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| L'Hindukush nel corridoio del Wakhan - Tajikistan - giugno 2026 |
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| I 7000 |
Sono le 6:30 e già che mi sono alzato per andare in fondo al cortile, tanto vale che mi metta in moto definitivamente e faccia un giro fuori a dare un'occhiata alla catena di montagne che sta sfilando davanti a me. Sarà l'altitudine o il fatto che camminando in salita, mi gira un po' la testa, ma mi sembra davvero che le montagne si muovano intorno! Qui, dalla parate tajika, siamo saliti ancora un poco, sui 3100 m. e la valle si vede qualche centinaio di metri più sotto, ma di fronte, tutto l'Hindukush si mostra nella sua veste migliore. La mattina, praticamente il cielo è sgombro di nubi e la visibilità è davvero ottima, così nei varchi tra le alture più prossime, quelle del corridoio, cominciano ad emergere le cime che sono al di là della prima barriera e che formano il crinale che definisce il confine tra Afganistan e Pakistan, qui il corridoio di Wakhan è nel suo punto di minor larghezza, una quindicina di chilometri al massimo e le punte dei colossi più maestosi si vedono emergere tra i monti scuri in primo piano, con le loro cime coperte di neve. Di qui si possono vedere bene quelle che poi, dando un'occhiata alla carta si riescono identificare con il Lunkho (6901 m.) e il Koh-e Hevad (6849 m.) mentre un poco più a destra ecco spuntare la cima leggermente ritorta del Koh-e Urgunt (7038 m.) assimilabile un poco alla forma del nostro Cervino.
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| Olivello e pioppi |
Tutti colossi assolutamente imponenti, che tuttavia non riescono ad attirare la voglia di raggiungerne la cima da parte degli scalatori, attirati da altre vette più titolate e che da qui non sono poi così lontane. Certamente la bellezza ti colpisce guardandone le creste appena colorate del rosa dell'alba che sta svanendo laggiù nella valle e viste da questa altezza, non sembrano neppure così vertiginose come quando ne leggi la quota, quel numero così sproporzionatamente elevato, rispetto a quelli a cui siamo abituati. Numeri a cui la nostra Europa non è avvezza, ma che qui appaiono come la norma di usuali montagne tra le tante, neppure degne di essere ricordate per nome. Il nostro paesello invece è circondato da piccoli boschetti di piante che da noi sono proprie della pianura, come file infinite di pioppi o di una essenza molto comune da queste parti, l'Olivello spinoso (
Hippophae Rhamnoides) che si riempie di piccole bacche arancioni e che cresce in abbondanza lungo i sentieri e con le sue spine riesce a tenere a bada le greggi che salgono su per il monte. Queste quote per noi significano solamente conifere e anzi saremmo al confine con quella parte di monte ormai spoglia di alberi di alto fusto che lasciano spazio ai cespi di rododendri ed ai pascoli di alta montagna, mentre qui siamo ancora nell'area delle latifoglie e anzi di pini e abeti non si vede traccia neppure molto più in alto.
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| Le rovine della fortezza di Yamchum |
Comunque, satolli per un'ottima colazione e salutati i nostri ospiti, saliamo ancora lungo la strada che prosegue lungo la costa, fino ad arrivare ad un altro grande belvedere sulla valle che ospita un altro dei gioielli del territorio: la fortezza di Yamchum, che risale al II sec a.C. e come la sua gemella coeva che abbiamo visto ieri, aveva la stessa funzione di controllo nel dominio della valle. Le foto che avevo visto su internet ne facevano apparire le rovine particolarmente ammantate di fascino, mostrando le alte mura nere a strapiombo ancora in buono stato di conservazione in alcuni tratti, ma sufficienti a dimostrare la potenza che rappresentavano. Quella in cui arriviamo, invece, è il risultato del restauro appena completato dagli archeologi cinesi, che secondo il loro consueto stile, l'hanno ricostruita quasi completamente, rispettandone certo la pianta ed il disegno originale, ma togliendo completamente quella patina di antico che noi preferiamo, che ci fa sognare e che rispetta quello che ci fa sentire l'essenza della storia. Per la verità si riescono ancora ad individuarne le parti originali, in particolare nel punto più alto, dove migliori erano le fortificazioni, con le torri possenti in cui è possibile individuare ancora una caratteristica peculiare del progetto, che incorpora nella muratura dei sottili strati di legno al fine di migliorarne la flessibilità ai fini di una maggiore resistenza alla sismicità che in questa parte del mondo è sempre un problema che si ripresenta ad intervalli costanti.
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| La fortezza restaurata |
La fortezza è davvero possente, in una posizione perfetta per una difesa efficace, con due lati ben protetti e strapiombanti su due strette gole fluviali, mentre il terzo è in ripida pendenza e ben fortificato con una serie di mura e torri. Il panorama dall'alto è assolutamente magnifico. Il fiume in basso che si prolunga suddiviso in mille rivoli mentre la valle si allarga a dismisura e l'Afganistan si allontana. La catena a fronte appare come una muraglia a sua volta spezzata qua e la dalle valli sospese laterali che mostrano la coronatura di nevi eterne e la sequenza di cime aguzze e contorte che si susseguono una dopo l'altra. Giriamo ancora per la spianata superiore della fortezza in cerca di punti di vista ancora più suggestivi. Su una torretta incrociamo tre australiani che fanno il nostro stesso giro, ma al contrario, anche loro affascinati dai panorami che si susseguono e poi torniamo alla macchina per proseguire verso l'alto della montagna per un altro paio di chilometri, fino a raggiungere il punto dove sgorgano le sorgenti calde di Bibi Fatima, la leggendaria moglie di Alì, che colpita dalla bellezza del posto, proprio qui piantò a terra un bastone facendo sgorgare, come per magia, la fonte miracolosa, che ha appunto proprietà terapeutiche assolutamente strabilianti soprattutto per quanto riguarda il settore ginecologico e procreativo, tanto che sono meta di pellegrinaggio, soprattutto per le signore in difficoltà su questo versante.
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| Le miniature del museo |
Anche qui c'è la possibilità di bagnarsi nella fonte miracolosa, la parte dedicata alle signore, come potete facilmente capire, è più grande, ma tutti noi, non avendo specifici desiderata su questo fronte, per questa volta passiamo, mentre il nostro Jamshed, che ci ha fatto trapelare una mezza intenzione di pensare ad un quinto figlio, decide di approfittare, mentre noi ci godiamo la vista della valle davanti a noi, sotto un sole che brucia, più dell'acqua medicamentosa. Per la verità la leggenda è ben chiara, ma i tempi non coincidono molto, in quanto Alì e la sua gentile signora, con le loro gesta, risalgono più o meno al VII secolo, mentre l'Islam arriva nel Wakhan solamente attorno all'XI. ma queste sono sottigliezze da infedeli e non dovrebbero stare ad inficiare la bellezza delle leggende popolari e la grandiosità del posto. Intanto scendiamo al paesino dove c'era il nostro homestay, che nel frattempo si è popolato di contadini che vanno verso gli orti ed i campi coltivati. Proprio qui a Yamg, era vissuto nel XIX sec. un famoso Sufi, tale Mubarak al-Wakhani, appunto, poeta, studioso e astronomo, figura misconosciuta della cultura ismailita, proprio per l'essere rimasto sempre in questa zona isolata e periferica.
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| Gli strumenti musicali |
Tra le cose prodotte dai suoi studi, c'è proprio in paese una sorta di calendario astronomico che sfrutta la posizione di alcune pietre, una delle quali proprio sulla piazza principale, dotata di un foro attraverso il quale puntando ad altre pietre poste sui monti circostanti è possibile, calcolare molte misurazioni astronomiche, come l'inizio dell'anno, il Navruz e l'alternarsi delle stagioni, con errori inferiori ai due minuti, rispetto ai mezzi moderni. Qui vicino c'è anche un bellissimo museo contenuto in un'altra casa tradizionale, arredata di tutto punto. Il custode è un personaggio singolare che ha dedicato tutta la vita agli studi sulle tradizioni del Wakhan, che ci illustra con dovizia di particolari a partire dallo stile costruttivo della casa, i 5 pilastri che si richiamano all'Islam e le figure del Profeta, di Alì, Fatima, Hasan e Husein, ma prima ancora le regole dello zoroastrismo ed il riferimento ad Aura Mazda e a tutti i componenti del pantheon degli adoratori del fuoco e che quindi, presupponeva il fuoco nel centro, con il foro nel tetto per far fuoriuscire il fumo, che serve per il riscaldamento ma anche con la sua affumicatura a preservare le travi di legno dall'attacco degli insetti. Le quattro aperture a quadrato del lucernario rappresentano così i quattro elementi, aria, acqua, terra e fuoco, concetti ben presenti anche nella filosofia prearistotelica, ma anche nei quattro stati spirituali del sufismo.
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| La montagna |
Nel museo sono conservati oltre 500 oggetti antichi, strumenti agricoli e dell'uso domestico, come telai, arcolai, zangole e poi costumi tradizionali, cappelli, vestiti e tutto quanto riguarda l'arte della produzione del feltro. Naturalmente sono conservati anche i libri dello studioso e parte delle migliaia di versi da lui prodotti, sia di poesia profana che di quella parte del suo lavoro riguardante i commentari del Corano. Una grande sezione è dedicata agli strumenti musicali di cui è presente una numerosa serie di pezzi antichi, alcuni provenienti dal vicino Afganistan che arrivano a 19 corde, numero simbolico religioso, da cui si evince la grande importanza e sacralità che l'Islam ismailita rivolge alla musica in tutte le sue espressioni, cosa che i vicini talebani, a suo parere non solo non hanno capito, ma hanno del tutto travisato. Dagli stessi scritti sacri si evince infatti che la musica sia sacra a partire dall'arcangelo Gabriele che viene sempre rappresentato mentre suona strumenti e la musica stessa è presente nel soffio divino con cui Dio dà la vita ad Adamo. Per i Sufi ismailiti la musica non è solo svago, ma veicola i versi dei profeti nel cuore degli ascoltatori, trasformando la performance musicale in preghiera collettiva. Il concetto non mi sembra molto lontano da tutto il filone della musica sacra che nasce da noi nel Medioevo a testimonianza di quanto siano vicine concettualmente modi di pensare così apparentemente lontani tra di loro.
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| Le montagne del Wakhan |
Il nostro stesso accompagnatore è musicista e non si fa pregare a suonare alcuni degli strumento più antichi della raccolta, alcuni costruiti personalmente dalle mani del Maestro, come il Rubab, strumento a corde pizzicate costruito da un unico pezzo di gelso, dal suono caldo e vibrante o il Tanbur, un liuto a corde metalliche utilizzato per creare le sonorità ipnotiche che aiutano i mistici (come i dervisci) a raggiungere l'estasi spirituale (hal). O ancora il Daf un tamburo a cornice il cui ritmo simula il battito del cuore del Cercatore focalizzato sul nome di Dio. Tenerli tra le mani è una emozione a cui non riesco a sottrarmi e ne provo alcuni che trasmettono al contatto di questi legni antichi, un senso di storie passate, di racconti lontani, di melodie perdute nella notte dei tempi. Dispiace lasciare il vecchio ed il suo regno, vorrei rimanere qui ad ascoltare storie, a sfogliare ancora i libri antichi coperti di preziose miniature che mi mostra, sentire qualche poesia di al-Wakhani, quello che è conosciuto come il Leonardo del Wakhan, che le scriveva con inchiostri naturali, su carta da lui stesso fabbricata dalla corteccia dei gelsi. L'isolamento in cui questo straordinario personaggio è vissuto hanno fatto sì che la sua opera non sia mai stata tradotta in occidente. Ecco l'unico distico che ho trovato sul web, quello del Cercatore, tratto dalla sua opera Divan-i A' Shar e incentrato sul concetto sufi dell'Irfan (la conoscenza mistica di Dio):
"Per il cercatore, in entrambi i mondi, tu sei quello che viene cercato,
poiché nei reami del tempo e dello spazio, al di fuori di te, tutto è il nulla."
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| La Chillahona |
In quanto il mondo terreno, benché sottoposto alle leggi tangibili della fisica, per lui che era scienziato ed astronomo, sono da considerarsi un velo passeggero rispetto alla essenza dell'eternità divina, in quanto la realtà materiale, se disgiunta da quella divina non è che mera illusione. Il sufismo ismailita è anche una filosofia ed una interpretazione del mondo molto sofisticata e profonda e tra le altre cose, ricorderei solamente a titolo di esempio che tra i suoi concetti, non ha quello del Jihad, del tutto assente nel suo pensiero filosofico. Appena fuori del museo poi, si può vedere una piccola costruzione di pietra, è la Chillahona, un locale dove il maestro si ritirava dal mondo per praticare la Chilla, un periodo di 40 giorni di meditazione, digiuno e preghiera tipico della tradizione sufi. Poi continuiamo a girolare per il paese e torniamo ancora alla famosa pietra col buco cercando, sdraiandoci a terra, di traguardare quella lontana sulla montagna davanti a noi, da cui cominciare i calcoli per stilare il calendario, ma credo che sia alla fine meglio dedicarci ad altre cose, più consone alla nostra natura di ignorantoni pretenziosi, altro che astronomi e poeti!
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| La pietra da osservazione |