giovedì 13 agosto 2026

Pam 43 - La discesa a valle

Il lago Sonkul al mattino - Kirghizistan - giugno 2026


Yurte
Le yurte sono abitazioni, assolutamente comodissime, studiate per poterci vivere anche in periodi freddi dell'anno. Infatti, come vi ho detto, anche la nostra è dotata di una bella stufa con il camino che sparisce in un buco del tetto e ieri sera due ragazzi sono venuti a imbottirla di carbone, così che dopo pochi minuti, non solo la stufa, ma anche la cerchia di pietre che la circonda, tenute insieme da una retina metallica, ha cominciato ad arroventarsi. Sì bisogna fare attenzione a non andarci vicino e soprattutto è meglio non sedercisi sopra, del resto non c'è molta differenza da quella che avevamo a casa quando ero piccolo e che allora veniva chiamata cucina economica, che si arroventava anch'essa senza pietà, come ricordo benissimo quando incautamente ci avvicinai due dita per afferrare la fetta di polenta che mia mamma aveva messo sopra a grigliare. Altri tempi direte voi, ma il mondo alla fine è uguale dappertutto, magari con uno scarto di qualche decennio solamente. Sta di fatto che siamo stati belli caldi per tutta la notte, salvo che stamattina invece, la stufa si sarà spenta chissà quando, le parti del mio corpaccio che incautamente erano rimaste scoperte a causa della situazione iniziale, erano praticamente gelate. E non è stato neppure facile raggiungere i bagni in fondo al prato, tra l'altro molto moderni ed efficienti, tutt'altra cosa di certe latrine trovate in altre parti del mondo. 

Cavalli
Ho incrociato anche un gruppetto di bionde teutoniche semisvestite e pigolanti che arrivavano dalle docce, come in certi campeggi finlandesi, ma quelle sono di un'altra specie credo e quindi non bisogna stupirsi troppo del fatto sia a loro completo agio anche a queste temperature. Sta di fatto che l'alba sul lago si è dispiegata magnifica proprio in quel momento ed i riflessi baluginanti dei raggi del primo sole, mi hanno riempito di piacere interiore e non mi hanno neppure lasciato il tempo di avvertire il freddo che scendeva dalle vette lontane. L'omerica aurora dalle dita rosate è sempre uno spettacolo assoluto e perdersela, in un contesto come questo, sarebbe stato delittuoso, benedetta dunque la prostata dell'anziano che comunque provvede a risvegliarti al momento giusto, senza bisogno di puntare l'ora. Poi con calma ci mettiamo in riga per pensare alla partenza, bene coccolati da un'altra colazione sontuosa, che qui tra i pascoli alti, pare ancora più buona. I grandi tavoli della sala comune sono allineati proprio davanti ad una grande vetrata che dà sul lago e qui, davvero fai finta di continuare a mangiare qualcosa e piluccare frutta varia, solo per poter continuare a goderti la vista mattutina del lago Sonkul, che ti accarezza la vista. I cavalli intanto, sono scesi fino alla riva scura e brucano l'erba fresca, sperando forse, che oggi non ci siano turisti che hanno scelto la passeggiata intorno al lago e quindi non debbano sottoporsi al lavoro quotidiano. 

Turisti kirghisi
Ma alla fine dobbiamo partire. Caricati i bagagli sul nostro mezzo eccoci riprendere la pista che costeggia questo meraviglioso piano di velluto blu, dove si riflettono le prime nuvole del giorno. Ci godiamo questa vista per parecchi chilometri, oggi sembra una bella giornata e di sicuro non pioverà. Le mandrie sparse tutto attorno sono ormai in piena attività pascolatoria; vacche, che ormai saranno già state munte, pecore marroni dalla coda grassa, col grande ariete che le controlla alle spalle, scrollando il testone appesantito dalle corna ritorte, e poi cavalli e giumente e puledri numerosissimi, più mobili e bizzosi. C'è anche qualche yak, più lontano, che preferisce però una vita più selvatica e solitaria, sempre a guardarsi attorno, infastidito da tutto e da tutti, o forse solamente a disagio perché per lui ed i suoi compari, i 3000 metri sono una quota troppo bassa e l'aria è troppo spessa per essere respirata liberamente e con soddisfazione. Ma sono le yurte che punteggiano i prati, lo spettacolo più poetico e maestoso al contempo, che con la loro minuscola presenza, data dalla distanza, fanno apparire le colline circostanti come un paesaggio anomalo e del tutto singolare. Qui non ci sono gli assembramenti che trovi sulla riva del lago, incontri solamente gruppetti di tre o quattro tende bianchissime, qualcuna ricoperta di plastica protettiva, altre che mantengono ancora la loro configurazione tradizionale, forse le più vecchie, che ti fanno capire, che qui siamo ormai fuori dalla zona tristica e che queste sono le vere dimore dei pastori che da sempre popolano l'altopiano. 

Il passo Kalmak
Quando la sponda sud del lago finisce in una sorta di triangolo acuto, la pista risale a nord risalendo una costa che consente un'ultima commovente visione del lago ormai lontano. Ancora qualche chilometro dopo la giunzione con la pista che prosegue il circuito che lo contorna, senza neppure accorgerci che siamo saliti di parecchio ed ecco che siamo già arrivati ai 3.447 m. del passo Kalmak Ashuu. Di lì in poi la strada precipita con una serie di tornanti a mezza costa che dividono i pascoli verdi dal torrente che scende con forza grattando via terra e pietre per trascinarli verso il fondo della valle. Ad ogni curva a nord o anche solamente riparata dal sole ecco apparire grandissime placche di neve spesse parecchi metri, residuo di un inverno che forse qui non è ancora del tutto finito. Dopo  una curva a gomito ecco che ci sono quattro fuoristrada fermi e un bel gruppo di persone che si godono il magnifico scenario che si presenta davanti ai nostri occhi. Scendiamo anche noi, non sia mai che ci perdiamo l'occasione per qualche scatto. Loro, sono un gruppo di famiglie kirghize in gita che arrivano dalla capitale e subito facciamo comunella come si conviene tra compagni di viaggio che si incrociano. Inutile dire il piacere che questa gente prova ad incontrare stranieri che arrivano da lontano e che manifestano interesse per la loro terra, di cui si sentono ovviamente orgogliosi e contenti che venga apprezzata. Alla fine saliamo tutti sul bordo nevoso per immortalarci l'un l'altro, una cerimonia obbligata in questi casi, poi via giù nella valle a rotta di collo, fino ad arrivare alla giunzione con la strada principale asfaltata che porterà fino al lago Issikkul, il mare della Kirghisia. 

La discesa
Qui siamo scesi decisamente molto, attraverso valli laterali semideserte popolate solamente di pastori e sicuramente impraticabili ed isolate in inverno. Nella valle principale invece si vede decisamente più movimento; in quello che potrebbe essere un centro di smistamento commerciale, ad esempio, si vedono parecchi camion dai quali vengono scaricate mandrie di bovini, portate fin qui sulla carrozzabile asfaltata e che adesso, risaliranno la montagna per raggiungere i loro luoghi di pascolo estivo, per una transumanza classica che è sempre stata la vita di questo popolo. Ormai qui siamo arrivati nella civiltà moderna. La strada è diventata piuttosto trafficata e verso la montagna ecco scorrere rettilineo, il tratto di ferrovia in costruzione, che presto sarà operativa, della linea veloce che attraversando Kirghizistan, Uzbekistan, Turkmenistan e Iran, terminerà la giunzione tra la cinese Kashgar alle linee turche, permettendo il completamento della Shanghai - Venezia. Pensate un po'! Queste idee non le fermano le guerre, le epidemie e le politiche avverse. Alla fine la voglia di commerciare, di spostarsi, di fare affari, non si fermano davanti a nessuna difficoltà. Noi ormai costeggiamo, lungo la strada rettilinea, il bordo di un fiume impetuoso, che dopo aver raccolto rivoli di torrenti e torrentelli che scendono da ogni parte delle catene circostanti, hanno ingrossato a dismisura questo corso d'acqua che si precipita a valle con la violenza dirompente delle sue acque spumeggianti. Probabilmente si tratta del Chu, uno degli immissari dell'Issikkul, che dista ormai non più di una sessantina di chilometri. La meta sognata delle mie letture si avvicina sempre di più.

Alba al Sonkul



Transumanza
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mercoledì 12 agosto 2026

Pam 42 - Il lago Sonkul

 

Yurte nel Tien Shan - Kirghizistan - giugno 20226

Prato
Non so bene cosa sia, forse la stanchezza dopo tanti giorni di viaggio, forse la quota che con la sua carenza di ossigeno, a poco a poco va facendo scemare la mia lucidità di pensiero, già in parte compromessa dall'età direte voi che meglio mi conoscete, ma man mano che i giorni passano, quando viaggiamo per ore in queste terre così diverse da quelle a cui sono abituato, così lontane dal mio mondo, solitarie e sperdute in una terra incognita e carica di segnali misteriosi, le sensazioni che mi avvolgono sono ormai una via di mezzo tra il sogno e la realtà. E' difficile definire quanto ti circonda, se i paesaggi che ti sfilano ai lati del finestrino dell'auto, siano realtà e in questo caso, come possono essere di questo verde così innaturale le praterie che si allungano all'orizzonte, come può essere così rossa la terra che si sbriciola ai piedi delle colline, oppure invece si tratta di sogno, di una costruzione della mente che vuole immaginare queste forme inusuali, attribuendole a mondi di fata usciti dai racconti di fanciulle velate, cantati la sera, davanti ai fuochi dei bivacchi. Vedi davvero la sfilata di montagne lontane, dalle cime bianchissime che quasi ottundono la vista, dai nevai che scendono verso il basso a formare piccoli laghi glaciali da cui fuoriescono i primi torrenti a scavare le valli, oppure credi di vederla all'orizzonte e invece non è altro che uno dei miraggi che ottenebrano la mente del viaggiatore, illudendolo di avere raggiunto una meta tanto agognata che invece si rivelerà, non appena giunto nel punto creduto reale, solamente un inganno della mente, dell'occhio disabituato e credulo. 

E allora, quei cavalli lontani sulla collina, che si muovono quasi all'unisono, trotterellando leggeri sul tappeto di erba, morbido e spesso, come possono essere reali, con i loro mantelli bai e quelli più indietro scuri e morelli, con le criniere sfrangiate ed i puledri che li seguono su quelle zampe ancora malferme che ne denunciano la nascita avvenuta da poco, così belli, così nobili nel portamento da essere solo descritti nei poemi dei tempi passati, quando i cavalieri portavano l'orda alla conquista di terre lontane. Come puoi credere che i pascoli di smeraldo siano davvero punteggiati dalle piccole macchie d'argento, lontane, che disegnano linee precise sulla collina e che queste siano poi veramente yurte di pastori e non collane di perle luccicanti alla luce del sole che sta spuntando tra le nubi, mentre l'umidità della pioggia appena terminata, fa rifulgere tutto intorno a te, con bagliori sicuramente innaturali e forse magici. Ed infine come può quello specchio di acqua che si rivela lontano e poi si allarga davanti al tuo sguardo incredulo, essere davvero reale, così azzurro e cosparso di macchie di blu notte, dove l'ombra delle nuvole bianche, sbuffi di panna montata che corrono alte nel cielo, disegna spazi più scuri sulla superficie immota, che forse nasconderanno animali fantastici e terribili, celati dalle profondità. Non so davvero, sono perplesso, stupito ma non spaventato di essere circondato da tanta bellezza e non importa se tutto questo è solo un sogno generato dalla mia mente indebolita per molti giorni dall'anossia dei 3000 metri. 

Ma alla fine, che mi importa di tutto questo, se arrivi fino a qui, ti sei meritato di vederlo, di goderne e anche di non farti domande o stupirti sulla sua supposta esistenza. Andiamo avanti verso il lago, senza fermarci, lasciamo che la sua ampiezza straordinaria ci abbracci completamente, permettiamogli di farci diventare parte di lui, di appartenergli, come forse fanno coloro che quassù vivono da sempre con i loro armenti, i loro cani, le loro yurte, le loro vite millenarie. Adesso non piove più, è caduta anche la grandine per aumentare la magia del luogo che ci circonda ed a terra, sulla pista fangosa e sui prati attorno a noi, vedi quasi un tappeto di perle che brillano, forse sono vere perle che il cielo ha perso per noi, forse vuole che le raccogliamo per farle nostre, ma devono essere davvero magiche, perché non si riescono a prendere tra le mani, le guardi per possederle ed in un attimo si sciolgono tra le dita e dopo un momento senti soltanto il gelo che scende tra le tue mani ingorde. Devi ricordare sempre che questo è solamente un sogno e solo questo devi portare con te, nella tua terra lontana, quando deciderai di ritornare. Adesso la strada corre parallela al lago, che è diventato immenso e copre completamente l'orizzonte. Verso la riva, di tanto in tanto, sorgono piccoli accampamenti di yurte, dieci, venti, più o meno. 

Beh, i pastori che sono qui da millenni, non stanno solo a pascolare pecore e a fare palline secche di kumys, non è che la carenza di ossigeno, fa diventare scemi, anzi, anche loro hanno capito benissimo, dopo che la gente ha cominciato ad arrivare fin quassù e ha cominciato a lanciare esclamazioni di meraviglia al vedere cosa li circondava, che dare da dormire e da mangiare a questa gente che arrivava da lontano, voleva dire raccogliere in breve tempo, tante più svanziche di quante ne avessero raccolte padri e nonni a furia di allevare cavalli e così ecco che da un po' di tempo hanno cominciato a sorgere gruppi di yurte, sempre più belle ed accoglienti per ospitare gli stranieri di passaggio che alla possibilità di passare un po' di tempo quassù attorno a questo lago, danno fuori di testa. Quindi da bravi turisti, scegliamo anche noi il nostro gruppo e subito ci viene assegnata la nostra yurta, arredata di tutto punto con tanto di trapunte già pronte sui letti e stufa in attesa di essere accesa, visto che qui di notte non si scherza con la temperatura. Poi una volta sistemati, tempo libero per andare a godersi il lago. Siamo a quasi duecento metri dalla riva, che prosegue per almeno una trentina di chilometri, quindi gli spazi sono davvero grandi e maestosi. Camminiamo un po' verso il lago, il terreno è fradicio d'acqua e bisogna camminare con attenzione passando sui cespi di erba più spessi e robusti, fino a quando non si arriva alla spiaggia cosparsa di minuscoli sassolini. 

Nell'erba spuntano fiorellini coloratissimi e minuscole stelle alpine, esattamente come le nostre, solo in miniatura. Intorno è pieno di farfalle che ti si posano addosso, evidentemente felici anche loro che tu sia arrivato fin lì a fare loro compagnia. Il lago è immobile e il sole che fa luccicare l'orizzonte lontano sembra chiamarti, come se dal suo interno sprigionasse una malia misteriosa, che cerca di attirarti verso di lui fino a quando non ti sarà possibile ritornare indietro. Ci sediamo sulla riva, in silenzio a godere il momento, cercando di svuotare la mente, di rimanere in quella sorta di limbo di cui vi ho già detto tra realtà e sogno. Rimaniamo a lungo, lo sguardo perso lontano, senza pensare, riempiendoci di questa sensazione di completezza priva di preoccupazione, di dolore, di valutazione del tempo. Sarà questa l'atarassia dei filosofi greci, lo spegnersi delle passioni che libera dal ciclo del samsara dei buddhisti? Chissà, non sono all'altezza di capire cose così profonde, ma qui di certo annulli il timore della morte, delle preoccupazioni finanziarie e lo spessore dell'odio che oggi avvolge il mondo. Naturalmente è meglio avere cuore e pressione a posto, data la quota, se no poi ci pensano all'ospedale a fartelo venire, il timore della morte, naturalmente. Così cercando di annullare le passioni manco mi accorgo dell'arrivo di un nutrito gruppo di cinesi che percorrono la riva del lago e subito ci assalgono con la solita serie di domande, chi siete, da dove venite, quanti anni avete, ecc. 

Ci fotografano in tutte le possibili inquadrature e poi se ne vanno come sono venuti. Noi allora spezzatasi la magia, torniamo alle yurte, non prima di avere approfittato delle altalene poste di fronte al lago. Anche questo gioco serve in Oriente a liberare la mente, almeno così pare. Intanto nella casa dove c'è l'ampia sala in cui sarà servita la cena, gli ospiti del campo vengono coinvolti in giochi di gruppo evidentemente consuetudine delle comunità che si formano nei pascoli estivi. Si va dalla morra cinese al piantare il chiodo nel tronco e molti altri, in cui ospiti e ospitanti competono, per il semplice gusto di divertirsi, tra grandi risate. Poi adagio adagio scende il sole, un tramonto infuocato al di là del lago dove schiere di nuvole fanno a gara per fornire quinte cremisi, rosse e rosate, in un caleidoscopio di colori che si specchiano sulla superficie del lago che diventa via via più nera. Mangiamo una buonissima zuppa e cosce di pollo arrosto e infine le bambine del campo passano a distribuire dolcetti e caramelle. Un vecchio kirghiso in un angolo della sala, mangia in silenzio da solo, forse pensa a come sono cambiati i tempi da quando era ragazzo e cosa ci viene a fare tutta questa gente strana, fin quassù, tra l'altro senza avere neanche un piccolo gregge o qualche vacca da mungere, al seguito. La ragazza che serve è davvero carina e si offre alle fotografie con grazia e un po' di malizia. Fuori, dopo che è scesa la notte comincia a fare freddo; arriviamo nella nostra yurta mentre due ragazzi stanno caricando di carbone la stufa. Dopo pochi attimi le sue pareti di ghisa, sono diventate roventi. Quasi non servono le trapunte. Domani sarà un altro giorno.



SURVIVAL KIT

Lago Sonkul - Lago alpino classico a 3050 metri circa di altitudine, circondato dalle montagne del Tienshan, lungo circa 30 Km x 19 e profondo solo 13 m. La strada tra Osh e Biskek lo costeggia sul lato a sud, dove si trovano moltissimi accampamenti turistici di yurte (meglio prenotare in alta stagione) che forniscono letti per la notte (4/6 posti) con stufe, toilette esterne e docce calde tipo camping, spazi comuni dove vengono serviti i pasti. Qui è possibile affittare bici o cavalli per bellissime passeggiate attorno al lago. Il lago si può raggiungere anche a cavallo in giri di più giorni partendo a sud da Kara-Ok e arrivando attraverso il passo di Moldo Ashuur (3646 m) e scendendo dal passo  Kalmak Ashuur (3446 m.) arrivando a Koshkor a nord, verso Bishkek. Costo di un letto circa 40 $ a notte con cena e colazione. 

Yurte Alinur - A titolo di esempio, dopo una decina di km dal costeggiamento del lago. Una quindicina di yurte da 6 posti. Vista spettacolare, possibilità di escursioni, bici e cavallo. Ottimo cibo e ospiti gentilissimi. Alla sera si organizzano giochi tradizionali.




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martedì 11 agosto 2026

Pam 41 - L'anima della Kirghisia

Kirghizistan - giugno 2026

 

Una yurta
La mattina arriva presto e la temperatura, non temperata dall'aria degli altipiani, è già calda. La colazione del nostro B&B, è a dir poco sontuosa, addirittura tre uova a testa (che poi dato che Tiziana non riesce a mangiarli al mattino, per me diventano sei, alla faccia del colesterolo!) poi domandiamoci come mai non si dimagrisce in viaggio, e ancora formaggi e crepes e dolci e marmellate e tutto il resto, io che poi a casa riesco a mandar giù a malapena un caffè nero, figuriamoci. Ma in giro siam tutti fatti così, ci si ingozza sempre come se non ci fosse un domani, poi la cura dei nostri ospiti è tale che parrebbe brutto rifiutare, capirete bene; così poi quando viene l'ora di partire sei già pieno come un otre e ti allunghi sul sedile dell'auto a fare una pennica digestiva, altro che goderti il paesaggio. Che poi è un delitto non stare attento, perché qui tutto attorno è davvero una meraviglia, con questi prati che si stendono su per le valli, con questi colori, verdi dell'erba e rossi della terra scoperta, che sembrano il vero marchio di fabbrica di tutta questa provincia kirghiza. Però la strada comincia a salire, anche se è quella nuova, molto scorrevole e veloce. E' quella che porta alla parte alta del paese, quei pascoli alti, ma non troppo che rappresentano la vera ricchezza per l'allevamento di questo territorio e che ne hanno condizionato per secoli lo stile di vita. 

Una valle laterale
I kirghizi infatti sono un popolo seminomade di pastori e allevatori di origine turco-mongola, la lingua infatti appartiene al gruppo delle lingue turchesche, che sono arrivati qui nell'Asia Centrale da est, forse addirittura originari dall'area del fiume Enisej in Siberia e migrati qui attorno al X secolo. Tradizionalmente la loro vita è sempre stata legata al bestiame, soprattutto all'allevamento del cavallo, che forniva loro la fonte di sostentamento e ne condizionava lo stile di vita. Quindi nel passato anche recentissimo, hanno sempre condotto una vita altalenante tra gli accampamenti invernali stanziali a quote basse, per superare i rigori delle grandi precipitazioni nevose e delle temperature che scendono abbondantemente sotto lo zero per lunghe settimane, mentre vanno alla ricerca del pascoli alti durante i mesi primaverili ed estivi, quando tutta la tribù si sposta in alto con tutte le yurte al seguito, che grazie alle loro tecniche tramandate da generazioni, si smontano o si montano in un solo giorno di lavoro, pur essendo case vere e proprie e anche assolutamente confortevoli. Sono quindi ben abituati alla vita di alta quota, nutrendosi di moltissima carne delle loro mandrie e dei loro prodotti, dai latticini di yogurt, per arrivare fino al kumys, la loro bevanda tradizionale di cui fanno grandissimo uso. 

Il fiume Naryn
Sono meno di quattro milioni e vivono qui per la maggior parte salvo piccoli gruppi di minoranze che stanno a cavallo dei confini e nei paesi vicini. Il nome forse richiama le "40 tribù", raggruppate secondo la leggenda del loro poema storico, dall'eroe leggendario Manas, di cui vi ho già detto. Certo ci sono anche città e piccoli paesi in questo territorio, ma sono state, nella maggior parte dei casi, agglomerazioni create da latri gruppi etnici, uzbeki, tajiki, kazaki e molti altri, oltre che dallo stile di vita sovietico, mentre la vera essenza della popolazione kirghiza rimane legata alla tradizione del seminomadismo anche oggi. Ricordiamoci che il pastore errante nell'Asia a cui si è ispirato il nostro Leopardi è proprio un kirghizo. Insomma proprio qui tra questi pascoli senza fine, risiede la vera anima della Kirghisia. Qui bisogna arrivare per tentare di comprendere il paese. Mentre la strada sale ancora e il fiume Naryn che scorre in fondo alla valle si allontana limaccioso, scavando il suo corso tra pareti di terra fangosa e rossastra, si intravedono più frequentemente al bordo della via, grandi spazi dove si affollano le tombe e le altre costruzioni cimiteriali di questo popolo, che hanno caratteristiche assolutamente uniche ed una loro presenza davvero affascinante. 

Un cimitero
Le tombe o piccoli mausolei che siano, perché non saprei neppure bene come definirli, si affastellano le une sulle altre creando una sorta di città dei morti, dall'aspetto misterioso e inquietante. Non ci sono paesi vicini, che ti riportino all'esistenza. In questa landa tutto sommato deserta e spopolata, appaiono come cittadine senza vita che ti chiamano a sé con voci che provengono dal sottosuolo, quasi fossero ingressi di un Averno che mettono in comunicazione questo mondo terreno con quello dell'oltretomba. Qualcuno, forse i più antichi, hanno le facciate delle costruzioni che presentano i mattoni quasi consumati dalle precipitazioni, acqua e neve che di certo qui sono presenti in modo massiccio e si mostrano quindi come fantasmi che baluginano, quasi tremolanti nel fondo degli occhi, facendoti chiedere se si tratti di una immagine reale o creata solo nella tua mente, grazie ai racconti che si sono fatti davanti alle yurte attorno ai fuochi notturni. Sia come sia, si tratta di luoghi piuttosto affascinanti che invitano ad una sosta anche solo per fare uno scatto. Intanto qui siamo ormai sopra i duemila e abbiamo imboccato una valle strettissima che taglia la montagna. 

La strada per il Sonkul
La strada che si inerpica sui suoi fianchi è ormai diventata uno degli sterrati che ci hanno accompagnato per tanti chilometri durante questo viaggio e guadagna ancora quota con lunghi tourniquet lungo i cui fianchi si aprono frane e si vedono frequenti lavori di ripristino. Di certo manutenere le vie di comunicazioni da queste parti, deve essere piuttosto impegnativo. Su una balconata ai bordi della pista ci fermiamo, per far prendere fiato al motore, anche se il panorama ci rimane precluso. Me ecco, un gruppetto di sette od otto ciclisti, sono fermi a respirare anche loro, tutti inglesi che si stanno sgroppando questa montagna e intendono arrivare prima di sera fino al Sonkul, la nostra stessa meta. Tanti auguri e buona salita, visto che mi sembrano tutti over 60. Certo che per queste imprese ci vogliono muscoli, cuore, ma soprattutto tanto fiato e anche se questi mi appaiono tutti come motivati e soddisfatti, devo proprio concludere che, questo modo di viaggiare, non è mai stato nei miei progetti, neppure lontanamente. Lì molliamo lì mentre ancora cercano di riprendere fiato e continuiamo a salire tra boschi fittissimi di conifere scure come la notte e affusolate come lance, che cercano di penetrare il cielo. 

La miniera di carbone
Si tratta (mi assicura Google) della Picea shrenkiana, nota comunemente come abete rosso del Tien Shan, che cresce in popolamenti puri in queste valli fino ai 2700 metri circa, quota dove scompare completamente lasciando spazio ai pascoli privi di qualunque altra forma di vegetazione nella grande conca del lago Sonkul ad oltre 3000 m., ricoperta di sconfinate preterie chiamate jailoo. Sono davvero alberi maestosi, questi, neri ed inquietanti, che svettano con coni stretti e lunghissimi che arrivano fino a 50 metri di altezza, vicinissimi gli uni agli altri, quasi non volessero lasciare spazio ad alcuno, pur di non essere penetrati, per preservare forse la loro virginea segretezza che nasconde i segreti delle leggende di questo mondo lontano. Una foresta dove perdersi per sempre, che non invita ad entrarvi. Nella radure noti sempre più spesso, piccole mandrie di ovini o di bovini, ma, man mano che si sale cominciano a prevalere i cavalli, bellissimi, con le criniere al vento e le code che sventolano intorno per scacciare le mosche. Ad un tratto, dopo un dosso, ecco che nel fianco del monte si apre una spaccatura degna di un girone infernale. Una ferita profonda, uno sfregio di un nero cupo e maligno. Si tratta di una miniera di carbone a cielo aperto, che i Cinesi stanno "valorizzando" da qualche anno. 

Mezzi di scavo
Man mano che procediamo, lungo il suo fianco si apre lo scavo gigantesco che consente di accedere alla vena, grande quasi come l'intera montagna, bene scavata in profondità, segno che il lavoro procede da tempo, mentre in fondo, nei punti di raccolta, i mezzi di movimento del materiale, gialli, con gli ideogrammi rossi disegnati sui fianchi, seppure colossali come dimensioni, appaiono minuscoli giocattoli di Lego che si muovono qui e là a caricare, a spostare materiale, a fare il loro lavoro di demolizione graduale del monte, che di certo, tra non molto tempo sarà del tutto integralmente mangiato dalla fame di energia del mondo. Tutto l'insieme appare come un incredibile girone di un pianeta lontano che racconti qualche saga di Star Wars. Alla fine ce la lasciamo alle spalle e cominciamo una lunghissima serie di stretti tornanti sterrati che portano ai 3375 m. del passo di Moldo Ashuu, la porta che dà accesso all'altopiano del lago di Sonkul. Superato il passo, la strada si spiana e mostra la straordinaria visione delle praterie che si stendono a perdita d'occhio nell'altopiano, punteggiato di yurte bianche e circondato dalle catene lontane delle cime del Tien Shan coperte di neve. Una visione assolutamente idilliaca. Le yurte sono disposte a gruppetti su piccole alture od in lunghe file lungo il bordo di un rilievo. Dovunque mandrie di bestiame, in particolare di cavalli. Intanto è cominciato a piovigginare, mentre noi percorriamo l'ultima ventina di chilometri per arrivare fino al lago. 

Cimiteri


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