martedì 4 agosto 2026

Pam 35 - La storia di Ulug Beg

Dopo il passo di Taldik - Kirghizistan - giugno 2026

 


Il passo di Taldik è vicinissimo ed i 500 metri circa di dislivello che ci separano dalla balconata, li saliamo in un attimo. Qui c'è una grande scritta che inneggia alla bellezza della valle che si apre davanti a noi. Quasi tutti si fermano per una foto o un selfie. Di qui in poi, la strada scende a precipizio in una serie di curve e controcurve a gomito che rappresentano uno dei paesaggi iconici del Kirghizistan. Sulla terrazza c'è anche un monumento al leopardo delle nevi, uno dei simboli del paese. Un attimo per godere della vista della strada dall'alto e poi giù a capofitto per scendere tra le balze mentre, in cielo è salito un sole piuttosto forte che rende i pascoli all'intorno di un verde smeraldino quasi commovente, mentre le pareti di terra che le piogge hanno scavato nel tempo forniscono un contrasto di un rosso così intenso da farlo apparire come dipinto. Cominciano ad apparire mandrie di bovini e di pecore. Una, particolarmente numerosa ci attraversa la strada. Io scendo dall'auto nel tentativo di mescolarmi agli animali per fare qualche foto ad effetto, ma le male bestie belanti non vogliono darmi soddisfazione e invece di circondarmi completamente come era il mio piano, per darmi un punto di vista fotografico migliore, mi evitano con accuratezza, scartandomi di lato e continuando a belare mentre mi sorpassano quasi con scherno. 


Al passo
Anche i pastori a cavallo che le accompagnano, ridono di gusto e mi fanno un cenno con la mano, mentre se ne vanno, risalendo la strada verso il passo. Man mano che scendiamo, i pascoli diventano se possibile, ancora più verdi e ricchi. Dopo l'ennesima curva a gomito ecco apparire un bel pianoro, con un paio di yurte bianche sullo sfondo; più in là, tre carrozzoni da cui emergono alti comignoli che fumano; vicino alla strada un gruppo di cavalle dai mantelli chiari e dalle lunghe criniere, brucano l'erba sotto il sole. Due ragazze con grandi grembiuloni rossi stanno mungendo le giumente che continuano a brucare tranquille, mentre i puledri nati da poco, vagano intorno e stanno coricati a terra, quasi non avessero la forza di tirarsi su, forse crucciandosi di quanto viene loro tolto. Qualcuno tira la corta cavezza a cui è stato legato perché non si allontani, mentre altri due ruzzano in tondo e si spingono, sollevando polvere e ciuffi di erba. Le ragazze sono entrambe molto carine ed eseguono il loro lavoro con la costante metodologia di chi è abituato ad praticarlo da tempo. Una tiene i capelli raccolti sotto un modernissimo cappellino con la visiera da tennista che esibisce una vistosa griffe similGucci. Dietro le sporge fuori un bel ciuffo di capelli biondi come l'oro, dall'apparenza tuttavia poco naturale. 

Munge la giumenta con colpetti precisi e secchi alla mammella magra, facendo schizzare il latte in un piccolo secchio di alluminio che gli ha porto un ragazzino, che è poi scappato via verso le yurte. Anche l'altra si dà da fare e passa da una cavalla all'altra, sembra infatti che questi animali abbiano una produttività molto modesta, e cela parte del viso sotto un foulard marchiato Fendi, che alla fine l'eleganza non può essere appannaggio solamente delle ragazze di città. Mentre la osservo lavorare mi butta qualche sguardo di sottecchi con i suoi bellissimi occhi dal taglio orientale. Il latte prodotto viene portato alle yurte, dove probabilmente qualcuno lo lavora. Di norma è conservato in contenitori di pelle di cavallo (detti Saba) e continuamente mescolati con un apposito bastone di legno duro, il Bishkek, nome curiosamente usato anche per la capitale del paese, anche se questa parola avrebbe assunto nel tempo un doppio senso decisamente volgare, ma non stiamo a formalizzarci troppo visto che sono cose comuni a tutte le lingue. Qui, grazie al suo contenuti di zuccheri, il latte fermenta fino a formare il Kumys (o Kymyz) una gradevole bevanda acidula, sui due/tre gradi alcolici che viene molto consumata nei pascoli estivi. 

Questo latte non può essere consumato fresco perché l'inizio della fermentazione provoca forti effetti lassativi assieme a borborigmi imbarazzanti, mentre bevuto appena munto e ancora tiepido, quando ancora viene chiamato Saamal, dispensa preziosi enzimi, immunoglobuline e vitamine, che hanno grandi effetti depurativi sul fegato, tanto che in periodo sovietico sorgevano da queste parti molti sanatori dove ci si sottoponeva alla suddetta cura disintossicante e Dio sa quanto i forti bevitori russi ne avessero bisogno! Anche qui sembra che il kumys prodotto nei pascoli di alta montagna (i jailoo) grazie ai profumi delle erbe primaverili sia di una fragranza del tutto particolare, si sa, col kumys di montagna il gusto ci guadagna. Con quello che si avanza, debitamente salato ed essiccato si fa un altro famoso prodotto tipico, il Qurt, ridotto in palline durissime che si conservano per mesi e vengono sgranocchiate come fonti vitaminiche e di minerali, durante le lunghe permanenze in quota, quando di norma la dieta è piuttosto povera e monotona. Ne abbiamo viste a montagne nei mercati, anche se quelle che si trovano comunemente sono prodotte da latte vaccino od ovino, mentre quelle di provenienza equina, rarissime, si trovano solo qui tra i pastori. In fondo al prato, un poco più lontano, un signore anziano con una barbetta rada e un cappellino tajiko sul cocuzzolo, sorveglia i lavori. 

Forse però la sua origine è kirghisa, visto che Jamshed gli parla in russo, lingua a cui risponde senza difficoltà. Si chiama Ulug Beg e suo padre anche lui pastore come suo nonno, gli diede questo nome proprio in onore al re timuride, grande guerriero, ma anche saggio, scienziato e poeta, una sorta di augurio per una vita non solamente asservita al lavoro nei pascoli. E infatti il nostro amico, della sua famiglia, è davvero orgoglioso. Ha avuto sei figli ed è riuscito a farli studiare tutti. Il maschio adesso fa l'urologo ad Osh, una figlia è medico, due sono insegnati di scuola superiore. Tutti sono sposati e gli hanno già dato ben 16 nipoti e quando lo dice, vedi che gli brillano gli occhi; ma tutti, in estate, tra maggio ed ottobre quando lui sale qui nei pascoli alti, che sono della sua famiglia da sempre, vengono sempre a dargli una mano, non appena possono. E poi ci sono gli animali. Infatti le giumente vanno munte cinque volte al giorno e non c'è molto tempo per riposare. Ci indica con orgoglio proprio il gruppo di quelle giumente, sono sedici, con un bello stallone nero che le tiene d'occhio da lontano, bestia fortunata, sottolinea, e ci strizza l'occhio divertito e ogni anno sono un bel numero di puledri da allevare e poi da vendere. 

E poi ci sono le sei vacche che stanno nel pascolo più in alto ed una cinquantina di capre che brucano sotto la sorveglianza di un nipote. Con quel latte fanno yogurt e kefir, la bevanda rinfrescante e leggermente frizzante e l'ayran, altra deliziosa bevanda che si ottiene emulsionando lo yogurt con acqua fresca di fonte e sale. Gli brillano gli occhi quando ci racconta queste cose, la sua vita in fondo, che ha trascorso su queste montagne, ma di certo non con l'ottusa testardaggine del pastore che si cura solamente dei suoi animali, ma con la continua volontà di far sì che i suoi figli avessero un futuro migliore, ricco soprattutto di cultura, dato che già suo padre gliene spiegava l'importanza e visto anche il nome che gli ha attribuito. Ha uno sguarda sereno, Ulug Beg, mentre ci accompagna verso le sue yurte, vorrebbe offrirci un po' del suo kumys, che assicura essere il migliore della valle o almeno qualche pallina di qurt, visto  che non vogliamo fermarci a mangiare con loro. Le ragazze continuano il loro lavoro e ci girano intorno guardandoci con curiosità, intanto dalle yurte sono uscite due bambine di una bellezza rara, paffute e coi pomini rosso fuoco, i capelli raccolti in due ciuffetti sbarazzini ai lati della testa, la scusa è di aiutare con i secchielli del latte, ma alla fine hanno occhi solo per noi, continuano a sorriderci in maniera disamante e a venirci dietro ridendo.

C'è un grande senso di pace qui intorno che è difficile da riprodurre a parole. Ulug Beg si guarda intorno misurando il suo mondo con la soddisfazione di chi ha avuto una vita piena e completa. Capisci che non è più importante per lui, quanto sarà il prezzo del kumys al mercato quest'anno o a quanto si venderanno i puledri. Lui aspetta solo che dalla città arrivino ora un figlio ora l'altra per sapere come va la scuola dei nipoti o se quello che ha fatto domanda per andare a studiare in Cina è stato accettato. Sgranocchia una pallina di qurt e dal modo in cui stringe gli occhi e sorride, piegando un poco la testa da un lato, comprendi la sua soddisfazione. E' contento anche di condividere queste parole, queste cose, questa esperienza con chi, straniero, passa di lì e si ferma a chiacchierare, curioso, in fondo dando valore alla sua esperienza, con la sua attenzione. Credo che Ulug Beg si senta felice di essere nato qui sui pascoli alti della Kyzyl Alaj. Di certo un posto magnifico per crescere. Quando lo saluto mi stringe la mano forte, come fanno i pastori e poi ci guarda salire in macchina e scendere la valle verso nord. Le ragazze lanciano un ultimo sguardo di fianco, le bambine gridano qualcosa agitando le caramelle che stringono nelle manine. Il pascolo verde brilla ancora di più, mentre il nitrito dello stallone nero si alza forte nella valle. 

Ulug Beg il pastore


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lunedì 3 agosto 2026

Pam 34 - A Sary Tash

La valle del Kysyl - suu - Kirghizistan - giugno 2026

 

La discesa fangosa
Da questo punto in poi, dopo il posto di frontiera, la strada scende a precipizio ed il paesaggio cambia completamente. Da arido e stepposo che si presentava prima, si trasforma in una serie di discese a precipizio tra pascoli verdeggianti e fianchi di montagne che si fanno ripide e scoscese, mentre la pista diventa fangosa ed intrisa di acqua, cosa che la rende viscida e nella quale i solchi degli pneumatici di chi ci ha preceduto si sono scavati a fondo, rendendo la guida più impegnativa. Il fondo della nostra valle è ricoperta da grandi coni di deiezioni che scendono dai passaggi scavati dai torrenti nelle colline ai nostri fianchi, che hanno lasciato unghiate profonde nella terra che è diventata rossa come il fuoco, un poco a causa dei minerali presenti, ma dai colori accentuati dall'umidità e dall'acqua che percola che li ravviva facendoli brillare alla luce del sole, che fa capolino. I rivoli d'acqua si raccolgono a poco a poco e diventano alla fine un fiumiciattolo che si fa strada in un impressionante cono di detriti fangosi che si allarga sempre di più verso il fondo della valle. Anche le sue acque sono sorprendentemente rosse come il sangue, non per niente il suo nome è Kyzyl-suu, appunto il fiume rosso, che continuerà a scendere verso ovest percorrendo tutta la valle di Alaj, il passaggio orizzontale che arriva all'altro valico con il Tajikistan, mentre ad oriente entra in Cina per raggiungere Kashgar. 

Il passo
Il cielo intanto è diventato bigio e nuvoloso e la pioggia comincia a scendere piuttosto insistentemente. I pascoli sono diventati più frequentati, essendo evidentemente l'erba più ricca e nutriente ed i pianori si sono popolati di animali, prima soprattutto yak, i signori assoluti di queste vette, ma poi anche bovini assieme a grandi greggi di pecore marroni e ricciolute e capre dalle corna ritorte. Ci devono essere già state le prime nascite perché si vedono molti vitellini, alcuni con una sorta di museruola trappola che scende loro sul muso quando lo alzano per attaccarsi alla mammella della madre, impedendo loro di poppare a volontà. Niente da fare ragazzi, prima c'è la mungitura, per voi solo quel che rimane! Numerosissimi poi sono i gruppi di cavalle, anche queste circondate da puledri di fresca nascita, tanto che qualcuno è ancora malfermo sulle zampe, mentre tenta di adattarsi a camminare su questo terreno intriso di acqua. Lo stallone fiero e con la criniera al vento se ne sta appartato a controllare che non arrivi qualcuno ad insidiare il suo harem, non si sa mai. Alza le froge al vento, gira il muso fiero a destra ed a sinistra e brontola di tanto in tanto, poi torna anche lui a brucare più tranquillo visto che non ci sono pretendenti in vista ed anche lo stomaco vuole la sua parte. 

Sary tash
Si vedono lontane le prime yurte, macchie di bianco incastonate nel verde vivo. Quando imbocchiamo la grande valle, finisce la discesa a precipizio che ci ha fatto scendere almeno di un migliaio di metri dall'altopiano ventoso e desertico ed è quasi sera ormai. Da lontano si vedono le prime case di Sary Tash, un minuscolo insediamento di un paio di migliaia di abitanti, che tuttavia, essendo proprio all'incrocio della Pamir Highway M41 con l'autostrada A371/372, l'arteria che percorre tutta la valle partendo da Dushambé ed arrivando attraverso al passo di Irkestam fino al confine con la Cina. Si tratta quindi di un importante nodo stradale e come tale, appare subito trafficatissimo e percorso da moltissimi camion carichi di merci. Il villaggio è così diventato un vero e proprio posto di tappa intermedia, crocevia di traffici, dove stanno sorgendo servizi di tutti tipi, volti a servire un passaggio di viaggiatori internazionali sempre più numerosi. La nostra guesthouse, sta approfittando della situazione favorevole e si sta ingrandendo per seguire l'onda e si può ben dire che offre una accoglienza decisamente in linea con le richieste di questi tempi. Della famiglia che la gestisce vediamo soprattutto le donne, che si danno un gran da fare a sistemare i vari ospiti che arrivano alla spicciolata. 

Sala da pranzo
La casa è appena fuori del paese in mezzo a prati verdissimi su cui pascola qualche animale, che non ha ancora capito che gli abitanti della cittadina stanno passando dallo status di pastori a quello di gestori di servizi in un mondo sempre più moderno che tende ad allontanarsi dalla tradizionale vita della pastorizia di alta montagna. Le montagne lontane fanno da corona con le loro creste bianchissime. I bagni, sono ormai tutti all'interno della casa, anche se si vedono ancora quelli vecchi in fondo al cortile, anche questi residuo di un periodo concluso definitivamente, anzi questi, nuovi, sono tutti pieni di fiori e piante e ricoperti di linoleum dai disegni fastosi, che vogliono indicare chiaramente il nuovo corso. Queste sistemazioni sono alla fin fine ideali, non solo perché il loro costo è decisamente accettabile, ma anche perché ormai confortevoli a tutti gli effetti e poi qui hai l'occasione di incontrare un sacco di gente interessante, disponibile a scambiare esperienze di viaggio utili oltreché piacevoli da ascoltare. La cena ci viene servita in quella che vuole essere una sontuosa sala comune, con una lunga tavola circondata da poltroncine dallo schienale dorato e ricoperte di ricami a piccolo punto, con alzatine e centritavola tesi a sottolineare l'impegno della gestione ad offrire un servizio di alta qualità. 

Pik Lenin
Così ci meritiamo il primo plof kirghiso, che alla fine non si differenzia molto da quello tajiko, ma che è assolutamente benvenuto. Il clima è decisamente diverso rispetto all'altopiano desolato dell'Alto Pamir e di certo non c'è la necessita di accendere la grande stufa che comunque campeggia ad un lato di ogni camera. Qui siamo scesi ormai ad una altezza attorno ai 3100 m. e tutto sembra più simile alle nostre montagne. Faccio due passi intorno alla casa anche se è scesa la notte, ma intorno c'è ancora un chiarore diffuso, forse un tentativo della luna di fare breccia tra le nuvole, che nella notte di solito vanno diradandosi. Il giorno dopo esco presto per vedere se riesco a fare qualche foto del più vicino Picco Octobrskyi (6.785 m.) e del picco Lenin (7.134 m.), che emergono nettamente dalla catena, anche se per la verità la nostra camera dispone di un fastoso bovindo attraverso il quale si vede distintamente tutto il panorama circostante. Quest'ultimo, adesso viene chiamato Pik Avicenna dai Tajiki e presto Pik Manas dai Kirghisi, visto che sorge proprio sul confine, dato che dopo la caduta dell'URSS, certe denominazioni sono soggette ad una sorta di damnatio memoriae, che tende a cancellare un passato evidentemente giudicato scomodo a favore di etichette più nazionaliste. Questa montagna viene considerata uno dei 7000 più "facili" in assoluto e per questo motivo è una delle mete più gettonate e questa una delle basi più semplici dove organizzare la spedizione per tentarne l'ascesa. 

Vacca in posa
Si tratta tuttavia di escursioni che richiedono un paio di settimane tra avvicinamento, acclimatamento, ascesa e riposo successivo. Non pensiate tuttavia che si tratti di una passeggiata, settemila metri è una quota non per dilettanti e questo tipo di salite richiede una esperienza provata e sperimentata a quote decisamente più basse prima di misurarsi in queste che rimangono comunque imprese. Intanto che ragiono su queste cose, valutando le mie eventuali future possibilità, una vacca solitaria ha già cominciato il suo giro mattutino in cerca dell'erba più fresca e sta sul culmine della collina in bella posa, come volesse appositamente stagliarsi lassù con lo sfondo delle nevi eterne della catena montuosa alle sue spalle. Rientro per la colazione dove faccio il pieno di deliziosi pancake, grassocci e fragranti, quasi dei bliny alla sovietica dei miei bei tempi, manca solo la smietana per riempirli e poi il cerchio è completato. Poi finalmente partiamo e traversata l'autostrada sulla quale sfrecciano i camion che arrivano dalla Cina con il loro carico di merci, noi prendiamo la trasversale che non è altro che la prosecuzione della Pamir Higway M41, attraverso una strada assolutamente spettacolare che ci farà salire nuovamente fino a 3600 m. per poi precipitare lungo una strada tortuosa e bellissima in poco più di 150 km fino ai meno di 1000 m. della città di Osh, la seconda città del Kirghizistan.



SURVIVAL KIT

Guesthouse Miribeg - Sary Tosh - Buona soluzione ai piedi delle montagne, in questo paese di passaggio, a conduzione familiare. La struttura è stata rinnovata da poco con camere spartane ma pulite e spaziose e bagni con docce calde nei corridoi (uno ogni due/tre camere) che hanno sostituito i vecchi in cortile. Anche le sale comuni e per i pasti sono nuove e riammobiliate di tutto punto con mobili sovietici che vogliono sembrare sontuosi. La struttura è popolata da una clientela internazionale di viaggiatori di lungo corso. Bella vista sulle montagne circostanti. Da qui si scorgono il Pik Oktobrskyi e il Pik Lenin, specialmente nelle prime ore del mattino quando le nubi sono assenti. Ambiente gradevole, ottima colazione inclusa. 

La discesa

Cono di deiezioni
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Il fiume







sabato 1 agosto 2026

Pam 33 - Verso il confine

Lago Karakul - Pamir, giugno 2026

 

A questo punto penso che sarebbe bello raggiungere la riva di questo lago, un luogo così strano che fatichi a collocarlo anche solo nella tua mente. Ma non è così semplice. Il terreno delle ultime decine di metri prima della riva, diventa molle e intriso di acqua. E' coperto di erba alta e cesposa, a formare monticelli tondeggianti che sembrano reggere il peso, ma che quando ci metti il piede sopra, diventano molli e fangosi, tali da farti sprofondare immediatamente. Vicino alla riva ci sono due yak pelosissimi, sanno come difendersi dall'inverno le bestie; brucano contenti, qui il pascolo è insolitamente ricco e nessuno in vista che voglia approfittare di quanto producono, anche se il pelo è così lungo e folto da impedirti di capire se si tratta di maschi o di femmine. 

Il cranio
Il lago è assolutamente immobile come morto; l'isola in centro ha solo un piccolo rilievo come se volesse nascondere la carcassa di un'astronave precipitata su questo pianeta alieno di cui nessuno conosce il nome e chi lo abita, sempre che qualcuno lo abiti naturalmente. La superficie cupa del lago ti attira morbosamente, come tutti i laghi ha quel qualcosa che istiga al suicidio, con le sue acque ferme ed esse stesse per prime senza vita. A parte il fatto che basta ragionarci un attimo, la densità salina sarebbe così alta da impedire a qualunque corpo di affondarci, insomma niente suicidi al Karakul, almeno per affogamento nelle sue acque gelide. Ecco forse per congelamento. Infatti con un lungo giro riesco ad arrivare a toccare l'acqua, perfettamente immobile, ferma, neppure quel minimo ricciolo dell'acqua sulla rena spoglia di una riva giallastra, che il minimo refolo di vento provochi per il contrasto. Tra le rocce e le pietre disseminate sul bagnasciuga che poi, date le caratteristiche di cui vi ho detto, bagnasciuga non è, troneggia un grande teschio. Dalle colossali dimensioni delle corna, lo direi un ariete o una sorta di muflone locale. Provo a sollevarlo, ma è pesantissimo. Ecco un'altra raffigurazione della morte, una simbologia costante che pervade questo ambiente e che non mi abbandona da quando siamo arrivati a vedere la linea blu del lago. 

La strada per arrivare al lago
Solo in mezzo al bacino un leggero tremolio ne rende la superficie viva. Eppure la vicina valle di Markansu, uno dei luoghi più aridi della terra, che si stende verso oriente stringendosi man mano verso il bacino cinese del Tarim, è nota per i suoi venti fortissimi che si alzano con la regolarità dell'incontro dell'aria fredda che scende dalle montagne e per le masse di aria calda che sale dal deserto del Taklamakan. Qui si racconta di tornado che sollevano per aria persino i cammelli carichi delle yurte smontate, quando tornano verso i pascoli bassi, ma saranno di certo favole per spaventare viandanti solitari. Non c'è nessuno all'orizzonte. Che misteriosa sensazione di solitudine perfetta. Qui puoi misurarti solamente con te stesso e le tue paure, i punti oscuri della tua anima, bui come queste acque. Facciamo ancora qualche chilometro ed ecco apparire tra strada e riva, un paesino di basse case bianche, sparse come a caso, ma anch'esse senza nessuno che ci giri intorno, come fossero anche queste abbandonate e prive di vita. In effetti durante la brutta stagione questo insediamento estremo viene lasciato dalla maggioranza dei pochi abitanti, mentre d'estate, la presenza ormai costante di turisti di passaggio, ha fatto crescere qualche locale che fornisce cibo e riparo per la notte. 

La signora dell'homestay
Certo il nostro Marco quando racconta di questo luogo, è tassativo e consiglia di portare cibo e acqua per sé e per gli animali per almeno 12 giorni, se si voleva attraversare sani e salvi queste che erano a suo parere le montagne più alte del mondo. Ci fermiamo ad un homestay, da cui emerge una signora segaligna, dagli zigomi incavati, in linea certamente con il posto e le sue caratteristiche. E' una vecchia conoscenza tajika di Jamshed e da almeno 15 anni ha aperto qui la sua casa, per nutrire la gente che passa e anno dopo anno il suo eremo si è ingrandito, segno da un lato che non ci si sta male e anche che il business del turismo cresce ormai anche qui con una tendenza inarrestabile. Abbiamo capito che per il nostro Jamshed non è una delle solite soste, ma il ritrovare una famiglia amica da molti anni. Per noi l'ennesima dimostrazione di come, anche nei luoghi più remoti del Pamir, il viaggio sia fatto soprattutto di relazioni umane. La signora ride mentre ci serve una chorba calda e poi noodles e patate. Le sue rughe si fanno sempre più vicine, intorno agli occhi, forse pensando alla stagione brutta che arriverà tra qualche mese, ma ormai la gente passa di qui anche quando non lo si crederebbe possibile, sono matti questi turisti diciamo la verità. I suoi bambini, paffuti e rossi del freddo, corrono nel cortile intabarrati di tutto punto, e vengono a guardare lo spettacolo quotidiano di questa strana gente, che parla lingue sconosciute, che arriva, si guarda intorno e poi se ne va in direzione opposta a quella dalla quale è venuta. Dopo il pranzo riprendiamo la strada. Non abbiamo avuto la possibilità di scambiare molte parole con la signora o altri del luogo, il silenzio sembra essere l'unico carattere assoluto di questo angolo di universo prospiciente a quello che potrebbe, a buon titolo essere uno degli ingressi dell'Averno. 

L'isola
Quando finalmente ce ne andiamo, compiamo quasi il giro completo del lago; a metà appare anche l'altra parte quella di minore profondità delimitata dalla penisola che divide tutto lo specchio d'acqua. Il colore è cambiato, diventando adesso di un azzurro più terso e meno capace di provocare incubi. Dopo un poco un altro cimitero kirghiso, all'apparenza più antico e poi una delle più notevoli curiosità di questo luogo, detto come se questo fosse un luogo del tutto "normale". Nel tratto di piana assoluta che si estende dalle colline vicine all'acqua, ecco che se guardi con attenzione noti una stranezza che ti invita a controllare di cosa si tratti. Siamo a circa 8 km dalla stazione di servizio e a poca distanza della strada infatti si vede una disposizione di pietre chiaramente artificiale. Si tratta di piccoli menhir dall'altezza inferiore al mezzo metro, ma disposti con molta regolarità a formare alcuni grandi cerchi dell'ampiezza di molte decine di metri, al centro dei quali si notano i resti di alcune tombe, piccoli tumuli e riquadri rettangolari ricoperti di pietre. Sono necropoli di guerrieri Sciti o Saka, nome già citato da Erodoto, come vengono denominati da queste parti, con residui di cumuli funerari che proteggevano le tombe di guerrieri importanti e dei loro famigliari. Il più famoso di questi ritrovamenti è stato quello del kurgan di Esik, un tumulo di circa 6 metri di altezza, risalente al IV sec. a.C. che racchiudeva uno scheletro di sesso incerto di circa 18 anni, con una straordinaria corazza accompagnata da altri oggetti di oro, un corredo di circa 4000 pezzi! 

I cerchi delle tombe Scite
Ritrovato nel Kazakistan orientale racconta bene la storia di questo popolo semisconosciuto che ha popolato le steppe dell'Asia centrale dai Carpazi alla Mongolia, dal 1000 a.C. fino al IV sec. d.C. Una popolazione seminomade di origini iraniche, assolutamente misteriosa, che veniva già raccontata come pericoloso e battagliero confinante già dai tempi dell'impero di Alessandro e poi dai Romani i cui imperi arrivavano proprio al confine di queste genti, note solamente a noi per l'uso dell'arco composito e per gli straordinari oggetti d'oro e d'argento che ci hanno lasciato, di una incredibile raffinatezza ed eleganza, che raccontano di un popolo evidentemente molto più avanzato di una semplice accozzaglia di pastori delle steppe. Ricorso solamente a titolo di informazione, la straordinaria mostra tenutasi a Milano nel 2001 intitolata Oro - Il mistero degli Sciti, che presentava centinaia di straordinari oggetti dell'oreficeria scita, provenienti per lo più dall'Ermitage di San Pietroburgo. Queste tombe, sebbene appena accennate e lontane dalle più famose, testimoniano comunque l'estensione di quello che fu a quei tempi forse il primo impero nomade asiatico e dimostrano fin a quali terre estreme, sono riuscite ad arrivare queste popolazioni. Davvero incredibile trovare in luoghi così sperduti e lontani dalla nostra civiltà, queste antiche tracce, ancora una volta testimonianza di cosa è capace l'uomo e della sua capacità di adattamento. 

Il ciclista austriaco
La strada di qui in avanti è tutto un saliscendi, in una alternanza di passi senza nome sopra i 4000 metri, mentre il lago, scompare alle nostre spalle come fosse stato un sogno, un pensiero solamente immaginato nelle nostre menti. Mentre saliamo su una erta sassosa, non siamo più molto lontani dalla frontiera kirghiza, ecco un altro ciclista solitario che arranca sulla sua bici stracarica di quelle sacche che caratterizzano subito il viaggiatore di lungo corso. Alla fine cede alla fatica e deve scendere ad uno slargo, da cui si scorge ancora, forse per l'ultima volta un frammento del Karakul. E' un signore austriaco, non più giovanissimo mi sembra, che è partito da Vienna, non dice quanti mesi fa ed ha il programma di andare a Singapore, girato l'angolo insomma. Ci confessa di temere di non arrivare a seguire completamente il suo programma, visto che ha una data limite per il ritorno, e meno male, quindi probabilmente. quando arriverà a Urumqi in Cina, e da qui, non siamo molto lontani, si farà in treno il tratto fino a Chengdu, nel sud del paese, per poi proseguire in bici verso la meta finale. Tanti auguri e tanta invidia naturalmente. Noi proseguiamo invece, mentre alla nostra destra continuano a correre i reticolati cinesi, anche se in realtà la frontiera vera è ancora molto lontana da qui, poi a destra si apre l'ampia valle di Markansu, è quella che condurrebbe direttamente a Kashgar, chissà se Marco aveva preso questa strada per arrivarci, oggi il valico non è più aperto e per raggiungere la città cinese bisogna passare dall'autostrada in Kirghizistan. 

Marmotta frontaliera
Proseguiamo per un tratto sempre più desolato e dopo un'ultima decina di chilometri eccoci alla frontiera tajika, che una volta, quando ancora c'erano attriti tra i due stati, si dice fosse piuttosto rognosa. Ci avevano parlato di procedure doganali interminabili e di tempi biblici. In realtà il doganiere con occhio apparentemente burbero, ci apre il bagagliaio e noi, obbedienti, cominciamo a tirar giù le valige. Ma subito dopo la prima, tutto si facilità, non c'è bisogno di nessun controllo, anzi ricarichiamo subito e si riparte senza perdita di tempo. Era solo una finta insomma. Invece l'unico intoppo è che, al controllo passaporti, non funziona internet e quindi bisogna aspettare una decina di minuti che riparta il collegamento; il mondo cambia in fretta e tutto si adegua alla velocità e alle necessità del mondo moderno, altri dieci minuti e siamo entrati nella zona di passaggio. Un ultimo passo, il Kizil Art a 4280 m., dove c'era il vecchio posto di frontiera, poi la strada comincia a scendere lungo una bellissima valle dei monti Trans-Alaj, fino a percorrere per quasi 14 km di terra di nessuno, prima di arrivare al nuovo punto di ingresso. Anche qui tutti gentilissimi, in pochi minuti, timbro e benvenuti  in Kirghizistan. Ormai sembra che il turista portatore di soldi, sia benvenuto ovunque. Osh è lontana ormai meno di duecento chilometri.

La frontiera con la Cina


SURVIVAL KIT

Yak
Karakul Lake - Per chi avesse la possibilità di fermarsi un giorno o più in questa zona di straordinario interesse, dagli scenari unici, ci sono possibilità di escursioni molto interessanti. La prima che necessita di almeno una giornata intera è la facile ascesa al Monte South Aral di 4276 m, che consente una splendida vista sulla valle sul lago ed il vicino villaggio; si tratta di una semplice dislivello di 300 metri che non implica difficoltà, ma semplice escursionismo, salvo la quota che impone sempre un po' di preparazione. Interessante come ho detto la desolata Valle di Markansu con i suoi panorami desolati ed spazzati dai venti, qui c'è il sito archeologico di Oshhona, dove è stata rinvenuta una dimora di 9500 anni fa, con ossa di animali, armi e ceneri di un falò, che suggeriscono la presenza di legna, assente oggi a queste quote, cosa che rappresenta un enigma logico. Forse allora il territorio era molto meno elevato con presenza di foreste e si è sollevato successivamente. Nei dintorni, oltre a quelli citati, ci sono molti altri siti archeologici con petroglifi interessanti, in cui dovrete farvi accompagnare. Interessante anche la lunga recinzione del confine cinese che corre lungo la valle per decine di chilometri. A Jalang c'è un cratere provocato dalla caduta di un meteorite e si possono fare interessanti uscite di birdwatching nella parte più lontana del lago. Per la sosta mi sento di suggerire, tra le due o tre soluzioni che offre il villaggio,  l'Homestay Erkin, che offre camere e cibo.  

Bimbi di Karakul


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Il terreno vicino al lago











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