venerdì 17 luglio 2026

Pam 22 - Il corridoio di Wakhan

 
Donna in un villaggio afgano - Afganistan - giugno 2026

La fortezza
Mi sono rincuorato. Se la montagna dei balasci è dalla parte tajika, e i Polo le sono passati vicini, è evidente che hanno percorso, come presupponevo questo versante della valle e quindi l'emozione del calpestarne le orme è assolutamente motivata. Come vedete riesco contentarmi di poco, ma quello che conta è crederci, e poi come si fa a non emozionarsi di fronte ad uno spettacolo così forte ed inconsueto per dei cittadini abituati a panorami urbani leziosi e facili da vivere. Certamente le poverissime case di fango che ci si pongono davanti e di fianco, sono del tutto simili a quelle che vedeva la carovana di Marco nel suo avanzare verso il tetto del mondo e le donne che lo salutavano dall'altra parte dl fiume erano quasi le stesse che oggi salutano noi. Abbiamo da poco passato Ishkashim e il suo ponte sede di uno dei più importanti mercati transfrontalieri che, come vi ho detto, pare a noi siano interdetti, e dopo una quindicina di chilometri, mentre le sponde del fiume si sono molto allargate, arriviamo ad una altura che sembra dominare la valle. Al di là del fiume uno spazio pianeggiante ospita piccoli campi di cereali che si allargano fino al bordo delle montagne che contrastano decisamente, con le loro pareti scure e sassose che mal si rapportano al verde smeraldino delle colture. La cima della collina è coronata dai ruderi della fortezza da di Qah-Qaha (o Khakha) che è sicuramente presente qui fin dal IV-III sec. a.C. 

Mura della fortezza
Già la posizione mostra la sua importanza strategica su questo territorio a tal punto che le sue mura antichissime sono ancora tuttora utilizzate dalle truppe tajike in funzione di controllo su quelle del vicino Afganistan. Fortunatamente qui non è ancora arrivata la decisione di restaurare il tutto e si può quindi entrare nel varchi abbattuti delle mura semidistrutte e camminare all'interno della fortezza fino alla cittadella che mostra ancora bene tutto il perimetro (le mura giravano per quasi un chilometro) e la possanza delle costruzioni che videro la loro fine nell'VIII sec. con l'invasione araba. Dall'alto si ha veramente la sensazione che da qui si potesse controllare bene il traffico che passava per questo territorio, quindi le guarnigioni che avevano il possesso dell'area potevano con buona ragione imporre tasse di passaggio e contemporaneamente garantire protezione ai mercanti che andavano verso la Cina. Sul punto più alto e più avanzato delle mura, sul fiume, un gruppo di soldati è di guardia, sono appoggiati a queste mura di terra che raccontano storie millenarie, forse senza rendersi conto di quanto il loro compito sia così simile a quello dei loro avi lontani. Ci salutano anche loro con un cenno della mano. Poi dopo un ultimo sguardo ad abbracciare la vastità del panorama sulla corona di montagne che ci circonda, scendiamo di  nuovo al piazzale di ingresso. 

La valle dalle mura
Qui c'è un banchetto dove un ragazzo vende cappelli afgani. Ne comprerei anche uno, ma a parte il costo che mi appare un po' come acchiappaturisti, la foggia appare un po' raffazzonata e poco originale per entrare a far parte della mia collezione. Torniamo quindi alla macchina per superare la fortezza ed entrare a pieno titolo in quello che è il Corridoio di Wakhan, uno del passaggi più famosi del mondo, sul quale credo necessario spendere qualche parola. Il Wakhan è un tratto di terra, oggi appartenete all'Afganistan, largo nei punti più stretti una quindicina di chilometri e lungo circa trecento che si allunga all'estremo nord del paese, tra Tajikistan a nord e Pakistan a sud, fino al breve tratto finale in cui confina con la Cina. Era il passaggio obbligato della via della seta, segnato dalla valle del Panj, che bisognava e bisogna tutt'oggi percorrere per raggiungere l'impero cinese. Ecco la necessità di questa collana di fortezze, di cui Qah-Qaha è la prima, dove comincia il corridoio, seguita da molte altre all'interno dello stesso. Data l'assoluta importanza strategica di questo passaggio, capirete che la storia dei popoli che lo hanno abitato e hanno combattuto per il suo controllo in ogni epoca, è decisamente densa di avvenimenti, anche se in effetti si tratta di una terra situata in luoghi estremamente remoti e  anche difficili da percorrere a causa del suo clima estremo e della sua geografia impervia. 

Il Panj
Sta di fatto che fin dall'antichità, visto che il Wakhan era già nominato nel libro sacro dello zoroastrismo, l'Avesta, questo territorio era abitato dai Wakhi, considerati dunque tra i più antichi popoli di origine ariana. Questo popolo sembra essere assimilabile agli antichi Saka (che noi conosciamo come Sciti) che hanno lasciato rilevanti tracce della loro civiltà in tutta questa zona dell'Asia centrale e che anche noi troveremo nel prosieguo del viaggio. E' documentato infatti che questi si stanziarono tra il VI e il V sec. a.C. vicino alle sorgenti dell'Amu Darya. Così, grazie alla sua posizione geografica, il corridoio del Wakhan, trovandosi lungo la via che collegava la Bactriana, il Tokharistan, la valle di Fergana, Il Turkestan orientale, l'india, la Cina e l'Afganistan, ha svolto un ruolo fondamentale nella storia dell'Asia Centrale. Addirittura il confine di questo vero e proprio stato che si estendeva fino a Namadgut (l'attuale villaggio di Dasht) e a Ptur in Afganistan, era difeso da un lungo muro che si estendeva dall'Hindukush ai monti del Wakhan e dei quali si trovano ancora i resti. Come a dire che la mania di fare muraglie protettive non era una prerogativa solamente degli imperatori cinesi! Negli scritti di tutti i grandi viaggiatori del passato ci sono citazioni di questo territorio a partire dal cinese Faxian, un monaco buddhista, che lo attraverso nei due sensi tra il 399 ed il 415.

La postazione militare
Successivamente Song Yun nel 549, e poi ancora un altro monaco Xuanzang che lasciò una dettagliata descrizione di questa regione nel 639, raccontando dei cavalli della regione che benché piccoli erano resistentissimi e capaci di percorrere grandi distanze senza stancarsi. In questo periodo proprio la fortezza di Qah-Qaha, di cui abbiamo appena parlato era il punto chiave della valle e la zona più popolata di tutto il territorio. Ricordiamo infatti che questa via è stata quella percorsa naturalmente dal buddhismo nel passaggio dall'India alla Cina, proprio di quel periodo che lasciò tra le altre cose, una scia di capolavori assoluti nei monumenti religiosi della via delle grotte, in territorio cinese. In questo periodo Cina e Tibet si alternarono più volte alla signoria di questa terra della quale parlarono a lungo, nelle loro descrizioni geografiche, gli arabi tra il IX e il XIII sec. Come riportano queste fonti fino ad allora, gli abitanti erano in parte Buddhisti e in parte uguali Gabri, cioè ancora adoratori del fuoco e della antica religione di Zoroastro, che nelle scorrerie arabe venivano frequentemente catturati e fatti schiavi. Il confine tra questi due credi era proprio nella parte centrale della valle tra Iskashim e Khandut. Il viaggiatore persiano al-Istakhri racconta delle ricche miniere d'argento e d'oro. 

Il venditore di cappelli
Di queste consistenze abbiamo visto le tracce nei giorni scorsi all'osservare quanti siano i cercatori che popolano le rive del fiume e anche quelli sparsi sulle montagne tanto che vi ricordo un altro autore persiano Muhammad Tusi che nella seconda metà del X secolo descrive dettagliatamente il metodo utilizzato dagli abitanti del Wakhan per recuperare l'oro dalle rive del fiume Panj. Secondo il suo racconto, durante il rapido scioglimento dei ghiacciai le piene scavavano profonde fenditure lungo le sponde del fiume. Gli abitanti si calavano in questi stretti canaloni, affrontando notevoli pericoli, per raccogliere l'oro naturale, che successivamente veniva lavato e separato dalla sabbia e dalla terra. Praticamente quello che accade oggi dopo un millennio circa. Addirittura si racconta che nella valle fu rinvenuta una pepita d'oro del peso di 24,360 chili, mica poco, direi. Nel Medioevo poi la fama delle miniere del Kuh-i La'l si diffuse in tutta l'Asia. Naturalmente il Milione di Marco Polo parla con precisione del Wakhan che egli traversò nel 1270 passando attraverso Balkh e il Badakhshan dove riporta dell'estrazione dei rubini, che era cominciata addirittura nel II sec. a.C. e parlando di Ishkashem dice:


Pecora di Marco Polo
...Skasem (Ishkashim) è una regione vasta e indipendente, distinta dal Badakhshan. I suoi abitanti parlano una lingua propria. Durante l'estate conducono il bestiame ai pascoli d'alta montagna, dove costruiscono capanne sotto le rocce e vi rimangono fino all'autunno... e dopo tre giorni di cammino si raggiunge la montagna più alta del mondo (gli altipiani del Pamir) ... dove sono i migliori pascoli e persino gli animali più magri vi ingrassano rapidamente ...

e descrive infine gli animali selvatici che vi si trovano incluse le famose pecore del Pamir con corna dalla lunghezza di sei spanne che gli abitanti usavano per costruire recipienti e recinzioni, conosciute ancora oggi come Pecore di Marco Polo (Ovis ammon polii). Infine racconta come dopo essere entrato nel Wakhan proseguì verso est seguendo la sponda del Panj fino alla confluenza col Wakhan per poi risalire nel Pamir, raggiungendo il lago Zorkul e attraverso il passo del Sarikul arrivò a Tashkurgan. Pensate che il secondo europeo a visitare il Wakhan fu John Wood quasi 600 anni dopo, nel 1838 per studiare la regione dal punto di vista geografico e delle risorse, visto che prestò particolare attenzione anche lui alla famosa miniera dei rubini. Non voglio tediarvi più oltre con le notizie dei moltissimi altri studiosi e viaggiatori che visitarono questo territorio descrivendone le caratteristiche che corrispondono tra loro e che sono le stesse che ancora oggi possiamo osservare. 

L'hindukhus
Voglio solo porre alla vostra attenzione l'osservazione dello studioso russo Tageev che percorse il Wakhan all'inizio del secolo scorso e che racconta di "un popolo particolarmente bello e appartenete alla razza ariana che vive in condizioni quasi primitive. Alcuni si dedicano al saccheggio delle carovane commerciali, mentre altri coltivano cereali e forniscono pane alle guarnigioni afgane di confine. I Wakhi e le loro donne sono molto belli e i loro capelli brillano come cera nera, hanno grandi occhi scuri, sopracciglia marcate e voce molto gradevole". A questo proposito e sulla particolare avvenenza delle donne locali, anche l'amico Jamshed mi ha rimarcato molto questo aspetto, riportandone una delle ragioni soprattutto ai geni lasciati quaggiù dall'esercito di Alessandro magno. Alla fine tutto riporta a lui, che da queste parti evidentemente ha ancora un appeal del tutto particolare. Insomma credo di avervi dato una abbondante descrizione di quella che è l'importanza geopolitica e strategica del cosiddetto Corridoio di Wakhan, riportata da tutti coloro che l'hanno raccontata attraverso quindici secoli di esplorazioni, osservazioni e studi scientifici. 

Il mercato transfrontaliero
E' quindi chiaro che dai pellegrini buddhisti cinesi, ai geografi arabi e persiani, dai viaggiatori europei agli esploratori russi, fino agli archeologi, linguisti, botanici e geologi del XX secolo, il Wakhan è stato oggetto di un interesse costante. Le ricerche hanno documentato l'importanza della valle come:  crocevia della Grande Via della Seta;  punto d'incontro fra civiltà, religioni e lingue;  territorio ricco di monumenti archeologici;  regione di straordinaria biodiversità;  area ricca di risorse minerarie e agricole. Ancora oggi quindi il Wakhan costituisce uno dei più preziosi patrimoni storici, culturali e naturali del Pamir e dell'Asia Centrale. Inoltre le testimonianze raccolte nel corso dei secoli confermano il suo ruolo fondamentale nella storia delle comunicazioni tra Oriente e Occidente ed il suo eccezionale valore per la ricerca storica, archeologica, linguistica e naturalistica. Il fatto di poter percorrere e vedere questo territorio rappresentano quindi a mio parere per chiunque sia interessato ai cammini del mondo, un privilegio assoluto da non perdere. E' evidentemente un invito ad andare a mettere il naso in questo luogo, un po' remoto certo, ma che merita davvero di essere visto da vicino.

Dalle mura della fortezza


Mura
SURVIVAL KIT

Il Prof. Odinamamadi Mirzo è un celebre studioso tajiko originario della valle di Wakhan. E' custode e fondatore del museo etnografico Shohimardon situato nel villaggio di Namadgut e scrittore del libro Wakhan (A scientific, historic and ethnographic study) pubblicato nel 2010 che rappresenta l'opera più completa ed esaustiva per comprendere la complessità di questo territorio e della sua storia. Per questo vi suggerirei, se riuscite, di cercare di metterci sopra le mani se preparate un viaggio nel Pamir. Eventualmente date un'occhiata a questo link che mi ha passato l'impareggiabile Jamshid che conosce personalmente l'autore e dal quale potrete desumere dati più precisi.

Il Wakhan


Nella postazione dei fucilieri
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giovedì 16 luglio 2026

Pam 21 - Tra terme e rubini

Afganistan - giugno 2026


Campi afgani
L'ambiente del Lal hotel è quello tipico degli ostelli dove si radunano i ragazzi stranieri che girano per il mondo in viaggi esplorativi e di formazione. D'altra parte quando si viaggia a quella età, lo si fa proprio per misurarsi con il mondo, le sue differenze, le sue varietà di vita e di pensiero, per tornare a casa arricchiti soprattutto per quello che si è appreso, piuttosto che quello che si è visto, per gli incontri che si sono fatti e che spesso non si dimenticheranno per il resto della vita. Sono percorsi importanti da fare quando si è giovani, a mio parere. Alla mia età, purtroppo invece, si tratta solamente di fare un riassunto delle proprie conoscenze e di cercare conferme dei propri pensieri e delle proprie idee, ma sempre si tratta di esperienze impagabili, almeno per quanto riguarda il mio modo di vedere e di certo, i soldi spesi in questo modo sono gli unici che non si debbono rimpiangere. Qui, sia nel ristorantino sulla terrazza che nella sala colazione, è pieno di giovani che si parlano, che si scambiano impressioni prima di rimettersi in viaggio, una situazione che mi piace molto ed è segno che anche questo è un punto nodale di passaggio su uno dei percorsi importanti per l'umanità. Anche questa mattina, io per distinguermi, ho fatto il pieno di uova e adesso, mentre siamo qui sotto al montacarichi che scende piano piano dall'alto con i nostri bagagli, non faccio altro che pensare come sarebbe bello avere gli anni per ricominciare  e disegnare percorsi sempre nuovi, per cercare di capire questo mondo, almeno un poco. 

Il giardino di Korog
La cittadina in cui abbiamo sostato questa notte, Korog (o Chorug a seconda delle translitterazioni) è il capoluogo del Gorno Badakhshan e coi suoi oltre 30.000 abitanti riveste una certa importanza, tanto che come vedremo, facendoci un piccolo giro esplorativo, il governo ci sta investendo un po' di soldini, con palazzi di un certo aspetto e rimessa a nuovo anche del tessuto cittadino. Siamo ormai nel cuore del Pamir occidentale, quello più popolato. Infatti salendo il corso del Panj, che qui si unisce al Gunt, per proseguire ancora per centinaia di chilometri fino ad unirsi al Vahsh, per formare infine l'Amu Darya, siamo arrivati ormai a superare i 2000 metri di altitudine e si avverte ormai la tipica aria di montagna, anche se qui sembra di essere circondati da un territorio altissimo di cui noi siamo solamente alla base. Un'altra caratteristica importante è che in questa città la maggioranza religiosa è formata da Ismailiti, una corrente esoterica dell'Islam Sciita, che fa capo all'Aga Khan, nota per il progressismo e l'impegno sociale e per questo, spesso in contrasto col potere centrale e che ha provocato attriti notevoli con  le conseguenze di isolare la zona, impedendone l'assimilazione col resto del paese. Questa corrente pone molta enfasi sull'aspetto esoterico dei testi sacri, in contrapposizione al significato letterale ed è stata profondamente influenzata dalla filosofia greca e dai neoplatonici. 

Una bancarella
Essendo molto impegnati nella cooperazione allo sviluppo e soprattutto nella sanità e nella istruzione, anche questa zona aveva beneficiato nell'afflusso di fondi per la costruzione di scuole e ospedali, che qui sono presenti in gran numero, con la presenza anche di una Università importante. Oggi questa influenza sembra cominci a scemare, assieme ai soldi e l'intervento governativo si sta facendo allora più concreto col risultato di vedere un centro cittadino pieno di gru e palazzi in costruzione e di conseguenza, appare evidente un consistente afflusso di capitali. Rimane il fatto che qui convergono genti da tutto il Pamir e il suo mercato cittadino è particolarmente affollato di genti diverse, in una specie di babele linguistica, visto che nel Pamir si parlano almeno cinque lingue principali. Facciamo un giro tra i negozietti, più che altro per valutare le differenze coi mercati di città. Qui, oltre ai caratteristici prodotti di uso familiare e quasi tutti di provenienza cinese, ci sono un po' di generi alimentari, che arrivano dalla valle, i panettieri sempre all'opera, le bancarelle delle varie lavorazioni dello yogurt e poi qualche prodotto locale come le famose calze coloratissime, fatte a mano con la lana delle pecore dei pascoli alti che circondano la città. Io approfitto del giro per comprarmi un bel cappellaccio, cinese ovviamente, visto che il mio, comprato anch'esso in Cina lo scorso anno, l'ho perso miseramente da qualche parte l'altro ieri. 

Le "torte" di escrementi bovini
Sono destinato ad arricchire il regno di mezzo, evidentemente. Poi riprendiamo la strada lungo il fiume, uscendo dalla città che è completamente circondata dai prati verdi contornati da file di pioppi altissimi, mentre il contraltare afgano scorre sempre alla nostra destra. Ecco infatti un altro paese di cui noti subito le case a ridosso della riva che presentano i  muri a valle completamente ricoperti dalle torte di escrementi bovini incollate ad essiccare al sole estivo. E' il benedetto combustibile, naturale per carità e soprattutto non di provenienza fossile, noterebbero soprattutto i sostenitori del greenwashing, che verrà poi così prezioso nelle freddissime giornate invernali e che sarà per mesi l'unica fonte di riscaldamento. Anche qui come in tanti altri paesi, del subcontinente indiano in primis, saranno proprio le ragazze più giovani ad avere il compito, la mattina presto, di andare a fare il giro intorno al paese nei pascoli vicini, per effettuare la raccolta di questo bene prezioso, stivarlo quindi nelle gerle, per poi tornare a casa e appunto, impastarlo per bene prima di incollarlo sulle pareti soleggiate della casa. Passiamo in vista di un altro ponte che attraversa il Panj, questo arriva fino ad un'isola che ripartisce il fiume in due parti, quindi ancora di più, una classica terra di nessuno, dove sorge un grande capannone. 

Cappelli tajiki
Un'altra sede di mercato settimanale, che si dovrebbe svolgere proprio domani, forse riusciremo ad andarci; ma un bel cartello ampiamente visibile sul cancello arrugginito, recita Vietato l'ingresso agli stranieri. Quindi le nostre velleità sono ancora una volta stroncate sul nascere. Nessuna possibilità di passare questo fantomatico confine. Intanto che la strada scorre, il nostro sguardo si perde in questi panorami selvaggi, sempre uguali eppure sempre differenti, fatti di rocce scabre e corrose dagli eventi naturali, di torrenti vorticosi che scendono dalle montagne e di cime di montagne lontane. Alla nostra sinistra, sul versante tajiko, riesci ad intravedere tra i varchi delle valli, il Pik Majakovsky di 6.096 m. e il Qullay Khirskhabol di 6.094 m., mentre a destra, nell'Hindukush afgano, il Kuh-e Chuk Shakh di "soli" 5. 467 m. Indubbiamente fanno una certa impressione a guardarle questa sfilata di cime e pensare che siamo ancora molto lontani dalle vette più importanti! Intanto siamo arrivati, dopo una cinquantina di chilometri, con una breve deviazione in una valle laterale, alle Garmchashma Hot Spring, una sorgente minerale tra le montagne che sgorga a oltre 75°C, a ricordare che anche qui la terra bolle sotto le montagne. Intorno è sorto un paesotto, proprio dietro la sorgente, che presenta formazioni di depositi calcarei simili a quelle della ben nota Pammukkale in Turchia, anche se in proporzioni molto più ridotte. 

La sorgente termale
Voglio approfittare dell'opportunità e entro subito nella zona dedicata agli uomini che sfrutta una grande piscina all'aperto a cui però si accede solo se completamente nudi, cosa che evidentemente non turba nessuno dei locali, al di là del precetto religioso. Infatti la piscina è già popolata da una decina di persone. Mi spoglio rapidamente un una sorta di grotta e accedo all'area. Bisogna fare una certa attenzione perché il bordo e il fondo della piscina naturale è scivoloso come una saponetta e bisogna essere estremamente prudenti ad entrare, specialmente per chi come me gode di un naturale equilibrio estremamente instabile. Tutti si fanno subito in quattro per aiutare l'anziano che vuole provare l'esperienza e i presenti mi fanno spazio perché possa arrivare al centro della piscina dove arriva dall'alto il getto primario di acqua. Accidenti, è talmente bollente che non si riesce a resistere sotto, tutti ridono e poi riusciamo anche a chiacchierare un poco, tra qualche parole di russo e qualcuna di inglese, tutti molto contenti che io abbia voluto condividere questa esperienza. Naturalmente cercano di convincermi a cospargermi della fanghiglia nera che si raccoglie sul fondo e che pare essere una mano santa per ogni tipo di affezione dermatologica, ma rifiuto con cortesia; ho visto che poi levarsela di dosso non è così semplice. 

La vasca per le donne
Sembra che non bisogni stare dentro più di una quindicina di minuti ed io eseguo pedissequamente la disposizione, come i miei compagni di bagno. Certo che uscito e debitamente asciugato, parte subito quella sensazione di benessere epidermico che ricordavo benissimo, quella della cosiddetta pelle di pesca, che conserverò per un bel po', vantandomi con le mie compagne che non hanno voluto condividere l'esperienza. Pare che l'acqua contenga ogni genere di minerali benefici, dall'idrogeno solforato, di cui peraltro non si sente traccia nell'aria, a ferro, alluminio, magnesio, stronzio e chi ne ha più ne metta. C'è naturalmente anche un settore dedicato ed esclusivo per le signore, chiuso e più riservato, anche se un po' più piccolo, che però in questo momento è deserto. Ben ringalluzzito dal bagno taumaturgico, ci facciamo un paio di spiedini di pollo che si sciolgono in bocca, ad un baraccotto che sta lì apposta fuori dalle "terme" e che cura direttamente il nostro Jamshed andando e venendo dalla cucina. Ce ne scendiamo poi di nuovo verso il fiume, fino a Andarob, io ben soddisfatto dell'esperienza, guardandoci attorno per cercare di individuare la famosa Kuh-i Lal, che dovrebbe essere proprio nei dintorni, quella che Marco Polo nomina come la montagna dei rubini:

Spiedino vegetariano

 

In questa provincia nascono le pietre preziose che si chiamano balasci, e sono bellissimi rubini e di gran valore. E nascono propriamente in una montagna che è detta Sighinan (Kuh-i Lal). Il re le fa cavare per conto proprio, né altri potrebbe andare a quella montagna a cavar balasci sotto pena di morte e di confisca...

Mentre invece adesso, pare vengano offerti anche grezzi nei dintorni, ma per la verità non troviamo proprio nessuno che spacci pietre preziose lungo il fiume, solo ragazzini con cestini di albicocche, tuttavia dolci e succosissime. Non è la stessa cosa, però..., le mie signore sarebbero state piuttosto curiose di ammirare quelli che potrebbero essere spinelli naturali. Probabilmente in questo viaggio, per l'alta gioielleria, non è destino, evidentemente. 

Panettiera


Calze artigianali
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mercoledì 15 luglio 2026

Pam 20 - Valli sperdute

Villaggio afgano - Afganistan - giugno 2026

Il fiume Panj
La strada è sicuramente piuttosto tortuosa e nelle parti dove l'asfalto è completamente distrutto dai passaggi e dalle condizioni atmosferiche, che ovviamente di inverno qui sono decisamente dure, fanno sì che procedere sia faticoso e necessario di continue attenzioni per non incorrere in rotture e altre problematiche che renderebbero complicato proseguire. Bisogna dire che anche il traffico è abbastanza intenso, soprattutto di mezzi pesanti. Bisogna considerare infatti che questa, pur essendo una strada apparentemente complicata e difficile, è pur sempre l'unica che unisce queste regioni alla Cina e di qui transita un sacco di merci vitali per il paese. D'altra parte siamo o no sempre sulla via della seta! Però quando cominci a incrociare una serie di camion che trasportano colossali macchine movimento terra e che transitando a passo d'uomo, occupano per intero la malandata sede stradale, il procedere diventa quasi una sfida ad ostacoli. E poi ancora ecco bisarche cariche di auto cinesi che vanno verso la capitale e ancora container di materiali vari di cui non è dato conoscere la tipologia, ma che andranno ad arricchire i mercati locali e così via, insomma è evidente che la Cina non smette mai di fare quello che ha sempre fatto durante la sua lunga storia. Produrre materiali e ricchezza ed esportarli verso mercati di tutto il mondo. 

Lavaggio auto
Ovviamente quasi nessuno percorre invece la strada che corre parallela come abbiamo detto, in territorio afgano, per passare di lì chissà quali menate burocratiche saranno necessarie, oltre al fatto che spesso, e si vede molto bene quando ci siamo a tiro di sguardo, si tratta quasi di un semplice sentiero, dove passano agevolmente solamente i cavalli. A questo punto un dubbio mi viene spontaneo. Visto che come vi ho detto, questi due tracciati corrono lungo le due rive del Panj per quasi 700 km senza toccarsi mai e con ogni probabilità convivono, gemelli separati alla nascita, da oltre 2000 anni, ma l'esercito di Alessandro e la carovana dei Polo dove sarà passata? Da questa parte, che tuttavia solamente adesso sembra più agevole, oppure dall'altra, che a noi oggi è impedito di percorrere? Accidenti, io mi sto facendo tutto un trip mentale nel quale sono continuamente sollecitato dall'emozione di calpestare la stessa terra di questi miei illustri predecessori e magari loro, invece, passavano da quell'altra parte, proprio dove adesso sta passando quella motocicletta con quel barbuto afgano con in testa il caratteristico berretto che mi saluta con un cenno amichevole della mano e non fa neppure cenno, bontà sua, di mettere mano al kalashnikov e dove quel gruppo di bambini corre tirando pietre nel fiume, mentre presumibilmente stanno raggiungendo la scuola del villaggio vicino? 

Caduta massi
Oltretutto, brutto segnale che alimenta ulteriormente i miei dubbi, sembra che i mercati di paese siano quasi tutti da quella parte, dove ci è tassativamente vietato passare il ponte per raggiungerli. Questo mi darebbe davvero molto fastidio, un evento che romperebbe definitivamente il mio sogno, che da quando abbiamo imboccato questa via, mi dà la sensazione di calpestare invece i loro passi, di sentire a fianco a me lo scalpiccio dei cavalli, il grido dei soldati che maledicono il cielo che continua a portarli verso un luogo così lontano dalla loro patria, mentre preferirebbero a questo punto essere lasciati in qualcuno di questi villaggi dove accoppiarsi felicemente con una di queste fanciulle dagli occhi nerissimi che li guardavano in tralice da sotto i veli e lasciare proprio qui i loro geni a futura memoria in modo che i posteri cerchino di indovinarli osservando i nasi e gli occhi blu delle loro pronipoti. Ma sì non c'è dubbio, bisogna che chieda a Jamshed, che queste cose le sa bene, ma di sicuro è questa la sola ed unica strada maestra, la vera via della seta, oltretutto per imboccare la strada che risale nel Pamir, bisogna essere da questa parte, dunque per Marco Polo dubbi non ce ne sono assolutamente e per i soldati di Alessandro, di certo sono passati di qui per poi traversare solo all'ultimo dopo Zoogvand, dove, arrivati a metà del corridoio di Wakhan, dall'altra sponda si apre un un largo varco, una valle maestosa che consente di scavalcare l'Hindukush, traversando l'estremo territorio afgano chiamato Nuristan e scendere nell'odierno Pakistan e la valle dell'Indo. 

La cava di marmo
Non può essere che così, ne sono (quasi) sicuro, anzi lo sento sotto le mie scarpe, il rumore del passato che rimane nell'animo e nelle pieghe segrete della roccia e ne mantiene i pensieri ed i ricordi. Intanto oggi non piove più anche se il cielo è minaccioso e le rocce che si alzano verticali sopra di noi, non minacciano di scaricare valanghe di pietra sui mezzi che transitano, anzi qualcuno approfitta, delle cascate di acqua che scendono dal monte direttamente sulla carreggiata per lavare i mezzi coperti di polvere e di fango, lasciando il camion direttamente sotto il getto della cascata, mentre noi aggiriamo massi grandi come case che occupano quasi tutta la strada, precipitati ovviamente dall'altro, anche se mi chiedo quando, forse ieri? Brrrr, speriamo di no, per ché qui non si tratterebbe di scheggiare soltanto il parabrezza. Intanto, dall'altra parte, una signora con la sua bambina cammina per arrivare al paese che abbiamo passato da un paio di chilometri. Hanno entrambe una lunga abaya, nera di velluto la ragazzina, beige la donna, che arrivano fino ai piedi e anche la parte inferiore del viso è coperta dal velo nero. Estraggo la macchina per scattare velocemente, timoroso che si girino o peggio mi tirino qualche pietra, invece salutano animatamente, prima di proseguire lungo la strada. Ad un certo punto la nostra carreggiata sale fino a raggiungere un pianoro che consente un bel punto di vista dall'alto. 

l'amico Sikh
Vicino spiccano gli scavi di una piccola cava di marmo, dove fervono i lavori per staccare grandi fette di materiale bianchissimo, evidentemente di buona qualità, visto che all'opera ci sono tutti macchinari cinesi, che affettano la roccia come burro. Credo che in breve l'escrescenza montuosa che affianca la strada sarà completamente mangiata dalle necessità architettoniche dei palazzi della capitale, che, c'è poco da fare, ha fame di crescere e la cava esaurita in breve rimarrà abbandonata ai margini della strada, un altro episodio della storia presto dimenticato. Ma mentre stiamo dando un'occhiata in giro ecco che si ferma vicino a noi un disperato in bicicletta che arrancava sulla ghiaia per arrivare fino in cima al dosso. E' un ragazzo indiano, anzi un Sikh, con il suo bel turbante nero che si ferma a riposare dopo la salita. Sul retro della bici, carica di bagaglio porta una bella scritta: World Cycle Tour - Save environment. Buoni principi ha il ragazzo e non solo teoria evidentemente. E' di Amristar e ha intenzione di arrivare fino in Italia, dove peraltro è già stato con un percorso che attraverso la Slovenia, lo ha portato a percorrere la via Francigena fino a Roma, sempre in bici ben si intenda. Fraternizziamo subito, un po' per il suo evidente amore per l'Italia e poi quando gli racconto del nostro viaggio dello scorso anno proprio nella sua Amristar e a Anandpur Sahib per la festa dell'Holla Mohalla e del nostro entusiasmo per la notte vissuta al tempio d'Oro, non poteva essere più contento, visto che degli italiani dimostrano di amare così tanto il suo paese. 

Afganistan
E' un entusiasta del mondo e soprattutto di poterlo girare con la calma ed il ritmo che consente la bicicletta, un vero viaggiatore insomma. Beh non avete idea, come, girando per queste ed altre zone remote del mondo, quanta gente come lui si incontri. Viaggiatori nel senso vero della parola, non turisti con in tasca il biglietto di ritorno come me insomma. Invidia pura, non per la bicicletta ovviamente, non lo farei mai io, ma in altri modi, questi lunghi raid attraverso zone remote del mondo sono sempre stati parte dei miei sogni irrealizzati. Ne incontreremo molti altri durante la nostra via, ciclisti, motociclisti e anche automobilisti che viaggiano senza una meta certa, ma semplicemente per conoscere il mondo, la gente che lo popola e guardarsi attorno senza pregiudizio, cosa difficile, per carità, ma a mio parere, meravigliosa. Salutiamo il nostro amico e da qui in poi la strada scende a precipizio e in un attimo ci ritroviamo a ridosso del fiume che adesso è diventato strettissimo e spumeggia in rapide che si susseguono a balzi. Dall'altra parte continuano a passare genti sparse, motociclisti con lunghi pastrani, pastori a piedi con gruppetti di capre, ragazzini e anche un camioncino carico di masserizie appese, sembra uno di quelli che giravano le nostre campagne di cascina in cascina a vendere povere cose necessarie a chi alla città non aveva mai occasione di arrivare. 

Afganistan fertile
Il mondo non è poi così diverso, anche se ci troviamo così lontani dai nostri paesi.  Poi la sponda di fronte a noi si allarga improvvisamente e si copre di piccoli appezzamenti coltivati a cereali, gialli quelli ormai maturi, ancora verdi le colture primaverili, ben suddivise da muretti di pietra e da alberi da frutta. Un poco più in alto dove la terra fertile finisce e si vede solo la roccia improduttiva ecco le poche case di un villaggio minimo. L'impressione è davvero quello di una agricoltura di sussistenza che a stento riesce a consentire la vita e di questo tipo di insediamenti è costellato il paese per centinaia di chilometri, un territorio in cui anche solamente il contatto con le zone vicine è reso quasi impossibile o estremamente tortuoso, dall'assenza di comunicazioni e anche dalla impossibilità di costruirle, da montagne invalicabili ed una climatologia che isola tutto per mesi e mesi. Siamo ad una settantina di chilometri ormai da Chorog, il nostro punto di arrivo di oggi e arriviamo nella cittadina di Rushan, punto dove si uniscono il nostro fiume Panj e il Bartang che scende dall'omonima valle, una delle più famose del Pamir occidentale. Questo è un punto focale per il controllo delle valli circostanti ed infatti proprio qui sorgeva Qalai Vamar, una piccola fortezza, per i nostri canoni, ma che fin dal V secolo aveva una importanza nevralgica per il passaggio delle carovane. Distrutta e rifatta più volte, fu rimessa in piedi alla meglio nel XIX sec. dal governatorato locale, ma fu definitivamente distrutta e dismessa dai Russi dopo il 1917. 

La fortezza nel XIX sec.
Per trovare quello che oggi è solamente un rudere nella campagna, devi scendere così tra le case nella periferia del villaggio, poi un contadino che abita in un casolare lì vicino ti apre un varco in un recinto che si potrebbe passare anche da soli forzandolo con un po' di buona volontà e subito i compare questo cubo di pietra, innalzato nei prati che prosegue in una serie di mura sbrecciate e nere, che tuttavia a guardarle bene conferiscono al luogo una sua solenne aria di mistero. Capisci immediatamente che non si tratta di un luogo molto frequentato. Il panorama, con le alte montagne intorno è sempre maestoso e riesce a darti un senso di storie antiche, di uomini d'armi e di commerci che mescolavano le loro vite a miti di un passato i cui ricordi vanno disfacendosi gradatamente nella memoria. Ci aggiriamo nel grande cortile tra le erbe alte che nascondono tutto, forse trappole e fossati che portano in sotterranei misteriosi o forse solamente i solchi di una terra sassosa e avara, dove crescono solo cardi ed ortiche. Un paio di cartelli sbilenchi che stanno per cadere a terra e un paio di vecchi pannelli con vecchie foto che raccontano di un passato recente quando forse il luogo manteneva ancora una importanza reale. Di qui in poi la valle diventa se possibile ancora più impervia e selvatica, i paesi sempre più piccoli e più rari, dalla parte afgana, se possibile i tuguri ancor più poveri e basici, anche le persone di passaggio sono praticamente scomparse. Il fiume ruggisce nella sua discesa verso il piano, mentre noi al contrario, continuiamo a risalire verso terre sempre più alte. Alla fine del pomeriggio ecco che finalmente arriviamo a Korug, una vera e propria cittadina che con una serie di case piuttosto moderne, risale una valletta laterale. 

La fortezza Qalai VAmar


SURVIVAL KIT

Hotel Lal - Khorug - Situato in ottima posizione, è probabilmente una delle migliori sistemazioni in città, frequentato soprattutto da clientela occidentale. Un po' basico, ma considerate dove ci troviamo. Stanze grandi letto King, AC, riscaldamento, TV, frigo. Bagno nuovo e pulitissimo. Se avete problemi con le scale, cercate di farvi dare un piano basso, perché la scala è un po' scomoda e i piani sono tanti, ma c'è il montacarichi per le valige. Ristorante sulla terrazza, ottima pizza e piatti locali, disponibile anche la kachapuri caucasica, molto buona. Doppia sui 55 € con colazione.

La valle 



Le rapide
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