lunedì 29 giugno 2026

Pam 10 - Verso Istaravshan

Natrix tassellata - Tajikistan - giugno 2026

 

LA fortezza Mug Teppe
E' arrivato il momento di lasciare Khujand, per proseguire nella verdissima valle di Fergana che scende a sud ovest, proseguendo lungo la frontiera uzbeka, verso la città di Istaravshan, nome dato dal nuovo regime alla antica Uroteppe (o Ura-Tyube). Questa per la verità era una zona stepposa e inadatta all'agricoltura, ma dopo i grandi lavori del regime sovietico, che intendevano addirittura deviare il corso dei fiumi, si è trasformata in una zona irrigua diventata ben coltivabile a cotone, frutteti e addirittura a risaia. Infatti si vedono file di donne nei campi che stanno sarchiando il cotone e qui sembra che proprio per quanto riguarda il cotone, ci siano ancora problemi con la manodopera, problemi analoghi a quanto accadeva, perlomeno così si dice, nel vicino Uzbekistan, quando, a quanto sembra, ci sono ancora schiere di studenti costretti alla lavorazione dei campi ed alla raccolta del cotone per quasi un semestre ogni anno e senza alcuna retribuzione. Ma non ho dati precisi in merito per potervi essere più preciso. Intanto ci fermiamo lungo la strada, ci sono dei ragazzi infatti che offrono qualcosa, tenendola seminascosta nelle tasche in misteriosi sacchettini. Quando ci fermiamo e scendiamo dall'auto, si avvicinano con aria complice e poi aprono i sacchetti, mostrando la merce. Si tratta niente di meno che di serpentelli di piccolissime dimensioni, non più di una ventina di centimetri di lunghezza e più sottili di un mignolo, che si agitano all'impazzata cercando di sfuggire in qualche modo, adesso che sono stati estratti e si sentono quasi liberi e quindi autorizzati a cercare una via di fuga. 


Moschea Kok Gumbaz
Ma i ragazzi, che sono dei veri e propri cacciatori di serpenti, li trattengono in qualche modo ricacciandoli poi all'oscuro dei sacchetti. Si tratta di minuscoli rettili delle risaie, non velenosi, probabilmente si tratta di Natrix tessellata, una sorta di orbettini in miniatura o bisce tassellate, che sembrerebbero, a dire dei venditori, fornire una cura assolutamente magnifica per il mal di gola ed altre malattie polmonari. Non ho indagato più oltre sulla modalità di assunzione e su quali parti dell'animale vengano utilizzate alla bisogna, ma come sapete la vicina Cina è maestra in questo tipo di cure e quindi certamente ci sarà un apposito bugiardino fornito a corredo per la posologia. Purtroppo non essendo interessati più di tanto, appagata la curiosità iniziale, lasciamo i ragazzi a cercare altri clienti, continuando a fermare le macchine di passaggio e riprendiamo la strada, resi tranquilli del fatto che le nostre gole sono in ottima salute, almeno per il momento. Dopo poco arriviamo in città e andiamo subito verso la collina da cui la città stessa prendeva il nome, dove sorge la fortezza di Mug Teppe e che la domina dall'alto. Il luogo è molto antico, ha festeggiato da poco i 2500 anni dalla fondazione, ma probabilmente l'insediamento è molto più antico. Qui la fortezza sogdiana, che si contende con Khujand la possibilità di essere la famosa Ciropoli dell'antichità, era già presente con la sua cinta di mura e fu presa d'assalto e conquistata nel 329 a.C. da Alessandro, diventando poi punto focale della futura via carovaniera fino al XIII secolo, quando fu rasa al suolo da Gengis Khan, che non la perdonava a nessuno. 

Comunque questo era certamente un sito archeologico di grande importanza, studiato con grande cura durante tutto il XX secolo dagli archeologi sovietici, ma come si sa, nessuna buona cosa rimane impunita e nel 2002 in occasione  dei festeggiamenti per i 2500 anni dalla fondazione, si pensò bene di costruire ex-novo il grande portale oggi visibile e quindi l'intero sito fu circondato da un alto e nuovissimo muraglione. Dopodiché si pensò di fare cosa buona per lo sviluppo locale con l'intervenire all'interno con le ruspe spianando il tutto e costruendo una sorta di Colosseo bianco circondato da un bel giardino. Ovviamente la maggior parte delle vestigia archeologiche sono andate spianate dai bulldozer e irrimediabilmente distrutte, salvo un piccolo tempietto zoroastriano e poco altro. Pare che gli archeologi ed i professori che avevano partecipato agli scavi nei decenni precedenti, dove si procedeva con spatola e scopetta, quando hanno visto le ruspe all'opera si siano messi a piangere, ma che non abbiano suscitato molta comprensione, si sa, di fronte al progresso... Il panorama sulla città è comunque esaustivo ed all'interno di un piccolo museo, si può vedere qualche oggetto superstite dello scempio ed un po' di foto di quanto c'era prima. A questo punto, messe da parte le considerazioni troppo critiche, non ci resta che scendere verso l'antico cento cittadino, Shahri Khona, che invece è ancora piuttosto ben conservato, con una serie di viuzze strettissime con case antiche costruite con mattoni crudi, di fango mescolato a paglia, un vero e proprio labirinto di costruzioni che si estende a partire dall'arteria principale di via Lenin, tra le quali puoi intravedere portali di vecchie moschee, mentre le case sono costeggiate dai fossati delle fogne ancora a cielo aperto. 

Il custode
Passiamo quindi da un quartiere dove si nota un certo assembramento di uomini tutti vestiti in modo simile, con lunghi abiti scuri ed il consueto cappellino cilindrico colorato in testa. Si tratta di un funerale, al quale di norma partecipano solo gli uomini, con appunto, quell'abito da cerimonia e che vanno dapprima a radunarsi presso la casa del defunto per poi accompagnarlo fino al cimitero per la sepoltura. Noi invece arriviamo su una piazzetta da cui si accede alla moschea e la relativa madrasa di Kok Gumbaz (la cupola blu) in stile timuride, un edificio storico del XV secolo, eretta dal figlio di Ulug Beg, il conservatore che ce l'aveva col padre, al contrario grande modernizzatore, al punto da buttarlo giù dall'osservatorio famoso da lui costruito a Samarcanda. L'edificio è ricoperto di belle piastrelle turchesi ed era stato chiuso durante il periodo sovietico e trasformato in magazzino, come è accaduto del resto a tanti edifici religiosi. Oggi si pensa ad un restauro conservativo e l'edificio sarebbe chiuso. Ma il nostro Jamshed si rivolge ad una casa vicina, mentre noi aspettiamo sotto l'ombra di un gelso gigantesco che domina la piazzetta davanti all'ingresso. Subito vengono un signore anziano con la moglie che ci aprono il portone invitandoci ad entrare, facendoci anche un sacco di feste. Così mentre noi giriamo un po' all'interno osservando le vecchie strutture e i malandati affreschi dei soffitti, corrono in casa per portarci un gran piatto di dolcissime more appena raccolte. 

I nipoti
I nipoti, carinissimi, provvedono alla distribuzione. Siamo all'ombra dell'albero secolare chiacchierando, mangiamo more nere e sporcandoci le mani, come quando ero bambino, lungo i vialetti di Valle San Bartolomeo, mentre la signora ci racconta in una lingua che non comprendiamo, quanti nipoti ha, i loro nomi e le loro età. Ma come è bello girare per il mondo ed avere la sensazione di essere nel cortile di casa! Il vecchio che poi ha 65 anni, come ci tiene a farmi sapere, ci saluta quasi commosso e contento della nostra visita, dischiudendo una grande arcata di denti d'oro che brillano al sole, così come le maioliche azzurre della cupola. Ci sarebbero molte altre cose da vedere in questo antico centro storico, dal complesso dei mausolei di Sari Mazar, uno dei quali era detto la Casa dei demoni, così chiamato dai sovietici, per dissuadere i bambini dal giocarci, con un parco nel quale ci sono alberi, si dice, di 800 anni, fino alla moschea di Hazrat-i Shoh con mirabili soffitti dipinti e quella delle quattro cupole (Chahor Gumbaz). Insomma la città meriterebbe una sosta più lunga anche se di solito viene saltata dai normali circuiti turistici sempre governati dalla fretta. Il problema che questi monumenti sono generalmente chiusi proprio a causa del loro stato piuttosto precario in attesa dei necessari restauri. Ma adesso noi dobbiamo andare verso la maggiore attrazione cittadina, il Gran bazar, dove si possono trovare all'opera i migliori artigiani della città, gli stessi pronipoti di quelli che in passato l'avevano resa famosa lungo tutta la Via della seta.



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domenica 28 giugno 2026

Pam 9 - Le altre attrattive di Khjand

Kasri Qala - Cittadella - Khujand - Tajikistan - maggio 2026

 

Pavimenti di legno
Ma all'interno della cittadella rimane ancora da vedere un'opera memorabile, terminata solo due anni fa e costruita evidentemente con il fasto necessario a magnificare proprio il lavoro di questi artigiani di cui vi ho detto. La forma del sontuoso palazzo che potremmo definire un museo che esalta la cultura del paese, è quella classica della grande costruzione sormontata da cupole costolate e ricoperte di piastrellatura blu che racchiude una serie di saloni consecutivi volti a mostrare la magnificenza e l'abilità costruttiva degli artigiani locali. Si entra solo con apposite sovrascarpe per impedire di rovinare i pavimenti che sono una serie straordinaria di intarsi di legni pregiati (di 18 essenze diverse) che disegnano una serie mirabile di fregi e arabeschi. Questi continuano sulle pareti e nei soffitti decoratissimi. Tutto l'ambiente è intriso dai profumi di questi legni odorosi. Gli oggetti esposti sono pochi, statue dei personaggi che hanno segnato la cultura, la letteratura e la scienza del Tajikistan e altri cimeli encomiastici del regime, tuttavia la visione di insieme è assolutamente stupefacente. Usciamo quasi storditi da questa profusione di materiali e di abilità tecniche profuse nell'opera. Anche l'esterno è circondato da bei giardini e fontane, come se volesse essere chiara l'intenzione di mostrare una facciata di bellezza e di capacità artistica al di là di ogni dubbio. Intanto comincia a fare caldo, non ci dimentichiamo che qui la quota è ancora bassa, siamo sugli 800 metri ed è ormai l'inizio dell'estate. 

Ismoil Somoni
Arriviamo dunque al monumento centrale per la città, quello dedicato all'eroe nazionale, quell'Ismail Somoni (o Samani a seconda della pronuncia) detto il padre della nazione tajika, l'emiro della dinastia samanide che unificò nel X secolo la nazione, creando uno stato potente e florido, anche se il mausoleo dei Samanidi si trova in effetti a Bukhara che allora faceva parte del regno. Il personaggio è ricordato anche nella moneta nazionale che porta il suo nome e anche la più alta montagna del paese di 7495 metri, si chiama ora picco Samani, denominazione che ha ormai sostituito il sorpassato Picco del Comunismo. Sic transit gloria mundi! Sotto il suo potere, si formò anche il substrato culturale che iniziò la vera rinascita del paese, a partire dall'ufficializzazione della lingua neo-persiana (il dari-tajiko) e della corte in cui vivevano personaggi come Avicenna, padre della medicina moderna, il matematico al-Biruni ed il capostipite della letteratura persiana, il grandissimo poeta Rudaki. La statua si presenta su una elevazione naturale, circondata da una serie di mosaici che raccontano tutta la storia del paese dagli albori, ad Alessandro, fino ai giorni nostri, attraverso naturalmente il periodo sovietico. Non manca, e questa è davvero una bella sorpresa, la raffigurazione della lupa capitolina che allatta Romolo e Remo, ma di questa stranezza e delle sue implicazioni storiche, che sono uno straordinario esempio delle commistioni culturali che si sono alternate lungo questa Via, vi parlerò più avanti, quando raggiungeremo la zona specifica, per ora pazientate, perché la storia è davvero interessante. 

Lenin
Rimaniamo invece per adesso a questa statua che magnifica il nazionalismo del Tajikistan che, guarda caso, ha preso il posto della famosa statua di Lenin, che prima faceva bella mostra di sé proprio qui e che adesso è stata spostata, quasi occultata in un parco periferico, ancora in via di rifacimento. Infatti proseguiamo fino ad arrivare in questa zona, dove seminascosta tra gli alberi, in mezzo a grandi lavori e montagne di terra che serviranno a formare nuove aiuole e viali di alberi ancora da piantumare, riesci un po' a fatica, a trovare la famosa statua, nella solita posa magniloquente con il braccio alzato ed il mento propositivo. La statua in alluminio, che si dice essere stata la più grande dell'Asia intera, è stata tagliata in pezzi per essere poi rimessa insieme incluso la relativa aggiunta di colossale falce e martello, di cui ormai si vedono pochi esemplari in giro ed è stata rimessa insieme qui, saldandone ben visibilmente le parti, non è chiaro se con un intento artistico o per spregio. Teniamo comunque conto che il periodo storico non è poi giudicato così male da queste parti, come già ho avuto occasione di sottolineare, anzi viene generalmente celebrato come quello in cui le produzioni agricole erano al massimo di tutti i tempi e l'ascensore sociale funzionava molto bene, mentre al momento, benché il paese sia in forte crescita economica, moltissimi giovani devono andare all'estero, spiccatamente proprio in Russia o in Kazakistan o in Europa per avere opportunità di crescita, mentre si sta diffondendo l'abitudine di andare in Cina a studiare, vista l'abbondanza di borse di studio che questo paese emette per attirare giovani talenti. Vi ricordate quando erano i cinesi ad andare in tutte le Università tecniche del mondo per imparare? Il mondo cambia veloce evidentemente. 

Al lago
Comunque sia, proprio vicino al nostro profeta del passato, sta crescendo un nuovo monumento di dimensioni molto più consistenti, di cui evidentemente si reputa corretto evidenziare l'importanza, che encomia la partecipazione delle maestranze tajike che furono convocate nell'operazione Cernobyl, dove in molti furono chiamati a sacrificarsi per la risoluzione del disastro ecologico ambientale, ma il monumento ricorda anche l'apporto dato dai Tajiki alla Russia in Afganistan, durante la famosa guerra, grazie soprattutto all'opera di interpretariato, svolto in questo paese in cui si parlano lingue che hanno molto in comune alle origini farsi del tajiko. A questo punto, dopo esserci impegnati un poco a trovare l'uscita dal parco in costruzione, ci spostiamo fuori città per vedere una delle più importanti realizzazioni tecniche del paese, la grande diga sul Syr Daria, che ha formato il lago artificiale, detto il Mare del Tajikistan e con buona ragione visto che il bacino lungo la valle di Fergana ha una lunghezza di 60 km e una larghezza di 20 Km e oltre ad essere una delle fonti energetiche più importanti per il paese, ha anche decise funzioni idriche per l'agricoltura, essendo diventato anche un punto di sfogo per le attività turistiche e di svago per gli abitanti dei dintorni. Questo è detto anche il bacino di Qairoqqun e dista solamente una ventina di chilometri dal centro cittadino. 

Percorriamo il lungo ponte che sfila lungo la sommità della diga, facciamola foto di rito davanti alla scritta I love Tajikistan, e poi giriamo un po' nei boschi circostanti che in effetti hanno formato un polmone verde che per un paese arido e fatto soprattutto di montagne scabre e solitarie, appare come un'oasi che raccoglie sempre maggiormente gli interessi di svago della popolazione. Sulle rive del bacino infatti sono sorti una serie di Sanatorj, le classiche istituzioni sovietiche di vacanza che sorgevano principalmente in aree di ferie, dove avevano diritto di andare in particolare i lavoratori meritevoli a trascorrere meritati periodi di riposo. Ricordo l'amico Eugenio che ripensava con particolare nostalgia ai momenti n cui era potuto andare a Kislovodsk, lo stabilimento termale degli zar, a "passare" le acque, nel Caucaso. I Russi hanno sempre avuto una particolare predilezione per le cure termali e "riposare" (la parola russa usata per fare le ferie) in questi luoghi era considerato il massimo e come è giusto avevano passato questa predilezione anche agli abitanti degli stati satelliti. Sta di fatto che anche qui ci sono i famosi Sanatorj, oggi trasformati in alberghi di semilusso, vicino al bacino dove si sono sviluppate una sorta di stazioni balneari con giochi d'acqua, piscine, zone di pesca e localini di ogni genere in cui mangiare trote e altra fauna ittica pescata nel lago. 


La cupola del Kasri Qala
Di stranieri non se ne vedono e noi siamo quindi subito oggetto di attenzioni da parte dei gitanti del week end. Veniamo prima invitati a entrare in uno stabilimento balneare, poi una famigliola che accompagna il padre in carrozzella fino a bagnarsi, vuole sapere di noi e delle nostre motivazioni a vistare il paese e immediatamente rimedieremmo un altro invito a cena a casa loro, da cui è difficile sciogliersi. Qui la gente è incredibilmente gentile ed è davvero un piacere fermarsi a chiacchierare con tutti quelli che incontri e che ti attaccano bottone. Alla fine il sole comincia a calare e rientriamo in città dove finiamo al Mevlana restaurant, uno dei più titolati della città, dove facciamo il nostro incontro con gli shashlik, un altro dei piatti fondamentali della cucina turca e del centro Asia tutta. Si tratta di robusti spiedini della lunghezza di una trentina di centimetri che inanellano bei tocchetti di carne nelle più diverse declinazioni, bovina, pollo, montone, misti, tritata o intera e perché no anche alternata a prodotti vegetali che di norma si vedono nella apposita parte del locale mentre sfrigolano incessantemente su una enorme griglia. Non c'è dubbio che questo sia uno dei piatti principe e che alla fine soddisfano sempre nella loro grassa e succulenta semplicità. Quello che stupisce è che quelli bovini che per loro natura e cottura, potreste immaginare piuttosto coriacei, siano invece sorprendentemente teneri e delicati, oltre che saporiti e gustosissimi, forse anche perché spesso i pezzi di carne vengino o lardellati di grassi dello stesso animale (denominati Napoleon) o alternati a blocchetti di carne più grassa (parti di coda del montone che qui ha una escrescenza pronunciata di lardo sottocutaneo) assolutamente deliziosa al gusto. Insomma diciamo che non potrete fare a meno di andare a dormire soddisfatti dell'esperienza.

Una porta lignea


Il bacino
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sabato 27 giugno 2026

Pam 8 - La fortezza di Alessandro

Palazzo di Arbob - Khjand - Tajikistan - Maggio 2026

 

Reduce
Una notte di riposo risolve tante cose e stamattina poi, una robusta colazione ancora di più. Chissà com'è che a casa non riesco ad ingurgitare e a fatica, non più di un caffè nero e tre o quattro biscotti di contorno e invece in giro per il mondo, si comincia con le uova e avanti Savoia, come si dice in Piemonte. Tanto per dire in questo giretto, forse per sostenermi dalle fatiche della quota, la scusa è ottima, ho ingollato al mattino all'incirca da 60 a 80 uova in venti giorni, alla faccia di fegato e colesterolo. Diciamo che compensiamo poi con una quasi totale assenza di latticini e scarsi zuccheri, quindi possiamo pure procedere alla scoperta di quanto rimane di questa gradevole città. Intanto andiamo subito fuori città a vedere il palazzo di Arbob, che non è altro se non un tentativo di copia del palazzo di inverno di San Pietroburgo che il capo del kolkoz locale, tale Urunkhujaiev, volle costruire negli anni '50, dopo una visita alla allora Leningrado, dove rimase talmente colpito dal monumento zarista, da ritenere giusto che anche i contadini locali avessero un salone simile. C'è da dire che il tipo ebbe mano libera dallo stesso Stalin, visto che godeva di grande considerazione, dato che il Kolkoz in questione aveva le performances migliori dell'intera URSS del tempo. L'interno del sontuoso palazzo che all'esterno ricorda davvero molto l'originale, è un misto di caratteri sovietici e tajiki, incluso il grande ingresso con le caratteristiche sedici gigantesche colonne e l'altrettanto gigantesco salone per gli spettacoli, che hanno allietato i contadini della zona e adesso i dipendenti e loro parenti della mega azienda farmaceutica che ha preso il posto del proprietario precedente. 

La vecchia cinta della città
Il resto del palazzo è un museo che racconta la grandezza del passato con varie memorabilia, e foto di personaggi politici dell'epoca, tenendo anche conto che qui furono firmati gli accordi e la pace che mise fine alla sanguinosa guerra civile, tasto sempre dolente e da considerare. Certamente per chi come me, ha vissuto l'agonia di quel regime e ha visto innumerevoli ambienti di quell'epoca, aggirarsi per queste camere, piene di bandiere, decorazioni, medaglie, busti e foto di dirigenti meritevoli, poste sulle pareti di fastosi uffici con scrivanie gremite di decine di telefoni di bachelite di colori diversi con infinite file di tasti, attraverso i quali controllare i vari sottoposti, incute un moto di triste nostalgia, ma l'acqua passa sotto i ponti e le cose cambiano e anche qui chi ti accompagna nella visita enumera e magnifica la gloria di un passato destinato a non più ritornare, anche se probabilmente molti, soprattutto tra gli anziani, magari messi a mal partito da cambiamenti troppo rapidi, rimpiange quei tempi. Anzi sembra che qualcuno riferendosi ad allora parli di vera e proprio età dell'oro. L'anziano che mi saluta, col suo berrettino tajiko colorato di traverso sulla testa, ha un sorriso triste e le poche parole in russo che riesco a spiaccicargli come ringraziamento per la visita, lo riempiono di un evidente piacere nostalgico. Resta difficile capire quanto ci sia di reale in certe affermazioni e quanto invece si riferisca al classico senso di rimpianto verso una giovinezza che non ha la possibilità di ritornare.

La Cittadella "restaurata"
In ogni caso non si può negare che i soffitti del palazzo siano assolutamente magnifici in linea con la tradizione tajika dei cassettoni, dalle ornamentazioni complesse e coloratissime che uniscono lo stile dell'arabesco alla capacità locale per questo tipo di decorazione. Intanto nel grande giardino antistante il palazzo si stanno facendo le prove per la festa per i figli del personale della fabbrica che si svolgerà domani. I figuranti vestiti da pupazzi colorati ballano musica rap, il mondo va avanti. Di fronte si stende tutta la città costeggiata dal fiume. Scendiamo proprio verso le sue rive e prima di ritornare verso il centro sostiamo davanti ad un tratto di terrapieno sbrecciato, in palese stato di abbandono. Ebbene questo è quanto rimane delle antichissime mura della città di Alessandria Eschate, risparmiate chissà come, sia dalle bramosie dei rifacimenti costruttivi, che anche dagli insulti delle intemperie, visto che trattandosi di mattone crudo, le piogge di due millenni consecutivi, se pur scarse da queste parti, non è che possono risparmiare molto. Tuttavia il bastione è ancora leggibile, davanti al fiume, le cui acque, hanno anch'esse avuto rispetto di questo pezzo di storia, risparmiandolo durante le molte esondazioni che di certo hanno spazzato queste rive. Intravedi ancora la fila di merli smozzicati che paiono denti cariati di una belva ormai troppo vecchia per difendersi e che aspetta solo la fine, di scomparire assieme alla memoria delle grandezze ormai perdute. 

Arte del tappeto
Il vecchio leone non ce la fa più a resistere alle ingiurie delle intemperie, il grande impero di Alessandro ha fatto il suo tempo e oltre a queste zolle corrose rimangono solamente i robusti nasi che i geni dei suoi soldati hanno lasciato come testimonianza del loro passaggio, nei visi della popolazione attuale. Per avere una ulteriore prova di questo aspetto torniamo alla cittadella vicino al museo che abbiamo visitato ieri. Qui, sempre sul fiume, sorgeva la fortezza vera e propria che fino a qualche anno fa era nello stesso stato del muro residuale di cui vi ho appena parlato. Ma finalmente è intervenuta la modernità e il progresso con il cosiddetto recupero ristrutturativo. E qui si apre il dibattito su cosa fare dei luoghi archeologici abbandonati e in rovina o anche di quelli appena riscoperti. La moderna mentalità occidentale, rifugge da rifacimenti che nascondano lo stato reale dei manufatti, pure se anche da noi si pensava che il rimettere a nuovo la costruzione riportandolo a come si pensava dovesse presentarsi al suo tempo, compiendo naturalmente scempi con errori ideologici grossolani, fosse la strada giusta, per lo meno fino all'inizio del secolo scorso. Basti pensare ad esempio al palazzo di Cnosso di Creta, coloratissimo e completo, con le colonne di cemento, che sembra costruito pochi anni fa, mentre oggi si preferisce lasciare chiaramente visibile il manufatto originale senza ricostruzioni arbitrarie e anche quando si ricostruisce la differenza tra il passato e il presente deve essere molto ben individuabile e incontrovertibile. 

Coro dei bambini
In Oriente questo criterio non piace evidentemente per nulla, come abbiamo visto bene in Cina lo scorso anno e in altri luoghi, dove, al contrario si preferisce ricostruire completamente l'opera a nuovo, come si pensa dovesse essere, creandogli magari attorno una specie di parco giochi moderno che racconti in qualche modo la storia ma attraverso una visione moderna e comunque fruibile e naturalmente redditizia. Ed ecco infatti la antica cittadella, appena "restaurata", in pratica nuova di zecca che riproduce le mura di cinta, con i bastoni di sostegno orizzontali e le torri panciute che si allargano alla base. Rimane certo anche un piccolo tratto di muro originale come esempio, che però devi andarti a cercare ben nascosto e che a questo punto appare come un punto dimenticato dal rifacimento. All'interno e intorno alla costruzione, nel grande giardino sono state costruite una serie di case, sullo stile tradizionale, che ospitano ognuna una tipologia di artigianato per il quale la città è sempre stata famosa. Ecco infatti, quella dove si tramanda la pittura dei pannelli di legno con cui vengono fatti i bellissimi soffitti a cassettoni. In quella vicina, c'è l'officina del vasaio che si esibisce con le masse di creta sui torni oggi mossi da energia elettrica. Poi c'è la lavorazione della seta, arte bimillenaria arrivata dalla Cina, nonché quella dei tappeti, la cui tradizione della annodatura a mano è una delle peculiarità dell'Asia Centrale. In un altra ferve il lavoro dei marmisti che sono specializzati in un particolare tipo di mosaico che utilizza pezzettini di marmi di colori differenti le cui tessere vengono intagliate una ad una per formare puzzle di grande complessità, come quelli che abbiamo visto ieri nella sala di Alessandro del Museo. 

Il liutaio
Non manca la casa delle piastrelle, dove questo elemento costruttivo ornamentale usatissimo soprattutto nella copertura delle pareti degli edifici più importanti in particolare quelli religiosi, viene dipinto a mano secondo i disegni tradizionali e poi cotto negli appositi forni. C'è poi il laboratorio del liutaio, che costruisce una serie di strumenti a corda, con casse in legno, dai nomi diversi. Il tipo è molto simpatico e immediatamente si organizza una sessione musicale, viene subito convocato un vicino che si occuperà della sezione ritmica con un apposito tamburello, mentre lui dà prova di grande abilità, suonando una serie di canzoni tradizionali. Naturalmente si scivola subito nella nostalgia e partono le classiche canzoni russe di Alla Pugaciova, non potendo mancare ovviamente in nostro onore l'Italiano di Toto Cotugno. Bisogna dire che l'abilità di ricavare melodie da questi strumenti a due o tre corde, stupisce sempre. Intanto il movimento attira subito altri turisti locali che subito, mettono in mostra, le donne naturalmente, le proprie abilità coreutiche, che evidentemente sono assai consuete e praticate da queste parti. Insomma alla fine non si riesce più ad andare via, anche perché dapprima un gruppo di donne che sta organizzandosi un pranzo nel giardino per festeggiare il ritorno dal pellegrinaggio dalla Mecca, ci offrono ciliegie e more, che decliniamo ringraziando. Cerchiamo di uscire, ma veniamo bloccati da un gruppo di bambini bellissimi che si esibiscono cantando l'inno nazionale a squarciagola, direttamente a nostro beneficio, tra il giubilo degli astanti. Ragazzi dovunque si vada, ti senti sempre circondato da una genuina e innocente voglia di sincera spontaneità, direi quasi commovente, anche per noi scafati viaggiatori che ne hanno già viste di ogni colore. Andiamo a mangiare qualcosa, va', che è mezzogiorno passato.

Al telefono


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venerdì 26 giugno 2026

Pam 7 - Un giro a Khujand

Il monumento alla guerra patriottica

 

Il registan
Un'oretta di tregua per riprendersi dal viaggio e poi via in centro, che il tempo scorre ineluttabilmente e noi alla fine ne abbiamo sempre poco. Partiamo da uno dei punti topici della città, che come quasi tutte quelle antiche, di una certa importanza dell'Asia Centrale, ha il suo Registan e qui risalendo addirittura a Ciro il grande, ci mancherebbe pure che no ce l'avesse! Proprio in centro città infatti eccoci in uno dei punti pulsanti di movimento e di gente. Siamo infatti di fronte al gran bazar dove è presente l'insieme di costruzioni che raggruppano l'Antica moschea, una Madrasa e il mausoleo dello sceicco Musil ad-Din, un famoso teologo mistico e poeta sufi del XII secolo, al quale Khujand ha dato i natali. Certo la tomba è successiva di un paio di secoli alla sua morte, ma anche di qui passò la furia devastatrice mongola che come l'implacabile livella tutto rase al suolo, ma fu successivamente ricostruita nel 1394 con la sua famosa cupola traslucida verde blu che è quasi un faro che attira senza meno l'attenzione di chi capita nei dintorni. Sia la vecchia moschea dell'800, con le eleganti colonne di legno, con la base sagomata, più minuta che le fanno sembrare quasi in equilibrio precario e che sostengono un soffitto a cassettoni finemente decorato che la nuova, novecentesca più luminosa e di maggiori dimensioni, meritano la visita, così come i minareti che con i pali di sostegno orizzontali, che fuoriescono abbondantemente dalle sagome verticali, tipici di strutture simili dell'architettura islamica anche molto lontane, ornano la piazza, per la verità visibilmente occupata alla sua entrata da un monumento ispirato da quello schema brutalista sovietico immediatamente riconoscibile, a ricordo della guerra patriottica e che fa mostra di sé generalmente in ogni piazza importante dell'ex-URSS che si rispetti. 

Il minareto
Ma appena al di là della piazza si apre l'importante bazar Panjshambé o Mercato del giovedì, secondo una modalità di denominazione comune a tutto il mondo islamico, di identificare anche i luoghi col giorno della settimana in cui ci si svolge il mercato. L'importanza dei bazar (o suk altrimenti detti) per tutta l'Asia di tradizione turco-islamica, appare evidente a tutti i viaggiatori. In fondo questa struttura è la base dello sviluppo economico di questo mondo. Attorno ai mercati infatti nasce la via della seta, attorno a loro, crescono e si sviluppano le città che fungono da punti che tracciano l'itinerario che collega il mondo antico in una rete lungo la quale corrono certamente le merci, ma assieme a loro, si muovono i sapienti e soprattutto le loro le idee e lo sviluppo che ha realizzato il progresso di tutto il mondo moderno. Ecco perché dovunque meritano di essere visitati, anche solamente per confrontarne le proposte, le merci che li caratterizzano, le etnie che li popolano e anche le forme architettoniche che li contraddistinguono. Questo mercato, uno dei più grandi del paese, è costituito da una pomposa struttura sovietica, con altissime colonne che sostengono il soffitto di un enorme salone dove si allineano i banchi che, come in tutti i mercati orientali sono carichi all'inverosimile di merci, ben suddivise per tipologie. Come negli altri dell'Asia centrale, la parte del leone la fa la frutta secca, la vera ricchezza del paese e qui vedi davvero tutte le tipologie possibili di questa merce. 

Frutta secca
Ci sono banchi di sola uvetta che ne espongono decine di varietà diverse, alcune di dimensioni esagerate, con acini rinsecchiti lunghi addirittura diversi centimetri. Altri invece espongono un misto completo che vanno dalle albicocche, il frutto principe dell'area, alle pesche, mele, meloni, fragole, frutti di bosco, frutta in guscio di ogni tipo, datteri, giuggiole e come ho già detto more di gelso, bianche e nere, che non avevo mai visto in questa forma. Il  materiale è presentato sotto forma completamente disidratata oppure anche come la conosciamo noi, leggermente morbida. L'assaggio è d'obbligo, i venditori non fanno che offrire materiale per stimolare l'acquisto, alla fine del giro ne hai di certo mangiate più di quanto avrai comperato, ma la cosa è piuttosto divertente. Ci sono banchi che vendono invece composizioni nelle quali la frutta secca diventa materiale per comporre bellissimi disegni in base ai colori; altri vendono zucchero in cristalli, altri ancora sale, miele o semi secchi di ogni tipo, dai fagioli ai semi di zucca e similari. Una parte del mercato è dedicato ai fiori esposti in belle composizioni di mazzi e vasi barocchi. Naturalmente c'è poi tutto il classico settore della frutta e verdura classica, dei macellai e così via. Un prodotto specifico di questa zona, che nonostante l'allevamento, è povera di formaggi, sono le palline di yogurt solido, uno dei sistemi di conservazione più comuni per i latticini. Ci sono interi banchi che offrono il prodotto in pasta oppure confezionato in queste famose palline, dalla forma di grosse birille bianche, ammonticchiate in cataste senza fine e che sono gettonatissime. 

Non
Ma il settore più piacevole alla vista è certamente quello dei panettieri. Ogni banco ha un suo forno in fondo al salone e man mano che il materiale viene cotto sulla pareti del forni stessi (tandoor) dove vengono per così dire incollati, con l'aiuto di un cuscinetto di stoffa su cui è adagiata la forma preparata, viene ammonticchiato e trasportato ai banchi di vendita. Il pane tradizionale si chiama Non, da non confondere con il Xleb di tradizione russa, un pane scuro e compatto dalla forma del nostro pane a cassetta, ed è decisamente bellissimo, una specie di opera d'arte, una sorta di fiore rotondo con la corolla divisa in tanti settori, ricoperto spesso di semini di sesamo croccanti, con il centro ornato da un disegno ottenuto dal battere di un apposito strumento, che spesso riporta la sigla del mastro panettiere. Una firma di qualità insomma. Il pane è fragrante e scrocchiarello, quando viene estratto ancora tiepido dal forno, davvero buonissimo ed indimenticabile, tanto che continueresti a mangiarne fino a non averlo completamente finito, ma diventa un po' più gommoso e meno mangiabile quando si raffredda. In questa zona non appena veniamo identificati come italiani, non si riesce più a sfuggirne vivi. Tutti vogliono offrirci una forma, farci assaggiare la loro produzione, raccontarci la loro storia. Uno è stato il fornitore ufficiale di pane per il cantiere che ha costruito la grande diga fuori città, lavoro che è durato alcuni anni e lui si è appuntato questo merito come una medaglia al valore, secondo lo stile da sempre in voga nel passato regime. 

Panettiere
Al di là dell'interesse specifico, bisogna che si renda subito conto di qual è il mood di questo paese, come del resto anche dei suoi vicini, una disponibilità ed una cortesia quasi commovente verso il visitatore, che con la sua presenza testimonia un interesse, anche per il solo fatto di essersi impegnato ad arrivare fin qui. La senti forte la simpatia, la voglia di comunicare, il rendersi disponibile senza secondi fini, anche solo offrendoti una piccola cosa per dimostrarti accoglienza, per farti sentire bene. L'Italia poi, ça va sens dire, fa sempre premio. Approfittiamo anche per cambiare qualche soldo tanto per avere un minimo di argent de poche per i souvenir, ma alla fine di cento dollari, ne avanzeremo ancora. Attenzione che qui come in molti altri paesi, fanno molto i difficili sulla qualità delle banconote. Per cambiare quei pochi dollari infatti, abbiamo dovuto esibire una bella serie di cinquanta dollari, esaminati con estrema cura nei dettagli, le pieghe, gli eventuali segni e scartati poi senza pietà, al minimo segno di usura. Ricordatevene quando li ritirate in banca, perché questa è prassi comune ormai in moltissimi paesi, dove i cambisti fanno i difficili, restituendoti poi pacchi di banconote sudice e spiegazzate, quando non incollate con lo scotch. Fuori del mercato ufficiale, intanto, si stende tutta una ulteriore parte dove prendono posto i banchetti dei contadini che arrivano da fuori città ad offrire la loro produzione fresca. 

Lamponi
E qui la fanno da padrone le produzioni di stagione, in particolare ciliegie, frutti di bosco, more, albicocche e va discorrendo, A guardare bene però, non è che i prezzi siano così interessanti, anzi per noi certo sì, appaiono bassi, ma per stipendi che sono quasi sempre sotto i 400 euro, gli statali anche attorno ai 200, non è che si possa comprare poi così tanto. Comunque non riusciamo a venirne fuori senza aver comprato un secchiellino da chilo di lamponi davvero squisiti. E intano ci trasferiamo al Museo Storico Regionale di Sughd che fa parte dell'antica cittadella. Oltre ad una serie di reperti a partire dall'epoca paleolitica trovati nella zona appunto della Sogdiana, di cui la città era il centro, il museo, che si presenta dopo un rinnovamento moderno e piacevole, è dedicato particolarmente all'epopea di Alessandro Magno, con un intero salone sotterraneo ricoperto di mosaici in marmo che ne raccontano la storia e le battaglie che hanno interessato l'area della Sogdiana. Magnifica poi, la testa di cavallo e la statua di Timur Malik, di 4 metri, l'eroe che condusse la resistenza della città a Gengis Khan e hai detto poco. Magnifico anche l'antico e rarissimo elmo di un guerriero Saci, oltre ad una mirabile collezione di antichi tappeti tajiki, che per me che sono un amatore, hanno rappresentato una vera chicca. Insomma direi una realizzazione con molti pezzi da non perdere. Diciamo che considerato il viaggio, la giornata è stata piena e per cena riusciamo a mandar giù solo una insalata e completiamo con un pieno di frutta tra quella che ci ha gentilmente fatto trovare in camera il delizioso Jamshed, che ormai lo abbiamo capito, si prodiga in ogni modo solo per farci contenti e il secchiello di lamponi comprato al mercato che viene quasi completamente finito, per assicurarci una notte vitaminica e probabilmente non priva di conseguenze, ma la gola è una brutta cosa.

La moschea



SURVIVAL KIT

I mosaici di Alessandro
Da vedere a Khujand - Dedicate alla città almeno una giornata completa. A partire dal Mercato Panjambé, sulla stessa piazza, il complesso di piazza Registan con le due moschee, i minareti, la madrasa e il mausoleo. Alla cittadella distante un paio di chilometri, vedere innanzitutto il museo storico del Sughd rinnovato (ingresso 30 Somoni), possibilità di guida in inglese. La cittadella è stata completamente restaurata, con criteri più vicini alla mentalità cinese a cui non non siamo usi. All'interno le case degli artigiani da visitare. Dalle mura vista del parco circostante e del Syr Daria. Il Palazzo di Arbob, copia del palazzo d'inverno di S. Peterburg, appena fori della città. A 20 km dalla città infine, serbatoio di Qayroqqum, detto il mare del Tajikistan, bacino artificiale di una enorme diga, con molti sanatori sovietici, dove vanno gli abitanti a passarne i weekend.

Il cavallo



Yogurt
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giovedì 25 giugno 2026

Pam 6 - La valle di Fergana

Plov center - Kujand - Tajikistan - Maggio 2026

Passata la frontiera, la prima stranezza che ti si para davanti agli occhi è la fila di bisarche cariche di auto orientali, coreane, giapponesi, con la carrozzeria segnata da piccoli o medi incidenti che procedono ordinatamente verso il Tajikistan. Sembra che quaggiù, sia consueta l'importazione a prezzi stracciati di auto che necessitano di riparazioni evidentemente ritenute non giustificate dal punto di vista economico, che qui, terra di artigiani disponibili e capaci, ritrovano nuova vita. Pare che la stessa cosa avvenga anche per auto di annata provenienti dalla Germania e dintorni, forse di dubbia fonte, come accadeva una volta in Russia, organizzate da parte di appositi gruppi poco raccomandabili. Fatto sta che questo paese assieme al vicino Kirghizistan, che non ha fabbriche di produzione automobilistica, sia in fase di incremento del suo parco macchine in ogni modo possibile. Intanto noi procediamo lungo la bella strada che scende verso sud e procede sul terreno ondulato della grande valle di Fergana, il territorio semipianeggiante, unico o quasi del paese, dove è possibile praticare l'agricoltura, essendo tutto il resto  occupato da infinite catene di montagne altissime. La scarsità di terreno a disposizione, solo il 10% del territorio è coltivabile, il resto è tutto estremamente montuoso, unito al fatto che il clima continentale dell'Asia Centrale, fatto di estremi considerevoli, con temperature invernali molto basse ed estive torride, accoppiate ad una forte aridità, rende il paese fortemente deficitario di derrate alimentari e quindi importatore netto dai paesi vicini, Cina in particolare che alla fin fine, qui esporta praticamente tutto, come vedremo via via proseguendo. 

I campi sono principalmente coltivati a cereali vernini, ma vedi subito una forte presenza di frutteti, che sono la vera ricchezza del paese e questa è la stagione delle albicocche e delle ciliegie, che costeggiano quasi fossero viali, molte strade. Sui bordi della carreggiata, di tanto in tanto ecco i ragazzini che offrono cestelli ricolmi dei deliziosi frutticini rossi e non solo. Un'altra presenza che si dimostrerà costante anche nei prossimi giorni, è quella degli alberi di gelso, indispensabili per l'allevamento dei bachi da seta, una delle produzioni di punta del paese. Ma accoppiata a questa deriva anche una ricchissima produzione di more bianche dolcissime e nere leggermente acidule, ma più saporite, che ritroveremo a volontà per le strade e nei mercati, fresche od essiccate, vere e proprie minizollette di zucchero. In pratica questa può essere definita la pacchia del diabetico! La valle è larghissima e verdeggiante, una vera e propria oasi sul bordo di un paese tutto sommato arido, mentre le prime alture si notano solo in lontananza, ai bordi lontani che sfumano all'orizzonte, confondendosi con il blu del cielo, mentre si insinua tra le catene non ancora visibili dell'Hindukush a destra e del Pamir a sinistra. In fondo è proprio tra queste montagne che si ritrovano le ricchezze minerarie di cui campa questo paese. Non puoi far a meno di notare  che ogni traliccio abbia in cima un enorme nido su cui emergono i lunghi becchi di una famiglia di cicogne, intente ad alimentare i loro piccoli. Ma per capire come funziona l'economia del Tajikistan, bisogna ripercorrere per un momento la sua storia recente. 

Infatti come tutto il resto dell'Asia Centrale, questo territorio fu parte del cosiddetto Grande Gioco che ha contrapposto per tutto l'800 la Russia zarista alla Gran Bretagna ed i suoi interessi nel subcontinente Indiano. Entrato poi definitivamente nell'orbita sovietica dopo il 1929, il paese si trovò in una condizione di deciso straniamento alla sua dissoluzione nel 1991 e la costituzione del nascente Partito della Rinascita Islamica, ebbe una decisa influenza negli immediati sviluppi successivi, col tentativo di portare il paese nell'orbita del pensiero estremista afgano. Tutto questo portò a sette anni di una sanguinosa guerra civile che segnò soprattutto economicamente il paese, che ne uscì con le ossa rotte, pur essendo riuscito ad allontanare la minaccia del massimalismo religioso. In effetti l'Islam tajiko, in maggioranza sunnita, presenta anche una forte componente ismailita, decisamente meno severa e accomodante, nonché storicamente permeata dalla filosofia sufi, tollerante ed incline allo sviluppo dell'arte e della cultura. Tuttavia questo intermezzo bellico, ha segnato molto negativamente lo sviluppo del paese che è rimasto decisamente indietro rispetto ai suoi vicini, in particolare a Uzbekistan e Kazakistan che dispongono anche di risorse ben maggiori. In ogni caso la sensazione generale è che il paese sia in decisa crescita, sempre considerando che rimane profondamente nell'orbita russa e soprattutto della occhiuta influenza cinese, che investe a piene mani, in cerca della possibilità di espandere e rafforzare la Nuova Via della Seta che ritiene essenziale per le sue future visioni di sviluppo e che quindi, proprio per questo considera queste terre decisive zone di espansione della propria economia. 

Dovunque vedi cantieri, macchinari e ambienti, ricoperti di scritte cinesi ed ogni opera pubblica di una certa dimensione è ormai targata con la tecnologia ed i soldi dell'Regno di Mezzo. Il Gran Khan ha ormai ripreso il dominio effettivo su questo mondo al di là della formale indipendenza. Così procediamo nella campagna tra campi di grano e di cotone, punteggiati in lontananza da fornaci di mattoni (cinesi), da cementifici (cinesi) e strade in costruzione dove operano enormi mezzi movimento terra (cinesi), fino ad arrivare a Kujand dopo aver attraversato il Syr Daria, lo Jaxartes di Alessandro Magno che segnava il confine nord del suo impero. La città è davvero ricca di storia. Qui sorgeva infatti la famosa Ciropoli, caposaldo del nord dell'impero Persiano, che Alessandro rase al suolo per fondare sulle sue ceneri Alessandria Escharte, l'Ultima Alessandria, dalle mura di oltre 6 chilometri erette in soli 20 giorni, come avamposto contro i nomadi Sciti, i barbari nemici che infestavano i territori al di là dei confini. In seguito la città cambiò pelle più volte, passando attraverso la nuova dominazione persiana e la successiva distruzione da parte degli Arabi durante l'espansione dell'VIII secolo, ma resistette ai mongoli cinque secoli dopo, per fare successivamente parte dell'Impero Timuride. Addirittura nella fase sovietica, fu denominata Leninabad, per tornare successivamente al nome attuale, anche se ricordiamo che è uno dei pochi luoghi dell'ex-URSS a conservare la statua di Lenin, addirittura la più alta dell'Asia Centrale, 24 metri, che tuttavia dopo la dissoluzione è stata smontata e riassemblata ricollocandola nel Parco della Vittoria, certo in maniera più defilata, alla periferia della città. 

Intanto siamo arrivati in centro vicino alla Grande Moschea, proprio durante l'ora della preghiera, cosa che ci imbottiglia in un traffico piuttosto convulso, nel vicino parcheggio, dove la maggior parte dei mezzi vengono lasciati in maniera abbastanza creativa. Ma la nostra meta in realtà è un poco più prosaica, si tratta infatti del National Plov Center Restaurant, la cui caratteristica è quella di santificare quello che è in assoluto, il piatto principe dell'Asia centrale, appunto il Plov (o Plof). Questo piatto di cui ho già parlato in altre occasioni, rappresenta il cuore di questa cucina e lo si incontra continuamente, sia nei ristoranti che nello street food nei mercati di tutto il paese, in particolare a pranzo. Per tradizione dovrebbe essere preparato solo dagli uomini in un pentolone nero di grosse dimensioni, in mezzo al cortile all'interno delle case ed è in pratica un riso che viene rimescolato nel suddetto contenitore, con l'aggiunta continua di brodo di carne e di una serie infinita di ingredienti (ogni famiglia ha la sua personale ricetta) che vanno da ogni tipo di verdura, in particolare le carote, ma anche uvetta sultanina e altra frutta secca e carne, bovina o di capra. Il piatto è assolutamente vicino al nostro gusto, non essendo particolarmente speziato e risulta generalmente molto gradevole. Tuttavia considerate che per tradizione il pentolone non dovrebbe mai essere lavato, quindi era fonte di parecchie problematiche successive, io stesso ne ebbi di particolarmente importanti in occasione di una mia prima visita  in queste zone circa 25 anni fa. 

Ma qui siamo in uno dei più bei ristoranti della città e quindi ci lasciamo andare senza timori. La sala è molto elegante e le ornamentazioni, piastrelle e decori sono ricchissimi e ricercati, in particolare le ceramiche sfoggiano tutta la raffinatezza dei disegni di derivazione persiana a cui il Tajikistan è particolarmente debitore. La sala è popolata solamente da uomini, visto che tradizionalmente questo locale è frequentatissimo prima della preghiera nella vicina moschea. Ci vengono serviti due tipi di plov, con condimenti leggermente diversi, uno più deciso, l'altro un poco più dolce e poi alla fine un gran vassoio di frutta con ciliegie, fragole, melone e cocomero. Per la verità le quantità sono esagerate, ma per la conoscenza di questo piatto non potete esimervi dal visitare questo che sembra essere il locale ambasciatore assoluto del Plov. Quando usciamo, la macchina è ancora completamente bloccata e in attesa che la folla, finita la preghiera, smaltisca, ci fermiamo a chiacchierare con un gruppetto di militari della Stradale che ufficialmente dovrebbero regolare il movimento del traffico, ma che preferiscono, visto anche che fa un caldo torrido e che vista la situazione, sarebbe assolutamente inutile, raggrupparsi all'ombra di un grande albero all'incrocio delle strade principali. 

Nell'attesa, ci avviciniamo e vedo subito che anche le mie scarne conoscenze di russo sono tuttavia ancora sufficienti ad un caldo contatto che ci fa subito capire quale sarà l'accoglienza della gente che incontreremo dovunque nei prossimi giorni. Un  movimento di naturale simpatia che sfocia in grandi dimostrazioni di benvenuto e larghi sorrisi di piacere verso chi dimostra di apprezzare un paese lontano e poco conosciuto, venendolo a visitare Ci vengono subito chieste informazioni sul nostro itinerario e naturalmente sulle nostre impressioni, poi la discussione tra uomini scivola subito sul calcio, visto che l'Italia, in questo campo ha (anzi aveva) una certa fama. Naturalmente faccio subito la mia magra figura chiedendo notizie di Cannavaro, che invece è diventato il CT del vicino Uzbekistan e qui non sanno neanche chi sia e poi probabilmente non spira neppure una eccessiva simpatia, un po' come se dei turisti cinesi ci chiedessero notizie sull'allenatore dalla vicina Francia, capirà!. Poi tutti assieme si canta l'Italiano di Toto Cotugno, che nei paesi dell'est è ormai il nostro inno nazionale e di cui tutti conoscono le parole e le cantano anche senza comprenderne il significato. Vedremo presto come questa diventerà la colonna sonora di accompagnamento di tutto il nostro viaggio. Insomma la prima accoglienza non potrebbe essere delle migliori. Infine il traffico smaltisce, salutiamo i militi con grandi pacche sulle spalle e arriviamo fino al nostro albergo per posare le valigie e darci una rassettata, visto che abbiamo saltato la notte. 

Centro plov


SURVIVAL KIT

Hotel Firuz - Lenina street 223 - Kujand - 3/4 stelle, molto bello, nuovo. Posizione centrale Bagno nuovo, pulito e ben fornito. TV, AC, frigo, kit tè, caffè. Acqua. Free wifi.Personale molto gentile. Doppia letto king a circa 30 € con colazione abbondante con crepes e uova. Consigliato.


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