lunedì 6 luglio 2026

Pam 13 - Città del passato

Le rovine di Panjakert antica - Tajikistan - giugno 2026

 

Le mura
Stiamo per lasciare la parte agevole del nostro percorso, per cui meglio partire con la macchina controllata al 100%, quindi mentre noi andremo con un taxi a vedere le rovine dell'antica città, la nostra auto va a farsi un buon controllo, in  modo che poi procederemo in tutta tranquillità. I resti della antica Panjakert, sono appena fuori dalla periferia, di fronte al fiume. Come abbiamo già detto il nome significa Pentapoli, un conglomerato di cinque insediamenti che controllavano la zona, anche se non esisteva ancora come centro di potere al passaggio di Alessandro, che proprio in questa zona, la valle di Zeravshan ebbe le resistenze più forti da parte delle tribù della Sogdiana e si fermò anche in una sorta di quartier generale presso il lago Iskanderkul, tra le montagne più alte, vicino al passo che abbiamo passato ieri. Iskander è il nome con cui è conosciuto Alessandro in Oriente e tutti i siti che lo ricordano portano questo nome. Tra l'altro sembra che proprio in questo lago perse la vita, affogandovi, il suo famoso cavallo Bucefalo, che secondo la leggenda è il progenitore di tutti i bellissimi cavalli che popolano la regione ancora oggi. Ma la nostra Panjakert, crebbe e diventò punto focale della zona solo qualche secolo dopo Cristo, diventando però subito una delle più importanti città-stato della Sogdiana, il regno iranico che governò tra il V e l'VIII secolo, diventando uno snodo fondamentale nella via della seta che si stava affermando come la più importante rotta delle carovane tra Oriente ed Occidente. 

Alcuni affreschi
Tuttavia, dopo la conquista Islamica del 722 d.C. l'insediamento fu progressivamente abbandonato e la città cadde nell'oblio, dando luogo a quella che fu chiamata anche la Pompei dell'Asia centrale, grazie allo stato di conservazione dei suoi edifici di mattoni di fango crudo ed alle espressioni artistiche che si nascondevano tra quei muri sbrecciati. Oggi, aggirarsi tra queste rovine, in cui riconosci le suddivisioni cittadine, i palazzi e le case, con le botteghe ormai ricoperte di strati di terra che l'erba cresciuta ha trasformato in monticelli da scalare, fino ad arrivare alle mura esterne dalle quali puoi vedere il fiume lontano che la delimitava, dà la stessa sensazione che si prova quando si calpestano le rovine di tutte le antiche città perdute. Una emozione che si concentra in quel senso di rumor di passi che ti seguono e che appaiono come il ricordo attutito di tutti i fantasmi che nel tempo ti hanno preceduto su quelle pietre. Par di udire il chiacchiericcio di quegli uomini di generazioni passate che contrattavano, che offrivano le loro merci, che vivevano tra queste mura, senza essere consci del futuro che avrebbe loro riservato la storia. Ora, visti così, passeggiandovi sulla sommità e buttando un occhio dall'alto, sembrano solamente un gruppo, sebbene consistente, di rovine che faticano a raccontare il loro passato, ma tra queste mura sono stati ritrovati affreschi di tale rilevanza artistica, da magnificare la zona come una delle maggiori scoperte archeologiche dell'Asia nel XX secolo. 

La cittadella
Le serie di dipinti che abbellivano le pareti di quello che doveva essere il palazzo reale, raccontano di un livello artistico senza pari, almeno per l'epoca e hanno la straordinaria caratteristica di mostrare uno stile cosmopolita assolutamente unico che presenta, con un inaspettato sincretismo culturale, accoppiati negli stessi riquadri, le linee morbide dei volti della coeva dinastia Tang cinese, la solennità delle pose delle figure dell'arte Sasanide persiana e dell'iconografia religiosa e gli stilemi dei richiami indiani e del mondo ellenistico. Davvero una serie straordinaria di storie che raccontano le vicende di cicli cavallereschi come quello di Rustam, ma anche scene di quotidianità, che mostrano la vita dell'epoca, banchetti e musicisti che mostrano gli strumenti di quei tempi, inclusi due straordinari giocatori di scacchi, forse la prima rappresentazione al mondo di questo gioco. Ma si vedono anche racconti di culture lontane, come la favola di Esopo della gallina delle uova d'oro o vicende del Panchatantra indiano, oltre ai famosi gemelli con la Lupa capitolina di cui vi ho già parlato. Dal punto di vista religioso, poi si vede una liberalità ed una tolleranza tale da rappresentare Dei di ogni credenza, da quelli zoroastriani, che all'epoca era la religione dominante della zona, a quelle buddhiste e la dea Nana sul leone e il dio del vento Veshparkar nelle sembianze di Shiva a cui era stato eretto un tempio in città per dar modo ai suoi seguaci che arrivavano dall'India di avere un spazio in cui pregare. 

Il palazzo di Sarazm
Diciamo che tutta la città assieme alla vicina necropoli, è una vera sorpresa e nell'adiacente piccolo museo, puoi vedere molti degli oggetti ritrovati negli scavi assieme ad una serie esplicativa degli affreschi riprodotti in copia, mentre gli originali sono stati trasportati in parte a San Pietroburgo ed in parte al museo dei Dushambé dove li potremo vedere tra qualche giorno. Di certo questi luoghi, anche se importantissimi dal punto di vista storico ed artistico, non possono avere, data la loro ubicazione, la rispondenza di visitatori che meriterebbero. In effetti ci siamo solo noi che ci aggiriamo lungo le vie parallele del centro della città per arrivare fino alla cittadella, in parte rimessa in piedi per farne apprezzare il perimetro e le torri e questa sensazione di assoluta solitudine, racconta quanto sia affascinante arrivare in questi luoghi quando ancora il turismo di massa, male necessario che non si può certo evitare, sia ancora lontano dall'arrivare. Sembra che quando giunsero gli arabi che in pratica spazzarono via la città, la maggior parte degli abitanti si adeguarono al nuovo vento e solo un gruppetto di irriducibili riuscirono a fuggire per le montagne, disperdendosi definitivamente tra queste valli solitarie ed irraggiungibili, sia per la quota che per le difficoltà di viverci e fondarono tre piccoli villaggi, ancora oggi esistenti, dove gli abitanti hanno mantenuto i tratti genetici della Grecia e dell'imprinting macedone, ancora oggi molto riconoscibile. 

La Principessa
Insomma gli eredi di Alessandro ancora vivono orgogliosamente qui a testimonianza di quell'epoca lontana che ha disegnato una storia memorabile ed irripetibile. Ma non è mica finita qui. Recuperata la macchina, se proseguiamo per una cinquantina di chilometri lungo il fiume tra frutteti e campi coltivati, arrivando quasi fino al confine uzbeko, al di là del quale in un soffio sei a Samarcanda, eccoci alle rovine di Sarazm, patrimonio Unesco dal 2010, il primo insediamento umano nella regione, un sito proto-urbano che risale a 5500 anni fa. Siamo davvero di fronte ad un punto critico della storia dell'umanità, quello in cui tribù di pastori nomadi, scendono dalle montagne circostanti e si mescolano ai gruppi di agricoltori della pianura per trasformarsi in comunità stanziali e dando vita ad una vera e  propria comunità che col tempo si sarebbe chiamata città. Qui si sviluppò dapprima uno dei più importanti centri per l'estrazione e la lavorazione dei metalli. Gli scavi hanno portato alla luce materiali molto vari tra rame, bronzo, piombo, oro e argento che mostrano capacità nelle fusioni davvero avanzate. Il luogo inoltre era già un centro commerciale di vasto raggio, che sfruttava una sorta di via della seta ante litteram, visto che sono stati ritrovati oggetti in avorio provenienti dalla valle dell'Indo, conchiglie dell'oceano Indiano, lapislazzuli afgani e manufatti dell'altopiano iranico. 

Alcuni dei gioielli della tomba
Il sito fu scoperto casualmente grazie al ritrovamento di un'ascia metallica, che adesso detiene il posto d'onore nel vicino museo, da parte di un agricoltore e nel 1976 iniziarono gli scavi da parte dei sovietici che portarono alla luce complessi residenziali, palazzi, templi del fuoco e magazzini per la conservazione delle derrate e le officine artigiane, che al momento si visitano in uno spazio di circa 150 ettari, in gruppi separati e protetti da ampie tettoie che li mettono al riparo dalle intemperie. Sono riconoscibili quattro strati successivi che testimoniano come questo sia uno dei più antichi punti di civilizzazione dell'Asia Centrale. Qui per lo meno non è prevalsa (ancora) la mania ricostruttiva per rendere le rovine più riconoscibili e "valorizzate", ma puoi vedere solamente le tracce perimetrali di edifici e case, mentre nel museo adiacente sono raccolti i ritrovamenti, tra i quali quello famosissimo della cosiddetta Principessa di Sarazm, uno scheletro completo del IV millennio a.C., rinvenuto in posizione fetale nello scavo di una tomba, con tutto il suo corredo funebre, che comprende una serie di ricchi gioielli di oro, bracciali in argento e marmo, collane di perline di pasta vitrea colorate, lapislazzuli e turchesi importati, che testimoniano della elevatissima qualità delle lavorazione degli artigiani della città. 

Bazar delle spezie - Panjakaert
Assieme ci sono anche gli scheletri di quello che potrebbero essere stati il marito e il figlio, privi di ornamenti particolari. Nel frattempo è arrivato mezzogiorno ed aggirarsi tra le rovine a quest'ora significa sempre sottostare a temperature infernali. Qui nella piana siamo ben al di sopra dei 35°C e cominciamo ad invidiare le temperature delle montagne e dell'altopiano che raggiungeremo nei prossimi giorni, così torniamo fino in città, per dare un'occhiata al bazar, che però è chiuso per disinfestazione e per questo gli giriamo intorno, dove comunque è affollato di banchi estemporanei che non vogliono perdere l'occasione comunque. Di fianco c'è una specie di mensa che serve quasi soltanto plof e poi more di gelso, che qui si trovano sempre in grande quantità, non ci facciamo pregare, diciamo che la fame te la levi comunque e il riso è sempre una mano santa per gli stomaci delicati. Poi potremo riprendere la strada con maggiore tranquillità.


SURVIVAL KIT 

L'area di Panjakert e la valle sono ricche di ritrovamenti di rovine di antiche città. Naturalmente le più comode sono visitabili lungo la strada. La più importante è Sarazm, come già detto sito Unesco, con ingresso al museo di 30 Somoni (il sito è invece gratis) calcolate almeno un'ora e cercate di arrivarci presto la mattina, per chi è con mezzi propri si può arrivare con la Marshrutka n. 8 dal mercato centrale o in taxi. Vicino alla città la vecchia Panjakert, con annesso museo, la città del ritrovamento dei famosi affreschi (ingresso 30 Somoni, museo più rovine). In città c'è anche un museo etnografico più completo e con maggiori reperti. Lungo la strada le rovine di Bungikhat, vicino al monumento della Lupa, ma dovrete fare una deviazione di un paio di km quando sarete a circa una quindicina di km da Istaravshan.

Plof


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sabato 4 luglio 2026

Pam 12 - La valle dello Zeravshan

Valle di Zeravshan - Sogdiana - Tajikistan - giugno 2026

 

Frutta secca
Beh, la storia dei gemelli dà indubbiamente da pensare, d'altra parte questa è una delle strade topiche del mondo, forse la più densa di incroci storici e culturali che ci siano mai state ed è logico che proprio qui si siano intrecciati i miti e le leggende dell'umanità intera. Poi alcuni topoi particolari, sono davvero propri di tutte le culture, quante volte ritrovi storie praticamente uguali, ripetute in Africa e contemporaneamente in Europa ed in America, senza stare a scomodare i tanti riferimenti ai vari diluvi universali, così come quelle riferite ad epici conquistatori o anche a storie locali come la nostra, da poveri Alessandrini (che non c'entriamo niente con Alessandro Magno, eh) del pastore Gagliaudo e della sua vacca, ritrovata pari pari nell'assedio dell'oasi algerina di Ourgla e della sua Regina Karana, che si comportò nello stesso modo. Ma noi qui proseguiamo lungo la valle e poi ci apprestiamo a salire di quota rapidamente per poi girare verso la catena montuosa del Turkestan di cui si vedono ormai le alte cime coperte di neve. Intanto la strada comincia a salire. Ci lasciamo alle spalle una miniera di carbone che occupa con una vena nera ben visibile al passaggio, tutto il fondovalle, ma non ci lasciamo certo dietro invece la scia di camion che cominciano assieme a noi a salire la strada che diventa subito ripida e scandita da una serie di tornanti che rendono più difficoltosa la guida. 

I tornanti dopo il passo
Per fortuna la strada è recente, costruita, ma non è neppure il caso di dirlo dai Cinesi, che hanno interessi tanto per gradire nella miniera. Per la verità la strada nuova è una vera mano santa perché invece di dover arrivare al tradizionale passo di Shakhristan, quello di una volta di 3379 metri, il nuovo percorso consente di abbreviare notevolmente il tragitto grazie al tunnel di 5,5 chilometri che ha abbassato la quota del passo a 2800 metri. Intanto bisogna ammettere che non tutte le ciambelle vengono col buco neanche a questi formidabili cinesi, infatti il tunnel a metà dello scavo, per un qualche errore interpretativo nello studio della perforazione è crollato, costringendo ad una correzione di percorso che fa fare al traforo una bella curva a metà, tuttavia l'opera è stata completata ugualmente nei 3 anni previsti, tanto per fare un paragone amaro con altri cantieri nostrani, che per carità, non crollano, ma ci mettono trent'anni per non essere ancora finiti. Ma questa è un'altra storia. Noi invece facciamo le foto di rito davanti all'ingresso e poi traversiamo e giù nel precipizio della valle successiva scavata in una V profonda dal fiume Zeravshan verso la nostra meta di oggi, la città di Panjakert, a pochi chilometri dal confine con l'Uzbekistan e dalla città di Samarcanda. 

Il temporale
La strada scende tra straordinarie rocce rosse, scabre e puntute, che paiono essere l'anticamera di un regno degli inferi: Ad ogni curva a gomito, puoi fermati su balconate aggentanti sulla valle a picco sotto di te e godere di panorami davvero stranianti sotto un cielo che sta diventando via via più imbronciato e scuro. Ad ogni slargo un banchetto pieno di frutta secca e palline di yogurt in attesa di clienti. Compriamo un po' di albicocche e di uvetta, casomai ci mancassero e tanto per far campare anche questi disperati che vivono sulla montagna, poi scendiamo a precipizio verso il basso, lungo la costa del monte, fino a raggiungere il livello del fiume che continua la sua corsa ruggendo, in un seguito di salti d'acqua spumeggianti. Intanto comincia a piovere deciso, qui pare siano frequenti questi temporali improvvisi che scendono dalla montagna e portano a valle fango e pietre. In effetti la strada è subito ricoperta da uno strato di acqua rossastra e in apparenza molto scivolosa, ma poi man mano che arriviamo alla base e giriamo nella grande valle verdeggiante, il diluvio si placa e procediamo verso occidente abbastanza tranquillamente. Alle nostre spalle, la montagna appare come una straordinaria serie di quinte che erosioni pesanti attraverso diverse ere geologiche hanno dato luogo a formazioni di rocce che appaiono come tagliate da giganteschi strumenti che anno messo a nudo una serie infinita di stratificazioni successive dai colori cangianti che fanno apparire il monte come una colossale torta a più strati, spigolosissima e dai tagli netti, i cui colori vengono magnificati dalla pioggia appena caduta che li accende, vivificando i diversi toni come se una secchiata d'acqua avesse appena tolto la polvere millenaria da un antico affresco appena riscoperto. 

Le montagne colorate
Di contro le montagne grigie che proseguono la grande valle sono di materiale più tenero, presentano una serie di calanchi successivi dalle forme arrotondate e morbidissime. Sotto il contrasto con il verde acceso dei campi coltivati e degli alberi da frutta non potrebbe essere più violento. Il fiume che adesso è diventato un nastro di argento che prosegue il suo cammino in meandri arrotondati e regolari, ha scavato a fondo il suo letto tra le pareti di terra e pietrisco. Gruppi di donne camminano lungo la strada portando sulla testa grandi fagotti di fienagione che nascondono i loro visi, gravando fino alle spalle. Noi ci fermiamo su una balconata di fronte ad un piccolo paese, Dar Dar, che si stende tra il verde dei pioppi sulla riva di fronte. Il colpo d'occhio tra le curve del fiume sotto di noi, le colline quasi nere a ridosso del paese e le pareti di roccia colorate riverberate dal sole che è uscito tra le nubi, è davvero superba. Non c'è che dire questa strada di per se stessa, al di là della sua storia e dei suoi reperti che ti presenta di volta in volta, è da sola uno spettacolo naturalistico che vale la pena di percorrerla e devo sottolineare che non siamo che all'inizio, stiamo percorrendola infatti nella sua parte meno osannata. Proseguiamo lungo la A377, la valle si allarga ancora e lascia più spazio alla vista che riesce a raggiungere schiere di monti più lontani; compulsando la carta si riesce ad individuarne almeno quattro oltre i 5000 metri dal Pik Zamok (Il Castello) di 5070 m. al Pik Chimtarga, il più alto della catena dei monti Fann con i suoi 5489 m. 

Calanchi
E poi questa è proprio la cosiddetta golden hour, la benedizione per i fotografi, per lo meno quelli bravi, quella in cui la luce diventa radente e illumina con raggi dorati il paesaggio che si staglia nitidamente contro il cielo. Insomma in questo momento non servirà neppure Photoshop per portare a casa delle belle immagini. La valle intanto si allarga ancora ed il fiume che era un nastro d'acqua tumultuoso che sembrava tutto voler portare via, è diventato un largo corso diviso in mille rivoli sinuosi, che a tratti si impaluda e si disperde in forre secondarie a separare paesi lontani. Qui Alessandro si sarà fermato, anche lui ne sono certo, avrà avuto qualche momento in cui la sua fame di conquista gli avrà dato tregua per poter fermarsi un momento e godere di questa bellezza. Ecco un altro paese, qui ecco uomini a gruppi e da soli, tutti con i lunghi pastrani grigi, che coprono quasi fino ai piedi, sul capo i tondi cappellini neri ricamati dalle mogli nei lunghi inverni nevosi, quando i lavori agricoli sono impossibili e ci si raccoglie inevitabilmente attorno alla stufa. I fianchi avvolti in scialli neri sfrangiati di bianco e punteggiati di ricami dorati. E' la veste funebre di queste valli e tutto il paese, la parte maschile almeno si dirige verso la casa del morto da dove è già partito il corteo. Il morto è posto su una sorta di barella lignea coperto di drappi e sostenuta da sei uomini, tutto il resto del paese segue in silenzio fino al cimitero, generalmente fuori del paese dove sorgono tombe più o meno complesse elevate in mattoni, come avremo modo di vedere spesso nel seguito del nostro viaggio. 

Pik Chimtarga
Adesso è un seguito di paesini, in uno di questi, dove evidentemente si fermano le macchine di passaggio, ci sono molti punti di ristoro, incuse le benedette istituzioni dei gabinetti pubblici, si sono organizzati per sopperire alla mancanza dei frigoriferi, per rinfrescare le bibite. Lungo la parete di roccia quasi verticale che incombono sulla strada, infatti scendono copiosi, rivoli d'acqua che vengono dall'alto del monte, sotto i quali i bancarellari hanno costruito una serie di scansie dove le bibite impilate, godono dello scroscio d'acqua continua che le investe e le rinfresca. A costo zero giustamente. Poco più in là, c'è la grande fabbrica che produce vini e distillati, di cui approfitteremo domani al passaggio, visto che ormai è chiusa. Bisogna ricordare infatti che l'uva è uno dei prodotti più famosi della valle e la sua lavorazione contribuisce a produrre materiali di alta qualità. Almeno così raccontano. Ma questo si vedrà più avanti. Noi intanto stiamo per arrivare a Panjakent (che significa 5 villaggi), una cittadina di circa 40.000 abitanti, un tempo una delle città chiave della Sogdiana, che ebbe il suo massimo splendore attorno al V sec. d.C. Non rimane per noi, che terminare la serata in un bellissimo locale sul fiume con piscine e cascate d'acqua, dove si mangiano spiedini deliziosi; io ormai mi sono appassionato alla versione Napoleon, quello con i tocchetti di carne lardellati di grasso, davvero imperdibili, mentre si gode della frescura della sera.

Il funerale


SURVIVAL KIT

Hotel Fariz - Borbadi Markazi Str. Panjakent - Nuovissimo posizione centrale, con AC, TV, frigo, acqua calda, Bagno perfetto e pulitissimo. Camera spaziosa con letto king. Free wifi- Doppia con colazione 35 €.


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venerdì 3 luglio 2026

Pam 11 - Dal Bazar ai gemelli

Il fabbro - Bazar di Istaravshan - Tajikistan - giugno 2026
 


Zucchero bianco
Naturalmente la zona del bazar è una delle più congestionate della città, comunque riusciamo a parcheggiare convenientemente proprio davanti all'area dei fabbri, uno dei punti più interessanti del mercato. Sono almeno una quindicina di officine con al centro piccole forge, mi dicono di struttura tradizionale, alimentate a carbone che lavorano i metalli per costruire strumenti agricoli, altre attrezzature metalliche e soprattutto lame di coltelli, oggetti per i quali la città è famosa. Diamo un'occhiata a qualcuno degli spazi dove si svolgono i lavori e tutti ci invitano subito ad entrare per osservare più da vicino come si svolgono le operazioni. Uno sta battendo una barretta di ferro per formare la parte anteriore di una piccola zappa, il vicino invece produce una serie di picchetti da piantare a terra, per ancorare, credo, animali di grossa taglia, cavalli o bovini; un altro sta invece mettendo tutta al sua attenzione su quella che diventerà la lama di un coltello. Il ferro viene infilato tra le braci rosse, mentre un aiutante provvede a manovrare un piccolo mantice che ossigenando il combustibile, mantiene il carbone rovente. Poi estrae la barra e la pone sull'incudine e comincia a batterla ritmicamente con un apposito martello assottigliandola gradatamente e dandogli la forma voluta. 

Cristalli di zucchero
Il metallo appare morbido e tenero e si sforma sotto i colpi allungandosi a seconda della forza dei colpi. Poi quando appare più freddo e quindi resistente, con la pinza mediante la quale è trattenuto, viene rimesso nel fuoco affinché riprenda la sua malleabilità e quando appare di nuovo rosso, riprendono i martellamenti fino a quando la sbarretta metallica non ha preso la forma voluta. Poi il tutto viene tuffato nell'acqua dove sfrigola per un po' raffreddandosi e penso indurendosi convenientemente. Il fabbro in questione apprezza molto il mio interesse e ci mostra alcuni degli oggetti che va producendo, tutti coltelli davvero molto belli a cui vengono applicati manici di corno di animali, con un effetto davvero piacevole. Ovviamente non resisto alla tentazione e ne acquisto subito un paio, uno per un amico, amatore di questi prodotti. Sulla lama mi faccio incidere i nostri nomi, per meglio personalizzarli. Anche la guaina di pelle fatta a mano, è davvero bella e mi compiaccio assai dell'acquisto, sarà di certo un regalo gradito. Poi scendiamo verso il mercato che è davvero grandissimo. Ci fermiamo subito nella zona dove sono in vendita i cristalli di zucchero, che sembrano quarzi da esposizione, quelli bianchi e traslucidi, mentre quelli ambrati, credo di zucchero meno raffinato appaiono come blocchi di topazi da cui ricavare gemme preziose. 

Pane
Che bellezza poter ammirare questi aspetti, valutando, chiedendo informazioni, scambiandosi commenti per mostrare apprezzamento verso il prodotto offerto, tutte cose che risultano assolutamente gradite, contatti che finiscono inevitabilmente con sorrisi, strette di mano, commenti e offerte di assaggio. Come sempre il settore del pane è uno dei più fotogenici, con i banchi sovraccarichi delle tonde forme dai disegni che sono da soli ornamento bastante all'acquisto. Le ciambellone di ogni dimensioni, hanno il colore dorato del pane appena uscito dal forno. I panettieri te lo mostrano con l'orgoglio di chi fa con piacere il proprio lavoro, consci della sua importanza e della sacralità intrinseca del proprio prodotto. Anche qui, come da noi un tempo, il pane non si può sprecare o buttare, ma anche piccole parti avanzate, si serbano e si consumano come un bene prezioso. Anche qui nel centro delle forme, noti un disegno particolare, come tutto il resto del pezzo risultate dall'apposizione di uno strumento che ne imprime il particolare disegno alla forma prima della cottura e di cui ogni panettiere detiene la specifica unicità, anzi alla fine della preparazione, prima di essere messa con le mani dentro al forno, con un apposito mazzuolo, l'artigiano appone al centro un ultimo segno, quella che rappresenta la sua firma. Se non è dare importanza al proprio prodotto questo, non so davvero quale altro gesto lo possa essere.

Reparto pane
Uno di questi che aveva lavorato come panettiere per una ditta italiana, mi vuole offrire assolutamente una delle sue ciambelle. Non ci si può esimere, naturalmente, anche la signora dai denti d'oro che gli sta vicino, annuisce con grandi gesti e ce lo incarta veloce. Mangiamo qualcosa di veloce in uno dei locali annessi al mercato, tra l'altro una specie di caponata dal sapore notevole, in fondo qui abbiamo capito che anche nei locali più popolari trovi sempre qualche cosa di soddisfacente da buttar giù. I sapori dell'Asia centrale, sono davvero accettabili e gradevoli, per uno difficile come me, che non ama troppo i profumi d'Oriente. cosa del resto curiosa visto che questa è la parte del mondo che preferisco e che mi dà maggiori emozioni. E infine ancora banchi di frutta secca con una varietà non immaginabile per noi occidentali e anche qui bisogna prima assaggiare e poi comprare almeno un po' di uvetta, che io amo particolarmente e che andrà anch'essa ad appesantire le nostre valigie. La scampo invece nel settore tabacco da masticare, che qui è particolarmente importante visto che invece è praticamente assente il fumo delle sigarette e delle pipe, per motivi religiosi, cosa che stranamente invece non vale per i masticatori. 

La lupa
In un ambiente laterale molto più oscuro ed odoroso dei precedenti, infatti ecco dei figuri che stanno dietro ad una serie di scatoloni con il materiale sminuzzato e naturalmente disponibile per l'assaggio. Resisto senza sofferenza alle continue offerte, tuttavia aspirando gli aromi piuttosto pungenti, ma non fastidiosi che vengono su dagli scatoloni. Molti anziani si aggirano tastando e portandosi alla bocca il materiale, poi qualcuno compra, altri scrollano un po' la testa, ehm anche il tabacco non è più buono come quello di una volta. Insomma questo è uno dei bazar più antichi che avremo occasione di vedere durante il viaggio e lo vedi dalle costruzioni antiche tra le quali, guardando con attenzione si riesce ad indovinare la struttura un po' fatiscente di quella che un tempo era l'antica Chaikhana, la tradizionale sala da tè, che un tempo fungeva da zona di ristoro, con la cupola ed il tetto in tegole originali. Alla fine lasciamo questo bazar assolutamente ruspante e davvero di grande interesse. Usciamo dalla città prendendo la strada che prosegue nella valle di Zeravshan. Le montagne cominciano a crescere intorno a noi, sono scabre, di roccia nuda e dai colori innaturali. Dopo pochi chilometri in un fondovalle verde orlato di pioppi e gelsi, arriviamo a Shakhristan, zona che ospita le rovine della antichissima città di Bunjikhat (Kahkaha), antica capitale del principato di Ushrusana che ebbe il suo momento d'oro tra il V e il VII sec. d.C., ma che ha una storia antichissima e poco conosciuta. 


Il mercato
La curiosità davvero incredibile che raccontano questi ritrovamenti ce la ritroviamo davanti quasi d'improvviso su una collinetta di roccia ai bordi della strada. Una ripida scala, porta fino al monumento che fa bella mostra di sé sulla cima. Nientemeno che una Lupa capitolina di grandi dimensioni che allatta due gemelli. Il monumento non è che la riproduzione di una delle pareti affrescate di un palazzo della antica Panjakert, dove stiamo per arrivare, dove sono stati rinvenuti rovine di palazzi con affreschi di qualità incredibile, che sono stati successivamente staccati ed al momento conservati all'Ermitage di San Pietroburgo. La spiegazione per questo ritrovamento è piuttosto controversa, ma comprenderete che trovare un riferimento molto specifico di questo genere nel cuore della Sogdiana alle porte della valle di Fergana, sulla via percorsa da Alessandro Magno è cosa curiosa e anche non tanto facile da spiegare. Al momento gli studi che sono stati fatti sull'argomento. La spiegazione più logica è che ci siano stati intensi legami portati lungo questa via commerciale così importanti, tra la Sogdiana e i suoi regni e la Romanità, i cui echi culturali arrivavano di certo fino a qui e oltre (vi ricordo l'eroe dell'epopea letteraria del Bhutan che si chiama Ksar Krome, condottiero invincibile, del V secolo, che deriverebbe nientemeno che da Cesare di Roma) e che hanno portato motivi artistici classici lungo questi itinerari. C'è poi la teoria della derivazione orientale secondo la quale il mito della Lupa e la relativa rappresentazione iconografica sia nata realmente in Oriente e sia poi arrivata a Roma attraverso vie Etrusche o Sarmate, visto che nelle antiche civiltà asiatiche la figura del lupo e dei salvataggi di eroi bambini erano forti legittimazioni al potere dinastico e di origini sovrane immortali. E quindi dopo il ritrovamento dell'affresco, questo è diventato uno strumento politico per accreditare l'identità storico -culturale tajika, sottolineando il ponte ideale tra le civiltà iraniche e l'impero Romano. Noi adesso siamo qui e non vi nego che stare sotto questa lupa che volge all'indietro il suo sguardo protettivo mentre i gemelli tentano di suggere il nutrimento, fa un certo effetto. 

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mercoledì 1 luglio 2026

Recensione: F. Jovi - Marco Polo , la vita è viaggio


Interessante volumetto che interpreta per l'ennesima volta il tema del grande viaggiatore veneziano, illustrando con molta dovizia di riferimenti importanti, la Via percorsa durante il suo viaggio e sottolineando l'importanza che questo itinerario ha avuto nella storia, inquadrandolo anche molto bene in riferimento al periodo storico durante il quale si svolge. Non solamente quindi il suo viaggio ma anche i tanti altri che i suoi epigoni hanno avuto modo di raccontare sullo stesso itinerario. Non possiamo dimenticare infatti che il nostro Marco non è stato certamente il solo ad inoltrarsi su questo cammino, è stato solamente il più noto, grazie al successo planetario del suo famosissimo libro che è passato alla storia come una vera e propria Bibbia per mercanti a viaggiatori a partire ad esempio da Cristoforo Colombo che ne teneva sempre con sé una copia con tanto di appunti manoscritti, conservata oggi nel museo che ne racconta i viaggi americani. Ma bisogna ricordare che lungo questa Via frequentatissima anche nel periodo medioevale, i viaggiatori erano sempre stati molti a partire da quel Marino Torsello che compì ben cinque viaggi in Oriente, per non parlare del religioso Fra Giovanni di Pian del Carmine con la sua preziosa Historia Mongalorum ed a seguire il fiammingo Guglielmo di Rubruk, tutti animati da spirito di conversione ed in cerca di contatti col re mongolo che in effetti era già ben conosciuto presso le corti occidentale. E poi Giovanni da Montecorvino francescano e Odorico da Pordenone, il primo europeo a visitare Lhasa. Insomma questa via della seta era come sappiamo intensamente percorsa da tempo in ogni senso e il libro non fa che ribadirne l'importanza storica, culturale ed economica. Un'altra parte importante è dedicata al periodo successivo al viaggio, cioè il momento poco conosciuto della vita di Marco, quello dopo il suo ritorno. Insomma per gli amatori dell'argomento un altro lavoro interessante da tenere agli atti per consultarlo in caso di bisogno.


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Mi fido di te 

martedì 30 giugno 2026

Recensione: M. Simoni - La taverna degli assassini

 

Gialletto che dire da spiaggia è già un grosso complimento. Francamente non capisco come possa avere vinto un premio Bancarella, vorrei vedere i concorrenti perdenti, tanto per avere un metro. Comunque pare che l'autore sia piuttosto reputato e gran venditore di copie. Comunque ambientazione storica, ispirata chiaramente al Nome della rosa e condito con altri topoi classici e decisamente scontati, a partire dall'investigatore di fama con allievo al seguito, chiamato a dipanare un delitto misterioso. Corre molto rapidamente verso la fine per cui ve la toglierete in meno di un paio di orette e poi potrete tranquillamente passare ad altro, lasciando l'ombrellone per andare a fare il bagno che in questo periodo fa molto caldo. 

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lunedì 29 giugno 2026

Pam 10 - Verso Istaravshan

Natrix tassellata - Tajikistan - giugno 2026

 

LA fortezza Mug Teppe
E' arrivato il momento di lasciare Khujand, per proseguire nella verdissima valle di Fergana che scende a sud ovest, proseguendo lungo la frontiera uzbeka, verso la città di Istaravshan, nome dato dal nuovo regime alla antica Uroteppe (o Ura-Tyube). Questa per la verità era una zona stepposa e inadatta all'agricoltura, ma dopo i grandi lavori del regime sovietico, che intendevano addirittura deviare il corso dei fiumi, si è trasformata in una zona irrigua diventata ben coltivabile a cotone, frutteti e addirittura a risaia. Infatti si vedono file di donne nei campi che stanno sarchiando il cotone e qui sembra che proprio per quanto riguarda il cotone, ci siano ancora problemi con la manodopera, problemi analoghi a quanto accadeva, perlomeno così si dice, nel vicino Uzbekistan, quando, a quanto sembra, ci sono ancora schiere di studenti costretti alla lavorazione dei campi ed alla raccolta del cotone per quasi un semestre ogni anno e senza alcuna retribuzione. Ma non ho dati precisi in merito per potervi essere più preciso. Intanto ci fermiamo lungo la strada, ci sono dei ragazzi infatti che offrono qualcosa, tenendola seminascosta nelle tasche in misteriosi sacchettini. Quando ci fermiamo e scendiamo dall'auto, si avvicinano con aria complice e poi aprono i sacchetti, mostrando la merce. Si tratta niente di meno che di serpentelli di piccolissime dimensioni, non più di una ventina di centimetri di lunghezza e più sottili di un mignolo, che si agitano all'impazzata cercando di sfuggire in qualche modo, adesso che sono stati estratti e si sentono quasi liberi e quindi autorizzati a cercare una via di fuga. 


Moschea Kok Gumbaz
Ma i ragazzi, che sono dei veri e propri cacciatori di serpenti, li trattengono in qualche modo ricacciandoli poi all'oscuro dei sacchetti. Si tratta di minuscoli rettili delle risaie, non velenosi, probabilmente si tratta di Natrix tessellata, una sorta di orbettini in miniatura o bisce tassellate, che sembrerebbero, a dire dei venditori, fornire una cura assolutamente magnifica per il mal di gola ed altre malattie polmonari. Non ho indagato più oltre sulla modalità di assunzione e su quali parti dell'animale vengano utilizzate alla bisogna, ma come sapete la vicina Cina è maestra in questo tipo di cure e quindi certamente ci sarà un apposito bugiardino fornito a corredo per la posologia. Purtroppo non essendo interessati più di tanto, appagata la curiosità iniziale, lasciamo i ragazzi a cercare altri clienti, continuando a fermare le macchine di passaggio e riprendiamo la strada, resi tranquilli del fatto che le nostre gole sono in ottima salute, almeno per il momento. Dopo poco arriviamo in città e andiamo subito verso la collina da cui la città stessa prendeva il nome, dove sorge la fortezza di Mug Teppe e che la domina dall'alto. Il luogo è molto antico, ha festeggiato da poco i 2500 anni dalla fondazione, ma probabilmente l'insediamento è molto più antico. Qui la fortezza sogdiana, che si contende con Khujand la possibilità di essere la famosa Ciropoli dell'antichità, era già presente con la sua cinta di mura e fu presa d'assalto e conquistata nel 329 a.C. da Alessandro, diventando poi punto focale della futura via carovaniera fino al XIII secolo, quando fu rasa al suolo da Gengis Khan, che non la perdonava a nessuno. 

Comunque questo era certamente un sito archeologico di grande importanza, studiato con grande cura durante tutto il XX secolo dagli archeologi sovietici, ma come si sa, nessuna buona cosa rimane impunita e nel 2002 in occasione  dei festeggiamenti per i 2500 anni dalla fondazione, si pensò bene di costruire ex-novo il grande portale oggi visibile e quindi l'intero sito fu circondato da un alto e nuovissimo muraglione. Dopodiché si pensò di fare cosa buona per lo sviluppo locale con l'intervenire all'interno con le ruspe spianando il tutto e costruendo una sorta di Colosseo bianco circondato da un bel giardino. Ovviamente la maggior parte delle vestigia archeologiche sono andate spianate dai bulldozer e irrimediabilmente distrutte, salvo un piccolo tempietto zoroastriano e poco altro. Pare che gli archeologi ed i professori che avevano partecipato agli scavi nei decenni precedenti, dove si procedeva con spatola e scopetta, quando hanno visto le ruspe all'opera si siano messi a piangere, ma che non abbiano suscitato molta comprensione, si sa, di fronte al progresso... Il panorama sulla città è comunque esaustivo ed all'interno di un piccolo museo, si può vedere qualche oggetto superstite dello scempio ed un po' di foto di quanto c'era prima. A questo punto, messe da parte le considerazioni troppo critiche, non ci resta che scendere verso l'antico cento cittadino, Shahri Khona, che invece è ancora piuttosto ben conservato, con una serie di viuzze strettissime con case antiche costruite con mattoni crudi, di fango mescolato a paglia, un vero e proprio labirinto di costruzioni che si estende a partire dall'arteria principale di via Lenin, tra le quali puoi intravedere portali di vecchie moschee, mentre le case sono costeggiate dai fossati delle fogne ancora a cielo aperto. 

Il custode
Passiamo quindi da un quartiere dove si nota un certo assembramento di uomini tutti vestiti in modo simile, con lunghi abiti scuri ed il consueto cappellino cilindrico colorato in testa. Si tratta di un funerale, al quale di norma partecipano solo gli uomini, con appunto, quell'abito da cerimonia e che vanno dapprima a radunarsi presso la casa del defunto per poi accompagnarlo fino al cimitero per la sepoltura. Noi invece arriviamo su una piazzetta da cui si accede alla moschea e la relativa madrasa di Kok Gumbaz (la cupola blu) in stile timuride, un edificio storico del XV secolo, eretta dal figlio di Ulug Beg, il conservatore che ce l'aveva col padre, al contrario grande modernizzatore, al punto da buttarlo giù dall'osservatorio famoso da lui costruito a Samarcanda. L'edificio è ricoperto di belle piastrelle turchesi ed era stato chiuso durante il periodo sovietico e trasformato in magazzino, come è accaduto del resto a tanti edifici religiosi. Oggi si pensa ad un restauro conservativo e l'edificio sarebbe chiuso. Ma il nostro Jamshed si rivolge ad una casa vicina, mentre noi aspettiamo sotto l'ombra di un gelso gigantesco che domina la piazzetta davanti all'ingresso. Subito vengono un signore anziano con la moglie che ci aprono il portone invitandoci ad entrare, facendoci anche un sacco di feste. Così mentre noi giriamo un po' all'interno osservando le vecchie strutture e i malandati affreschi dei soffitti, corrono in casa per portarci un gran piatto di dolcissime more appena raccolte. 

I nipoti
I nipoti, carinissimi, provvedono alla distribuzione. Siamo all'ombra dell'albero secolare chiacchierando, mangiamo more nere e sporcandoci le mani, come quando ero bambino, lungo i vialetti di Valle San Bartolomeo, mentre la signora ci racconta in una lingua che non comprendiamo, quanti nipoti ha, i loro nomi e le loro età. Ma come è bello girare per il mondo ed avere la sensazione di essere nel cortile di casa! Il vecchio che poi ha 65 anni, come ci tiene a farmi sapere, ci saluta quasi commosso e contento della nostra visita, dischiudendo una grande arcata di denti d'oro che brillano al sole, così come le maioliche azzurre della cupola. Ci sarebbero molte altre cose da vedere in questo antico centro storico, dal complesso dei mausolei di Sari Mazar, uno dei quali era detto la Casa dei demoni, così chiamato dai sovietici, per dissuadere i bambini dal giocarci, con un parco nel quale ci sono alberi, si dice, di 800 anni, fino alla moschea di Hazrat-i Shoh con mirabili soffitti dipinti e quella delle quattro cupole (Chahor Gumbaz). Insomma la città meriterebbe una sosta più lunga anche se di solito viene saltata dai normali circuiti turistici sempre governati dalla fretta. Il problema che questi monumenti sono generalmente chiusi proprio a causa del loro stato piuttosto precario in attesa dei necessari restauri. Ma adesso noi dobbiamo andare verso la maggiore attrazione cittadina, il Gran bazar, dove si possono trovare all'opera i migliori artigiani della città, gli stessi pronipoti di quelli che in passato l'avevano resa famosa lungo tutta la Via della seta.



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