lunedì 23 febbraio 2026

Mau 7 - L'oasi di M'Hairit


 Ahmed - Mautritania, gennaio 2026

Terjit
Il deserto ha tempi lenti, tutto sembra scorrere in una dimensione diversa, non senti l'affanno di arrivare. Anche le auto si muovono con una velocità differente rispetto allo standard delle strade asfaltate. Da quando ci siamo alzati, con calma, e salutato i ragazzi conosciuti ieri sera, ce ne siamo andati dall'oasi con i tempi delle carovane, prima si caricano le masserizie, si spengono i fuochi, va bene, qui solo metaforicamente, ci si dispone al viaggio da fare, poi adagio adagio si dispongono i dromedari per la partenza, nel nostro caso i pickup e poi finalmente si sale a bordo e si va. Siamo tornati indietro per un paio di chilometri, fino al passo che ci riporta sull'altopiano roccioso in cui si apriva la spaccatura e riprendiamo quella strada nel deserto di pietra scura, quella Route de Aoujeft, che conduce a sud per qualche altro chilometro, poi alla prima deviazione a sinistra prendiamo decisamente la direzione nord-est, che dovrebbe condurre fino all'oasi di M'Hairit, la più grande di questa regione, che è popolata saltuariamente da quasi 5000 persone. Il deserto cambia continuamente aspetto e forma, in questo caso ecco che di colpo, la pista si insinua in mezzo ad una serie di monticelli sabbiosi piuttosto grandi, sormontati da ciuffi di erba che nascondono l'orizzonte, i contrafforti delle montagne sono lontani, un altro paesaggio completamente diverso da quello a cui ci eravamo abituati. Questo deserto è continuamente mutevole e vario e ti presenta ogni volta facce nuove, da guardare con meraviglia, da ammirare mentre scorre intorno a noi. 

Il campeggio
Qui facciamo una certa fatica a procedere, la pista non si identifica e anche il nostro Brahim, che questi posti li conosce bene, fa chiaramente fatica a procedere e a dipanare il bandolo della matassa. E' tutta una giravolta su un terreno molto sabbioso e piuttosto cedevole, alla fine finiamo in quello che si può definire un vicolo cieco e bisogna tornare indietro facendo un lungo giro, insomma diciamolo chiaramente, ci simo persi! Ma no, tranquilli è solo che si sta cercando la via più semplice per arrivare al punto di interesse verso cui procedere. Arriviamo in un punto più elevato, da cui si scorgono meglio i dintorni e poi prendiamo decisi la direzione che va verso il margine della valle, fino ad infilarci in un canyon secondario dalle pareti basse di roccia rossastra. Dopo poco anche la pista finisce e si trasforma in un sentierino nel quale è concesso procedere solamente a piedi. Si sente chiaramente che la zona è molto più umida di quelle circostanti. Aumenta la presenza di palme e di salici, oltre che di arbusti verdi che chiaramente necessitano di acqua per crescere, in particolare quelle euforbiacee dalle foglie grasse e ricche di latice medicamentoso, utilizzatissime nella farmacopea tradizionale del continente. Tra l'erba ecco spuntare anche piccoli fiori gialli in quantità, segno evidente di una buona idratazione. Infatti ecco che in fondo al sentiero si apre la radura e compare un piccolo specchio d'acqua che si allunga fino alla spaccatura nella roccia da cui emerge la sorgente segnata sulle carte come Guelta, evidentemente ben conosciuta da chi transita da queste bande. 

La valle di M'Hairit
Basta guardare le reazioni dei nostri accompagnatori per capire qual è il rapporto tra le acque, se pur in minima presenza, qui siamo di fronte ad una minuscola pozza di acqua stagnate, e gli uomini delle sabbie. Brahim è davvero estasiato e sia aggira davanti al laghetto con ammirato entusiasmo, si insinua nelle fenditure alla ricerca del punto da cui sgocciola il filo di acqua, come se fosse una vena di oro prezioso, quale in effetti è quaggiù, poi si stende all'ombra in un anfratto e si gode il minuscolo ambiente circostanze, come se fosse il giardino dell'Eden. In effetti chi vive nel deserto non potrebbe vederlo in maniera diversa. Quindi bisogna avere ben chiaro qual è il rapporto tra l'acqua e gli uomini delle sabbie. Questo elemento ha la prevalenza su tutto il resto, lo stesso cibo, gli animali, la presenza della cosiddetta civiltà sono sempre secondari al topos dell'acqua e di quanto è legato a lei, basti vedere l'importanza di questo elemento nell'architettura islamica, che è predominante nelle vicinanze delle aree climaticamente desertiche, al pari dei mattoni o del marmo. Le fontane, i ruscelletti, i pozzi, i passaggi di cascatelle e specchi di acque sono considerati veri e propri elementi costitutivi nelle progettazioni dell'architettura di questi paesi e un palazzo di rilevante importanza non può non esporre anche ricche e fantasiose fontane, simbolo di abbondanza di questo elemento basico per la vita. 

La sorgente Guelta
Quindi in questi sconfinati territori, dove la mobile superficie sabbiosa o la roccia sterile che si stende fino all'estremo limite dell'orizzonte sono predominanti, i punti chiave che hanno una importanza basilare per tutti coloro che ci vivono, sono quelli che, trovandosi in particolari posizione favorite, nelle quali grazie alla confluenza di vene sotterranee o alla particolare vicinanza ad una falda che comunque spesso è abbastanza superficiale, riescono a far convergere l'umidità che, in qualunque forma si accumula nel tempo, formando pozze, sorgenti o comunque presentano la possibilità, con facili scavi, di produrre un pozzo per portare alla superficie il liquido che consente la vita. E questi punti formano una rete continua, che è alla base delle conoscenze primarie degli uomini del deserto, che tutti conoscono e che sono più importanti dei paesi e delle cittadine dell'intero territorio. Questa rete è la base delle carte geografiche mentali di questo mondo e sono conosciute da secoli, perché al di là dei sommovimenti che avvengono durante i rari momenti in cui si scatenano periodi piovosi, anche furiosi e distruttivi, che riempiono i letti enormi degli uadi. che serpeggiano in fondo a tutte le valli, trasformandoli in fiumi impetuosi, appena passata la buriana, poi tutto scompare e l'aridità riprende il sopravvento, salvo lasciare quei punti da tutti conosciuti, che consentono comunque il proseguimento della vita in questo mondo. 

Il sentiero
Brahim e Salek, ridono e scherzano come ragazzini felici, ci mostrano l'acqua chiara che si infila tra gli alberi, e anche Ahmed è eccitato dal luogo e manifesta piacere alla vista, continua a fare fotografie, parla con casa e mostra alla moglie e ai bambini la bellezza dello specchio di acqua ed il punto tra le rocce dove appena si sente il suo gorgogliare. Quale luogo può essere più bello di questo. Quasi dispiace andarsene, infatti ci avviamo sul sentiero per tornare alle macchine, lentamente, girando ogni tanto lo sguardo indietro, come manifestando il proprio dispiacimento nel lasciare il luogo delle delizie per tornare nel mondo della normalità, quella in cui il vivere è sofferenza e ricerca della soddisfazione delle necessità, mentre alle tue spalle, rimane l'Eden, il giardino delle delizie dove bastava allungare una mano e raccogliere un dattero se avevi fame, l'unico cibo che può soddisfare completamente il bisogno dell'uomo e poi stendersi e riposare ascoltando il griot del luogo che recita poesie antiche toccando con dita leggere le lunghe corde tese di una kora con la sua zucca istoriata e consumata dagli anni. Quando arriviamo alle macchine, del luogo magico non c'è più traccia, tu che ne ignoravi l'esistenza, neppure potevi immaginare di infilarti tra questi spazi, solo gli uomini delle sabbie, sotto il loro sorriso enigmatico li conoscono da millenni e per questo possono continuare a vivere qui. Poi, proseguendo, l'oasi di M'Hairit si apre e si allunga per chilometri. 

Euforbiacee
Questo è un luogo comunque isolato e difficile da raggiungere attraverso le piste difficili dell'Adrar e infatti proprio qui si è assistito all'inizio del secolo scorso al movimento di resistenza più difficile da reprimere e da controllare per i francesi invasori dell'Africa Occidentale, che vi si sono trovati di fronte fin dal 1902 e che è stata comunque l'ultima zona a cedere. Poi adagio adagio, le palme si diradano e le casupole vicino agli orticelli scompaiono e l'oasi finisce. Il deserto ormai ha ripreso il sopravvento, un terreno fatto di roccia nera e vulcanica, molto friabile che il sole e gli sbalzi termici delle temperature lavorano senza sosta, determinandone spaccature improvvise nei grandi massi grigi e grazie alla friabilità di questa roccia scistosa e all'apparenza fragile. La strada, essendosi spianato il territorio è diventata decisamente rettilinea e addirittura dopo qualche chilometro, appaiono lavori imponenti per la costruzione di un un moderna e importante viabilità. Mezzi di movimento terra al lavoro e una banchina sopraelevata di quella che sarà una nuova via di comunicazione, già abbastanza  a buon punto, visto che in alcuni tratti sono già in azione macchine per la bitumazione, mentre in altri  punti la tratta è interrotta per l'immissione di sottopassi per il passaggio delle acque nell'eventualità che queste arrivino fin qui. Su mezzi e baracche di servizio, se guardi con attenzione, compaiono anche se non molto visibili, caratteri e ideogrammi cinesi, testimonianza di chi mette soldi e interesse in queste opere. 

Cinguetti
In fondo se vogliamo avere occhi per vedere, la presenza cinese in Africa è da decenni particolarmente insinuata ed insistente e bisognerebbe che anche il nostro mondo se ne rendesse e ne tenesse conto, mettendo agli atti che noi, Europei, ne siamo al momento completamente fuori, purtroppo, checché se ne dica. Questo è molto grave perché l'Africa è vicino a noi e dei suoi problemi noi siamo i  primi ad essere investiti, mentre continuiamo a disinteressarcene salvo, poi al presentarsi dei problemi, metterci le mani dei capelli in cerca di soluzioni impossibili da trovare. Intanto noi procediamo anche se la strada è continuamente interrotta da questi colossali cantieri e noi siamo costretti a successive deviazioni, tra polverone e sobbalzi continui, col rammarico di vedere al nostro fianco, la carreggiata ormai quasi perfetta e solamente da bitumare, che corre rettilinea verso l'infinito, ma che non è ancora ovviamente transitabile. Ci sono almeno ancora una cinquantina di chilometri per la nostra meta di oggi e mentre procediamo diciamo pure a fatica, si alza il vento deciso e la polvere del deserto, comincia a sollevarsi nell'aria provocando una sorta di foschia anche piuttosto spessa e lattiginosa che impedisce di evadere e obbliga tutti a fasciarsi con cura con gli cheche o con gli altri tessuti che si ha a disposizione. Questo è il deserto. Noi stiamo rinserrati nella protezione delle auto, sbocconcellando datteri, mandarini e banane, che è sempre un bel mangiare, mentre si procede nella nebbia. Ormai è passato il mezzogiorno, quando raggiungiamo l'arteria che arriva da Atar e dopo poco, mentre la foschia un poco si dirada, compaiono tra le sabbie, gli abitati di terra e di roccia che ci raccontano di essere arrivati a Chinguetti, uno degli snodi più importanti nella storia dell'intero Sahara.



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domenica 22 febbraio 2026

Mau 6 - L'oasi di Terjit

La valle di Toungat - Mauritania - gennaio 2026

 

Salek
Abbiamo lasciato Toungat e la grande valle si allarga a dismisura, le pareti nere si dilatano e si allontanano gradualmente fornendo alla pista che si snoda tra i piccoli gruppi di palmizi, delle quinte naturali che guidano il cammino, questa volta senza metterti dubbi, hai così solo il tempo di rimanere a guardare fuori lo spettacolo naturale delle rocce, della sabbia, delle palme, un'Africa da cartolina, quasi oleografica, un po' come quella che ci si immagina quando si cerca di raccontare questi luoghi. La velocità è bassa, comunque la sabbia impedisce di correre e ti dà ancora meglio il tempo per goderti il paesaggio. Poi, dopo un bel pezzo, tra sballottamento e curve e controcurve per ritrovare la pista, perdi il senso della distanza, il canyon finisce o perlomeno tutto si spiana e compare improvviso un simulacro di nastro di asfalto. Dovrebbe trattarsi della route de Aoujeft, dove subito incontriamo l'omonimo paesetto di casotte sparse che hanno sempre questa apparenza di abbandono che dà quel senso di destino inevitabile per quei paesi dove a poco a poco le tradizioni antiche sono destinate a scomparire, per lasciare posto all'inurbazione inarrestabile, dove i giovani accorrono per trovare opportunità di attaccarsi al treno del mondo di oggi, che ormai si può conoscere anche nelle oasi più sperdute, perché tutto può rimanere indietro ma non le comunicazioni, internet, i telefonini e poco prima la televisione. 

I canyon
Ormai anche le casupole riescono a procurarsi rudimentali pannelli solari a cui connettersi per ricaricare queste moderne lampade di Aladino, che possono mostrarti tutto il possibile che automaticamente diventa anche tutto il desiderabile e questo si può raggiungere solo nella grande città che ormai ospita più della metà degli abitanti del paese e che inevitabilmente continuerà a crescere. Certo questa mostruosa calamita che con il suo luccicore attrae morbosamente sempre più gente, non è tutto oro, anzi lì cominciano i problemi grossi e le difficoltà, che porteranno a delusioni e a drammi che di certo nelle oasi erano completamente sconosciute, ma questo è un cammino inevitabile, in cui il paese precipiterà come tutti gli altri hanno fatto, cercando la sua strada verso quello che comunque è il progresso. Intanto tutto quel mondo lontano e disperso tra le sabbie, continuerà la sua vita di ricordi, imbalsamato nelle tradizioni che rimarranno, tenute in vita e rifocolate ancora per un po' dagli anziani rimasti, almeno fino a quando resisteranno. Intanto per noi l'altopiano finisce e davanti a noi si apre un altro grande canyon che sprofonda in basso tra pareti altissime, rossastre e altrettanto scenografiche. Scendiamo una serie di tourniquet e in fondo alla valle, ecco le case di Terjit. Dopo le abitazioni abbarbicate sulla collinetta, la stradina prosegue più in basso verso la parte verdissima dell'oasi, così fitta di palme che si prosegue sulla pista quasi al buio, avvolti in un tunnel continuo di frasche rigogliose; senti decisamente l'umidità che si accumula nella parte più profonda e nascosta del palmeto. 

Verso la sorgente
Dietro un muretto il campeggio di Jemal, con le sue tende decisamente meno rustiche di quelle di ieri sera. Dopo aver mollato i bagagli, ci portano un sontuoso couscous col solito accompagnamento di carne e verdure, poi cerchiamo di approfittare della luce che ancora questa giornata ci regalerà e ci avviamo nel fitto del palmeto. La spaccatura tra le rocce infatti prosegue, lo stradino si restringe e le alte pareti che si innalzano intorno diventano sempre più alte, fino quasi a toccarsi, di fianco al sentiero, un ruscello gorgoglia e prosegue verso il basso, mentre noi risaliamo verso l'inizio della gola  dove sgorgano le due sorgenti che formano una serie di pozze successive dove sarebbe pure possibile fare il bagno. Arriviamo fino in fondo, le pareti rosso vivo intorno a noi sono diventate quasi scure per la poca luce che penetra dall'alto, mentre alla base le rientranze da dove sgocciolano le acque delle sorgenti che fuoriescono alla base del monte, sono coperte di muschi spessi e umidissimi. Un luogo assolutamente magico, un contrasto assoluto tra il deserto che si stende solo a poche centinaia di metri sopra di noi e questo spazio verde e gioioso di vita. Non è difficile immaginare il sentimento del carovaniere che arrivava qui dopo giorni di cammino tra le rocce e le sabbie. Il concetto di oasi non potrebbe essere meglio rappresentato che così. 

La fonte
Camminiamo intorno e restiamo un po' seduti davanti ad un piccolo specchio di acqua, questo è un luogo dove il tempo ha importanza minore rispetto ad altri, davvero potresti accumunarlo a certi luoghi dell'Oriente, dove esistono siti nei quali isolarsi appare come l'unico stato possibile del corpo e della mente. Solo silenzio, nessuno intorno a te, solo il gocciolare delle acque che colano dalle stalattiti della roccia e si raccolgono e frusciano via tra erbe acquatiche, dando un senso di pace così palpabile, che non ti viene certo voglia di andar via. Chissà cosa sarebbe essere qua in agosto, alla festa del Guetna, quella in cui arrivano dalla città tutti i parenti per la festa della raccolta dei datteri e in questa spaccatura ti puoi rifugiare per sfuggire all'aria rovente che aleggia all'intorno, vieni a riposare, a bagnarti nelle pozze e la sera a sentire la gente che canta e unirti ai balli a cui tutti partecipano con vigore e gioia spontanea; una festa collettiva che unisce tutti. E' chiaro come questo oggi, venga considerato ormai come luogo turistico per eccellenza, certo visitatori stranieri ce ne sono ancora molto pochi, ma pare che la società in vista di Nouakchott che dispone ormai di entrate consistenti, sembri prediligere i fine settimana quaggiù. Come cambiano i tempi, le oasi di passaggio trasformate forse in futuro in resort, chissà mai, potrebbe succedere. 

La sorgente
E' il mondo nuovo che avanza ragazzo, bisogna adeguarsi. Nel campeggio è arrivato nel frattempo  anche qualcun altro. Un gruppo di ragazzi, tra i quali un italiano, che vivono a Nouakchott, lei tedesca con un contratto di tre anni per una società tecnologica internazionale e che sono arrivati qui proprio per aver sentito parlare di questa oasi, come di una delle più belle del paese, con un gruppetto di amiche venute in visita dall'Europa. Lui vorrebbe iniziare una qualche attività turistica, visto che è un ottimo cuoco e pare già offra qualche posto letto nella capitale. Vi lascio il numero se qualcuno lo volesse contattare (Simone: +420.792719669). Il mondo è pieno di gente interessante, si potrebbe dire. Ragazzi giovani, con tanta voglia di fare; intanto vanno a camminare un po', tanto per fare venir sera, risalendo la roccia per arrivare in cima alla scarpata, il trekking di montagna trova appassionati anche nel deserto. Noi invece prendiamo  le macchine e andiamo fino alla cima delle colline di fronte per godere del colpo d'occhio dell'oasi dall'alto. Certo nei punti più esposti il vento è sempre forte in questa stagione, è altrettanto vero però che non hai l'assillo della calura infernale che credo in piena estate arrivi attorno ai 50°C, che non è un grande divertimento, anche se sicuramente si tratta di una esperienza da provare almeno una volta nella vita. 

A Terjit
Quando poi scendiamo tra le case, subito arriva un gruppetto di ragazzini, che chiedono cadeaux, una delle male piante che il turismo lascia quando passa, forse inevitabile, forse un po' più controllabile se si gestisse il passaggio con un po' più di attenzione. Poi torniamo per la cena e si uniscono al gruppo anche due ragazzi tedeschi, saccopelisti classici che sono venuti fin qui soprattutto per proseguire l'avventura sul famoso treno della polvere di ferro, che in 18 ore taglia il deserto dall'interno del paese, dove si trova la miniera di questo minerale, fino alla costa. Si dicono perfettamente attrezzati, con protezioni ed occhialoni appositi. Che delizia stare a chiacchierare di esperienze di viaggio, sgranocchiando, o come si dice in questo caso, datteri deliziosi. Davvero questo frutto è un dono del cielo che arricchisce il deserto con la sua morbida dolcezza assoluta. Si chiacchiera fino a che non viene buio poi ci ritiriamo nelle nostre tende, con le coperte fornite da Ahmed. Ieri sera non le avevamo chieste, credendole di normale dotazione nelle tende ed i nostri non ce le avevano date, perché, a loro volta, pensavano che avessimo dei nostri sacchi a pelo, così nel nostro sacco lenzuolo, abbiamo per così dire battuto le brocchette, perché come si sa, nel deserto la notte è gelida. Invece questa notte è decisamente diversa, avvolti comodamente nelle pesanti e felpate trapuntone doppie. Poi di colpo, cala inevitabile la notte. Dormiremo al caldo finalmente. 

Chez Jemal


SURVIVAL KIT

Camping Chez Jemal , Oasi di Terjit - Comodissime tende molto spaziose all'interno dell'oasi, appena fuori dal paese, all'inizio del sentiero che porta alle sorgenti. I pasti vengono forniti in loco, nella norma. Buoni servizi, in linea con quelli di un campeggio di buon livello locale. Personale molto gentile. 


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M18 - La forza del destino

sabato 21 febbraio 2026

Mau 5 - La storia di Riccardo

Riccardo - Toungad - Mauritania - gennaio 2026

 

Sabbie di Azoueiga
Svegliarsi all'alba tra le sabbie, ha un che di magico, che importa se non sei abituato alle scomodità del campeggio selvaggio, per la verità, la famiglia che vive qui ha predisposto anche una sorta di baraccotto semichiuso con tanto di buco nel terreno, ma il deserto è grande e infilarsi tra gli arbusti dietro le dune è un attimo e poi non ci pensi più. Oltretutto non si sono fatti vivi neppure gli scorpioni, vuol dire che quello di ieri sera, è stato un episodio marginale da raccontare al ritorno e nulla più. Ci raduniamo attorno alle braci spente di ieri sera e sul piccolo tavolino ecco la sorpresa, assieme ai formaggini e al caffè solubile, un bel cilindro ammonticchiato di pancake appena fatti, con accanto un sontuoso barattolo di benedetta Nutella, che fa bella di mostra di sé, regina della tavola, trionfo della gola e delle reminiscenze patriottiche. C'è poco da fare, questa è una delle realtà italiane più famose nel mondo e non c'è luogo della terra per quanto sperduto o isolato che non ne disponga. Caro monsü  Ferrero, hai fatto una cosa grande e sarai sempre ricordato con orgoglio nazionalistico per questo; la Nutella l'abbiamo trovata dalla Mongolia a Ushuaia, dal Borneo all'Azerbaijan e direi che non è poco. Comunque noi, a pancia piena facciamo su baracca e burattini, come si dice e continuiamo a percorrere la cosiddetta Vallée blanche, un deserto di meravigliosa sabbia bianca come zucchero circondata dalle alte dune arancio che si stendono verso l'orizzonte. 

Capanne di nomadi
E' una goduria proseguire su questo terreno ondulatissimo, salire con fatica lungo il fianco della duna e poi arrivati sul sif, il confine netto come una lama che il vento forma sulla cima con un arco preciso che pare disegnato col compasso, buttarsi giù lungo il bordo successivo, quasi lasciandosi precipitare verso il basso trascinati dalla forza di gravità, sbandando di lato per poi riprendersi alla fine della discesa e proseguire mentre il motore ruggisce per mordere nuovamente nel punto dove la sabbia diventa più solida e consente di proseguire zigzagando tra i fondi dei uadi ed i bordi sassosi che emergono tra le sabbie. Il paesaggio è davvero superbo e di tanto in tanto emergono anche degli altipiani di roccia nera e friabile su cui si procede invece con cautela per non incocciare in pietrisco tagliente ed infido. Ci fermiamo in mezzo a queste dune bianchissime e curiosamente negli avvallamenti se scavi pochi centimetri con le mani, mentre i granelli finissimi ti scorrono tra le dita come fossero acqua, ecco che subito nello strato sottostante, compare quella stessa sabbia giallo ocra che ci circondava stamattina. Un fenomeno curioso e inspiegabile. Di tanto in tanto incontriamo qualche altro viaggiatore, ecco infatti un russo che percorre la nostra via, si ferma anche lui ad ammirare meravigliato quanto lo circonda, è di una città siberiana e dice che lì non si sentono molto gli incerti della guerra o forse non vuole sbilanciarsi troppo, comunque raccoglie anche lui la sua bottiglietta di sabbia, poi prosegue e subito lo perdiamo di vista. 

Deserto di pietra
Tu intanto continui a meravigliarti di come sia possibile procedere in questo territorio senza punti di riferimento con sicurezza assoluta senza perderti. E' pur vero che di tanto in tanto specialmente nei punti più selvatici spuntano delle balise, aste piantate nel terreno a segnare il tracciato di un qualche  simulacro di pista ma, credo tu debba avere una bella esperienza per seguire da solo questi itinerari. Alla fine però, chilometro dopo chilometro avverti che anche questo deserto non è poi così assolutamente deserto come sembra. Infatti basta che in qualche punto più affossato della valle o in qualche punto più riparato tra le dune, le condizioni consentano il formarsi di una certa umidità superficiale o la presenza di una qualche fascia di falda idrica più o meno ricca, consente il formarsi di piccoli o anche più vasti palmeti, quello che è l'idea dell'oasi, che in qualche modo permette di sopravvivere anche in questi luoghi estremi. E' assolutamente vero, la capacità di adattamento dell'uomo è straordinaria e qui basta guardare con attenzione e compaiono piccoli segni a malapena distinguibili che ti sfuggono se ti fermi distrattamente a considerare il paesaggio. Qualche palina arrugginita con una traccia di filo spinato ormai corroso e spezzato dal tempo o qualche animale sparso qua e là, segnalano inequivocabilmente la presenza di un luogo dove qualche pastore sorveglia il suo gregge o una tenda di nomadi è accampata al margine del palmeto quando comincia la stagione della raccolta dei datteri. 

Aisha
Il deserto insomma non è mai davvero deserto, casomai è un ponte per passare da un luogo all'altro, una giunzione tra ambienti diversi, di cui si conoscono, almeno per chi lo percorre abitualmente, le modalità per traversarla, per sopravvivervi senza problemi. Arriviamo su un dosso roccioso e nero che emerge al bordo di quella che potrebbe essere un grande, ma rado palmeto che si allunga senza mostrare la fine. Confuse con la roccia, qualche casupola di pietra si mostra solo se guardi con attenzione. La maggior parte sono in rovina e si confondono con la roccia di cui sono costruite, qualcun altra è ancora in piedi e forse saltuariamente abitata. Sul bordo del villaggio senza nome, un paio di donne hanno allungato uno straccio sul muracciolo di pietra ed espongono pochi oggetti, di un artigianato povero e ingenuo, collanine fatte con le pietre colorate trovate nei dintorni e poco altro, segno evidente che siamo su un itinerario percorso dai turisti. Compro una bella assicella intagliata, che veniva usata per formare i bordi dei basti per i dromedari. Mi piace perché è palesemente vecchia e in parte rovinata dall'uso e sono deliziato dagli eleganti intagli che la ricoprono tutta e la appenderò al muro, proprio sopra quella sella da cammello che avevo portato a casa da Turkmenistan anni fa. Già mi pregusto l'effetto, ma come vedremo in seguito il diavolo fa le pentole ma non i coperchi. 

il passo
Proseguiamo e dopo pochi chilometri siamo al cosiddetto passo di Tifoujar. segnalato anche qui, proprio sulla scarpata, dalla presenza di un gruppetto di nomadi in attesa del passaggio di qualcuno. Offrono sacchettini di datteri, dei quali Ahmed fa man bassa, non si sa mai che manchino i viveri e che ci serviranno di tanto in tanto per recuperare calorie durante la via. In realtà qui non c'è nessuna pista tra le sabbie gialle, ma semplicemente uno strapiombo di un centinaio di metri di profondità o anche più, al di là del quale le auto si buttano, si potrebbe assolutamente dire, nel vuoto, puntando il muso verso il basso e lasciandosi sprofondare nella sabbia mentre il peso ti trascina giù in maniera scomposta, come un toboga senza guida per una pista di neve fresca. Andiamo giù come barche nella cascata fino a che il motore ruggisce e le ruote sembrano mordere un poco nella sabbia mentre la pendenza si affievolisce a poco a poco e infine si arriva, non si sa come, in fondo senza danni, mentre le nere pareti incombono intorno a noi. Ci fermiamo alla base del baratro e a guardare in su, da dove siamo venuti, appare impossibile l'impresa, di certo è impensabile risalire da questa parte, ci sarà certa un'altra strada certamente. 

la pista
Eccoci allora in uno stretto canyon che prosegue tortuoso fino a che la Vallée blanche non si allarga di nuovo in una larghissima valle percorsa dalle tracce di un uadi che probabilmente ogni tanto viene invaso dalle acque piovane e che è un seguito di palmeti più o meno fitti punteggiati da paesini fatti a volte di poche case, altre di insediamenti un poco più popolosi. Scendiamo fino in fondo e prendiamo la pista che percorre questa sorta di fondo valle e che serpeggia tra i palmizi. Nei punti dove intravedi la maggiore presenza di acqua, vedi coltivazioni tra le piante, piccoli appezzamenti di cereali e orti coltivati con cura. Tra i tronchi di palma ci sono anche pozzi e serbatoi di contenimento, riempiti con pompe che regimano l'acqua che può essere portata alla superficie. Qualcuno lavora tra gli alberi, la stessa pista che serpeggia è circondata da palizzate fatte con le lunghe frasche secche delle palme, segno che la proprietà del terreno è molto curata e, come ci racconta Ahmed, al tempo del raccolto è grande festa per oltre un mese e dalla città, tutti i parenti sono chiamati qui a raccolta nelle oasi di origine della famiglia, per partecipare al raccolto del dattero, la ricchezza del deserto; qui si approfitterà per combinare ancora matrimoni e si faranno affari. La gente che rimane qui fuori stagione a manutenere l'oasi è formata di operai stipendiati, ma dobbiamo ricordare che in Mauritania fino all'inizio del secolo scorso nelle campagne vigeva ancora un rapporto tra lavoratori e proprietari, di semischiavitù, forma che questo paese è stato l'ultimo ad abolire definitivamente anche se questi lavoratori della terra sono sempre rimasti in fondo alla scala sociale. 

Toungad
Arriviamo infine a Toungad, una vera e propria cittadina che appare però in questo momento semideserta e che si popola solamente tra agosto e ottobre come già detto. Come sembra le case sono costruite nell'area rocciosa fuori dal palmeto, su una specie di collinetta, che risaliamo e dalla quale puoi abbracciare tutto l'abitato, costituito da diverse specie di costruzioni, capanne rotonde a igloo fatte di rami e di foglie che vengono abitate solo in estate, in quanto permettendo lo scorrere dell'aria, sono più fresche durante i mesi più torridi; poi altre dalla stessa forma ma in pietra con il solo tetto di rami  e poi casette cubiche di muratura, evidentemente più moderne anche se molto piccole. Tra i sentierini che entrano tra le case, non incontriamo nessuno e anche dalla terrazza sommitale da cui abbracci tutta la valle, non si vede anima viva, quei pochi che stanno qui sono negli orti a lavorare. Tuttavia il colpo d'occhio è molto bello. Scendiamo tra le case e proseguiamo fino al bordo dell'oasi e dopo l'ennesima curva entriamo nel cortile spazioso di una casa, chiuso in fondo da una grande tenda. E' la casa di Riccardo, una sosta obbligata ormai per chi percorre questo itinerario. Riccardo infatti è un personaggio ormai noto, raccontato anche da alcune fortunate trasmissioni televisive, la cui curiosa storia attira molti a trovarlo qui, quasi fosse un pellegrinaggio. 

la valle
In effetti la sua vita è stata interessante e merita di essere raccontata. Fotografo di moda, trascorreva i suoi anni di lavoro tra Roma e Los Angeles per immortalare modelle famose e vestiti di haute couture, quando, abbondantemente dopo i cinquanta, per tirarsi fuori da un divorzio pesante che lo aveva toccato duramente nel suo equilibrio psicologico, decise di viaggiare per il mondo in luoghi poco battuti per tirarsi fuori la depressione che lo stava segnando. Allora il mondo, periodo in cui l'overturism non era ancora un problema e pochi si avventuravano al di fuori degli itinerari più classici, offriva a chi cercasse un poco di avventura, tante mete di eccezionale interesse e il nostro Riccardo ne percorse parecchie, per sgombrare la mente dai fantasmi più fastidiosi. Comunque dopo un po' di peregrinazioni nei luoghi più sperduti del pianeta e giunto sulla soglia dei 60, eccolo che attraversa il deserto della Mauritania con un viaggio faticoso e appassionante che lo conduce in questa valle perduta, quando, fermatosi davanti in questa oasi sconosciuta per passare la notte, vinto dalla bellezza del luogo, eccolo diventare protagonista di un incontro da romanzo di appendice. Lì, davanti al pozzo più isolato del villaggio, dove il nostro aveva montato la sua tenda, è andata come tutte le mattine a prendere una brocca di acqua, una ragazza di una bellezza straordinaria. Si guardano, gli occhi di lei lo vedono e quell'acqua non vuole venir su dal pozzo. 

capretto
Verrebbe da dire col sommo poeta, quel giorno più non vi leggemmo avante..., ma intanto una scintilla è scoccata, la freccia di Cupido è stata scagliata senza possibilità di recupero e lo ha trafitto irrimediabilmente. Riccardo si ferma nell'oasi nei giorni successivi, parla coi fratelli, che alla fine lo accettano, sposa la ragazza e si ferma lì definitivamente. Adesso sono passati oltre quindici anni, lui ha assunto la cittadinanza mauritana e intanto sono nate tre figlie bellissime. All'inizio aveva aperto un piccolo ristorante con un socio italiano, ma si sa che le società è meglio farle in numero dispari minore di tre e quindi ora Riccardo, che tra l'altro non è neppure in perfetta salute e cammina a fatica, fornisce qualche servizio turistico nell'oasi, dispone di quattro posti letto, di cui vi invito ad usufruire se passerete di lì e vive tranquillamente la sua vita, offrendo un tè a chi lo viene a trovare e nell'ulteriore occasione, senza stancarsi dell'insistenza, ripete loro la sua storia, mentre la moglie in fondo al cortile, porta in cucina gli ortaggi che arrivano dall'oasi, vicino al famoso pozzo. Ha davvero una espressione serena e soddisfatta, Riccardo, mentre, probabilmente per l'ennesima volta, racconta questi scampoli della sua vita al passeggere di turno. Forse riuscire a trovare la propria dimensione in un ambito così lontano da quello che avevi pianificato all'inizio della tua vita, è il segreto per essere completamente soddisfatti e per avere avuto una esistenza degna di essere vissuta. Il capretto nato da pochi giorni, cerca di uscire all
'aperto della tenda mentre fuori, un asinello si avvicina all'abbeveratoio ciondolando le lunghe orecchie.

a casa di Riccardo

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M18 - La forza del destino

venerdì 20 febbraio 2026

Mau 4 - Le dune di Azoueiga

Dune di Azoueiga - auritania - gennaio 2026


Con Brahim
Avendo terminato di divorare il capro, espiatorio evidentemente, ma buonissimo, mentre il tè forte e dolcissimo mi raspa ancora il fiondo della gola facendomi tossire un po', ma il grato sapore di menta, si mescola perfettamente al gusto della carne alla brace così tenera e saporosa e vado a fare un giro nella cucina, dove ero già stato l'anno scorso e dove ormai mi sento di casa, cercando di non fare troppo caso alle misure igieniche, d'altra parte qui siano quasi nel deserto e non si può fare troppo i difficili. In mezzo alla camera deposito, c'è appeso un altro capretto che evidentemente sta frollando per i prossimi ospiti, ma non vedo forni, quindi è possibile che il nostro lo abbiano grigliato proprio nella fossa, come previsto dalla tradizione. La signora ride e non si rifiuta alle foto; in Mauritania, come ci ha più volte spiegato ad Ahmed, le donne sono piuttosto disinibite e abituate a lavorare anche in proprio, infatti molti di questi locali, ristoranti o guesthouse sono gestite direttamente da donne. I nostri girano per il cortile abbracciando e salutando tutti coloro che gli arrivano a tiro, qui d'altra parte si conoscono tutti e il deserto accomuna. Alla fine partiamo, tra grandi saluti e pacche sulle spalle, pare davvero di essere graditi ospiti e non certo solamente per quei pochi spicci del pranzo. Il deserto abitua alla solitudine e l'incontro, anche se certamente in questi anni si sarà fatto più comune e consueto, rimane comunque un momento particolare di gradita comunità anche tra sconosciuti, figuriamoci tra persone che si vedono di tanto in tanto e che non aspettano che queste occasioni per scambiarsi notizie e sentimenti di amicizia. 

Dune
Dunque non stupitevi se verrete sempre accolti con sincero calore fuori delle città, anche questo è uno degli aspetti più piacevoli di viaggiare in queste terre. Alla fine riusciamo a partire ma, poco dopo, lasciato il paese e superato l'ennesimo posto di blocco, abbandoniamo la  nazionale N1, verso Atar e prendiamo decisamente una pista sulla destra che si inoltra nella sabbia poco profonda e che addirittura scompare dopo pochi chilometri. L'orizzonte è ancora basso e rettilineo, ma, lontane sullo sfondo si vedono già le sagome delle dune del deserto di Azoueiga. Diciamolo pure, quando lasci la strada asfaltata hai certo una sensazione di eccitata attesa, la pista si snoda davanti a te e anche se non si seguono direttamente le tracce delle auto che ti hanno preceduto, ti senti pronto all'avventura a cui non sei abituato nella tua terra. Ma quando anche la pista svanisce nella sabbia e a poco a poco le tracce diminuiscono di numero fino a scomparire, viene spontaneo un senso di leggera, ma decisamente avvertibile, apprensione, ma qui, non è che ci stiamo perdendo? E subito questo il dubbio che ti viene alla mente e tu, homo cittadinus, che brami l'avventura sulla carta, non appena passata la prima duna ti senti perduto per sempre. Ma sarà normale? Non so, ma mi risulta che molti hanno questi miei stessi dubbi e momenti di angoscia. 

La Mela di Sodoma
Certo basta guardare i nostri due che chiacchierano animatamente e ridacchiano tranquilli che ti senti subito più sicuro, certo se non lo sanno loro dove stiamo andando che questo giro lo avranno fatto mille volte... , ma sì stiamo sereni e godiamoci il paesaggio, che intanto muta continuamente. I monticelli sempre più sabbiosi si fanno più frequenti, compaiono piante da deserto come la Calotropis procera, detta anche Mela di Sodoma, forse l'arbusto più comune che compare tra le sabbie, con pochi rami isolati, oppure in cespi rigogliosi con le larghe foglie dai gambi spessi che secernono un latice medicamentoso molto usato nella farmacopea tradizionale africana. Sembra che sia una mano santa per le affezioni della pelle che qui sono una piaga diffusa. Le collinette lontane sono diventate un rilievo continuo e sempre più alto. Il sole le ha colorate di un arancio intenso, non c'è foschia, visto che da ieri il vento si è calmato e lo stacco tra l'azzurro indaco del cielo e la cresta è nettissimo, quasi non riesci a staccarti dal seguirlo. I dromedari, le capre e le pecore che di volta in volta sfilano ai tuoi fianchi, raccontano tuttavia di un deserto ancora vivo e vivibile, evidentemente. Il pastore arriverà pure prima o poi da qualche parte a prendersi cura dei suoi animali, ancorché i suoi dromedari, siano debitamente impastoiati e di strada ne possano fare decisamente poca. 

Toyota
Poi ci fermiamo, la sabbia è diventata più profonda e a tratti molto morbida, per cui è venuto il momento di togliere aria dagli pneumatici, bisogna diminuire la pressione in modo che la superficie a contatto col terreno aumenti, facilitando il grip e diminuendo la possibilità di insabbiamento. Comunque è necessaria una certa perizia per guidare in questi su e giù, senza impantanarsi, Niente di grave, per carità, però poi bisogna scendere, mettere qualcosa di solido sotto le gomme e cercare di uscirne, cosa non sempre facilissima. Questo modo di procedere sarà magari fastidioso per chi deve andare da un luogo ad un altro e non ha altri itinerari possibili, ma per chi invece è in vacanza, è decisamente molto divertente. Certo è una spasso vedere le macchine che cercano la strada in mezzo a barriere di pietre o scoscendimenti ripidi e apparentemente invalicabili per noi, uomini da autostrada, ma queste Toyota 4x4 vanno davvero dovunque e anche passaggi che sembrano impossibili da superare con la pazienza e la perizia di chi ha esperienza su questi terreni, diventano una via faticosa sì, ma del tutto percorribile e pure divertente. Dopo una sessantina di chilometri arriviamo in una valle circondata dalle dune alte a destra e da una cresta rocciosa quasi nera a sinistra, di certo frutto di una antica eruzione vulcanica che ha sparso un oceano di lava per decine di chilometri.  

Il palmeto
In fondo alla valle, dove comincia un piccolo palmeto, c'è qualche capanna e una decina di tende bianche molto spartane, in attesa di viaggiatori di passaggio. Evidentemente questo è un luogo che, ormai ben conosciuto per la sua magnetica bellezza, è sull'itinerario di molti amanti del deserto. In effetti le dune sono bellissime ed il colore dei dintorni, che da giallo intenso è diventato aranciato, si accentua sempre di più man mano che passano le ore. Cerchiamo con una certa fatica di raggiungerne la cima, per vedere da una posizione più elevata tutto il panorama circostante che si riesce ad abbracciare con un colpo d'occhio. Camminare in salita nella sabbia ti dà subito un senso di inusuale difficoltà; fai un passo avanti e contemporaneamente ti sembra di farne due indietro, tanto il peso tende a trascinarti verso il basso, non sostenuto dalla solidità del terreno. Però camminare verso l'alto e anche quello che devi considerare come il nulla, perché non hai nulla di noto su cui misurare la tua posizione davanti a te, non appena superi un paio di avvallamenti, avvolto da un silenzio più conturbante che confortevole, comincia ad apparirti alieno, sconosciuto, assolutamente anomalo, rispetto alle tue consuetudini. Se sei solo, puoi fermarti, sederti sulla sabbia alla sommità della duna e guardare e allora come puoi non sentire quel " sedendo e mirando interminati spazi e sovrumani silenzi, e profondissima quiete...ove per poco il cor non si spaura"! 

le dune
Solo il deserto, terreno alieno per definizione può darti queste sensazioni, io credo. In questa zona poi, ci sono curiosità non spiegabili, ad esempio accanto ad avvallamenti dove il colore della sabbia è talmente carico da sembrare cosparso di polvere di croco, ci sono zone ed aree di sabbia completamente bianca, di una purezza assoluta, che appare come travasata artificialmente in questo luogo oppure ancora emersa dalle profondità della terra, come da un altro continente. Quasi viene spontaneo raccoglierne un poco, in una bottiglietta, da portare con sé e rendere al ritorno questo ricordo indelebile. Noi restiamo sulle dune fino a quando il sole non scende oltre l'orizzonte. Il colore si è scurito di momento in momento, passando dall'arancio scuro, al rosa, al rosso, al viola sempre più scuro fino a quando il nero della notte ha avuto il sopravvento, sopra di noi, mentre stracci di nuvole hanno sfrangiato il cielo, colorandosi via via delle sfumature del tramonto. Ci hanno regalato davvero una tavolozza straordinaria, che tuttavia ci impedirà di vedere la stellata assoluta, l'altra meraviglia del deserto notturno, con il fascio luminoso della via Lattea che scorre da un orizzonte all'altro come un fiume in piena le cui acque argentate dividono l'universo. O uno o l'altro, ragazzi, non potete pretendere tutto. Scendiamo dalle dune pieni di bellezza, verso le tende, nella valle tra le dune più ripide. 

Deserto
Al centro più in basso, si vedono i nostri amici che sono andati in quella che è la piccolissima oasi, che sta alle spalle dell'attendamento e che non si riusciva a determinare dal basso, ma che in realtà è davvero piccolissima, a cercare rami secchi di legna e hanno cominciato a preparare un falò per riscaldare la cena, che arriva, preparata chissà come, nelle capanne nascoste tra le frasche, dove vive, almeno credo una famiglia di nomadi, proprietari della piccola area verde, attorno alla quale pascolano anche un po' di animali. Quando arriviamo, le fiamme sono già alte, poi piano piano si affievoliscono e rimangono le braci da ravvivare, aggiungendo di tanto in tanto altre frasche secche di palma. Intanto che il cous cous si scalda, ci viene data una soupe classica di carote, una persecuzione, ottima per la verità, che pure va giù benissimo e che sarà una presenza costante nei pasti di tutto il viaggio, poi l'ottimo cous cous, con verdura e carne di montone, altro piatto che troveremo continuamente. Il tè alla menta come giusto scorre a fiumi, con le cure di Salek che continua a produrne in quantità, sfornando bicchierini fumanti in continuazione. Più tè nel deserto di così... Voglio proprio confermarvi che stare qui mentre il calore delle braci si diffonde e la luna sale dietro le dune, vale proprio la pena. Quasi dispiace ritirarci nella tenda, intanto perché fa piuttosto freddo e poi perché sembra di rinunciare a qualche cosa. 

L'accampamento
Non resta che rimbaccuccarsi alla meglio e cercare di dormire. Guadagnamo il nostro spazio e cerchiamo trovare la posizione giusta, quando un urlo squarcia la notte. Usciamo di corsa, ma cosa succede, Lina sembra paralizzata sulla soglia della tenda con uno scarpone in mano. In basso, a terra, appena uscito da sotto la stuoia, tra il materassino ed il lenzuolo, un bello scorpione giallo, quasi trasparente, immobile, ma con la sua bella coda levata verso il cielo, che forse vuole solo mimetizzarsi nella sabbia, senza essere troppo disturbato, ma noi non sappiamo quale siano le sue reali intenzioni, orse non glielo hanno detto che i turisti non bisogna morderli, che c'è un accordo, un trattato o non so come dire meglio, ma son cose che non si fanno, ma quello devi dire che non ha assolutamente un bell'aspetto. Siamo tutti lì che non sappiamo come reagire, ma ecco che arrivano di corsa i nostri che vista la mala parata, con una ciabatta prendono il malcapitato, senza troppi complimenti, scagliandolo lontano e non stiamo poi troppo ad indagare quale fine avrà fatto. Poi, dopo che ci siamo spostati e tutti ci siamo ripresi dallo spavento, tirano fuori tutto dalla tenda, stuoie, tappeti e materassino e li scuotono tutti ben bene, per scovare altri eventuali ospiti, che per fortuna sembrano non pervenire. 

Il falò
Si rimonta allora il tutto e anzi si inserisce all'interno un altra tendina leggera con gli spioventi di retina tipo zanzariera, completamente chiusa per non consentire la penetrazione di altri ospiti. Poi, ancora un po' scossi e dopo esserci guardati ben ben attorno, ci infiliamo tutti nel nostro fidato sacco lenzuolo, dopo averlo ancora ben sbattuto per sicurezza, anche se non è facilissimo prendere sonno. Il tarlo continua a perseguitarti, ma avremo guardato bene, non è che ce ne sia un bel nido proprio sotto la nostra tenda? Sapremo poi domattina, che la scorsa settimana un turista era stato effettivamente  morsicato e anche se pare che questo tipo di scorpione non sia sicuramente mortale, almeno nella maggior parte dei casi, il piede gli è gonfiato come un melone, l''hanno portato in ospedale e poi piano piano ha risolto, ma sembra che questo tipo di esperienza non sia del tutto piacevole e che se ne possa fare tranquillamente a meno, insomma un male porco, tipo la spina della tracina, sempre che tutto si concluda bene. In ogni caso ricordatevi che se dormite in tenda da queste parti, controllate bene e poi al mattino conviene dare sempre una attenta occhiata agli scarponi, scrollandoli bene prima di infilarli, visto che pare che questi animaletti prediligano passare la notte al calduccio. A domani dunque, ben riposati e tranquilli.

I colori della sabbia



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