giovedì 9 luglio 2026

Pam 15 - Dushambè, la città del lunedì

Il Buddha nel Nirvana - Museo archeologico di Dushambè- Tajkistan - Giugno 2026

 


C'è poco da fare, tutte le grandi città dei paesi che una volta venivano considerati arretrati o con una dizione edulcorata, in via di sviluppo, hanno negli ultimi anni cambiato decisamente il loro aspetto. Dovunque ormai trovate città ordinate, con una selva di nuove costruzioni, traffico spesso convulso e comunque sia, avvertirete sempre una sensazione di paesi moderni e sviluppati. Dushambé non è da meno, anzi la prima impressione dei quartieri centrali, è proprio quella di una città piacevole anche da vivere con molti parchi e giardini, curatissimi e tutti i palazzi del potere rinnovati, quando non nuovissimi ed una profusione di marmi dovunque, che vogliono testimoniare un miglioramento generalizzato della situazione economica. Nelle zone che probabilmente un tempo ospitavano quartieri malandati o dove si allineavano file di malmesse krushovke, le costruzioni a quattro piani venute su in gran velocità e con mezzi minimi, negli anni '60, identiche in tutta l'Unione sovietica per sopperire alla cronica mancanza di alloggi, che obbligava le famiglie a difficili convivenze nelle famigerate komunalke, dove ogni gruppo familiare si ammassava in una sola stanza con a disposizione una cucina comune, oggi si vedono invece spazi recintati dove si procede ad abbattimenti continui per far posto a nuovissime costruzioni e la selva di gru, occupa un po' tutto l'orizzonte della capitale. 

Gli affreschi di Panjakaert

Anche quelle costruzioni dell'antico regime o addirittura quelle che presentano una riconoscibile architettura zarista, ancora in stato accettabile, vengono ristrutturate e rimesse a nuovo in maniera dignitosa. Il parco automobilistico poi è decisamente nuovo e la maggior parte delle auto che vedi circolare sono cinesi, se non consideri qualche rudere del passato che tuttavia dimostra di essere ancora in  grado di muoversi a cominciare da qualche vecchia Zigulì. Anche l'albergo che ci è stato riservato è nuovissimo e si sa che nel nuovo, tutto sembra più bello e ogni cosa generalmente funziona. La cena poi ce la facciamo in un bellissimo ristorante turco che fa della varietà degli spiedini la sua forza. Io ormai mi sono appassionato della versione Napoleon, quella in cui i bocconcini di carne vengono lardellati uno ad uno e poi sfrigolano lentamente sulla griglia, insaporendosi adeguatamente e quindi dove possibile, li ordino e quindi diciamo che si può andare a dormire soddisfatti e preparati alla giornata successiva. La prima visita prevista al mattino è quella dedicata al Museo dell'antichità, che raccoglie alcuni reperti di assoluta importanza, come vi ho già preannunciato precedentemente. Qui avvengono alcune cose decisamente divertenti, infatti la nostra visita era stata preannunciata con una certa enfasi, con il pretesto della raccolta di informazioni per la stesura del libro, quello che state leggendo per intenderci e ad accoglierci è stato immediatamente incaricato il Direttore del museo stesso, che con grande sussiego ha voluto personalmente accompagnarci nella visita per magnificare i vari pezzi esposti. 

Pietre iscritte

Non parliamo del fatto che ad un certo punto è arrivato ad incontrarci nientemeno che il Presidente del Comitato Olimpico del Tajikistan con una coorte di accompagnatori. Infatti mia cugina che è stata volontaria alle Olimpiadi di Torino, aveva fatto da accompagnatrice proprio ai due comitati Tajiko e Uzbeko ed era nata, come accade in questi casi una simpatica amicizia. Avendo saputo del nostro arrivo in città, il funzionario ha voluto assolutamente incontrarla, e con lei anche noi ovviamente, compari abusivi, per ringraziarla e assicurale di essere a disposizione in caso di eventuali necessità. Addirittura avrebbe voluto incontrarci il Ministro dello Sport, che tuttavia proprio al mattino doveva partire in missione. Tutto questo ha messo decisamente in grande agitazione il nostro cicerone che a questo punto non sapeva più dove girarsi per darci il massimo delle attenzioni per tutto il resto della visita. Non sto a raccontarvi quindi delle innumerevoli foto ufficiali davanti al famoso Buddha nel Nirvana, sdraiato, una delle più grandi sculture superstiti del gigantismo dell'arte del Gandara, opera davvero magnifica e lunga oltre 14 metri, forse la più grande rimasta dopo la distruzione dei famosi Buddha di Bamyan nel vicino Afganistan. Questo è uno dei pezzi forti del Museo ed indubbiamente è opera di grande impatto. Naturalmente siamo rimasti estasiati al vedere gli affreschi originali qui conservati e ritrovati, come vi avevo raccontato nel palazzo reale della antica Panjakaert, anche se più numerosi e forse più belli sono quelli conservato all'Ermitage di San Pietroburgo. 

I gioielli
In un'altra sala naturalmente anche l'originale della tomba che conserva i resti della Principessa di Sarazm. Ma non ci sono dubbi che questo museo, che contiene una serie di reperti che vanno dal IV millennio a.C. ai giorni nostri, inclusi straordinari gioielli di corredi funebri e antichissimi frammenti di tessuti che testimoniano della tecnologia di cui erano dotati da queste parti già nell'antichità e che raccontano per intero tutta la storia delle regioni della Sogdiana e della Battriana, sia imperdibile. Tutte cose di assoluta rilevanza insomma, al punto che dobbiamo assolutamente confermare che questo Museo è il pezzo più notevole della città. Intanto mentre il responsabile del Museo ci saluta con il massimo degli ossequi possibili, rigido come un soldato sull'attenti, noi salutiamo anche gli amici del Comitato Olimpico con la promessa di rivederci più tardi, nel corso della giornata. A questo punto ci tocca una bella passeggiata nell'enorme parco a partire dalla grande statua di Somoni, l'eroe nazionale, che qui ha sostituito Lenin, come del resto da tutte le altre parti, sormontata da un grande arco e dalla corona d'oro. Bisogna dire che questi giardini, sono assolutamente curatissimi e continuamente manutenuti da schiere di giardinieri che passano di aiuola in aiuola con grande attenzione. Intanto arriviamo fino alla statua di Rudaki, il padre della letteratura tajika e persiana, nato nell'858 a Panjakaert, ammiratissimo qui e del quale voglio trascrivervi una delle sue poesie, Il Bacio:

Lei è venuta da me questa notte
e l'alba non era chiara...
Lei è venuta ed aveva paura
che qualcuno potesse vederla.
Di suo padre aveva paura,
di nascosto era venuta...
Nella notte era fuggita
per venire a dormire con me.
È venuta con la paura
che suo padre avesse saputo...
La sua casa aveva lasciato
per venire a dormire con me.
Lei è venuta, io l’ho baciata
ed era dolce il suo bacio.
L’alba era chiara ed ho baciato
quella sua morbida bocca. 

Ismail Somoni
Poco lontano la statua di Avicenna, scienziato conosciuto e ammirato anche dal nostro mondo. Arriviamo fino alla famosa bandiera, 40x60, alta ben 163 metri che si innalza in mezzo ad un grande bacino artificiale. Si sa che in tutta l'Asia c'è stata negli ultimi decenni una certa corsa a chi la faceva più alta, più lunga, più grande, insomma una sfida di tipo maschilistico propria di molti regimi, la più nota è stata la cosiddetta disfida dei pennoni, che ha contrapposto le due Coree che, proprio sul confine hanno continuato per alcuni anni ad innalzare pennoni uno di fronte all'altro, su cui erano esibite bandiere sempre più in alto, in una sfida un po' puerile, ma molto apprezzata dai turisti. In effetti vista da sotto, questa è davvero imponente. In fondo al giardino c'è anche un monumento con il simbolo del Tajikistan, che presenta tra le altre cose, il cotone, una delle sue grandi ricchezze, il frumento che ne ha alleviato la fame durante la guerra e ricordiamo sempre il profondo significato sacrale dato al pane, il sole ed un libro, testimonianza che viene data dal paese alla cultura. 



Cachi e fichi
Così tra una cosa e l'altra, sfilando davanti ai grandi palazzi del potere, incluso uno dei palazzi presidenziali ed infilandosi nei vialetti nascosti all'ombra delle piante curatissime, arriviamo fino al famoso Bazar, il cui salone centrale che poggia su altissime colonne decorate, è uno degli orgogli della città. D'altra parte dobbiamo ricordare che Dushambè, che durante il regime aveva improvvidamente preso il some di Stalinabad, significa Mercato del lunedì, secondo la tradizione di indicare molti toponimi col nome del giorno in cui si svolgeva il mercato. I banchi su cui è esposta la merce non differiscono molto da quelli che abbiamo già visto altrove e nemmeno da quelli che ancora vedremo, ma qui tutto appare come in un registro più alto, più magniloquente. I banchi sono più ricchi, c'è più merce esposta, la frutta e la verdura ti danno l'impressone di essere più fresche e di migliore qualità e tutto appare decisamente più importante, d'altra parte siamo nella capitale. A questo punto non rimane che recuperare le forze in un altro bellissimo ristorante con giardino, che mi sembra si chiamo Il Cappello, dove, tanto per cambiare, gli spiedini sembrano ancor più buoni e succulenti.

Carote tagliate


SURVIVAL KIT

La camera
Hotel Bogatt - Via N. Muhammada 6 -  Dushambé - Ottimo 4 stelle nuovissimo. Posizione centrale, comodo. Stanze molto grandi con salottino. TV 55", AC, ma niente frigo, Free wifi. Bagno molto bello e pulito. Colazione a buffet un po' meno ricca del solito. Doppia letto king, sui 48 €, dipende dalla stagione. Personale gentile.

Satiro - Arte del Gandara
Da vedere a Dushambé - Direi di godersi soprattutto la città, che si presenta come molto piacevole a partire dal grande parco nelle sue varie parti, che comprende la Bandiera più alta dell'Asia Centrale (sempre che non sia poi stata superata in questa corsa al gigantismo) e dal Parco Rudaki dedicato al grande poeta nazionale e ad Avicenna il padre della medicina moderna e che ospita anche il monumento all'indipendenza e all'eroe nazionale Ismail Somoni, la statua che ha sostituito quella di Lenin, che come racconta nel suo libro, Buonanotte signor Lenin, Terzani vide abbattere nel suo viaggio del '91, al grido di Allahu Akhbar. Qui c'è anche la mappa dell'impero Samanide nella sua massima espansione nel X secolo. Lungo la strada i palazzi notevoli del teatro del Balletto Lohuti, la Chaikhana Rohat, la sala da tè in stile tradizionale, il palazzo dell'Unione degli scrittori con una serie di altorilievi ed infine imperdibile il Museo di archeologia che contiene pezzi importantissimi e la Grande Moschea finita nel 2022 e ovviamente il Bazar. Tra i classici delle città sovietiche, rimangono, il teatro delle marionette, il Circo, il museo degli strumenti musicali tradizionali, il teatro del balletto Ayni, il cinema Tajikistan, la Stazione ferroviaria e poi il centro Ismailita e i molti mosaici sovietici sparsi per la città, ma dato il poco tempo che sicuramente avrete da dedicare alla città, non vi basterà il tempo. Infine la Fortezza di Hissor fuori città, ricostruita completamente.

Il bazar

Il poeta Rudaki
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mercoledì 8 luglio 2026

Pam 14 - Verso la capitale.

La miniera di carbone in fondo alla valle - Tajikistan - giugno 2026

 

Lenin
Per addolcirci i chilometri che dovremo percorrere a ritroso lungo la valle, ci facciamo un  meraviglioso succo di melagrana, prelevandolo da uno dei banchetti che si affollano attorno al mercato. Sono parecchi e le donne che li gestiscono si affannano a spremere in continuazione gli interni dei frutti che qui sono particolarmente grossi e succosi, forse uno dei simboli del paese. Il succo che fuoriesce dalle grandi spremitrici in ferro, è spesso e rosso come il sangue e quando lo metti in bocca, te la riempie con un sapore denso e terroso, dalle sfumature antiche e cariche di aromi di un passato lontano, che ti avvicina a questi luoghi che, anche se ormai pieni di richiami alla modernità e alla cultura occidentale, mantengono comunque risonanze di tempi diversi. Bevo con piacere, è comunque un sapore a cui siamo disabituati, lontano dal Mc Donald o dal KFC che sbandierano le loro insegne tutto attorno. Certo il  mondo sta cambiando e anche rapidamente e in fondo, non sono nato ieri, è giusto così, ma questo sapore dolce di melagrana, di frutto antico, appaga la mente più che il corpo ed è quello che mi piace quando mi muovo in questi paesi dai nomi che da lontano, ti riempiono la mente di favole d'Oriente, di danzatrici e di carovane lente che avanzano tra le sabbie. Intanto passiamo dal giardino dove troneggia l'ennesima statua, tutta dorata del Lenin nella classica posa.

Il minareto di Ayni
Prima di partire è necessario però espletare una rogna burocratica, in quanto è pur vero che in Tajikistan non è più richiesto il visto per l'ingresso, ma se il soggiorno è superiore a 10 giorni (e noi, mi sembra siamo a 12) bisogna andarsi a registrare in un apposito ufficio. Non avendoci pensato in tempo, visto che la cosa andava fatta entro 3 giorni dall'arrivo, eccoci all'apposito posto di polizia, dove però il nostro Jamshed conosce tutti e infatti veniamo subito ricevuti dal capitano, che essendo stato suo allievo all'università dove insegna, in un attimo ci sbriga la pratica apponendo gli appositi timbri, così dopo i dovuti ringraziamenti e relative pacche sulle spalle eccoci con nostri lasciapassare timbrati, che poi per la verità non ci verrà mai controllato da nessuno. Finiti gli espletamenti burocratici, usciamo dalla città e dopo pochi chilometri, ci fermiamo alla distilleria da cui siamo passati ieri, quando era già chiusa. In realtà io speravo in una visita vera e propria con possibilità di degustazione, ma qui siamo ancora in pieno nella tipologia sovietica e si tratta solamente di un negozietto dove è possibile acquistare i prodotti, vino, vodka e quello che in particolare interessava a me, il brandy, anzi il koniak, come si chiama ancora qui senza tema di problematiche con i francesi, che con l'Armenia e il suo famoso Ararat la causa l'hanno già vinta da tempo. 

La valle
Intanto ecco qui sullo scaffale il top della loro produzione, un magnifico distillato con 15 anni di invecchiamento. Ne prendo decisamente due bottiglie che, ben fasciate finiranno nella parte interna più protetta della mia valigia a futuro rallegramento delle mie lunghe serate invernali. Poi riprendiamo la strada che per 150 km, come ho detto ripercorrono la valle di Zeravshan fino al bivio per il passo di Shakhristan che abbiamo disceso ieri. Devo dire che al mattino con la luce confusa del sole ormai alto, non è la stessa cosa, i fianchi delle montagne che ieri sera sembravano affettate da un coltello affilato non hanno le stesse colorazioni magiche, solo il fiume a cui adesso andiamo incontro, si manifesta con la sua forza bruta che scava il fondo del suo letto avendo inciso tra le rive quasi ormai verticali, un profondo dislivello che rende i suoi meandri una sorta di toboga spumeggiante. Poco dopo il bivio, la valle risale verso la montagna. Nella piccola cittadina di Ayni, ci fermiamo per dare un'occhiata ad una curiosità. Nascosto tra le case, proprio davanti a quanto rimane dell'antica moschea, c'è un minareto del IX/X secolo, che porta lo stesso nome del paese, in onore del grande poeta tajiko Sabriddin Ayni. 

La catena del Turkestan
La torre è costruita interamente in mattoni cotti a vista, secondo i canoni dell'architettura dell'Asia Centrale, tuttavia si presenta estremamente fragile, tanto che è stata protetta per preservarla dalle intemperie, qui le piogge possono essere molto violente, da una incastellatura in vetro che la fa apparire come una costruzione un po' fuori luogo, per lo meno in questa valle. In effetti il minareto appare come corroso dal tempo ed i suoi mattoni millenari, evidentemente fragilissimi, appaiono come dilavati dal tempo e dalla pioggia, con molte bucherellature che lo fanno apparire quasi sul punto di crollare da un momento all'altro, a malapena intravedi gli archetti delle decorazioni che si avviluppano lungo la curva del muro e l'ingresso che, per la verità non è neppure transennato, non ti dà la sensazione di potervi procedere in sicurezza. Ci giriamo un po' intorno perché ti dà davvero la sensazione, anche avviluppato dal vetro com'è, di un pezzo prezioso, raro, da conservare con cura. Rimane comunque uno dei monumenti islamici più antichi e significativi del paese e per questo merita sicuramente una sosta. 

La valle
Da qui la strada sale decisa lungo un'altra valle strettissima, la M34, che superata la catena di montagne ci porterà fino a Dushambé. A fianco della valle si aprono altre strettissime valli laterali che penetrano nel massiccio. Attraverso una di queste, si potrebbe arrivare fino ai villaggi di cui vi ho già detto, dove ancora, si dive, vivano i discendenti dei Sogdiani, fuggiti alle persecuzione all'arrivo dell'Islam. Lungo le pareti delle montagne si aprono continuamente squarci, sono miniere di diversi minerali oltre al carbone, tra i quali anche oro e argento e non fatichi a scorgere nelle serie di container alla base delle fenditure le scritte in cinese che denunciano subito i finanziatori delle imprese stesse, casomai non li avessi ancora visti sui fianchi delle centinaia di camion che risalgono i tornanti che portano al passo. Arriviamo al punto dove arriva l'emissario dall'Iskanderkul, il lago di Alessandro, irrompe impetuosamente,  bianchissimo e spumeggiante nel fangoso fiume della valle che dovrebbe essere il Fon, almeno a guardare la carta. E anche qui avviene quel curioso fenomeno che già altre volte ho visto, quantomeno di recente in Georgia, quello dei due fiumi dai colori opposti, bianchissimo questo e nero e fangoso, l'altro, che continuano la loro discesa ruggente, praticamente appaiati senza mescolarsi. 

Un tajiko
Rimaniamo un poco ad ammirare il fenomeno, mentre una famiglia di contadini arresta il loro lavoro, a sua volta meravigliati del nostro stupore. Poi raccolgono con i rastrelli il fieno che avevano appena ammucchiato e lo chiudono in grandi fagotti che poi le due signore, naturalmente, si caricano sulla schiena per trasportarlo più avanti verso il fienile della casupola di pietra sulla riva del fiume. Cavalli e vacche pascolano intorno. Il ruggito dei due torrenti che diventato uno solo, quasi ci impediscono di parlare, così ce ne andiamo con un cenno di saluto. Poco più in su raggiungiamo il passo di Anzob a circa 2720 metri, che si ferma a questa quota grazie al nuovo tunnel anch'esso naturalmente cinese, mentre la vecchia strada saliva fino a 3372 m., che scavalla la catena del Turkestan forando la montagna, per scendere in una ottantina di chilometri fino alla capitale, lontana ancora una sessantina di chilometri. La curiosità è che questo viene chiamato anche il Tunnel della morte, che non è una bellissima cosa per un'opera appena realizzata, diciamo che quantomeno si tratta di una definizione inquietante, ma pare che ciò dipenda dalla scarsissima illuminazione, il ché provoca continui incidenti e alla ancor più scarsa ventilazioni; è il caso di dire che non tutti i tunnel riescono col buco, se non fosse che la cosa fa un po' ridere. 

Fienagione
Comunque sia questa è davvero una strada eccezionalmente panoramica sia per la salita e anche durante la precipitosa discesa dove un altro fiume impetuoso ha scavato un percorso in una serie di orridi mozzafiato, ma molto più verdi che sull'altro versante. Qui sottostiamo ad una sorta di obbligo a cui più o meno tutti devono sottostare. Infatti sembra che nella capitale come nelle altre grandi città principali, non si possa circolare con la macchina sporca o fangosa e scendendo da queste montagne, non potrebbe essere diversamente visto lo stato delle strade, che presentano spesso tratti di sterrato, pertanto, man mano che ci si avvicina alla città, sempre più frequenti sono i servigi di lavaggio auto, appunto di fianco al fiume, dove tutti si fermano per fare il lavoro di ripulitura ed evitare la contravvenzione. I ragazzi si allineano lungo la strada facendo grandi gesti per convincere tutte le auto che scendono a ricorrere ai loro servigi, che ovviamente sono i migliori della valle. Ricordo che anche a Mosca c'era lo stesso costume, evidentemente anche questo è un altro lascito del vecchio regime. Eseguito il lavoro mentre noi ci godiamo la vista del fiume spumeggiante, si riprende la discesa verso valle e in poco tempo ecco la capitale che ci accoglie con la confusione ed il traffico di tutte le grandi città. 

L'incrocio dei due fiumi


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lunedì 6 luglio 2026

Pam 13 - Città del passato

Le rovine di Panjakert antica - Tajikistan - giugno 2026

 

Le mura
Stiamo per lasciare la parte agevole del nostro percorso, per cui meglio partire con la macchina controllata al 100%, quindi mentre noi andremo con un taxi a vedere le rovine dell'antica città, la nostra auto va a farsi un buon controllo, in  modo che poi procederemo in tutta tranquillità. I resti della antica Panjakert, sono appena fuori dalla periferia, di fronte al fiume. Come abbiamo già detto il nome significa Pentapoli, un conglomerato di cinque insediamenti che controllavano la zona, anche se non esisteva ancora come centro di potere al passaggio di Alessandro, che proprio in questa zona, la valle di Zeravshan ebbe le resistenze più forti da parte delle tribù della Sogdiana e si fermò anche in una sorta di quartier generale presso il lago Iskanderkul, tra le montagne più alte, vicino al passo che abbiamo passato ieri. Iskander è il nome con cui è conosciuto Alessandro in Oriente e tutti i siti che lo ricordano portano questo nome. Tra l'altro sembra che proprio in questo lago perse la vita, affogandovi, il suo famoso cavallo Bucefalo, che secondo la leggenda è il progenitore di tutti i bellissimi cavalli che popolano la regione ancora oggi. Ma la nostra Panjakert, crebbe e diventò punto focale della zona solo qualche secolo dopo Cristo, diventando però subito una delle più importanti città-stato della Sogdiana, il regno iranico che governò tra il V e l'VIII secolo, diventando uno snodo fondamentale nella via della seta che si stava affermando come la più importante rotta delle carovane tra Oriente ed Occidente. 

Alcuni affreschi
Tuttavia, dopo la conquista Islamica del 722 d.C. l'insediamento fu progressivamente abbandonato e la città cadde nell'oblio, dando luogo a quella che fu chiamata anche la Pompei dell'Asia centrale, grazie allo stato di conservazione dei suoi edifici di mattoni di fango crudo ed alle espressioni artistiche che si nascondevano tra quei muri sbrecciati. Oggi, aggirarsi tra queste rovine, in cui riconosci le suddivisioni cittadine, i palazzi e le case, con le botteghe ormai ricoperte di strati di terra che l'erba cresciuta ha trasformato in monticelli da scalare, fino ad arrivare alle mura esterne dalle quali puoi vedere il fiume lontano che la delimitava, dà la stessa sensazione che si prova quando si calpestano le rovine di tutte le antiche città perdute. Una emozione che si concentra in quel senso di rumor di passi che ti seguono e che appaiono come il ricordo attutito di tutti i fantasmi che nel tempo ti hanno preceduto su quelle pietre. Par di udire il chiacchiericcio di quegli uomini di generazioni passate che contrattavano, che offrivano le loro merci, che vivevano tra queste mura, senza essere consci del futuro che avrebbe loro riservato la storia. Ora, visti così, passeggiandovi sulla sommità e buttando un occhio dall'alto, sembrano solamente un gruppo, sebbene consistente, di rovine che faticano a raccontare il loro passato, ma tra queste mura sono stati ritrovati affreschi di tale rilevanza artistica, da magnificare la zona come una delle maggiori scoperte archeologiche dell'Asia nel XX secolo. 

La cittadella
Le serie di dipinti che abbellivano le pareti di quello che doveva essere il palazzo reale, raccontano di un livello artistico senza pari, almeno per l'epoca e hanno la straordinaria caratteristica di mostrare uno stile cosmopolita assolutamente unico che presenta, con un inaspettato sincretismo culturale, accoppiati negli stessi riquadri, le linee morbide dei volti della coeva dinastia Tang cinese, la solennità delle pose delle figure dell'arte Sasanide persiana e dell'iconografia religiosa e gli stilemi dei richiami indiani e del mondo ellenistico. Davvero una serie straordinaria di storie che raccontano le vicende di cicli cavallereschi come quello di Rustam, ma anche scene di quotidianità, che mostrano la vita dell'epoca, banchetti e musicisti che mostrano gli strumenti di quei tempi, inclusi due straordinari giocatori di scacchi, forse la prima rappresentazione al mondo di questo gioco. Ma si vedono anche racconti di culture lontane, come la favola di Esopo della gallina delle uova d'oro o vicende del Panchatantra indiano, oltre ai famosi gemelli con la Lupa capitolina di cui vi ho già parlato. Dal punto di vista religioso, poi si vede una liberalità ed una tolleranza tale da rappresentare Dei di ogni credenza, da quelli zoroastriani, che all'epoca era la religione dominante della zona, a quelle buddhiste e la dea Nana sul leone e il dio del vento Veshparkar nelle sembianze di Shiva a cui era stato eretto un tempio in città per dar modo ai suoi seguaci che arrivavano dall'India di avere un spazio in cui pregare. 

Il palazzo di Sarazm
Diciamo che tutta la città assieme alla vicina necropoli, è una vera sorpresa e nell'adiacente piccolo museo, puoi vedere molti degli oggetti ritrovati negli scavi assieme ad una serie esplicativa degli affreschi riprodotti in copia, mentre gli originali sono stati trasportati in parte a San Pietroburgo ed in parte al museo dei Dushambé dove li potremo vedere tra qualche giorno. Di certo questi luoghi, anche se importantissimi dal punto di vista storico ed artistico, non possono avere, data la loro ubicazione, la rispondenza di visitatori che meriterebbero. In effetti ci siamo solo noi che ci aggiriamo lungo le vie parallele del centro della città per arrivare fino alla cittadella, in parte rimessa in piedi per farne apprezzare il perimetro e le torri e questa sensazione di assoluta solitudine, racconta quanto sia affascinante arrivare in questi luoghi quando ancora il turismo di massa, male necessario che non si può certo evitare, sia ancora lontano dall'arrivare. Sembra che quando giunsero gli arabi che in pratica spazzarono via la città, la maggior parte degli abitanti si adeguarono al nuovo vento e solo un gruppetto di irriducibili riuscirono a fuggire per le montagne, disperdendosi definitivamente tra queste valli solitarie ed irraggiungibili, sia per la quota che per le difficoltà di viverci e fondarono tre piccoli villaggi, ancora oggi esistenti, dove gli abitanti hanno mantenuto i tratti genetici della Grecia e dell'imprinting macedone, ancora oggi molto riconoscibile. 

La Principessa
Insomma gli eredi di Alessandro ancora vivono orgogliosamente qui a testimonianza di quell'epoca lontana che ha disegnato una storia memorabile ed irripetibile. Ma non è mica finita qui. Recuperata la macchina, se proseguiamo per una cinquantina di chilometri lungo il fiume tra frutteti e campi coltivati, arrivando quasi fino al confine uzbeko, al di là del quale in un soffio sei a Samarcanda, eccoci alle rovine di Sarazm, patrimonio Unesco dal 2010, il primo insediamento umano nella regione, un sito proto-urbano che risale a 5500 anni fa. Siamo davvero di fronte ad un punto critico della storia dell'umanità, quello in cui tribù di pastori nomadi, scendono dalle montagne circostanti e si mescolano ai gruppi di agricoltori della pianura per trasformarsi in comunità stanziali e dando vita ad una vera e  propria comunità che col tempo si sarebbe chiamata città. Qui si sviluppò dapprima uno dei più importanti centri per l'estrazione e la lavorazione dei metalli. Gli scavi hanno portato alla luce materiali molto vari tra rame, bronzo, piombo, oro e argento che mostrano capacità nelle fusioni davvero avanzate. Il luogo inoltre era già un centro commerciale di vasto raggio, che sfruttava una sorta di via della seta ante litteram, visto che sono stati ritrovati oggetti in avorio provenienti dalla valle dell'Indo, conchiglie dell'oceano Indiano, lapislazzuli afgani e manufatti dell'altopiano iranico. 

Alcuni dei gioielli della tomba
Il sito fu scoperto casualmente grazie al ritrovamento di un'ascia metallica, che adesso detiene il posto d'onore nel vicino museo, da parte di un agricoltore e nel 1976 iniziarono gli scavi da parte dei sovietici che portarono alla luce complessi residenziali, palazzi, templi del fuoco e magazzini per la conservazione delle derrate e le officine artigiane, che al momento si visitano in uno spazio di circa 150 ettari, in gruppi separati e protetti da ampie tettoie che li mettono al riparo dalle intemperie. Sono riconoscibili quattro strati successivi che testimoniano come questo sia uno dei più antichi punti di civilizzazione dell'Asia Centrale. Qui per lo meno non è prevalsa (ancora) la mania ricostruttiva per rendere le rovine più riconoscibili e "valorizzate", ma puoi vedere solamente le tracce perimetrali di edifici e case, mentre nel museo adiacente sono raccolti i ritrovamenti, tra i quali quello famosissimo della cosiddetta Principessa di Sarazm, uno scheletro completo del IV millennio a.C., rinvenuto in posizione fetale nello scavo di una tomba, con tutto il suo corredo funebre, che comprende una serie di ricchi gioielli di oro, bracciali in argento e marmo, collane di perline di pasta vitrea colorate, lapislazzuli e turchesi importati, che testimoniano della elevatissima qualità delle lavorazione degli artigiani della città. 

Bazar delle spezie - Panjakaert
Assieme ci sono anche gli scheletri di quello che potrebbero essere stati il marito e il figlio, privi di ornamenti particolari. Nel frattempo è arrivato mezzogiorno ed aggirarsi tra le rovine a quest'ora significa sempre sottostare a temperature infernali. Qui nella piana siamo ben al di sopra dei 35°C e cominciamo ad invidiare le temperature delle montagne e dell'altopiano che raggiungeremo nei prossimi giorni, così torniamo fino in città, per dare un'occhiata al bazar, che però è chiuso per disinfestazione e per questo gli giriamo intorno, dove comunque è affollato di banchi estemporanei che non vogliono perdere l'occasione comunque. Di fianco c'è una specie di mensa che serve quasi soltanto plof e poi more di gelso, che qui si trovano sempre in grande quantità, non ci facciamo pregare, diciamo che la fame te la levi comunque e il riso è sempre una mano santa per gli stomaci delicati. Poi potremo riprendere la strada con maggiore tranquillità.


SURVIVAL KIT 

L'area di Panjakert e la valle sono ricche di ritrovamenti di rovine di antiche città. Naturalmente le più comode sono visitabili lungo la strada. La più importante è Sarazm, come già detto sito Unesco, con ingresso al museo di 30 Somoni (il sito è invece gratis) calcolate almeno un'ora e cercate di arrivarci presto la mattina, per chi è con mezzi propri si può arrivare con la Marshrutka n. 8 dal mercato centrale o in taxi. Vicino alla città la vecchia Panjakert, con annesso museo, la città del ritrovamento dei famosi affreschi (ingresso 30 Somoni, museo più rovine). In città c'è anche un museo etnografico più completo e con maggiori reperti. Lungo la strada le rovine di Bungikhat, vicino al monumento della Lupa, ma dovrete fare una deviazione di un paio di km quando sarete a circa una quindicina di km da Istaravshan.

Plof


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sabato 4 luglio 2026

Pam 12 - La valle dello Zeravshan

Valle di Zeravshan - Sogdiana - Tajikistan - giugno 2026

 

Frutta secca
Beh, la storia dei gemelli dà indubbiamente da pensare, d'altra parte questa è una delle strade topiche del mondo, forse la più densa di incroci storici e culturali che ci siano mai state ed è logico che proprio qui si siano intrecciati i miti e le leggende dell'umanità intera. Poi alcuni topoi particolari, sono davvero propri di tutte le culture, quante volte ritrovi storie praticamente uguali, ripetute in Africa e contemporaneamente in Europa ed in America, senza stare a scomodare i tanti riferimenti ai vari diluvi universali, così come quelle riferite ad epici conquistatori o anche a storie locali come la nostra, da poveri Alessandrini (che non c'entriamo niente con Alessandro Magno, eh) del pastore Gagliaudo e della sua vacca, ritrovata pari pari nell'assedio dell'oasi algerina di Ourgla e della sua Regina Karana, che si comportò nello stesso modo. Ma noi qui proseguiamo lungo la valle e poi ci apprestiamo a salire di quota rapidamente per poi girare verso la catena montuosa del Turkestan di cui si vedono ormai le alte cime coperte di neve. Intanto la strada comincia a salire. Ci lasciamo alle spalle una miniera di carbone che occupa con una vena nera ben visibile al passaggio, tutto il fondovalle, ma non ci lasciamo certo dietro invece la scia di camion che cominciano assieme a noi a salire la strada che diventa subito ripida e scandita da una serie di tornanti che rendono più difficoltosa la guida. 

I tornanti dopo il passo
Per fortuna la strada è recente, costruita, ma non è neppure il caso di dirlo dai Cinesi, che hanno interessi tanto per gradire nella miniera. Per la verità la strada nuova è una vera mano santa perché invece di dover arrivare al tradizionale passo di Shakhristan, quello di una volta di 3379 metri, il nuovo percorso consente di abbreviare notevolmente il tragitto grazie al tunnel di 5,5 chilometri che ha abbassato la quota del passo a 2800 metri. Intanto bisogna ammettere che non tutte le ciambelle vengono col buco neanche a questi formidabili cinesi, infatti il tunnel a metà dello scavo, per un qualche errore interpretativo nello studio della perforazione è crollato, costringendo ad una correzione di percorso che fa fare al traforo una bella curva a metà, tuttavia l'opera è stata completata ugualmente nei 3 anni previsti, tanto per fare un paragone amaro con altri cantieri nostrani, che per carità, non crollano, ma ci mettono trent'anni per non essere ancora finiti. Ma questa è un'altra storia. Noi invece facciamo le foto di rito davanti all'ingresso e poi traversiamo e giù nel precipizio della valle successiva scavata in una V profonda dal fiume Zeravshan verso la nostra meta di oggi, la città di Panjakert, a pochi chilometri dal confine con l'Uzbekistan e dalla città di Samarcanda. 

Il temporale
La strada scende tra straordinarie rocce rosse, scabre e puntute, che paiono essere l'anticamera di un regno degli inferi: Ad ogni curva a gomito, puoi fermati su balconate aggentanti sulla valle a picco sotto di te e godere di panorami davvero stranianti sotto un cielo che sta diventando via via più imbronciato e scuro. Ad ogni slargo un banchetto pieno di frutta secca e palline di yogurt in attesa di clienti. Compriamo un po' di albicocche e di uvetta, casomai ci mancassero e tanto per far campare anche questi disperati che vivono sulla montagna, poi scendiamo a precipizio verso il basso, lungo la costa del monte, fino a raggiungere il livello del fiume che continua la sua corsa ruggendo, in un seguito di salti d'acqua spumeggianti. Intanto comincia a piovere deciso, qui pare siano frequenti questi temporali improvvisi che scendono dalla montagna e portano a valle fango e pietre. In effetti la strada è subito ricoperta da uno strato di acqua rossastra e in apparenza molto scivolosa, ma poi man mano che arriviamo alla base e giriamo nella grande valle verdeggiante, il diluvio si placa e procediamo verso occidente abbastanza tranquillamente. Alle nostre spalle, la montagna appare come una straordinaria serie di quinte che erosioni pesanti attraverso diverse ere geologiche hanno dato luogo a formazioni di rocce che appaiono come tagliate da giganteschi strumenti che anno messo a nudo una serie infinita di stratificazioni successive dai colori cangianti che fanno apparire il monte come una colossale torta a più strati, spigolosissima e dai tagli netti, i cui colori vengono magnificati dalla pioggia appena caduta che li accende, vivificando i diversi toni come se una secchiata d'acqua avesse appena tolto la polvere millenaria da un antico affresco appena riscoperto. 

Le montagne colorate
Di contro le montagne grigie che proseguono la grande valle sono di materiale più tenero, presentano una serie di calanchi successivi dalle forme arrotondate e morbidissime. Sotto il contrasto con il verde acceso dei campi coltivati e degli alberi da frutta non potrebbe essere più violento. Il fiume che adesso è diventato un nastro di argento che prosegue il suo cammino in meandri arrotondati e regolari, ha scavato a fondo il suo letto tra le pareti di terra e pietrisco. Gruppi di donne camminano lungo la strada portando sulla testa grandi fagotti di fienagione che nascondono i loro visi, gravando fino alle spalle. Noi ci fermiamo su una balconata di fronte ad un piccolo paese, Dar Dar, che si stende tra il verde dei pioppi sulla riva di fronte. Il colpo d'occhio tra le curve del fiume sotto di noi, le colline quasi nere a ridosso del paese e le pareti di roccia colorate riverberate dal sole che è uscito tra le nubi, è davvero superba. Non c'è che dire questa strada di per se stessa, al di là della sua storia e dei suoi reperti che ti presenta di volta in volta, è da sola uno spettacolo naturalistico che vale la pena di percorrerla e devo sottolineare che non siamo che all'inizio, stiamo percorrendola infatti nella sua parte meno osannata. Proseguiamo lungo la A377, la valle si allarga ancora e lascia più spazio alla vista che riesce a raggiungere schiere di monti più lontani; compulsando la carta si riesce ad individuarne almeno quattro oltre i 5000 metri dal Pik Zamok (Il Castello) di 5070 m. al Pik Chimtarga, il più alto della catena dei monti Fann con i suoi 5489 m. 

Calanchi
E poi questa è proprio la cosiddetta golden hour, la benedizione per i fotografi, per lo meno quelli bravi, quella in cui la luce diventa radente e illumina con raggi dorati il paesaggio che si staglia nitidamente contro il cielo. Insomma in questo momento non servirà neppure Photoshop per portare a casa delle belle immagini. La valle intanto si allarga ancora ed il fiume che era un nastro d'acqua tumultuoso che sembrava tutto voler portare via, è diventato un largo corso diviso in mille rivoli sinuosi, che a tratti si impaluda e si disperde in forre secondarie a separare paesi lontani. Qui Alessandro si sarà fermato, anche lui ne sono certo, avrà avuto qualche momento in cui la sua fame di conquista gli avrà dato tregua per poter fermarsi un momento e godere di questa bellezza. Ecco un altro paese, qui ecco uomini a gruppi e da soli, tutti con i lunghi pastrani grigi, che coprono quasi fino ai piedi, sul capo i tondi cappellini neri ricamati dalle mogli nei lunghi inverni nevosi, quando i lavori agricoli sono impossibili e ci si raccoglie inevitabilmente attorno alla stufa. I fianchi avvolti in scialli neri sfrangiati di bianco e punteggiati di ricami dorati. E' la veste funebre di queste valli e tutto il paese, la parte maschile almeno si dirige verso la casa del morto da dove è già partito il corteo. Il morto è posto su una sorta di barella lignea coperto di drappi e sostenuta da sei uomini, tutto il resto del paese segue in silenzio fino al cimitero, generalmente fuori del paese dove sorgono tombe più o meno complesse elevate in mattoni, come avremo modo di vedere spesso nel seguito del nostro viaggio. 

Pik Chimtarga
Adesso è un seguito di paesini, in uno di questi, dove evidentemente si fermano le macchine di passaggio, ci sono molti punti di ristoro, incuse le benedette istituzioni dei gabinetti pubblici, si sono organizzati per sopperire alla mancanza dei frigoriferi, per rinfrescare le bibite. Lungo la parete di roccia quasi verticale che incombono sulla strada, infatti scendono copiosi, rivoli d'acqua che vengono dall'alto del monte, sotto i quali i bancarellari hanno costruito una serie di scansie dove le bibite impilate, godono dello scroscio d'acqua continua che le investe e le rinfresca. A costo zero giustamente. Poco più in là, c'è la grande fabbrica che produce vini e distillati, di cui approfitteremo domani al passaggio, visto che ormai è chiusa. Bisogna ricordare infatti che l'uva è uno dei prodotti più famosi della valle e la sua lavorazione contribuisce a produrre materiali di alta qualità. Almeno così raccontano. Ma questo si vedrà più avanti. Noi intanto stiamo per arrivare a Panjakent (che significa 5 villaggi), una cittadina di circa 40.000 abitanti, un tempo una delle città chiave della Sogdiana, che ebbe il suo massimo splendore attorno al V sec. d.C. Non rimane per noi, che terminare la serata in un bellissimo locale sul fiume con piscine e cascate d'acqua, dove si mangiano spiedini deliziosi; io ormai mi sono appassionato alla versione Napoleon, quello con i tocchetti di carne lardellati di grasso, davvero imperdibili, mentre si gode della frescura della sera.

Il funerale


SURVIVAL KIT

Hotel Fariz - Borbadi Markazi Str. Panjakent - Nuovissimo posizione centrale, con AC, TV, frigo, acqua calda, Bagno perfetto e pulitissimo. Camera spaziosa con letto king. Free wifi- Doppia con colazione 35 €.


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