lunedì 23 luglio 2018

Etiopia 32 - Il Sanetti plateau


Lupo rosso Etiope



Sanetti Plateau 
Lasciamo Robe di primo mattino, una breve sosta al baracchino all'angolo per un bel piatto di uova strapazzate e avocado e poi la strada sale subito decisa. Quando imbocchiamo la pista verso il Sanetti plateau attraversiamo una foresta di conifere fitta ed oscura, le coltivazioni hanno già lasciato spazio ai pascoli. Di tanto in tanto greggi di capre o gruppetti di bovini lontani, brucano nelle radure sempre più rade. Ci siamo fermati prima, quando Lalo ha notato due donne accucciate sul lato della pista con qualche cosa da vendere in un cesto rigonfio. Vendono frutta e miele di montagna. Entusiasta è saltato giù ed è tornato dopo una breve trattativa col bottino avvolto in un foglio di giornale. Si tratta di frutti di anona (Annona squamosa), una magnoliacea presente in molti paesi attorno all'oceano indiano, che qui chiamano Gishtà e gli inglesi custard apple mentre per i francesi è la pocanelle. Così grandi, come grossi meloni verdi, non li avevo mai visti e per di più sono maturi al punto giusto, tanto che una volta aperta la squamosa scorza verde, il frutto visto dall'esterno non è per nulla invitante, mostrano una polpa bianchissima e morbida che devi addirittura raccogliere col cucchiaio. Ha un profumo straordinario e messa in bocca sprigiona mille sapori, dolcissimi ed esotici al tempo stesso, ti sembra di riconoscere, pesche ed albicocche, ma anche manghi e durian, cannella e spezie d'oriente e tanti altri che non sapresti riconoscere. Te la sciogli in bocca di gusto sputando i piccoli semi neri sulla strada. Davvero una prelibatezza di cui indovini tuttavia la vita brevissima e apprezzi la fortuna di averla potuta cogliere in quel suo momento perfetto. Un attimo prima acerba ed inespressa, un momento dopo dolciastra e marcescente.

Oltre a ciò, stando ai racconti di Lalo è stata riconosciuta, anche a livello scientifico, come una vera e propria panacea irresistibile, che cura molti mali contenendo elementi dalle certe proprietà anticancerogene e chi più ne ha più ne metta. Insomma bisognerebbe mangiarne a gogo. Intanto queste se ne vanno in un attimo e con rimpianto non rimane che la inutile buccia verde da gettare fuori dal finestrino. Intanto per manifestare la sua gioia, visto che i tornanti per arrivare al plateau si fanno sempre più ripidi e stretti, il nostro Abi, spara a palla gli ultimi successi del folk roker etiope più noto del momento, il famoso ed osteggiato, anche per i suoi temi critici del regime, Tewaderos Kassahun, che per questo si è fatto anche un paio d'anni di galera ed il ritmo quasi ossessivo della sua accattivante Semberé (Ci vediamo), sarà un po' la colonna sonora del nostro viaggio, anzi dato che l'ho trovata su youtube, ve la allego qui sotto per farvi partecipare del ritmo travolgente con il quale tutti i componenti dell'auto hanno continuato per un mese a muovere spalle e braccia, ripetendo in coro, il compulsivo ritornello. Ad un certo punto quasi contemporaneamente alla diminuzione della vegetazione anche la strada si fa più piana e prosegue in semplici ondulazioni di curve lunghe e continue. Quando gli alberi sono completamente spariti lasciando spazio ad una infinita distesa ondulata ricoperta di cespi di elicrisio dai microscopici fiorellini, capisci di essere ai quattromila metri del plateau. L'aria è fina, anche la macchina sembra in debito di ossigeno ed arranca con maggiore fatica. 


Semberé - Tewaderos Kassahun


Kniphofia
Superata la baracca che segnala l'inizio del parco, la distesa cespugliosa che appare come un seguito di cuscini morbidi e rigonfi, è punteggiata dagli alti steli di Kniphofia, una liliacea endemica di queste quote le cui infiorescenze fusiformi giallo aranciate, appaiono come presenze aliene lanciate dall'alto per configgersi in quel tappeto, segnandolo con le loro orifiamme smaglianti che ondeggiano al vento teso dell'altipiano. Questo nuovo territorio è davvero diverso da tutti quelli che abbiamo visto fino adesso. Il cielo terso e blu scuro e la vegetazione estrema, ti segnalano  una quota assolutamente inidonea per le normali forme vegetali a cui sei abituato. Queste invece hanno foglie pelose dal colore argentato  che ridisegnano il tono del paesaggio, rendendolo diverso dalle tante sfumature di verde alle quali sei ormai abituato. All'interno di questo nuovo habitat, compare qua e là, fino a disegnare un orizzonte unico, uno skyline nuovo, costituito dalle Lobelie giganti (Lobelia rhinchopetalum) con il loro tronco scabroso e il ciuffo di foglie grasse e spinate, quasi una palla incongrua che ne orna la cima, come fossero palme malformate e piegate a questo aspetto da un clima severo e costringente, invece sorelle prossime di altre piccole campanulacee dai fiorellini viola intenso che bordano di solito le nostre aiuole. Ma oltre al paesaggio straordinario, siamo arrivati fin quassù, anche per cercare di avvistare una fauna del tutto particolare e specifica di questo ambiente, il rarissimo lupo etiope rosso (Canis simensis), il canide più raro del pianeta, che sopravvive qui in meno di 400 esemplari.


Procedendo sulla pista, che gira attorno a mucchi di rocce giallastre arrotondate dalla forza dei venti arriviamo ad uno specchio d'acqua che il sole rende blu scuro come la notte senza stelle. Qualche oca egiziana sguazza nella polla, mentre appollaiati su tronchi secchi di lobelia che sembrano puntaspilli giganti, rapaci in agguato ed in attesa di qualche preda di passaggio, in generale piccoli topolini. Giriamo un poco, seguendo tracce e linee scoperte fuori dai sentieri, nella speranza di vedere qualcosa. Poi d'un tratto, dietro un gruppo di massi, tra l'argento dell'elicrisio, ecco un lampo rosso che sguscia qua e là nascondendosi tra i cespi più alti. Poi si ferma e si gira verso di noi, circospetto e vigile, ma abbastanza tranquillo di essere a distanza di sicurezza, tanto da fermarsi e continuare a compiere il lavoro a cui si stava dedicando. Tra le fauci che attraverso il teleobiettivo vedi rosse di sangue fresco, un coniglio, o meglio parti di esso, che con cura l'animale sta sbranando in porzioni più piccole ed inghiottibili. Poi posa la preda e continua a divorarla con calma, un occhio sempre rivolto nella nostra direzione, per tranquillità. Noi rimaniamo immobili per non turbare quel momento. Il mantello rossiccio risalta al sole, le orecchie aguzze girano nelle varie direzioni per carpire segnali di pericolo, non tanto noi animali inutili e non concorrenti, ma forse di altri simili invogliati a partecipare al banchetto. Per questo bisogna fare in fretta a buttare giù i bocconi, è la legge della sopravvivenza, comune a tutti i predatori. Poi, forse avendo fiutato qualcosa, avendo ancora sollevato il muso verso l'alto come ad aspirare il vento dell'altopiano, con ancora in bocca l'ultima parte dello sventurato coniglio, in quattro balzi scompare tra i cespi più alti.



Rituali di accoppiamento
Non abbiamo ancora finito di festeggiare la nostra fortuna, quando, quasi in mezzo alla strada, ecco altri due lupi arrivare rincorrendosi, sono chiaramente un maschio ed una femmina in rito di corteggiamento; ora si mordicchiamo, lui la insegue, lei si ritrae quasi a scacciarlo, poi si lascia invece avvicinare e avvinghiare in un girotondo inconscio di quanto succede intorno, tanto da poterci avvicinare più di quanto si potesse pensare. Poi filano via a ricominciare il gioco più avanti. Ne vedremo ancora diversi di questi animali, eleganti e veloci, qualcuno a zampettare lontano seguendo sentieri di caccia, altri fermi al bordo della pista quasi a volersi a bella posta mostrare alla macchina di passaggio, altri ancora fermi a puntare tra i cespugli una probabile preda. In effetti la conformazione del territorio, assolutamente spoglio di vegetazione di alto fusto tra cui nascondersi, facilita moltissimo questi avvistamenti che infatti sembra siano quasi sicuri da ottenere. E' pur vero, mi direte voi, che si tratta alla fin fine di un animale dalla forma abbastanza usuale, in fondo potresti scambiarlo per un cane randagio della peggior specie, ma il suo muso aguzzo, il suo colore fulvo, viene infatti anche chiamato red wolf, una sua certa postura elegante quando si ferma ad osservare il territorio circostante, lo rendono un avvistamento davvero interessante. Adesso la pista attraversa diritta un lunghissimo avvallamento. Picchi conici dalle balze digradanti con asindoti regolari si stagliano lontani all'orizzonte, tranne uno, più contorto e rilevato degli altri, è il Tulu Dimtu, la seconda cima montuosa del paese.

Sul Tulu Dimtu

Attorno a questa punta si stendeva durante l'ultima glaciazione una grande calotta di ghiaccio di 200 km2 che, ritirandosi fino a scomparire, ha levigato con queste linee dolci e arrotondate il plateau fino a dargli la forma attuale. La montagna si eleva proprio in mezzo alla landa desertica e noi proprio lì stiamo andando. Ci si arriva quasi sotto, attraversando la valle, poi un'ultima rampa, un sentiero più malandato ed eroso guadagna gli ultimi trecento metri di quota fino ad arrivare alla cima che si rivela essere un panettoncino arrotondato e coperto di rocce corrose dal tempo e disegnate dai licheni, che culmina in un mucchietto più elevato, aggiustato evidentemente da mano umana con un grande cartello scolpito: Tulu Dimtu mt. 4377, messo a bella posta giusto per fare le foto di rito. Insomma sempre una bella soddisfazione, non fosse che ti giri e vedi una specie di costruzione di pietra che prima confondevi con le rocce della cima, sormontata da un gruppo di malefiche antenne di telecomunicazioni. Vuoi mettere il progresso, intanto se vuoi, da qui puoi anche chiamare casa, eventualmente. Un ragazzotto arriva a dare un'occhiata; lui sta qui, è incaricato di sorvegliare che non succeda niente, in pratica il guardiano; ha anche un po' di capre da guardare tanto per non dare di testa e sembra che una volta la settimana qualcuno della famiglia dal villaggio venga su con un asino a portargli qualcosa da mangiare. Vita tranquilla comunque, anche se forse un po' solitaria. La nostra visita sembra sia stato un bel diversivo. Intanto a te non rimane che, senza muoversi troppo che l'aria è poca, girarsi intorno e spaziare fin dove arriva l'occhio, davvero una bella sensazione.


Cavalieri
Il vento sibila con una certa violenza dopo aver passato tutto l'altipiano senza trovare ostacolo, niente pareti contro cui frangersi, solo un fischio forte che il microfono della telecamera registra come un frastuono sordo che copre un silenzio invece assolutamente innaturale. Più in basso, la pista comincia a perdere quota gradatamente, rivedi ancora qualche lupo e rapaci di tante specie diverse che girano alti nel cielo. Poi da lontano, arrivano alla spicciolata dei cavalieri, avvolti in mantelli colorati su cavalli piccoli e pelosi o pony alti, dipende dai punti di vista. Sono pastori che solo così possono percorrere le grandi distanze che separano i miseri villaggi che sono più a valle e raggiungere gli armenti che pascolano in quota. C'è anche qualche donna ancora più dei primi, avvolta e scura con la stoffa che la avvolge completamente salvo mostrare un rigonfio sospetto dietro alle spalle, un bimbo piccolo completamente protetto. Ti passano vicino alzando su viso il mantello che ne protegge tutto il corpo. Mostrano solo gli occhi, sguardi interrogativi ma tranquilli, non fosse per la sicurezza che conferisce il mitra che gli uomini si portano a tracolla. Sfilano via al passo, riparandosi dalla polvere che stai sollevando, sei tu l'intruso, è vero, ma si sa che alla fine te ne vai via per sempre. Il cielo sembra un pavé di cobalto, l'argento dell'erba splende sulla piana, il giallo corroso dei licheni sembra un graffito sulla roccia. La bellezza lascia sempre senza fiato o forse sarà l'altura.

Una valletta





Elicrisio
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domenica 22 luglio 2018

Etiopia 31 - La storia di John e Mary


Al ristorante

Al mercato
Usciamo dal parco per cercare una camera per questa notte. Arriviamo fino a Goba, ma l'albergo statale che cercavamo, ha dei problemi con la fornitura di acqua e questa notte non riceve ospiti, quindi bisogna tornare indietro fino a Robe, cittadina dove fa bella mostra di sé una grande università wahabita, finanziata dai Sauditi, attorno alla quale gravitano un sacco di giovani. Qui sembra che ci abbiano investito parecchio; sullo sfondo vedi alzarsi i minareti e le cupole verdi di una moschea appena ultimata; nella notte sentiremo il canto del muezzin alzarsi all'ora corretta. L'islam, quello radicale particolarmente, sembra mettere parecchi soldi per penetrare l'Africa, specialmente in queste zone dove era poco presente e dove per secoli ha lottato per prevalere sulla cristianità ortodossa senza riuscire ad affermarsi e le scuole sono una delle vie strategicamente più efficaci, così almeno pare. In realtà attorno alla grande strada principale a due corsie che la attraversa non cisono altro che  baracche e qualche nuova costruzione ultimata a metà. Questa è un po' una caratteristica che noteremo spesso nelle città etiopi, specialmente nelle periferie che danno accesso al centro: un enorme numero di edifici iniziati e abbandonati lì come scheletri che alzano al cielo i pilastri di cemento quasi a chiedere un aiuto economico per andare avanti. 

La bottega del caffè
Altri hanno magari il pianterreno completato con i negozi già in attività ed il resto ancora lì in attesa di chissà cosa. La nostra guesthouse invece è piuttosto nuova e completata con una certa cura, anche se sembra piuttosto spopolata. Nel cortile interno deserto, tra fili di panni distesi ad asciugare, una Jeep mimetica, truccata da marziani e attrezzata di tutto punto, gomme distanziate, taniche di benzina, pale da sabbia e tenda da aprire sopra il tettuccio. Sembra davvero un mezzo da grandi viaggiatori e da lunghe traversate. Il cofano è aperto e si vede qualcuno che con la testa dentro sta effettuando qualche intervento. La curiosità sarà pure femmina ma vado subito a tapirarlo facendo finta di niente. John tira fuori il  testone rasato, piantato su un collo grosso come la mia coscia e posa la chiave inglese che brandiva in mano, ma senza aggressività apparente. Avrà una quarantina di anni e dalla struttura fisica lo identificherei subito come un Navy Seal o qualche cosa del genere se non fosse per il suo parlare gentile. Intanto arriva anche Mary, la sua compagna, che subito apre un tavolinetto e un paio di sedili di fortuna. Incontri gente strana in Africa. John e Mary si sono sposati cinque anni fa nel New Jersey; poi hanno subito capito che il loro lavoro, chissà qual era, magari lavoravano nella finanza, incravattati dal mattino alla sera in qualche ufficio di vetro a Wall Street, ma con quei bicipiti non credo, non soddisfaceva affatto la loro idea di vita. 

Bale National Park
Così tre mesi dopo il matrimonio, hanno preso la decisione. Anno messo tutta la roba fuori della loro villetta, nel giardinetto, come vedi nei film e hanno venduto ogni cosa, casa compresa. Poi sono partiti, hanno girato tutti gli Stati Uniti ed il Canada, poi per due anni hanno disceso l'America pezzo per pezzo, paese per paese, fino alla Terra del Fuoco ed infine hanno caricato la Jeep su una nave a Buenos Aires e sono arrivati a Durban in Sud Africa. In diciotto mesi si sono girati tutto il continente palmo a palmo, senza mai incontrare nessun problema, almeno così dicono e adesso stanno facendo rotta verso il Sudan. Volevano poi passare in Egitto, ma sembra che lì ci siano un sacco di problemi burocratici se ci arrivi con una macchina dall'estero, così la soluzione per proseguire è stata trovata col passaparola. Da Port Sudan in traghetto fino a Jedda. Qui sono scattate novità per il turismo e infatti pare adesso concedano visti provvisori di tre giorni, che dovrebbero essere abbondantemente sufficienti per arrivare al confine Giordano, poi Israele e quindi traghetto da Haifa fino ad Atene per girare finalmente tutta l'Europa. Evidentemente in cinque anni i soldi non sono ancora finiti o quantomeno ce n'erano tanti. Ci penserà l'Europa a dar loro la botta finale. Poi, finalmente verrà il momento di ritornare a casa e allora chissà se progettare nuove avventure. l'Asia per il momento non sembra interessare molto. 

Hagenia abyssinica
Mary ammicca di gusto, mentre prepara il thé seduta sulla panchetta. Sembra anche lei bella tosta. Non dico che li invidio, perché in fondo a me non piacerebbe organizzarmi la vita in questo modo, ma un certo fascino, questa avventura ce l'ha. Mi capite quando vi parlo sempre della differenza tra viaggiatori e turisti. Certo il desiderio dei grandi raid, che so, arrivare in Mongolia o da Alessandria a Città del Capo da una parte dell'Africa e tornare dall'altra o la strada delle Indie, che amici avevano fatto alla fine dei mitici anni '60, ecco questo tipo di desiderio ce l'avrei davvero, ma credo che, purtroppo rimarranno sempre progetti non realizzabili, anche se già quasi tracciati sulla carta. Una volta mi mettevo lì, con l'atlante davanti o con le carte Michelin che avevo messo da parte in viaggi precedenti o raccolte da amici e guardavo, prendevo appunti, sognavo. Itinerari avventurosi, deserti da attraversare, piste forse difficilmente percorribili, in un mondo che tra l'altro era molto più facile da vivere che adesso. Una volta avevo perfino aperto la trattativa per acquistare una Land Rover usata, l'unica macchina che ho davvero desiderato, poi non se ne fece nulla. Alla fine tutto si trasformava nelle solite tre/quattro settimane, con l'aereo che aspettava in fondo alla pista perché al lunedì bisognava ricominciare a lavorare. Finisco per non chiedergli neppure di raccontarmi qualche ricordo esaltante del suo viaggiare, cosa li ha colpiti in particolare, cosa hanno imparato e cosa li segnerà per sempre di questi cinque anni, quando saranno tornati a casa. 

Reedbuck
Chissà se tutto quello che hanno vissuto e visto e provato e subito, non si confonderà in una unica melassa confusa dalla quale emergeranno soltanto episodi minimi o situazioni particolari, mentre ogni altra cosa farà parte di una specie di nutrimento olistico che li aiuterà a costruire una parte prima sconosciuta di loro stessi. Certo incontri strani tipi in giro per il mondo e raffrontarsi di fronte a queste diversità aiuta molto a non farsi idee preconcette su dove corra esattamente la linea tra le certezze, la follia, il giusto, il sicuro, il pericolo, la ricerca di qualcosa che sta dentro di te, ma neppure tu hai capito bene cosa sia. Meditando sui valori della vita però la pancia non si riempie e quindi usciamo alla ricerca di un posto dove buttar giù qualche cosa. Come sono buie le città africane quando cala la notte! Facciamo un lungo giro, verso il mercato ormai in disarmo, tra gruppetti di muli che cercano qualcosa da mangiare tra i rifiuti; anche i negozi stanno chiudendo, quei pochi ancora attivi sono malamente illuminati da qualche lampadina volante appesa ad un filo. Nel negozio di mobili qualche ragazzo chiacchiera seduto sulle poltrone esposte all'esterno. Troviamo finalmente un ristorante abbastanza frequentato, dove ci vengono serviti gli spaghetti al pomodoro più piccanti che mai abbia avuto occasione di mangiare. Mi direte, ma vai a prendere gli spaghetti in Etiopia? praticamente non c'era altro se non la solita injera ormai venuta a nausea. Trovare la strada di casa al buio pesto è fatica. Intorno, solo ombre più scure della notte stessa. In qualche modo comunque la main road è raggiunta. Gruppi di giovani schiamazzano lontano e a quest'ora non passano più auto.  


Passando il tempo

SURVIVAL KIT

Guesthouse Wan Gari - Mainroad - Robe - (Sotto la Dashin Bank) Pensione piuttosto nuova con camere discrete, pulita e silenziosa anche se sulla strada. Doppia a 400 birr senza colazione. Qualche problema con l'acqua. Wifi non funzionante, ma probabilmente perché era stato sospeso a causa dello stato di emergenza in vigore nella provincia.  


Breakfest

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sabato 21 luglio 2018

Etiopia 30 - Il Bale National Park


Mountain Nyala maschio

Antilope di Menelik
Da un certo punto di vista, Awasa non sembra neppure una città dalle caratteristiche africane. Il lungolago con la gente che passeggia, l'albergo con i tavolini e gli ombrelloni con le persone sedute che mangiano un gelato e chiacchierano nella luce magica che precede di poco il tramonto, tutto appare come una città piuttosto moderna e in turbinoso sviluppo. Certamente il servizio è un poco approssimativo, ordini una bistecca ed arriva una crepe alla nutella, ma cosa importa, le striature rosse nel cielo, l'aria che rinfresca e la brezza che arriva dall'acqua dà una sensazione di gradevolezza e di piacevole voglia di far niente. Anche la notte passa in fretta e dopo una buona colazione non ti fa difetto rivedere ancora una volta il mercato dei pesci con le tilapie sventrate ed i sacchi di interiora preparate per nutrire qualche animale da compagnia di qualche ricco in città. Perché non dovete mica credere, ma ci sono anche qui i ricchi, ogni tanto vedi passare qualche suv da 50.000 dollaroni e di qualcuno sarà pure. Adesso però, partiamo con calma e attraversiamo l'altipiano, un saliscendi di terreni coltivati a cereali che passa per paesini e piccole città popolose. Transitiamo da Sashemene, senza neppure fermarci. Qui c'è tutta l'epopea della religione Rastafariana, che deriva dal re Ras Tafari e che ha poi sparso adepti anche nelle lontane Americhe. Qui, in questa città, rimane ancora una comunità piuttosto folcloristica che attira qualche turista con la messa in scena di musiche e treccioline che tra l'altro sono anche passate di moda.

Scimmia delle calebasse
Poi la strada prosegue dritta circondata da capanne più moderne, non più cilindriche, ma parallelepipedi ricoperti di lamiera anche se con le pareti di pali ricoperti di fango seccato. Il legno è il materiale di costruzione più utilizzato, coi lunghi pali di eucalipto di diverse misure, che ricoprono aree enormi sui fianchi delle montagne e che vengono via via tagliati, ripuliti e ammassati per poi essere portati nei luoghi d'uso da centinaia di camion che percorrono le strade, carichi fino all'inverosimile. E dappertutto c'è un grande fervore costruttivo, c'è bisogno di case e bisogna sempre considerare che questa nazione, in forte sviluppo, ha ormai superato i cento milioni di abitanti ed è sotto questo aspetto il secondo paese dell'Africa dopo la Nigeria. Dopo quasi duecento chilometri la strada risale ed arriviamo ai contrafforti delle  montagne che ospitano le fitte foreste del Bale Mountains National Park, forse uno dei più belli dell'Etiopia. Dinsho è una cittadina al limitare del parco, in pratica una serie di baracche lungo la strada nazionale, soprattutto esercizi commerciali e negozietti. Ci fermiamo a mangiare una injera ricoperta di densa pasta di fagioli e lenticchie in due versioni, una gialla piuttosto dolce e una scura piccantissima. Gli anziani ricoperti da lunghe palandrane mangiano in silenzio portandosi i bocconi alla bocca con le tre dita della mano destra. 

A  Dinsho
Questa è una zona musulmana e le poche donne che vedi in giro sono ben coperte di lunghe palandrane nere con tanto di niqab che lascia fuori solo gli occhi. Appena fuori del paese un viottolo scosceso porta all'ingresso di un'area boschiva, una riserva del parco, riccamente popolata di di ungulati che per la verità si vedevano anche lungo la strada di accesso. Partiamo per un bel giro a piedi nella foresta, intanto qui non ci sono animali pericolosi, risalendo la collina tra gli alberi giganteschi ed ombrosi che lasciano penetrare la luce del sole in una sorta di chiaroscuro grazie al quale gli animali si mimetizzano facilmente approfittando anche dell'erba alta ancora secca che si confonde col colore beige del loro mantello. Vediamo subito un gruppo di nyala di montagna (Tragelaphus buxtoni), una antilope bassa e massiccia, col dorso ingobbito e qualche striscia bianca sulla gola pelosa. I maschi hanno corna aguzze e incurvate elegantemente in avanti, poi ancora gruppetti di femmine timide che sbattono le grandi orecchie simili a quelle dei kudu. Tuttavia gli animali non sono molto intimoriti dalla nostra presenza e si lasciano avvicinare fino a qualche metro per poi sposarsi continuando a brucare l'erba, allontanandosi alla stessa velocità con cui noi le seguiamo, per mantenere una sorta di distanza fissa di sicurezza. Più nascoste tra gli alberi anche se più numerose, le antilopi di Menelik (Tragelaphus scriptus) sono più scattanti e preferiscono mantenersi leggermente più lontane. 

Femmine di Nyala
Juniperus procera
E poi ancora, risalendo la montagna si vedono ancora molte Bohor reedbuck, gazzelle rossicce magre e scattanti che contendono gli spazi alle altre tra gli alberi imponenti di Juniper procera, il ginepro etiope e l'Hagenia abyssinica, dai tronchi maestosi e dai ciuffi di fogliame caratteristici, da cui pare si ricavino medicinali dalla portentosa efficacia soprattutto contro le parassitosi da vermi che da queste parti sono comunissime.. Tra i rami più alti se guardi con attenzione seguendo l'indicazione dei rametti spezzati puoi scorgere qualche pelosissimo primate (Colobus) dal muso incorniciato da una fittissima barba candida, così come il ciuffo che gli orna la lunghissima coda, detta anche scimmia delle calebasse, molto comune nel parco. In ogni caso passeggiare qui nella foresta ti dà una senso di piacevole selvaticheria, con questo continuo incrociare animali in libertà senza la costrizione dell'essere richiuso dentro la corazza protettiva di un auto. Anche i facoceri enormi che incroci continuamente in branchi compatti, non paiono assolutamente aggressivi, al massimo girano di poco il testone per rimirarti, mentre in ginocchio sulle corte zampette, scavano la terra con le lunghe zanne, che viste così non fanno neppure più paura. Ci fermiamo alla casetta delle guide a prendere un caffè sotto gli occhi attenti dei guardiaparco in attesa di clienti. Mi sa che per oggi non arriva più nessuno, anche per noi è ora di andare a cercare un posto dove passare la notte.

Ingresso al parco

SURVIVAL KIT
Reedbuck
Hawassa lake view hotel - Awasa - Situato in ottima posizione sul lungo lago, bello e moderno pulito con camere grandi e e pulite. Tv, frigo, acqua, zanzariere e ventilatore, free wifi tutto funzionante. Comodo per fare passeggiate nel parco adiacente o giri sul lago. Ristorante interno, con piatti discreti, pasta, bistecche e crepes alla nutella, ma con grandi difficoltà a prendere correttamente le ordinazioni. Colazione buona ed abbondante.

Dinsho - Cittadina a 180 km da Awassa. Di qui, oltre all'interessante mercato, si può partire per visitare la riserva di Anaha Dufo, nel parco Bale, il cui ingresso è su una strada laterale appena passata la città (90 birr per gli stranieri) con possibilità di campeggio (40 birr a tenda). Si viene accompagnati da una guida e si vedono moltissimi animali.


Famiglia di facoceri

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Injera firr firr
29 - Lago Margherita e Awasa

venerdì 20 luglio 2018

Etiopia 29 - Dal lago Margherita al lago di Awasa


Lago Margherita all'alba


Il Dorzé Lodge
Ormai sta scendendola sera. Scendiamo un poco di quota fino a raggiungere una spettacolare costa che emerge dalla foresta. Proprio davanti il lago Margherita (Abaya lake), scoperto durante la famosa spedizione di Bottego nel 1896 e così battezzato in onore della regina di Savoia, si stende in tutta la sua lunghezza a circa 1300 metri di quota. Il panorama da questo sperone roccioso che emerge tra gli alberi è davvero unico. Siamo su una balconata naturale attorno ai 2000 metri e la montagna scende scoscesa sotto di noi, tuttavia verdissima e coltivata negli spazi lasciati liberi dal bosco. Ai limiti degli spazi aperti, le capanne dei Dorzé, dalle quali emergono fili leggeri di fumo. La temperatura è scesa e le notti sono fresche in altura, ecco a cosa serve la tanta legna portata a spalle dalle donne che tornavano dai mercati. Poi un altro balzo e il dirupo si nasconde alla vista per riemergere più lontano in una striscia di piano, coperto di canneti, che arriva fino al lago. Al di là, catene di monti senza fine, che la luce che scende, rende cerulee per la distanza. Le nuvole coprono i rilievi trasformandosi talvolta in sottile nebbiolina umida che infradicia le ossa. L'albergo ricavato sull'orlo del dirupo ha una decina di bungalow spartani, ma rimanere su un'amaca a guardare questa vastità selvaggia è davvero emozionante. Chissà se il nostro grande esploratore nella sua spedizione alla ricerca delle foci dell'Omo, arrivò proprio da nord lungo questa collina, trovandosi di fronte alla vista di questo fantastico lago.

Marabù
Ne sarà rimasto stupito, ammirato o orgoglioso dell'essere arrivato fin qui, primo bianco nella storia, senza sospettare che neanche due anni dopo, proprio in queste terre avrebbe peso la vita? Che avventure, eppure sono passati poco più di cento anni e adesso qui ci arrivi in macchina e ti lamenti che è andata via la corrente e la birra non è fresca, anche se forse l'emozione però rimane uguale, impagabile e stordente. La notte è circondata dai rumori del bosco, ma è solo il chiarore dell'alba che ti sveglia. Le nubi sono più alte e leggere ed il sole dell'aurora colora di rosa la superficie del lago lontano facendo spiccare le sue tante isolette che ne punteggiano la superficie. Mi sarebbe piaciuto rimanere qui tutto un giorno a stordirmi di questa cartolina unica, guardando dall'alto il volo lento dei rapaci che ruotano sotto di me e quella piccola figura nera e lontana che traccia un solco arcuato nella terra scura con un aratro a chiodo, trascinato con fatica da uno zebù dalle grandi corna lunate. Inutile recriminare, il turista ha la condanna del programma da seguire e da eseguire, senza tentennamenti. Così si torna fino alla strada principale che costeggia il lago e tira decisamente verso nord. Traversiamo un territorio ben coltivato, la terra non è più rossa e sterile, ma di un bel colore scuro, grasso che promette quella fertilità così cercata e preziosa e che consente una vita meno vincolata ai morsi della fame e per questo più popolosa e contesa.


Pulizia del pesce
Ibis
Molti sono i piccoli insediamenti che costeggiano la strada, capanne semplici circolari col tetto di paglia a cono. Ormai ci avviciniamo ad un territorio più popolato e ricco di città più importanti. Anche le strade che si attraversano diventano più grandi e maggiormente curate. Il traffico è maggiormente intenso, oggi è domenica e sono parecchie le auto ed i mezzi di trasporto collettivi fino agli autobus di tutte le dimensioni che vanno verso la città carichi di gente, molti con bandiere e simboli di appartenenza. Il mistero è presto spiegato, come si capisce anche dalle magliette a colori verdi e gialli dei molti ragazzi appesi ai predellini dei pullman. Oggi è domenica ed infatti in città c'è una partita importante e tutti vanno a tifare la squadra del cuore. Qui il calcio è molto seguito, pare, e l'entusiasmo sportivo è un placebo sicuro che contribuisce in tutti i paesi poveri a riempire le pance e a calmare gli animi. Quando arriviamo ad Awasa è già pomeriggio. La città si stende davanti al suo lago omonimo con larghi spazi. Arriviamo attraversando viali di jacarande e siepi di bouganvillee colorate fino alle rive basse e paludose. Qui c'è un grande mercato del pesce, che i pescatori di prima mattina riportano a riva dopo essere rimasti sull'acqua tutta la notte. Una grande baracca di legno sembra l'antro di satana. Su larghi banconi vengono gettate le ceste del pescato, principalmente tilapia e pesci gatto, già suddivisi per tipologia e pezzatura.


Street food
Una schiera di ragazzi con coltellacci pesanti, aprono, squarciano, tagliano, sezionano. Da un lato secchi di interiora, più in là montagne di teste e poi le parti nobili, i filetti o i pesci interi già puliti che finiscono in altri contenitori e che i compratori ritirano. Tutto intorno una serie infinita di baracche ristorante che offrono zuppa e pesci fritti. Dai pentoloni ribollenti risale un fumo odoroso che nasconde la spessa broda dove galleggiano pezzi di polpa, lische, teste e molto altro. Sulle panche molta gente che pesca da scodelle ripiene. Ma la cosa più impressionante è la quantità di marabù che volteggiano intorno per poi planare sulla riva e partecipare all'orgia di un banchetto infinito che prosegue per tutto il giorno, pulendo accuratamente la montagna di scarti che si vanno via via producendo. C'è una puzza infernale di pesce marcio, mentre cerchi di farti largo tra gli uccellacci che zampettano tutto intorno per cercare i bocconi migliori, venendoteli a becchettare anche tra i piedi senza timori, anzi con una certa aggressività se non ti levi a tempo. Naturalmente i pochi turisti che arrivano fin qui sono oggetto di attenzione di chi si offre per lanciare pezzi di interiora ai macabri avvoltoi, che voltano in giro la testaccia rognosa, puntando il lungo becco verso le prede, per farli alzare involo e consentire foto maggiormente ad effetto. Ci sediamo ad un banchetto che offre pesci fritti croccanti. Meglio non guardare troppo il bidone dell'olio che sfrigola, d'altra parte lo street food è così di moda... Però in fondo non sono male, sarà pur vero che fritta è buona anche una ciabatta.


Ippopotamo
Meglio proseguire sul lungo lago, che infondo è anche un grande parco cittadino, frequentatissimo dalla gioventù locale. La città è anche sede universitaria e al pomeriggio, c'è davvero una gran massa di ragazzi e ragazze che passeggiano tra gli alberi, bevono e mangiano nei tanti locali o camminano mano nella mano, guardandosi negli occhi come tutte le coppiette del mondo. Prendiamo una barca per fare un giro lungo la riva appena fuori dell'abitato. La fauna avicola tra le erbe acquatiche che emergono alte, è imponente. Aironi di tutti i tipi, gruppi di pellicani starnazzanti e piccoli cormorani neri che asciugano le ali allargandole al sole della sera. Poi tra il canneti tante papere, svassi, magnifici ibis, cavalieri e oche del Nilo grasse e ciondolanti che cercano la riva. Minuscoli martin pescatori sbattono le ali rimando quasi immobili come colibrì a pochi metri dal pelo dell'acqua, poi d'improvviso, chiudono le ali e si lasciano cadere come missili sotto la superficie e riemergono dopo un attimo con qualcosa che guizza ben fermo nel becco, ingurgitandolo in fretta prima di mettersi di nuovo in posizione per ripetere l'operazione. Più avanti anche un bel gruppo di ippopotami immersi fino al collo, aspettano l'oscurità per risalire sulla riva a foraggiare. Ci passiamo giusto in mezzo e solo qualche maschio più nervoso degli altri emerge fino ad allargare le fauci minacciose prima di lasciarsi cadere pesantemente tra le acque, dopo aver rumoreggiato furiosamente. Troppa fatica per protestare ancora, gli altri lo guardano in tralice senza fare ulteriori cenni. Poi mentre scende il sole rientriamo verso l'approdo prima che la luce cali completamente.

Marabù

SURVIVAL KIT

Dorze lodge - Ad una trentina di km da Arba Minch, circa 10 km sulla pista prima di Chencha. In una posizione spettacolare. Circa 30 Euro per un bungalow spartano a 4/5 posti. Letti con zanzariere. Luce dalle 18 alle 22. Acqua corrente, fredda solo al mattino dopo le 7.  Cena a buffet, soliti spaghetti al pomodoro, injera, verdure e carne. Colazione con molta frutta. La vista sul lago è assolutamente spettacolare. Possibilità di fare una piccola passeggiata sulla cresta dentro il bosco fino ad un belvedere sulla valle. Magnifica l'alba. Un posto caro in proporzione al servizio, ma assolutamente unico nel suo genere e da non perdere. Di qui organizzano escursioni nei dintorni, trekking, visite ai villaggi Dorze e al mercato di Chencha (martedì e sabato), e al lago.
Ibis in volo

Awasa - Città sul lago omonimo a circa 250 km da Arba Minch. Da non perdere il mercato del pesce (ingresso 20 birr), meglio al mattino quando arrivano i pescatori a scaricare. Si può mangiare buon pesce fritto dalle bancarelle se vi fidate. Attenzione ai tanti agganciaturisti che si propongono per girare il mercato e lanciare cibo ai marabù. Cercate di non avere necessità della toilette, perché quella in zona è quasi inavvicinabile. Bella la passeggiata lungo lago con molti localini anche discreti. Qui c'è un piccolo imbarcadero col banchetto che propone diverse tipologie di giri in barca. Per un giro lungo di circa 2 h. bisogna prendere tutta la barca. Costo 500 birr dopo trattativa. Vale la pena e si vedono un sacco di uccelli e ippopotami.
L'arrivo dei pescatori



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Airone rosso
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