giovedì 6 agosto 2026

Pam 37 - Osh, melting pot dell'Asia Centrale

bellezza kirghiza - Osh  - Kirghizistan - giugno 2026

 

La terrazza
Proprio così, siamo scesi a valle, mentre i pastori salgono al monte perché sta arrivando l'estate, forse anche perché noi cittadini non riusciamo a resistere al richiamo della città, delle auto, dei mercati, di quella che chiamiamo vita moderna che relega ad un passato lontano quella realtà agro-pastorale che forse qui in questo mondo, non è ancora completamente dimenticata, anche se diciamo la verità di giovani in montagna, non ce ne sono poi molti. Anche loro, forse, col poeta "han bevuto profondamente ai fonti alpestri che sapor d'acqua natia, rimanga nei cuori esuli a conforto e a lungo illuda la lor sete in via". Mah, qui ad Osh, credo preferiscano andare a farsi una bella birra fresca in un locale del centro o al limite una Coca zero, visto che qualche ragazza comincia a metter su anche qui, un po' troppa carne sui fianchi. Piacerà pure, ma le sirene delle influencer, ce ne sono anche qui state tranquilli, e gli stimoli delle televisioni sono più forti. Comunque sia, come vi ho detto, la via del Pamir è finita, le montagne sono ormai lontane, anche se la nostra via della seta continua, la Cina è troppo vicina e troppo intelligente per lasciarla morire, anzi, diciamo pure che è in pieno sviluppo ed i nuovi bracci delle ferrovie dei merci ad alta velocità, si stanno terminando anche in questi tratti laterali e presto la rete abbraccerà, in un bozzolo foriero di danari, tutti questi territori, ridando vita ad un fruttuoso rifiorire di scambi commerciali e via tutti contenti. 

il museo
Qui siamo ormai lontani dalle grandi montagne e dai pascoli verdeggianti e anche se è pur vero che il Kirghizistan si può ancora considerare una terra di seminomadi dediti all'allevamento del bestiame ed al commercio dei loro sottoprodotti, la realtà è che anche qui si cammina e il nostro mondo ed il suo modo di vita, non è più molto distante. Oggi lo dedicheremo tutto a conoscere un po' dal di dentro questa grande città. Cominciamo dal punto più famoso ed importante, non foss'altro per il fatto che il monte, l'enorme roccia piazzata al centro della città che la domina completamente, è meglio visitarla alla mattina, quando ancora la temperatura è clemente, mentre man mano che la giornata avanza, la scalata delle centinaia e centinaia di gradini, diventerebbe una vera e propria tortura. Non ci sono dubbi che la montagna sia uno di quei punti cruciali dove si indovinano linee di forza che qui si incrociano magicamente, portando a credenze di particolari poteri taumaturgici e salvifici di cui beneficiare solo salendone i sentieri, visitandone le grotte e così via. Da sempre infatti questa escrescenza, che domina la città come la gobba di un cammello che emerge dal suolo, ha attirato ogni credo religioso che abbia attecchito da queste parti, quindi non stupisce che anche oggi sia sede di costruzioni religiose. sparse sulla sua superficie. 

le grotte
D'altra parte gli insediamenti qui intorno risalgono ad oltre 3000 anni fa e sono state trovate alle sue pendici, testimonianze dell'età del bronzo, senza contare le leggende sul passaggio di Alessandro e di Salomone a cui si attribuisce anche il nome stesso della città. Tuttavia la curiosità più importante che lo caratterizza è il Museo che si è stabilito in epoca sovietica all'interno delle grotte che lo percorrono in lungo ed in largo come un gigantesco formicaio. I materiali esposti cominciano dal paleolitico e proseguono attraverso i ritrovamenti dell'epoca del bronzo e per tutte le epoche successive sino all'arrivo dell'Islam. Proseguiamo attraverso scale e scalette all'interno della montagna fino ad emergerne al di fuori, su una terrazza da cui puoi osservare la vista della città ai tuoi piedi. Sui fianchi del mondo c'è un grande cimitero con le cappelle delle varie famiglie in mattoni, attorno alle quali l'erba cresce rigogliosa in questa stagione ed è pieno di contadini che la sfalciano facendone grandi fasci da portare a valle per alimentare gli animali. Poi le scale si snodano attorno alla roccia per salire fino in cima. Per fortuna che saggiamente abbiamo scelto di fare la salita di prima mattina perché il sole comincia a mordere e quando arriviamo fino in cima è tutto uno sbuffare. Qui c'è una piccola cappella islamica, la Dom Babura. Siamo infatti nel punto dove Babur fece costruire un piccola moschea sentendo la sacralità della montagna, edificio più volte distrutto e ricostruito, da terremoti o da invasori di vario genere, non ultimo la misteriosa esplosione che la ridusse in frantumi nel 1960, secondo alcuni provocata dal regime per eliminare la "superstizione" islamica, visto che qui continuavano a convergere pellegrini da tutti i paesi vicini. 

il cimitero
Oggi è nuova e nella cappella trovate un custode uzbeko che, bardato da religioso, dispensa benedizioni dietro l'elargizione di piccole offerte. Qui siamo proprio in cima, vicino al punto dove svetta la bandiera rossa kirghiza, col simbolo giallo al centro che rappresenta la sommità della yurta. Poi scendiamo lentamente dalla parte in ombra fino al giardino che c'è alla base e che circonda una bella moschea, modernamente attrezzata, dalla futuristica cupola argentata, la Kurmanjan Datka. Entro nella grande sala di preghiera, che però al momento è completamente deserta, c'è solo un ragazzo che studia il Corano ciondolando isotonicamente il capo, mentre pronuncia i versetti delle sure. Faccio anche una visita ai servizi, più per necessità che per una mera curiosità e noto che sono assolutamente moderni e forse appena costruiti. Lì vicino invece c'è un piccolo museo di arte contemporanea kirghiza, che espone opere pittoriche di artisti recenti, che mi sembrano offrire un certo interesse con i loro colori ricchissimi e fantasiosi. Devo dire che gira gira, abbiamo passato tutta la mattina sulla montagna, speriamo di averne assorbite almeno le pulsioni spirituali che vanta. Sicuramente questa presenza incombente è uno dei motivi per il quale si attribuisce al sud del paese, di cui Osh rappresenta il punto focale, una certa qual maggiore predisposizione a scivolare verso l'estremismo religioso e c'è chi dice che negli ultimi anni da queste parti siano aumentate le barbette salafite e i fazzolettoni colorati delle donne abbiamo cominciato a mutarsi pian piano in niqab che lasciano visibili solamente gli occhi e a questo si attribuiscono anche i contrasti etnici che di tanto in tanto forniscono motivi di preoccupazione nel paese.

In particolare proprio qui nel sud, dove la proporzione tra kirghizi e uzbeki, è vicina al 50 % per non parlare dei molti tajiki e di tanti altri gruppi etnici presenti sul territorio dai kazaki, ai mongoli, ai russi e persino ai tedeschi, sembra che le tensioni siano sempre in agguato. Io non posso giudicare ovviamente se questo cambiamento ci sia stato o no e quanto sia stato importante, devo soltanto registrare al contrario, che le ragazze che circolano in città, sono vestite in maniera molto disinibita e sono vestite in maniera decisamente occidentale, anche con cortissime minigonne e pantaloncini corte, mentre molte coppiette nei parchi, sulle panchine si scambiano effusioni comuni a tutti i paesi occidentali senza preoccuparsi troppo dei giudizi di chi sta intorno. I vestiti molto tradizionali ed i veli, mi sembrano decisamente minoritari e comunque anche alla sera vedi gruppetti di ragazze e amiche che girano da sole senza problemi, quindi è probabile che queste sensazioni siano un po' sopravvalutate. Poi posso naturalmente sbagliarmi. Ma intanto qualche cosa bisognerà buttare sotto i denti ed eccoci così nel grandissimo parco centrale dove passiamo attraverso costruzioni finto tradizionali, come una curiosa yurta a tre piani, che espone vestiti tradizionali, per finire in un bellissimo ristorante all'aperto con i tavolini sparsi tra le siepi e le aiuole fiorite. 

spiedini
All'ingresso ci sono in esposizione, cataste di spiedini di tutte le specie, da quelli di montone a quelli di manzo e di pollo. Io ormai mi sono affezionato a quelli in cui i pezzi di carne sono foderati di lardo spesso che, nella fasi di cottura si scioglie insaporendo la carne e rendendola morbidissima al morso, una vera delizia. Sono i famosi o famigerati Shashlik napoleon, non so perché dedicati al condottiero corso, ma sono talmente buoni che ormai sono diventati la mia scelta obbligata. Ma la sorpresa è che qui vengono accompagnati da sgonfiotti di pasta fritta e dorata sicuramente in strutto o altro grasso animale e che diversamente non saprei assimilare se non al nostro gnocco fritto emiliano. Assolutamente identici e spettacolari da accompagnare allo spiedino di cui sopra. Ce ne facciamo una scorpacciata, visto che anche i miei accompagnatori sembrano apprezzare il piatto senza limitazioni quantitative, così almeno sembra. Abbiamo così bisogno di una sosta leggermente più lunga per sedimentare il quantitativo che siamo riusciti a ingurgitare in nemmeno un'oretta di lavoro. Devo dire la verità, che dopo non siamo riusciti a dedicare la giusta attenzione alla statua di Lenin che doveva essere poco lontano, un must della città, visto che viene spacciata come la più alta dell'Asia Centrale, anche se questa canzone l'abbiamo già sentita cantare e non una sola volta. 

la bandiera
Ma bisogna capire. Questi paesi, quando sono passati sotto il regime sovietico, erano soltanto terre di pastori poverissime, che il regime ha saputo nel tempo organizzare, alla sua maniera certamente, ma ottenendo risultati insospettabili e soprattutto con un deciso salto qualitativo e produttivo sia nel campo agricolo, dove sono state sfruttate in maniera finalmente moderna le potenzialità della fertilità agricola della valle di Fergana e delle altre zone dove era possibile praticare una agricoltura moderna e razionale, oltre al rilancio di una certa iniziale attività industriale, che ha provocato un innalzamento consistente del livello di vita generale della popolazione. Tutto questo ha lasciato, al disfacimento dell'impero, una certa qual nostalgia per il tempo che fu, quando tutto nel ricordo era semplice e alle cose pensava lo stato e anche diciamolo pure la scomparsa in un attimo di quel senso di grandezza, sfumato in pochi mesi con la dissoluzione dell'URSS, cosa che ha pur sempre toccato il senso di orgoglio della gente. Sentimento che in parte perdura tuttora, almeno così mi è sembrato di avvertire. Di tutto questo bisogna tenere conto quando si osservano questi residuati, ormai pochissimi a resistere, statue di Lenin e simili, mentre in tutto il resto dell'ex Unione Sovietica sono state tutte trionfalmente abbattute al grido di Allahu Akhbar, non dimentichiamolo!

gnocco fritto


SURVIVAL KIT

Cosa vedere a Osh - Forzatamente dati i normali ritmi di viaggio, non rimarrete a Osh che una giornata, col tempo tuttavia per vedere le cose principali che offre la città. Il punto più noto è la Sulaiman Too, (il trono di Salomone) la montagna sacra, patrimonio Unesco, che ne costituisce il punto attrattivo principale, verde in primavera, gialla a fine estate ed in autunno e bianca di neve in inverno. Ricoperta di sentieri e sentierini che consentono di percorrerla tutta, dal grande cimitero alla base, al museo sulla sommità, ai petroglifi millenari, agli insediamenti dell'età del bronzo e alle altre costruzioni sacre che la punteggiano. Naturalmente dedicate un po' di tempo, almeno un'oretta, al museo Storico e Archeologico nazionale, dove sono esposti in ordine cronologico tutti i ritrovamenti della montagna e dei dintorni. In cima al monte, c'è una cappelletta col santone e alla base una piccola moschea moderna ed una esposizione di quadri moderni. In città c'è anche la più alta statua di Lenin dell'Asia centrale. Altro punto da non perdere il Bazar, di nuova costruzione quasi fuori città molto grande e fornitissimo. Nel centro la parte interessante è costituita da molti mosaici celebrativi sovietici in buona parte opere di Aitiev. Infine i parchi che occupano buona parte della città estesi per chilometri lungo il fiume, cosparsi di chioschi, locali, parchi giochi e zone per rilassarsi popolatissimi a tutte le ore del giorno e soprattutto della sera. Se avete tempo mi dicono interessanti i vecchi quartieri uzbekhi della città, le mahalla, con porte, finestre e cornicioni di legno intagliato, antichi portali di moschee e artigiani al lavoro nelle botteghe, che vi illustreranno le diversità etniche cittadine. Da qui infatti si scatenarono i disordini tra gruppi etnici nel 2010 con centinaia di vittime, e forse i residui di quegli odi non sono stati ancora completamente digeriti e dimenticati, dato che qui almeno le frontiere furono tracciate in epoca staliniana almeno un po' a casaccio.

la moschea


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mercoledì 5 agosto 2026

Pam 36 - La via di Osh

La valle del Gourcha- Kirghizistan

 

Gli incontri che si fanno lungo la via, trasformano i viaggi, da semplici elenchi di paesaggi, cose, monumenti da inserire nella tua memoria, di certo importantissimi ed indispensabili a costruire l'esperienza di un percorso rendendolo significativo, in momenti di vita che difficilmente si riescono poi a dimenticare. Come se considerassimo di mangiare un magnifico piatto fatto di ingredienti particolari e qualitativamente ineccepibili, che tuttavia senza qualche tipo di condimento, rimarrebbero sciapi e privi di quel gusto particolare che te li farà ricordare, a volte per sempre. Per godere di questi incontri, ci vuole tempo, bisogna magari saper rinunciare a qualche cosa ma lasciarsi condurre dalla casualità, fermandosi a volte solamente a lato della strada; saper guardare negli occhi, scambiare anche solamente poche parole, sufficienti spesso a capire stati d'animo e caratteri, magari fermarsi ad ascoltare ed allora ecco che puoi portarti a casa una storia, una emozione, un momento che saprà darti molto, spesso molto di più di una foto frettolosa, anche se magari bellissima, come capita alle istantanee al volo. Come avrete capito, ho sempre cercato di privilegiare questi aspetti che poi, malamente, cerco di riportare in questi miei pensieri, certo altre penne ci vorrebbero, ma bisogna contentarsi. 

Quindi seguitemi ancora lungo le balze della valle del Goulcha, che scende tumultuoso in un teatro naturale di prati verdi e calanchi rosso fuoco, lungo i chilometri in cui la strada prosegue verso Osh. E' una strada di circa 280 chilometri, che tuttavia si riesce a percorrere abbastanza agevolmente perché non è certamente quella pista perduta tra gli altipiani che abbiamo percorso fino al confine. Ai nostri fianchi scorrono imponenti formazioni rocciose stratificate dai colori ocra e rossastri che si stringono sulla carreggiata. Questo è ormai il tratto terminale della Pamir Highway, tuttavia un percorso che sa ancora regalare scorci decisamente unici e meritevoli di ampie soste negli spazi che si allargano di fianco alla carreggiata per ammirarli con calma. Adesso la strada è ottima e l'asfalto rinnovato da non molto, la rende decisamente scorrevole, così che si procede abbastanza velocemente, così da poter inserire soste di tanto in tanto. Naturalmente è aumentato anche il traffico, soprattutto quello pesante ed è tutto un andirivieni di grandi camion sovraccarichi che non usano certo molta prudenza mentre percorrono la strada, sfrecciando ai cento all'ora, in particolare quando è rettilinea. Devo dire che raramente ho visto una strada con un paesaggio che presenta così grandi varietà di colori, di sfumature e di particolari erosioni. 

Ora sulla riva opposta del fiume appaiono una serie di erosioni verticali che precipitano a picco nell'acqua di colore grigio chiaro a contrasto col verde prato che le delimita superiormente, mentre poco dopo ecco un altro gruppo di colline rosso fuoco che da un lato si sfrangiano in un caleidoscopio di sfumature che passano tutte le gradazioni dell'ocra. E poi ancora rocce rosse che presentano intagli decisi, all'interno dei quali il gioco della luce e delle ombre disegnano anfratti, seghettature e disegni geometrici complicati e quasi troppo regolari per sembrare naturali. E coni e serie di piramidi rosate che terminano alla base circondate da boschi verdissimi, che ne nascondono le forme e le variazioni. Colline ripide dalle creste taglienti che scendono, viola cupo da un lato, precipitando diritte verso il fiume e coperte di prati verdi dall'altro, scendendo più mansuete verso le vallette laterali. Davvero un paesaggio così vario e particolarmente bello da lasciare senza parole; e dovunque armenti che brucano, mandrie in cammino verso la montagna in una transumanza propria di queste terre con animali continuamente in cerca di un pascolo migliore, più ricco e fresco dove trascorrere i mesi caldi che stanno per arrivare ad ingrassare beatamente per la gioia dei loro padroni. 

Di tanto in tanto incrociamo paesi molto simili tra di loro, ognuno dei quali segnato dalla cupola di una piccola moschea. Sembrano tutte progettate dalla stessa mano, salvo che il colore della copertura, anche se in semplice lamiera, è sempre di colore diverso, verde, dorata, azzurra, argento o blu, ma che in ogni caso funge da punto di attrazione dell'occhio che spazia sulle casette tutte uguali. Ci fermiamo forse proprio a Goulcha, una cittadina che prende il nome dal fiume, in un ristorante dall'apparenza pretenziosa, con una grande sala circolare e gli arredi nuovi, le poltroncine foderate con sontuose coperture siglate e le pareti coperte di fotografie che raccontano i personaggi importanti che si sono fermati a mangiare qui. Per contro il menù non è di certo più ricco di quelli sperimentati dalla buona volontà degli homestay di montagna. Poi riprendiamo il cammino anche se il panorama è adesso più "normale" se qualcosa può essere classificato come normale in questo oleografico paese. Lasciato il corso del Goulcha, la strada corre ancora lungo un fiumiciattolo dalle rive franose e dopo una decina di chilometri la strada riprende a salire verso l'alto. In pochissimo tempo riguadagniamo i 2260 metri del passo Chyiyrchyk, più complicato da scrivere che da pronunciare. Certo qui non siamo sui rilievi del Pamir, pur essendone lontani solo un centinaio di chilometri, ancora meno in linea d'aria, ma gli scoscendimenti e la tortuosità della strada non sembrano da meno. 

Sulla cima dello scollinamento ricoperto da prati verdissimi, c'è un vero e proprio punto di osservazione che domina i due lati del colle, con molte costruzioni destinate ai visitatori di passaggio. E anche da qui noti una certa differenza tra i due paesi che abbiamo attraversato. Decisamente il Kirghizistan, e lo vedremo distintamente anche nelle città, appare con un piccolo passo avanti rispetto al Tajikistan, anche se non troppo. Diciamo che probabilmente il secondo ha stentato un po' di più a riprendersi dai problemi provocati dalla guerra civile e sta andando di rincorsa a raggiungere il vicino. Il parco macchine appare qui un po' più recente, i negozi in città un poco più forniti e lussuosi, la gente un po' meglio messa, ma potrebbe essere solo una impressione esteriore e in effetti anche i dati economici ufficiali direbbero il contrario. Quassù però si fermano tutte le auto di passaggio e tutti scendono a dare un'occhiata alle bancarelle di souvenir e a buttare l'occhio dalla balconata sulla valle sottostante. Qui non ci sono più né appaiono all'orizzonte le montagne altissime dalle rocce aspre e nere incappucciate di bianco del Pamir, ma solamente colline ondulate e verdissime punteggiate di yurte bianche e di armenti al pascolo. Questo è il vero paesaggio che descrive il Kirghizistan. 

Aumentano in proporzione le facce larghe e schiacciate tipiche dei popoli della Mongolia e sempre proporzionalmente cresce il numero delle richieste di selfies che ci vengono fatte. Come giusto aderiamo volentieri e come è bello pensare a cosa racconteranno questi viaggiatori della domenica quando arrivati a casa, mostreranno le foto dai telefonini, ai parenti ed agli amici. Forse racconteranno di gente che viene da lontano per vedere le bellezze del loro paese e questo piccolo orgoglio soddisfatto che ognuno si porterà a casa sarà in fondo un piccolo premio anche per noi. Aumenta anche, per me che sono attento osservatore di queste cose, il numero delle dentature d'oro e non so se questo significhi una maggiore disponibilità di spesa o una semplice ostentazione. Scendendo dal passo, intanto la strada ripete la serie di curve e controcurve tra i prati, talmente belli da sembrare campi da golf, se non fosse per le schiere di animali che li popolano. Noti subito che molti gruppi di yurte non sono semplici abitazioni di pastori, ma campi in attesa di turisti ansiosi di sperimentare la vita bucolica tra le greggi. Ma quando la strada è scesa definitivamente in quella che è diventata quasi una pianura e corre rettilinea e senza intoppi salvo che per il traffico che diventa sempre più fitto ecco che appare alla destra un'area logistica della lunghezza di molti chilometri nella quale sono parcheggiati in attesa di carico o di scarico, decine di migliaia di TIR e poi compaiono bene impilate a costruire torri infinite altri migliaia e migliaia di container. 

La via della Seta, intendo quella che ha ormai sostituito definitivamente le carovane di Marco Polo, è ormai qui davanti a noi, certamente meno fascinosa e carica di profumi di incenso, ma certamente di altrettanta rilevanza economica e commerciale. Qui senti fluire il corso dei soldi e della valuta. Qui i camion cinesi si sono presi tutto lo spazio delle mandrie di yak, locali di ristoro e dispensatori di fast food occupano gli spazi, i nomi noti all'occidente colorano le insegne e anche se i tavoli sono occupati completamente da occhi a mandorla, il business che corre lungo la via è lo stesso, lo riconosci come uguale al nostro, non cambia nel tempo e neppure nello spazio. Alla fine, le case cominciano ad infittirsi ed i paesini cedono il posto alla continuità dell'abitato; ecco apparire la periferia di Osh, la seconda città del paese, quasi mezzo milione di abitanti, dominata proprio in mezzo alla città dal Trono di Sulayman, uno sperone di roccia che si eleva quasi nel suo centro e attorno al quale si estende la colata delle case. C'è poco da dire, qui finisce la mitica M41, quella Pamir highway che abbiamo percorso con un po' di fatica, ma che ci ha dato davvero tanto, così tanto da lasciarci in bocca il dispiacere che sia davvero finita. Certo ci sono ancora molte cose da fare e da vedere, state tranquilli che non vi mollo qui in mezzo al guado, ma quello che era il vero scopo del nostro cammino, può dirsi compiuto.

Pastore kirghizo


SURVIVAL KIT


Hotel Saratan
- 44 Gapar Aitiev str. Osh - Buona posizione centrale. Hotel apparentemente piuttosto nuovo, anzi nella parte esterna all'ingresso, ancora in costruzione. Nella realtà tanti problemini, tutti comunque risolti dal personale molto gentile. Camera non pronta, AC non funzionante, TV non funzionante, Phon senza la spina, asse del WC rotto. Insomma un po' di magagne, ma alla fine tutte risolte, con la buona volontà del personale. Free WiFi. Colazione piuttosto scarsa. Camere normali, la doppia a 35 €.


Paesi della valle

Il passo 
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Yurte

















martedì 4 agosto 2026

Pam 35 - La storia di Ulug Beg

Dopo il passo di Taldik - Kirghizistan - giugno 2026

 


Il passo di Taldik è vicinissimo ed i 500 metri circa di dislivello che ci separano dalla balconata, li saliamo in un attimo. Qui c'è una grande scritta che inneggia alla bellezza della valle che si apre davanti a noi. Quasi tutti si fermano per una foto o un selfie. Di qui in poi, la strada scende a precipizio in una serie di curve e controcurve a gomito che rappresentano uno dei paesaggi iconici del Kirghizistan. Sulla terrazza c'è anche un monumento al leopardo delle nevi, uno dei simboli del paese. Un attimo per godere della vista della strada dall'alto e poi giù a capofitto per scendere tra le balze mentre, in cielo è salito un sole piuttosto forte che rende i pascoli all'intorno di un verde smeraldino quasi commovente, mentre le pareti di terra che le piogge hanno scavato nel tempo forniscono un contrasto di un rosso così intenso da farlo apparire come dipinto. Cominciano ad apparire mandrie di bovini e di pecore. Una, particolarmente numerosa ci attraversa la strada. Io scendo dall'auto nel tentativo di mescolarmi agli animali per fare qualche foto ad effetto, ma le male bestie belanti non vogliono darmi soddisfazione e invece di circondarmi completamente come era il mio piano, per darmi un punto di vista fotografico migliore, mi evitano con accuratezza, scartandomi di lato e continuando a belare mentre mi sorpassano quasi con scherno. 


Al passo
Anche i pastori a cavallo che le accompagnano, ridono di gusto e mi fanno un cenno con la mano, mentre se ne vanno, risalendo la strada verso il passo. Man mano che scendiamo, i pascoli diventano se possibile, ancora più verdi e ricchi. Dopo l'ennesima curva a gomito ecco apparire un bel pianoro, con un paio di yurte bianche sullo sfondo; più in là, tre carrozzoni da cui emergono alti comignoli che fumano; vicino alla strada un gruppo di cavalle dai mantelli chiari e dalle lunghe criniere, brucano l'erba sotto il sole. Due ragazze con grandi grembiuloni rossi stanno mungendo le giumente che continuano a brucare tranquille, mentre i puledri nati da poco, vagano intorno e stanno coricati a terra, quasi non avessero la forza di tirarsi su, forse crucciandosi di quanto viene loro tolto. Qualcuno tira la corta cavezza a cui è stato legato perché non si allontani, mentre altri due ruzzano in tondo e si spingono, sollevando polvere e ciuffi di erba. Le ragazze sono entrambe molto carine ed eseguono il loro lavoro con la costante metodologia di chi è abituato ad praticarlo da tempo. Una tiene i capelli raccolti sotto un modernissimo cappellino con la visiera da tennista che esibisce una vistosa griffe similGucci. Dietro le sporge fuori un bel ciuffo di capelli biondi come l'oro, dall'apparenza tuttavia poco naturale. 

Munge la giumenta con colpetti precisi e secchi alla mammella magra, facendo schizzare il latte in un piccolo secchio di alluminio che gli ha porto un ragazzino, che è poi scappato via verso le yurte. Anche l'altra si dà da fare e passa da una cavalla all'altra, sembra infatti che questi animali abbiano una produttività molto modesta, e cela parte del viso sotto un foulard marchiato Fendi, che alla fine l'eleganza non può essere appannaggio solamente delle ragazze di città. Mentre la osservo lavorare mi butta qualche sguardo di sottecchi con i suoi bellissimi occhi dal taglio orientale. Il latte prodotto viene portato alle yurte, dove probabilmente qualcuno lo lavora. Di norma è conservato in contenitori di pelle di cavallo (detti Saba) e continuamente mescolati con un apposito bastone di legno duro, il Bishkek, nome curiosamente usato anche per la capitale del paese, anche se questa parola avrebbe assunto nel tempo un doppio senso decisamente volgare, ma non stiamo a formalizzarci troppo visto che sono cose comuni a tutte le lingue. Qui, grazie al suo contenuti di zuccheri, il latte fermenta fino a formare il Kumys (o Kymyz) una gradevole bevanda acidula, sui due/tre gradi alcolici che viene molto consumata nei pascoli estivi. 

Questo latte non può essere consumato fresco perché l'inizio della fermentazione provoca forti effetti lassativi assieme a borborigmi imbarazzanti, mentre bevuto appena munto e ancora tiepido, quando ancora viene chiamato Saamal, dispensa preziosi enzimi, immunoglobuline e vitamine, che hanno grandi effetti depurativi sul fegato, tanto che in periodo sovietico sorgevano da queste parti molti sanatori dove ci si sottoponeva alla suddetta cura disintossicante e Dio sa quanto i forti bevitori russi ne avessero bisogno! Anche qui sembra che il kumys prodotto nei pascoli di alta montagna (i jailoo) grazie ai profumi delle erbe primaverili sia di una fragranza del tutto particolare, si sa, col kumys di montagna il gusto ci guadagna. Con quello che si avanza, debitamente salato ed essiccato si fa un altro famoso prodotto tipico, il Qurt, ridotto in palline durissime che si conservano per mesi e vengono sgranocchiate come fonti vitaminiche e di minerali, durante le lunghe permanenze in quota, quando di norma la dieta è piuttosto povera e monotona. Ne abbiamo viste a montagne nei mercati, anche se quelle che si trovano comunemente sono prodotte da latte vaccino od ovino, mentre quelle di provenienza equina, rarissime, si trovano solo qui tra i pastori. In fondo al prato, un poco più lontano, un signore anziano con una barbetta rada e un cappellino tajiko sul cocuzzolo, sorveglia i lavori. 

Forse però la sua origine è kirghisa, visto che Jamshed gli parla in russo, lingua a cui risponde senza difficoltà. Si chiama Ulug Beg e suo padre anche lui pastore come suo nonno, gli diede questo nome proprio in onore al re timuride, grande guerriero, ma anche saggio, scienziato e poeta, una sorta di augurio per una vita non solamente asservita al lavoro nei pascoli. E infatti il nostro amico, della sua famiglia, è davvero orgoglioso. Ha avuto sei figli ed è riuscito a farli studiare tutti. Il maschio adesso fa l'urologo ad Osh, una figlia è medico, due sono insegnati di scuola superiore. Tutti sono sposati e gli hanno già dato ben 16 nipoti e quando lo dice, vedi che gli brillano gli occhi; ma tutti, in estate, tra maggio ed ottobre quando lui sale qui nei pascoli alti, che sono della sua famiglia da sempre, vengono sempre a dargli una mano, non appena possono. E poi ci sono gli animali. Infatti le giumente vanno munte cinque volte al giorno e non c'è molto tempo per riposare. Ci indica con orgoglio proprio il gruppo di quelle giumente, sono sedici, con un bello stallone nero che le tiene d'occhio da lontano, bestia fortunata, sottolinea, e ci strizza l'occhio divertito e ogni anno sono un bel numero di puledri da allevare e poi da vendere. 

E poi ci sono le sei vacche che stanno nel pascolo più in alto ed una cinquantina di capre che brucano sotto la sorveglianza di un nipote. Con quel latte fanno yogurt e kefir, la bevanda rinfrescante e leggermente frizzante e l'ayran, altra deliziosa bevanda che si ottiene emulsionando lo yogurt con acqua fresca di fonte e sale. Gli brillano gli occhi quando ci racconta queste cose, la sua vita in fondo, che ha trascorso su queste montagne, ma di certo non con l'ottusa testardaggine del pastore che si cura solamente dei suoi animali, ma con la continua volontà di far sì che i suoi figli avessero un futuro migliore, ricco soprattutto di cultura, dato che già suo padre gliene spiegava l'importanza e visto anche il nome che gli ha attribuito. Ha uno sguarda sereno, Ulug Beg, mentre ci accompagna verso le sue yurte, vorrebbe offrirci un po' del suo kumys, che assicura essere il migliore della valle o almeno qualche pallina di qurt, visto  che non vogliamo fermarci a mangiare con loro. Le ragazze continuano il loro lavoro e ci girano intorno guardandoci con curiosità, intanto dalle yurte sono uscite due bambine di una bellezza rara, paffute e coi pomini rosso fuoco, i capelli raccolti in due ciuffetti sbarazzini ai lati della testa, la scusa è di aiutare con i secchielli del latte, ma alla fine hanno occhi solo per noi, continuano a sorriderci in maniera disamante e a venirci dietro ridendo.

C'è un grande senso di pace qui intorno che è difficile da riprodurre a parole. Ulug Beg si guarda intorno misurando il suo mondo con la soddisfazione di chi ha avuto una vita piena e completa. Capisci che non è più importante per lui, quanto sarà il prezzo del kumys al mercato quest'anno o a quanto si venderanno i puledri. Lui aspetta solo che dalla città arrivino ora un figlio ora l'altra per sapere come va la scuola dei nipoti o se quello che ha fatto domanda per andare a studiare in Cina è stato accettato. Sgranocchia una pallina di qurt e dal modo in cui stringe gli occhi e sorride, piegando un poco la testa da un lato, comprendi la sua soddisfazione. E' contento anche di condividere queste parole, queste cose, questa esperienza con chi, straniero, passa di lì e si ferma a chiacchierare, curioso, in fondo dando valore alla sua esperienza, con la sua attenzione. Credo che Ulug Beg si senta felice di essere nato qui sui pascoli alti della Kyzyl Alaj. Di certo un posto magnifico per crescere. Quando lo saluto mi stringe la mano forte, come fanno i pastori e poi ci guarda salire in macchina e scendere la valle verso nord. Le ragazze lanciano un ultimo sguardo di fianco, le bambine gridano qualcosa agitando le caramelle che stringono nelle manine. Il pascolo verde brilla ancora di più, mentre il nitrito dello stallone nero si alza forte nella valle. 

Ulug Beg il pastore


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