martedì 3 marzo 2026

Mau 11 - Ancora Ouadane

Ouadane - La moschea - Mauritania - gennaio 2026 

 

Sala convegni a Ouadane
Alle 15 abbiamo appuntamento con la guida locale per fare il giro delle rovine della città antica. Ma prima facciamo una tappa appena fuori città, in una specie di parco creato per le manifestazioni ed i festival, che cominciano ad essere preparati anche da queste parti. Si tratta di un largo spiazzo, tanto qui è tutto deserto e le aree libere sono l'unica cosa che non manca, dove sono stati creati un piccolo museo illustrativo della storia della città, un 'area culturale, dove si svolgono convegni e manifestazioni  e poi altri spazi dedicati ai festeggiamenti e a spettacoli che prima si facevano nella città nuova in cima alla collina. Nel grande festival che si svolge a rotazione, intervengono gruppi delle quattro città storiche del paese, ricordate con le loro caratteristiche di fregi architettonici differenti. Oltre a Ouadane e Cinguetti, ci sono Oualata, vicina al confine maliano, l'ultima tappa importante sulla pista per Timbuctu,  nota per le facciate delle sue case ricoperte di disegni floreali e Tichit, più o meno a metà strada. In tutte e quattro, anche se in misura minore rispetto a Cinguetti e a Timbuctu, si è creata l'abitudine alle biblioteche ed alla raccolta di libri, che qui è ancora più misconosciuta e in fase di dispersione. Nell'area poi, ci sono molte ricostruzioni di case erette nello stile delle quattro città e nel museo è molto ben rappresentata tutta la parte culturale che rende questa via così particolare proprio grazie a questi aspetti. 

Casa in stile di Oualata
Anche la ricca documentazione fotografica esposta, contribuisce a rendere interessante la visita e a completare l'informazione. In effetti ci siamo solo noi che ci aggiriamo nel recinto che sembra avere un aria piuttosto abbandonata, ma Ahmed dice che quando scatta la festa e questo è solo il primo anno di apertura, arriva un sacco di gente, gruppi musicali e di danze folk, bisognerebbe informarsi delle date giuste, perché probabilmente si tratta di roba piuttosto interessante. Alla fine usciamo e andiamo verso la collina dove i resti della città si confondono con la roccia sottostante visto che tutto è costruito della stessa pietra color ocra che diventa via via più rosata man mano che si avvicina la sera.  Naturalmente è lo stesso giro già fatto lo scorso anno, l'itinerario è fisso e per arrivare dalla moschea inferiore punto di inizio e proseguire fino a quella superiore, quella nuova, c'è solo una tortuosa, ma unica stradina, tutta scalini sgarruppati che salgono verso l'alto, ma fa niente, questa volta me la godrò cercando di gettare l'occhio più dentro le cose, anziché rimanere legato alla sua bellezza esteriore. E' sempre Mohamed, la guida, sempre più magro, almeno così mi sembra, che si infila veloce nella porta di Tengit, non si ricorda di noi, tutto preso a magnificare la rue de 40 Savant che inizia a salire dietro i ruderi della moschea. 

Il minareto
Di certo non mi ha riconosciuto e come avrebbe potuto, per lui i turisti saranno di certo tutti uguali, con quelle loro macchine fotografiche che fanno clik di qua e di là per non parlar dei telefonini.  Certo che i berberi che fondarono Ouadane quattro secoli dopo la prima Cinguetti, erano stati più furbi, hanno scelto una bella collina sopraelevata, così che i nemici in arrivo si vedevano da lontano, e comunque in una zona decisamente rocciosa, così le case si potevano fare di pietra, roba solida insomma e poi non c'era il problema della sabbia sempre lì in agguato a seppellirti il paese mentre dormivi. Per la descrizione della città vi rimando a quanto vi o già raccontato nel capitolo dello scorso anno, lasciando qui spazio invece a qualche considerazione più approfondita, che è poi quello che ti viene più naturale quando ritorni in un posto in cui addirittura ti sembra ormai di essere di casa. Stavolta mi voglio godere di più la vecchia moschea con quel suo porticato che pare una cripta medioevale delle nostre, solo semisepolta dalla sabbia. Certo questi pilastri con i curiosi archi a ogiva che li collegano, sono davvero particolari e la costruzione in pietra li ha conservati davvero perfettamente, anche il minareto dalla forma molto classica maura, ne segna lo spazio con bella evidenza.

Venditrice
Vedi solo le parti di sostegno e gli architravi, di legno di palma, che non hanno retto la presenza spietata delle termiti, che ne hanno fatto strage, sbriciolando tutto quanto era mangiabile. Lungo la via dei sapienti, ecco una dopo l'altra, le case dei fondatori, che ospitavano le scuole e quindi le famose biblioteche, che tuttavia oggi sono tutte chiuse, chissà che fine avranno fatto i volumi contenuti ed i segreti che si sono portati con sé, qualcuno venduto, qualcun altro disperso, gli altri ancora infine tritati spietatamente dalle mandibole instancabili dei piccoli ma incontenibili imenotteri trasparenti. Eppure, a pensarci bene, questa via tra le sabbie che per ottocento o più anni ha fatto transitare cultura ed idee, in un ambiente così ostile e refrattario alla presenza umana da rendere questa cosa incredibile, è potuta avvenire, solo perché la via è nata per inizialmente necessità mercantili, per spostare da ovest ad est il sale ed i datteri, preziosi materiali che dopo Timbuctu prendevano ancora tante altre vie traverse verso sud e da qui all'indietro, le stesse carovane riportavano oro e avorio e schiavi naturalmente che qui non sono mai stati molto teneri coi paesi di immigrazione, allora non clandestini, ma diciamo piuttosto forzati e poi, per carità sono arrivati anche i libri, ma consideriamo che se non ci fossero stati questi benedetti mercanti, la storia avrebbe camminato molto più lentamente.

Architravi in pietra
E più mercanti passavano, più il mondo locale si pacificava, che il commercio, ricordiamo di rimarcarlo sempre, ha bisogno soprattutto di frontiere aperte, di pace e tranquillità, perché dove transitano le merci non sparano i cannoni e aggiungerei anche che gli unici droni che girano sono quelli degli aspiranti fotografi. In effetti dentro la città ci sono ancora tre o quattro donne che espongono le solite cose sui loro poveri banchetti, insomma possiamo dire che non è ancora proprio commercialmente morta e sepolta. Al di là del muretto, le rovine della città precipitano invece verso il basso, fino al pozzo segreto, salvezza della città in caso di assedio, e poi ancora la cinta di mura, al di là della quale c'è la traccia dell'oasi, col suo palmeto che si stende per qualche chilometro, ma che non dà certo quella impressione di rigogliosità delle oasi in cui l'acqua è ancora presente in modo abbondante e  utile ad una coltivazione che dia opportunità di vita. Ed ecco si pensa che questa sia forse la ragione per cui la città fu abbandonata nel 1500 e mentre la sua vicina invece era stata seppellita dalle sabbie mentre tentava disperatamente di sottrarsi a questo destino di asfissia progressiva, qui la siccità ha ucciso l'insediamento ed i suoi commerci togliendogli la vita, come se un mostro sotterraneo ne risucchiasse poco alla volta, la linfa vitale. 

La macelleria
Secondo altri invece il vero motivo della decadenza e del progressivo abbandono fu dovuto proprio all'inaridirsi dei commerci; quelle merci che per secoli ne avevano decretato il successo e lo sviluppo, erano meno necessarie o arrivavano con maggiore facilità da altre vie e così tutto si spense a poco a poco e le famose biblioteche furono lasciate in preda alle termiti. Ecco un'altra volta confermata la mia insistenza, che vuole sottolineare sempre questo aspetto del commercio e del transito delle merci come substrato fondamentale allo sviluppo di tutta la civiltà, cultura inclusa. Dai punti più elevati della città, tra i muri diruti e le scale dai gradoni sformati, la vista si apre verso un deserto ciottoloso a tratti segnato da monticelli di sabbia, anche se la foschia nasconde l'orizzonte lontano. Non più eserciti bramosi di conquista davanti alle mura che ormai appaiono esili, rimaste in piedi solo perché nessuno ha voluto abbatterle, ma solo dromedari rinsecchiti che cercano erba ancor più secca che spunti tra le pietre. Arriviamo fino in cima con la lentezza degli anziani, cosa che tuttavia permetterebbe di meglio godersi le cose da vedere lungo la via, se non fosse, che molta dell'attenzione e del tempo speso nella salita, deve essere impiegato più proficuamente nella raccolta del fiato e nella attenzione a non inciampare e di contro cadere rovinosamente.

Giocando a scacchi
D'altra parte il nostro Ahmed, memore di quanto già accaduto, non mi perde d'occhio un attimo sempre pronto ad allungare una mano prodromica ad un aiuto eventualmente necessario. Anche qui la città nuova è quasi indistinguibile da quella di Cinguetti, cubi e parallelepipedi allineati alla meglio, con le pareti intonacate di fango e paglia, in pochi casi sporcate da una mano di colore indefinibile, che vorrebbe essere solamente vivace ma con scarso risultato, in cui si aprono le porticine di miseri negozi tuttofare, Poche le persone in giro, qualche bambino che ti rincorre in cerca di cadeaux, ma senza quella convinzione prepotente di altri luoghi e che subito infatti si stanca. In un angolo della piazzetta, il solito gruppetto di anziani che giocano agli scacchi nella sabbia, dopo aver tracciato col dito gli incroci ed avervi successivamente piantato bastoncini e messo pietruzze, senza badare a quanto succede intorno a loro. Su tutto il paesino aleggia un senso di immutabile immobilità, come se l'orologio del tempo fosse completamente fermo e le lancette rimanessero immobili in attesa che si scateni un qualche evento alieno. In fondo alla lunga discesa, prima di passare il uadi, mi guardo intorno in cerca di quelle ragazzine che avevamo incontrato un anno fa, per vedere se avessero gradito le foto che avevo mandato, ma non ce n'è traccia e quindi torniamo da Zaida che starà preparando la cena


Bambini di Ouadane



Antica serratura di legno

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domenica 1 marzo 2026

Mau 10 - La carovaniera

La pista - Mauritania - gennaio 2026 

 

Sabbia
Eccoci svegli, di mattino presto, salutiamo il gruppetto di italiani con cui avevamo fraternizzato ieri sera, senza dilungarci troppo visto che comunque li rincontreremo questa sera a Ouadane, la strada è quella e lì bisogna per forza andare e dunque riprendiamo subito la strada del deserto. Questa è forse una delle corse sulla sabbia più bella. L'aria è tersa e finalmente senza vento. Le ondulazioni sono piuttosto basse e diventano dune vere e proprie solo qualche chilometro più lontano, alla nostra destra. Qui solo una sconfinata spianata di onde leggere di un arancione commovente sulle quali la fitta rete di scriminature che sembrano formate da un gigantesco pettine manovrato dall'alto per disegnare il terreno di una straordinaria ornamentazione, prosegue all'infinito. Solo tracce leggere di pneumatici segnalano la nostra direzione di marcia. E questo è uno dei dilemmi più ingannevoli del deserto, tu puoi seguire una traccia che prosegue diritta davanti a te, convinto che questa sia una pista sicura visto che ci sono appena passati altri, ma è un sottile inganno; soprattutto in certi terreni un po' più solidi, la traccia può durare anni, se non ci sono stati venti intensi a coprirla, e tu puoi avventurarti lungo quella che ritieni una pista certa ed invece questa non conduce da nessuna parte e se avrai un problema, potrebbero passare mesi o anni prima che passi qualcuno a darti una mano. 


Deserto che avanza
Quindi sempre occhio alla posizione del sole e avanti a tutta birra, tanto qui, al contrario, le tracce rimangono per  poco tempo, la sabbia è leggera ed il vento la muove con imperturbabile costanza. Quando ci fermiamo per una sosta idraulica, provo a lasciare un segno di orme del mio passaggio, ma dopo pochi minuti, che mi sono attardato a traguardare l'orizzonte lontano, mentre tornavo alla macchina, erano già quasi completamente cancellate, Tracce irriconoscibili del passaggio di qualcuno certo, ma uomo o animale, tertium non datur, difficile decidere. Ancora un poco e la superficie sarà ancora più liscia e serica, pronta per essere di nuovo traversata. Di certo tra un'ora, saranno già scomparse. Però la mancanza di rilievi ripidi consente invece alle macchine di prendere una certa velocità ed è molto divertente questo correre verso il nulla cercando di mantenere una direzione il più possibile rettilinea, evitando solo i monticelli d'erba e le minime depressioni più chiare, segno di sabbia troppo morbida, foriera di impantanamenti. E' davvero una bellissima sensazione questa corsa tra le sabbie che sembra non finire mai. Quando le dune cominciano a rilevarsi un poco ed hai difficoltà a vedere con chiarezza l'orizzonte, la pista si fa un poco più tortuosa e bisogna ridurre la velocità, Si è alzato frattanto anche un po' di vento, quello appunto che cancella le tracce e il cielo si è di colpo offuscato.

Carovana
Incrociamo quella che sembra una carovana, Tre o quattro dromedari affardellati e tre persone che camminano loro accanto, La velocità degli animali è lenta, giusto la stessa degli umani che li accompagnano, anzi non appare subito chiaro chi accompagni chi. Da vicino capisci invece che non si tratta di mercanti che marciano verso il confine maliano, che dista ancora quasi un migliaio di chilometri, forse verso la leggendaria Timbuctu, forse a nord verso l'Algeria, ma semplicemente di una coppia di giovani turisti, intabarrati dalla testa ai piedi per resistere alle folate di sabbia che non aspetta altro di insinuarsi in ogni dove, che, accompagnati da un cammelliere, stanno facendo a piedi la pista tra Cinguetti e Ouadane, la stessa nostra, una tratta storica che ha visto il passaggio di migliaia di carovane in passato e forse questo modo di viaggiare, ci metteranno una settimana invece della quattro ore che sono necessarie a noi, ti consente davvero di provare sensazioni antiche e vivere il deserto quale doveva essere solo un secolo fa. Sono sicuramente due modi diversi di vivere il deserto, il mezzo moderno che ti fa provare l'ebbrezza di correre tra le sabbie e il lento andare antico, della fila di uomini che cammina sulle sabbie accompagnato solamente dal ruminare continuo del dromedario che ti osserva con occhio critico domandandosi forse che cosa ci fai lì, anche se forse dopo millenni di esercizio, la specie si è mitridatizzata a queste curiosità e non si fa più domande, ma accetta il suo destino di traslatore di beni tra le sabbie. 

Haisha
Certo è un artificio, io non credo che sarei contento di camminare per giorni e vedere i pick up Toyota che mi passano accanto, sfrecciando e sollevando una nube di polvere, come se non bastasse quella che porta il vento e guardare dai finestrini, quelli che ti salutano con la manina, quasi fosse una irrisione. E' un po' come il fastidio che provano gli escursionisti che scarpinano per ore su faticosi sentieri di montagna che consentono loro di guadagnare 1000 metri di quota in una giornata di pena e poi all'arrivo nei pressi del belvedere tra le montagne trovare una piazzola gremita di macchine che arrivano da una strada percorsa in pochi minuti, mentre una massa di gitanti che ululano hanno occupato per intero la balconata ed una schiera di bimbi gioca sul prato coi racchettoni. Però è sempre la stessa storia, se un posto è interessante non puoi neanche pretendere di arrivare in solitudine e godertelo a tu per tu; è il solito discorso. Comunque, non vorrei fare troppo il difficile, non possiamo certo dire che questo deserto soffra di overturism, almeno per ora. Intanto raggiungiamo l'oasi di Tanouchert, dove ci eravamo già fermati lo scorso anno, essendo più o meno a metà della strada che dobbiamo percorrere. Come vi avevo già raccontato, è un luogo, un tempo importante per la carovane, che vi sostavano, mentre oggi è un gruppo spopolato di capanne, che aspetta solamente l'arrivo del periodo della raccolta dei datteri per rivivere dei parenti che arrivano dalla città a dare una mano e a fare festa. 

Capanne di Tanoucher
Per il resto l'insediamento dormicchia sonnacchioso in attesa di essere sepolto dalle sabbie. I pochi abitanti cercano di difendere le palme rimaste erigendo barriere di frasche, come abbiamo già visto e scavando buche profonde attorno alle palme che ancora riescono a crescere qui. Ma avverti subito che per il momento almeno è una battaglia perduta, che, complice anche lo spopolamento, non ha molte possibilità di farcela. Come mi dice Ahmed, la gente sa, qui come a Cinguetti, che la loro casa appartiene al deserto e che, quando lui la vorrà indietro, se la riprenderà e basta. A loro non resterà che andarsene, mentre la duna a poco a poco seppellirà i muri di mattone crudo assimilandoli per l'eternità. Certo qui nei villaggi, basterà smontare le capanne e spostare le tende un po' più in là per resistere ancora un po', il palmento invece è l'unica cosa che vale la pena di difendere, cercando di resistere all'invadenza della sabbia, ma per le città è diverso, siano esse di terra cruda o di pietra. Ecco perché qui possono resistere solamente le tribù di nomadi che sono essi stessi per primi, parte del deserto, che non temono perché riescono ad adattarsi ai suoi ritmi senza tentare di opporsi velleitariamente. Per loro il deserto è maestro di vita, ti ricorda in ogni momento che per essere felice, per avere una vita piena, basta solamente avere l'essenziale, l'acqua, un po' di datteri e di latte dei tuoi cammelli, poca carne delle tue capre e una tenda in cui avere riparo. 

Tè nel deserto
Tutto il resto è assolutamente inutile. Nelle sirene della città che attira tutti si troveranno le tante cose che ci possono essere e che si possono desiderare, delle quali nessuno ha davvero bisogno per essere felice, ma attenzione, non è che siano lì disponibili, solo da raccoglierle come i datteri dalla palma, possono rimanere anzi, solo un oggetto irraggiungibile che ti produrrà solamente deprivazione e infelicità, concetti in fondo così vicini a tanta filosofia buddista orientale, in fondo tutto il mondo è paese. E secondo molti tra quelli che vivono qui, il deserto riesce a darti tutto quello che serve per essere felice. Sarò anche vero, ma non vorrei che fosse uno dei tanti modi per convincere la gente che vive in un certo stato ad esserne contente per frenare le loro pretese e le loro aspirazioni, per tenerle calme insomma. Rimaniamo un'oretta nell'oasi, per riposare nella grande tenda centrale bevendo il solito immancabile tè e a filosofeggiare sul senso della vita, mentre le ragazze del paese entrano e cercano spazio vicino al palo centrale che regge la tenda che probabilmente è il punto del paese dove c'è più campo e smanettano sui loro telefonini, come già avevamo visto fare l'anno scorso. Quella carina che ci aveva servito il tè lo scorso anno, non c'è più, Ahmed mi ha detto che si è sposata a settembre e adesso vive in città ed è contentissima, visto che il marito ha una bella casa e aspetta già il primo figlio. 

Deserto che avanza
Passeggio un poco attorno alle capanne, fino al bordo dell'oasi. Al di là incombono le dune sinuose, bellissime, ma sempre più alte. Circondano completamente il paese come iene affamate che aspettano solo che cali la notte per avanzare e prendersi quello che, agonizzante, sta lì in attesa di essere spolpato. La palma piccola che stava crescendo in una buca piuttosto profonda e che ricordavo bene, dietro una capanna con un cortiletto dove giocavano tre bimbi, è stata in un anno completamente sepolta da una sottile sabbia arancione; ora spunta solamente un ciuffo di frasche stentate, dal centro, sulla sommità,  non vedi neppure un tentativo di grappolo di rametti su cui dovrebbero iniziare a formarsi i primi frutticini, chiari e turgidi, ansiosi di caricarsi di zuccheri deliziosi. La pianta è perduta e non darà invece più frutti. Nessun Neglet en-nour, le dita di luce dono di Allah apparirà ad agosto per essere colto. Nessuno ha cercato di salvarla, nessuno ha più scavato intorno ad essa od ha cercato di farle arrivare un poco di umidità per farla crescere, uno spreco probabilmente, a questo punto giudicato inutile e si sa quanto sia preziosa l'acqua nel deserto. E' stata abbandonata alla forza della sabbia, che vuole riaverla con sé e forse hanno pensato che dedicarle altri sforzi non valesse la pena, o semplicemente non c'è stato più più nessuno a deciderlo e la natura così ha deciso per tutti. 

Il villaggio
Allora noi riprendiamo la nostra corsa tra le dune, sempre più formate e maestose che cominciano a costituire un vero e proprio erg ondulato. Ouadane, l'altra importante città di questa carovaniera del nord est è sempre più vicina, e ci arriviamo prima di mezzogiorno, giusto in tempo per il pranzo. Siamo di nuovo da Chez Zaida, la soluzione che per gli stranieri di passaggio va evidentemente per la maggiore. Lei, imprenditrice baldanzosa sulla cinquantina, è già in cortile che dà ordini a destra e a manca, di qui distribuisce le camere, di là organizza i sedili sotto la tenda dove già arrivano i piattoni di riso e verdure per saziare i turisti affamati. Facciamo un giretto per gli scarni banchetti che stazionano davanti all'ingresso, d'altra parte questo è l'unico posto certo dove si aggregano i turisti, ma non c'è davvero niente che ci spinga a lasciare il solito obolo, d'altra parte le assonnate facce delle venditrici non spingono all'acquisto più di tanto. Qualche capretta che gira attorno, bela debolmente, non è chiaro se alla ricerca disperata di cibo o se per la soddisfazione di aver evitato la pentola, almeno per oggi. Andiamo allora a buttar giù qualcosa, prima di partire per il programma pomeridiano. 

Tra le capanne

SURVIVAL KIT


Dune
Pista da Cinquetti a Ouadane - Una delle più belle tratte di deserto da fare in tutta sicurezza che percorre questo famoso tratto di deserto dell'Adrar occidentale. Un centinaio di chilometri rettilinei, piuttosto battuti, perché è sull'itinerario classico, che collega queste due antiche città del deserto che sono tra le cose fondamentali da vedere nel paese. Calcolate tre o quattro ore di viaggio tra soste e foto. C'è chi se lo fa a piedi coi dromedari. A Cinquetti troverete chi organizza queste escursioni, che durano circa una settimana dormendo sempre in tenda tra le dune. Più o meno a metà strada la piccola oasi di Tanoucher che ospita un centinaio di famiglie. C'è anche una strada normale in parte asfaltata, che congiunge le due città, un po' più lunga, ma che ovviamente non ha il fascino di questa traversata diretta.

cesti






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sabato 28 febbraio 2026

Recensione: Cyngyz Ajtmatov - Il battello bianco

 

Ecco un altro romanzo breve di questo autore di cui vi ho parlato qualche giorno fa. Si tratta di uno straordinario lavoro in cui respiri bene il rapporto che questo autore sente evidentemente fortissimo tra uomo e natura, visto attraverso gli occhi ingenui e teneri di un bambino di otto anni e che mi ha fatto rivivere quella Unione Sovietica sperduta e contadina che ho conosciuto anche io, anche se più tardi, ma con gli stessi sentori, nelle campagne e tra le montagne del Caucaso del nord. La storia si svolge nei pascoli alti, vicini alle foreste Kirghise, di fronte al lago Issik kul, in un luogo sperduto di tre case dove vivono tre famiglie. In una due nonni che allevano un nipotino lasciato dai genitori, dalla vita travagliata e nelle altre due due famiglie molto tipiche a quei tempi, il responsabile della foresta con la moglie sterile che lui perennemente ubriaco carica di botte ogni giorno, corrotto e prepotente e l'altra di un suo docile sottoposto che esegue con docilità i suoi ordini. Il bambino vive in questo mondo di natura estrema in cui si adagia, tra leggende straordinarie narrate dal nonno e sogni di realizzazione futura in cui ritroverà il padre, marinaio su un favoloso battello bianco che naviga sull'Issik kul e che lui ogni giorno spia da lontano, arrivare sulle acque blu del lago. L'epilogo improvviso e tragico, è assolutamente straziante e non potrà non coinvolgervi. Interessante è anche la piccola appendice in cui sono riportate le critiche dell'epoca, della società degli scrittori sovietici, della cui approvazione andava a quell'epoca, del successo o della messa al bando delle tue opere, incluse le lettere dei lettori che ne commentano il finale più o meno gradito. Uno spaccato molto interessante del mondo letterario di quegli anni 70 nell'URSS. Anche questo assolutamente consigliato.


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venerdì 27 febbraio 2026

Mau 9 - Le tre Cinguetti

La nuova Cinguetti - Mauritania . gennaio 2026


 

Oggetti antichi
Appena usciti dai vicoli del centro c'è una casa piuttosto nuova all'apparenza, che esibisce un orgoglioso cartello autodefinendosi centro dell'artigianato mauritano. E' una cooperativa di donne che espongono lavoretti vari, soprattutto le solite collanine, in una fila di negozietti che circondano il patio interno e che non aspettano altro che arrivi qualcuno a cui mostrare le loro cose. Praticamente appena avuto il sentore che arrivi qualche turista, c'è un passaparola tra le abitazioni del circondario e subito tutte accorrono da qualche casa vicina e aprono la baracca. Sono tutte un po' insistenti ed è assolutamente comprensibile visto che noi potremmo essere l'unica preda disponibile nell'intera giornata, quindi lasciarci andare liberi è un rinunciare che dispiace e allora ecco che si cerca di attirare il possibile acquirente di negozio in negozio, con lo specchietto di mirabolanti nuove meraviglie, anche se alla fine le cose sono più o meno le stesse. Qualcuna cerca di abbindolarti sottovoce con la promessa di prezzi particolari, qualcun'altra mostra cose sottobanco, assolutamente di migliore qualità, fatte per turisti "speciali". Ovviamente lasciamo anche qui il nostro obolo, d'altra parte al sorriso dolcissimo di Aziza, non si può dire certamente di no ed il solito sacchettino finisce per andare a rigonfiare la tasca per l'ennesima volta, così alla  fine eccoci ripartire per dare un'ultima occhiata alla città. 

L'antica moschea
Ancora due passi tra i vicoli più tortuosi, due foto alle belle porticine dalle serrature ingegnose, un'altra i quadri elettrici assolutamente particolari nascosti negli angoli segreti tra i muri, semicoperti anch'essi dalla sabbia. Certo mentre la lasciamo definitivamente, guardandola da lontano, potresti facilmente confonderla con la collina che la sostiene, stesso colore, la terra, la sabbia, i muri sbocconcellati caduti, gli spigoli delle case più esposte, ormai corrosi dal vento che li ha smerigliati per secoli, trasformandoli in un tutt'uno con il substrato che li circonda, il mattone crudo, il fango e la malta che li costituisce sono friabili come l'arenaria, della roccia che sostiene il tutto e così mentre passano i secoli, la terra ritorna alla terra, e già prima di scomparire del tutto, anche i resti smozzicati ne sembrano fare parte indissolubilmente. I millenni successivi cancelleranno ogni cosa rendendola irriconoscibile. Solo l'uomo, se resisterà, potrà portare con sé  il ricordo di tutto questo che a poco a poco si trasformerà in racconto e poi in leggenda. E tutto questo lo vedi già, appena ci spostiamo di un paio di chilometri, ritornando sulla collinetta dove era nata la prima Cinguetti, 1300 anni fa. Qui le sabbie hanno ormai coperto tutto definitivamente e ci sono solo capanne di frasche e foglie di palma dei nomadi che vivono vicino a quanto rimane dell'oasi. 

La sabbia all'opera
Sui bordi dell'altura, hanno fatto barriere di frasche secche di palma che delimitano ordinati quadretti successivi, un tipo di lotta contro l'avanzare delle sabbie ben conosciuto ed in parte praticato da tutti gli abitanti delle sabbie, come già avevo avuto modo di vedere anni fa in Algeria e in Marocco. Si tratta di sistemare queste siepi di vegetali in ordinate file successive, longitudinali e trasversali, arricchendole e alzandole di volta in volta in una lotta continua tra uomo e deserto, che dura implacabile da millenni, a difesa di quel poco, anzi pochissimo che riesce a sopravvivere tra la sabbia. Dietro la collina, dove evidentemente era rimasta la traccia della presenza dell'antico minareto, si è scavato, riportando alla luce completamente, la vecchia moschea, in tutto simile, per forma e dimensione a quella che abbiamo appena lasciato dietro alle biblioteche. Solo la parte alta della torre ha merli più complessi e ornati, quasi che oltre mille anni fa, la progettazione architettonica fosse decisamente più raffinata di quella che si è poi imposta nei secoli successivi. La moschea parzialmente dissotterrata sembra ancora in funzione, almeno quando qualcuno, incaricato di questa funzione, di tanto in tanto, la fa rivivere. Nelle pareti posteriori intanto, quelle a favore di vento, la sabbia ha ripreso ad accumularsi. 

La tempesta di sabbia
La lotta continua e il deserto non ci sta ad accettare questa prova di orgoglio e continua a tentare con implacabile pertinacia di riprendersi quello che considera suo e che non vuole lasciare a questa pretenziosa forma di vita che ha invaso il suo regno, da poco più di un millennio  e che volete che sia di fronte ad una intera era geologica. Continuerà implacabile il vento a soffiare da est ad interrompere con il suo sibilo perverso la naturale assenza di suono, rotto solo raramente nella valle lontana dallo stridore rauco di un dromedario che protesta contro l'imposizione forzata di un basto. Qui invece il silenzio è assoluto, ma basta tendere l'orecchio per sentire il lento ma costante strofinio dei granelli che scorrono, sul muro sbrecciato, che sembrano accarezzarlo con amore ed invece ad ogni passaggio lo strisciano, lo corrompono, lo erodono, trasformandolo a sua volta in altra sabbia, in altra povere, fino a che decennio dopo decennio, diventato sempre più debole e sottile, inevitabilmente crollerà fino a formare un mucchio di detriti senza nome né forma, oppure ancora prima, se il vento continuerà a soffiare sempre più forte, sarà di nuovo completamente ricoperto, un'altra collina ignota su cui fermarsi a vedere il tramonto sulle dune. 

Negozi
Scendiamo perché adesso il vento sta diventando sempre più fastidioso e bisogna coprire se stessi e le macchine fotografiche, se non si vuole fare le fine delle case della città. Avviene quasi sempre verso sera in questa stagione, il crescendo continuo della furia del vento e allora capisci molto bene la ragione dei vestiti e del modo di coprirsi che hanno studiato uomini e donne per vivere più comodamente in questo clima. Lo cheche, questa sciarpa lunghissima e leggera a trama sottilissima, quasi una garza senza peso, che si avvolge attorno al capo fino a coprire completamente la testa, protegge magnificamente occhi, bocca e naso dalla sabbia, consentendo allo stesso tempo di respirare senza problemi; parimenti il lenzuolone colorato in cui si avvolgono le donne, assolve la stessa funzione. Ritorniamo dunque alla terza Cingueti, quella moderna, per modo di dire naturalmente, dove solo le strade sono decisamente più larghe e diritte, adatte ad essere percorse anche dalle auto, mentre le abitazioni sono decisamente più squallide, cubi basilari e senza nessun tipo di concessione all'ornamento o ai dettagli artistici, ben presenti invece nelle aperture, nelle porte, nelle alternanze estetiche tra vuoti e pieni che un tempo ne arricchivano l'aspetto. Ne percorriamo un poco le strade buttando l'occhio nei poveri negozietti tuttofare dove si svolgono le attività commerciali. 

Giocatori
La maggior parte generici, chincaglieria, mescolata ad attrezzistica da cucina o da cantiere, alimentari pieni di pacchetti di ogni tipo, tutta roba confezionata che arriverà dalla capitale o dal vicino Senegal, frutta e verdura, con scarsa varietà e poi attrezzi di metallo o plastica, sicuramente di provenienza cinese, l'unica che riesca ad avere prezzi compatibili a questo mondo. E poi tessili vari, con i colori infiniti dell'Africa. Nessuna folla in cerca di acquisti, solo stanchi venditori sulla soglia che cercano di vincere l'inedia. Non oso pensare al momento in cui la cappa di calore insopportabile
scenderà sulla valle. Arriviamo sulla piazza principale dove nello stesso angolo dove stavano lo scorso anno, ecco il gruppo di anziani accoccolato per terra a giocare nella sabbia a quella che sembra una sorta di scacchiera tracciata con le dita, con i pezzi sostituiti da stecchini di legno piantati nel terreno. Tutti sono piegati in avanti per vedere meglio, mentre i due contendenti, piuttosto anziani, meditano a lungo le mosse fatte, poi, tra la silenziosa approvazione degli astanti, allungano dita ossute per spostare gli stecchini e guadagnare consenso tra i vicini.  Anche questa volta le auto che dovrebbero passare, girano attorno al piccolo assembramento senza protestare per l'impicco, ma lo superano senza moti di stizza o altro. 

Negozi
Anche i carrettini con gli asinelli, fanno la stessa deviazione evidentemente abituati a questa presenza di certo assolutamente normale. Qualche bambino corre attorno alla piazza facendo correre una ruota con il supporto di una bacchetta di metallo, divertimenti comuni a tutti i bambini poveri del mondo che mettono a frutto quello che hanno. Corrono senza stancarsi, salvo arrestarsi per guardare la novità degli stranieri bardati che che passeggiano senza meta, e rincorrerli alla ricerca di cadeau o di qualche caramella. Si affollano intorno parlando uno sull'altro, poi stanchi della novità si disperdono negli spazi più lontani. Le bambine, più pazienti, buttando sguardi più languidi, si attardano sperando in qualcosa, non si sa mai che la pazienza non venga premiata. Noi siamo intanto accalappiati anche questa volta dal venditore di teli batik, lo stesso negozio dove già avevamo comprato lo scorso anno. Inutile dire che abbiamo già dato, la sua tecnica è sempre vincente, prima aggancia le signore, solo per dare un'occhiata, poi sciorina la sua merce senza economizzare sul tempo o la quantità, ma continua a buttare sul tavolone mazzi di tessuto di ogni colore per magnificarne la bellezza, la varietà e soprattutto la convenienza. Poi viene il colpo di ingegno, estratti i suoi pezzi più belli, veste le signore addobbandole al meglio con le sue sciarpe migliori e trasformandole in mauritane perfettamente irriconoscibili. 

per strada
Alla fine cedi, qualche cosa devi comprare alla fine per ripagare tutto questo sforzo e lui ride contento. Eh, Jussuf, va' che li sai fare i tuoi affari e conosci i tuoi polli, alla fine tocca lasciarti anche un encomio scritto sull'apposito quadernetto che mostri per dare prova della soddisfazione dei tuoi clienti turisti ormai diventati affezionati amici. Terminato il giro ce ne andiamo in albergo per la cena, un ottimo pollo stavolta, ma prima mi sono fatto un giro della struttura per i cortiletti interni, per ricostruire tutto il percorso che mi aveva condotto alla botta tragica, il famoso stipite della posta affilato come una lama che aspettava solo l'impatto con il mio miserevole omero infragilito dagli anni e l'affossatura dove ero successivamente precipitato dolorante. Beh alla fine una bella esperienza che cerco in ogni modo di non ripetere assolutamente, mi aggiro infatti con estrema circospezione, guardo dove metto i piedi e cerco in ogni modo di non inciampare, una volta va bene, due mi sembrerebbe davvero esagerato. Così passa anche la notte, al mattino tutto sembra procedere per il normale senza problemi, forse siamo finalmente fuori dal loop, come in quei film di fantascienza dove ad ogni risveglio ti ritrovi allo stesso punto già vissuto e obbligato a ripetere all'infinito, quanto già accaduto una volta e sinceramente questo non mi piacerebbe affatto.  

Quadri elettrici

donne di Cinguetti
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