venerdì 24 luglio 2026

Pam 26 - La storia di Jamshed

Ultimo sguardo alla valle del Wakhan - Tajikistan - giugno 2026

 

Colazione col nipote di Yogdor
Stamane sveglia alle 6, oggi abbiamo un sacco di strada piuttosto difficile e non dobbiamo perdere troppo tempo. Dopo una colazione veloce salutiamo Yogdor e la sua famiglia. Lui si aggira già da un po' per il cortile con le gambe non proprio solide. mentre la bottiglia di vodka che era rimasta sul tavolo a metà, ieri sera, ormai è finita vuota nel cestino vicino al tavolo, ma forse è solo l'effetto dell'altitudine, qui siamo a 3000 metri ormai e la testa gira un po' comunque se ti alzi da tavola troppo in fretta. Fa freddino fuori, meglio coprirsi, visto che oggi si salirà parecchio. Intanto andiamo a dare un'occhiata sopra al paese al di là delle ultime casupole, sopra una stradina che sale verso la montagna. Qui sembra ci siano una gran quantità di antichi petroglifi, che risalgono a oltre 5000 anni fa. Ce ne sono sparsi per tutta la montagna, molto complicati e faticosi da raggiungere, ma almeno quelli più vicini ed accessibili si possono andare a vedere e bastano pochi passi a piedi per raggiungere le più vicine lastre di pietra dove puoi vedere distintamente figure scolpite di ungulati dalle lunghe corna, ovini dalle code grasse e scene di caccia. Purtroppo le pietre sono scempiate da centinaia di scritte più o meno recenti di visitatori di passaggio che non hanno saputo resistere alla tentazione di aggiungere la loro firma. 

Una roccia coi petroglifi e i graffiti
Su una pietra si vede anche una data, 1265, che qualcuno ha aggiunto passando, pensate un po' quasi 750 anni fa, accidenti potrebbe essere addirittura una traccia del passaggio della carovana dei Polo, forse stiamo sognando, che anche loro non abbiano resistito alla tentazione di apporre il loro segno? Chissà, la fantasia corre, ma di qua di gente ne è passata tanta e il fatto di essere in una località così remota non ci deve ingannare. Qui la storia corre da almeno 5000 anni e questi luoghi sono sempre stati popolati di gente in continuo movimento visto che questo è l'unico passaggio tra l'Oriente e l'Occidente. Comunque quassù sono stati censiti circa 11.000 petroglifi che raccontano di animali, di cacce, di vita come si svolgeva millenni fa, inclusi simbologie esoteriche e religiose a cominciare dalle famose svastiche. Non ce la sentiamo di vagare per la montagna in cerca di altri segni, in fondo bastano quelli che abbiamo visto per capire e rendersi conto dei segnali che portano con sé. Ci fermiamo invece tra le case, dove una signora dal naso greco e dai lineamenti decisamente frutto di lasciti antichi, ci racconta di essere proprio la cognata di Yogdor, il kalifa dell'homestay dove abbiamo dormito questa notte. 

La cognata
Non ci lascia andar via, vuol raccontarci dei suoi tre figli, uno che fa il militare in Russia, che di questi tempi non è una gran bella cosa, e di come si vive bene da queste parti. Alla fine scendiamo a valle per procedere verso oriente nell'ultimo tratto della valle prima di lasciarla definitivamente dopo una cinquantina di chilometri per risalire verso il Pamir. Sono le ultime viste dell'Afganistan e dell'Hindukush, che successivamente scomparirà dal nostro orizzonte. Qui il territorio è diventato decisamente selvaggio e desolato, niente case o paesi in vista. I pochissimi abitati che si scorgono appena tra le rocce sono talmente scarni e malmessi da somigliare di più a stazzi per il bestiame e le greggi di passaggio verso i pascoli della montagna che vere e proprie abitazioni. La pista c'è ancora al di là del fiume e ogni tanto si vede qualche carovana costituita da qualche pastore a cavallo alla testa di una fila di cammelli che trasportano yurte smontate. Salgono evidentemente ai pascoli estivi in altura, dove trascorreranno i mesi fino ad ottobre, prima di ridiscendere in basso secondo gli usi di una transumanza millenaria non così diversa dalle nostre sull'Adriatico. Ah, i ricordi dei pastori dannunziani! Il cavaliere che guida uno di questi gruppi di cammelli che procedono lentamente risalendo la valle, si ferma, poi rivolto dalla mia parte, mi fa un cenno di saluto. 

Una carovana
Faccio un paio di scatti e anch'io lo saluto con un ceno della mano, un linguaggio universale, che tutte le genti del mondo hanno in comune. Poi i cammelli procedono con il loro passo lento e dondolante, le lunghe aste di legno legate sulle gobbe, dove si indovinano sacche fatte da tappeti annodati, dai colori smaglianti. Noi intanto arriviamo finalmente dove la strada si biforca, dopo le poche case di Khargush a circa 3900 m. di altitudine, da cui si scorge ancora la cima afgana, proprio di fronte da noi del Pik Belandtarin di 6.200 m, e cominciamo a risalire lungo una pista che appare tale solo di nome, mentre il sentiero carrozzabile è quasi scomparso tra le rocce e il procedere diventa sempre più faticoso. Fare i circa 230 km che ci separano ancora dalla nostra meta di stasera sarà è piuttosto arduo e faticoso e ci impegnerà non meno di 6/7 ore. Dopo circa un chilometro ecco il GBAO checkpoint, dove ci controllano i passaporti e i permessi, visto che stiamo entrando nel Pamir Orientale vero e proprio. I militari questa volta, al contrario del solito ci esaminano per bene, evidentemente questa zona è sottoposta a controlli più approfonditi e ci sta, ma alla fine ci fanno passare senza grane. 

L'ultimo villaggio afgano
Questo territorio estremamente remoto, comprende la metà circa dell'intero Pamir, con la regione del Gorno-Badakshan propriamente detta, che si estende per quasi 65.000 Km2, ma con una popolazione di 120.000 abitanti, di cui solo 20.000 vivono nella parte orientale, la più isolata, pastori principalmente kirghizi e allevatori di yak. L'altitudine è appena al di sotto dei 4000 m. con passi elevatissimi e cime superiori ai 7000 m, oltre a immensi ghiacciai e centinaia di laghi. Giustamente Marco Polo lo definiva il luogo più alto del mondo e tra i più inospitali della terra per la quasi impossibilità di reperire cibo e per le condizioni climatiche estremamente rigide. Noi tenteremo di attraversarlo per mezzo dell'unica strada che lo percorre, quella famosa Pamir Highway, catalogata oggi come M41, che è sempre stata da millenni l'unica via di comunicazione tra Oriente ed Occidente. Attorno a noi solo più roccia e terra, da un po' sono completamente scomparsi gli alberi e vedi attorno solo qualche avaro pascolo sassoso, pieno di buchi ed avvallamenti, dove le marmotte corrono a nascondersi al nostro passaggio. Ci fermiamo su un belvedere per far riposare la macchina che a questa quota fa un po' di fatica a salire e lo si può capire. Sul bordo della strada sono parcheggiati anche tre motociclisti. 

Una carovana
Uno è italiano e ci racconta di arrivare da Firenze. Ha attraversato tutti gli -stan, Afganistan incluso, dove, a suo dire, ha vissuto un'esperienza straordinaria, viaggiando senza incontrare particolari problemi. Lo consiglia vivamente.  E' in giro da tre mesi e si è unito per strada ai due che ha incontrato, mi pare un rumeno e un russo. Pensa di stare in giro ancora due o tre mesi, ritornando attraverso il Caucaso. Capite quando vi dico che in giro si trovano un sacco di viaggiatori veri, altro che turisti! Il nostro Jamshed gli dà un po' di indicazioni, lui è sempre prodigo di consigli quando può. Si capisce che è proprio una brava persona, oltre che uomo di grande cultura. Dietro la guida sorridente che ci racconta montagne, villaggi e antiche tradizioni si nasconde infatti una vita ben diversa: quella di un docente universitario che da oltre quindici anni lavora nel settore delle relazioni internazionali, costruendo ponti tra la propria università e numerose istituzioni accademiche di tutto il mondo. Tuttavia la sua vita non è stata del tutto facile anche se adesso sembra che tutto stia andando per il meglio. E' nato in un villaggio vicino a Khujand da una coppia di insegnanti. Suo padre era una figura molto rispettata dalla comunità locale, profondamente impegnato nella vita culturale ed educativa del paese. È cresciuto così in un ambiente dove la conoscenza, la lettura, le tradizioni e la cultura occupavano un posto centrale.

I motociclisti
Ha seguito i suoi studi universitari in lingue straniere con grande passione, pensando di fare esperienze all'estero, Ma, come spesso accade nella vita, il destino aveva in serbo altri progetti. Il suo secondo fratello morì improvvisamente all'età di trentaquattro anni. Nella tradizione familiare tagika, il figlio più giovane ha generalmente il compito di prendersi cura dei genitori durante la loro vecchiaia. Poiché i suoi genitori erano già in pensione, la vita pone improvvisamente sulle spalle di Jamshed una responsabilità ancora più grande. Così lui diventa il responsabile a tutti gli effetti, soprattutto dal punto di vista economico di tutta la famiglia e quindi deve dedicare il suo lavoro e i suoi impegni principalmente a questo fine. Il fratello ha lasciato la moglie e quattro figlie e pur potendo contare sull'aiuto delle sorelle e del fratello maggiore, gran parte delle responsabilità pratiche ed economiche ricade su di lui. Per molti anni dedica una parte importante della propria vita e delle proprie energie a sostenere quella famiglia, facendo in modo che le sue nipoti possano continuare gli studi. Quel sacrificio, ha dato i suoi frutti e già due hanno completato l'Università. La seconda si è laureata proprio in questi giorni e proprio mentre stiamo attraversando il Pamir, gli manda la foto della sua cerimonia di laurea, con i ringraziamenti sentitissimi di chi sa di dovergli tutto e lui, commosso, le scrive solo poche parole dicendole che i risultati che sta ottenendo li deve soprattutto alla sua determinazione e al suo impegno. E' fatto così Jamshed. Intanto lui, durante le vacanze estive dell'università si recava spesso in Russia, dove lavorava nell'edilizia per guadagnare qualcosa e fare esperienza. Come molti giovani costretti a lasciare il proprio paese in cerca di opportunità, anche lui attraversa momenti difficili. Conosce molte delusioni e viene trattato ingiustamente da persone di cui si fidava: un'esperienza dolorosa, ma che gli ha insegnato molto. Successivamente un suo parente lo invita a Praga, offrendogli la possibilità di frequentare corsi di lingua e proseguire gli studi in un contesto occidentale. Per Jamshed tutto questo rappresenta una grande occasione e la speranza di costruire un futuro diverso. Ha un sogno: allargare i propri orizzonti, acquisire nuove conoscenze e confrontarsi con un'altra realtà. Ma questa realtà si rivela molto più difficile del previsto da raggiungere. Si trova ad affrontare una lunga e faticosa battaglia burocratica durata oltre tre mesi. La richiesta di visto gli viene respinta più volte per motivi formali, soprattutto perché le autorità temevano che, una volta partito, non sarebbe più tornato nel suo Paese. Alla fine il visto viene concesso, ma soltanto per sette giorni: troppo pochi per realizzare ciò che aveva immaginato. Eppure anche quei pochi giorni si rivelano preziosi. Vivendo con i parenti ha la sua prima vera occasione di osservare da vicino la società occidentale e di comprenderne lo stile di vita.

Jamshed
E' una piccola finestra aperta su un altro mondo, ma basta per lasciare un segno profondo dentro di lui, rafforzando il desiderio di continuare a studiare, viaggiare e costruire ponti tra culture diverse. E' allora che nasce in lui il desiderio di lavorare in un ambiente internazionale, aiutando studenti e docenti ad avere l'opportunità di studiare all'estero e di aprirsi a nuovi orizzonti. Con il tempo, però, comprende che i legami tra i popoli non si costruiscono soltanto attraverso le università e i programmi ufficiali, ma anche grazie ai semplici incontri tra viaggiatori e persone del luogo. Il turismo diventa così un'altra espressione della stessa passione. Accompagnare i visitatori alla scoperta della propria terra gli offre l'occasione di conoscere ancora più a fondo il suo Paese, di approfondirne la storia, le tradizioni, i paesaggi e le culture e, allo stesso tempo, di far conoscere il Tagikistan a persone provenienti da ogni parte del mondo. Così, dopo la laurea, inizia a lavorare come guida-interprete, proseguendo parallelamente gli studi di dottorato. Nello stesso periodo entra a far parte dell'Ufficio Relazioni Internazionali dell'Università Statale di Khujand, la seconda università più grande e una delle più antiche del Tagikistan. Lì il suo percorso professionale prese esattamente la direzione che aveva sognato da studente: creare opportunità internazionali e aiutare studenti e docenti a costruire rapporti con il resto del mondo. Inizia occupandosi degli studenti internazionali e, successivamente, gli viene data la responsabilità di numerosi programmi finanziati dall'Unione Europea, tra cui Tempus, Erasmus Mundus ed Erasmus+. Con il passare degli anni, grazie all'impegno e all'esperienza maturata, avanza progressivamente nella carriera, fino a diventare responsabile dell'Ufficio Relazioni Internazionali. Questo lavoro gli apre le porte del mondo. Attraverso progetti internazionali ha l'opportunità di visitare università e istituzioni in numerosi Paesi, viaggiando per motivi professionali in Germania, Francia, Inghilterra, Scozia, Irlanda, Romania, Polonia, Azerbaigian, Russia e in tutti i Paesi dell'Asia Centrale, oltre che in molte altre destinazioni. Così, le due grandi passioni della sua vita - il mondo accademico e il turismo - finiscono per unirsi in un unico obiettivo: mettere in contatto le persone, condividere conoscenze e costruire ponti tra il Tagikistan e il resto del mondo.

Al passo di Xarbushi - 4344 m.
Anche mentre lavora e cresce la sua famiglia, continua a studiare. Nel 2017 ottenne una prestigiosa borsa di studio del Governo dell'India per frequentare un MBA presso l'International Management Institute (IMI), una delle più rinomate business school dell'Asia. Vivere in India per oltre un anno, gli permette di confrontarsi con un ambiente accademico e culturale completamente diverso, arricchendo non soltanto la sua preparazione professionale, ma anche la sua visione delle persone, della leadership e del dialogo tra culture differenti. Qualche anno più tardi torna ancora una volta all'università, questa volta seguendo la sua antica passione per la storia. Nel 2024 consegue con lode una seconda laurea presso la Facoltà di Storia e Giurisprudenza, una scelta che riflette perfettamente il suo interesse per le civiltà, la storia e le culture che oggi racconta ai viaggiatori durante i suoi tour. Ma proprio quando la sua vita professionale sembra aprirsi a nuove prospettive, suo padre si ammala gravemente. La famiglia riesce a mandarlo in Russia, dove vive una delle figlie. Con grande determinazione e dopo numerosi tentativi, riescono a convincere un celebre chirurgo, che si trovava nella sua dacia per le vacanze, a rientrare per eseguire personalmente l'intervento. L'operazione riesce e regala al padre tre preziosi mesi di vita. L'intera vicenda ricorda quasi uno di quei grandi romanzi russi tanto amati da Jamshed, dove famiglia, destino, sofferenza e speranza si intrecciano continuamente. Terminato quel difficile periodo, Jamshed porta sua madre a vivere con lui a Khujand, nella speranza di offrirle una vita più tranquilla e serena. Purtroppo quella serenità dura poco.

Tiziana al GBAO check point

Le aveva comprato un appartamento al piano terra, convinto che fosse la soluzione più comoda per lei. Ma sua madre è una vera donna di campagna. Le manca il suo villaggio, i parenti e il ritmo semplice della vita rurale. La città, pur offrendo maggiori comodità, non avrebbe mai potuto sostituire il luogo in cui aveva trascorso gran parte della sua esistenza. Comprendendo i suoi sentimenti, Jamshed decide di costruire una casa a Khujand che conservi l'atmosfera della loro abitazione nel villaggio: un luogo dove sua madre possa sentirsi ancora legata alle proprie radici pur rimanendo vicina ai figli. Insieme scelgono il terreno, discutono il progetto e immaginano ogni dettaglio della futura casa. Quando iniziano i lavori, sua madre è profondamente felice e orgogliosa di vedere quel sogno prendere forma. Purtroppo la vita concede loro pochissimo tempo per condividere quella gioia. Solo due mesi dopo l'inizio della costruzione, sua madre viene a mancare. Quella casa è rimasta il simbolo delle sue speranze e dell'amore tra una madre e suo figlio. Nel frattempo Jamshed ha sposato una ragazza del suo stesso villaggio. Da oltre tredici anni condividono la vita insieme e hanno quattro splendidi figli, dei quali è naturalmente e immensamente orgoglioso. Pur continuando la sua carriera universitaria, dedica però ogni momento libero al turismo, un'attività che ama profondamente. In questo lavoro mette a disposizione dei viaggiatori la sua vasta conoscenza della storia, dell'etnologia, della geografia e della cultura del suo Paese, trasformando ogni itinerario in un'esperienza ricca di significato. Oggi, a trentasei anni, sta seriamente pensando di compiere il passo successivo: dedicarsi completamente al turismo e fondare una propria agenzia di viaggi. Il turismo è diventato il punto d'incontro di tutti i percorsi della sua vita: le lingue straniere, la storia, le relazioni internazionali e l'amore profondo per la sua terra.

Una marmotta
Chiunque abbia viaggiato con lui ha apprezzato non soltanto la sua professionalità, ma soprattutto la passione con cui riesce a trasmettere emozioni, storie e tradizioni, rendendo ogni viaggio un'esperienza indimenticabile. Per Jamshed accompagnare i viaggiatori non significa semplicemente mostrare monumenti o paesaggi. Ogni itinerario rappresenta un'occasione per creare amicizie, condividere idee e aiutare i suoi ospiti a conoscere le persone che vivono dietro quei luoghi. Ed è proprio grazie al più efficace dei mezzi di promozione — il passaparola — che molti di quelli che viaggiano con lui continuano a raccomandarlo ad amici e familiari. Anch'io sarò certamente tra i primi a farlo. In fondo, sembra che la vita stia finalmente prendendo la direzione che merita. Gli auguro sinceramente ogni successo, perché, da qualunque prospettiva la si osservi, credo che se lo sia davvero guadagnato. Noi intanto proseguiamo il nostro cammino in questa montagna aspra e selvatica cercando di capire, altimetro alla mano, il momento in cui stiamo arrivando al passo Xarbushi (o Khargush), detto il Passo dello scoiattolo di 4344 m. evidentemente troppo secondario per essere segnalato almeno da un cartello. L'aria è fina, ma la testa non gira neanche un po', evidentemente il lungo avvicinamento con le notti trascorse tra i 3 ed i 4000 m. sono state sufficienti ad adattare per bene il corpo. Le marmotte fulve e curiose, fischiano impaurite ma alla fine scappano attorno a noi, andando a rifugiarsi nelle tane vicine, noi andiamo avanti per questa terra estrema e bellissima e il sorriso di Jamshed è più che sufficiente a colorarci la strada, aggiungendo una dimensione profondamente umana a un'esperienza che è già, di per sé, indimenticabile. - Che ti piacerebbe fare Jamshed? Una bella vacanza? - gli chiedo mentre scendiamo un poco dopo il passo traballando sulle pietre. - Sì, mi piacerebbe molto portare mia moglie a vedere il mare. Noi non l'abbiamo mai fatta una vacanza. - E ride di gusto affrontando la curva successiva.

Una valle laterale


SURVIVAL KIT

 


Per contattare Jamshed:

Jamshed Zokirzoda

Tel/Wapp - +992.92.8901117  - 

Mail : zokirzodajamshed89@gmail.com

https://www.facebook.com/Jamzokiri

instagram - travelwithjamshed






Se ti è piaciuto questo post, ti potrebbero anche interessare:

martedì 21 luglio 2026

Pam 25 - Picnic nei prati

Il Noshaq nell'Hindukush di 7.492 m. - La più alta montagna dell'Afganistan - giugno 2026


Studentessa
Il paesino che si allarga attorno alla casa museo è adesso immerso nel silenzio. Il sole è alto e le file di pioppi gratificano di una ombra piacevole i sentieri bordati da muretti a secco che si insinuano tra le case. Si sentono di tanto in tanto voci di bimbi le cui testoline fanno capolino dietro gli angoli, tra le case di pietra ed i grandi fienili. Sono occhi allegri di ragazzini che giocano tutto il giorno visto che la scuola è finita da una settimana. Ci fermiamo allo spaccio tuttofare del paese a prendere qualche cosa, dato che nei dintorni non ci sono tracce di luoghi di ristoro. Intanto, in fondo ad un vialetto vengono avanti due ragazze dall'aspetto molto serioso, entrambe con un grembiulone/divisa blu, lunghe trecce nerissime e grandi pompon bianchi che pendono dal colletto, forse ornamento d'obbligo dell'istituto che frequentano e dei libri sottobraccio. Ci fermiamo a chiacchierare anche se sono timidissime e cercano di sgusciare dal nostro assalto, forse un po' troppo aggressivo. Poi piano piano si sciolgono un poco e raccontano di essere studentesse del X anno, che stanno tornando dall'esame di tajiko. Sono entrambe soddisfatte, la prova non era così difficile come temevano e avevano entrambe buone speranze di ottenere un buon voto. Hanno molti progetti per il loro futuro, alle nostre domande oppongono grandi sorrisi, una vuol fare l'archeologa, l'altra si iscriverà a fisica. 

Picnic
Le lasciamo andare per non metterle troppo in imbarazzo e usciamo dal paese percorrendo una strada tra i campi. L'ambiente è decisamente bucolico, i cereali primaverili sono ancora bassi e colorano tutti i campi circostanti di un verde dorato piacevolissimo. Ci fermiamo lungo un rivo all'ombra di una siepe di olivelli spinosi e allarghiamo a terra una tovaglia dove ci apprestiamo a fare un delizioso picnic. Abbiamo un po' di tutto, dai ramen in scatola, alla frutta, a dolciumi di tutti i tipi, assieme ad un dolcissimo melone, visto che qui siamo in piena stagione. In fondo al viale di pioppi, dall'altra parte dei campi, c'è un gruppo di donne e di bambini che riposano evidentemente dal lavoro dei campi e ci osservano con curiosità. I bambini, i più sfrontati, cominciano ad avvicinarsi, ma non alla fine osano più di tanto. Il più piccolo comincia una lenta marcia di avvicinamento verso di noi. Poi, arrivato piuttosto vicino ai nostri acquartieramenti si ferma titubante. Gli facciamo grandi cenni affinché si avvicini, cercando di corromperlo con caramelle e dolcini. Alla fine si convince, ma il cioccolatino che riusciamo a scartargli e che alla fine si caccia in bocca, non deve essere assolutamente di suo gradimento perché scoppia immediatamente in un pianto dirotto ed irrefrenabile, senza neppure riuscire a sputarlo via. 

Il bimbo
Rimane così a disperarsi con la bocca piena, in evidente stato di sofferente capriccio. Da lontano la madre e le amiche, ridono di gusto e mostrano di non  preoccuparsi certo più di tanto. Alla fine riusciamo a prenderlo per mano e riaccompagnarlo al suo gruppo dove si rifugia finalmente al riparo dell'abbraccio materno. Distribuiamo ancora qualche caramella agli altri e scambiamo grandi saluti con le abitanti del villaggio, contente per il diversivo della giornata. Alla fine raccolte le nostre masserizie riprendiamo la nostra strada. A pochissimi chilometri un'altra vestigia importante che ricorda il passaggio della corrente delle dottrine buddiste che hanno risalito la valle per raggiungere la Cina e la Mongolia. Si tratta di un antico stupa di grandi dimensioni di cui rimangono soltanto più alcuni gradoni del basamento e che si trova a mezza costa su un belvedere sul fiume e che risale al IV-V sec. d.C. nel periodo in cui il Wakhan ospitava fiorenti comunità buddhiste e zoroastriane. In mattoni di fango e di pietra il complesso comprendeva un grande tempio di cui rimangono i resti a cui ho fato cenno,, un muro di cinta con torri di guardia di cui si riconosce ancora qualche traccia, e soprattutto, scavate nella roccia adiacente, ancora una serie di undici grotte che i monaci utilizzavano per i loro romitaggi. Sembra che in linea con tanti altri luoghi simili, se cercate con cura sulla sommità della collinetta, sia possibile riconoscere nella roccia una impronta direttamente lasciata dal Buddha stesso. 

Il tempio buddhista
La filosofia della reliquia è uguale per tutte le religioni e fiorisce in tutte le parti del mondo, quindi non siate troppo severi nel giudicare. Al di là della rilevanza storica, non si tratta di un monumento particolarmente rilevante, se non per la difficoltà di raggiungerlo e lo straordinario scenario naturale che lo circonda. Se guardi con attenzione poi, in mezzo al fiume che qui si è molto allargato, puoi anche scorgere qualche ulteriore residuo della fortezza di Yamchun, mura sbrecciate e mozziconi di torri, che fanno capire bene come questa si allargasse in tutta la valle, per consentire un controllo veramente efficace. Questa è certamente la parte del Wakhan paesaggisticamente più estrema e straniante. Il fiume occupa con i suoi mille rami, tutta la parte del fondo valle, di fronte, la catena montuosa afgana si erge come una barriera invalicabile e al di là di questa gli altri picchi ancora più alti completamente ricoperti da nevi eterne, fanno capolino con le loro vette più arcigne e maestose. Le valli laterali che si dipartono dal Panj, sono stretti canaloni lungo le quali si precipitano torrenti violenti in cui si susseguono salti e cascate, mentre da questa parte del fiume, una orografia più dolce lascia spazi a paesini e campetti coltivati. Abbiamo lasciato alle nostre spalle la cima del Noshaq di quasi 7.500 m. che segnava l'inizio del corridoio sul confine tra Afganistan e Pakistan e ci stiamo avvicinando al punto in cui la valle scinderà il suo cammino. Tra un'altra ventina di chilometri, più o meno superata la metà del Corridoio, quando il territorio si allarga in quella regione chiamata Nuristan, un ponte e forse un tempo un guado, conduce all'attraversamento del Panj e la pista si insinuerà attraverso il Wakhan attraversandolo fino ad arrivare al Pakistan. 

L'Oston
A questa intersezione c'è un piccolo paese di nome Langar, dove si può vedere, qualche chilometro prima si può vedere anche un altro minuscolo, ma ben conservato Oston, ornato fino all'inverosimile da teschi e corna degli animali selvatici che popolano queste montagne. Nel fiume, il cui letto è diventato ormai larghissimo, tanto da scorgere a fatica la sponda afgana dall'altro lato, sii estendono una serie complessa di isoloni ghiaiosi e ricoperti di boschetti  e pioppeti dove si disperdono, tra pascoli ricchi di erba grassa e spessa, mandrie di bovini seguite da ragazzini e pastori, in cui non riuscirai certo a riconoscere le nazionalità tajike o afgane. Qui sono e si sentono tutti Wakhi, un popolo antico e ricco di tradizioni proprie che non riesce a curarsi di confini e di divisioni che non appartengono al loro modo di pensare. Ed è proprio questa la strada seguita da Alessandro per raggiungere la valle dell'Indo. Al di qua invece, dopo un'ulteriore cinquantina di chilometri, che faremo domani, una pista laterale lascerà la valle a Kargush, per salire con pendenze sempre più ripide verso l'altipiano del Pamir orientale, seguendo le tracce di Marco Polo e dei monaci che arrivavano dall'India. Noi ci fermiamo per la notte a Langar, in un Homestay nella valle, non certamente affascinate come quello di ieri sera, ma tuttavia, assai rappresenttivo di questa terra. 

Yogdor
Il proprietario, il sig. Yodgor Molloyev, non ha avuto vita facile, essendo nato proprio in questo punto, segnato da una serie complessa e difficile di situazioni politiche, diatribe di confine, fino alla guerra civile, ma è sempre riuscito a mantenere le cose in maniera giusta nel paese, lui che è stato insegnante, funzionario e quindi come kalifa, la figura di riferimento per i doveri religiosi, morali e di convivenza della sua piccola comunità, una sorta di Imam tanto per capirci che si occupava anche della gestione dei matrimoni, dei funerali e di ogni altro aspetto sociale della avita del villaggio. Ma non solo questo è stata la sua vita, ha avuto infatti per primo l'idea di offrire la sua casa all'ospitalità dei visitatori che attraversavano questo territorio, orgoglioso di mostrare loro le tradizioni del suo popolo. Così Yogdor è diventato un personaggio conosciuto tra i viaggiatori che si avventurano per queste remote strade del mondo e che ne raccontano i comportamenti, come quando una coppia di motociclisti tedeschi che avevano passato la notte da lui, ebbero un gravissimo incidente sulla strada del Pamir. Lui accorse immediatamente e riuscì a trasportare la ragazza gravemente ferita in ospedale e ritirò e protesse le moto e le attrezzature dall'ingordigia dei profittatori. Quando, dopo un anno, padre e figlia finalmente guarita, tornarono sul posto per ringraziare Yogdor, ritrovarono tutto perfettamente conservato, mentre lui non accettò nulla in cambio del suo lavoro perché secondo lui, aiutare qualcuno non può essere tramutato in denaro. 

Il paese
Questa è sempre stata la sua morale di vita che ha cercato di trasmettere ai suoi allievi e ai suoi compaesani. Adesso è anziano e anche se qualche volta indulge un poco all'alcool, glielo si può certamente perdonare, basta vedere con quale calore ti accoglie, lui e la sua famiglia, nella sua casa. Oggi è anche il suo compleanno e quindi la cena, una bella chorba piccante seguita da pollo arrosto, insalata e patate, che moglie e figlia continuano a portare in piatti generosi, vengono innaffiate da continui rabbocchi di vino e vodka e si può ben comprendere, bisogna fare festa e quando le sue complesse spiegazioni dottrinali sulle distinzioni tra Ismailiti ai quali questi villaggi e la maggior parte dei Pamiri appartengono e gli Sciiti, si fanno a poco a poco più impastate e meno comprensibili, pazienza, quello che conta è la giovialità, il senso di amicizia e lo spirito di ospitalità di cui ci sentiamo circondati. Alla fine le bottiglie si svuotano tutte. Quelle di vodka finiscono a terra, come nei banchetti di buona memoria della vecchia URSS, che io ben ricordo e viene infine l'ora di andare a letto, anche se con le gambe e la testa decisamente pesanti, ma quella di Yogdor rimane una casa in cui persone che arrivano da paesi diversi diventano amici. 

Hindukush


SURVIVAL KIT


Homestay Yodgor - Langar - Il vecchio Kalifa del villaggio ha sistemato la sua casa per accogliere gli ospiti di passaggio, mettendo a disposizione 4 camere con due bagni e pensando alla cena per rifocillare i suoi ospiti. Una sistemazione basica ma molto calda, con tutta la famiglia che si mette in modo per rendere il soggiorno piacevole. Acqua calda e wifi funzionante. Se volete contattarlo la mail è homestayyodgor@gmail.com - Tel +992.934288869


Mandria di bovini


Se ti è piaciuto questo post, ti potrebbero anche interessare:

C. Ajtmatov - Il battello bianco

domenica 19 luglio 2026

Pam 24 - Il museo Sufi

L'Hindukush nel corridoio del Wakhan - Tajikistan - giugno 2026

 

I 7000
Sono le 6:30 e già che mi sono alzato per andare in fondo al cortile, tanto vale che mi metta in moto definitivamente e faccia un giro fuori a dare un'occhiata alla catena di montagne che sta sfilando davanti a me. Sarà l'altitudine o il fatto che camminando in salita, mi gira un po' la testa, ma mi sembra davvero che le montagne si muovano intorno! Qui, dalla parate tajika, siamo saliti ancora un poco, sui 3100 m. e la valle si vede qualche centinaio di metri più sotto, ma di fronte, tutto l'Hindukush si mostra nella sua veste migliore. La mattina, praticamente il cielo è sgombro di nubi e la visibilità è davvero ottima, così nei varchi tra le alture più prossime, quelle del corridoio, cominciano ad emergere le cime che sono al di là della prima barriera e che formano il crinale che definisce il confine tra Afganistan e Pakistan, qui il corridoio di Wakhan è nel suo punto di minor larghezza, una quindicina di chilometri al massimo e le punte dei colossi più maestosi si vedono emergere tra i monti scuri in primo piano, con le loro cime coperte di neve. Di qui si possono vedere bene quelle che poi, dando un'occhiata alla carta si riescono identificare con il Lunkho (6901 m.) e il Koh-e Hevad (6849 m.) mentre un poco più a destra ecco spuntare la cima leggermente ritorta del Koh-e Urgunt (7038 m.) assimilabile un poco alla forma del nostro Cervino. 

Olivello e pioppi
Tutti colossi assolutamente imponenti, che tuttavia non riescono ad attirare la voglia di raggiungerne la cima da parte degli scalatori, attirati da altre vette più titolate e che da qui non sono poi così lontane. Certamente la bellezza ti colpisce guardandone le creste appena colorate del rosa dell'alba che sta svanendo laggiù nella valle e viste da questa altezza, non sembrano neppure così vertiginose come quando ne leggi la quota, quel numero così sproporzionatamente elevato, rispetto a quelli a cui siamo abituati. Numeri a cui la nostra Europa non è avvezza, ma che qui appaiono come la norma di usuali montagne tra le tante, neppure degne di essere ricordate per nome. Il nostro paesello invece è circondato da piccoli boschetti di piante che da noi sono proprie della pianura, come file infinite di pioppi o di una essenza molto comune da queste parti, l'Olivello spinoso (Hippophae Rhamnoides) che si riempie di piccole bacche arancioni e che cresce in abbondanza lungo i sentieri e con le sue spine riesce a tenere a bada le greggi che salgono su per il monte. Queste quote per noi significano solamente conifere e anzi saremmo al confine con quella parte di monte ormai spoglia di alberi di alto fusto che lasciano spazio ai cespi di rododendri ed ai pascoli di alta montagna, mentre qui siamo ancora nell'area delle latifoglie e anzi di pini e abeti non si vede traccia neppure molto più in alto. 

Le rovine della fortezza di Yamchum
Comunque, satolli per un'ottima colazione e salutati i nostri ospiti, saliamo ancora lungo la strada che prosegue lungo la costa, fino ad arrivare ad un altro grande belvedere sulla valle che ospita un altro dei gioielli del territorio: la fortezza di Yamchum, che risale al II sec a.C. e come la sua gemella coeva che abbiamo visto ieri, aveva la stessa funzione di controllo nel dominio della valle. Le foto che avevo visto su internet ne facevano apparire le rovine particolarmente ammantate di fascino, mostrando le alte mura nere a strapiombo ancora in buono stato di conservazione in alcuni tratti, ma sufficienti a dimostrare la potenza che rappresentavano. Quella in cui arriviamo, invece, è il risultato del restauro appena completato dagli archeologi cinesi, che secondo il loro consueto stile, l'hanno ricostruita quasi completamente, rispettandone certo la pianta ed il disegno originale, ma togliendo completamente quella patina di antico che noi preferiamo, che ci fa sognare e che rispetta quello che ci fa sentire l'essenza della storia. Per la verità si riescono ancora ad individuarne le parti originali, in particolare nel punto più alto, dove migliori erano le fortificazioni, con le torri possenti in cui è possibile individuare ancora una caratteristica peculiare del progetto, che incorpora nella muratura dei sottili strati di legno al fine di migliorarne la flessibilità ai fini di una maggiore resistenza alla sismicità che in questa parte del mondo è sempre un problema che si ripresenta ad intervalli costanti. 

La fortezza restaurata
La fortezza è davvero possente, in una posizione perfetta per una difesa efficace, con due lati ben protetti e strapiombanti su due strette gole fluviali, mentre il terzo è in ripida pendenza e ben fortificato con una serie di mura e torri. Il panorama dall'alto è assolutamente magnifico. Il fiume in basso che si prolunga suddiviso in mille rivoli mentre la valle si allarga a dismisura e l'Afganistan si allontana. La catena a fronte appare come una muraglia a sua volta spezzata qua e la dalle valli sospese laterali che mostrano la coronatura di nevi eterne e la sequenza di cime aguzze e contorte che si susseguono una dopo l'altra. Giriamo ancora per la spianata superiore della fortezza in cerca di punti di vista ancora più suggestivi. Su una torretta incrociamo tre australiani che fanno il nostro stesso giro, ma al contrario, anche loro affascinati dai panorami che si susseguono e poi torniamo alla macchina per proseguire verso l'alto della montagna per un altro paio di chilometri, fino a raggiungere il punto dove sgorgano le sorgenti calde di Bibi Fatima, la leggendaria moglie di Alì, che colpita dalla bellezza del posto, proprio qui piantò a terra un bastone facendo sgorgare, come per magia, la fonte miracolosa, che ha appunto proprietà terapeutiche assolutamente strabilianti soprattutto per quanto riguarda il settore ginecologico e procreativo, tanto che sono meta di pellegrinaggio, soprattutto per le signore in difficoltà su questo versante. 

Anche qui c'è la possibilità di bagnarsi nella fonte miracolosa, la parte dedicata alle signore, come potete facilmente capire, è più grande, ma tutti noi, non avendo specifici desiderata su questo fronte, per questa volta passiamo, mentre il nostro Jamshed, che ci ha fatto trapelare una mezza intenzione di pensare ad un quinto figlio, decide di approfittare, mentre noi ci godiamo la vista della valle davanti a noi, sotto un sole che brucia, più dell'acqua medicamentosa. Per la verità la leggenda è ben chiara, ma i tempi non coincidono molto, in quanto Alì e la sua gentile signora, con le loro gesta, risalgono più o meno al VII secolo, mentre l'Islam arriva nel Wakhan solamente attorno all'XI. ma queste sono sottigliezze da infedeli e non dovrebbero stare ad inficiare la bellezza delle leggende popolari e la grandiosità del posto. Intanto scendiamo al paesino dove c'era il nostro homestay, che nel frattempo si è popolato di contadini che vanno verso gli orti ed i campi coltivati. Proprio qui a Yamg, era vissuto nel XIX sec. un famoso Sufi, tale Mubarak i-Wakhani, appunto, poeta, studioso e astronomo, figura misconosciuta della cultura ismailita, proprio per l'essere rimasto sempre in questa zona isolata e periferica. 

Gli strumenti musicali

Tra le cose prodotte dai suoi studi, c'è proprio in paese una sorta di calendario astronomico che sfrutta la posizione di alcune pietre, una delle quali proprio sulla piazza principale, dotata di un foro attraverso il quale puntando ad altre pietre poste sui monti circostanti è possibile, calcolare molte misurazioni astronomiche, come l'inizio dell'anno, il Navruz e l'alternarsi delle stagioni, con errori inferiori ai due minuti, rispetto ai mezzi moderni. Qui vicino c'è anche un bellissimo museo contenuto in un'altra casa tradizionale, arredata di tutto punto. Il custode è un personaggio singolare che ha dedicato tutta la vita agli studi sulle tradizioni del Wakhan, che ci illustra con dovizia di particolari a partire dallo stile costruttivo della casa, i 5 pilastri che si richiamano all'Islam e le figure del Profeta, di Alì, Fatima, Hasan e Husein, ma prima ancora le regole dello zoroastrismo ed il riferimento ad Aura Mazda e a tutti i componenti del pantheon degli adoratori del fuoco e che quindi, presupponeva il fuoco nel centro, con il foro nel tetto per far fuoriuscire il fumo, che serve per il riscaldamento ma anche con la sua affumicatura a preservare le travi di legno dall'attacco degli insetti. Le quattro aperture a quadrato del lucernario rappresentano così i quattro elementi, aria, acqua, terra e fuoco, concetti ben presenti anche nella filosofia prearistotelica, ma anche nei quattro stati spirituali del sufismo. 

La montagna
Nel museo sono conservati oltre 500 oggetti antichi, strumenti agricoli e dell'uso domestico, come telai, arcolai, zangole e poi costumi tradizionali, cappelli, vestiti e tutto quanto riguarda l'arte della produzione del feltro. Naturalmente sono conservati anche i libri dello studioso e parte delle migliaia di versi da lui prodotti, sia di poesia profana che di quella parte del suo lavoro riguardante i commentari del Corano. Una grande sezione è dedicata agli strumenti musicali di cui è presente una numerosa serie di pezzi antichi, alcuni provenienti dal vicino Afganistan che arrivano a 19 corde, numero simbolico religioso, da cui si evince la grande importanza e sacralità che l'Islam ismailita rivolge alla musica in tutte le sue espressioni, cosa che i vicini talebani, a suo parere non solo non hanno capito, ma hanno del tutto travisato. Dagli stessi scritti sacri si evince infatti che la musica sia sacra a partire dall'arcangelo Gabriele che viene sempre rappresentato mentre suona strumenti e la musica stessa è presente nel soffio divino con cui Dio dà la vita ad Adamo. Per i Sufi  ismailiti la musica non è solo svago, ma veicola i versi dei profeti nel cuore degli ascoltatori, trasformando la performance musicale in preghiera collettiva. Il concetto non mi sembra molto lontano da tutto il filone della musica sacra che nasce da noi nel Medioevo a testimonianza di quanto siano vicine concettualmente modi di pensare così apparentemente lontani tra di loro. 

Le montagne del Wakhan
Il nostro stesso accompagnatore è musicista e non si fa pregare a suonare alcuni degli strumento più antichi della raccolta, alcuni costruiti personalmente dalle mani del Maestro, come il Rubab, strumento a corde pizzicate costruito da un unico pezzo di gelso, dal suono caldo e vibrante o il Tanbur, un liuto a corde metalliche utilizzato per creare le sonorità ipnotiche che aiutano i mistici (come i dervisci) a raggiungere l'estasi spirituale (hal). O ancora il Daf un tamburo a cornice il cui ritmo simula il battito del cuore del Cercatore focalizzato sul nome di Dio. Tenerli tra le mani è una emozione a cui non riesco a sottrarmi e ne provo alcuni che trasmettono al contatto di questi legni antichi, un senso di storie passate, di racconti lontani, di melodie perdute nella notte dei tempi. Dispiace lasciare il vecchio ed il suo regno, vorrei rimanere qui ad ascoltare storie, a sfogliare ancora i libri antichi coperti di preziose miniature che mi mostra, sentire qualche poesia di al-Wakhani, quello che è conosciuto come il Leonardo del Wakhan, che le scriveva con inchiostri naturali, su carta da lui stesso fabbricata dalla corteccia dei gelsi. L'isolamento in cui questo straordinario personaggio è vissuto hanno fatto sì che la sua opera non sia mai stata tradotta in occidente. Ecco l'unico distico che ho trovato sul web, quello del Cercatore, tratto dalla sua opera Divan-i A' Shar e incentrato sul concetto sufi dell'Irfan (la conoscenza mistica di Dio): 

"Per il cercatore, in entrambi i mondi, tu sei quello che viene cercato,

poiché nei reami del tempo e dello spazio, al di fuori di te, tutto è il nulla."

La Chillahona
In quanto il mondo terreno, benché sottoposto alle leggi tangibili della fisica, per lui che era scienziato ed astronomo, sono da considerarsi un velo passeggero rispetto alla essenza dell'eternità divina, in quanto la realtà materiale, se disgiunta da quella divina non è che mera illusione. Il sufismo ismailita è anche una filosofia ed una interpretazione del mondo molto sofisticata e profonda e tra le altre cose, ricorderei solamente a titolo di esempio che tra i suoi concetti, non ha quello del Jihad, del tutto assente nel suo pensiero filosofico. Appena fuori del museo poi, si può vedere una piccola costruzione di pietra, è la Chillahona, un locale dove il maestro si ritirava dal mondo per praticare la Chilla, un periodo di 40 giorni di meditazione, digiuno e preghiera tipico della tradizione sufi. Poi continuiamo a girolare per il paese e torniamo ancora alla famosa pietra col  buco cercando, sdraiandoci a terra, di traguardare quella lontana sulla montagna davanti a noi, da cui cominciare i calcoli per stilare il calendario, ma credo che sia alla fine meglio dedicarci ad altre cose, più consone alla nostra natura di ignorantoni pretenziosi, altro che astronomi e poeti! 

SURVIVAL KIT

Muboraki Wakhoni – Il Leonardo da Vinci del Wakhan

Tra le personalità più straordinarie che il Corridoio del Wakhan abbia mai conosciuto, spicca Muboraki Wakhoni (1839–1903) secondo la pronuncia locale, nato e vissuto nel villaggio di Yamg, in Tagikistan. Filosofo, poeta, teologo ismailita, astronomo, musicista, calligrafo, inventore, artigiano e maestro spirituale, rappresenta una delle figure più complete della storia culturale del Pamir. Per la straordinaria varietà dei suoi interessi e delle sue capacità, è spesso definito "il Leonardo da Vinci del Wakhan", mentre lo studioso russo Andrej Bertels lo soprannominò "l'Avicenna del Badakhshan". Muboraki dedicò l'intera vita alla conoscenza e all'educazione della sua comunità. Scrisse oltre sedici opere in lingua persiana dedicate alla filosofia, alla spiritualità ismailita, all'etica, all'astronomia e alla poesia mistica. Il suo Dīvān-i Kulliyāt raccoglie centinaia di ghazal, quartine (rubāʿiyyāt), qasida e inni religiosi, nei quali la contemplazione della natura si intreccia con la ricerca della verità divina. Ancora oggi i suoi scritti costituiscono una delle più importanti testimonianze della tradizione letteraria del Wakhan. Oltre che poeta, Muboraki fu uno scienziato e un inventore. La sua creazione più celebre è il calendario solare di pietra, situato nei pressi della sua casa di Yamg: un ingegnoso sistema di rocce allineate che sfrutta la luce del Sole per individuare con precisione gli equinozi, determinare il giorno del Nawruz e regolare il calendario agricolo. Progettò inoltre strumenti astronomici per l'osservazione del cielo e sviluppò un originale dispositivo per la fabbricazione della carta, utilizzando materiali reperibili localmente. Grazie a questa invenzione poté produrre personalmente la carta su cui copiava e miniava i propri manoscritti, dimostrando una sorprendente padronanza delle arti della calligrafia e della legatoria. La musica occupava un posto fondamentale nella sua visione del mondo. Muboraki considerava il suono uno strumento di elevazione spirituale e di avvicinamento a Dio. Era un eccellente musicista e contribuì allo sviluppo della tradizione musicale del Pamir inventando il Balandmaqām, uno strumento ancora oggi associato alla cultura ismailita del Badakhshan. Promosse inoltre l'uso di strumenti tradizionali come il rubab, il tanbur e il tor, accompagnando con la musica la recitazione dei poemi religiosi (qasoidkhoni e madhiyakhoni), una pratica che continua ancora oggi nelle comunità del Wakhan. L'influenza di Muboraki Wakhoni andò ben oltre la religione e la cultura. Fu guida spirituale, educatore e consigliere della popolazione locale, insegnando il valore della conoscenza, della tolleranza, del lavoro e dell'armonia tra fede e ragione. Le sue innovazioni scientifiche aiutarono gli abitanti del Wakhan a organizzare la vita agricola, mentre le sue opere letterarie e musicali contribuirono a preservare l'identità culturale di una delle regioni più isolate dell'Asia Centrale. Oggi la sua casa di Yamg è stata trasformata in un museo che conserva manoscritti, strumenti musicali, oggetti di uso quotidiano e alcune delle sue invenzioni. Visitare questo luogo significa entrare nel mondo di un uomo che, pur vivendo in una valle remota tra il Pamir e l'Hindu Kush, riuscì a lasciare un'eredità intellettuale e culturale di valore universale, diventando uno dei più grandi polimati dell'Asia Centrale.

La pietra da osservazione


Se ti è piaciuto questo post, ti potrebbero anche interessare:
La valle del Panj



C. Ajtmatov - Il battello bianco

Where I've been - Ancora troppi spazi bianchi!!! Siamo a 125 (a seconda dei calcoli) su 250!