora due o tre chilometri a piedi più avanti fino ad arrivare al punto dove si ferma la parte merci del convoglio, per saltare poi su e sistemarsi sul minerale, dopo essersi scavati una specie di fossa umida, dove stendere qualche stuoia portata con sé, per passare la notte alla meglio. 

ombre nella sera
Visto che il viaggio dura all'incirca 18 ore, è meglio riuscire a prendere il terno che parte verso la metà della giornata per potersi godere l'alba e il tramonto, posto che il polverone te li faccia vedere davvero. Pare che qualcuno arrivi qui e trovati quelli che fanno il viaggio, affidi loro masserizie o addirittura animali, capre o altro da portare fino al punto di arrivo. Sembra che qui tutti si fidino. Giriamo un po' intorno a questo che sembra assolutamente uno snodo ferroviario abbandonato, con gente strana che si muove qua e là, visto che l'andirivieni è continuo. Dopo un'oretta ce ne andiamo, del treno principale che dovrebbe venire a caricare il resto nessuna traccia, forse tra un'ora, così almeno circola voce. I saccopelisti continuano a dormicchiare. Anche quello che aveva cominciato a pulire gli occhialoni da casco, ha rinunciato e si è riallungato sulla stuoia. Le donne che erano già nel vagone, abituate alle attese africane, non si sono neppure mosse di un palmo. I bambini immobili, non battono ciglio, nessuno ha voglia di giocare, stanno solo lì senza neppure la forza di spostare le mosche che girano loro sugli occhi. Andiamo a fare ancora un giro tra i binari, un letamaio di bottigliette e altri residui di plastica che non riesce a marcire, visto che nessuno ha mai spiegato a chi le butta per terra, che questo materiale non è come le bucce delle banane che dopo un paio di giorni sono sparite. 

Aspettando
Ahmed ci sorveglia da lontano, timoroso che scompariamo tra le traversine di ferro o predati da qualche sciacallo del deserto. Ma non vogliamo dargli questa soddisfazione, men che meno quella di finire sotto qualche treno che non esiste, anche se ogni tanto passa una locomotiva lontana, forse proprio  una di quelle che va ad agganciare i vagoni del minerale. Alla fine andiamo alle macchine. Un cenno di saluto a quelli che aspettano e che alzano solo una mano stanca. Hanno capito anche loro che stasera non saliremo sul treno, forse domani chissà o forse mai, troppo cagamaretti con quelle macchine fotografiche appese al collo che di certo almeno loro non sopporterebbero il polverone. Giriamo ancora un po' con le auto traversando tutta questa area distopica, tra l'altro piuttosto lontana dalla zona di carico del minerale e poi la abbandoniamo definitivamente, passando vicino all'altro punto in cui i saccopelisti abbordano i vagoni, dove ci sono in effetti tre o quattro disperati in attesa, forse coreani, forse giapponesi. Ahmed al passaggio, saluta qualcuno, lui conosce sempre qualche tizio che sta lì ad aspettare, da qualunque parte ci si fermi, ma forse per gli uomini del deserto è così. Si conoscono tutti, è il sapore acre della sabbia che li rende un po' amici, un po' parenti e forse nel deserto il saluto non si nega a nessuno. 

al mercato
Certamente, non c'è dubbio che la cosa di questo viaggio fantasma sul treno, abbia un suo fascino perverso, più che altro se la vedi postata su youtube, raccontata da qualcuno in cerca di clic per il suo business, ma credo che non sarebbe rientrata nei miei desiderata neanche una cinquantina di anni fa. troppa fatica, troppa polvere, troppe ore, troppo freddo di notte adesso, di certo un caldo mortale tra qualche mese. Tuttavia si tratta certamente di una situazione curiosa alla quale dare un'occhiata. Torniamo in città e facciamo un giro nel mercato, molto simile a quello di Atar, povere cose da cittadina di frontiera e niente più. I mercati africani non differiscono molto tra di loro, cose essenziali per cibarsi, tonnellate di vestiti usati in arrivo dall'Europa, avete presente quello che finisce nei cassonetti di raccolta da noi, che transitano da Prato per la cernita di mani cinesi e il resto stipato in container e spedito qui e poi poverissime cose di origine cinese, attrezzerie e per uso di cucina. Qui non c'è neanche la bancarella dei souvenir, segnale direi abbastanza significativo. Intanto è venuta sera, andiamo a mangiare di nuovo un boccone all'alberghetto di mezzogiorno, visto che ci siamo trovati bene. Stasera niente riso, ma spaghetti al sugo di cipolle, piuttosto gustosi, mentre sul maxischermo scorrono le immagini dei quarti di finale della Coppa di Africa. Intorno a noi un tifo infernale, son venuti tutti al bar per guardarla, sembra che tutti tifino Marocco, strano perché tra vicini, in generale non si usa. Comunque nessuno fa caso a noi e così dopo un po' ce ne andiamo a dormire. 

Zouerat


SURVIVAL KIT



Hotel Lebtah - Zouérat - Vicino al mercato. 3 stelle, decisamente di buona qualità, molto nuovo. Camere molto spaziose, pulitissimo. TV, AC, free Wifi, frigorifero. Decisamente ottimo.

Ristorante Lyezid - In un albergo poco lontano, anche questo molto nuovo. Pulito. Menù più o meno uguale ma tutto ottimo, riso giallo e pollo arrosto. 


Al mercato


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