martedì 14 luglio 2026

Pam 19 - La strada di confine

Villaggio afgano - Pamir Highway - giugno 2026


Villaggio afgano
Stamattina si parte presto, anche se la colazione di fronte al torrente che rumoreggia, davanti alla grande veranda del B&B, invita a prendersela comoda, sgranocchiando frutta secca dopo le uova scodellate nel piatto, con il più rotondo dei sorrisi, dai padroni di casa. Credo che siamo gli unici ospiti e quindi la sensazione è quella di essere trattati con  molta attenzione. Ma è soprattutto la varietà di marmellate fatte in casa dalla padrona che stupisce e colora di piacevolezza l'inizio della giornata. Albicocche, pesche, cotogne, mele, ciliegie, fichi, Una varieta infinita dentro le loro minuscole scodelline, con i loro bei pezzettoni dei frutti ancora visibili all'interno, davvero una gioia impagabile mentre te li spalmi avidamente sulla fetta di pane, prima di divorarli di gusto. I proprietari dell'alberghetto non parlano inglese, così ci si aggiusta con le poche parole di russo che ancora ricordo, dalla mia vita passata. In realtà come potrete immaginare quando c'è la volontà di capirsi, ci si intende perfettamente anche senza lingua comune. Questa veranda poi invita alla chiacchiera, accompagnata com'è dal brontolio delle acque spumeggianti. In realtà, come vedremo in seguito è costume comune dotare tutti ristoranti ed i luoghi di sosta lungo i fiumi di queste balconate che si protendono sulla corrente del corso d'acqua sottostante, con una serie di spazi delimitati per favorire la privacy dei clienti ed in effetti è davvero piacevole mangiare o anche solamente sostare a riposare all'ombra della tettoia, di fronte alla corrente che passa davanti o addirittura sotto di te, protetto da fresche velature o tende colorate. 

Donne afgane
Ne vedremo moltissime di queste soluzioni nei prossimi giorni. Poi finalmente, salutati i nostri ospiti si parte. Oggi ci toccano circa 250 km e praticamente tutti da percorrere su una strada, completamente rovinata dal passaggio anche di mezzi pesanti, quindi sterrato ghiaioso nel migliore dei casi, asfalto completamente sgretolato di chissà quanti anni fa e percorribile a velocità minima, spesso addirittura attorno ai 10 km all'ora. L'incrocio con altri mezzi è polveroso e anche complicato dove la strada si stringe, ma questa è una costante a cui dovremo abituarci per tutta la famosissima M41, la Pamir Highway. D'altra parte ci siamo venuti apposta, per risalire passo a passo questa arteria monumentale, lamentarsi non avrebbe davvero senso. Ma di questa parte bisogna comunque parlare a lungo, da un lato per la sua barbara bellezza, dall'altra per il carico di storia che porta con sé e che non si può che continuamente ricordare. La via, pomposamente chiamata Highway, essendo l'unica che attraversa tutto il Pamir, comincia effettivamente attorno a Kulub e dopo un po' di chilometri asfaltati prosegue come vi ho detto precedentemente verso Qalai Khumb che dista circa 160 km, poi prosegue sempre nella stessa valle fino a Khorog, sempre sul fiume Panj (l'antico Oxus) per altri 250 km. La strada o la pista, come volete chiamarla è sempre la stessa da tremila anni ad oggi, d'altra parte non si può passare da altre vie se volete andare ad Oriente.

Bambini afgani che vanno a scuola
Attualmente divide, essendo un confine naturale nel vero senso della parola, l'attuale Tajikistan dall'Afganistan, mentre in passato, non esistendo queste suddivisioni odierne, era controllata da una serie di fortezze lungo il cammino che si occupavano da un lato di proteggere le carovane coi loro mercanti, dai banditi che spadroneggiavano in queste aree lontane dal mondo, dall'altra di prelevare un giusto pedaggio per questa funzione. Insomma gli stretti di Hormuz ci sono sempre stati in tutte le parti del mondo. Da Khorog in poi la strada continua a seguire il fiume verso sud con le stesse modalità, costeggiando tutto il Pamir, fino a piegare verso Oriente lungo quello che si chiama Corridoio di Wakhan per altre centinaia di chilometri, per poi infine dividersi in due direzioni, una che, traversato il fiume prende una delle valli che attraverso l'Afganistan e l'Hindukush e porta verso la valle dell'Indo, quella utilizzata da Alessandro col suo esercito e successivamente dal movimento dei monaci che portarono, percorrendola al contrario, la dottrina Buddhista verso la Cina e l'altra, quella percorsa da Marco Polo e i suoi colleghi mercanti, che prende la via del nord, salendo man mano di quota e attraversando con altissimi passi, quel Pamir, da lui definito come il territorio più alto del mondo, che oggi è chiamata appunto M41 e che noi seguiremo pedissequamente se ne avremo le forze. 

Soldati al lavoro
A partire da oggi quindi seguiamo, con fatica naturalmente questa traccia polverosa, che con curve e controcurve procede verso l'ignoto. Al nostro fianco la certezza della presenza della frontiera è data dai pali percorsi dal filo spinato, a volte fittissimo e sparso senza risparmio, a volte invece, mostra una presenza appena visibile, quattro o cinque fili orizzontali paralleli, in qualche caso addirittura sfondati e che permettono, volendo un eventuale passaggio. Inoltre di tanto in tanto incontri un drappello di militari, cinque o sei alla volta, che a distanza di una decina di metri l'uno dall'altro, percorrono la strada a piedi, bardati da mimetiche improbabili e tanto di kalashnikov appesi alla spalla, in altri casi, vestiti in modo molto approssimativo e malandato, come se fossero abbandonati da anni tra questi monti. Comunque qui la ferma obbligatoria è di due anni, tanto per saperlo. Giù dalla scarpata, ecco il fiume, la cui corrente, come ho detto,  rumoreggia saltando di roccia in roccia, nei punti più stretti, mentre si calma un poco quando la riva avversaria si distanzia, anche fino a un centinaio di metri. In questo caso il greto si allarga a dismisura ed il fiume riconquista la sua tranquillità scorrendo più calmo e facendo indovinare anche la possibilità di eventuali guadi. I ponti sono rarissimi e in uno stato rugginoso da fare ipotizzare addirittura la rinuncia al loro uso abituale. 

Un ponte tra le due rive
Dall'altra parte, in terra afgana quindi, in alcuni tratti la montagna è un precipizio quasi verticale che forma con la nostra una stretta gola contorta, in altri casi, si ingentilisce e si allarga, lasciando spazio a pascoli verdissimi o addirittura a campi coltivati che gli sforzi di pochi ma eroici agricoltori hanno nei secoli irreggimentato con muretti a secco, spianamenti e terrazze per consentire una produzione di certo misera e faticosa. Di tanto in tanto appaiono villaggi, a volte agglomerati di un centinaio di case, altre volte formati solamente da poche isolate abitazioni. Di norma si tratta di poverissimi insediamenti con case basse di fango e paglia, coi tetti a terrazza dove vengono stesi i frutti da essiccare, albicocche, fichi e uva. Vedi chiaramente una povertà di vita assoluta, assolutamente diversa e più arretrata di quella dalla nostra parte. Poche persone davanti alle case o nei campi, le greggi di certo, sono state portate nei pascoli alti, ora che sta sopraggiungendo l'estate. Qui sono rimaste solo donne e bambini, che si vedono chiaramente, giocare nelle cortili o camminare nei campi essendo solamente a qualche decina di metri da noi. Basta fermarsi e puntare la macchina fotografica e subito partono i saluti e il riconoscimento gioioso della nostra presenza. Devo dire che non abbiamo visto durante tutto il percorso la presenza di chador, ma tutte le donne benché a testa coperta, mostravano chiaramente il viso, mentre in pochissimi casi il velo copriva la bocca. 

La moschea
Evidentemente in questa parte del nord del paese le regole sono meno rigide che altrove. L'altra cosa importante è che come noi stiamo percorrendo come detto, la lunga strada che costeggia tutto il margine del Pamir occidentale, anche dall'altra parte del confine, la sponda del fiume è dotata di una identica strada che percorre alla fine la stessa nostra direzione, ma nell'altro stato. Si tratta di una carrozzabile decisamente più piccola e stretta, totalmente sterrata che segue più pedissequamente la riva del fiume. Mentre la nostra parte tuttavia è decisamente frequentata da automezzi di ogni genere e anche da camion di grosse dimensioni, quell'altra è percorsa soprattutto da gente a piedi o tuttalpiù in bicicletta o motociclo. Le auto o i camioncini sono rarissimi e praticamente non incorrono quasi mai nel problema di incrociarsi lungo strettoie a picco sulle acque. Soldati però non se ne vedono, oppure saranno ben nascosti negli anfratti della montagna, direbbe il solito malmostoso, che vede il male in tutte le situazioni. Sembrano, all'apparenza almeno molto più preoccupati da questa parte, dove si continua a rinforzare la barriera nei punti dove si riscontrano delle defaillances, anzi bisogna dire che di uomini al lavoro per queste necessità, se ne incontrano di continuo. Anzi dal nostro lato ecco un'altra curiosità da interpretare, puoi vedere di tanto in tanto, ogni cento metri circa, un piccolo muretto di pietre largo tre o quattro metri, alto uno e mezzo, che forma una sorta di riparo verso il fiume. 

Cercatori d'oro
Si tratta nientemeno che delle postazioni dietro le quali ci si può nascondere per ripararsi da un'attacco a fuoco dall'altra riva, con feritoie per rispondere eventualmente ai colpi nemici. Possiamo definirle come postazioni difensive preventive, tanto per stare tranquilli. Semper parati insomma, anche se non pare che ci siano tutti questi pericoli. D'altra parte a tutti questi soldatini di leva, bisognerà pur far fare qualche cosa per tenerli occupati. Di tanto in tanto, in corrispondenza con qualche valle laterale che si apre nella catena che abbiamo di fronte, si vede un abitato leggermente più moderno, con casupole con tetti di lamiera e la presenza di una piccola moschea che subito riconosci dalla minuscola torre a lato, evidentemente un minareto minimo o perché è sormontata da una minuscola cupola brillante. Ne vediamo solo una decisamente più ricca e quasi fuori misura, almeno tre piani, luccicante ed evidentemente più pretenziosa, che si erge su una collina più alta a dominare la valle. Un'altra caratteristica particolare invece, che noti sulla riva bassa del fiume, ma solamente dalla parte afgana, sono gruppetti di due o tre persone, che cavano con gran fatica grandi contenitori di acqua dal fiume, con taniche gialle di plastica legate a lunghe pertiche di legno e poi la gettano in un marchingegno formato da uno scivolo di assi di legno che poi si sversa nuovamente nel fiume in basso. 

Le tende dei minatori
Si tratta di cercatori di oro, in quanto pare che il fiume (ne parlavano già ai tempi di Alessandro, quindi si tratta di conoscenze antiche) sia ricchissimo di pagliucole finissime, di oro nativo che scende verso valle, trascinato dalla corrente che lo strappa dalle viscere della roccia dove si nasconde. Sullo scivolo si distende un tappeto annodato, su cui, tra i fitti fili di lana del vello, l'acqua che scende deposita le pagliuzze o le piccole pepite, che vengono poi raccolte, raschiandolo con appositi pettini. Il fiume è letteralmente popolato di questa gente, in particolare nei punti e nelle anse dove la corrente è meno potente. Questa poverissima umanità lavora qui tutto il giorno e per tutto l'anno, nella speranza del colpo di fortuna della vita. Ma la parte mineraria legata al fiume non finisce qui. In alto sulla montagna, almeno un migliaio di metri più in su, si notano, se guardi con attenzione e magari con l'aiuto di un binocolo, centinaia di tende di fortuna, piantate in canaloni scoscesi, nei punti dove le cenge permettono piccole parti di terreno in piano. E' una cascata di puntini bianchi abbarbicati alla montagna che paiono da lontana come residui di neve tardiva e come tali all'inizio li avevamo ingenuamente interpretati. Si tratta anche qui di minatori che lavorano in miniere poste nelle valli alte della catena per strappare con mezzi di fortuna le ricchezza che questa terra avarissima trattiene nelle sue viscere e, credo, rilasci solo a prezzo di una grande fatica. Intanto la strada, lentamente, procede.

Campi di cereali


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lunedì 13 luglio 2026

Pam 18 - Verso l'Afganistan

Il fiume Oxus - Tajikistan - giugno 2026

 

Il passo
La strada comincia a salire decisa ed il paesaggio da collinare si trasforma in una serie di montagne rudi e severe che disegnano un fondale di selvatica bellezza; contemporaneamente comincia a piovere con decisione e anche se la strada è ancora asfaltata, l'acqua che corre di traverso, fa sempre una certa impressione, anche perché porta sempre con sé una notevole quantità di scarichi di pietre e di roccia che le pareti lasciano andare volentieri sotto di sé e fino a che si tratta di sassolini, passi, ma alcuni massi di proporzioni colossali che sono ai margini quando non alcuni addirittura in mezzo alla strada, da qualche parte devono pure essere caduti. Poi comincia una serie di tourniquet che in pochi chilometri portano ai 2100 metri del passo di Shurubod, che, visto che si parla di Pamir a cui ci stiamo ormai avvicinando, è una quota talmente bassa che non vale la pena neppure di metterci un cartello che segnali lo scollinamento. Ne hai contezza solamente dal posto di blocco della regione autonoma del Gorno- Badakhshan che controlla passaporti e i permessi di transito, visto che di qui all'Afganistan è solo un tiro di schioppo, nell'accezione più reale delle parole stesse, visto che tra i due paesi ancora non siamo ad un punto di chiarificazione definitivo e ogni tanto qualche schioppettata parte davvero. 

Pastore
Noi siamo a posto, timbri e controtimbri, sulle nostre carte sono stati apposti regolarmente e quindi si passa senza problemi. Dopo il colle comincia una leggera discesa, ma qui l'acqua comincia a venir giù come se la gettassero con le tinozze e il cielo è diventato talmente scuro che procediamo molto lentamente cercando di non far danno. Ci fermiamo una prima volta, siamo bloccati da un gregge gigantesco di capre e pecore formato da migliaia di capi accompagnati da pastori a cavallo, che occupano completamente la strada. Bisogna aspettare che passino tutte, non ci sono dubbi, visto che occupano completamente la sede stradale belando e stringendosi attorno alla nostra macchina quasi per soffocarla. Strisciano sulle fiancate con la loro lana marrone scuro, riccia e spessa, come quelle pellicce che andavano di moda da noi ai tempi della mia mamma e si chiamavano i persiani o pellicce di astrakan. A poco a poco passano tutte, una serie di belati infiniti che sembrano chiedere aiuto, mentre i cavalieri ci salutano con un cenno agitando il lungo bastone da buttero. Intanto adesso piove che dio la manda, si sono aperte le cataratte del cielo e avanziamo a fatica. 

il gregge
La strada è diventata un vero e proprio torrente e ad un certo punto, ecco che arriviamo ad un punto dove un avvallamento e un canalone laterale che arriva da monte, ha rilasciato una vera e propria frana che ha invaso la strada di terra, fango e pietrisco, anche di una buona pezzatura. Niente da fare qui non si passa, alcuni macigni sono talmente grossi che la macchina non è in grado di scavalcarli, oltre a ciò il rivo d'acqua che ha accompagnato la frana continua a scendere con una certa intensità e sconsiglia di tentare l'avventura anche perché potrebbe d'un tratto, proprio mentre si tenta di attraversare il guado, rovesciarsi di colpo trascinando a valle chissà quale massa di materiali. Rimaniamo un po' a guardare cosa succede. Al di là della barriera, un altro paio di macchine e un camion aspettano anch'essi il da farsi, senza correre rischi. I passeggeri girano qua e là senza sapere cosa fare, nell'incertezza di dover rimanere qua senza sapere quando si risolve la situazione. Potremmo rimanere bloccati qui per tutto il giorno o forse più. Jamshed decide di fare marcia indietro per vedere a monte come si mette la situazione, ma dopo meno di un chilometro e un paio di curve, sulla strada che abbiamo appena percorso, ecco la bella sorpresa, un'altra franetta ha bloccato la strada anche lì e quindi siamo chiusi in mezzo ai due smottamenti senza la possibilità di uscirne fuori. 

La frana
C'è da cominciare a preoccuparsi. Torniamo giù nella nostra direzione, mentre la pioggia sembra calmarsi. La frana intanto è percorsa dai vari passeggeri delle auto in attesa che rimuginano il da farsi e dell'eventuale possibilità di spostare un po' di pietre con le mani, al fine di fare un passaggio per tentare di superare l'ostacolo, cosa che si rivela subito impossibile anche con la più grande buona volontà. Nel frattempo dall'altra parte ecco arrivare un macchinone tutto lampeggianti rossi e blu. Si tratta nientemeno che del responsabile della agibilità stradale della zona che sta pattugliando il percorso, visto che evidentemente queste situazioni sono di certo frequenti. Dopo un po' arriva la voce che dal vicino paese che pare disti pochissimi chilometri, stia per arrivare qualcuno. Infatti passano solamente pochi minuti ed ecco arrivare una dopo l'altra ben due grandi pale meccaniche su ruote, che cominciano ad aggredire la frana, spostando fango e pietrame sul fianco fino a creare un varco percorribile, anche se con una certa attenzione. Intanto ha smesso di piovere, cosa che oltre a rincuorare, tranquillizza sul fatto di eventuali ulteriori torrenti di fanghiglia che dovessero arrivare dal monte. Dopo un po' di andirivieni, la strada sembra fatta. Finalmente riusciamo a passare. 

A monte
Abbiamo perso in fondo solamente un'oretta e l'importante è che il problema sia stato risolto, anche se diciamocelo pure, su questa tipologia di territorio, queste cose debbono essere piuttosto frequenti. Ora scendiamo a precipizio nella valle che è proprio di fronte a noi. In fondo si vede il nastro d'argento del fiume Panj. Il fiume che scende direttamente dalle montagne del Pamir e segna per oltre 700 chilometri il confine con il vicino Afganistan e questa è la strada storica che unisce i due mondi del centro Asia. Da un lato la Sogdiana e i suoi deserti a nord, e che prosegue dividendosi poi in due rami, quella che risalendo le valli del Pamir, lo scavalca per scendere poi nelle immense piane del Taklamakan cinese, la Via delle Seta percorsa da Marco Polo e da tutti quei mercanti che commerciavano con l'Oriente e quella del sud che prese 2300 anni fa Alessandro per scendere alla conquista della valle dell'Indo, mentre al contrario la risalirono settecento anni dopo i monaci che portarono in Cina il Buddhismo. Un'unica strada, un tratto di terreno largo pochi metri, eppure da qui passarono tutti quelli che negli ultimi 2300 anni scrissero la storia. Una bella emozione non vi pare! Eccoci arrivati al Panj, un corso d'acqua quasi insignificante per le sue dimensioni, eppure così carico di storia da farti rimanere sulla sua riva destra a considerare l'altra pieno di pensieri. 

I fianchi della montagna
Non puoi fermarti qui davanti a quello che Alessandro e gli storici che scrissero le sue gesta, chiamavano Oxus, uno dei toponimi più celebri dell'antichità, quando si volevano anche solamente ricordare quali erano i confini del mondo. Di qui comincia la strada vera che ci accompagnerà per giorni, a risalire questa valle incantata e selvaggia, nella direzione di Qalikhumb. Di fronte a noi l'Afganistan, un paese alla vista gemello ed indistinguibile da quello che stiamo percorrendo. Stesso fiume, largo in alcuni tratti meno di 10 metri, dove l'acqua certo ruggisce più forte di quando  le sponde si allontanano un poco e la lasciano respirare in un meandro più calmo e meno profondo, tale da far pensare di poterlo attraversare a piedi e sconfinare dall'altra parte. La frontiera, teorica, passa esattamente in mezzo e al di là, le stesse montagne, gli stessi campicelli coltivati disperatamente per non morire di inedia, gli stessi paesucoli fatti di case di fango pressato. Dopo pochi chilometri che abbiamo imboccato la strada che si snoda quasi a contatto col fiume si arriva ad un punto topico. Qui c'è un lungo ponte di ferro rugginoso che unisce le due sponde. E' uno dei punti di passaggio tra i due stati. Una frontiera secondaria e malaccorta, dove nella realtà non può passare nessuno, salvo gli abitanti locali.

L'Oxus
Quelli che vanno al mercato che si tiene settimanalmente sull'altra sponda e neppure sempre, diciamo quando la situazione politica lo consente, tra i due paesi non si spara da un po' e la sbarra che divide inderogabilmente quello che i locali non riescono neppure a capire nelle sue motivazioni, visto che da millenni di lì si passa per andare al mercato, mentre adesso sarebbe vietato. Forse le montagne hanno cambiato aspetto? Forse l'acqua del fiume è di colore diverso, da quando Alessandro vi abbeverava i cavalli? I pesci hanno cambiato direzione o continuano da secoli a risalire il fiume? Di certo no, ma se quella maledetta sbarra è abbassata, adesso di lì non passi e così dobbiamo rinunciare anche noi, visto che su un cartello è scritto chiaramente in inglese: Passaggio vietato agli stranieri e noi di certo non siamo né Tajiki, né Afgani, almeno non possiamo qualificarci come tali. Quindi la mia speranza di mettere il piede in territorio afgano, per questa volta è stata vanificata. Tenteremo più avanti visto che come ho detto percorreremo questo confine per oltre 700 chilometri, ma, ahimè, ve lo anticipo, con lo stesso identico verdetto. Niente da fare. Se vuoi in Afganistan ci andrai per vie regolari e dalla porta principale, ma un'altra volta. 

Il famoso cartello alla frontiera
Per questa volta dovrò contentarmi del famoso cartello ҷи Афғонистон (Repubblica Islamica Afgana), davanti al quale sono d'obbligo le foto di rito, con la scritta quasi soffocata dagli adesivi dei turisti e dei viaggiatori che non resistono al lasciare un segno del loro passaggio. Intanto è quasi diventato scuro, avremo modo nei prossimi giorni di descrivere questa straordinaria strada e lo spettacolo che la accompagna al di là del fiume. Prendiamo una deviazione verso una valle laterale verso il monte, anch'essa segnata da un torrente dalle acque spumeggianti che discende verso il basso con un ruggito potente e raggiungiamo un gruppetto di case nascosto tra gli alberi. Il proprietario del nostro punto di appoggio per la notte ci aspetta, per nulla preoccupato per il ritardo, da queste parti gli orari sono un optional decisamente poco definibile, possono esserci talmente tanti incerti che quando si arriva, si arriva. Una grande tavolata sotto una terrazza sul fiume è già pronta che ci aspetta. Posiamo le nostre cose e intanto ecco che la signora arriva con la zuppa fumante e poi il pollo arrosto, le verdure e infine la frutta appena raccolta. Al vino ci ha pensato Jamshed quando siamo passati dalla fabbrica del cognac, ed ecco anche l'occasione per assaggiare le gambe di rabarbaro, meno amare di quel che pensavo ed intanto che stiamo qui a guardare l'acqua che si precipita nella forra verso il basso, lo stesso salto anche se certo l'acqua non è la stessa, che guardava Alessandro sognando le pianure dell'India, è venuta l'ora di andare a dormire.

Un paese afgano


SURVIVAL KIT

B&B ZING Hotel - Kalai khum - Piccolo B&B sulla strada laterale a sinistra del paese. Risalire per qualche chilometro La casa è segnalata sul torrente Humbob. Basico, nuovo, ma il padrone molto gentile. Si cena sulla terrazza sul fiume. Bel giardino. Il bagno nel corridoio, pulito. 

Nel B&B


La strada verso lo Zing Hotel
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sabato 11 luglio 2026

Pam 17 - La fortezza di Hulbuk

Fortezza di Hulbuk - Tajikistan - giugno 2026

 

Colonna dell'Indipendenza
Oggi dovremo fare un bel po' di chilometri, ma prima di lasciare definitivamente la capitale, vogliamo fare un ultimo passaggio nel grande parco che caratterizza il centro per dare un'ultima occhiata ad un monumento che ieri nella fretta ci era sfuggito; nella piazza dell'indipendenza infatti troneggia quella che è un po' il simbolo del paese: la Colonna sormontata da una grande corona che che appunto rappresenta con la magniloquenza propria di tutti i regimi, il raggiunto status di liberazione dal legame della ormai sbriciolata Unione Sovietica. Se poi da un lato questa vicenda sia stata vissuta come una vera e propria liberazione da un giogo, oppure invece una presa di potere da parte dei potentati locali, in sostituzione di un vuoto creatosi in seguito alla fine di una unione ormai indebolita e decrepita che aveva fatto il suo tempo, non ci è dato sapere. Di certo quello che è avvenuto in seguito, e qui stiamo parlando di una guerra civile con decine di migliaia di morti, non è stato di certo un momento felice per la popolazione, per cui è assolutamente logico pensare che per alcuni, si pensi a quel passato che ormai è storia a tutti gli effetti come una età dell'oro da rimpiangere, mentre per altri il nuovo corso, specialmente quello odierno, può essere visto come un avvicinarsi dell'intero paese agli standard internazionali, con nuove opportunità e un futuro tutto da scrivere. 

Il lago artificiale
Certamente questa piazza rappresenta oggi un punto dove si possono con buona ragione svolgere tutte quelle manifestazioni pubbliche a maggior gloria della nazione, quelle che ogni paese festeggia con nomi diversi e che comunque sono preparate e svolte per magnificare il potere in corso in quel momento. Qui non siamo da meno. Ai piedi dell'immensa colonna circondata da volute che salgono verso l'alto, coronato da tutti i simboli che caratterizzano la storia del paese, anche oggi si stanno svolgendo le prove per la grande festa che si svolgerà presumibilmente il 27 giugno, il giorno etichettato come quello della Riconciliazione Nazionale, data evidentemente giudicata molto importante, essendo quella che ha sancito la fine della mattanza e la ripartenza finalmente condivisa di tutte le rappresentanze etniche del paese. Ci sono centinaia di persone, forse migliaia, nell'enorme spazio antistante la colonna, che stanno evidentemente provando coreografie e momenti di quello che sarà di certo un grande spettacolo di movimento di massa, tipico di molti regimi asiatici che amano moltissimo queste rappresentazioni di festa che dimostrino l'unione incondizionata di tutto il popolo. Anzi spesso sono di più gli interpreti dello spettacolo che viene eseguito a vantaggio delle telecamere per essere ritrasmesse su tutti i media della nazione, che gli spettatori stessi convocati per assistervi. 

Rabarbaro
Tutto in questi casi viene preso molto seriamente ed infatti ogni spazio che circonda il parco è chiuso e transennato con assoluto divieto di accesso, ma poi tutto il mondo è paese. Andiamo vicino ai cancelli di accesso al parco e il nostro Jamshed si esibisce in una bella supercazzola sul gruppo di importanti visitatori italiani venuti apposta per ammirare la colonna famosa in tutto il mondo ed i custodi integerrimi, subito si inteneriscono e ci fanno passare a beneficio dello scatto di qualche foto. Vuoi che siano venuti fin qua per nulla e non possano immortalare uno dei simboli assoluti del paese, sarebbe sicuramente una vergogna anche per il paese stesso. Ma per carità, avanti e fate tranquillamente le vostre foto, così poi ce ne possiamo andare tra sorrisi e strette di mano. A questo punto possiamo lasciare la città tranquilli per aver fatto il nostro dovere e prendere la strada verso sud che ci condurrà verso il confine afgano ormai prossimo. Ma prima la strada passa attraverso un paesaggio che l'uomo ha profondamente mutato. Infatti, superato uno sbarramento di colline, ecco apparire un bacino di acque di vastissime dimensioni che si allunga oltre la parte visibile tra le montagne; si tratta del bacino formato dalla diga di Norak sul fiume Vakhsh, che ha mutato il paesaggio circostante con  la formazione di un lago stretto e lungo alcune decine di chilometri che si estende nella valle, mostrando nella parte più ampia alcune isole che emergono dalle acque con un effetto scenografico notevole. 

La fortezza
Si tratta, pare, della seconda diga più alta del mondo, a lungo la prima con i suoi 303 metri di altezza, eretta in materiale composito e superata solamente, e di soli 2 metri, dalla diga di Jinping in Cina nel 2014. Ovviamente anche questo è diventato luogo dove si arriva dalla città per passare il weekend, visto che ormai le condizioni economiche di strati della popolazione sempre più vasti, stanno crescendo e permettono lo sviluppo di stili di vita un tempo solamente occidentali. Infatti nelle vicinanze della strada si sono allargati vasti spazi di bancarelle di ogni genere che distribuiscono cibarie e generi di sostentamento oltre a venditori di frutta, secca e non, verdura, yogurt e relative palline che ormai ben conosciamo a beneficio delle frotte dei gitanti della domenica. Sconosciuti invece, per lo meno a me che non li avevo mai visti, dei vegetali a gamba lunghissima che se non fosse per il colore rossiccio delle coste avrei assimilato a una qualche varietà di sedano e invece risultano essere piante di rabarbaro, che qui viene mangiato tal quale, sgranocchiandone i gambi dopo averli scortecciati alla meglio oppure per fare composte e marmellate. Poi procediamo attraverso un panorama che si fa sempre più montuoso e selvatico per un'altra settantina di chilometri fino ad arrivare ad un altra famosa fortezza, quella di Hulbuk, importante insediamento del ramo sud della via della seta che fungeva da controllo all'ingresso della via che saliva verso il Pamir.

Le mura antiche
Per secoli la fortezza è servita da controllo e guardia a una grande montagna quasi interamente costituita di sale nelle vicinanze che garantiva ricco materiale di scambio con i paesi vicini. La fortezza che sorgeva su un insediamento precedente, segno dell'importanza strategica del luogo, ebbe il suo momento di maggior fulgore tra il IX e il XII secolo, quando era una delle quattro città più importanti della regione, ospitando artigiani, studiosi e personaggi di cultura che giravano nella zona. A testimonianza di questo, ci sono i ritrovamenti importanti di materiali di pregio ritrovati negli scavi della metà del '900 che hanno portato alla luce pezzi artisticamente notevoli di alabastro, affreschi eleganti, statue e ornamenti di ogni tipo. Un interesse particolare rivelano gli scavi che hanno portato alla luce sistemi fognari avanzati e metodologie di riscaldamento costituite da tubazioni ceramiche che correvano al di sotto dei pavimenti per il passaggio dell'acqua che veniva riscaldata tramite grandi brocche riempite di carboni ardenti, note come khums. Certamente il sito è di notevole effetto, anche se, secondo l'abitudine ormai invalsa, tutta la fortezza è stata ricostruita secondo quello che doveva essere lo stile originale, ma fortunatamente sono ancora chiaramente visibili, in special modo nelle parti basse, le mura originali di mattone cotto, mentre all'interno per il palazzo e per le altre costruzioni era usato anche la miscela di fango e paglia nota come pashky, rivestita successivamente di mattoni, che erano utilizzati anche per disegnare l'ornamentazione esterna. 

Fregi
Di queste e di altre tecniche sono stati ritrovati straordinari reperti. Addirittura molte pareti delle case erano ricoperte di ganch, un particolare materiale fatto di alabastro intagliato di singolare bellezza.  E' molto interessante vedere, come si nota anche nel moderno rifacimento, come le case del caravanserraglio che ospitavano i molti viaggiatori che giungevano lungo la Via della seta, fossero divise secondo uno stile occidentale, ad esempio con le sedie, mentre l'altra parte aveva locali all'orientale in cui ci si sedeva semi sdraiati. Questo testimonia come evidentemente il via vai di questa direttrice unica tra oriente ed occidente e di come quindi questa strada fosse percorsa da una folla di viaggiatori, mercanti e gente di ogni tipo, per secoli. I portali maestosi che ancora mantengono ben visibili le fastose decorazioni sugli imponenti impianti, raccontano bene comunque l'importanza artistica del sito. Davanti alla fortezza che ovviamente era stata rasa al suolo dai mongoli e che successivamente non aveva mai più ripreso la sua importante rilevanza nella regione, sorge ora il bel museo, che espone tutto quanto è stato ritrovato negli scavi inclusi ad esempio una serie completa di pezzi degli scacchi, tra i più antichi mai scoperti. 

Il custode
Ci accompagna nella visita un anziano signore che lavora a questo museo da ben 48 anni e vi ha trascorso praticamente tutta la vita, partecipando agli scavi, collaborando alla recupero dei pezzi che man mano emergevano dal terreno, alla loro catalogazione e adesso che sarebbe giunta la meritata età della pensione, non riuscendo evidentemente a staccarsene, fungendo da custode del sito, dato che oltre a conoscerne evidentemente ogni particolare, lo vive come se fosse la sua casa e ce ne mostra i pezzi con quell'amore che può dimostrare solo chi li ha visti, toccati, vissuti uno ad uno, dai meravigliosi gessi decorati a sbalzo con una raffinatezza resa ancor più preziosa dalla perfetta conservazione, ai vetri soffiati, alle tubazioni che ancora riescono a raccontare le conoscenze idrauliche di questo popolo di mille anni fa. La dedizione di questo signore è assolutamente commovente, quando vedi la passione che anima quello che è stata lo scopo di una vita intera. L'ammirazione verso questo personaggio, quasi pone in sottordine il caldo davvero esagerato che intanto è calato sulla piana; sembra davvero di arrostire e a questo punto lanciata un'ultima occhiata alle mura e alle torri della fortezza, saltiamo sulla macchina e pompando aria condizionata a tutto vapore ci dirigiamo verso la montagna che si erge al nostro fianco, su uno sterrato abbastanza agevole, sopra la quale una coltre di nubi piuttosto scure cominciano ad addensarsi, come si addice ai momenti in cui le temperature diventano troppo esagerate. Vedremo.

I fregi di mattoni


Leone
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venerdì 10 luglio 2026

Pam 16 - Ancora a Dushambè

La fortezza di Hissor - Dushambè - Tajikistan - giugno 2026

 

La madrasa
Ad una mezz'oretta dalla città è possibile vedere un'altra delle fortezze della Sogdiana, quella di Hissor (Hisar) che ha vissuto anch'essa una serie di epoche storiche diverse che ne hanno rimarcato la posizione strategica nella valle. Sembra che la fortezza abbia oltre tremila anni e tutti i regni che vi si sono succeduti hanno aggiunto qualche cosa naturalmente, anche se al momento quello che si può vedere è stato ampiamente rimaneggiato e la parte più notevole rimane l'imponente ingresso con le due torri ai lati e il portale ad arco che riflettono lo stile di Bukhara del XVIII secolo, visto che questa è stata la residenza del suo Emiro appunto in quell'epoca, il resto delle mura è stato restaurato di recente. La fortezza pare fu conquistata anche da Alessandro magno durante il suo itinerario attraverso la Sogdiana e in seguito fu sottoposta a numerosi assedi ai quali in alcuni casi resistette. Fu conquistata dagli arabi nell'VIII secolo, che ne fecero uno dei loro punti di controllo nella zona e punto focale per i commerci che cominciavano a prosperare lungo la Via della Seta. Qui si trattava soprattutto il suo famoso zafferano. Gengis Khan invece la rase completamente al suolo dove rimasero solo rivine fino al XIV secolo, epoca in cui la città riprese vita diventando uno dei punti di forza delle armate di Tamerlano, fino alla sua distruzione quasi completa durante un rovinoso terremoto nel 1914. 

Cartolina sovietica del 1970 prima del restauro
Sono scomparse anche le antiche scalinate che risalivano la collina, mentre rimangono le costruzioni alla base con il caravanserraglio, la piccola moschea e le madrase. All'interno di queste costruzione è stato allestito un piccolo museo etnografico con vecchi strumenti agricoli e costumi locali. Giriamo un po' dentro al caravanserraglio dove non fatichi ad immaginare l'arrivo attraverso il portale di carovane cariche di merci e sacchi di zafferano, che vengono a ripararsi per la notte dall'assalto dei banditi che un tempo infestavano la campagna. Noi invece andiamo in cerca di sentori di antiche storie e leggende tramandate dalle favole persiane, come quella del califfo Alì che venne qui per diffondere l'Islam e penetrò travestito nella fortezza, ma scoperto, stava per essere messo a morte, quando il suo cavallo Duhl Duhl, riuscì a fargli recuperare la spada magica Zulficar, che gli consentì di sconfiggere tutti i nemici, tra cui il mago malvagio che deteneva il potere nella fortezza. 

La fortezza dall'alto
Cerchiamo di qua e di là nelle celle ma di Zulficar e della sua lama affilata non c'è più nessuna traccia. Troviamo invece un gruppo di studenti della facoltà del turismo in visita di studio, che guidati dal loro insegnate approfittano subito per chiacchierare con noi e farci un po' di domande chiedendoci consigli su come affrontare il loro futuro lavoro, avendo subito Jamshed fatto trapelare la mia supposta attività di scrittore di guide, cosa che naturalmente fa premio e conferisce immeritata credibilità. Comunque è sempre piacevole pontificare con i ragazzi e anche la barba bianca contribuisce ad aumentare la fiducia. Dispensiamo saggi consigli, soprattutto quello di studiare senza sosta, naturalmente ridacchiano quasi tutti, i ragazzi in particolare, mentre le ragazze mantengono un atteggiamento molto più serio e convinto e poi passiamo alle foto di rito e infine saliamo alla fortezza che all'interno è completamente ricostruita ad uso turistico ed al posto del bazar presenta ormai solo più una serie di negozi di souvenir, mentre attorno fervono le attività ad uso dei visitatori, come le passeggiate a cavallo. La salita alla cittadella superiore ed al suo palazzotto che la corona, si dipana attraverso un ripida scala che però dà l'accesso a terrazze dalle quali la vista sulla valle è particolarmente interessante. Naturalmente anche qui è possibile affittare costumi per farsi fotografare come conquistatore del mondo, cosa molto gradita, come sappiamo, agli Orientali in visita. 

La grande moschea
Torniamo infine in città sgusciando attraverso un vero e proprio nubifragio che quanto meno ha il merito di rinfrescare l'aria, visto che oggi faceva davvero molto caldo, sicuramente oltre trenta gradi, e andiamo fino alla grande Moschea dell'Imom Azam. Il monumento, recentissimo, visto che è stato finito nel 2023, è davvero colossale, estendendosi per ben 12 ettari, si dice la più grande moschea dell'Asia Centrale visto che può ospitare 133.000 fedeli, ma sembra che quella coeva di Astana in Kazakhistan, la batta di poco ed è stata costruita senza economie, visto che i soldi ce li ha messi il Qatar, stato finanziatore di molti edifici religiosi dell'Oriente. Questa è davvero modernissima, con giganteschi impianti di aria condizionata dappertutto, seminascosta con le bocchette che occhieggiano addirittura dalle colonne, evidentemente cave allo scopo e bagni confortevoli, inoltre è un vero capolavoro architettonico, con una struttura tradizionale che presenta una splendida facciata con marmi bianchi e neri arrivati dalla Grecia, saloni altissimi, con colonne decorate a sostegno di una serie di 21 splendide cupole e i quattro minareti alti 75 metri. L'interno è davvero fastoso, ma quello che più ti colpisce sono le dimensioni colossali del salone della preghiera di cui quasi non vedi la fine e lungo il quale si allineano le grandi colonne ricoperte di arabeschi tinta su tinta. 

L'interno
Lo stile è chiaramente moderno ma ne intravedi comunque i richiami alla tradizione, nelle forme e nelle decorazioni. Anche i grandi lampadari che pendono dalle venti cupole sono formati da grandi cerchi concentrici sui quali si alternano i punti di illuminazione, mentre il tappeto unico che ricopre il pavimento, è una serie infinita di nicchie di preghiera destinate ad accogliere ognuna un fedele, volto nella direzione della Mecca. Anche le muqarnas seminascoste negli angoli, richiamano la tradizione ma senza mostrarsi troppo, bianche come sono e appena delineate in oro agli spigoli. La rientranza del Mihrab è anch'essa bianca e minimale quasi minuscola rispetto alla vastità della costruzione, e richiama l'attenzione del fedele con la sua sola presenza muta. Nel momento della nostra visita non c'è assolutamente nessuno nella grande sala, ma anche se ci fosse qualche fedele sparso dietro a qualcuna delle grandi colonne neppure ce ne accorgeremmo. Non si può fare a meno dal rimanere impressionati dalla grandiosità del monumento. Naturalmente non sto a raccontarvi la magnificenza della decorazione e degli arabeschi in cui gli artigiani iraniani hanno dato il meglio di sé, insomma i soldi spesi si vedono. La moschea si può visitare senza problemi, al di fuori delle ore della preghiera, anzi i custodi sono molto contenti di ricevere visitatori occidentali. Purtroppo dobbiamo saltare il palazzo di Navruz, l'altra perla architettonica e decorativa della città perché oggi è il giorno di chiusura. 

Ma noi oggi dobbiamo ancora espletare un impegno che ci siamo presi al mattino durante la visita del Museo, infatti siamo attesi al ministero dello sport e più precisamente al Museo del comitato olimpico nazionale, che racchiude tutto quanto il Tajikistan ha portato a casa, medaglie, premi, benemerenze, ricordi e naturalmente una ricchissima documentazione iconografica, durante la partecipazione alle olimpiadi estive ed invernali a cui ha partecipato come paese indipendente. Il presidente e tutto il suo staff ci aspettavano con ansia e veniamo accolti con grande affetto e dimostrazioni di amicizia. Visitiamo il museo, che racconta appunto la storia delle loro partecipazioni ai giochi, con tutti i loro atleti più forti che non hanno demeritato certamente, in special modo nelle ultime partecipazioni, in molti sport in cui il paese eccelle, judo, sollevamento pesi, tiro con l'arco e anche altri. Addirittura viene anche consegnata alla nostra cuginetta una inattesa onorificenza con tanto di bassorilievo bronzeo, dalle giuste dimensioni per essere messo in valigia, eheheehe. Insomma davvero una accoglienza commovente, che ci seguirà ancora durante tutto il resto del viaggio, in cui la segretaria del Presidente stesso ci avrebbe telefonato ogni sera per sapere se il viaggio proseguiva senza intoppi o problemi di sorta. Usciamo commossi dall'accoglienza e dalle dimostrazioni di amicizia, che davvero sono proprie di questi popoli, io stesso ricordo questo atteggiamento quando giravo questi mondi per lavoro. Salutiamo tutti e possiamo a questo punto considerare terminata la giornata nella capitale. Non ci resta che pensare alla cena, che stasera ci vedrà al ristorante Buhoro, locale elegantissimo del centro, dove mentre non ci facciamo mancare nulla, una serie di danzatori e danzatrici allietano la serata con balli e musiche tradizionali. Nel senso che da bravi turisti non ci facciamo mancare proprio niente.

Il ristorante Buhoro


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