lunedì 27 luglio 2026

Pam 29 - La Pamir Highway

montagne dell'altopiano - Pamir, Tajikistan - giugno 2026


La Pamir Highway
Sono sempre un po' arrugginito alla mattina presto, quando poi la notte si passa in quota e checché se ne dica 4000 è sempre una bella cifra, è ancora più dura, anche se, per la verità, potrebbe essere solamente una sensazione questo leggero mal di testa che mi perseguita fin da quando ho cercato di raggiungere il baraccotto in fondo al cortile, dove sfogare l'accumulo della notte. D'altra parte per queste cose bisogna un po' adattarsi, se pensi che a Marco Polo sarà toccato andare dietro a qualche duna, col rischio di perdersi per sempre, richiamato dalle voci dei jin, gli esseri malefici della tradizione che amano confondere la strada nei deserti ai viaggiatori. Però potrebbe essere tranquillamente il cuscino che non è andato troppo d'accordo con la mia cervicale, che è sempre un po' tignosa. In effetti quando mi sono mosso un poco, è passato tutto e tra le altre cose, non fa neppure il freddo che temevamo, anzi con addosso un pile leggero, non si sta affatto male e ormai il sole sta salendo dietro le colline lontane e il cielo diventa ad ogni momento più azzurro. A colazione poi, c'è addirittura la marmellata! Insomma cercano di farsi i clienti anche ad Alichur e quando fai un giretto a piedi per sgranchirti le gambe tra le case basse e un po' anonime del paese, l'orizzonte ti si svela subito, chiaro e pulito e devo ammettere che questo è uno dei panorami più bello di tutto il viaggio, così solitario e severo da darti la sensazione di essere davvero fuori dal mondo, almeno dal tuo mondo, quello delle certezze a cui ti sei abituato, come se fossi stato depositato fin quassù da una astronave e adesso ti stessi chiedendo come fare a sopravvivere, dove trovare modo di andare avanti in cerca della tua civiltà. 

Mandrie ad Alichur
Lontano, in fondo alla valle, un avvallamento che forse raccoglie meglio l'umidità che scorre dalle colline che lo circondano, permette il crescere di una leggera coltre di erba, una peluria a metà strada tra il verde stentato e il giallognolo della secchezza prematura. La mandria di yak si è spostata laggiù, forse per approfittare della frescura del mattino e gli animali mostrano i dorsi pelosi anche se a quelle distanza ti appaiono solo come piccole macchioline immobili all'orizzonte. Tra le case, gli unici mezzi meccanici che scorgi sono qualche vecchia Lada Niva ed i famosi e indistruttibili camioncini sovietici UAZ, che evidentemente resistono bene nei territori più difficili. Sembra davvero di essere ancora in quel mondo ormai dimenticato anche da queste parti. I camion cinesi che erano parcheggiati davanti alla trattoria, sono già partiti tutti, questa è gente che non ha tempo da perdere e Dushambé con le sue sirene di città moderna, è ancora molto lontana da quassù. Ma quando viene l'ora di partire, non possiamo che continuare a girare l'occhio tutto attorno in cerca di scenari da fotografare, uno più affascinante dell'altro. Dopo una dozzina di chilometri ecco il piccolo specchio d'acqua della sergente Al-Balik (del pesce bianco) a cui facevo accenno ieri. Effettivamente le acque sono limpidissime e si scorge il fondo, che non capisci quanto profondo proprio a causa della perfetta visibilità. 

Yak
Qualche pesce guizza qua e là, ma vicino alla riva tutto è coperto da rigogliose piante acquatiche che nascondono la sua decantata visibilità cristallina. Ci metteremo almeno quattro ore per fare la novantina di chilometri sull'altopiano che ci separano da Murghab, il capoluogo del Pamir orientale, tanto per certificarvi lo stato della strada. I saliscendi non sono molti e la strada serpeggia tranquilla nella valle, solo il fondo è talmente disastrato che consiglia di lasciarla non appena è possibile per percorrere un tracciato alternativo al suo fianco, dove per lo meno non ci siano continui residui di asfalto diroccato che producono certamente un continuo massaggio, ma non so di quanto beneficio sia per la mia cervicale. Comunque il  mal di testa è passato anche se la quota oscilla sempre tra i 3700 e i 4200. Abbiamo appena fatto un passo a questa quota, ma al di là del fatto che non è segnalato neppure da un misero cartello, non è neppure chiaro quale sia il punto di maggiore sopraelevazione. In fondo questa è una cosa davvero di minima importanza, lo spettacolo invece continua ai nostri fianchi con una serie di pareti di roccia dalle formazioni imponenti e globose, come se le condizioni atmosferiche ne avessero graffiato via con mani adunche, tutto il terreno inutile che le ricoprivano, lasciando alla luce questi pannelli di roccia marrone impilati in colonne quasi regolari, in mammelloni scabri e taglienti, in calanchi scavati dal tempo. 

Ibex
Questa è la zona dove allignano gli animali servatici del Pamir e che proprio per la loro selvaticità, non si vedono mai. Non fatevi illusioni, ma del famoso leopardo delle nevi non ci sono tracce e neppure delle pecore di Marco Polo (Ovis ammon Polii). Solo per caso, lontanissime, tanto che nel paio di foto che ho scattato per puro obbligo di firma, risulteranno praticamente irriconoscibili, scorgiamo un paio di Ibex, il famoso stambecco del Pamir, il cui maschio vanta corna che arrivano addirittura a 150 cm, di cui abbiamo visto qualche teschio nei tempietti Oston. Ma sarà la distanza o il fatto che fossero femmine, ma di questi non riusciamo neanche  a vederle queste fantomatiche corna. Niente da fare, oltre le aquile dell'altro giorno, qua intorno siamo perseguitati solamente dalle marmotte, grasse come porcellini e con mantelli così spessi da farle sembrare palle di pelliccia fulva e lucidissima, che corrono via come saette mostrandoci le terga in segno di scherno, non appena facciamo un tentativo di avvicinarle per fotografarle più da vicino. Alla fine, una si prende pietà dei miei sforzi, all'improvviso si ferma, sale su un monticello di terra e si mette in posa mostrandomi gli incisivi con un bel sorriso. Non incrociamo neppure quasi nessuno lungo la strada, per i camion bisogna aspettare il pomeriggio. 

Marmotta
Dopo un po' ecco che passano due ciclisti, che arrancano come disperati lungo la pista sassosa, che per noi è solo in leggera discesa, ma che fatta in bici a questa altitudine deve essere davvero una sfida sovrumana ai polmoni ed alle gambe. Noi diciamo che è gente che si vuole male, ma certo che quando arrivi alla meta deve essere una gran bella soddisfazione. Comunque la mattinata passa tra sguardi meravigliati e oooh di stupore davanti a sfilate di montagne sempre diverse, pronte a mostrare il loro lato migliore. I colli si fanno più bassi e di contrasto alle loro spalle le montagne vere, alzano sempre di più le loro cime completamente bianche di neve, mostrando il nero della roccia viva solo nei loro punti più scoscesi. Quando è da poco passato mezzogiorno la valle si allarga decisamente mostrando un vasto territorio ondulato e circondato di montagne lontane. Al centro della valle, la cittadina di Murghab, la più importante di tutto il Tajikistan orientale, si stende pigramente in un terreno scostante e alieno per la vita umana. Questo sito infatti, è davvero una anomalia nel suo genere. La prima cosa che ti domandi infatti è cosa abbia spinto qualcuno a venire a stanziarsi qui, un luogo dove l'agricoltura è impossibile, i pascoli sono avari e poverissimi, le temperature arrivano a -50°C in inverno e a +40°C in estate e può nevicare in qualsiasi giorno dell'anno, oltre ad essere molto lontano da raggiungere. 

Il mercato di Murghab
In effetti la zona è considerata come un deserto di alta quota con scarsissime precipitazioni, venti forti e tempeste improvvise. Mancano inoltre le fonti energetiche, il riscaldamento essendo garantito solo dalle deiezioni degli yak essiccate e solo oggi supplite da pannelli solari e carbone portato in loco da lontano. La spiegazione è semplice, qui siamo al centro di un'area strategica, quella che è l'attuale Pamir Highway all'incrocio con la strada che, attraverso il passo di Kulma porta in Cina e quindi è stata ampiamente contesa da Russi, Inglesi e Cinesi alla fine del XIX secolo. I Russi insediarono per primi nella valle il Pamirsky Post, dove c'erano solamente pochi pastori nomadi Kirghisi con i loro yak, resistenti a queste condizioni estreme e furono anche quelli che costruirono la strada moderna ancora oggi attiva per collegare Dushambé a Osh. Poi è stato tutto un tira e molla per avere il controllo della zona fino alla guerra tra Kirghizistan e Tajikistan quando la zona era stata quasi del tutto abbandonata. Adesso le acque sono calme e anche la Cina ha capito che è molto più conveniente lasciare le cose come stanno e fare affari sfruttando il corridoio commerciale che si è creato sulle tracce di quello che c'è sempre stato in passato. Il sito, abitato prevalentemente da Kirghisi, la maggior parte dei quali con doppia cittadinanza, che tuttavia adesso è stata vietata, è diventato così un importante centro commerciale tra gli stati confinanti e complice la crescita del turismo, anche punto di tappa fondamentale sulla M41. 

Ragazza kirghiza
Una delle parti più interessanti della città è il mercato, un luogo del tutto sui generis, costituito unicamente da una serie di container trasformati in negozi ed abitazioni, dove l'esposizione delle merci ed il commercio di ogni tipo di materiale si svolge in continuo. In effetti ci sono tutte le caratteristiche comuni di un mercato orientale, da ogni tipo di negozio, ai banchi per il cibo di strada ai magazzini per conservare il materiale, ma tutto si svolge in quello che sembra una discarica di materiali da trasporto abbandonati uno vicino all'altro, dei quali un gruppo di persone, in cerca di sistemazione, ha preso il controllo, tagliando porte e finestre per renderli abitabili e poi per usufruirne per questo luogo di scambio, che appare come l'emblema del provvisorio, in attesa che accada qualche cosa a regolamentare il viver civile. In effetti poi trovi di tutto come in qualunque mercato, è solamente la stranezza della disposizione che lo fa apparire come un campo profughi adattato al commercio. Gli uomini indossano quasi tutti il cappellino kirghiso, quella corta feluca bianca ricamata che si posizione alta sulla testa, le donne con fazzolettoni colorati attorno alla testa, hanno tutte caratteri orientali, con il lungo e conturbante taglio degli occhi che le rende belle ed esotiche al tempo stesso. Passeggiamo un poco tra i magazzini, non saprei come meglio definirli, poi andiamo a mangiarci un pollo fritto con patate e tè al limone. 

Kirghizi al mercato


Murghab
SURVIVAL KIT

Murghab - Capoluogo del Pamir orientale con circa 6000 abitanti a 3650 m. Il miglior luogo di tappa di questa zona, importante per la sua posizione logistica. Da vedere la moschea e il particolare mercato cittadino. Se avete uno o due giorni in più da dedicare alla zona, molto particolare e unica per la sua posizione strategica, potrete vedere nei dintorni: a 7 km, un'area tombale a Kana-Kurgan; a 10 km a sud della città, c'è un santuario che accoglie e cura i leopardi delle nevi feriti prima di rimetterli in libertà. Si possono vedere e fotografare, ma è sempre uno zoo. A circa 45 km il villaggio di Rangkul, col vicino lago di Shorkul, in uno scenario di deserto di montagna che dicono essere uno straordinario paradiso ornitologico. A circa 50 km nella valle di Kurteskei, ma qui bisogna dedicarci una intera giornata c'è la grotta di Shakhty, scoperta negli anni '50, che ospita una incredibile serie di dipinti in pigmento minerale rosso, di epoca addirittura paleolitica, con scene di caccia all'orso, cinghiali e un particolare uomo uccello di difficile interpretazione. Ci sono poi postazioni militari sovietiche abbandonate e l'osservatorio di Shorbulak oltre a moltissime opzioni di trekking. In agosto qui si svolge il festival sportivo At Kabish, coi giochi tradizionali a cavallo, tra i quali il Kok-Buru (conosciuto anche come Buzkashi, negli stati vicini) in cui, cavalcando, bisogna portare in un cerchio una carcassa di capra e anche molte altre competizioni a cavallo come il Kiz-Kuumai in cui l'uomo (lo sposo) deve catturare la sua ragazza inseguendola a cavallo e cercare di baciarla. La ragazza, per contro, può tranquillamente prenderlo a frustate, se preferisce. Vi si svolge anche la caccia con l'aquila come nella vicina Mongolia.




Guesthouse Erali - Murghab
- In bella posizione sopra la città, tenuta da due simpaticissimi anziani, frequentata da viaggiatori interessanti per scambiarsi informazioni ed esperienze. Sala da pranzo in stile sovietico con ori e lampadari e moltissimi tappeti alle pareti. Stufa in camera.  Cena ricca con samosa alle patate e minestra, un sacco di dolciumi. Camere ragionevolmente accoglienti, spaziose con letti grandi. Bagni in corridoio, pulito.

Il mercato

Donne al mercato
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domenica 26 luglio 2026

Pam 28 - La valle perduta di Alichur

Lo Stiky lake - Tajikistan - giugno 2026

 

Le montagne intorno
La strada prosegue in una alternanza di panorami grandiosi, fatti di montagne severe, dai colori innaturali, specchi d'acqua spettrali e soprattutto un territorio che, anche visivamente rifiuta la presenza umana ed animale, con una terra arida ed inospitale che non consente neppure il pascolo delle bestie parche e non pretenziose dell'altopiano. La valle si estende sinuosa tra colline di quattromila metri, lasciando ai nostri fianchi aree umide e fangose di laghi fantasma, pieni di alghe misteriose e scure, mentre nei punti dove il fango è seccato, affiora il bianco del sale e delle mineralizzazioni dei fondali degli stagni seccati. Una vista quasi aliena che racconta bene una natura avversa all'uomo in ogni suo momento, senza quindi considerare la climatologia terribile che isola questo mondo per tanti mesi all'anno. Scorriamo uno specchio d'acqua, forse il Sasik Kul, un lago cupo e minaccioso, detto anche Stiky lake, che dovrebbe emanare, a quanto dicono le guide, un forte olezzo di uova marce ma che, per la verità non sembra poi così puzzolente, anche se per essersi guadagnato questo nome, una ragione pure ci dovrà pure essere. Si arriva a piedi fino alla riva che va sfumandosi in un'acqua morta e senza trasparenze, come se l'ingresso di un'Averno misterioso e sconosciuto fosse proprio lì, celato tra quelle profondità piene di mistero. 

Il Tuzkul
E poco prima di questo avevamo fatto un'altra sosta per fare qualche foto al Tuzkul, il lago Salato, così chiamato proprio per gli affioramenti bianchi che si notano attorno alle rive. Qui attorno non cresce neppure più qualche filo d'erba, forse è proprio questa salinità che lo impedisce. Ma è la desolazione che suggerisce questa strada solitaria e perduta, in particolare in questo tratto che non manifesta neppure la presenza di cime altissime ai suoi fianchi, che darebbero comunque un tocco oleografico gioioso, a tal punto che questa viene denominata anche la Valle della vergogna di Alì. Racconta la leggenda infatti, che quando il genero del Profeta raggiunse queste valli per proseguire la sua predicazione (anche se anche in questo caso ci sarebbero delle incongruenze considerando le date), trovò gli abitanti molto lontani da una vita morigerata ed in linea con gli insegnamenti del Profeta, praticando la poligamia e mantenendo comportamenti lontani da uno stile di vita moralmente accettabile. Così Alì pregò Dio affinché maledicesse quella terra, rendendola per sempre infertile ed invivibile. Così da quel momento la valle di Alichur divenne arida e quasi completamente priva di vegetazione. Anche questa è una delle leggende che aleggiano in queste terre estreme, dove comunque, a dispetto di tutto qualche uomo riesce a vivere in qualche modo, essendo forse l'essere vivente più adattabile e tignoso del pianeta. 

La tomba del mercante cinese (dal web)
Così finalmente anche noi arriviamo ad Alichur, un paio di centinaia di case basse e primitive sparse nella piana fatta di terra e roccia cosparsa di pietrisco, uno dei punti di sosta per i camionisti che percorrono la Pamir Highway, arrivando dalla Cina lungo lo stesso cammino che per migliaia di anni hanno percorso prima di loro mercanti, religiosi, esploratori e che stiamo facendo anche noi, semplici curiosi in cerca delle emozioni che solo terre queste sanno dare. All'incirca 2000 persone che riescono a campare, non è chiaro di cosa, in questa landa desolata. La strada stessa, se così vogliamo chiamarla è solamente un ricordo di quello che era stata pensata. Le tracce di asfalto sono così misere e sfasciate che creano più problemi della pietraia naturale, tanto che spesso la abbandoniamo per seguire altre tracce al suo fianco, meno traballanti e fastidiose, per quello che qui si chiama "natural massage". Pensate che per fare gli ultimi trenta chilometri ci mettiamo oltre un'ora. Per la verità, se vogliamo essere precisi, dando un'occhiata intorno con sguardo più attento, in questo che sembra un paesaggio totalmente ostile, anche se severamente bellissimo, riesci a notare lontane, le tracce di un piccolo fiume che divide la valle serpeggiando sotto le colline. Si tratta dell'Alichur, che mantiene lo stesso nome del villaggio e che prosegue, alimentandolo come immissario, il lago Yashilkul e poi giunge fino a Khorog e si dice sia molto ricco di trote, risorsa alimentare assai preziosa per i locali che devono sopravvivere nella zona. Insomma forse la maledizione di Alì ha lasciato una piccola scappatoia ai resilienti abitanti dell'altopiano, per riuscire a sopportare le carenze del luogo!

Greggi ad Alichur
Non riusciamo a vedere la piccola costruzione chiamata La tomba del mercante cinese, che dalla mappa risulta persa nella piana ad una trentina di chilometri e che sorge vicino alle rovine del caravanserraglio di Bash Gumbez dove sicuramente avrà sostato anche il nostro amico Marco, quasi 800 anni fa, pensate un po', mentre per la sorgente di Al Balik, ad una dozzina di chilometri nell'altra direzione, cercheremo di vederla domani, visto che si dovrebbe trovare proprio vicino alla strada. Si tratta di una sorta di sorgente sacra, una sorta di oasi nel deserto, si vede che qui la maledizione di Alì non ha funzionato, che avrebbe acque così cristalline da mostrare chiaramente le trote che nuotano sul fondo o almeno così si dice; si sa che poi in questi casi si tende sempre ad esagerare. Non è noto come sia andata la storia di questo mercante che, giunto in questa valle desolata, uno dei punti più difficili della traversata del Pamir, si ammalò improvvisamente, forse per le condizioni atmosferiche proibitive o per altro, fatto sta, che l'amico che lo accompagnava volle costruire questo piccolo monumento funebre a suo perenne ricordo, che è ancora qui dopo tanti secoli e pare, almeno dalle immagini, in buone condizioni. Noi arriviamo in paese che è quasi sera. Lontani, attorno alle case, sparuti gruppi di yak grigi e pelosissimi, tentano disperatamente di strappare a questa terra avara miseri cespi di erba seccagna e dura, il pochissimo che questa landa riesce a far crescere in questo che è il suo periodo migliore. 

Kirghiso
Tra le case un po' più lontane, indovini anche le mura un poco più curate di una bassa moschea con piccole torri agli angoli, ornate elegantemente da greche marroni, attorno ad una grande e bassa cupola centrale. Noi giriamo alla cieca per il paese, percorrendolo in lungo ed in largo e mentre scende il buio fatichiamo un poco a trovare l'Homestay, nonostante le indicazioni dei rari abitanti che incontriamo nel nostro giro e che una volta ci mandano da una parte, e la volta dopo ci indicano la direzione opposta, quasi volessero prenderci in giro. Alla fine la troviamo. Ovviamente è molto basica e nelle stanzette non si trova altro che un letto e niente di più, ma considerato il luogo in cui ci troviamo, penso che non si possa pretendere di più. Nel paese, proprio sulla strada c'è anche un locale, che fornisce cibo. E' una specie di taverna, ritrovo per tutti i camionisti che passano da questa strada, per arrivare fino a Dushambé con il loro carico di merci cinesi le più varie, dalle auto agli alimentari, ai tessili di ogni tipo, oltre naturalmente a tutto il materiale tecnologico di cui il paese ha fame. Naturalmente il locale si chiama Cafè Marco Polo e ci mancherebbe! Qui siamo a circa quattro giorni dalla Cina e pare che un trasporto, per un container completo costi all'incirca 400 $, se vi interessa cominciare un business da queste parti. 

Camionisti
Sono sempre informazioni che servono e che il mercante gradisce avere, quindi come farebbe Marco nelle appendici ipotetiche del suo libro, anche io le aggiungo di buon grado. Ci accomodiamo anche noi davanti alla loro tavolata, d'altra parte è noto in tutto il mondo che dove si fermano i camionisti il cibo è ottimo. Ci viene servita una zuppa di spaghetti piuttosto piccante, cosa inconsueta nell'Asia centrale, ma qui si vede che arrivano i refoli culinari della Cina profonda e il peperoncino del Sichuan probabilmente fa premio anche fra le montagne dell'altopiano. E' davvero interessante comunque sentire i discorsi e le chiacchierate di questi autisti che incrociano di continuo queste valli. Jamshed ci traduce le conversazioni più divertenti, infatti l'argomento principale sembra essere la follia degli occidentali che si incontrano da queste parti e delle loro abitudini incredibili e folli che li fanno sganasciare dal divertimento. In particolare, quelli che meno riescono a capire sono i ciclisti, che incredibilmente affollano questa impossibile strada, anche se non ci crederete. Noi stessi ne abbiamo incontrati parecchi, come vi dirò in seguito. Uno racconta di una famigliola di due ciclisti, ognuno dei quali che trascinava, attaccato alla bici, un carrettino contenente un bimbo di un anno e un cagnolino microscopico, l'altro. Il tizio non riusciva a concepire la follia di portare un bambino così piccolo in un luogo così inospitale. 

La stufa
Un altro a sua volta, racconta di averne trovati due che dormivano al lato della strada in una minuscola tenda, tremanti di freddo, a causa di una attrezzatura piuttosto scarsa per quelle temperature notturne che di solito scendono attorno allo 0°C. Insomma non fatico a capire come questi uomini, pur abituati al rigore di questa terra, non riescano a comprendere la mentalità degli occidentali che vengono quindi assimilati in massa a queste, che anche noi riteniamo eccezioni del tutto particolari e non comuni. Comunque i ragazzi, ridono molto, ve lo assicuro e noi che siamo capitati come per caso in questa specie di club per trasportatori di passaggio che si scambiano le loro esperienze, ci sentiamo decisamente pesci fuori dall'acqua. Vedi attorno al tavolo genti di tutte le razze, facce rotonde e rubiconde di Tajiki o forse di Uzbeki, corpi e testoni massicci e schiacciati, dagli occhi sottili come lame, sicuramente Kazakhi, ometti segaligni col classico cappellino a feluca del vicino Kirghizistan. Le ragazze che portano i piatti, probabilmente le figlie del proprietario della locanda o qualche loro amica, sono molto belle, soprattutto il taglio delle palpebre, le rende affascinanti ed esotiche al nostro occhio non abituato. Ma come già diceva Marco, le ragazze del Pamir hanno una loro straordinaria eleganza naturale e queste, longilinee e avvolte nei loro costumi tradizionali, ne sono prova confermata. Alla fine quando ce ne andiamo per raggiungere i nostri letti, ci salutano tutti con molta cordialità, come se ci considerassero parte del loro gruppo insomma, non facenti parte di quei matti che arrancano lungo le salite, sbuffando. Intanto, dite un poco quel che volete, ma mi è venuto un po' di mal di testa, sarà pure che ci siamo acclimatati, ma 4000 metri non sono uno scherzo e da queste parti, il mal d'altura è indicato come uno dei problemi più frequenti. 

La moschea di Alichur


SURVIVAL KIT

Homestay Gianali - Alichur - Sistemazione molto semplice in camere spartane con il solo letto. Bagno e doccia in cortile. Personale estremamente gentile. Considerate che può fare molto freddo perché siamo a 4000 metri di quota. Di notte può scendere sotto lo zero per cui ci sono robuste stufe nelle stanze ed i letti sono dotati di un congruo numero di trapunte.

Affioramenti salini


Yurta di pastori
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Il supermarket di Alichur








sabato 25 luglio 2026

Pam 27 - Il parco del Tajik

Lago Yashilkul - Parco del Tajik - Pamir - giugno 2026

 

M41
Certo, me la aspettavo la magia assoluta di questa strada. Fa parte delle descrizioni di tutti i diari di viaggio ed è una delle motivazioni che ti spinge a venire fin quassù. Siamo soli in questo nulla assoluto, dove senti solamente il rumore, lieve anch'esso, del motore dell'auto che si sforza di andare avanti, senti che ansima anche lei nel disperato tentativo di aspirare aria all'intorno. Aria che non c'è o per lo meno ce n'è meno di quella a cui anche il motore è abituato. Da un po' non si vede più un albero. La sensazione è che quassù manchi la vita o quantomeno che ce ne sia molto poca. Al nostro fianco le montagne, fatte di roccia aspra ed arcigna, si sollevano con curve leggere. Le cime vere sono più lontane, fuori della vista. Ma qui ormai negli avvallamenti a nord o nei costoni riparati dal sole, placche di neve profonde e consistenti, hanno da un po' cominciato a marcare il nostro percorso. Così la Pamir Highway è una sfida alla tua mente, più che una difficoltà di percorso. A quello ci pensa la tua auto, sperando che regga allo sforzo e alle condizioni del terreno, che non sono proprio quelle di una strada "normale" altro che highway come è pomposamente definita. Così navighi sempre in quello stato mentale nel quale, la testa vaga nel pensiero di cosa significhi per i viaggiatori, questa via, perdendoti nei sogni e nelle storie che senti attorno a te come fantasime lontane, lasciate da tutti coloro che da qui sono passati, con le loro motivazioni, sogni di conquista, desideri di arricchirsi o semplicemente voglie di conoscere mondi lontani e sconosciuti.

La strada
Oppure invece lasci più semplicemente che l'occhio vaghi su quanto scorre intorno, facendoti rimanere sorpreso continuamente per la stranezza delle formazioni rocciose che via via appaiono e spariscono, per i colori che presentano, mostrando strati venuti allo scoperto a causa dell'erosione o forse di sommovimenti che qui certo non hanno provocato catastrofi, ma che hanno confuso suoli, terre, forme e adesso si mostrano nella loro nudità scoperta di minerali che erano finiti milioni di anni fa nella profondità della terra ed ora sorgono a mostrare la loro bellezza. Questo è uno dei luoghi della terra dove riesci a capire tangibilmente cosa sia la tettonica a zolle. Così allo stesso tempo e successivamente forze spaventose della natura hanno lavorato per eoni successivi, il vento, le temperature, le precipitazioni, pioggia, neve, gelo, alternatisi a scavare impietosamente per corrodere l'anima di queste rocce all'apparenza durissime, ma che poi si rivelano essere tenere e fragili di fronte a queste forze assolutamente superiori, continue, implacabili. Così ecco intorno a noi una valle dove massi forse granitici di ogni dimensione, sono stati spaccati e sono stati fatti discendere dai fianchi delle montagne fino a rimanere qua e là come disposti da forze titaniche e maligne e poi ancora successivamente lasciati alla loro mercè affinché queste potessero scavare in profondità dentro di loro.

Erosione nei passi di granito
Così hanno potuto mostrare forme inusitate e multiformi, che subito la fantasia dell'osservatore trasforma in figure riconoscibili, animali inesistenti, visi deformi, fantasie di pietra astratte a cui neppure la mente più contorta riesce ad incasellare in una categoria, dandole un nome. Ma la strada continua passando di valle in valle e mutando continuamente di paesaggio. Ora compaiono piccoli laghetti glaciali, le cui acque blu notte si confondono con l'indaco del cielo delle grandi altezze dove gli sbuffi delle nuvole altissime sono bianche come i ciuffi del cotone di questa terra, che ti fanno immediatamente comprendere come la loro presenza nelle tanke buddhiste che ornano i templi, sia viva e reale come non mai. Adesso ai nostri fianchi, di tanto in tanto, appaiono altri piccoli laghi forse salati, visto che sulle rive spoglie compaiono tracce bianche, forse appunto prodotte dalla salsedine affiorante. Più in alto aumenta la neve che ricopre stabilmente le catene più lontane. Ad un certo punto prendiamo una deviazione a sinistra che porta verso lo sconfinato territorio del Parco Nazionale del Tajik, inserito nel patrimonio Unesco nel 2013, per il suo particolare valore geologico, glaciologico e naturalistico, che occupa oltre 2,5 milioni di ettari del Pamir orientale, il 18% circa dell'intero paese, una zona completamente selvaggia, un vero paradiso per trekkers, alpinisti ed esploratori di aree remote. 

Il paese di Bulunkul
Noi invece, che camminatori non siamo, io per lo meno, ci contenteremo di arrivare ai più vicini laghi di Bulunkul e Yashilkul (il lago verde, anche se in realtà mi sembra molto blu) veri e propri paradisi naturalistici che si estendono l'uno vicino all'altro a circa 3700 m di quota. Vi ricordo in ogni caso, anche per frenare i vostri bollenti spiriti, che, ho già capito, vi stanno portando, dopo la lettura di queste mie note, a prenotare immediatamente biglietti e organizzazione per raggiungere questo luogo, che Bulunkul è considerato uno dei luoghi abitati più freddi dell'Asia Centrale, con temperature che possono scendere sotto i -60°C e direi che mica sono scherzi! Questa area che attira esploratori e alpinisti da tutto il mondo, comprende oltre mille ghiacciai, incluso il Fedchenko, il più grande esistente al di fuori delle zone polari, lungo circa 77 chilometri e necessita per essere visitate e percorsa di uno speciale permesso GBAO, oltre al biglietto specifico per entrare nell'area protetta che consente di entrare e soggiornarvi per giorni. Ma noi che esploratori non siamo e men che meno alpinisti, ci accontenteremmo di entrarci per un paio d'ore, fare un po' di foto ai laghi e andarcene quindi alla chetichella e senza disturbare, ma sappiamo che ci si dovrà scontrare con la burocrazia impietosa. Infatti appena arriviamo alle costruzioni poverissime e malandate del paesino di Bulunkul, ancora prima di riuscire a parcheggiare, veniamo subito abbordati da una gentile signora che, debitamente munita di blocchetto per ricevute, ci richiede il pagamento del suddetto pedaggio. Ora, è inutile che spieghiamo come la nostra intenzione sia solamente quella di spendere un paio d'ore e nulla più all'interno del parco, ma pare che per il regolamento, come si dice, la pena sia la stessa, come se volessimo fermarci per una settimana. 

Trattativa
Infatti pare che la tariffa sia di 50 $ per la macchina e 10 $ a persona più in aggiunta, prebende varie che condurrebbero il totale a 150 $, cosa che ci era già stata ventilata come minaccia al momento della preparazione del viaggio, assieme però alla possibilità di contrattazione in loco. In ogni caso queste sono cifre assolutamente indicative e soggette a variazione che vanno verificate in loco. Per noi invece, comincia una lunga trattativa, volta a far intendere l'ingiustizia di base di simile trattamento. Alla fine, compreso che la signora sia in fondo malleabile almeno un poco, comincia un tira e molla che conduce ad una cifra finale di $ 40, prendere o lasciare. Ora, siam venuti fin qui, vorremo mica perderci la visione dei laghi summenzionati per una pidocchiosa manciata di verdoni? Pagare e tacere, si dice dalle nostre parti, così ci facciamo i pochi chilometri di pista che conducono allo specchio d'acqua, azzurro come un turchese tibetano, incastonato tra le montagne brune e lisce come quelle di un pianeta alieno e senza vita. Sullo sfondo una catena di cime bianche senza nome di selvatica bellezza. Ci fermiamo su una specie di belvedere dal quale si domina tutta la superficie dello specchio d'acqua. Le rive attorno sono macchiate dalle ombre delle nuvole che passano veloci spinte dal vento teso delle alte quote. Fette di nero cupo che si muovono sul terreno ondulato con ondivaga costanza, come volessero dapprima occuparlo tutto dando luogo ad una sorta di eclisse totale, poi invece consentono il ritorno della luce del sole, che a questa quota brucia come l'acciaio fuso. 

Lago Bulunkul
Davvero uno spettacolo estremo, che vorresti a tutti i costi portare con te, ma che la povertà della tecnologia ti impedisce e gli scatti si rivelano alla fine di pochezza miserabile, confinate ad una povera imitazione digitale di una realtà alla fine inimitabile. I seni della costa che rientrano formano una serie di chiaroscuri dove il turchese diventa blu e poi se possibile diventa ancora più scuro al riparo dal sole, quasi nero giaietto. La costa della montagna, appare come polvere lunare bruciata da temperature non consone alla vita umana, un gelo non misurabile durante il lungo inverno, rovente nell'estate che sta per arrivare. Sembra un luogo che si può identificare solamente con l'assenza di vita e invece da queste parti, la fauna non è affatto rara come si potrebbe pensare e oltre agli ungulati che si vedono abbastanza di frequente, ecco alzarsi nel cielo due aquile maestose, di cui scorgi dal basso solo le piume ventrali bianche, mentre le remiganti estreme si piegano come ventagli per appoggiarsi sull'aria rarefatta. Le marmotte all'intorno, non si contano, di un colore rossiccio, come vi ho già detto, molto diverse dalle nostre più scure e quasi argentate. Naturalmente non vi voglio far cenno del famosissimo leopardo delle nevi o leopardo nebuloso, per vedere il quale sono necessari appostamenti di settimane intere e teleobiettivi spaziali per tentare di immortalarlo. Per cui di questo ci accontenteremo dei poster esposti alla vista dei turisti. 

Colline colorate
Sinceramente verrebbe davvero voglia di mollare qui il nostro itinerario e seguire la pista verso le montagne lontane, che orlano lo sfondo, per raggiungere il remotissimo lago Sarez al centro del Parco e seguire tracce di ghiacciai persi tra i picchi più elevati. Pensate che questo lago, una vera curiosità naturalistica, si è formato solo nel 1911, in seguito ad uno spaventoso terremoto che ha provocato una colossale frana formando quella che è la diga naturale di Usoi, la più alta del mondo, sbarrando la valle e dando vita alla formazione del lago stesso. La scusa buona è che non abbiamo con noi attrezzature adatte, tende, scarponi e viveri, per un percorso di questa fatta, ma leggo negli occhi di mia moglie un dispiacere profondo per non poter approfittare di un territorio di questo livello. Bisogna tornare indietro, anche perché credo che la cerbera dei biglietti, è rimasta di vedetta e credo che noi siamo gli unici fruitori della giornata, quindi facilmente identificabili. La strada del ritorno passa davanti all'altro lago e ad una sfilata di basse colline che presentano una serie di colorazioni altrettanto straordinarie, che quasi ricordano le Zhangye Dangxia, le montagne arcobaleno che abbiamo visto l'anno scorso in Cina. Io scatto senza pietà nella speranza che qualche cosa di buono rimanga nei cuori esuli a conforto, come dice il poeta, ma con scarsa speranza. Intanto arriviamo di nuovo al paese, dove la signora, da lontano, butta un occhio di approvazione facendo capire che lei non sta mica lì a pettinar le bambole. Ci fermiamo in paese ad una specie di punto di ristoro dove ci danno un po' di roba da buttar giù, patate fritte, qualche dolcino in busta e poco altro, d'altra parte a 4000 metri non è che arriva molto e poi non ci resta che ripartire per tornare sulla M41, per altre visioni e altri panorami indimenticabili.

I colori del lago


Laghi salati
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