La colazione al Flora è decisamente accurata, come me la ricordavo, frutta, succo fresco, uova e tutto il resto dell'ambaradan all'occidentale, con contorno di croissant, che ti ricordano che comunque questa era poi sempre l'Africa occidentale Francese, che ti mette a posto per tutta la giornata, nella quale anche se ci sarà qualche carenza di cibo, ma qui abbiamo giù avuto esperienza che non ci sarà, non avrai comunque problemi di sussistenza. I nostri amici arrivano di buon ora, come concordato che oggi di strada da fare ce ne sarà parecchia, d'altra arte questo è il tipico viaggio on the road come piace a me e che tra l'altro è ancora una delle tipologie che mi posso permettere, conosco ormai bene i miei limiti, quella di fare tanta strada vedendo molte cose, principalmente seduto comodo sui sedili dell'auto mentre qualcuno pensa a dove bisogna andare. Ho dato l'addio da tempo ai trekking, purtroppo, cosa di cui qualcuno ancora mi rimprovera di tanto in tanto, anche se ormai ha perso le speranze. Questa volta che siamo in quattro, abbiamo due Toyota pick-up 4x4, a disposizione, la nostra condotta dal fido Brahim, che mi butta sempre sguardi di tenerezza e l'altra guidata da Salek, taciturno, ma con l'occhio sicuro di chi conosce le strade tra le sabbie.
Sembrerà un po' uno speco, ma Ahmed dice che i suoi amici devono viaggiare comodi e soprattutto sicuri, visto che nel deserto è meglio viaggiare con due macchine piuttosto che con una. E noi, memori del giro mongolo subito da poco, non possiamo che dargli ragione. Così possiamo partire tranquilli, con un po' di soste in periferia, per fare il pieno delle cose che servono per il viaggio. Casse di acqua, questa è evidentemente la prima preoccupazione di Ahmed, come per tutti gli uomini del deserto, e poi frutta di ogni tipo, banane in testa, ai datteri ci si penserà lungo la strada, direttamente nelle oasi che attraverseremo, oltre alle incombenze burocratiche che evidentemente sono ancora necessarie, tipo registrazione negli uffici competenti che vogliono, pare presidiare il territorio, tenendo nota di chi va e dove. Così approfittando delle soste varie, si può dare un'occhiata alla vita che, se pur lentamente visto che qui ci si sveglia abbastanza tardi, si svolge attorno a te. I portatori di pane camminano lungo la strada tenendo sulla testa un lungo asse carico di corte baguette, uno dei lasciti culturali francesi, pane che anche qui si rivelerà delizioso se appena sfornato e ancora tiepido, croccante e leggero, che però diventa velocemente pesante e molliccio dopo poche ore.
I carretti con gli asinelli che avevamo visto sonnecchiare nella notte, hanno cominciato a fare il loro lavoro spostando merci vari, dal grossista di prossimità ai negozi al minuto, spinti da leggeri tocchi di bastone dati sommariamente e di default chi li guida, generalmente vecchietti avvolti nei pesanti caftani, non so come si chiamino qui, ma sicuramente hanno un loro nome specifico regionale, che sono piuttosto spessi visto che siamo decisamente in inverno e al mattino non fa caldo affatto. Si rinserrano allora sotto i cappucci conici che nascondono il viso già avvolto completamente dallo cheche e aspettano ad indossare, posto che lo facciano, la tradizionale Daraa, l'amplissimo vestito colorato generalmente di azzurro, che si porta durante la giornata. Qualche donna coperta dai teli colorati classici di quasi tutte queste parti dell'Africa, gira di negozio in negozio per portarsi avanti con il lavoro. Gennaio certamente non è il mese dell'anno in cui le ore centrali della giornata sono talmente calde da consigliare a tutti di starsene ben rinchiusi all'ombra dell'interno delle case, quando le città ed i villaggi ti appaiono come completamente deserti ed abbandonati, ma di questa stagione si vede gente in giro quasi tutto il giorno anche se sono le ore della sera quelle in cui le strade sono maggiormente popolate.
Tanto per aver qualche spiccio in tasca per i souvenir, eh, la malattia del turista, che comunque sia, dovrai pure far muovere un poco l'economia locale, abbiamo cambiato 100 euro che hanno reso all'incirca 4800 Ouguiya, la moneta locale, il cui strano nome è una deformazione della parola Oncia. L'unica stranezza è che è l'unica moneta (oltre a quella malgascia) a non avere suddivisioni decimali. L'Ouguiya è infatti suddiviso in 5 Koums, che comunque non ci sono più in giro vista la svalutazione. Potrete al limite trovare qualche vecchia moneta sulle bancarelle dei robivecchi. In realtà basteranno ed avanzeranno pure, visto che Ahmed, propugnatore assoluto del tutto compreso, si affretta a pagare tutto quello che capita non appena vede che mettiamo mano al portafoglio. I passanti danno un'occhiata al passaggio mostrando un minimo di curiosità ma senza mostrarsi troppo invadenti, in generale sorridono e questo è sempre un buon segno, anche considerando che solo pochi decenni fa, questo era un paese considerato piuttosto scorbutico verso gli stranieri.. Comunque mettiamo anche il gasolio, il cui prezzo mi sembra si aggiri attorno all'Euro al litro. Poi finalmente si parte e dopo pochi chilometri le case cominciano a diradare, diventando solo punti di appoggio per i pastori che arrivano in città e che si fermano lungo la strada.
E' la N1, la stessa che abbiamo percorso l'anno scorso almeno per il tratto iniziale, la strada principale del paese che prosegue fino alla lontana Algeria, perdendosi tra le sabbie del Sahara. Già nel primissimo tratto, lontane sulla sinistra cominci a vedere le dune aranciate dai raggi della luce del mattino, anche se, ma forse è proprio la stagione, visto che anche un anno fa avevamo avuto la stessa sensazione, la visuale, almeno di lontano è piuttosto offuscata come da una nebbiolina leggera che ammorba il paesaggio nascondendone alla vista le linee nette che hanno solo i climi più che aridi, ma qui non si tratta evidentemente di maggiore o minore umidità, ma semplicemente dalla sospensione del pulviscolo sabbioso che, sollevato dal vento ci mette qualche giorno a depositarsi. Non siamo in presenza certo, delle famose tempeste di sabbia che chiudono la visuale per giorni, ma comunque non è di sicuro il massimo per i fotografi. Insomma non ce ne va mai bene una. Poi il paesaggio si intristisce un poco e si trasforma in una spianata costellata qua e là di ciuffi di erbe aridofile, arbusti seccagni e qualche raro simulacro di acacia spinosa che eleva il suo contorto e sottile tronco per un metro o poco più allargando poi un ombrellino di quelle che vorrebbero essere foglie, ma rimangono a livello di tentativo malriuscito, pur se sono sufficienti a dare un piccolo sollievo di ombra per qualche capra isolata.
I radi dromedari si contentano di vagare lentamente qua e là, alla ricerca di un po' di verde che consenta loro almeno di far finta di ruminare qualche cosa. Ogni tanto qualche tenda isolata segnala che comunque le greggi e gli altri animali dispersi in un'area apparentemente vastissima, sono di qualcuno, che magari ha lasciato un ragazzino a prendersene cura, oppure che ci penserà il padrone stesso quando tornerà dal mercato a raccogliere, tanto dove volete che vadano. Rimane ancora lungo il nastro infinito e perennemente rettilineo della strada qualche parvenza di attività commerciale, qualcuno che ogni tanto presenzia un banchetto per vendere frutta o altro e qualche casupola, che di certo sta lì in vista di qualche attività, anche se non si sa quale. In mezzo noti delle specie di cuscinoni di plastica blu o neri rigonfi che sono null'altro che serbatoi contenenti qualche metro cubo di acqua, che qualcuno evidentemente di tanto in tanto a richiesta passa con una cisterna a rabboccare e che sono l'unica fonte di idrica potabile per centinaia di chilometri privi di oasi e di relativi pozzi. Questa terra presenta anche questo tipo di necessità, che noi disabituati, nn riusciamo a considerare, ma che per chi vive qui diventano imprescindibili.
Un unico distributore di carburante, molto primitivo, vediamo lungo il percorso e subito dietro una piccola costruzione nuova nuova, dipinta di giallo, è la moschea, come per altro certifica il cartello appeso alla rete metallica che funge da recinto, diversamente distinguibile solo da un palo con appeso un altoparlante, che userà il muezzin del caso non si sa bene rivolgendosi a chi, visto che siamo in mezzo al deserto. Dietro due casotti, sono i servizi, utili ed obbligatori anche per l'esercizio religioso, due bei water piastrellati e pulitissimi in mezzo al deserto che più deserto non si può. D'altra parte questo è un paese piuttosto osservante anche se di certo non fanatico. Anche i nostri amici, di tanto in tanto si fermano un attimo a pregare, dopo aver steso un piccolo tappetino dietro la macchina, ma come mi spiega Ahmed, non importa poi un gran ché, che l'ora sia precisa e il farla tanto lunga, quello che conta è l'intenzione. Invece la cosa più frequente che capita lungo la strada è la costante presenza di casotti della guardia nazionale, con tanto di sbarra che simulerebbe un vero e proprio posto di blocco, ben segnalato come giusto cinquecento metri prima, con obbligo di arresto, in modo che una sola macchina alla volta acceda al militare che staziona (non sempre) in mezzo alla strada.
Quindi specialmente se volete percorrere queste vie, per conto vostro, affittando un auto a Nouakchott, tenete conto che dovrete portarvi dietro una cinquantina di copie dei passaporti, per velocizzare la pratica, evitando che l'addetto nel casotto, che già non ha nessuna voglia di alzarsi dalla branda dove sonnecchia, si debba levar su e ricopiare i vari dati. Il nostro Ahmed allora, pronto alla bisogna, ha già sul cruscotto un bustone dove si è fatto una miriade di copie con i nostri dati bene elencati assieme a quelli dell'agenzia che organizza il giro e così basta sporgerli al milite che poi fa il solito gesto stanco per farti procedere visto che la sbarra rimane comunque perennemente alzata. Quando non c'è neanche il soldato, tocca scendere e andare a portare il foglio fin dentro al casotto e lasciarglielo lì, penso senza neanche svegliare chi è steso sulla branda. In realtà si conoscono tutti e il passaggio è mera formalità, ancorché in una tratta di due o trecento chilometri di questi post di blocco ne incontri cinque o sei o più. Il fatto è che probabilmente, fino a dieci o quindici anni fa c'erano problemi grossi di infiltrazioni attraverso i confini di supposte milizie islamiche specialmente dal Mali o dall'Algeria, con conseguenti pericolosi risvolti e quindi un controllo del territorio, più volenteroso credo, che efficace, è stato predisposto dal governo.
Aggiungi a questo l'aumentare dell'attenzione ai cosiddetti flussi migratori provenienti dal sud del Sahel, ai quali oggi, anche sulle spinte europee, viene data maggiore attenzione, contribuiscono a questo stato di cose. Di certo l'impressione è che tutto sia piuttosto una facciata dimostrativa, forse deterrente ma non so quanto efficace. Intanto noi arriviamo a Akjoujt, un gruppo di case con meno di 10.000 abitanti che gravita sul nastro della statale e che campa attorno ad un paio di attività estrattive, oro e rame, pare, che ci sono nei dintorni. Intanto è arrivato il mezzogiorno e quindi ci fermiamo, come già l'altra volta nel ristorante di fiducia di Ahmed, una baracca in un cortile tra le case in centro al paese. Mi ero raccomandato di ripetere la sosta proprio qui e lui non se lo è fatto ripetere visto che a suo dire, questo amico fa il miglior mechouì della Mauritania. Avevo già mangiato questo piatto tipicamente maghrebino in Algeria ed in Marocco tanti anni fa e me era rimasto un ottimo ricordo, ma lo scorso anno quando ebbi occasione di riprovarlo proprio qui, ne ottenni un'esperienza gastronomica assolutamente fantastica, forse era passato tanto tempo ed il ricordo si era affievolito, ma il piatto era stato talmente buono che me lo riassaporavo nella mente ogni volta che controllavo che anche in questo giro avremmo pianificato la sosta.
Il mechouì non è altro che il capretto arrostito nella maniera tradizionale, cioè spalmato di spezie e burro fuso, avvolto ora nella stagnola, un tempo nelle foglie di palma e cotto per lungo tempo in una buca sotto terra ricoperto di braci. Ora non sono andato a controllare, se qui usano la buca e le foglie di palma, in cucina dove sono andato a mettere il naso, però il forno che potrebbe sostituirla lo stesso, non c'era, fatto sta che il piatto era molto buono. Nella tenda in fondo al cortile dove ci viene servito, arrivano, anche Ahmed ed i suoi e cominciano la preparazione del tè alla menta che d'obbligo, deve accompagnare il capretto. Questa del tè è una cerimonia che ci perseguiterà continuamente nei giorni a venire e che è evidentemente molto di più di una banale bevanda di accompagno, ma diventa un vero e proprio stile di vita, una necessità da un lato di condire un momento di pausa con una cura particolare che sottolinea l'importanza anche di questo piccolo momento, dall'altro può diventare scusa per dare ufficialità a qualche cosa che deve essere ben rimarcato. Così qualcuno che ti deve parlare di una cosa importante, ti inviterà a bere un tè, addirittura l'avvicinamento di due famiglie per una richiesta di fidanzamento, viene preceduta da un invito a prendere un tè.
Una cosa seria ed importante insomma. Comunque una pausa significativa nel corso della giornata che va espletata con calme e senza fretta e con tutte le dovute attenzioni. Così Brahim dopo aver scaldato l'acqua sul fornellino ed aver atteso che il cucchiaio di tè versato abbia rilasciato la sua infusione, fa scorrere dall'alto del beccuccio il liquido ambrato nei bicchierini che poi per una serie infinita di volte vengono passate e ripassate di bicchiere in bicchiere fino a che lo zucchero disciolto all'inizio dell'operazione non provochi una densa schiumetta che riempie almeno metà del recipiente, solo allora i bicchierini possono essere distribuiti per poi essere bevuti, anzi gustati con calma mescolando il loro sapore, per il nostro gusto un po' troppo tannico e forte, al sapore delle carni che si sciolgono in bocca con una miscela perfetta di spezia e di menta. Intanto chi è incaricato continua a travasare bicchierini per mescere una seconda volta e poi una terza, in un continuo che mescola chiacchiera e riposo all'ombra della tenda. Davvero questo tè nel deserto è qualche cosa di più di una semplice bevanda per un luogo dove generalmente l'acqua non si beve mai tal quale.