lunedì 13 luglio 2026

Pam 18 - Verso l'Afganistan

Il fiume Oxus - Tajikistan - giugno 2026

 

Il passo
La strada comincia a salire decisa ed il paesaggio da collinare si trasforma in una serie di montagne rudi e severe che disegnano un fondale di selvatica bellezza; contemporaneamente comincia a piovere con decisione e anche se la strada è ancora asfaltata, l'acqua che corre di traverso, fa sempre una certa impressione, anche perché porta sempre con sé una notevole quantità di scarichi di pietre e di roccia che le pareti lasciano andare volentieri sotto di sé e fino a che si tratta di sassolini, passi, ma alcuni massi di proporzioni colossali che sono ai margini quando non alcuni addirittura in mezzo alla strada, da qualche parte devono pure essere caduti. Poi comincia una serie di tourniquet che in pochi chilometri portano ai 2100 metri del passo di Shurubod, che, visto che si parla di Pamir a cui ci stiamo ormai avvicinando, è una quota talmente bassa che non vale la pena neppure di metterci un cartello che segnali lo scollinamento. Ne hai contezza solamente dal posto di blocco della regione autonoma del Gorno- Badakhshan che controlla passaporti e i permessi di transito, visto che di qui all'Afganistan è solo un tiro di schioppo, nell'accezione più reale delle parole stesse, visto che tra i due paesi ancora non siamo ad un punto di chiarificazione definitivo e ogni tanto qualche schioppettata parte davvero. 

Pastore
Noi siamo a posto, timbri e controtimbri, sulle nostre carte sono stati apposti regolarmente e quindi si passa senza problemi. Dopo il colle comincia una leggera discesa, ma qui l'acqua comincia a venir giù come se la gettassero con le tinozze e il cielo è diventato talmente scuro che procediamo molto lentamente cercando di non far danno. Ci fermiamo una prima volta, siamo bloccati da un gregge gigantesco di capre e pecore formato da migliaia di capi accompagnati da pastori a cavallo, che occupano completamente la strada. Bisogna aspettare che passino tutte, non ci sono dubbi, visto che occupano completamente la sede stradale belando e stringendosi attorno alla nostra macchina quasi per soffocarla. Strisciano sulle fiancate con la loro lana marrone scuro, riccia e spessa, come quelle pellicce che andavano di moda da noi ai tempi della mia mamma e si chiamavano i persiani o pellicce di astrakan. A poco a poco passano tutte, una serie di belati infiniti che sembrano chiedere aiuto, mentre i cavalieri ci salutano con un cenno agitando il lungo bastone da buttero. Intanto adesso piove che dio la manda, si sono aperte le cataratte del cielo e avanziamo a fatica. 

il gregge
La strada è diventata un vero e proprio torrente e ad un certo punto, ecco che arriviamo ad un punto dove un avvallamento e un canalone laterale che arriva da monte, ha rilasciato una vera e propria frana che ha invaso la strada di terra, fango e pietrisco, anche di una buona pezzatura. Niente da fare qui non si passa, alcuni macigni sono talmente grossi che la macchina non è in grado di scavalcarli, oltre a ciò il rivo d'acqua che ha accompagnato la frana continua a scendere con una certa intensità e sconsiglia di tentare l'avventura anche perché potrebbe d'un tratto, proprio mentre si tenta di attraversare il guado, rovesciarsi di colpo trascinando a valle chissà quale massa di materiali. Rimaniamo un po' a guardare cosa succede. Al di là della barriera, un altro paio di macchine e un camion aspettano anch'essi il da farsi, senza correre rischi. I passeggeri girano qua e là senza sapere cosa fare, nell'incertezza di dover rimanere qua senza sapere quando si risolve la situazione. Potremmo rimanere bloccati qui per tutto il giorno o forse più. Jamshed decide di fare marcia indietro per vedere a monte come si mette la situazione, ma dopo meno di un chilometro e un paio di curve, sulla strada che abbiamo appena percorso, ecco la bella sorpresa, un'altra franetta ha bloccato la strada anche lì e quindi siamo chiusi in mezzo ai due smottamenti senza la possibilità di uscirne fuori. 

La frana
C'è da cominciare a preoccuparsi. Torniamo giù nella nostra direzione, mentre la pioggia sembra calmarsi. La frana intanto è percorsa dai vari passeggeri delle auto in attesa che rimuginano il da farsi e dell'eventuale possibilità di spostare un po' di pietre con le mani, al fine di fare un passaggio per tentare di superare l'ostacolo, cosa che si rivela subito impossibile anche con la più grande buona volontà. Nel frattempo dall'altra parte ecco arrivare un macchinone tutto lampeggianti rossi e blu. Si tratta nientemeno che del responsabile della agibilità stradale della zona che sta pattugliando il percorso, visto che evidentemente queste situazioni sono di certo frequenti. Dopo un po' arriva la voce che dal vicino paese che pare disti pochissimi chilometri, stia per arrivare qualcuno. Infatti passano solamente pochi minuti ed ecco arrivare una dopo l'altra ben due grandi pale meccaniche su ruote, che cominciano ad aggredire la frana, spostando fango e pietrame sul fianco fino a creare un varco percorribile, anche se con una certa attenzione. Intanto ha smesso di piovere, cosa che oltre a rincuorare, tranquillizza sul fatto di eventuali ulteriori torrenti di fanghiglia che dovessero arrivare dal monte. Dopo un po' di andirivieni, la strada sembra fatta. Finalmente riusciamo a passare. 

A monte
Abbiamo perso in fondo solamente un'oretta e l'importante è che il problema sia stato risolto, anche se diciamocelo pure, su questa tipologia di territorio, queste cose debbono essere piuttosto frequenti. Ora scendiamo a precipizio nella valle che è proprio di fronte a noi. In fondo si vede il nastro d'argento del fiume Panj. Il fiume che scende direttamente dalle montagne del Pamir e segna per oltre 700 chilometri il confine con il vicino Afganistan e questa è la strada storica che unisce i due mondi del centro Asia. Da un lato la Sogdiana e i suoi deserti a nord, e che prosegue dividendosi poi in due rami, quella che risalendo le valli del Pamir, lo scavalca per scendere poi nelle immense piane del Taklamakan cinese, la Via delle Seta percorsa da Marco Polo e da tutti quei mercanti che commerciavano con l'Oriente e quella del sud che prese 2300 anni fa Alessandro per scendere alla conquista della valle dell'Indo, mentre al contrario la risalirono settecento anni dopo i monaci che portarono in Cina il Buddhismo. Un'unica strada, un tratto di terreno largo pochi metri, eppure da qui passarono tutti quelli che negli ultimi 2300 anni scrissero la storia. Una bella emozione non vi pare! Eccoci arrivati al Panj, un corso d'acqua quasi insignificante per le sue dimensioni, eppure così carico di storia da farti rimanere sulla sua riva destra a considerare l'altra pieno di pensieri. 

I fianchi della montagna
Non puoi fermarti qui davanti a quello che Alessandro e gli storici che scrissero le sue gesta, chiamavano Oxus, uno dei toponimi più celebri dell'antichità, quando si volevano anche solamente ricordare quali erano i confini del mondo. Di qui comincia la strada vera che ci accompagnerà per giorni, a risalire questa valle incantata e selvaggia, nella direzione di Qalikhumb. Di fronte a noi l'Afganistan, un paese alla vista gemello ed indistinguibile da quello che stiamo percorrendo. Stesso fiume, largo in alcuni tratti meno di 10 metri, dove l'acqua certo ruggisce più forte di quando  le sponde si allontanano un poco e la lasciano respirare in un meandro più calmo e meno profondo, tale da far pensare di poterlo attraversare a piedi e sconfinare dall'altra parte. La frontiera, teorica, passa esattamente in mezzo e al di là, le stesse montagne, gli stessi campicelli coltivati disperatamente per non morire di inedia, gli stessi paesucoli fatti di case di fango pressato. Dopo pochi chilometri che abbiamo imboccato la strada che si snoda quasi a contatto col fiume si arriva ad un punto topico. Qui c'è un lungo ponte di ferro rugginoso che unisce le due sponde. E' uno dei punti di passaggio tra i due stati. Una frontiera secondaria e malaccorta, dove nella realtà non può passare nessuno, salvo gli abitanti locali.

L'Oxus
Quelli che vanno al mercato che si tiene settimanalmente sull'altra sponda e neppure sempre, diciamo quando la situazione politica lo consente, tra i due paesi non si spara da un po' e la sbarra che divide inderogabilmente quello che i locali non riescono neppure a capire nelle sue motivazioni, visto che da millenni di lì si passa per andare al mercato, mentre adesso sarebbe vietato. Forse le montagne hanno cambiato aspetto? Forse l'acqua del fiume è di colore diverso, da quando Alessandro vi abbeverava i cavalli? I pesci hanno cambiato direzione o continuano da secoli a risalire il fiume? Di certo no, ma se quella maledetta sbarra è abbassata, adesso di lì non passi e così dobbiamo rinunciare anche noi, visto che su un cartello è scritto chiaramente in inglese: Passaggio vietato agli stranieri e noi di certo non siamo né Tajiki, né Afgani, almeno non possiamo qualificarci come tali. Quindi la mia speranza di mettere il piede in territorio afgano, per questa volta è stata vanificata. Tenteremo più avanti visto che come ho detto percorreremo questo confine per oltre 700 chilometri, ma, ahimè, ve lo anticipo, con lo stesso identico verdetto. Niente da fare. Se vuoi in Afganistan ci andrai per vie regolari e dalla porta principale, ma un'altra volta. 

Il famoso cartello alla frontiera
Per questa volta dovrò contentarmi del famoso cartello ҷи Афғонистон, davanti al quale sono d'obbligo le foto di rito, con la scritta quasi soffocata dagli adesivi dei turisti e dei viaggiatori che non resistono al lasciare un segno del loro passaggio. Intanto è quasi diventato scuro, avremo modo nei prossimi giorni di descrivere questa straordinaria strada e lo spettacolo che la accompagna al di là del fiume. Prendiamo una deviazione verso una valle laterale verso il monte, anch'essa segnata da un torrente dalle acque spumeggianti che discende verso il basso con un ruggito potente e raggiungiamo un gruppetto di case nascosto tra gli alberi. Il proprietario del nostro punto di appoggio per la notte ci aspetta, per nulla preoccupato per il ritardo, da queste parti gli orari sono un optional decisamente poco definibile, possono esserci talmente tanti incerti che quando si arriva, si arriva. Una grande tavolata sotto una terrazza sul fiume è già pronta che ci aspetta. Posiamo le nostre cose e intanto ecco che la signora arriva con la zuppa fumante e poi il pollo arrosto, le verdure e infine la frutta appena raccolta. Al vino ci ha pensato Jamshed quando siamo passati dalla fabbrica del cognac, ed ecco anche l'occasione per assaggiare le gambe di rabarbaro, meno amare di quel che pensavo ed intanto che stiamo qui a guardare l'acqua che si precipita nella forra verso il basso, lo stesso salto anche se certo l'acqua non è la stessa, che guardava Alessandro sognando le pianure dell'India, è venuta l'ora di andare a dormire.

Un paese afgano


SURVIVAL KIT

B&B ZING Hotel - Kalai khum - Piccolo B&B sulla strada laterale a sinistra del paese. Risalire per qualche chilometro La casa è segnalata sul torrente Humbob. Basico, nuovo, ma il padrone molto gentile. Si cena sulla terrazza sul fiume. Bel giardino. Il bagno nel corridoio, pulito. 

Nel B&B


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sabato 11 luglio 2026

Pam 17 - La fortezza di Hulbuk

Fortezza di Hulbuk - Tajikistan - giugno 2026

 

Colonna dell'Indipendenza
Oggi dovremo fare un bel po' di chilometri, ma prima di lasciare definitivamente la capitale, vogliamo fare un ultimo passaggio nel grande parco che caratterizza il centro per dare un'ultima occhiata ad un monumento che ieri nella fretta ci era sfuggito; nella piazza dell'indipendenza infatti troneggia quella che è un po' il simbolo del paese: la Colonna sormontata da una grande corona che che appunto rappresenta con la magniloquenza propria di tutti i regimi, il raggiunto status di liberazione dal legame della ormai sbriciolata Unione Sovietica. Se poi da un lato questa vicenda sia stata vissuta come una vera e propria liberazione da un giogo, oppure invece una presa di potere da parte dei potentati locali, in sostituzione di un vuoto creatosi in seguito alla fine di una unione ormai indebolita e decrepita che aveva fatto il suo tempo, non ci è dato sapere. Di certo quello che è avvenuto in seguito, e qui stiamo parlando di una guerra civile con decine di migliaia di morti, non è stato di certo un momento felice per la popolazione, per cui è assolutamente logico pensare che per alcuni, si pensi a quel passato che ormai è storia a tutti gli effetti come una età dell'oro da rimpiangere, mentre per altri il nuovo corso, specialmente quello odierno, può essere visto come un avvicinarsi dell'intero paese agli standard internazionali, con nuove opportunità e un futuro tutto da scrivere. 

Il lago artificiale
Certamente questa piazza rappresenta oggi un punto dove si possono con buona ragione svolgere tutte quelle manifestazioni pubbliche a maggior gloria della nazione, quelle che ogni paese festeggia con nomi diversi e che comunque sono preparate e svolte per magnificare il potere in corso in quel momento. Qui non siamo da meno. Ai piedi dell'immensa colonna circondata da volute che salgono verso l'alto, coronato da tutti i simboli che caratterizzano la storia del paese, anche oggi si stanno svolgendo le prove per la grande festa che si svolgerà presumibilmente il 27 giugno, il giorno etichettato come quello della Riconciliazione Nazionale, data evidentemente giudicata molto importante, essendo quella che ha sancito la fine della mattanza e la ripartenza finalmente condivisa di tutte le rappresentanze etniche del paese. Ci sono centinaia di persone, forse migliaia, nell'enorme spazio antistante la colonna, che stanno evidentemente provando coreografie e momenti di quello che sarà di certo un grande spettacolo di movimento di massa, tipico di molti regimi asiatici che amano moltissimo queste rappresentazioni di festa che dimostrino l'unione incondizionata di tutto il popolo. Anzi spesso sono di più gli interpreti dello spettacolo che viene eseguito a vantaggio delle telecamere per essere ritrasmesse su tutti i media della nazione, che gli spettatori stessi convocati per assistervi. 

Rabarbaro
Tutto in questi casi viene preso molto seriamente ed infatti ogni spazio che circonda il parco è chiuso e transennato con assoluto divieto di accesso, ma poi tutto il mondo è paese. Andiamo vicino ai cancelli di accesso al parco e il nostro Jamshed si esibisce in una bella supercazzola sul gruppo di importanti visitatori italiani venuti apposta per ammirare la colonna famosa in tutto il mondo ed i custodi integerrimi, subito si inteneriscono e ci fanno passare a beneficio dello scatto di qualche foto. Vuoi che siano venuti fin qua per nulla e non possano immortalare uno dei simboli assoluti del paese, sarebbe sicuramente una vergogna anche per il paese stesso. Ma per carità, avanti e fate tranquillamente le vostre foto, così poi ce ne possiamo andare tra sorrisi e strette di mano. A questo punto possiamo lasciare la città tranquilli per aver fatto il nostro dovere e prendere la strada verso sud che ci condurrà verso il confine afgano ormai prossimo. Ma prima la strada passa attraverso un paesaggio che l'uomo ha profondamente mutato. Infatti, superato uno sbarramento di colline, ecco apparire un bacino di acque di vastissime dimensioni che si allunga oltre la parte visibile tra le montagne; si tratta del bacino formato dalla diga di Norak sul fiume Vakhsh, che ha mutato il paesaggio circostante con  la formazione di un lago stretto e lungo alcune decine di chilometri che si estende nella valle, mostrando nella parte più ampia alcune isole che emergono dalle acque con un effetto scenografico notevole. 

La fortezza
Si tratta, pare, della seconda diga più alta del mondo, a lungo la prima con i suoi 303 metri di altezza, eretta in materiale composito e superata solamente, e di soli 2 metri, dalla diga di Jinping in Cina nel 2014. Ovviamente anche questo è diventato luogo dove si arriva dalla città per passare il weekend, visto che ormai le condizioni economiche di strati della popolazione sempre più vasti, stanno crescendo e permettono lo sviluppo di stili di vita un tempo solamente occidentali. Infatti nelle vicinanze della strada si sono allargati vasti spazi di bancarelle di ogni genere che distribuiscono cibarie e generi di sostentamento oltre a venditori di frutta, secca e non, verdura, yogurt e relative palline che ormai ben conosciamo a beneficio delle frotte dei gitanti della domenica. Sconosciuti invece, per lo meno a me che non li avevo mai visti, dei vegetali a gamba lunghissima che se non fosse per il colore rossiccio delle coste avrei assimilato a una qualche varietà di sedano e invece risultano essere piante di rabarbaro, che qui viene mangiato tal quale, sgranocchiandone i gambi dopo averli scortecciati alla meglio oppure per fare composte e marmellate. Poi procediamo attraverso un panorama che si fa sempre più montuoso e selvatico per un'altra settantina di chilometri fino ad arrivare ad un altra famosa fortezza, quella di Hulbuk, importante insediamento del ramo sud della via della seta che fungeva da controllo all'ingresso della via che saliva verso il Pamir.

Le mura antiche
Per secoli la fortezza è servita da controllo e guardia a una grande montagna quasi interamente costituita di sale nelle vicinanze che garantiva ricco materiale di scambio con i paesi vicini. La fortezza che sorgeva su un insediamento precedente, segno dell'importanza strategica del luogo, ebbe il suo momento di maggior fulgore tra il IX e il XII secolo, quando era una delle quattro città più importanti della regione, ospitando artigiani, studiosi e personaggi di cultura che giravano nella zona. A testimonianza di questo, ci sono i ritrovamenti importanti di materiali di pregio ritrovati negli scavi della metà del '900 che hanno portato alla luce pezzi artisticamente notevoli di alabastro, affreschi eleganti, statue e ornamenti di ogni tipo. Un interesse particolare rivelano gli scavi che hanno portato alla luce sistemi fognari avanzati e metodologie di riscaldamento costituite da tubazioni ceramiche che correvano al di sotto dei pavimenti per il passaggio dell'acqua che veniva riscaldata tramite grandi brocche riempite di carboni ardenti, note come khums. Certamente il sito è di notevole effetto, anche se, secondo l'abitudine ormai invalsa, tutta la fortezza è stata ricostruita secondo quello che doveva essere lo stile originale, ma fortunatamente sono ancora chiaramente visibili, in special modo nelle parti basse, le mura originali di mattone cotto, mentre all'interno per il palazzo e per le altre costruzioni era usato anche la miscela di fango e paglia nota come pashky, rivestita successivamente di mattoni, che erano utilizzati anche per disegnare l'ornamentazione esterna. 

Fregi
Di queste e di altre tecniche sono stati ritrovati straordinari reperti. Addirittura molte pareti delle case erano ricoperte di ganch, un particolare materiale fatto di alabastro intagliato di singolare bellezza.  E' molto interessante vedere, come si nota anche nel moderno rifacimento, come le case del caravanserraglio che ospitavano i molti viaggiatori che giungevano lungo la Via della seta, fossero divise secondo uno stile occidentale, ad esempio con le sedie, mentre l'altra parte aveva locali all'orientale in cui ci si sedeva semi sdraiati. Questo testimonia come evidentemente il via vai di questa direttrice unica tra oriente ed occidente e di come quindi questa strada fosse percorsa da una folla di viaggiatori, mercanti e gente di ogni tipo, per secoli. I portali maestosi che ancora mantengono ben visibili le fastose decorazioni sugli imponenti impianti, raccontano bene comunque l'importanza artistica del sito. Davanti alla fortezza che ovviamente era stata rasa al suolo dai mongoli e che successivamente non aveva mai più ripreso la sua importante rilevanza nella regione, sorge ora il bel museo, che espone tutto quanto è stato ritrovato negli scavi inclusi ad esempio una serie completa di pezzi degli scacchi, tra i più antichi mai scoperti. 

Il custode
Ci accompagna nella visita un anziano signore che lavora a questo museo da ben 48 anni e vi ha trascorso praticamente tutta la vita, partecipando agli scavi, collaborando alla recupero dei pezzi che man mano emergevano dal terreno, alla loro catalogazione e adesso che sarebbe giunta la meritata età della pensione, non riuscendo evidentemente a staccarsene, fungendo da custode del sito, dato che oltre a conoscerne evidentemente ogni particolare, lo vive come se fosse la sua casa e ce ne mostra i pezzi con quell'amore che può dimostrare solo chi li ha visti, toccati, vissuti uno ad uno, dai meravigliosi gessi decorati a sbalzo con una raffinatezza resa ancor più preziosa dalla perfetta conservazione, ai vetri soffiati, alle tubazioni che ancora riescono a raccontare le conoscenze idrauliche di questo popolo di mille anni fa. La dedizione di questo signore è assolutamente commovente, quando vedi la passione che anima quello che è stata lo scopo di una vita intera. L'ammirazione verso questo personaggio, quasi pone in sottordine il caldo davvero esagerato che intanto è calato sulla piana; sembra davvero di arrostire e a questo punto lanciata un'ultima occhiata alle mura e alle torri della fortezza, saltiamo sulla macchina e pompando aria condizionata a tutto vapore ci dirigiamo verso la montagna che si erge al nostro fianco, su uno sterrato abbastanza agevole, sopra la quale una coltre di nubi piuttosto scure cominciano ad addensarsi, come si addice ai momenti in cui le temperature diventano troppo esagerate. Vedremo.

I fregi di mattoni


Leone
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venerdì 10 luglio 2026

Pam 16 - Ancora a Dushambè

La fortezza di Hissor - Dushambè - Tajikistan - giugno 2026

 

La madrasa
Ad una mezz'oretta dalla città è possibile vedere un'altra delle fortezze della Sogdiana, quella di Hissor (Hisar) che ha vissuto anch'essa una serie di epoche storiche diverse che ne hanno rimarcato la posizione strategica nella valle. Sembra che la fortezza abbia oltre tremila anni e tutti i regni che vi si sono succeduti hanno aggiunto qualche cosa naturalmente, anche se al momento quello che si può vedere è stato ampiamente rimaneggiato e la parte più notevole rimane l'imponente ingresso con le due torri ai lati e il portale ad arco che riflettono lo stile di Bukhara del XVIII secolo, visto che questa è stata la residenza del suo Emiro appunto in quell'epoca, il resto delle mura è stato restaurato di recente. La fortezza pare fu conquistata anche da Alessandro magno durante il suo itinerario attraverso la Sogdiana e in seguito fu sottoposta a numerosi assedi ai quali in alcuni casi resistette. Fu conquistata dagli arabi nell'VIII secolo, che ne fecero uno dei loro punti di controllo nella zona e punto focale per i commerci che cominciavano a prosperare lungo la Via della Seta. Qui si trattava soprattutto il suo famoso zafferano. Gengis Khan invece la rase completamente al suolo dove rimasero solo rivine fino al XIV secolo, epoca in cui la città riprese vita diventando uno dei punti di forza delle armate di Tamerlano, fino alla sua distruzione quasi completa durante un rovinoso terremoto nel 1914. 

Cartolina sovietica del 1970 prima del restauro
Sono scomparse anche le antiche scalinate che risalivano la collina, mentre rimangono le costruzioni alla base con il caravanserraglio, la piccola moschea e le madrase. All'interno di queste costruzione è stato allestito un piccolo museo etnografico con vecchi strumenti agricoli e costumi locali. Giriamo un po' dentro al caravanserraglio dove non fatichi ad immaginare l'arrivo attraverso il portale di carovane cariche di merci e sacchi di zafferano, che vengono a ripararsi per la notte dall'assalto dei banditi che un tempo infestavano la campagna. Noi invece andiamo in cerca di sentori di antiche storie e leggende tramandate dalle favole persiane, come quella del califfo Alì che venne qui per diffondere l'Islam e penetrò travestito nella fortezza, ma scoperto, stava per essere messo a morte, quando il suo cavallo Duhl Duhl, riuscì a fargli recuperare la spada magica Zulficar, che gli consentì di sconfiggere tutti i nemici, tra cui il mago malvagio che deteneva il potere nella fortezza. 

La fortezza dall'alto
Cerchiamo di qua e di là nelle celle ma di Zulficar e della sua lama affilata non c'è più nessuna traccia. Troviamo invece un gruppo di studenti della facoltà del turismo in visita di studio, che guidati dal loro insegnate approfittano subito per chiacchierare con noi e farci un po' di domande chiedendoci consigli su come affrontare il loro futuro lavoro, avendo subito Jamshed fatto trapelare la mia supposta attività di scrittore di guide, cosa che naturalmente fa premio e conferisce immeritata credibilità. Comunque è sempre piacevole pontificare con i ragazzi e anche la barba bianca contribuisce ad aumentare la fiducia. Dispensiamo saggi consigli, soprattutto quello di studiare senza sosta, naturalmente ridacchiano quasi tutti, i ragazzi in particolare, mentre le ragazze mantengono un atteggiamento molto più serio e convinto e poi passiamo alle foto di rito e infine saliamo alla fortezza che all'interno è completamente ricostruita ad uso turistico ed al posto del bazar presenta ormai solo più una serie di negozi di souvenir, mentre attorno fervono le attività ad uso dei visitatori, come le passeggiate a cavallo. La salita alla cittadella superiore ed al suo palazzotto che la corona, si dipana attraverso un ripida scala che però dà l'accesso a terrazze dalle quali la vista sulla valle è particolarmente interessante. Naturalmente anche qui è possibile affittare costumi per farsi fotografare come conquistatore del mondo, cosa molto gradita, come sappiamo, agli Orientali in visita. 

La grande moschea
Torniamo infine in città sgusciando attraverso un vero e proprio nubifragio che quanto meno ha il merito di rinfrescare l'aria, visto che oggi faceva davvero molto caldo, sicuramente oltre trenta gradi, e andiamo fino alla grande Moschea dell'Imom Azam. Il monumento, recentissimo, visto che è stato finito nel 2023, è davvero colossale, estendendosi per ben 12 ettari, si dice la più grande moschea dell'Asia Centrale visto che può ospitare 133.000 fedeli, ma sembra che quella coeva di Astana in Kazakhistan, la batta di poco ed è stata costruita senza economie, visto che i soldi ce li ha messi il Qatar, stato finanziatore di molti edifici religiosi dell'Oriente. Questa è davvero modernissima, con giganteschi impianti di aria condizionata dappertutto, seminascosta con le bocchette che occhieggiano addirittura dalle colonne, evidentemente cave allo scopo e bagni confortevoli, inoltre è un vero capolavoro architettonico, con una struttura tradizionale che presenta una splendida facciata con marmi bianchi e neri arrivati dalla Grecia, saloni altissimi, con colonne decorate a sostegno di una serie di 21 splendide cupole e i quattro minareti alti 75 metri. L'interno è davvero fastoso, ma quello che più ti colpisce sono le dimensioni colossali del salone della preghiera di cui quasi non vedi la fine e lungo il quale si allineano le grandi colonne ricoperte di arabeschi tinta su tinta. 

L'interno
Lo stile è chiaramente moderno ma ne intravedi comunque i richiami alla tradizione, nelle forme e nelle decorazioni. Anche i grandi lampadari che pendono dalle venti cupole sono formati da grandi cerchi concentrici sui quali si alternano i punti di illuminazione, mentre il tappeto unico che ricopre il pavimento, è una serie infinita di nicchie di preghiera destinate ad accogliere ognuna un fedele, volto nella direzione della Mecca. Anche le muqarnas seminascoste negli angoli, richiamano la tradizione ma senza mostrarsi troppo, bianche come sono e appena delineate in oro agli spigoli. La rientranza del Mihrab è anch'essa bianca e minimale quasi minuscola rispetto alla vastità della costruzione, e richiama l'attenzione del fedele con la sua sola presenza muta. Nel momento della nostra visita non c'è assolutamente nessuno nella grande sala, ma anche se ci fosse qualche fedele sparso dietro a qualcuna delle grandi colonne neppure ce ne accorgeremmo. Non si può fare a meno dal rimanere impressionati dalla grandiosità del monumento. Naturalmente non sto a raccontarvi la magnificenza della decorazione e degli arabeschi in cui gli artigiani iraniani hanno dato il meglio di sé, insomma i soldi spesi si vedono. La moschea si può visitare senza problemi, al di fuori delle ore della preghiera, anzi i custodi sono molto contenti di ricevere visitatori occidentali. Purtroppo dobbiamo saltare il palazzo di Navruz, l'altra perla architettonica e decorativa della città perché oggi è il giorno di chiusura. 

Ma noi oggi dobbiamo ancora espletare un impegno che ci siamo presi al mattino durante la visita del Museo, infatti siamo attesi al ministero dello sport e più precisamente al Museo del comitato olimpico nazionale, che racchiude tutto quanto il Tajikistan ha portato a casa, medaglie, premi, benemerenze, ricordi e naturalmente una ricchissima documentazione iconografica, durante la partecipazione alle olimpiadi estive ed invernali a cui ha partecipato come paese indipendente. Il presidente e tutto il suo staff ci aspettavano con ansia e veniamo accolti con grande affetto e dimostrazioni di amicizia. Visitiamo il museo, che racconta appunto la storia delle loro partecipazioni ai giochi, con tutti i loro atleti più forti che non hanno demeritato certamente, in special modo nelle ultime partecipazioni, in molti sport in cui il paese eccelle, judo, sollevamento pesi, tiro con l'arco e anche altri. Addirittura viene anche consegnata alla nostra cuginetta una inattesa onorificenza con tanto di bassorilievo bronzeo, dalle giuste dimensioni per essere messo in valigia, eheheehe. Insomma davvero una accoglienza commovente, che ci seguirà ancora durante tutto il resto del viaggio, in cui la segretaria del Presidente stesso ci avrebbe telefonato ogni sera per sapere se il viaggio proseguiva senza intoppi o problemi di sorta. Usciamo commossi dall'accoglienza e dalle dimostrazioni di amicizia, che davvero sono proprie di questi popoli, io stesso ricordo questo atteggiamento quando giravo questi mondi per lavoro. Salutiamo tutti e possiamo a questo punto considerare terminata la giornata nella capitale. Non ci resta che pensare alla cena, che stasera ci vedrà al ristorante Buhoro, locale elegantissimo del centro, dove mentre non ci facciamo mancare nulla, una serie di danzatori e danzatrici allietano la serata con balli e musiche tradizionali. Nel senso che da bravi turisti non ci facciamo mancare proprio niente.

Il ristorante Buhoro


Bacheca atleti premiati
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giovedì 9 luglio 2026

Pam 15 - Dushambè, la città del lunedì

Il Buddha nel Nirvana - Museo archeologico di Dushambè- Tajkistan - Giugno 2026

 


C'è poco da fare, tutte le grandi città dei paesi che una volta venivano considerati arretrati o con una dizione edulcorata, in via di sviluppo, hanno negli ultimi anni cambiato decisamente il loro aspetto. Dovunque ormai trovate città ordinate, con una selva di nuove costruzioni, traffico spesso convulso e comunque sia, avvertirete sempre una sensazione di paesi moderni e sviluppati. Dushambé non è da meno, anzi la prima impressione dei quartieri centrali, è proprio quella di una città piacevole anche da vivere con molti parchi e giardini, curatissimi e tutti i palazzi del potere rinnovati, quando non nuovissimi ed una profusione di marmi dovunque, che vogliono testimoniare un miglioramento generalizzato della situazione economica. Nelle zone che probabilmente un tempo ospitavano quartieri malandati o dove si allineavano file di malmesse krushovke, le costruzioni a quattro piani venute su in gran velocità e con mezzi minimi, negli anni '60, identiche in tutta l'Unione sovietica per sopperire alla cronica mancanza di alloggi, che obbligava le famiglie a difficili convivenze nelle famigerate komunalke, dove ogni gruppo familiare si ammassava in una sola stanza con a disposizione una cucina comune, oggi si vedono invece spazi recintati dove si procede ad abbattimenti continui per far posto a nuovissime costruzioni e la selva di gru, occupa un po' tutto l'orizzonte della capitale. 

Gli affreschi di Panjakaert

Anche quelle costruzioni dell'antico regime o addirittura quelle che presentano una riconoscibile architettura zarista, ancora in stato accettabile, vengono ristrutturate e rimesse a nuovo in maniera dignitosa. Il parco automobilistico poi è decisamente nuovo e la maggior parte delle auto che vedi circolare sono cinesi, se non consideri qualche rudere del passato che tuttavia dimostra di essere ancora in  grado di muoversi a cominciare da qualche vecchia Zigulì. Anche l'albergo che ci è stato riservato è nuovissimo e si sa che nel nuovo, tutto sembra più bello e ogni cosa generalmente funziona. La cena poi ce la facciamo in un bellissimo ristorante turco che fa della varietà degli spiedini la sua forza. Io ormai mi sono appassionato della versione Napoleon, quella in cui i bocconcini di carne vengono lardellati uno ad uno e poi sfrigolano lentamente sulla griglia, insaporendosi adeguatamente e quindi dove possibile, li ordino e quindi diciamo che si può andare a dormire soddisfatti e preparati alla giornata successiva. La prima visita prevista al mattino è quella dedicata al Museo dell'antichità, che raccoglie alcuni reperti di assoluta importanza, come vi ho già preannunciato precedentemente. Qui avvengono alcune cose decisamente divertenti, infatti la nostra visita era stata preannunciata con una certa enfasi, con il pretesto della raccolta di informazioni per la stesura del libro, quello che state leggendo per intenderci e ad accoglierci è stato immediatamente incaricato il Direttore del museo stesso, che con grande sussiego ha voluto personalmente accompagnarci nella visita per magnificare i vari pezzi esposti. 

Pietre iscritte

Non parliamo del fatto che ad un certo punto è arrivato ad incontrarci nientemeno che il Presidente del Comitato Olimpico del Tajikistan con una coorte di accompagnatori. Infatti mia cugina che è stata volontaria alle Olimpiadi di Torino, aveva fatto da accompagnatrice proprio ai due comitati Tajiko e Uzbeko ed era nata, come accade in questi casi una simpatica amicizia. Avendo saputo del nostro arrivo in città, il funzionario ha voluto assolutamente incontrarla, e con lei anche noi ovviamente, compari abusivi, per ringraziarla e assicurale di essere a disposizione in caso di eventuali necessità. Addirittura avrebbe voluto incontrarci il Ministro dello Sport, che tuttavia proprio al mattino doveva partire in missione. Tutto questo ha messo decisamente in grande agitazione il nostro cicerone che a questo punto non sapeva più dove girarsi per darci il massimo delle attenzioni per tutto il resto della visita. Non sto a raccontarvi quindi delle innumerevoli foto ufficiali davanti al famoso Buddha nel Nirvana, sdraiato, una delle più grandi sculture superstiti del gigantismo dell'arte del Gandara, opera davvero magnifica e lunga oltre 14 metri, forse la più grande rimasta dopo la distruzione dei famosi Buddha di Bamyan nel vicino Afganistan. Questo è uno dei pezzi forti del Museo ed indubbiamente è opera di grande impatto. Naturalmente siamo rimasti estasiati al vedere gli affreschi originali qui conservati e ritrovati, come vi avevo raccontato nel palazzo reale della antica Panjakaert, anche se più numerosi e forse più belli sono quelli conservato all'Ermitage di San Pietroburgo. 

I gioielli
In un'altra sala naturalmente anche l'originale della tomba che conserva i resti della Principessa di Sarazm. Ma non ci sono dubbi che questo museo, che contiene una serie di reperti che vanno dal IV millennio a.C. ai giorni nostri, inclusi straordinari gioielli di corredi funebri e antichissimi frammenti di tessuti che testimoniano della tecnologia di cui erano dotati da queste parti già nell'antichità e che raccontano per intero tutta la storia delle regioni della Sogdiana e della Battriana, sia imperdibile. Tutte cose di assoluta rilevanza insomma, al punto che dobbiamo assolutamente confermare che questo Museo è il pezzo più notevole della città. Intanto mentre il responsabile del Museo ci saluta con il massimo degli ossequi possibili, rigido come un soldato sull'attenti, noi salutiamo anche gli amici del Comitato Olimpico con la promessa di rivederci più tardi, nel corso della giornata. A questo punto ci tocca una bella passeggiata nell'enorme parco a partire dalla grande statua di Somoni, l'eroe nazionale, che qui ha sostituito Lenin, come del resto da tutte le altre parti, sormontata da un grande arco e dalla corona d'oro. Bisogna dire che questi giardini, sono assolutamente curatissimi e continuamente manutenuti da schiere di giardinieri che passano di aiuola in aiuola con grande attenzione. Intanto arriviamo fino alla statua di Rudaki, il padre della letteratura tajika e persiana, nato nell'858 a Panjakaert, ammiratissimo qui e del quale voglio trascrivervi una delle sue poesie, Il Bacio:

Lei è venuta da me questa notte
e l'alba non era chiara...
Lei è venuta ed aveva paura
che qualcuno potesse vederla.
Di suo padre aveva paura,
di nascosto era venuta...
Nella notte era fuggita
per venire a dormire con me.
È venuta con la paura
che suo padre avesse saputo...
La sua casa aveva lasciato
per venire a dormire con me.
Lei è venuta, io l’ho baciata
ed era dolce il suo bacio.
L’alba era chiara ed ho baciato
quella sua morbida bocca. 

Ismail Somoni
Poco lontano la statua di Avicenna, scienziato conosciuto e ammirato anche dal nostro mondo. Arriviamo fino alla famosa bandiera, 40x60, alta ben 163 metri che si innalza in mezzo ad un grande bacino artificiale. Si sa che in tutta l'Asia c'è stata negli ultimi decenni una certa corsa a chi la faceva più alta, più lunga, più grande, insomma una sfida di tipo maschilistico propria di molti regimi, la più nota è stata la cosiddetta disfida dei pennoni, che ha contrapposto le due Coree che, proprio sul confine hanno continuato per alcuni anni ad innalzare pennoni uno di fronte all'altro, su cui erano esibite bandiere sempre più in alto, in una sfida un po' puerile, ma molto apprezzata dai turisti. In effetti vista da sotto, questa è davvero imponente. In fondo al giardino c'è anche un monumento con il simbolo del Tajikistan, che presenta tra le altre cose, il cotone, una delle sue grandi ricchezze, il frumento che ne ha alleviato la fame durante la guerra e ricordiamo sempre il profondo significato sacrale dato al pane, il sole ed un libro, testimonianza che viene data dal paese alla cultura. 



Cachi e fichi
Così tra una cosa e l'altra, sfilando davanti ai grandi palazzi del potere, incluso uno dei palazzi presidenziali ed infilandosi nei vialetti nascosti all'ombra delle piante curatissime, arriviamo fino al famoso Bazar, il cui salone centrale che poggia su altissime colonne decorate, è uno degli orgogli della città. D'altra parte dobbiamo ricordare che Dushambè, che durante il regime aveva improvvidamente preso il some di Stalinabad, significa Mercato del lunedì, secondo la tradizione di indicare molti toponimi col nome del giorno in cui si svolgeva il mercato. I banchi su cui è esposta la merce non differiscono molto da quelli che abbiamo già visto altrove e nemmeno da quelli che ancora vedremo, ma qui tutto appare come in un registro più alto, più magniloquente. I banchi sono più ricchi, c'è più merce esposta, la frutta e la verdura ti danno l'impressone di essere più fresche e di migliore qualità e tutto appare decisamente più importante, d'altra parte siamo nella capitale. A questo punto non rimane che recuperare le forze in un altro bellissimo ristorante con giardino, che mi sembra si chiamo Il Cappello, dove, tanto per cambiare, gli spiedini sembrano ancor più buoni e succulenti.

Carote tagliate


SURVIVAL KIT

La camera
Hotel Bogatt - Via N. Muhammada 6 -  Dushambé - Ottimo 4 stelle nuovissimo. Posizione centrale, comodo. Stanze molto grandi con salottino. TV 55", AC, ma niente frigo, Free wifi. Bagno molto bello e pulito. Colazione a buffet un po' meno ricca del solito. Doppia letto king, sui 48 €, dipende dalla stagione. Personale gentile.

Satiro - Arte del Gandara
Da vedere a Dushambé - Direi di godersi soprattutto la città, che si presenta come molto piacevole a partire dal grande parco nelle sue varie parti, che comprende la Bandiera più alta dell'Asia Centrale (sempre che non sia poi stata superata in questa corsa al gigantismo) e dal Parco Rudaki dedicato al grande poeta nazionale e ad Avicenna il padre della medicina moderna e che ospita anche il monumento all'indipendenza e all'eroe nazionale Ismail Somoni, la statua che ha sostituito quella di Lenin, che come racconta nel suo libro, Buonanotte signor Lenin, Terzani vide abbattere nel suo viaggio del '91, al grido di Allahu Akhbar. Qui c'è anche la mappa dell'impero Samanide nella sua massima espansione nel X secolo. Lungo la strada i palazzi notevoli del teatro del Balletto Lohuti, la Chaikhana Rohat, la sala da tè in stile tradizionale, il palazzo dell'Unione degli scrittori con una serie di altorilievi ed infine imperdibile il Museo di archeologia che contiene pezzi importantissimi, il palazzo Navruz, orgoglio nazionale per l'architettura e l'ornamentazione e la Grande Moschea finita nel 2022 e ovviamente il Bazar. Tra i classici delle città sovietiche, rimangono, il teatro delle marionette, il Circo, il museo degli strumenti musicali tradizionali, il teatro del balletto Ayni, il cinema Tajikistan, la Stazione ferroviaria e poi il centro Ismailita e i molti mosaici sovietici sparsi per la città, ma dato il poco tempo che sicuramente avrete da dedicare alla città, non vi basterà il tempo. Infine la Fortezza di Hissor fuori città, ricostruita completamente.

Il bazar

Il poeta Rudaki
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