martedì 24 marzo 2026

Mau 22 - Tra pescatori e delfini

Pesca coi delfini, Iwit - Mauritania - gennaio 2026

 

La costa
Sistemata la più grossa col couscous, abbiamo il tempo per fare un giro a piedi fino alla scogliera, che è un capo piatto e sabbioso proteso verso il mare dai bordi sfrangiati e rosi dalle onde. Più che altro un costone al di sotto del quale la spiaggia si protende con un arco quasi perfetto verso nord. Non vedi anima viva pur buttando l'occhio all'infinito, visto che la visibilità è ottima anche al centro della giornata, cosa che consente una vista buona anche a grande distanza. Qualche rara barchetta in mare, le tende di quella che dovrebbe essere una struttura turistica, sembra che qui in estate ci sia il pienone e le quattro baracche del paesotto, niente altro. Dall'altra parte del capo, qualche barca semiabbandonata sulla riva di quello che è comunque un porto. Questa, come ho già detto, è una costa del tutto particolare: deserta di uomini e di vita in generale, sabbiosa per centinaia di chilometri, visto che proprio qui finisce il deserto più grande del mondo, con fondali bassi, dalle acque fredde e molto pescosi e quindi insidiosissimi. Insomma un poco il contraltare delle famose coste della Namibia dette per gli stessi motivi Skeleton coast, un nome un programma. Per questo sono state sempre raccontate come zone perigliose e testimoni di naufragi epocali. Chi non ricorda il famoso evento del naufragio della Medusa, immortalato nel famoso quadro di Géricault, che illustrò con un lavoro famosissimo che gli costò quasi un anno di lavoro, consegnandolo alla fama definitiva, questo disastro marittimo avvenuto proprio qui nel 1816.

La zattera della Medusa
Il quadro raffigura, con una monumentale presenza di oltre 7 metri, la zattera della morte in cui perirono quasi 150 persone con episodi di cannibalismo e che influenzò con il suo realismo, il passaggio al romanticismo della pittura francese, suscitando innumerevoli discussioni artistiche e politiche. Questo per ribadire che solo due secoli fa, questi erano luoghi assolutamente estremi dove avventurarsi significava mettere in pericolo la propria vita e poco oltre la battigia, cominciavano le terre incognite di favoleggiati regni africani pieni di oro e altre ricchezze, nonché luoghi di elezione dove attingere schiavi e forza lavoro per le colonie, prime in testa quelle della vicina Sao Tomè, dove erano state create piantagioni ricchissime, di quel cacao che inondava l'Europa da oltre un secolo, una moda che imperversava in ogni salotto che si rispettasse. Adesso questa costa è formalmente semiabbandonata. Le navi oceaniche delle flottiglie di pesca transitano al largo del grande banco, intanto per non far la fine della Medusa e poi per riempire il più rapidamente possibile le stive frigorifere e portare ai mercati lontani tutto il ben di dio congelato che si riesce a sottrarre da questo mare. Ai pochi pescatori rimasti, che non dialogano quasi più con i delfini, non rimane altro che aspettare che si aggreghi con maggiore intensità la pesca di prede decisamente più grandi, quei turisti europei, che quasi per un senso di rivalsa e restituzione morale, cominceranno ad arrivare a questo mondo depredato per essere a loro volta depredati in senso buono e del tutto volontariamente, portando un po' di gradita valuta, per una volta lasciandola qui, una specie di ritorno dell'oro in cambio di perline colorate che per una volta compiranno il viaggio a ritroso. 

Football
Camminiamo sulla spiaggia infinita. di tanto in tanto mi fermo a considerare una conchiglia. Sono grandi e tozze, quasi sferiche. Una è così grande, che tenuta in mano, la valuterei quasi cinque chili e contiene un mollusco talmente grosso e gonfio che non riesce neppure a far fuoriuscire dalla voluta esterna, il suo mostruoso labbro carnoso. Lo lascio più vicino all'acqua, in modo che l'onda che prima o poi arriverà a lambirlo riesca a portarselo via più rapidamente. Il Poseidone con le sue Nereidi che abitano questo mare me ne saranno certamente grati. Come sempre è un peccato che intristisce il cuore, la grande quantità di residui plastici che giacciono abbandonati ad infestare il luogo, una specie di maledizione mandata da un dio malevolo per punirlo della sua bellezza. Certamente qui si comincia una bella discussione di non facile sviluppo. Perché l'uomo, dopo aver ideato, sviluppato e massimizzato una delle più grandi e benefiche invenzioni della storia, la plastica, di cui bisogna avere la capacità e l'onestà intellettuale di capire la portata tecnica ed economica ineguagliabile, non riesce ad avere la stessa capacità, nel gestirne allo stesso modo le inevitabili conseguenze negative, minimizzando o addirittura eliminando il problema e massimizzandone solamente i vantaggi? Eppure sarebbe una soluzione tecnicamente facile, già del tutto studiata e convenientemente sviluppabile. Eppure questo viene incomprensibilmente preso in considerazione solamente in maniera marginale e assolutamente insufficiente. 

A Iwit
Come sa chi si occupa di questi problemi, le materie plastiche oltre ad essere il miglior materiale in assoluto dal punto di vista economico, tecnico e anche verde, in quanto (calcolando l'intera vita del prodotto dalla sua costruzione al suo smaltimento) sono i materiali meno energivori in assoluto e minori produttori di emissioni, basta volerli raccogliere e riciclare nei molti modi tecnicamente oggi possibili. Ecco il punto, basta volerlo fare e insegnare a farlo anche a coloro che prima buttavano per terra la buccia dei frutti consumati e due giorni dopo non c'era più ed oggi non sono ancora abituati ad un uso consapevole del prodotto, Per gli altri, quelli che lo sanno benissimo ma che continuano con noncuranza a buttare le bottigliette nel fiume o a lasciare le buste nel prato, duole dire che forse non c'è speranza.. Così è più facile dare la colpa alla plastica che a colui che la butta in terra, cadendo così nelle panie delle lobby varie della carta o del vetro (entrambi assai più inquinanti, ma questa è tutta un'altra storia) e di certo comunque infastidisce assai vedere questo luogo fuori dal mondo, completamente cosparso di immondizie. Tutto sommato questo però è un aspetto su cui si può lavorare e non sarà mai tardi farlo. In fondo presto o tardi i costi delle materie prime faranno considerare che il recupero, anche di quello che è già stato disperso nell'ambiente, sarà la miniera del futuro, non appena sarà economicamente conveniente farlo, visto che tecnicamente è già possibile con facilità. 

Airone cinerino
Va beh, chiacchiere da bar, intanto andiamo a vanti fino al successivo porticciolo, Ten Alloui. Anche qui baracche poverissime e bambini che giocano con una palla di stracci in uno spazio tra le case pieno di immondizia e di bottigliette di plastica. Qualche barca è arrivata, hanno già scaricatoi il pesce dentro grandi contenitori di recupero, attenuti tagliando in due, grandi taniche forse ormai fuori servizio, per il trasporto dell'acqua, che qui è sempre un bene prezioso, ricordiamo che anche se in riva al mare siamo pur sempre in un deserto. La grande massa degli uccelli adesso sono più al largo sugli isolotti che la bassa marea ha fatto emergere, torneranno a riva più tardi. Su una lingua più vicina, un gruppo numeroso di cormorani nerissimi prende tempo priva di levarsi e sbattere le ali correndo sull'acqua prima di riuscire a prendere il volo per andare a pescare. Sulle barche già spiaggiate invece, qualche uomo sta raccogliendo le vele e raduna le reti prima di scaricarle a terra, dove probabilmente attenderà qualcuno all'opera di riparazione, lavoro consueto a cui sono condannati tutti i pescatori del mondo. Noi proseguiamo ancora verso Iwik, risalendo sempre la costa verso un promontorio sabbioso che si prolunga al largo in una serie di grandi isole mobili e dall'aspetto mutevole, tra le quali Tidra è la più consistente. Questo villaggio è decisamente più importante degli altri, ci vivono almeno 300 famiglie e le baracche stesse sembrano più strutturate. 

La barca e i delfini
Al centro in quella che sembra una specie di piazzetta, fa bella mostra di sé un rubinetto che eroga acqua pulita per tutto il villaggio. La spiaggia è piena di barche, che aspettano, forse domani, di prendere il largo. Sulle murate alcuni aironi cinerini stanno in equilibrio incerto, dondolandosi sulle lunghe zampe sottili e girando il becco di qua e di là quasi a fiutare il vento. Nella rada sta arrivando l'ultima barca tiene ancora la grande vela triangolare dispiegata al vento, che la spinge verso riva. Ci sono quattro uomini a bordo che maneggiano le cime per tendere ancora di più la vela che è gonfia sotto la spinta che arriva dal mare. Ma se guardi con attenzione, anche se la barca è ancora lontana, tutto attorno a lei, il mare si muove, quasi ribolle; ecco schiene nere inarcate che di volta in volta fuoriescono e si inabissano dalle onde, alcune all'unisono altre in controtempo. Sono i delfini che seguono il naviglio e rientrano in porto con i pescatori. Avranno compiuto ancora una volta il loro lavoro secondo tradizione, aiutando gli uomini a radunare il pesce? Gli uomini buttano loro continuamente qualche cosa, forse la sinergia tra uomini e animali continua ancora, nonostante tutto, mentre gli ultimi raggi del sole fanno risplendere la superficie azzurra di pagliucole d'oro. 

Gabbiani
I tursiopi, che man mano che si avvicinano alla riva si mostrano bene in tutta la loro maestosa dimensione, sono davvero belli grossi, di certo più di una decina e continuano a saltare attorno alla barca, quasi giocassero con i loro amici, oppure li considereranno semplicemente i loro datori di lavoro dai quali reclamare la paga a fine giornata? In ogni caso uno spettacolo raro. Quando la barca si pianta sulla riva, gli uomini scendono lentamente scaricando le loro cose ed i delfini se ne vanno, quasi i rumori che producono sembrano saluti o degli arrivederci al giorno dopo. I ragazzi sembrano provati, non ci danno molta corda infatti, sono stati in mare tre giorni e su quel guscio di noce, mi sembra una bella prova già di per sé, ma la pesca sembra abbondante, hanno il cassone pieno zeppo. Il banco, sebbene sfruttato pesantemente e impoverito delle sue ricchezze, continua a fornire di che vivere, per questi pescatori di piccolo cabotaggio, almeno forse ancora per un poco. Uno stormo di gabbiani si leva nel cielo, anche loro vogliono la loro parte del bottino. Nel paese anche i ragazzini hanno finito di giocare, noi andiamo fino alla duna che sta dietro alle case per vedere il sole che tramonta sul mare, ma ci vorrà almeno ancora un'ora, giusto il tempo per pensare e se vogliamo essere sinceri, qui c'è davvero molto da pensare. Poi ci ritiriamo nei bungalow spartani che sono stati costruiti appena fuori del paese, in attesa dei turisti futuri.

delfini


Iwit
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lunedì 23 marzo 2026

Mau 21 - Il Banc d'Arguin

La baia - Mauritania - gennaio 2026

 

La costa
Questa Mauritania continua a metterti di fronte ad aspetti inattesi ed accattivanti. Ogni volta che pensi che il viaggio sia in effetti finito, ecco che saltano fuori nuovi interessi che ti muovono verso nuove scoperte. Siamo in effetti ormai arrivati al mare, all'Oceano, nel punto dove il deserto del Sahara finisce scontrandosi con la massa d'acqua che sola cosa, può paragonarsi alla sabbia e alla roccia che, partita dal lontanissimo Egitto, ha percorso migliaia di chilometri per arrivare a questo confine della natura. Onde di acqua da un lato che si ergono a barriera di onde di sabbia dall'altro, che anch'esse si muovono rincorrendosi, forse più lentamente di certo, ma egualmente in modo inarrestabile, come abbiamo visto capaci di seppellire addirittura città intere, figuriamoci strade e ferrovie, che per essere mantenute in vita, necessitano di continua ed attenta manutenzione. E qui, proprio qui su questo litorale di cui non riesci a distinguere i confini, i due oceani, quello di acqua e quello di sabbia si scontrano, in una battaglia epocale che dura da ere infinite e continuerà fino alla fine del mondo. Qui si crea un ecosistema unico e di una bellezza straordinaria, ma sì, abusiamo pure di aggettivi encomiastici, ma davvero non so come descrivere questo ambiente quasi surreale. 

La balena
E' una spiaggia unica lunga centinaia di chilometri che si stende già dal Sahara occidentale e arriva fino al fiume Senegal, alternata a basse scogliere che vengono continuamente erose dalle onde, mentre dove c'è solo tenera sabbia, sembra l'Oceano non voglia accanirsi e che anzi continui ad accumularne altre in lunghe barene infinite, in serie di dune continue e parallele che a volte riescono a coprirsi di ciuffi di erba rada e stentata, in altri punti di arbusti rinsecchiti e spogli. Lungo questa linea che parte addirittura dallo stretto di Gibilterra si snoda la rotta della famoso Aeropostale, che negli anni '20 e '30 era percorsa da quei velivoli di tela e legno e che collegava l'Europa a Città del Capo e che poco dopo Dakar tentava orgogliosamente il salto per portare la posta fino al lontanissimo Sudamerica. Era la rotta, pericolosissima che passava proprio da qui facendo base a Port Etienne, quello che oggi è l'insediamento ormai abbandonato di La Guera, sulla penisola di Cap Blanc, teoricamente zona saharui, praticamente sotto giurisdizione mauritana, dove orgogliosamente atterrava quel Saint-Exupery, pioniere della prima aviazione, inguaribile sognatore che scrive il suo Piccolo Principe proprio sulla base di un suo incidente aereo nel Sahara. 

Costa
Ma questa costa nuda e solitaria, di una bellezza che con un aggettivo poco usato, ho definito nientemeno che straordinaria, ti acchiappa subito non appena cominci a percorrerla, dopo aver abbandonato la nazionale N2 che porta fino alla capitale, per prendere quella che non è neppure una pista, ma che segue la battigia tra dune e mare, i due spazi deserti che si congiungono nell'abbracciarsi continuo del gioco delle maree. Tutta questa serie di motivi, che andrò nuovamente e più dettagliatamente ad illustrarvi hanno condotto nel 1988 alla costituzione del Parco Nazionale del Parc d'Arguin, successivamente anche sito Unesco, dal nome della grande isola che è situata in una grande insenatura sabbiosa della costa. Lo scopo era di proteggere in qualche modo questo territorio tutto sommato molto fragile, dall'ingordigia dell'uomo. Questo spazio infatti, appunto per il motivo di essere quasi completamente disabitato e naturalmente per la sua situazione climatica, è uno dei punti cruciali delle migrazioni di moltissime specie di uccelli artici, che transitano fin qui per svernare, partendo sia dalle coste della Groenlandia che da quelle del nord Europa. Si parla di circa tre milioni di individui che sostano in questa area, in parte paludosa che ne fa l'ambiente ideale per questi animali. 

pesca
Diverse specie di pellicani, fenicotteri rosa, aironi, cormorani, sterne, nitticore e moltissime altre specie, più di cento, vengono su questa costa ricca di pesce come vedremo e del tutto tranquilla, essendo quasi completamente disabitata, facendo di questo parco il paradiso dei fotografi naturalistici. Abbiamo detto del pesce, che qui abbonda perché si tratta di un tratto di mare ricchissimo di nutrienti, dalle acque fredde e particolarmente favorevoli dunque al moltiplicarsi delle specie ittiche, in particolare i muggini. Questo aspetto, che ovviamente favorisce la presenza degli uccelli, è diventata anche la sua maledizione suscitando gli appetiti, come vi ho già ampiamente relazionato delle grandi compagnie di pesca europee ed asiatiche, che hanno cominciato a saccheggiare il banco in maniera massiccia e con i metodi moderni e quindi devastanti per le dimensioni messe in atto. Ma su questa costa era anche presente da sempre un gruppo etnico del tutto particolare, una tribù di genti berbere, al tempo stesso nomadi, ma pescatori che avevano incentrato il loro stile di vita proprio sulla cattura dei muggini. Oggi sono attorno alle duemila persone insediate in sette piccoli villaggi lungo la costa, oltre a due esterni all'area, che si ostinano a vivere in questo ambiente difficile e sotto certi aspetti estremo.

Barche Imraguen
Gli Imraguen, vivono qui di quanto offre loro il mare, da tempo immemorabile ed avevano sviluppato un tipo di pesca davvero particolare, di cui vi ho già parlato ma che vorrei approfondire meglio, che oggi viene raccontato nel piccolo museo di Cap Blanc, attraverso una serie di pannelli che la illustrano. Al mattino delle giornate di pesca, tutti gli uomini del villaggio uscivano dalle loro capanne, portando con sé delle piccole reti personali preparate alla bisogna ed entravano nell'acqua mentre la marea si ritirava a poco a poco, battendo l'acqua con le pale dei remi delle loro barche. Dal largo, gruppi di delfini di  grossa taglia (Souza teuszii), che arrivano fino a tre metri, si radunavano in gruppi sempre più numerosi e cominciavano a spingere i banchi di muggini verso la riva, fino a che questi riempivano completamente le reti tese di traverso che venivano quindi trascinate a riva completamente colme di pesci, lasciando più o meno la metà del pescato ai delfini stessi. Questa modalità di pesca veniva raccontata dai viaggiatori del deserto tanto che il noto ricercatore e documentarista Cousteau organizzò negli anni '80, una spedizione con la sua nave Calypso, che documentò ampiamente questa tradizione, d'altra parte non del tutto nuova e sconosciuta. 

Aekeiss
Infatti nella sua Storia Naturale, Plinio il Vecchio racconta di un analogo sistema di pesca che avveniva nel Mediterraneo nella laguna di Latera, vicino a Nimes nella Gallia Narbonese, raccontandone lo svolgimento con le stesse modalità, salvo che al termine della battuta i pescatori compensavano i delfini, non solo col pesce in sovrabbondanza ma anche con pane imbevuto di vino. Certo che tornavano ogni volta questi delfini beoni! Oggi, dopo che, come vi ho detto, le grandi compagnie mondiali a cui sono stati ceduti i diritti di pesca in cambio dell'annullamento del debito nazionale, il classico piatto di lenticchie, hanno quasi completamente saccheggiato l'area marina antistante il banco, riducendo consistentemente la quantità di pesce pescabile, anche se continuano imperterrite il loro lavoro, solo gli Imraguen hanno il diritto di pesca, ma eseguibile con barche senza motore e con i cosiddetti metodi tradizionali, cosa che da un lato ha consentito di incentivare il turismo di nicchia. Naturalmente l'impoverimento del pescabile ha influenzato anche il numero degli uccelli presenti sulla costa, che non trovando cibo con la consueta abbondanza si stanno spostando verso sud. Eccoci dunque a percorrere la costa del Banc d'Arguin, con le auto lanciate sulla battigia in mezzo a nuvole di gabbiani che si alzano al nostro  passaggio avvolgendoci completamente. 

La baia
Le sfumatura di ocra alla nostra sinistra e quelle degli azzurri alla destra, che si mescolano al verde delle acque fino ad arrivare al blu più profondo man mano che l'occhio corre verso il largo, formano una tavolozza irresistibile. Non sai più se vuoi fermarti per scattare verso le sabbie nella speranza di afferrare quel caleidoscopio mutevole o cercare di congelare nell'immagine quello sbattere di ali che ti avvolge, attraversato dallo stridio delle gole e lo sbattere dei becchi. Sinceramente non sai più dove posare gli occhi. Il banco di sabbia si allarga poi allungandosi nel mare, lasciando un largo spazio al centro leggermente più sopraelevato che consente di percorrerlo più in là per raggiungere l'azzurro. Lontane colonie di pellicani bianchi sbottono i becchi gialli verso l'alto, come per festeggiare la cattura di un bottino epocale di pesci. Arriviamo fino al margine della lingua. Aironi e gabbiani ci circondano. La sabbia è piena di conchiglie anche di grosse dimensioni, dalle quali occhieggia l'animale carnoso in cerca di uno spruzzo di onda che tarda ad arrivare. L'odore del mare è forte, ti riempie i polmoni così come le strisce di colore sovrapposte ti riempiono  gli occhi. Una indigestione irripetibile di sole, di mare, di natura assoluta.

Cous cous
E poi ancora in una corsa pazza sulla riva del mare, dove l'onda arriva a malapena ricoprendola di una lama sottile sulla quale le gomme delle nostre aito scavano solchi leggeri lasciando dietro di sé una scia spumeggiante. La spiaggia è adesso larghissima segno che la marea ha ancora molto da lavorare per salire al suo massimo e la fila dei cespugli è lontana. Infine, in lontananza ecco n altro piccolo capo, un promontorio tozzo affacciato sulla costa, con falesie frastagliate di arenaria tenerissima, quasi martirizzate dall'impeto dei marosi. Nell'ampio golfo che precede la punta, scorgi anche da lontano, se aguzzi la vista, qualche capanna sparsa, non più di una ventina, soprattutto tende, che man mano che ci avviciniamo appaiono sempre più povere e abbandonate. Nel mare di fronte qualche barca senza vele che scorre lenta al largo, di piccole dimensioni con non più di due o ter uomini di equipaggio. Siamo arrivati al paesino di Arkeis, il primo insediamento degli Imraguen, il sole è ormai alto nel cielo e noi andiamo in cerca di una baracca dove sembra si possa avere qualche cosa da mangiare. Infatti ci infiliamo in una grande tenda, stendendoci su stuoie e tappeti dove poco dopo, ecco che arrivano dei grandi piattoni con un grande couscous piuttosto piccante e pesce fritto e cosa mai ci potevamo aspettare.



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sabato 21 marzo 2026

Mau 20 - Spaziando per la penisola

Mauritani in vacanza - Cap Blanc - Mauritania - gennaio 2026

 

relitti
Lasciamo il capo dopo esserci aggirati a lungo sulle barene che a poco a poco il mare cerca di riprendersi con le onde della marea che comincia a salire. Tutto questo tratto poco per volta sarà ripreso, per poche ore certamente, ma con un segnale di possesso assoluto che sempre il mare mostra sulle lingue di terra che assedia. Rimarranno emerse, solo quei tratti un poco più alti, formati dall'ammucchiarsi della sabbia a formare collinette che periodicamente si spostano cercando di consolidare la loro presenza e sulle quali comunque la popolazione di gabbiani, uno stormo infinito che continua a sollevarsi e a ricadere in basso, conta molto. Noi risaliamo lentamente l'erta sabbiosa, buttando  continuamente lo sguardo indietro per  portarci via almeno il ricordo di questo panorama solitario e maestoso, trattenendolo con noi il più a lungo possibile. Poi ripercorriamo la lingua di deserto della penisola fino in città per fermarci al mercato, che è davvero grande. E' un  mercato generalista, c'è di tutto dagli alimentari con grandi sezioni di frutta e verdura, fino ai macellai e naturalmente al pesce e ai panettieri e poi subito dopo una infinita sezione dove puoi trovare vestiario di ogni tipo, tra cui moltissimi sono i banchi che offrono materiale usato se pur in buon ordine e a prezzi stracciati. Qualche altro banco è sovraccarico di vere e proprie montagne di scarpe di ogni tipo, gettate alla rinfusa in cui non riesco a comprendere come si possano reperire le compagne di ogni paio, visto che tutto sembra mescolato a caso. 

Gabbiani
Per non parlar delle ciabatte. Passiamo di settore in settore; eccoci ai materiali per la casa un profluvio di plastica e carabattole poverissime. Poi c'è anche il settore dei negozi per la bellezza femminile, un capitolo merceologico che in Africa è sempre piuttosto ricco, che è mescolato assieme al classico bazar dei gioielli. Qui è difficile capire se si tratta di oreficeria o più semplicemente di bigiotteria per tutte le tasche. Obiettivamente ci sono anche molte cose carine e le nostre signore vengono immediatamente accalappiate. In un negozietto che ha anche una piccola teca con oggetti in oro, ci sono anche Fatma con la sua mamma, che stanno soppesando con mano attenta diversi oggetti, collanine e braccialetti. Il venditore, un vecchietto arcigno, cerca di pilotarle verso i monili di più alto valore e non ha molto tempo di badare a noi cercatori di cianfrusaglie. Qui siamo sul prezioso, però si attacca subito bottone. Sia lei che la mamma non hanno problemi a comunicare con gli stranieri, tra donne è certo più facile. Evidentemente Fatma è lì per arricchire in qualche modo le sue cose, visto che sta per sposarsi e sicuramente questo sarà il suo primo matrimonio, credo alla fin fine il più importante, visto che tuttavia qui ci si sposa anche molte volte nella vita, come vedremo più avanti, quindi questa è una prassi che le future mogli compiono di routine, quella di presentarsi con qualche bel gioiello nuovo, proporzionato allo status che vogliono mostrare. Così si guardano attentamente le cose, le si soppesano con mano incerta, qualcuna, evidentemente fuori portata viene subito lasciata da parte, altre più accessibili, vengono messe da un  lato per una eventuale futura scelta finale. Fatma, subito si nega all'obiettivo, poi la timidezza iniziale si scioglie e la civetteria femminile ha il sopravvento, sa di essere bella e non le dispiace certo essere oggetto di attenzioni. 

Fatma
Così a poco a poco il velo di scosta ed il sorriso si allarga. Poi dispensa consigli alle nostre ragazze su cosa secondo lei, anche nella bigiotteria da consumo, è davvero bello e meritevole di attenzione. Ti pare quasi di essere al mercato del lunedì ad Alessandria, tra vecchie conoscenze che si scambiano le impressioni sulle cose in vendita. Alla fine ce ne andiamo, le due donne ci salutano come ormai fossimo vecchi amici ed un ultimo sorriso di condiscendenza. Ci fermiamo per un boccone da un turco gentilissimo la cui specialità sono una specie di lasagne, anche piuttosto invitanti ma che alla fine si rivelano così cariche di coriandolo da rimanermi sullo stomaco per tutto il resto della giornata. Poi ripercorriamo tratto a tratto la penisola, passando lungo il mare in zone che evidentemente sono state previste come meta per vacanzieri estivi. Ci sono infatti parcheggi di dimensioni ciclopiche con migliaia di posti auto, segno che in stagione la località si riempie. Sulla costa infatti ci sono strutture che, anche se un po' fatiscenti, mostrano i tipici segni dello stabilimento balneare. Casotti, baretti da spiaggia e ristoranti, tutti chiusi naturalmente al momento, ma che si dichiarano pronte all'arrivo di eventuali bagnati, anche se da qui, il mare, bellissimo da vedere, per carità, non invoglia però all'utilizzo balneare. Sarà che noi siamo mediterranei abituati a quella tenue risacca che ti accarezza i piedi, mentre qui pare che lo schiaffo del cavallone non sia poi così piacevole e poi la sensazione è quella di un acqua oceanica perennemente fredda. Bello solo da vedere insomma. 

Aisha
Di certo poi, prima di cominciare la stagione bisognerà fare un bel lavoro di ripulitura, perché tutta l'immensa spiaggia è cosparsa di residui di certo non così decorativi, a cominciare dai mucchi di alghe, per finire con il tappeto di residui plastici uniformemente distribuiti che la vicina città regala al sito, per non farlo apparire troppo idilliaco. Al momento è tutto lì come in attesa dello sparo di partenza ed evidentemente, se è stato messo in piedi tutto questo ambaradan, vuol dire che la gente ci viene, pare da maggio in poi. In una specie di paesotto, che evidentemente vorrebbe essere una località totalmente vacanziera, è stata terminata anche una bella passeggiata lungomare che consente di passeggiare godendosi il tratto di costa che qui è un po' più mosso e ricco di insenature e piccole scogliere. Su un belvedere, guarda combinazione, incontriamo un vecchio amico di Ahmed, un suo compagno di Università, con la moglie, in gita da Nouakchott. Sono sposati da poco e la giovine signora che ha mani e piedi meravigliosamente decorati con un complesso disegno di henné, si mostra un po' ritrosa a farsi fotografare, ma il marito ci tiene assai, soprattutto a che gli mandiamo le foto il più presto possibile. Faccio il mio dovere e poi ci salutiamo calorosamente. Certo che i Mauritani saranno pure pochi, ma come faccia il nostro amico a conoscere tutti, da qualunque parte ci troviamo, riesce incredibile. 

Henne
Poi continuiamo a percorrere le strade che si infilano negli anfratti più nascosti della penisola, mentre il sole comincia a scendere e le ombre si allungano. Infine arriviamo nuovamente alla stazione, dove poco prima, vediamo passare il famoso treno per  l'ultima volta, con le sagome dei vagoni che si confondono tra la nebbia provocata dalla polvere e lo scendere dell'oscurità. Davanti alla stazione un gruppetto di aspiranti viaggiatori dormono sdraiati a terra, tra zaini e sacchi a pelo già pronti per la notte, in sonnolenta attesa e comunque già preparati per la prossima partenza. Evidentemente il prossimo treno per l'interno non partirà, molto presto. Solo un biondo slavato cerca di sistemarsi la sua cascata di dread da rastafariano convinto, che proprio non vuole stare dentro lo cheche, troppo corto evidentemente per avvolgere e riparare completamente quella abbondante e curatissima ricchezza tricologica. Anche la nostra giornata intanto volge ormai al termine e ritorniamo al nostro Sucré-Salé, dove ormai siamo considerati clienti fissi, che ieri sera ci aveva assolutamente convinto. Ma questa sera c'è l'altra semifinale della Coppa d'Africa e il ristorante è pieno zeppo. Per fortuna c'è un tavolo di lato da cui il grande schermo quasi non si vede e quindi è stato snobbato da tutti gli altri clienti e fa completamente al caso nostro. Cena di lusso con gamberi gratinati, cordon bleu, contorni e dolci, visto che poi siamo in una pasticceria alla francese, per un totale di 1220 Uo in quattro. Insomma si sopravvive bene a Nouadhibou. Poi ce ne andiamo a letto presto visto che domani abbiamo un'altra bella smazzata di fuori strada e piste sabbiose.



In attesa del carico



al mercato
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mercoledì 18 marzo 2026

Mau 19 - Cap Blanc

Cap Blanc - Mauritania - gennaio 2026


Ahmed
Sono le nove e la città dorme ancora, mentre prendiamo la via della costa. In realtà Nouadhibou, non è poi così nuova, o almeno, è nuova tutta la parte cresciuta come un fungo negli ultimi decenni, ma già all'inizio del secolo c'era qui un villaggio di pescatori ed un piccolo porto che i francesi avevano ribattezzato Port-Etienne ed era già come oggi, la seconda città della Mauritania. Poi ovviamente fungendo da terminal della miniera la città è cresciuta ed oggi conta quasi 100.000 abitanti. In realtà l'intera penisola, se guardi la mappa, è divisa in due longitudinalmente dalla solita linea netta, infatti appartiene in parti quasi uguali alla Mauritania e al Sahara occidentale, ma in realtà tutte le attività sono limitate alla parte mauritana. Sulla costa esterna che dà direttamente sull'oceano c'è solo il piccolo villaggio di pescatori di La Guera. Appena finita la città, la costa forma un grande golfo che dovrebbe ospitare un'altra delle attrazioni del paese, il grande cimitero di navi di Ras Nouadhibou. Si parla di oltre 300 carcasse abbandonate ad arrugginirsi nella sabbia che digrada dalla costa verso il mare, delle quali una ventina completamente affondate e seppellite dalla sabbia e dalle maree. Una delle varie tragedie ecologiche prodotte negli anni '70 quando grazie all'incuria ed alla corruzione molte petroliere da dismettere, pescherecci obsoleti e altre cosiddette carcasse del mare, furono mandate ad arenarsi su questi fondali bassi, qualcuna effettivamente naufragate in questo mare pericoloso, dove sono rimaste a farsi mangiare dalla ruggine. 

Vento
Un altro dei motivi fu che dopo l'indipendenza, lo stato, mal consigliato o aiutato a sbagliare, desideroso di formarsi una marina mercantile per sviluppare il suo commercio marittimo, acquistò un certo numero di carrette del mare da spedizionieri internazionali senza scrupoli, che subito si rivelarono impossibili da gestire a causa dell'obsolescenza e dei costi insostenibili, per cui la maggior parte di queste furono dopo poco tempo abbandonate qui, mandate ad insabbiarsi sul banco e abbandonate agli eventi metereologici. La più famosa è  la United Malika, un cargo di oltre centoventi metri di lunghezza, arenatosì quaggiù nel 2003, che rappresenterebbe una delle più note attrazioni fotografiche della zona, in bilico sulla chiglia e trattenuta dal girarsi su un fianco solo dalle catene dell'ancora, tese e conficcate nella sabbia. Noi intanto giriamo lungo l'arco perfetto del golfo, ma, ohibò, delle carcasse delle navi, non si vede nessuna traccia. Guardo Ahmed con aria interrogativa in attesa che mi spieghi questo mistero. Allora, sembra che qui sia accaduto l'incredibile, infatti subito dopo il COVID una compagnia cinese, ha ottenuto l'autorizzazione ad operare nella zona con uno scopo finale di ripulire il cimitero che si era formato e quindi si è occupata di smontare pezzo a pezzo tutte le carcasse, recuperando tutto il recuperabile. La Malika è scomparsa tra le prime. Al momento attuale la situazione si è compiuta e non c'è praticamente più nessun relitto visibile al di là di quelli scomparsi e sotterrati dalle sabbie e comunque non più visibili se non con ricerche approfondite. 

La Malika (dal web)
Roba da non credere. Ancora al momento se fate ricerche su internet la cosa è descritta vagamente e in maniera imprecisa. Se cercate Cimitero delle navi fantasma Mauritania, trovate ancora centinaia di foto evocative di relitti che non esistono più. Tranquilli, E' un mondo totalmente scomparso che non si può più vedere. Quindi noi possiamo procedere verso sud con un po' di rammarico ma con un'altra lezione sulla caducità delle cose del mondo. Questa che vi allego di fianco è una foto trovata sul web di quello che era il rottame più famoso della costa, smontato pezzo per pezzo e definitivamente scomparso. Passiamo dunque nella zona del porto industriale al di fuori del quale c'è anche la stazione del famoso treno. Qui scendono i passeggeri ufficiali dei due vagoni di cui vi ho parlato, gli altri, gli abusivi in generale scendono prima, quando il treno si ferma per situazioni tecniche. Nel porto minerario non si può entrare, in particolare i turisti sono al bando, non si sa mai che vadano a fotografare cose che è meglio non far vedere troppo, diciamo che la compagnia non ci tiene molto che si vada a mettere il naso lì dentro. Si vedono solo i moli che si allungano nel mare, dove attraccano le navi per il carico. Noi invece proseguiamo lungo la pista che porta fino al Cap Blanc, area ufficialmente protetta che fa parte del grande parco nazionale marino del Banco d'Arguin che prosegue poi verso sud fino quasi alla capitale. 

Il faro
Il capo si protende nell'oceano come una piattaforma costituita da un plateau di roccia ricoperto dalla sabbia, che forma una scogliera alta una cinquantina di metri, Arriviamo fino al limite estremo dove un piccolo faro segnala l'importanza della posizione per le navi di passaggio in quello che abbiamo detto essere un mare particolarmente pericoloso e foriero di continui naufragi. Ci sono un paio di piccole costruzioni,  che ospitano una specie di museo che racconta la specificità della zona che risulta essere un santuario che ospita gli ultimi duecento esemplari di foca monaca del Mediterraneo (anche se qui siamo in pieno oceano Atlantico). Pensate un po' un luogo del genere a fianco ad uno dei più grandi cimiteri di navi del mondo che rappresentava uno dei luoghi a più grande tasso di inquinamento! Adesso sulla punta vicino al faro c'è un piccolo centro informativo, si tratta della Réserve Satellite du Cap Blanc che racconta la storia naturalistica della foca (Monachus monachus), che mi dicono, nella realtà, difficilissima da vedere comunque anche facendo un giro nelle cavità che si alternano alla base della scogliera. Un vecchietto simpaticissimo ci racconta le vicende riguardanti il sito e anche tutta storia famosissima e ben conosciuta degli Imraguen, una tribù di pescatori di origine berbera che abitano i 9 piccoli villaggi lungo questa costa, che è stata completamente inclusa nel Parco nazionale del Banc d'Arguin, una delle aree più pescose dell'Atlantico che ha sempre fatto molta gola al resto del mondo.

La pesca tradizionale degli Imraguen
Così la Mauritania ha venduto i diritti di pesca agli europei in cambio della riduzione del debito pubblico, che ovviamente gli stessi avevano contribuito a far aumentare, con la tipica politica neocolonialista, in pratica per il classico tozzo di pane e successivamente alla Cina, che in cambio ha promesso, come è il suo altro classico comportamento per aumentare la sua influenza sull'Africa, un neocolonialismo solo apparentemente diverso ma votato agli stessi fini, quello di depredare il più possibile i paesi poveri, lamentandosi poi se nascono problemi migratori, di costruire infrastrutture portuali e fabbriche di farina di pesce, secondo il suo consueto approccio. La zona vicino alla costa è stata trasformato in parco dove solo gli Imraguen hanno diritto di pesca, anche se solo con metodi tradizionale, con barche a vela e senza motore, anche se qui ormai non si pratica più la famosa pesca coi delfini, una delle più incredibili simbiosi tra uomini e animali che si conoscano. Infatti questi pescatori, da tempi immemorabili, uscivano al mattino con le loro barche e vicino alle rive del mare cominciavano a battere la superficie dell'Oceano coi remi. I delfini che qui sono numerosissimi e presenti in grandi branchi, richiamati da questi rumori ritmici, spingevano i banchi di pesce verso la riva fino a farli finire nelle reti dei pescatori che, alla fine della raccolta ne lasciavano una buona metà per loro, come nutrimento. Un modo di pesca decisamente unico che rappresentava una interazione tra uomini e animali presente qui da secoli. Oggi non si effettua più, se non come dimostrazioni per i turisti, che rappresenta una attività in crescita, infatti nei villaggi sono offerte uscite in barca per pescare con un limite di 5 kg di pesce per persona, mentre le attività normali di pesca, vengono effettuate per rifornire il ricco mercati del pesce della capitale di cui vi parlerò più avanti. 

Barche
Comunque lungo tutta questa costa meravigliosa, chiamata la Costa di Opale, e completamente deserta, si stende il parco considerato dall'UNESCO come uno dei luoghi più interessanti anche dal punto di vista ornitologico visto che è sulla rotta dei migratori dell'Europa  del nord e addirittura del Canada orientale. Sul capo che si distende completamente nell'oceano, tira un vento fortissimo che va verso il mare, non dimentichiamo infatti neanche che da qui parte un'altre delle fatali rotte della morte dei migranti che si è creata dopo che si sono ristrette le maglie tra nord del Marocco e Spagna soprattutto quella che si dipanava nelle zone di Ceuta e Melilla le due enclave dove transitavano precedentemente tutti i disgraziati provenienti dai paesi del sud del sahel, quelli della cosiddetta Africa nera occidentale a partire dal Senegal, Gambia e così via. Oggi la maggior parte di costoro tenta una pericolosa rotta eseguita coi i grandi barconi a vela dei pescatori, che parte proprio da qui, verso le isole Canarie, situate più di mille chilometri a nord nell'Oceano, rotta, come comprenderete, foriera di continui naufragi fatali al 100%, visto che parliamo di pieno oceano. Ora, che ci sia gente che, sapendo di andare incontro alla morte, con buone probabilità, pur di scappare dal proprio paese, dovrebbe raccontare molte cose. Ma questo è un argomento più grande di noi e che dovrebbe rimanere fuori dai semplici racconti di viaggio, anche se è così difficile ignorare questi problemi facendo finta di niente o più semplicemente pensando che non esistano. Così su questa balaustra affacciata sull'Oceano, si rimane lì a guardare quel punto lontano dove non distingui più il confine tra mare e cielo e lasci che il vento ti percuota il viso; avvolgi la testa nello cheche, quanto è utile questo semplice cencio e stai lì a perdere i tuoi pensieri nell'aria che li porti lontano da questa terra incredibile, nuda e solitaria, ma incredibilmente viva.

Gabbiani
Attraverso uno scivolo di sabbia scendiamo con le macchine fino alla spiaggia sotto le scogliere, dove la bassa marea ha lasciato un ampio isolone pieno di migliaia di gabbiani e cosparsa di conchiglie. Il numero di uccelli che appartengono ad almeno tre o quattro specie diverse, è impressionante. Devono essere abituati alla presenza umana, tant'è che ci si avvicina senza problemi, come se non ti notassero neppure, poi di colpo tutti si alzano in volo avvolgendoti in una nuvola starnazzante. Senti solamente il rumore confuso di migliaia di ali che sbattono che si agitano in ogni direzione, infine si disperdono nell'aria, ma è solo un attimo poi, di colpo ecco che si sono posati solo un poco più in là. Solamente a qualche decina di metri da te, a becchettare nella sabbia, pronti a riprendere il volo. Sono talmente tanti che ti pare di essere continuamente avvolto da questa tempesta di vita che infuria da ogni parti, come fosse lei a venirti a cercare e a volerti trascinare verso le onde che sono così vicine. Sirene che vogliono portarti verso una terra incognita che nasconde sogni, desideri, terre lontane. Provi solo uno stordimento che confonde e ti fa arrancare nella sabbia tra monticelli che ti nascondono la riva lontana, avvallamenti che sono in realtà trappole di acqua mista a rena in cui si affonda fino al ginocchio. Masse di alghe dove sei subito avvolto dall'odore forte del mare, delle carcasse di pesci che seccano al sole, dai molluschi scivolati fin lì che aspettano solamente di essere risucchiati dalle onde. 

Navi da carico
Dietro di te incombe la falesia della scogliera ora bianca, ora gialla ocra a seconda di come la luce del sole la colpisce. Noti subito l'erosione forte delle onde che evidentemente arrivano fin lassù nei momenti di tempesta o addirittura di burrasca. A tratti la roccia di arenaria è sbriciolata con fenditure e fratture nette che mettono in vista pareti lisce e spigoli vivi. Se sali su un monticello un poco più elevato senza affondare nella sabbia, vedi lontane nel mare, in cui le onde si muovono in maniera abbastanza agitata, lunghe barche di pescatori che a tratti scompaiono negli avvallamenti tra le onde stesse e ancora più lontano verso il porto industriale, sul quale aleggia sempre una nebbia grigia di polvere. grandi navi per il carico del materiale ferroso, che aspettano alla fonda il loro turno di carico. E' bellissimo passeggiare su questa spiaggia, camminando tra residui di plastica che il mare spinge a riva, in questo mondo dove il concetto di inquinamento è un po' vago, perlomeno ancora poco rilevante. Ma tra le masse di alghe e le carcasse di uccelli morti e lische di pesci secchi, le conchiglie di moltiplicano semisepolte tra la sabbia. Qualcuna ha l'animale che si protegge dentro di loro ancora vivo e che cerca disperatamente di riportarsi in posizione utile per essere ripreso dalle acque quando finalmente arriveranno le onde della marea che cresce. Ce ne sono altre invece rotte o semplicemente consumate dallo sfregamento contro il pietrisco della battigia. Ne raccogliamo qualcuna bellissima, contorta, colorata, solamente per riassaporare quella sensazione antica di ripercorrere il comportamento tipico di quando ragazzo camminavo sulle spiagge della Liguria o quando avevo assaporato le mie prime spiagge esotiche. Straordinario davvero e non è tanto per dire qualcosa.

pescatori


Il pontile di carico
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