giovedì 26 febbraio 2026

Mau 8 - Ritorno a Cinguetti

Biblioteca Abbot - Cinguetti - Maurirania - gennaio 2026

 

una custode
Eccoci dunque di nuovo qui, nella antica capitale del deserto, nella città sapiente, Cinguetti, che custodiva la saggezza degli studiosi di mille anni fa e che, successivamente per secoli e secoli, qui è stata custodita con cura affinché tutto il sapere del mondo fosse a disposizione di chi volesse venire fin qui a studiare, a mandare a memoria, a portare con sé la conoscenza per condurla poi in giro per il resto del mondo, perché la conoscenza è un patrimonio universale di tutti e soprattutto non impoverisce chi la dona, come recita un versetto posto all'insegna delle porte. Arriviamo in città da quello stesso lato dal quale l'avevo lasciata quasi un anno fa, nel cuore della notte, di certo con un altro spirito e anche con un certo senso di rivalsa, rispetto a quanto era successo. Ah, città malevola, volevi impedirmi di stare qui, di continuare a scavare tra queste sabbie antiche, hai voluto darmi una lezione con la forza, quasi a volermi punire per il mio ardire di volerti conoscere più intimamente, quasi non avessi messo in tutto ciò il dovuto rispetto e io invece sono di nuovo qui, forse per dimostrati che non era solamente un capriccio, una voglia passeggera, ma una volontà precisa e quindi eccomi arrivato, di nuovo a chiedere il permesso di vedere, di cercare di comprendere i tuoi segreti, città dei saggi, città dai muri segnati e corrosi dallo spirare delle sabbie. quasi adagiata nel cuore del deserto, forse ormai agonizzante ed in attesa di essere sepolta tra di esse. 

La biblioteca di Ahmed Mahmoud
Ecco, abbiamo già passato la città antica, quella nata 1300 anni fa e ora miseramente e completamente sepolta dalle ondate delle dune che spingono impietose e tutto ricoprono e a nulla vale opporsi nel tentativo di salvare case, orticelli e stalle. A poco a poco come una palude vischiosa, la sabbia mobile spirando da ogni fessura, accumulandosi contro ogni barriera, entrata da ogni finestra abbandonata aperta, l'ha agevolmente superata, basta concederle il tempo necessario e ogni stanza è stata riempita e poi infine, tutto è rimasto sepolto sotto quella coltre morbida , gelata la notte e bollente di giorno, fino a che gli abitanti di quel tempo non hanno spostato ogni cosa più avanti, non hanno ceduto, non se ne sono andati, fuggiti attraverso quel deserto maligno che tuttavia era la loro casa, così hanno voluto dimostrare la loro resistenza e la nuova Cinguetti è sorta a solo qualche chilometro da quella antica e qui hanno spostato tutto, le case, le botteghe, gli animali e soprattutto le case del sapere, quelle biblioteche che l'avevano ormai resa famosa in tutta l'Africa. E qui tutto è rinato, gli studenti hanno cominciato a ritornare e ad abbeverarsi alla fonte della cultura che qui sgorgava copiosa e ogni carovana che tornava da un lungo viaggio, ha avuto l'obbligo di riportare a casa almeno un libro nuovo, perché quel mondo diventasse sempre più ricco e se questo non si poteva comprare, lo si doveva studiare a memoria e poi riscriverlo appena tornati a casa. 

Una tavoletta per scrivere
Questa era la Cinguetti di allora ed è ancora questa dove siamo arrivati e che da ormai un secolo sta subendo la sorte della sua progenitrice. Anche qui la sabbia, incessantemente, spietatamente, irrimediabilmente se la sta mangiando a poco a poco, prima conquistando le case più periferiche, dove i muretti di cinta sono stati abbattuti dalla spinta di questa sabbia apparentemente eterea e le case penetrate e violate nei loro ambienti più intimi che a poco a poco si stanno riempiendo, poi insinuandosi negli stretti vicoli verso il centro, riempiendo gli angoli tra muri e terreno, scavalcando muraccioli e riempiendo cortili, fino ad arrivare alle case del centro che irrimediabilmente saranno destinate ad essere sepolte come quelle di mille anni fa. Così per la terza volta, in una lotta millenaria in cui l'uomo si vuole misurare contro la natura, a chi sarà più testardo e resistente, la nuova Cinguetti, la terza, questa volta ad opera dei francesi, è sorta ancora sulla collina al di là dell'uadi secco che segna il fondo dell'ampia valle, dove dall'inizio del secolo scorso, cerca di affermarsi come una nuova possibilità. Una serie di cubi, architettonicamente più semplici e meno fascinosi di quelli del passato, che come tanti mattoncini di lego adesso ricoprono parte della altura, con spazi più larghi dettati dalle nuove necessità di mezzi meccanici diversi che si stavano affermando. 

Manoscritti
Di qui, nella seconda Cinguetti, invece a resistere tra le case in rovina, sono proprio le costruzioni antiche, la vecchia moschea e soprattutto le sedici biblioteche della tradizione, che oggi ne segnano l'anima. Siamo arrivati abbastanza presto e quindi andiamo subito a visitarne una, che non avevo avuto modo di vedere la scorsa volta. E' quella di Al Ahmed Mahmud, un arzillo vecchietto, discendente dal fondatore che le dà il nome, con una gran voglia di chiacchierare. La sua famiglia ha conservato per secoli questo piccolo tesoro di alcuni centinaia di volumi, fin dal 1600. Tra questi annovera un Corano dell'XI secolo vergato su pelle di antilope. Estrae i libri con grande cura, anche se il loro stato di conservazione non sembra dei migliori. Alcuni sono intaccati duramente dalle termiti, molti altri hanno i fogli consumati ai margini, con buchi vistosi. Molti sono di argomento religioso e altri soprattutto scientifici, di geometria, matematica e astronomia, uno dei pallini dell'epoca d'oro della cultura araba. Ma ce ne sono anche molti che raccolgono semplicemente poesie, di cui il nostro ospite è grande appassionato. Cosi comincia a recitare versi come questo, che mi ha colpito particolarmente: 

Anche con la guerra, anche nella notte, molto vicino alla morte, non ho dimenticato il tuo sorriso.


Nel cortile della Biblioteca
Forse si tratta di Gibran poeta di fine '800, ma non ne sono sicuro, anche l'intelligenza artificiale che ho consultato al riguardo non mi dà indicazioni certe. tuttavia questo amore per la poesia che mostrano i Mauritani in generale e anche il nostro amico Ahmed non si farà pregare ed esibirsi, recitandomi le sue preferite. e alcune addirittura composte da lui stesso, è davvero inaspettato ed interessante e pare molto diffuso tra questi popoli delle sabbie che forse hanno una formazione e attitudini culturali molto più profonde di quanto comunemente si creda, avvolti noi come sempre siamo, dai soliti pregiudizi. Il vecchio non vuole lasciarci andar via, il solo fatto di aver mostrato un vero interesse verso quello che ci ha mostrato e raccontato, lo ha reso ancora più loquace e desideroso di scambiare chiacchiere, Vuole che anch'io gli reciti una poesia e allora mi esibisco in Settembre, l'unica che ricordi ancora tutta a memoria e pare soddisfatto, ma forse voleva solamente controllare se il mio interesse verso quanto mi raccontava fosse solo una chiacchiera di facciata. Tira fuori allora da un armadio polveroso, alcuni oggetti antichi o forse solamente vecchi, ma quella che appare incuria, probabilmente è solo il frutto di un ambiente continuamente sovrastato dalla sabbia e dalla polvere, che si accumula negli angoli, sul pavimento di terra battuta che una vecchia donna continua inutilmente a scopare, come se fosse una condanna eterna che la costringe, mentre cerca di sopraffare la città tentando di ricoprirla per l'eternità. 

Il poeta
Il vecchio intanto ci mostra dei giochi ricavati da residui di ronchi di palma. Si riferiscono a schemi simili al gioco dell'oca in cui le pedine devono compiere un percorso per arrivare ad un punto finale, spinte non dal lancio di dadi come da noi, ma da numeri ricavati da bastoncini piatti che presentano due facce riconoscibili e che lanciati, danno un numero corrispondente alle facce positive che appaiono dopo la caduta e che corrisponderanno alle mosse da fare. Un gioco facilmente costruibile in maniera anche elegante se si dispone di questi materiali, ma fattibile anche solo disegnando una serie di buchetti in fila nella nuda sabbia, come vedremo più volte fare nei villaggi in cui passeremo. Il signor Ahmed non vuole lasciarci andare, continua a tirar fuori i libri che conserva, mostrandoci le, per lui importantissime notazioni a margine degli scritti, che evidentemente apponevano nei secoli passati, gli studenti che venivano fin qui da ogni parte dei regni africani, dal Marocco, dal Mali, dall'Algeria e fin dagli stati subsahariani. Alla fine vuole che almeno saliamo sul tetto della casa da dove si ha una bella vista delle case in rovina della città e della torre del minareto. Esco dalla casa di Ahmed pensieroso e memore di quanto già avevamo visto lo scorso anno, di sicuro affascinato. 

L'hotel Eden con gatto
Poi percorriamo a piedi i vicoli tra le case cadenti. Le porticine chiuse e sbarrate da complesse serrature di legno ad incastro che necessiterebbero per essere aperte di lunghe chiavi, sempre in  legno che si inseriscano ingegnosamente in una fessura laterale. I nostri piedi quasi affondano nella sabbia che va accumulandosi; passa un carrettino tirato da un piccolo asino, bisogna farsi da parte per lasciarlo passare tanto il vicolo è stretto. Il vecchio che lo conduce ci sorride. Chissà cosa pensa questa gente di questi esseri bardati con macchine fotografiche giganti appese al collo, che si aggirano per queste rovine in cerca di non si sa cosa. Forse questo rende loro orgogliosi di vivere in un luogo che desta interesse anche a chi vive così lontano e che magari fa parte di universi a loro sconosciuti e magari sognati. Non saprei, forse i giovani, ma questi sono tutti in città. Qui incontri solo anziani come me, che si trascinano verso casa in cerca di ombra dove sdraiarsi. Intanto che medito eccoci arrivati all'Hotel Eden, il luogo dove era avvenuto il fattaccio. Il ragazzo che ci accompagna si ricorda perfettamente della mia rovinosa caduta e di quanto era seguito e mi accompagna addirittura alla stessa camera di allora, quasi ad esorcizzare il ricordo. C'è giusto il tempo per sistemarci e poi fare onore al consueto riso, verdure e cammello che è il leit motif del nostro viaggio gastronomico. 

Il lavoro delle termiti
Un po' di riposo e poi via a ridare un'occhiata alla biblioteca Abbot, forse la più importante della città che contiene quasi duemila manoscritti e merita una seconda passata, anche se l'avevamo già visitata lo scorso anno. Il custode è sempre lo stesso, serissimo e compito nel suo estrarre i volumi che ritiene più interessanti da mostrare e proporceli uno alla volta girandone le pagine con grande delicatezza per non produrre danni, vista la evidente fragilità, che protegge, credo come tutti qui, con guanti di cotone bianco. Sono molto affascinato dalle paginette miniate con grandi spazi ricoperte da fitti arabeschi geometrici o da quelli che trasformano le lettere dell'alfabeto arabo vergate in elegante stile cufico  come prove di ornamentazione calligrafica. E poi le pagine in cui puoi capire la dimostrazione di teoremi di geometria, visto che queste figure sono le uniche comprensibili anche a noi. Ecco Pitagora, ecco altre figure che intersecano cerchi e triangoli trigonometrici. Il nostro custode, al contrario del suo collega di prima, è silenziosissimo e serio, fornisce scarne spiegazioni e vuol solo mostrare i suoi tesori, continuando ad estrali dalle sue scansie, queste decisamente più ordinate e protette in appositi contenitori. Qui ci sono stati studiosi europei che hanno digitalizzato parecchio tant'è che il tizio dispone anche di copie a colori delle pagine ritenute maggiormente interessanti. Certo che questa è una eredità davvero preziosa. Sarei proprio curioso di poter arrivare una volta a Timbuctu, dove si parla di altrettante e forse ancora più ricche biblioteche del deserto, che secondo alcuni ospiterebbero più di centomila volumi nel loro insieme. 

Trattato di geometria

Mai studiati, mai catalogati. Accumulati nel momento in cui la cultura araba e mediorientale era al suo apice assoluto e gli studiosi di questi paesi traducevano, conservavano e studiavano anche tutto quanto era rimasto della nostra cultura classica, arricchendola e portandola avanti, fino a che raggiunse per mille vie traverse le nostre abbazie medioevali nelle quali i nostri frati studiosi, hanno completato l'opera di recupero. Allora tutti questi monaci evidentemente conoscevano l'arabo e l'ebraico, oltre al greco e al latino, per poter proseguire questa opera di copia e di traduzione, che ha consentito la conservazione della cultura del nostro mondo. Opera a cui inconsapevolmente avranno anche di certo contribuito proprio quei mercanti che con le loro carovane andavano da un capo all'altro delle strade del mondo portando con sé, quando li trovavano, i libri, anche se forse non sapevano neppure leggere, ma erano consci del loro immenso valore. Di certo anche qui tra queste sabbie ci saranno opere che arrivano dalla Persia o da Samarcanda, transitate forse dalla Mecca, vergate da astronomi e poeti che avevano seduto accanto a Uluk Beg o a Tamerlano. Santo cielo, come si fa a non essere suggestionati da emozioni forti, quanto ti passano tra le mani e sotto gli occhi queste cose. E che fortuna abbiamo oggi a poterle ancora vedere ed apprezzare. c'è molto di che pensare e credo che anche il nostro ospite abbia capito il piacere che mi ha dato questo esservi ritornato per la seconda volta, tanto che mentre usciamo, abbassando la testa per non sbattere contro lo stipite basso, si scioglie in un largo sorriso di condiscendenza.   


Il minareto della moschea vecchia
Se ti è piaciuto questo post, ti potrebbero anche  interessare:

M18 - La forza del destino

martedì 24 febbraio 2026

Recensione: Cyngyz Ajtmatov - Occhio di cammello


Ecco una delle letture che consiglierei a chi volesse prepararsi un po' meglio ad un  viaggio nel fiabesco Kighizistan e dintorni, inclusa la famosa Pamir Highway, parte di quella via della seta percorsa dal nostro Marco Polo e che proprio per la sua difficoltà  logistica è rimasta un po' negletta nel mondo dei viaggiatori moderni. Questo autore kirghiso, Cyngyz Ajtmatov, il cui padre fu vittima di una purga staliniana nel 1938 e che ha cominciato a scrivere in lingua originale, già giovanissimo verso la fine degli anni '50 e successivamente in russo, è davvero interessante ed è attualmente riconosciuto come una delle voci più importanti di quel complesso universo letterario che ha accompagnato il crepuscolo dell'Unione Sovietica. La sua posizione, che lo rende del tutto particolare nel panorama di questo mondo lo situa in una posizione ugualmente distante dalla letteratura dai grandi affreschi di un Tolstoj o dalle introspezioni dell'anima Dostoevskiane, così come è parimenti lontanissimo dai temi di contrapposizione di un Solgenitsin, inserendosi invece in una sua dimensione di naivité in cui è totalmente compreso nello strapotere del fascino della natura che gli offre la sua terra, ben lontano quindi dalle necessità di trobonaggio sovietico in cui dovevano di certo soggiacere i suoi colleghi che aderivano a quel filone sovietistico che poco ha prodotto di memorabile, ma che era probabilmente indispensabile per trovare un posto nell'epoca. Ajtmatov è invece legato perdutamente alla sua terra, ai suoi paesaggi, ai laghi blu incastonati tra le montagne e i suoi temi rimangono fissati nell'ammirazione verso questo mondo pastorale e fatto di tradizioni antiche e nomadi, che certo non dovevano essere poi troppo graditi all'establishment del suo tempo, anche se poi, ha fatto in tempo ad essere assorbito nell'entourage di Gorbachov come ministro.  In questi suoi racconti, traspare completamente questa sua tenerezza descrittiva che narra storie apparentemente semplicissime nelle quali la protagonista assoluta rimane sempre la sua terra, nei suoi caratteri più poetici ed avvincenti, senza tuttavia mai cadere nel descrittivo oleografico e banale. Sempre avverti come l'autore colga l'anima di queste montagne e di questi pascoli infiniti. Sono miniature fatte di piccoli affreschi minuti, quadretti alla Segantini in cui respiri l'odore del fieno e risuonano lontani i canti dei pastori. Il grande lago Issik kul, specchio blu circondato dai picchi del Pamir, il tetto del mondo, è un altro protagonista assoluto, sempre presente bel racconto ed emblema di questa terra, che, devo dire la verità, non sto nella pelle di vedere. Occhio di cammello contiene quattro racconti in cui ti sembra di vedere l'autore che si guarda intorno con occhi di bambino e vive quella realtà pastorale, che comunque si interseca anche con quella che ai tempi doveva essere quella sovietica formando un insieme curioso ed allo stesso tempo avvincente. Consigliato.


lunedì 23 febbraio 2026

Mau 7 - L'oasi di M'Hairit


 Ahmed - Mautritania, gennaio 2026

Terjit
Il deserto ha tempi lenti, tutto sembra scorrere in una dimensione diversa, non senti l'affanno di arrivare. Anche le auto si muovono con una velocità differente rispetto allo standard delle strade asfaltate. Da quando ci siamo alzati, con calma, e salutato i ragazzi conosciuti ieri sera, ce ne siamo andati dall'oasi con i tempi delle carovane, prima si caricano le masserizie, si spengono i fuochi, va bene, qui solo metaforicamente, ci si dispone al viaggio da fare, poi adagio adagio si dispongono i dromedari per la partenza, nel nostro caso i pickup e poi finalmente si sale a bordo e si va. Siamo tornati indietro per un paio di chilometri, fino al passo che ci riporta sull'altopiano roccioso in cui si apriva la spaccatura e riprendiamo quella strada nel deserto di pietra scura, quella Route de Aoujeft, che conduce a sud per qualche altro chilometro, poi alla prima deviazione a sinistra prendiamo decisamente la direzione nord-est, che dovrebbe condurre fino all'oasi di M'Hairit, la più grande di questa regione, che è popolata saltuariamente da quasi 5000 persone. Il deserto cambia continuamente aspetto e forma, in questo caso ecco che di colpo, la pista si insinua in mezzo ad una serie di monticelli sabbiosi piuttosto grandi, sormontati da ciuffi di erba che nascondono l'orizzonte, i contrafforti delle montagne sono lontani, un altro paesaggio completamente diverso da quello a cui ci eravamo abituati. Questo deserto è continuamente mutevole e vario e ti presenta ogni volta facce nuove, da guardare con meraviglia, da ammirare mentre scorre intorno a noi. 

Il campeggio
Qui facciamo una certa fatica a procedere, la pista non si identifica e anche il nostro Brahim, che questi posti li conosce bene, fa chiaramente fatica a procedere e a dipanare il bandolo della matassa. E' tutta una giravolta su un terreno molto sabbioso e piuttosto cedevole, alla fine finiamo in quello che si può definire un vicolo cieco e bisogna tornare indietro facendo un lungo giro, insomma diciamolo chiaramente, ci simo persi! Ma no, tranquilli è solo che si sta cercando la via più semplice per arrivare al punto di interesse verso cui procedere. Arriviamo in un punto più elevato, da cui si scorgono meglio i dintorni e poi prendiamo decisi la direzione che va verso il margine della valle, fino ad infilarci in un canyon secondario dalle pareti basse di roccia rossastra. Dopo poco anche la pista finisce e si trasforma in un sentierino nel quale è concesso procedere solamente a piedi. Si sente chiaramente che la zona è molto più umida di quelle circostanti. Aumenta la presenza di palme e di salici, oltre che di arbusti verdi che chiaramente necessitano di acqua per crescere, in particolare quelle euforbiacee dalle foglie grasse e ricche di latice medicamentoso, utilizzatissime nella farmacopea tradizionale del continente. Tra l'erba ecco spuntare anche piccoli fiori gialli in quantità, segno evidente di una buona idratazione. Infatti ecco che in fondo al sentiero si apre la radura e compare un piccolo specchio d'acqua che si allunga fino alla spaccatura nella roccia da cui emerge la sorgente segnata sulle carte come Guelta, evidentemente ben conosciuta da chi transita da queste bande. 

La valle di M'Hairit
Basta guardare le reazioni dei nostri accompagnatori per capire qual è il rapporto tra le acque, se pur in minima presenza, qui siamo di fronte ad una minuscola pozza di acqua stagnate, e gli uomini delle sabbie. Brahim è davvero estasiato e sia aggira davanti al laghetto con ammirato entusiasmo, si insinua nelle fenditure alla ricerca del punto da cui sgocciola il filo di acqua, come se fosse una vena di oro prezioso, quale in effetti è quaggiù, poi si stende all'ombra in un anfratto e si gode il minuscolo ambiente circostanze, come se fosse il giardino dell'Eden. In effetti chi vive nel deserto non potrebbe vederlo in maniera diversa. Quindi bisogna avere ben chiaro qual è il rapporto tra l'acqua e gli uomini delle sabbie. Questo elemento ha la prevalenza su tutto il resto, lo stesso cibo, gli animali, la presenza della cosiddetta civiltà sono sempre secondari al topos dell'acqua e di quanto è legato a lei, basti vedere l'importanza di questo elemento nell'architettura islamica, che è predominante nelle vicinanze delle aree climaticamente desertiche, al pari dei mattoni o del marmo. Le fontane, i ruscelletti, i pozzi, i passaggi di cascatelle e specchi di acque sono considerati veri e propri elementi costitutivi nelle progettazioni dell'architettura di questi paesi e un palazzo di rilevante importanza non può non esporre anche ricche e fantasiose fontane, simbolo di abbondanza di questo elemento basico per la vita. 

La sorgente Guelta
Quindi in questi sconfinati territori, dove la mobile superficie sabbiosa o la roccia sterile che si stende fino all'estremo limite dell'orizzonte sono predominanti, i punti chiave che hanno una importanza basilare per tutti coloro che ci vivono, sono quelli che, trovandosi in particolari posizione favorite, nelle quali grazie alla confluenza di vene sotterranee o alla particolare vicinanza ad una falda che comunque spesso è abbastanza superficiale, riescono a far convergere l'umidità che, in qualunque forma si accumula nel tempo, formando pozze, sorgenti o comunque presentano la possibilità, con facili scavi, di produrre un pozzo per portare alla superficie il liquido che consente la vita. E questi punti formano una rete continua, che è alla base delle conoscenze primarie degli uomini del deserto, che tutti conoscono e che sono più importanti dei paesi e delle cittadine dell'intero territorio. Questa rete è la base delle carte geografiche mentali di questo mondo e sono conosciute da secoli, perché al di là dei sommovimenti che avvengono durante i rari momenti in cui si scatenano periodi piovosi, anche furiosi e distruttivi, che riempiono i letti enormi degli uadi. che serpeggiano in fondo a tutte le valli, trasformandoli in fiumi impetuosi, appena passata la buriana, poi tutto scompare e l'aridità riprende il sopravvento, salvo lasciare quei punti da tutti conosciuti, che consentono comunque il proseguimento della vita in questo mondo. 

Il sentiero
Brahim e Salek, ridono e scherzano come ragazzini felici, ci mostrano l'acqua chiara che si infila tra gli alberi, e anche Ahmed è eccitato dal luogo e manifesta piacere alla vista, continua a fare fotografie, parla con casa e mostra alla moglie e ai bambini la bellezza dello specchio di acqua ed il punto tra le rocce dove appena si sente il suo gorgogliare. Quale luogo può essere più bello di questo. Quasi dispiace andarsene, infatti ci avviamo sul sentiero per tornare alle macchine, lentamente, girando ogni tanto lo sguardo indietro, come manifestando il proprio dispiacimento nel lasciare il luogo delle delizie per tornare nel mondo della normalità, quella in cui il vivere è sofferenza e ricerca della soddisfazione delle necessità, mentre alle tue spalle, rimane l'Eden, il giardino delle delizie dove bastava allungare una mano e raccogliere un dattero se avevi fame, l'unico cibo che può soddisfare completamente il bisogno dell'uomo e poi stendersi e riposare ascoltando il griot del luogo che recita poesie antiche toccando con dita leggere le lunghe corde tese di una kora con la sua zucca istoriata e consumata dagli anni. Quando arriviamo alle macchine, del luogo magico non c'è più traccia, tu che ne ignoravi l'esistenza, neppure potevi immaginare di infilarti tra questi spazi, solo gli uomini delle sabbie, sotto il loro sorriso enigmatico li conoscono da millenni e per questo possono continuare a vivere qui. Poi, proseguendo, l'oasi di M'Hairit si apre e si allunga per chilometri. 

Euforbiacee
Questo è un luogo comunque isolato e difficile da raggiungere attraverso le piste difficili dell'Adrar e infatti proprio qui si è assistito all'inizio del secolo scorso al movimento di resistenza più difficile da reprimere e da controllare per i francesi invasori dell'Africa Occidentale, che vi si sono trovati di fronte fin dal 1902 e che è stata comunque l'ultima zona a cedere. Poi adagio adagio, le palme si diradano e le casupole vicino agli orticelli scompaiono e l'oasi finisce. Il deserto ormai ha ripreso il sopravvento, un terreno fatto di roccia nera e vulcanica, molto friabile che il sole e gli sbalzi termici delle temperature lavorano senza sosta, determinandone spaccature improvvise nei grandi massi grigi e grazie alla friabilità di questa roccia scistosa e all'apparenza fragile. La strada, essendosi spianato il territorio è diventata decisamente rettilinea e addirittura dopo qualche chilometro, appaiono lavori imponenti per la costruzione di un un moderna e importante viabilità. Mezzi di movimento terra al lavoro e una banchina sopraelevata di quella che sarà una nuova via di comunicazione, già abbastanza  a buon punto, visto che in alcuni tratti sono già in azione macchine per la bitumazione, mentre in altri  punti la tratta è interrotta per l'immissione di sottopassi per il passaggio delle acque nell'eventualità che queste arrivino fin qui. Su mezzi e baracche di servizio, se guardi con attenzione, compaiono anche se non molto visibili, caratteri e ideogrammi cinesi, testimonianza di chi mette soldi e interesse in queste opere. 

Cinguetti
In fondo se vogliamo avere occhi per vedere, la presenza cinese in Africa è da decenni particolarmente insinuata ed insistente e bisognerebbe che anche il nostro mondo se ne rendesse e ne tenesse conto, mettendo agli atti che noi, Europei, ne siamo al momento completamente fuori, purtroppo, checché se ne dica. Questo è molto grave perché l'Africa è vicino a noi e dei suoi problemi noi siamo i  primi ad essere investiti, mentre continuiamo a disinteressarcene salvo, poi al presentarsi dei problemi, metterci le mani dei capelli in cerca di soluzioni impossibili da trovare. Intanto noi procediamo anche se la strada è continuamente interrotta da questi colossali cantieri e noi siamo costretti a successive deviazioni, tra polverone e sobbalzi continui, col rammarico di vedere al nostro fianco, la carreggiata ormai quasi perfetta e solamente da bitumare, che corre rettilinea verso l'infinito, ma che non è ancora ovviamente transitabile. Ci sono almeno ancora una cinquantina di chilometri per la nostra meta di oggi e mentre procediamo diciamo pure a fatica, si alza il vento deciso e la polvere del deserto, comincia a sollevarsi nell'aria provocando una sorta di foschia anche piuttosto spessa e lattiginosa che impedisce di evadere e obbliga tutti a fasciarsi con cura con gli cheche o con gli altri tessuti che si ha a disposizione. Questo è il deserto. Noi stiamo rinserrati nella protezione delle auto, sbocconcellando datteri, mandarini e banane, che è sempre un bel mangiare, mentre si procede nella nebbia. Ormai è passato il mezzogiorno, quando raggiungiamo l'arteria che arriva da Atar e dopo poco, mentre la foschia un poco si dirada, compaiono tra le sabbie, gli abitati di terra e di roccia che ci raccontano di essere arrivati a Chinguetti, uno degli snodi più importanti nella storia dell'intero Sahara.



Se ti è piaciuto questo post, ti potrebbero anche  interessare:

M18 - La forza del destino

domenica 22 febbraio 2026

Mau 6 - L'oasi di Terjit

La valle di Toungat - Mauritania - gennaio 2026

 

Salek
Abbiamo lasciato Toungat e la grande valle si allarga a dismisura, le pareti nere si dilatano e si allontanano gradualmente fornendo alla pista che si snoda tra i piccoli gruppi di palmizi, delle quinte naturali che guidano il cammino, questa volta senza metterti dubbi, hai così solo il tempo di rimanere a guardare fuori lo spettacolo naturale delle rocce, della sabbia, delle palme, un'Africa da cartolina, quasi oleografica, un po' come quella che ci si immagina quando si cerca di raccontare questi luoghi. La velocità è bassa, comunque la sabbia impedisce di correre e ti dà ancora meglio il tempo per goderti il paesaggio. Poi, dopo un bel pezzo, tra sballottamento e curve e controcurve per ritrovare la pista, perdi il senso della distanza, il canyon finisce o perlomeno tutto si spiana e compare improvviso un simulacro di nastro di asfalto. Dovrebbe trattarsi della route de Aoujeft, dove subito incontriamo l'omonimo paesetto di casotte sparse che hanno sempre questa apparenza di abbandono che dà quel senso di destino inevitabile per quei paesi dove a poco a poco le tradizioni antiche sono destinate a scomparire, per lasciare posto all'inurbazione inarrestabile, dove i giovani accorrono per trovare opportunità di attaccarsi al treno del mondo di oggi, che ormai si può conoscere anche nelle oasi più sperdute, perché tutto può rimanere indietro ma non le comunicazioni, internet, i telefonini e poco prima la televisione. 

I canyon
Ormai anche le casupole riescono a procurarsi rudimentali pannelli solari a cui connettersi per ricaricare queste moderne lampade di Aladino, che possono mostrarti tutto il possibile che automaticamente diventa anche tutto il desiderabile e questo si può raggiungere solo nella grande città che ormai ospita più della metà degli abitanti del paese e che inevitabilmente continuerà a crescere. Certo questa mostruosa calamita che con il suo luccicore attrae morbosamente sempre più gente, non è tutto oro, anzi lì cominciano i problemi grossi e le difficoltà, che porteranno a delusioni e a drammi che di certo nelle oasi erano completamente sconosciute, ma questo è un cammino inevitabile, in cui il paese precipiterà come tutti gli altri hanno fatto, cercando la sua strada verso quello che comunque è il progresso. Intanto tutto quel mondo lontano e disperso tra le sabbie, continuerà la sua vita di ricordi, imbalsamato nelle tradizioni che rimarranno, tenute in vita e rifocolate ancora per un po' dagli anziani rimasti, almeno fino a quando resisteranno. Intanto per noi l'altopiano finisce e davanti a noi si apre un altro grande canyon che sprofonda in basso tra pareti altissime, rossastre e altrettanto scenografiche. Scendiamo una serie di tourniquet e in fondo alla valle, ecco le case di Terjit. Dopo le abitazioni abbarbicate sulla collinetta, la stradina prosegue più in basso verso la parte verdissima dell'oasi, così fitta di palme che si prosegue sulla pista quasi al buio, avvolti in un tunnel continuo di frasche rigogliose; senti decisamente l'umidità che si accumula nella parte più profonda e nascosta del palmeto. 

Verso la sorgente
Dietro un muretto il campeggio di Jemal, con le sue tende decisamente meno rustiche di quelle di ieri sera. Dopo aver mollato i bagagli, ci portano un sontuoso couscous col solito accompagnamento di carne e verdure, poi cerchiamo di approfittare della luce che ancora questa giornata ci regalerà e ci avviamo nel fitto del palmeto. La spaccatura tra le rocce infatti prosegue, lo stradino si restringe e le alte pareti che si innalzano intorno diventano sempre più alte, fino quasi a toccarsi, di fianco al sentiero, un ruscello gorgoglia e prosegue verso il basso, mentre noi risaliamo verso l'inizio della gola  dove sgorgano le due sorgenti che formano una serie di pozze successive dove sarebbe pure possibile fare il bagno. Arriviamo fino in fondo, le pareti rosso vivo intorno a noi sono diventate quasi scure per la poca luce che penetra dall'alto, mentre alla base le rientranze da dove sgocciolano le acque delle sorgenti che fuoriescono alla base del monte, sono coperte di muschi spessi e umidissimi. Un luogo assolutamente magico, un contrasto assoluto tra il deserto che si stende solo a poche centinaia di metri sopra di noi e questo spazio verde e gioioso di vita. Non è difficile immaginare il sentimento del carovaniere che arrivava qui dopo giorni di cammino tra le rocce e le sabbie. Il concetto di oasi non potrebbe essere meglio rappresentato che così. 

La fonte
Camminiamo intorno e restiamo un po' seduti davanti ad un piccolo specchio di acqua, questo è un luogo dove il tempo ha importanza minore rispetto ad altri, davvero potresti accumunarlo a certi luoghi dell'Oriente, dove esistono siti nei quali isolarsi appare come l'unico stato possibile del corpo e della mente. Solo silenzio, nessuno intorno a te, solo il gocciolare delle acque che colano dalle stalattiti della roccia e si raccolgono e frusciano via tra erbe acquatiche, dando un senso di pace così palpabile, che non ti viene certo voglia di andar via. Chissà cosa sarebbe essere qua in agosto, alla festa del Guetna, quella in cui arrivano dalla città tutti i parenti per la festa della raccolta dei datteri e in questa spaccatura ti puoi rifugiare per sfuggire all'aria rovente che aleggia all'intorno, vieni a riposare, a bagnarti nelle pozze e la sera a sentire la gente che canta e unirti ai balli a cui tutti partecipano con vigore e gioia spontanea; una festa collettiva che unisce tutti. E' chiaro come questo oggi, venga considerato ormai come luogo turistico per eccellenza, certo visitatori stranieri ce ne sono ancora molto pochi, ma pare che la società in vista di Nouakchott che dispone ormai di entrate consistenti, sembri prediligere i fine settimana quaggiù. Come cambiano i tempi, le oasi di passaggio trasformate forse in futuro in resort, chissà mai, potrebbe succedere. 

La sorgente
E' il mondo nuovo che avanza ragazzo, bisogna adeguarsi. Nel campeggio è arrivato nel frattempo  anche qualcun altro. Un gruppo di ragazzi, tra i quali un italiano, che vivono a Nouakchott, lei tedesca con un contratto di tre anni per una società tecnologica internazionale e che sono arrivati qui proprio per aver sentito parlare di questa oasi, come di una delle più belle del paese, con un gruppetto di amiche venute in visita dall'Europa. Lui vorrebbe iniziare una qualche attività turistica, visto che è un ottimo cuoco e pare già offra qualche posto letto nella capitale. Vi lascio il numero se qualcuno lo volesse contattare (Simone: +420.792719669). Il mondo è pieno di gente interessante, si potrebbe dire. Ragazzi giovani, con tanta voglia di fare; intanto vanno a camminare un po', tanto per fare venir sera, risalendo la roccia per arrivare in cima alla scarpata, il trekking di montagna trova appassionati anche nel deserto. Noi invece prendiamo  le macchine e andiamo fino alla cima delle colline di fronte per godere del colpo d'occhio dell'oasi dall'alto. Certo nei punti più esposti il vento è sempre forte in questa stagione, è altrettanto vero però che non hai l'assillo della calura infernale che credo in piena estate arrivi attorno ai 50°C, che non è un grande divertimento, anche se sicuramente si tratta di una esperienza da provare almeno una volta nella vita. 

A Terjit
Quando poi scendiamo tra le case, subito arriva un gruppetto di ragazzini, che chiedono cadeaux, una delle male piante che il turismo lascia quando passa, forse inevitabile, forse un po' più controllabile se si gestisse il passaggio con un po' più di attenzione. Poi torniamo per la cena e si uniscono al gruppo anche due ragazzi tedeschi, saccopelisti classici che sono venuti fin qui soprattutto per proseguire l'avventura sul famoso treno della polvere di ferro, che in 18 ore taglia il deserto dall'interno del paese, dove si trova la miniera di questo minerale, fino alla costa. Si dicono perfettamente attrezzati, con protezioni ed occhialoni appositi. Che delizia stare a chiacchierare di esperienze di viaggio, sgranocchiando, o come si dice in questo caso, datteri deliziosi. Davvero questo frutto è un dono del cielo che arricchisce il deserto con la sua morbida dolcezza assoluta. Si chiacchiera fino a che non viene buio poi ci ritiriamo nelle nostre tende, con le coperte fornite da Ahmed. Ieri sera non le avevamo chieste, credendole di normale dotazione nelle tende ed i nostri non ce le avevano date, perché, a loro volta, pensavano che avessimo dei nostri sacchi a pelo, così nel nostro sacco lenzuolo, abbiamo per così dire battuto le brocchette, perché come si sa, nel deserto la notte è gelida. Invece questa notte è decisamente diversa, avvolti comodamente nelle pesanti e felpate trapuntone doppie. Poi di colpo, cala inevitabile la notte. Dormiremo al caldo finalmente. 

Chez Jemal


SURVIVAL KIT

Camping Chez Jemal , Oasi di Terjit - Comodissime tende molto spaziose all'interno dell'oasi, appena fuori dal paese, all'inizio del sentiero che porta alle sorgenti. I pasti vengono forniti in loco, nella norma. Buoni servizi, in linea con quelli di un campeggio di buon livello locale. Personale molto gentile. 


Se ti è piaciuto questo post, ti potrebbero anche  interessare:


M18 - La forza del destino

sabato 21 febbraio 2026

Mau 5 - La storia di Riccardo

Riccardo - Toungad - Mauritania - gennaio 2026

 

Sabbie di Azoueiga
Svegliarsi all'alba tra le sabbie, ha un che di magico, che importa se non sei abituato alle scomodità del campeggio selvaggio, per la verità, la famiglia che vive qui ha predisposto anche una sorta di baraccotto semichiuso con tanto di buco nel terreno, ma il deserto è grande e infilarsi tra gli arbusti dietro le dune è un attimo e poi non ci pensi più. Oltretutto non si sono fatti vivi neppure gli scorpioni, vuol dire che quello di ieri sera, è stato un episodio marginale da raccontare al ritorno e nulla più. Ci raduniamo attorno alle braci spente di ieri sera e sul piccolo tavolino ecco la sorpresa, assieme ai formaggini e al caffè solubile, un bel cilindro ammonticchiato di pancake appena fatti, con accanto un sontuoso barattolo di benedetta Nutella, che fa bella di mostra di sé, regina della tavola, trionfo della gola e delle reminiscenze patriottiche. C'è poco da fare, questa è una delle realtà italiane più famose nel mondo e non c'è luogo della terra per quanto sperduto o isolato che non ne disponga. Caro monsü  Ferrero, hai fatto una cosa grande e sarai sempre ricordato con orgoglio nazionalistico per questo; la Nutella l'abbiamo trovata dalla Mongolia a Ushuaia, dal Borneo all'Azerbaijan e direi che non è poco. Comunque noi, a pancia piena facciamo su baracca e burattini, come si dice e continuiamo a percorrere la cosiddetta Vallée blanche, un deserto di meravigliosa sabbia bianca come zucchero circondata dalle alte dune arancio che si stendono verso l'orizzonte. 

Capanne di nomadi
E' una goduria proseguire su questo terreno ondulatissimo, salire con fatica lungo il fianco della duna e poi arrivati sul sif, il confine netto come una lama che il vento forma sulla cima con un arco preciso che pare disegnato col compasso, buttarsi giù lungo il bordo successivo, quasi lasciandosi precipitare verso il basso trascinati dalla forza di gravità, sbandando di lato per poi riprendersi alla fine della discesa e proseguire mentre il motore ruggisce per mordere nuovamente nel punto dove la sabbia diventa più solida e consente di proseguire zigzagando tra i fondi dei uadi ed i bordi sassosi che emergono tra le sabbie. Il paesaggio è davvero superbo e di tanto in tanto emergono anche degli altipiani di roccia nera e friabile su cui si procede invece con cautela per non incocciare in pietrisco tagliente ed infido. Ci fermiamo in mezzo a queste dune bianchissime e curiosamente negli avvallamenti se scavi pochi centimetri con le mani, mentre i granelli finissimi ti scorrono tra le dita come fossero acqua, ecco che subito nello strato sottostante, compare quella stessa sabbia giallo ocra che ci circondava stamattina. Un fenomeno curioso e inspiegabile. Di tanto in tanto incontriamo qualche altro viaggiatore, ecco infatti un russo che percorre la nostra via, si ferma anche lui ad ammirare meravigliato quanto lo circonda, è di una città siberiana e dice che lì non si sentono molto gli incerti della guerra o forse non vuole sbilanciarsi troppo, comunque raccoglie anche lui la sua bottiglietta di sabbia, poi prosegue e subito lo perdiamo di vista. 

Deserto di pietra
Tu intanto continui a meravigliarti di come sia possibile procedere in questo territorio senza punti di riferimento con sicurezza assoluta senza perderti. E' pur vero che di tanto in tanto specialmente nei punti più selvatici spuntano delle balise, aste piantate nel terreno a segnare il tracciato di un qualche  simulacro di pista ma, credo tu debba avere una bella esperienza per seguire da solo questi itinerari. Alla fine però, chilometro dopo chilometro avverti che anche questo deserto non è poi così assolutamente deserto come sembra. Infatti basta che in qualche punto più affossato della valle o in qualche punto più riparato tra le dune, le condizioni consentano il formarsi di una certa umidità superficiale o la presenza di una qualche fascia di falda idrica più o meno ricca, consente il formarsi di piccoli o anche più vasti palmeti, quello che è l'idea dell'oasi, che in qualche modo permette di sopravvivere anche in questi luoghi estremi. E' assolutamente vero, la capacità di adattamento dell'uomo è straordinaria e qui basta guardare con attenzione e compaiono piccoli segni a malapena distinguibili che ti sfuggono se ti fermi distrattamente a considerare il paesaggio. Qualche palina arrugginita con una traccia di filo spinato ormai corroso e spezzato dal tempo o qualche animale sparso qua e là, segnalano inequivocabilmente la presenza di un luogo dove qualche pastore sorveglia il suo gregge o una tenda di nomadi è accampata al margine del palmeto quando comincia la stagione della raccolta dei datteri. 

Aisha
Il deserto insomma non è mai davvero deserto, casomai è un ponte per passare da un luogo all'altro, una giunzione tra ambienti diversi, di cui si conoscono, almeno per chi lo percorre abitualmente, le modalità per traversarla, per sopravvivervi senza problemi. Arriviamo su un dosso roccioso e nero che emerge al bordo di quella che potrebbe essere un grande, ma rado palmeto che si allunga senza mostrare la fine. Confuse con la roccia, qualche casupola di pietra si mostra solo se guardi con attenzione. La maggior parte sono in rovina e si confondono con la roccia di cui sono costruite, qualcun altra è ancora in piedi e forse saltuariamente abitata. Sul bordo del villaggio senza nome, un paio di donne hanno allungato uno straccio sul muracciolo di pietra ed espongono pochi oggetti, di un artigianato povero e ingenuo, collanine fatte con le pietre colorate trovate nei dintorni e poco altro, segno evidente che siamo su un itinerario percorso dai turisti. Compro una bella assicella intagliata, che veniva usata per formare i bordi dei basti per i dromedari. Mi piace perché è palesemente vecchia e in parte rovinata dall'uso e sono deliziato dagli eleganti intagli che la ricoprono tutta e la appenderò al muro, proprio sopra quella sella da cammello che avevo portato a casa da Turkmenistan anni fa. Già mi pregusto l'effetto, ma come vedremo in seguito il diavolo fa le pentole ma non i coperchi. 

il passo
Proseguiamo e dopo pochi chilometri siamo al cosiddetto passo di Tifoujar. segnalato anche qui, proprio sulla scarpata, dalla presenza di un gruppetto di nomadi in attesa del passaggio di qualcuno. Offrono sacchettini di datteri, dei quali Ahmed fa man bassa, non si sa mai che manchino i viveri e che ci serviranno di tanto in tanto per recuperare calorie durante la via. In realtà qui non c'è nessuna pista tra le sabbie gialle, ma semplicemente uno strapiombo di un centinaio di metri di profondità o anche più, al di là del quale le auto si buttano, si potrebbe assolutamente dire, nel vuoto, puntando il muso verso il basso e lasciandosi sprofondare nella sabbia mentre il peso ti trascina giù in maniera scomposta, come un toboga senza guida per una pista di neve fresca. Andiamo giù come barche nella cascata fino a che il motore ruggisce e le ruote sembrano mordere un poco nella sabbia mentre la pendenza si affievolisce a poco a poco e infine si arriva, non si sa come, in fondo senza danni, mentre le nere pareti incombono intorno a noi. Ci fermiamo alla base del baratro e a guardare in su, da dove siamo venuti, appare impossibile l'impresa, di certo è impensabile risalire da questa parte, ci sarà certa un'altra strada certamente. 

la pista
Eccoci allora in uno stretto canyon che prosegue tortuoso fino a che la Vallée blanche non si allarga di nuovo in una larghissima valle percorsa dalle tracce di un uadi che probabilmente ogni tanto viene invaso dalle acque piovane e che è un seguito di palmeti più o meno fitti punteggiati da paesini fatti a volte di poche case, altre di insediamenti un poco più popolosi. Scendiamo fino in fondo e prendiamo la pista che percorre questa sorta di fondo valle e che serpeggia tra i palmizi. Nei punti dove intravedi la maggiore presenza di acqua, vedi coltivazioni tra le piante, piccoli appezzamenti di cereali e orti coltivati con cura. Tra i tronchi di palma ci sono anche pozzi e serbatoi di contenimento, riempiti con pompe che regimano l'acqua che può essere portata alla superficie. Qualcuno lavora tra gli alberi, la stessa pista che serpeggia è circondata da palizzate fatte con le lunghe frasche secche delle palme, segno che la proprietà del terreno è molto curata e, come ci racconta Ahmed, al tempo del raccolto è grande festa per oltre un mese e dalla città, tutti i parenti sono chiamati qui a raccolta nelle oasi di origine della famiglia, per partecipare al raccolto del dattero, la ricchezza del deserto; qui si approfitterà per combinare ancora matrimoni e si faranno affari. La gente che rimane qui fuori stagione a manutenere l'oasi è formata di operai stipendiati, ma dobbiamo ricordare che in Mauritania fino all'inizio del secolo scorso nelle campagne vigeva ancora un rapporto tra lavoratori e proprietari, di semischiavitù, forma che questo paese è stato l'ultimo ad abolire definitivamente anche se questi lavoratori della terra sono sempre rimasti in fondo alla scala sociale. 

Toungad
Arriviamo infine a Toungad, una vera e propria cittadina che appare però in questo momento semideserta e che si popola solamente tra agosto e ottobre come già detto. Come sembra le case sono costruite nell'area rocciosa fuori dal palmeto, su una specie di collinetta, che risaliamo e dalla quale puoi abbracciare tutto l'abitato, costituito da diverse specie di costruzioni, capanne rotonde a igloo fatte di rami e di foglie che vengono abitate solo in estate, in quanto permettendo lo scorrere dell'aria, sono più fresche durante i mesi più torridi; poi altre dalla stessa forma ma in pietra con il solo tetto di rami  e poi casette cubiche di muratura, evidentemente più moderne anche se molto piccole. Tra i sentierini che entrano tra le case, non incontriamo nessuno e anche dalla terrazza sommitale da cui abbracci tutta la valle, non si vede anima viva, quei pochi che stanno qui sono negli orti a lavorare. Tuttavia il colpo d'occhio è molto bello. Scendiamo tra le case e proseguiamo fino al bordo dell'oasi e dopo l'ennesima curva entriamo nel cortile spazioso di una casa, chiuso in fondo da una grande tenda. E' la casa di Riccardo, una sosta obbligata ormai per chi percorre questo itinerario. Riccardo infatti è un personaggio ormai noto, raccontato anche da alcune fortunate trasmissioni televisive, la cui curiosa storia attira molti a trovarlo qui, quasi fosse un pellegrinaggio. 

la valle
In effetti la sua vita è stata interessante e merita di essere raccontata. Fotografo di moda, trascorreva i suoi anni di lavoro tra Roma e Los Angeles per immortalare modelle famose e vestiti di haute couture, quando, abbondantemente dopo i cinquanta, per tirarsi fuori da un divorzio pesante che lo aveva toccato duramente nel suo equilibrio psicologico, decise di viaggiare per il mondo in luoghi poco battuti per tirarsi fuori la depressione che lo stava segnando. Allora il mondo, periodo in cui l'overturism non era ancora un problema e pochi si avventuravano al di fuori degli itinerari più classici, offriva a chi cercasse un poco di avventura, tante mete di eccezionale interesse e il nostro Riccardo ne percorse parecchie, per sgombrare la mente dai fantasmi più fastidiosi. Comunque dopo un po' di peregrinazioni nei luoghi più sperduti del pianeta e giunto sulla soglia dei 60, eccolo che attraversa il deserto della Mauritania con un viaggio faticoso e appassionante che lo conduce in questa valle perduta, quando, fermatosi davanti in questa oasi sconosciuta per passare la notte, vinto dalla bellezza del luogo, eccolo diventare protagonista di un incontro da romanzo di appendice. Lì, davanti al pozzo più isolato del villaggio, dove il nostro aveva montato la sua tenda, è andata come tutte le mattine a prendere una brocca di acqua, una ragazza di una bellezza straordinaria. Si guardano, gli occhi di lei lo vedono e quell'acqua non vuole venir su dal pozzo. 

capretto
Verrebbe da dire col sommo poeta, quel giorno più non vi leggemmo avante..., ma intanto una scintilla è scoccata, la freccia di Cupido è stata scagliata senza possibilità di recupero e lo ha trafitto irrimediabilmente. Riccardo si ferma nell'oasi nei giorni successivi, parla coi fratelli, che alla fine lo accettano, sposa la ragazza e si ferma lì definitivamente. Adesso sono passati oltre quindici anni, lui ha assunto la cittadinanza mauritana e intanto sono nate tre figlie bellissime. All'inizio aveva aperto un piccolo ristorante con un socio italiano, ma si sa che le società è meglio farle in numero dispari minore di tre e quindi ora Riccardo, che tra l'altro non è neppure in perfetta salute e cammina a fatica, fornisce qualche servizio turistico nell'oasi, dispone di quattro posti letto, di cui vi invito ad usufruire se passerete di lì e vive tranquillamente la sua vita, offrendo un tè a chi lo viene a trovare e nell'ulteriore occasione, senza stancarsi dell'insistenza, ripete loro la sua storia, mentre la moglie in fondo al cortile, porta in cucina gli ortaggi che arrivano dall'oasi, vicino al famoso pozzo. Ha davvero una espressione serena e soddisfatta, Riccardo, mentre, probabilmente per l'ennesima volta, racconta questi scampoli della sua vita al passeggere di turno. Forse riuscire a trovare la propria dimensione in un ambito così lontano da quello che avevi pianificato all'inizio della tua vita, è il segreto per essere completamente soddisfatti e per avere avuto una esistenza degna di essere vissuta. Il capretto nato da pochi giorni, cerca di uscire all
'aperto della tenda mentre fuori, un asinello si avvicina all'abbeveratoio ciondolando le lunghe orecchie.

a casa di Riccardo

Se ti è piaciuto questo post, ti potrebbero anche  interessare:



M18 - La forza del destino

Where I've been - Ancora troppi spazi bianchi!!! Siamo a 122 (a seconda dei calcoli) su 250!