sabato 1 agosto 2026

Pam 33 - Verso il confine

Lago Karakul - Pamir, giugno 2026

 

A questo punto penso che sarebbe bello raggiungere la riva di questo lago, un luogo così strano che fatichi a collocarlo anche solo nella tua mente. Ma non è così semplice. Il terreno delle ultime decine di metri prima della riva, diventa molle e intriso di acqua. E' coperto di erba alta e cesposa, a formare monticelli tondeggianti che sembrano reggere il peso, ma che quando ci metti il piede sopra, diventano molli e fangosi, tali da farti sprofondare immediatamente. Vicino alla riva ci sono due yak pelosissimi, sanno come difendersi dall'inverno le bestie; brucano contenti, qui il pascolo è insolitamente ricco e nessuno in vista che voglia approfittare di quanto producono, anche se il pelo è così lungo e folto da impedirti di capire se si tratta di maschi o di femmine. 

Il cranio
Il lago è assolutamente immobile come morto; l'isola in centro ha solo un piccolo rilievo come se volesse nascondere la carcassa di un'astronave precipitata su questo pianeta alieno di cui nessuno conosce il nome e chi lo abita, sempre che qualcuno lo abiti naturalmente. La superficie cupa del lago ti attira morbosamente, come tutti i laghi ha quel qualcosa che istiga al suicidio, con le sue acque ferme ed esse stesse per prime senza vita. A parte il fatto che basta ragionarci un attimo, la densità salina sarebbe così alta da impedire a qualunque corpo di affondarci, insomma niente suicidi al Karakul, almeno per affogamento nelle sue acque gelide. Ecco forse per congelamento. Infatti con un lungo giro riesco ad arrivare a toccare l'acqua, perfettamente immobile, ferma, neppure quel minimo ricciolo dell'acqua sulla rena spoglia di una riva giallastra, che il minimo refolo di vento provochi per il contrasto. Tra le rocce e le pietre disseminate sul bagnasciuga che poi, date le caratteristiche di cui vi ho detto, bagnasciuga non è, troneggia un grande teschio. Dalle colossali dimensioni delle corna, lo direi un ariete o una sorta di muflone locale. Provo a sollevarlo, ma è pesantissimo. Ecco un'altra raffigurazione della morte, una simbologia costante che pervade questo ambiente e che non mi abbandona da quando siamo arrivati a vedere la linea blu del lago. 

La strada per arrivare al lago
Solo in mezzo al bacino un leggero tremolio ne rende la superficie viva. Eppure la vicina valle di Markansu, uno dei luoghi più aridi della terra, che si stende verso oriente stringendosi man mano verso il bacino cinese del Tarim, è nota per i suoi venti fortissimi che si alzano con la regolarità dell'incontro dell'aria fredda che scende dalle montagne e per le masse di aria calda che sale dal deserto del Taklamakan. Qui si racconta di tornado che sollevano per aria persino i cammelli carichi delle yurte smontate, quando tornano verso i pascoli bassi, ma saranno di certo favole per spaventare viandanti solitari. Non c'è nessuno all'orizzonte. Che misteriosa sensazione di solitudine perfetta. Qui puoi misurarti solamente con te stesso e le tue paure, i punti oscuri della tua anima, bui come queste acque. Facciamo ancora qualche chilometro ed ecco apparire tra strada e riva, un paesino di basse case bianche, sparse come a caso, ma anch'esse senza nessuno che ci giri intorno, come fossero anche queste abbandonate e prive di vita. In effetti durante la brutta stagione questo insediamento estremo viene lasciato dalla maggioranza dei pochi abitanti, mentre d'estate, la presenza ormai costante di turisti di passaggio, ha fatto crescere qualche locale che fornisce cibo e riparo per la notte. 

La signora dell'homestay
Certo il nostro Marco quando racconta di questo luogo, è tassativo e consiglia di portare cibo e acqua per sé e per gli animali per almeno 12 giorni, se si voleva attraversare sani e salvi queste che erano a suo parere le montagne più alte del mondo. Ci fermiamo ad un homestay, da cui emerge una signora segaligna, dagli zigomi incavati, in linea certamente con il posto e le sue caratteristiche. E' una vecchia conoscenza tajika di Jamshed e da almeno 15 anni ha aperto qui la sua casa, per nutrire la gente che passa e anno dopo anno il suo eremo si è ingrandito, segno da un lato che non ci si sta male e anche che il business del turismo cresce ormai anche qui con una tendenza inarrestabile. La signora ride mentre ci serve una chorba calda e poi noodles e patate. Le sue rughe si fanno sempre più vicine, intorno agli occhi, forse pensando alla stagione brutta che arriverà tra qualche mese, ma ormai la gente passa di qui anche quando non lo si crederebbe possibile, sono matti questi turisti diciamo la verità. I suoi bambini, paffuti e rossi del freddo, corrono nel cortile intabarrati di tutto punto, e vengono a guardare lo spettacolo quotidiano di questa strana gente, che parla lingue sconosciute, che arriva, si guarda intorno e poi se ne va in direzione opposta a quella dalla quale è venuta. Dopo il pranzo riprendiamo la strada. Non abbiamo avuto la possibilità di scambiare molte parole con la signora o altri del luogo, il silenzio sembra essere l'unico carattere assoluto di questo angolo di universo prospiciente a quello che potrebbe, a buon titolo essere uno degli ingressi dell'Averno. 

L'isola
Quando finalmente ce ne andiamo, compiamo quasi il giro completo del lago; a metà appare anche l'altra parte quella di minore profondità delimitata dalla penisola che divide tutto lo specchio d'acqua. Il colore è cambiato, diventando adesso di un azzurro più terso e meno capace di provocare incubi. Dopo un poco un altro cimitero kirghiso, all'apparenza più antico e poi una delle più notevoli curiosità di questo luogo, detto come se questo fosse un luogo del tutto "normale". Nel tratto di piana assoluta che si estende dalle colline vicine all'acqua, ecco che se guardi con attenzione noti una stranezza che ti invita a controllare di cosa si tratti. Siamo a circa 8 km dalla stazione di servizio e a poca distanza della strada infatti si vede una disposizione di pietre chiaramente artificiale. Si tratta di piccoli menhir dall'altezza inferiore al mezzo metro, ma disposti con molta regolarità a formare alcuni grandi cerchi dell'ampiezza di molte decine di metri, al centro dei quali si notano i resti di alcune tombe, piccoli tumuli e riquadri rettangolari ricoperti di pietre. Sono necropoli di guerrieri Sciti o Saka, nome già citato da Erodoto, come vengono denominati da queste parti, con residui di cumuli funerari che proteggevano le tombe di guerrieri importanti e dei loro famigliari. Il più famoso di questi ritrovamenti è stato quello del kurgan di Esik, un tumulo di circa 6 metri di altezza, risalente al IV sec. a.C. che racchiudeva uno scheletro di sesso incerto di circa 18 anni, con una straordinaria corazza accompagnata da altri oggetti di oro, un corredo di circa 4000 pezzi! 

I cerchi delle tombe Scite
Ritrovato nel Kazakistan orientale racconta bene la storia di questo popolo semisconosciuto che ha popolato le steppe dell'Asia centrale dai Carpazi alla Mongolia, dal 1000 a.C. fino al IV sec. d.C. Una popolazione seminomade di origini iraniche, assolutamente misteriosa, che veniva già raccontata come pericoloso e battagliero confinante già dai tempi dell'impero di Alessandro e poi dai Romani i cui imperi arrivavano proprio al confine di queste genti, note solamente a noi per l'uso dell'arco composito e per gli straordinari oggetti d'oro e d'argento che ci hanno lasciato, di una incredibile raffinatezza ed eleganza, che raccontano di un popolo evidentemente molto più avanzato di una semplice accozzaglia di pastori delle steppe. Ricorso solamente a titolo di informazione, la straordinaria mostra tenutasi a Milano nel 2001 intitolata Oro - Il mistero degli Sciti, che presentava centinaia di straordinari oggetti dell'oreficeria scita, provenienti per lo più dall'Ermitage di San Pietroburgo. Queste tombe, sebbene appena accennate e lontane dalle più famose, testimoniano comunque l'estensione di quello che fu a quei tempi forse il primo impero nomade asiatico e dimostrano fin a quali terre estreme, sono riuscite ad arrivare queste popolazioni. Davvero incredibile trovare in luoghi così sperduti e lontani dalla nostra civiltà, queste antiche tracce, ancora una volta testimonianza di cosa è capace l'uomo e della sua capacità di adattamento. 

Il ciclista austriaco
La strada di qui in avanti è tutto un saliscendi, in una alternanza di passi senza nome sopra i 4000 metri, mentre il lago, scompare alle nostre spalle come fosse stato un sogno, un pensiero solamente immaginato nelle nostre menti. Mentre saliamo su una erta sassosa, non siamo più molto lontani dalla frontiera kirghiza, ecco un altro ciclista solitario che arranca sulla sua bici stracarica di quelle sacche che caratterizzano subito il viaggiatore di lungo corso. Alla fine cede alla fatica e deve scendere ad uno slargo, da cui si scorge ancora, forse per l'ultima volta un frammento del Karakul. E' un signore austriaco, non più giovanissimo mi sembra, che è partito da Vienna, non dice quanti mesi fa ed ha il programma di andare a Singapore, girato l'angolo insomma. Ci confessa di temere di non arrivare a seguire completamente il suo programma, visto che ha una data limite per il ritorno, e meno male, quindi probabilmente. quando arriverà a Urumqi in Cina, e da qui, non siamo molto lontani, si farà in treno il tratto fino a Chengdu, nel sud del paese, per poi proseguire in bici verso la meta finale. Tanti auguri e tanta invidia naturalmente. Noi proseguiamo invece, mentre alla nostra destra continuano a correre i reticolati cinesi, anche se in realtà la frontiera vera è ancora molto lontana da qui, poi a destra si apre l'ampia valle di Markansu, è quella che condurrebbe direttamente a Kashgar, chissà se Marco aveva preso questa strada per arrivarci, oggi il valico non è più aperto e per raggiungere la città cinese bisogna passare dall'autostrada in Kirghizistan. 

Marmotta frontaliera
Proseguiamo per un tratto sempre più desolato e dopo un'ultima decina di chilometri eccoci alla frontiera tajika, che una volta, quando ancora c'erano attriti tra i due stati, si dice fosse piuttosto rognosa. Ci avevano parlato di procedure doganali interminabili e di tempi biblici. In realtà il doganiere con occhio apparentemente burbero, ci apre il bagagliaio e noi, obbedienti, cominciamo a tirar giù le valige. Ma subito dopo la prima, tutto si facilità, non c'è bisogno di nessun controllo, anzi ricarichiamo subito e si riparte senza perdita di tempo. Era solo una finta insomma. Invece l'unico intoppo è che, al controllo passaporti, non funziona internet e quindi bisogna aspettare una decina di minuti che riparta il collegamento; il mondo cambia in fretta e tutto si adegua alla velocità e alle necessità del mondo moderno, altri dieci minuti e siamo entrati nella zona di passaggio. Un ultimo passo, il Kizil Art a 4280 m., dove c'era il vecchio posto di frontiera, poi la strada comincia a scendere lungo una bellissima valle dei monti Trans-Alaj, fino a percorrere per quasi 14 km di terra di nessuno, prima di arrivare al nuovo punto di ingresso. Anche qui tutti gentilissimi, in pochi minuti, timbro e benvenuti  in Kirghizistan. Ormai sembra che il turista portatore di soldi, sia benvenuto ovunque. Osh è lontana ormai solamente una cinquantina di chilometri.

La frontiera con la Cina


SURVIVAL KIT

Yak
Karakul Lake - Per chi avesse la possibilità di fermarsi un giorno o più in questa zona di straordinario interesse, dagli scenari unici, ci sono possibilità di escursioni molto interessanti. La prima che necessita di almeno una giornata intera è la facile ascesa al Monte South Aral di 4276 m, che consente una splendida vista sulla valle sul lago ed il vicino villaggio; si tratta di una semplice dislivello di 300 metri che non implica difficoltà, ma semplice escursionismo, salvo la quota che impone sempre un po' di preparazione. Interessante come ho detto la desolata Valle di Markansu con i suoi panorami desolati ed spazzati dai venti, qui c'è il sito archeologico di Oshhona, dove è stata rinvenuta una dimora di 9500 anni fa, con ossa di animali, armi e ceneri di un falò, che suggeriscono la presenza di legna, assente oggi a queste quote, cosa che rappresenta un enigma logico. Forse allora il territorio era molto meno elevato con presenza di foreste e si è sollevato successivamente. Nei dintorni, oltre a quelli citati, ci sono molti altri siti archeologici con petroglifi interessanti, in cui dovrete farvi accompagnare. Interessante anche la lunga recinzione del confine cinese che corre lungo la valle per decine di chilometri. A Jalang c'è un cratere provocato dalla caduta di un meteorite e si possono fare interessanti uscite di birdwatching nella parte più lontana del lago. Per la sosta mi sento di suggerire, tra le due o tre soluzioni che offre il villaggio,  l'Homestay Erkin, che offre camere e cibo.  

Bimbi di Karakul


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La valle



Il terreno vicino al lago











giovedì 30 luglio 2026

Pam 32 - Il lago Karakul

Verso il passo Hushang - Pamir - giugno 2026

 

Il cimitero kirghiso
Mi sono svegliato molto presto questa mattina e sono subito fuori intorno alla nostra casa con la macchina fotografica al collo. La mattina presto è una delle ore magiche per gli scatti, questo lo sanno tutti ed in effetti l'aria è tersa e la vista si spinge fino alle montagne più lontane. Purtroppo nella direzione ad est verso la Cina, ci sono un po' di nubi sparse che impediscono la vista di due dei più alti picchi del Tien Shan. Chiedo alle ragazze che girano intorno per preparare le colazioni e sono tutte indaffarate, ma evidentemente non riesco a farmi capire. Grandi sorrisi e inviti a rientrare che stanno per arrivare le uova fritte. Tanto per cambiare facciamo il pieno. Ci ritroviamo di nuovo con il gruppo di viaggiatori che abbiamo conosciuto ieri. I ciclisti che stanno preparando i muscoli, gli altri che la prendono calma, tanto il tempo c'è e non bisogna affannarsi troppo. Alla fine si parte. La strada appena fuori della case diventa subito una traccia sassosa e sale verso l'alto seppure lentamente in una cornice di bellissime montagne brune. Dopo pochi chilometri arriviamo ad uno dei cimiteri kirghisi di Murghab. Lo spazio è circondato da un muracciolo che racchiude una serie di tombe sparse alla rinfusa, la maggior parte identificate da una sola scheggia di roccia piantata del terreno; quelle invece che racchiudono probabilmente le tombe delle famiglie più importanti, sono delle vere e proprie costruzioni di mattoni crudi che formano una sorta di casetta dalle pareti forate attraverso le quali si intravedono piccoli cenotafi interni. 

Sconfinamenti
Ne incontreremo diversi da qui in poi, di differenti dimensioni, alcuni con costruzioni ancora più imponenti, cosa per la verità curiosa, rispetto alla povertà ed alla struttura semplicissima delle normali case di abitazione. Infine dopo una trentina di chilometri, dove continuiamo a guadagnare quota, raggiungiamo il confine cinese, segnato da un reticolato fitto che si stende a perdita d'occhio. Deve essere di posa recente perché sia il filo spinato che la palificazione appaiono come nuovi di zecca e non ci sono tracce di ruggine. I fili, ben robusti, sono disposti molto vicini tra di loro, e non è che si possa scavalcare con facilità, qui ci vorrebbero eventualmente robuste pinze tagliaferro, ma non è questa la nostra intenzione, eh, che si sappia chiaramente, anche perché passati di là sembra ci sia una sorta di  terra di nessuno di alcune decine di chilometri dove se ti beccano, non è che ti chiedono da dove vieni e cosa stai facendo lì. Comunque mi sembra che per tranquillità ci sia un certo numero di telecamere disposte di tanto in tanto, solo per controllare ben si intenda. Io tanto per fare una cosa sicuramente illegale sporgo un braccio al di là del reticolato, così, tecnicamente sono stato, almeno con una parte del corpo, al di là del confine e pure senza documenti, ma spero non sia cosa così grave. Intanto qui intorno è pieno di marmotte sibilanti che corrono al di qua e al di là del confine senza mostrare documenti di sorta a nessuna guardia  di frontiera, dunque chiuderanno un occhio anche con me, almeno spero. 

Tiziana al passo
Alla nostra sinistra invece scorre una catena laterale del massiccio del Pamir che si chiama Muzkol range della quale si notano le vette più alte che ci sono vicine solo pochi chilometri. Il Pik Dvukhglavny è il più prossimo, ma i suoi 6148 m. non fanno neppure troppa impressione visto che noi siamo molto vicini ai 4500, che volete che siano 1600 metri di dislivello, praticamente ci si potrebbe andare in giornata, eheheheh, prova, direte voi. Appena dietro, forse non si riesce neppure a scorgere, ma consultando la mappa è a meno di 5 km in linea d'aria dal primo, troneggia il Sovetskikh Ofizerov di 6233 m. Intanto diamo un'occhiata all'altimetro che segnala il superamento dei 4500 e dopo pochissimo mentre la strada sale ancora, compare il conturbante cartello che segnala che siamo arrivati al famosissimo Hushang pass (o Ak Baytal pass) di ben 4655 m. secondo alcuni il secondo passo carrabile del mondo. Il cartello è quasi completamente ricoperto di adesivi lasciati dai viaggiatori di passaggio che amano sottolineare in qualche modo la propria impresa. Per la verità ricordo in Tibet un passaggio ad oltre 5000 m. Ma giustamente ognuno cerca di magnificare quello che si trova in casa. Il paesaggio è spettacolare e la quota si avverte anche nell'ambiente circostante, dove sempre più spesso compaiono chiazze di neve che non riescono a sciogliersi. 

Il passo
La strada è diventata piuttosto fangosa, come se si trattasse di permafrost che via via cerca una sua diversa densità col calore del giorno che aumenta ed ai bordi si sono formate due alte trincee di qualche metro di altezza in cui affiorano tracce bianche, probabilmente calcaree. Fa freddo e poi, dopo le foto di rito, visto che c'è addirittura qualcuno che ha preparato una specie di grande cuore col fil di ferro che guarda la valle, dove chi vuole, scende dalla macchina e se ce la fa a respirare, va a farsi un selfie, scendiamo pian piano godendoci lo scenario delle cime bianche alla nostra sinistra e di quelle un po' più basse a destra dove la neve cerca disperatamente di resistere allo scioglimento, rimanendo ancora in piccoli mucchietti che punteggiano le estremità delle cime come si si trattasse di un particolare tappeto a pois bianchi, inventato da un moderno designer. Ancora qualche chilometro, durante i quali la macchina sembra arrancare non poco, forse per la mancanza di ossigeno, forse per le obbiettive difficoltà di procedere su questo terreno morbido ma sassoso, e poco più avanti a 7/8 km dalla pista, sempre sulla sinistra ecco quello che dovrebbe essere il Severnyi Muzkol di 6128 m. Pensate che noi intanto siamo saliti così in alto che questo spunta dalla valle solamente per un migliaio di metri o poco più! Sembra davvero impossibile ma è così.

Neve
Attorno lo spettacole appare come veramente estremo, forse il più emozionante che abbiamo visto fino ad oggi nel Pamir, ma accidenti, ogni giorno mi accordo di dire la stessa cosa, quindi evidentemente o sono io che non riesco a controllare la mia capacità di giudizio, oppure la scarsità di ossigeno della quota crea difficoltà di concentrazione alle mie già flebili capacità cognitive. Di qui in poi la strada scende decisamente lungo una valle larghissima e grigia, con la sua parte più infossata percorsa da un reticolo di piccoli corsi di acqua che la trasformano in una sorta di pantano dove qualche yak isolato pascola con le zampe piantate nel fango. Da questa parte del passo evidentemente le precipitazioni sono più abbondanti perché si scorgono sempre più frequentemente piccoli specchi d'acqua paludosa che riflettono le cime circostanti. Poi finalmente, lontano in quella che sembra una vera e propria pianura a 4000 m. ecco apparire la sottile lama blu indaco del lago Karakul. Una gemma di zaffiro incastonata nella piana verde e smeraldina. Questa pietra preziosa è in assoluto una delle visioni più magiche di questo itinerario. Quando appare questo bagliore blu, lontano sotto la corona di montagne bianche dello sfondo, non capisci subito di cosa si tratta, potrebbe, in sintonia con questo deserto di altura, essere un semplice miraggio che si manifesta agli occhi stanchi e feriti dal sole forte della quota, come l'acqua desiderata a cui abbeverare il proprio destriero; una morgana ingannatrice propria dei paesaggi estremi di una natura che non si rassegna ad essere vinta da estranei che traversandola, ne violentano la sacralità.

Neve
Come può essere possibile che a quattromila metri, ci sia una enorme superficie di acqua immobile che aspetta il viaggiatore stanco ed forse in cerca di un punto dove sostare? Eppure, man mano che la strada perfettamente rettilinea si avvicina, ecco che quella lamina sottile si allarga a poco a poco, diventa una distesa amplissima, della quale non riesci neppure a scorgere il limite lontano, mentre in profondità si allarga fino a nasconderti quella che è la sua riva opposta, intanto che il suo colore, che a tutta prima vorresti dire innaturale, si appropria del tuo sguardo in maniera ipnotica e pervasiva. Un blu perfetto, quello che i gemmologi chiamano a manto di Madonna, ricordando le invenzioni di Antonello da Messina e dei suoi successori. Un colore pieno e perfetto che non sai neppure definire, solo rimanere muto ad ammirarne l'intensità uniforme. La superficie è assolutamente immobile; tutto sembra quasi una finzione scenica, anche perché le sue rive sono assolutamente deserte e non riesci a scorgervi tracce di vita. Poi man mano che ti avvicini, le sue dimensioni sono talmente grandi, da questa parte la riva corre per oltre trenta chilometri, scopri che vicino alla riva, dove l'acqua rimane presumibilmente meno profonda, il colore si muta gradualmente con una scalarità che attraversa tutto il pantone conosciuto e che da quel blu profondi si trasforma, nei pressi della riva, in un verde smeraldo che hai già visto solo in certe acque cristalline dei tropici. Che spettacolo straordinario! Le montagne che fanno da corona completano il quadro. 

Il lago ad oriente
A sinistra si possono vedere i 7000 del Picco Lenin e del Picco Avicenna, mentre a destra, se non ci sono nuvole si riescono a scorgere i 6600 m. del Gora Kurumdy, proprio sull'incrocio delle tre frontiere di Tajikistan, Kirghizistan e Cina. Il lago Karakuk, che nella sua lingua di origini turcomanne, significa Lago Nero, nome che da solo ne accentua il mistero che la sola vista solitaria racconta, perché probabilmente nelle condizioni di luce più estreme della sera, le acque assumono una tinta talmente profonda da apparire come tale. Tra le sue caratteristiche molto particolari, si annovera il fatto che sia stato formato dalla caduta di un meteorite, circa 5 milioni di anni fa, inoltre ha una fortissima salinità che lo rende praticamente privo di fauna ittica ed inoltre non ha emissari ed è alimentato da tre fiumi e da sorgenti sotterranee, visto che qui la piovosità è scarsissima. E' diviso in due parti, quella orientale, formata dall'impatto, arriva ad oltre 200 metri di profondità, mentre quella occidentale che è divisa da  una penisola ed un'isolotto, non arriva a venti. D'inverno la temperatura è talmente estrema da formare una calotta di ghiaccio di un metro di spessore. Si può dire che l'impatto visivo, dovuto anche all'ambiente circostante è assolutamente unico e basta fermarsi in punto punto qualsiasi della strada e girare l'occhio all'intorno per rimanere colpiti da un paesaggio così primordiale e assoluto, si può dire da creazione del mondo. Mentre siamo fermi, quasi senza parole, due oche  siberiane si levano in volo e si dirigono verso l'altra sponda del lago. Noi rimaniamo a guardarle, vinti da un senso di grandezza incompiuta ma incomparabile. 

Lago Karakul


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Reticolati





mercoledì 29 luglio 2026

Pam 31 - Viaggiatori del mondo

Murghab - Pamir - giugno 2024

 

Ci sono luoghi nel mondo che sembrano avere una caratteristica nascosta capace di attirare a sé un certo tipo di persone. Tutto questo accade quasi automaticamente senza che ci siano notifiche particolari e passaparola che creino il meccanismo di aggregazione. Tutto avviene come per una sorta di magia inespressa, come per quei punti del pianeta dove passano linee di forza che per chi ci crede sono capaci di suscitare particolari atmosfere. La guesthouse Ergali di Murghab è uno di questi luoghi. Pare che in qualunque giorno voi arriviate qui, mentre i due anziano proprietari si fanno in quattro per farvi scaricare le valigie e per consegnarvi una stanza, facendovi strada in un ambiente ancora decisamente sovietico, da Asia centrale, vi accorgerete immediatamente che la pensione è popolata da un una tipologia di persone che hanno caratteri decisamente in comune tra di loro, benché siano persone che arrivano da tutte le parti del mondo. Quando siamo arrivati noi italiani, c'erano, americani, cinesi, portoghesi, tedeschi e altri naturalmente sparpagliati nei vari ambienti, oltre naturalmente alle etnie locali, accompagnatori e autisti, gente apparentemente molto diversa tra di loro per età, nazionalità e anche per altre cose certamente, ma con una caratteristica assolutamente comune e subito visibile. 

Erano tutti veri viaggiatori, persone con le quali se vi sentite come noi dei semplici turisti, anche se di categoria diciamo pure, avanzata, cosa che mi picco indegnamente di essere, ti puoi sentire anche a disagio. Tutta gente per intenderci, che viaggia senza il biglietto di ritorno in tasca, che questo a mio parere è il marchio reale dell'autentico viaggiatore, intendo quello che ha in mente un itinerario di massima e parte senza sapere bene dove e quando arriverà, in quanto il suo sentire è il viaggio in sé non la meta finale o il tempo che ci vorrà per raggiungerla. E' la strada che si percorre la vera essenza del viaggio e gli incontri che ti accadono lungo la via, quello che arricchisce veramente la tua esperienza finale. Certo ci sono anche cose meravigliose da ammirare al passaggio, per carità, chi può negare che ti possa dare emozioni intense il fermarti ad ammirare il Colosseo, il ghiacciaio Perito Moreno, le fortezze della Sogdiana, tuttavia penso di non dire cose peregrine affermando che non c'è nulla come lo scambio di esperienze, l'assorbire le sensazioni delle genti che incontri, l'emozione del pensiero di chi ti ha preceduto e le sue motivazioni, lungo questo cammino, che possano dare un senso di ineguagliabile completezza al mazzo di cose che ti porterai a casa dentro di te e non nella valigia o nella scheda elettronica della tua macchina fotografica.  

Già io da un lato aspirerei appartenere a questa tipologia in generale, ma nella pratica non mi è mai stato quasi mai possibile percorrere i cammini del mondo con questa specifica filosofia. Obblighi vari, necessità di tempo e di budget, mi hanno sempre costretto a programmare, programmare sempre con una precisione il più possibile vicina all'effettivo, per far coincidere la fine dell'esperienza al momento in cui la scaletta si avvicina al portellone dell'aereo che ti riporta a casa. Peccato vero? Così i grandi raid di mesi, lungo le strade del mondo, sono rimasti da sempre solo per me, esercizi di fantasia e il mio stupore ed il mio entusiasmo diventa grande, quando mi capita di avvicinarmi a persone che invece fanno di queste cose la loro normalità di vita. Vi ho già parlato del ciclista Sikh e dei motociclisti italiani incontrati nel Wakhan, ma ecco che anche qui, nella grande sala dove aspettiamo che ci venga servita la cena, piano piano si radunano gli ospiti della nostra guesthouse e si comincia a chiacchierare in libertà a scambiare idee ed esperienze. A me non rimane che ascoltare, spesso quasi a bocca spalancata, al limite fare domande per avere spiegazioni e informazioni, che mi possano, non si sa mai, divenire utili prima o poi, tanto data l'età che fa premio, mi ascoltano tutti con un certo rispetto anche se dico banalità. E, se vogliamo essere sinceri, forse è davvero questa la vera anima di questa città fuori del mondo. Per lunghi secoli questo è stato uno dei luoghi di incontro per i mercanti della Via della seta, per pellegrini, esploratori e viaggiatori provenienti da tutte le parti del mondo allora conosciuto. Oggi i cammelli non trasportano più le merci da un mercato all'altro e hanno lasciato spazio a biciclette, moto, fuoristrada e grandi camion sbuffanti e polverosi, ma non è cambiato lo spirito del viaggio. Cambiano i mezzi, cambiano gli anni, ma non cambiano le persone che continuano a cercare lungo queste montagne estreme, qualcosa che va molto al di là della meta finale. Intorno a questa strada si continua dopo secoli a cercare l'incontro, la scoperta e il senso assoluto del viaggio.

Subito ho notato una signora sui 50, dal fisico piuttosto strutturato, gambe muscolosissime e respiro lento, che è arrivata con noi alla struttura, in bicicletta, affardellata anche con un certo carico. E' una portoghese che ama muoversi per il mondo pedalando e senza porsi troppi limiti di tempo. Si è fatta, tanto per farvi degli esempi, in otto mesi, l'America latina dal Perù fino alla lontanissima Ushuaia, nella Terra del fuoco e l'anno prima dal Marocco a Città del Capo, senza negarsi una esperienza dall'Etiopia al Botswana. Percorsi non troppo semplici mi sembra, tanto che nella mia ingenuità, le chiedo se non abbia avuto problemi per la sicurezza, viaggiando in luoghi remoti come quelli, e per di più come donna e da sola. Rimane stupita della mia domanda e mi dice che non ha mai avuto alcuna sensazione di insicurezza, anzi è sempre stata circondata da una grande simpatia e da offerte di aiuto da parte di tutti quelli che ha incontrato in ogni parte del mondo. Per la verità solo a casa sua in Portogallo si è trovata una volta a mal partito, ma poi è finita bene. E' abituata a lavorare saltuariamente nei ristoranti, poi raggranellato quanto necessario, parte per un nuovo itinerario in giro per il mondo. Qui sta facendo tutto il giro dell'Asia centrale e conta di stare in giro ancora un paio di mesi, anche se mi dice che sta trovando la strada del Pamir un po' faticosa. Prima di salutarmi mi lascia con una considerazione che mi è rimasta impressa. Sorridendo mi dice: - Il mondo non è mai cattivo, anzi è molto meglio di quanto non si racconti nei notiziari televisivi. Bisogna scoprirlo coi propri occhi e questo si può fare solo viaggiando. Qui la gente non è certo ricca e vive una vita difficile, ma possiede cose più preziose del denaro: umiltà, gentilezza e una straordinaria ospitalità -. E' proprio così, più giri il mondo e io un poco posso dire di averlo fatto, e più ti accorgi che, nella maggior parte dei casi, la diffidenza nasce solo dalla distanza e dalla ignoranza, mentre la sola conoscenza reciproca genera rispetto, amicizia, fiducia. Questo è il dono che il mondo fa al viaggiatore (anche se è solo un turista, magari se si ferma un attimo a pensare), non soltanto ti dà conoscenza, ma cancella quei muri invisibili che distanza e pregiudizi costruiscono tra le persone. 

Oggi ad esempio, si è fatta quasi 70 chilometri a 4000 metri per arrivare fin qui dove sapeva ci fosse un buon punto di sosta, perché di norma non ne fa più di una quarantina e poi dorme in tenda e oggi voleva riposarsi un po'. Stupiti? Ma ecco vicino a noi i quattro tedeschi che abbiamo incontrato alla moschea. Sono due coppie di settantenni di Amburgo che girano su una vecchia Volkswagen che ha visto di certo tempi migliori e sono in giro da circa tre mesi e vorrebbero andare in Vietnam, tanto per dire, con calma però, tanto a casa non c'è nessuno che li aspetta. Una ragazza cinese invece, è da sola anche lei (ma quante ragazze sole che girano per il mondo senza paura) e sembra un po' stranita e da quanto dice non è che sa bene dove vuole andare. E' partita da Pechino e viaggia verso ovest, poi si vedrà. Una ragazza americana invece, viene dall'Alaska e lavora all'Ambasciata a Dushambé e approfitta del tempo libero per girare per il paese. Ne approfittiamo per sentire il suo punto di vista da un angolo privilegiato e particolare, ma dal quale si possono capire molte più cose di quanto non possa fare un semplice turista di passaggio. Anche sul suo paese si lascia un po' andare, ma visto che dove lavora, sembra che sia meglio a stare attenti come si parla. Alla fine esce con le amiche e va alla vicina banja, il bagno turco in stile russo, per ristorarsi un po'. 

Lo scambio di informazioni è intenso e io cerco di carpire il possibile, tutto quanto possa anche lontanamente servirmi per i miei tanti progetti futuri. Certo la maggior parte di questi, per ovvi motivi rimarranno chiusi nel cassetto dei sogni, ma sognare in fondo non è peccato, non vi pare? Certo incontrare tante persone diverse e così interessanti che arrivano da queste parti è una fortuna e al tempo stesso un privilegio, ma non è tutto, ci vuole sempre anche qualcos'altro. Bisogna avere anche la fortuna di trovare la persona giusta che ti accompagna in questa scoperta. Perché una buona guida locale non si limita ad indicarti le direzioni, trovare sistemazioni e ristoranti e neppure a raccontare solamente qualche fatterello storico, ma diventa lui stesso un ponte tra te che percorri il suo paese e quanto ti circonda. Attraverso le persone che conosce lungo la strada e la fiducia che sa ispirare, ogni villaggio cessa di essere soltanto un nome che presto dimenticherai, ma te lo farà diventare un luogo vivo e presente nella tua memoria. Al termine del tuo viaggio non avrai così conosciuto solamente una nazione perché ne hai attraversato le montagne per una via impervia, ma rimarrà dentro di te soprattutto grazie agli uomini e alle donne che ci vivono e con i quali sei venuto in contatto.  Intanto che medito su queste cose, ci servono la cena, assai ricca rispetto al solito. Insalate varie, una minestra, riso, purea e se non son buone le patate qui a quattromila metri ... E poi ancora samosa ripieni all'indiana, ma niente affatto piccanti, e un sacco di dolcini e frutta secca, che alla fine non finisci mai di piluccare. Diamo un'occhiata fuori, magari per fare un passeggiata notturna, ma fa piuttosto frescolino, direi che la temperatura attesa per questo altopiano spazzato dal vento gelido durante la notte è un po' quello che ci si doveva aspettare. C'è parecchia gente comunque qui intorno anche alla sera. Si parla un po' di tutto ma la sensazione è che la gente qui goda di una certa indipendente extraterritorialità. Certo qui siamo in Tajikistan, ma queste sono terre remote dove i confini sono cambiati mille volte nei secoli passati e qui, al limite ci si sente Pamiri, con caratteristiche comuni anche se di etnie limitrofe. Qui, diciamo pure la verità, contano solamente le catene di montagne senza nome che ci circondano, i pascoli e le strade che li attraversano. I regimi, le politiche, regnanti e imperatori, vanno e vengono, arrivano, piantano bandiere e emettono proclami, ma poi alla fine se ne vanno, se ne tornano in pianura, perché qui resistono solamente gli uomini veri dell'altopiano, sempre gli stessi, qualunque sia il governante del momento. 


E' gente speciale, dura e resistente che sa vivere in sintonia con la montagna, in compagnia di yak e di mandrie di pecore, e che è sempre riuscita a farcela, anche quando ci si riscaldava solo con gli escrementi di yak e di elettricità non si sentiva neppure parlare, spostandosi in sella e raggiungendo le valli basse in giorni e giorni di marcia. Quindi tranquilli, genti che arrivate fin quassù, bardati di tutto punto e girate lo sguardo intorno stupiti di tanta bellezza o spaventati per questo spettacolo a voi inusuale, con oggetti misteriosi e tecnologia di avanguardia, con auto robuste e cariche, con quattro ruote motrici, con le quali traballate lungo la strada, alla fine ve ne andrete come siete venuti e noi continueremo a vivere tranquillamente qui come facciamo da migliaia di anni, spostandoci da un pascolo all'altro fino a quando l'erba crescerà ancora e ci saremo ancora, anche quando voi smetterete di venire. Il lupo continuerà ad ululare e le aquile voleranno ancora in questa aria fina. Qui intanto la notte sta scendendo; esco fuori per misurarmi con questo cielo alieno che ti dà la sensazione di poterlo toccare, tanto è vicino. L'aria è diventata pungente e la luce è scesa a poco a poco. La corona di montagne che la posizione un poco elevata ti fa apprezzare in un orizzonte decisamente più vasto, sta uniformando il suo colore di minuto in minuto. Solo un'ora fa potevi vedere i contrafforti delle colline più vicine ancora verdi per i magri pascoli che ingiallivano man mano che si alzavano verso le cime arrotondate, al di là delle quali rocce di ogni tipo scandivano le quinte della valle. 

Il padrone
Bozzi marroni e rosati, fenditure verticali di calanchi grigi, frutto dello scavare della poca acqua che arriva dal cielo, scabri precipizi più scuri, quasi viola e poi sopra ancora le cime che si innalzano di colpo in un cerchio dal bordo seghettato da una miriade di piccole vette senza nome, completamente coperte dalle nevi, compatte, bianche ma sfumate di azzurro, lucidissime e tali da non poter distinguere dove sia ghiaccio vivo e dove neve morbida appena discesa. Ebbene tutto questo caleidoscopio continuamente cangiante, si è spento ormai ed una coltre nera di velluto scuro ha coperto ogni cosa appiattendone l'aspetto e trasformandola in una landa sconosciuta e inquietante. Il cielo è senza stelle e neppure la luna, con la sua presenza complice ed amica, è comparsa. Sono avvolto dall'oscurità piena di questo mondo antico che risuona di storie lontane, di fantasmi e di geni maligni. Vicino a me il vecchio padrone della guesthouse, è seduto e si accarezza la lunga barba nera. Mi sorride, complice, come se comprendesse i miei pensieri, come se volesse dissipare i miei dubbi, le mie paure di anziano al suo pari, forse addirittura più di lui, condividendo una consolazione tra uomini uguali, se pur apparentemente così lontani, ma nella realtà uniti da una stessa appartenenza umana. Non abbiamo detto niente, non abbiamo, credo, un linguaggio comune, ma il contatto è andato al di là delle parole. Tiro su il bavero della giacca a vento, per ripararmi dai soffi velenosi e gelati che arrivano da ovest e rientro nel silenzio ovattato della notte; lascio le scarpe all'ingresso come si usa da queste parti e trovo la strada sugli spessi e caldi tappeti colorati, fino alla mia stanza, in attesa dell'arrivo del nuovo giorno.




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