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| Il fiume Oxus - Tajikistan - giugno 2026 |
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| Il passo |
La strada comincia a salire decisa ed il paesaggio da collinare si trasforma in una serie di montagne rudi e severe che disegnano un fondale di selvatica bellezza; contemporaneamente comincia a piovere con decisione e anche se la strada è ancora asfaltata, l'acqua che corre di traverso, fa sempre una certa impressione, anche perché porta sempre con sé una notevole quantità di scarichi di pietre e di roccia che le pareti lasciano andare volentieri sotto di sé e fino a che si tratta di sassolini, passi, ma alcuni massi di proporzioni colossali che sono ai margini quando non alcuni addirittura in mezzo alla strada, da qualche parte devono pure essere caduti. Poi comincia una serie di tourniquet che in pochi chilometri portano ai 2100 metri del passo di Shurubod, che, visto che si parla di Pamir a cui ci stiamo ormai avvicinando, è una quota talmente bassa che non vale la pena neppure di metterci un cartello che segnali lo scollinamento. Ne hai contezza solamente dal posto di blocco della regione autonoma del Gorno- Badakhshan che controlla passaporti e i permessi di transito, visto che di qui all'Afganistan è solo un tiro di schioppo, nell'accezione più reale delle parole stesse, visto che tra i due paesi ancora non siamo ad un punto di chiarificazione definitivo e ogni tanto qualche schioppettata parte davvero.
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| Pastore |
Noi siamo a posto, timbri e controtimbri, sulle nostre carte sono stati apposti regolarmente e quindi si passa senza problemi. Dopo il colle comincia una leggera discesa, ma qui l'acqua comincia a venir giù come se la gettassero con le tinozze e il cielo è diventato talmente scuro che procediamo molto lentamente cercando di non far danno. Ci fermiamo una prima volta, siamo bloccati da un gregge gigantesco di capre e pecore formato da migliaia di capi accompagnati da pastori a cavallo, che occupano completamente la strada. Bisogna aspettare che passino tutte, non ci sono dubbi, visto che occupano completamente la sede stradale belando e stringendosi attorno alla nostra macchina quasi per soffocarla. Strisciano sulle fiancate con la loro lana marrone scuro, riccia e spessa, come quelle pellicce che andavano di moda da noi ai tempi della mia mamma e si chiamavano i persiani o pellicce di astrakan. A poco a poco passano tutte, una serie di belati infiniti che sembrano chiedere aiuto, mentre i cavalieri ci salutano con un cenno agitando il lungo bastone da buttero. Intanto adesso piove che dio la manda, si sono aperte le cataratte del cielo e avanziamo a fatica.
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| il gregge |
La strada è diventata un vero e proprio torrente e ad un certo punto, ecco che arriviamo ad un punto dove un avvallamento e un canalone laterale che arriva da monte, ha rilasciato una vera e propria frana che ha invaso la strada di terra, fango e pietrisco, anche di una buona pezzatura. Niente da fare qui non si passa, alcuni macigni sono talmente grossi che la macchina non è in grado di scavalcarli, oltre a ciò il rivo d'acqua che ha accompagnato la frana continua a scendere con una certa intensità e sconsiglia di tentare l'avventura anche perché potrebbe d'un tratto, proprio mentre si tenta di attraversare il guado, rovesciarsi di colpo trascinando a valle chissà quale massa di materiali. Rimaniamo un po' a guardare cosa succede. Al di là della barriera, un altro paio di macchine e un camion aspettano anch'essi il da farsi, senza correre rischi. I passeggeri girano qua e là senza sapere cosa fare, nell'incertezza di dover rimanere qua senza sapere quando si risolve la situazione. Potremmo rimanere bloccati qui per tutto il giorno o forse più. Jamshed decide di fare marcia indietro per vedere a monte come si mette la situazione, ma dopo meno di un chilometro e un paio di curve, sulla strada che abbiamo appena percorso, ecco la bella sorpresa, un'altra franetta ha bloccato la strada anche lì e quindi siamo chiusi in mezzo ai due smottamenti senza la possibilità di uscirne fuori.
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| La frana |
C'è da cominciare a preoccuparsi. Torniamo giù nella nostra direzione, mentre la pioggia sembra calmarsi. La frana intanto è percorsa dai vari passeggeri delle auto in attesa che rimuginano il da farsi e dell'eventuale possibilità di spostare un po' di pietre con le mani, al fine di fare un passaggio per tentare di superare l'ostacolo, cosa che si rivela subito impossibile anche con la più grande buona volontà. Nel frattempo dall'altra parte ecco arrivare un macchinone tutto lampeggianti rossi e blu. Si tratta nientemeno che del responsabile della agibilità stradale della zona che sta pattugliando il percorso, visto che evidentemente queste situazioni sono di certo frequenti. Dopo un po' arriva la voce che dal vicino paese che pare disti pochissimi chilometri, stia per arrivare qualcuno. Infatti passano solamente pochi minuti ed ecco arrivare una dopo l'altra ben due grandi pale meccaniche su ruote, che cominciano ad aggredire la frana, spostando fango e pietrame sul fianco fino a creare un varco percorribile, anche se con una certa attenzione. Intanto ha smesso di piovere, cosa che oltre a rincuorare, tranquillizza sul fatto di eventuali ulteriori torrenti di fanghiglia che dovessero arrivare dal monte. Dopo un po' di andirivieni, la strada sembra fatta. Finalmente riusciamo a passare.
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| A monte |
Abbiamo perso in fondo solamente un'oretta e l'importante è che il problema sia stato risolto, anche se diciamocelo pure, su questa tipologia di territorio, queste cose debbono essere piuttosto frequenti. Ora scendiamo a precipizio nella valle che è proprio di fronte a noi. In fondo si vede il nastro d'argento del fiume Panj. Il fiume che scende direttamente dalle montagne del Pamir e segna per oltre 700 chilometri il confine con il vicino Afganistan e questa è la strada storica che unisce i due mondi del centro Asia. Da un lato la Sogdiana e i suoi deserti a nord, e che prosegue dividendosi poi in due rami, quella che risalendo le valli del Pamir, lo scavalca per scendere poi nelle immense piane del Taklamakan cinese, la Via delle Seta percorsa da Marco Polo e da tutti quei mercanti che commerciavano con l'Oriente e quella del sud che prese 2300 anni fa Alessandro per scendere alla conquista della valle dell'Indo, mentre al contrario la risalirono settecento anni dopo i monaci che portarono in Cina il Buddhismo. Un'unica strada, un tratto di terreno largo pochi metri, eppure da qui passarono tutti quelli che negli ultimi 2300 anni scrissero la storia. Una bella emozione non vi pare! Eccoci arrivati al Panj, un corso d'acqua quasi insignificante per le sue dimensioni, eppure così carico di storia da farti rimanere sulla sua riva destra a considerare l'altra pieno di pensieri.
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| I fianchi della montagna |
Non puoi fermarti qui davanti a quello che Alessandro e gli storici che scrissero le sue gesta, chiamavano Oxus, uno dei toponimi più celebri dell'antichità, quando si volevano anche solamente ricordare quali erano i confini del mondo. Di qui comincia la strada vera che ci accompagnerà per giorni, a risalire questa valle incantata e selvaggia, nella direzione di Qalikhumb. Di fronte a noi l'Afganistan, un paese alla vista gemello ed indistinguibile da quello che stiamo percorrendo. Stesso fiume, largo in alcuni tratti meno di 10 metri, dove l'acqua certo ruggisce più forte di quando le sponde si allontanano un poco e la lasciano respirare in un meandro più calmo e meno profondo, tale da far pensare di poterlo attraversare a piedi e sconfinare dall'altra parte. La frontiera, teorica, passa esattamente in mezzo e al di là, le stesse montagne, gli stessi campicelli coltivati disperatamente per non morire di inedia, gli stessi paesucoli fatti di case di fango pressato. Dopo pochi chilometri che abbiamo imboccato la strada che si snoda quasi a contatto col fiume si arriva ad un punto topico. Qui c'è un lungo ponte di ferro rugginoso che unisce le due sponde. E' uno dei punti di passaggio tra i due stati. Una frontiera secondaria e malaccorta, dove nella realtà non può passare nessuno, salvo gli abitanti locali.
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| L'Oxus |
Quelli che vanno al mercato che si tiene settimanalmente sull'altra sponda e neppure sempre, diciamo quando la situazione politica lo consente, tra i due paesi non si spara da un po' e la sbarra che divide inderogabilmente quello che i locali non riescono neppure a capire nelle sue motivazioni, visto che da millenni di lì si passa per andare al mercato, mentre adesso sarebbe vietato. Forse le montagne hanno cambiato aspetto? Forse l'acqua del fiume è di colore diverso, da quando Alessandro vi abbeverava i cavalli? I pesci hanno cambiato direzione o continuano da secoli a risalire il fiume? Di certo no, ma se quella maledetta sbarra è abbassata, adesso di lì non passi e così dobbiamo rinunciare anche noi, visto che su un cartello è scritto chiaramente in inglese: Passaggio vietato agli stranieri e noi di certo non siamo né Tajiki, né Afgani, almeno non possiamo qualificarci come tali. Quindi la mia speranza di mettere il piede in territorio afgano, per questa volta è stata vanificata. Tenteremo più avanti visto che come ho detto percorreremo questo confine per oltre 700 chilometri, ma, ahimè, ve lo anticipo, con lo stesso identico verdetto. Niente da fare. Se vuoi in Afganistan ci andrai per vie regolari e dalla porta principale, ma un'altra volta.
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| Il famoso cartello alla frontiera |
Per questa volta dovrò contentarmi del famoso cartello ҷи Афғонистон, davanti al quale sono d'obbligo le foto di rito, con la scritta quasi soffocata dagli adesivi dei turisti e dei viaggiatori che non resistono al lasciare un segno del loro passaggio. Intanto è quasi diventato scuro, avremo modo nei prossimi giorni di descrivere questa straordinaria strada e lo spettacolo che la accompagna al di là del fiume. Prendiamo una deviazione verso una valle laterale verso il monte, anch'essa segnata da un torrente dalle acque spumeggianti che discende verso il basso con un ruggito potente e raggiungiamo un gruppetto di case nascosto tra gli alberi. Il proprietario del nostro punto di appoggio per la notte ci aspetta, per nulla preoccupato per il ritardo, da queste parti gli orari sono un optional decisamente poco definibile, possono esserci talmente tanti incerti che quando si arriva, si arriva. Una grande tavolata sotto una terrazza sul fiume è già pronta che ci aspetta. Posiamo le nostre cose e intanto ecco che la signora arriva con la zuppa fumante e poi il pollo arrosto, le verdure e infine la frutta appena raccolta. Al vino ci ha pensato Jamshed quando siamo passati dalla fabbrica del cognac, ed ecco anche l'occasione per assaggiare le gambe di rabarbaro, meno amare di quel che pensavo ed intanto che stiamo qui a guardare l'acqua che si precipita nella forra verso il basso, lo stesso salto anche se certo l'acqua non è la stessa, che guardava Alessandro sognando le pianure dell'India, è venuta l'ora di andare a dormire.
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Un paese afgano
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SURVIVAL KIT
B&B ZING Hotel - Kalai khum - Piccolo B&B sulla strada laterale a sinistra del paese. Risalire per qualche chilometro La casa è segnalata sul torrente Humbob. Basico, nuovo, ma il padrone molto gentile. Si cena sulla terrazza sul fiume. Bel giardino. Il bagno nel corridoio, pulito.
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| Nel B&B |
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