mercoledì 29 luglio 2026

Pam 31 - Viaggiatori del mondo

Murghab - Pamir - giugno 2024

 

Ci sono luoghi nel mondo che sembrano avere una caratteristica nascosta capace di attirare a sé un certo tipo di persone. Tutto questo accade quasi automaticamente senza che ci siano notifiche particolari e passaparola che creino il meccanismo di aggregazione. Tutto avviene come per una sorta di magia inespressa, come per quei punti del pianeta dove passano linee di forza che per chi ci crede sono capaci di suscitare particolari atmosfere. La guesthouse Ergali di Murghab è uno di questi luoghi. Pare che in qualunque giorno voi arriviate qui, mentre i due anziano proprietari si fanno in quattro per farvi scaricare le valigie e per consegnarvi una stanza, facendovi strada in un ambiente ancora decisamente sovietico, da Asia centrale, vi accorgerete immediatamente che la pensione è popolata da un una tipologia di persone che hanno caratteri decisamente in comune tra di loro, benché siano persone che arrivano da tutte le parti del mondo. Quando siamo arrivati noi italiani, c'erano, americani, cinesi, portoghesi, tedeschi e altri naturalmente sparpagliati nei vari ambienti, oltre naturalmente alle etnie locali, accompagnatori e autisti, gente apparentemente molto diversa tra di loro per età, nazionalità e anche per altre cose certamente, ma con una caratteristica assolutamente comune e subito visibile. 

Erano tutti veri viaggiatori, persone con le quali se vi sentite come noi dei semplici turisti, anche se di categoria diciamo pure, avanzata, cosa che mi picco indegnamente di essere, ti puoi sentire anche a disagio. Tutta gente per intenderci, che viaggia senza il biglietto di ritorno in tasca, che questo a mio parere è il marchio reale dell'autentico viaggiatore, intendo quello che ha in mente un itinerario di massima e parte senza sapere bene dove e quando arriverà, in quanto il suo sentire è il viaggio in sé non la meta finale o il tempo che ci vorrà per raggiungerla. E' la strada che si percorre la vera essenza del viaggio e gli incontri che ti accadono lungo la via, quello che arricchisce veramente la tua esperienza finale. Certo ci sono anche cose meravigliose da ammirare al passaggio, per carità, chi può negare che ti possa dare emozioni intense il fermarti ad ammirare il Colosseo, il ghiacciaio Perito Moreno, le fortezze della Sogdiana, tuttavia penso di non dire cose peregrine affermando che non c'è nulla come lo scambio di esperienze, l'assorbire le sensazioni delle genti che incontri, l'emozione del pensiero di chi ti ha preceduto e le sue motivazioni, lungo questo cammino, che possano dare un senso di ineguagliabile completezza al mazzo di cose che ti porterai a casa dentro di te e non nella valigia o nella scheda elettronica della tua macchina fotografica.  

Già io da un lato aspirerei appartenere a questa tipologia in generale, ma nella pratica non mi è mai stato quasi mai possibile percorrere i cammini del mondo con questa specifica filosofia. Obblighi vari, necessità di tempo e di budget, mi hanno sempre costretto a programmare, programmare sempre con una precisione il più possibile vicina all'effettivo, per far coincidere la fine dell'esperienza al momento in cui la scaletta si avvicina al portellone dell'aereo che ti riporta a casa. Peccato vero? Così i grandi raid di mesi, lungo le strade del mondo, sono rimasti da sempre solo per me, esercizi di fantasia e il mio stupore ed il mio entusiasmo diventa grande, quando mi capita di avvicinarmi a persone che invece fanno di queste cose la loro normalità di vita. Vi ho già parlato del ciclista Sikh e dei motociclisti italiani incontrati nel Wakhan, ma ecco che anche qui, nella grande sala dove aspettiamo che ci venga servita la cena, piano piano si radunano gli ospiti della nostra guesthouse e si comincia a chiacchierare in libertà a scambiare idee ed esperienze. A me non rimane che ascoltare, spesso quasi a bocca spalancata, al limite fare domande per avere spiegazioni e informazioni, che mi possano, non si sa mai, divenire utili prima o poi, tanto data l'età che fa premio, mi ascoltano tutti con un certo rispetto anche se dico banalità.

Subito ho notato una signora sui 50, dal fisico piuttosto strutturato, gambe muscolosissime e respiro lento, che è arrivata con noi alla struttura, in bicicletta, affardellata anche con un certo carico. E' una portoghese che ama muoversi per il mondo pedalando e senza porsi troppi limiti di tempo. Si è fatta, tanto per farvi degli esempi, in otto mesi, l'America latina dal Perù fino alla lontanissima Ushuaia, nella Terra del fuoco e l'anno prima dal Marocco a Città del Capo, senza negarsi una esperienza dall'Etiopia al Botswana. Percorsi non troppo semplici mi sembra, tanto che nella mia ingenuità, le chiedo se non abbia avuto problemi per la sicurezza, viaggiando in luoghi remoti come quelli, e per di più come donna e da sola. Rimane stupita della mia domanda e mi dice che non ha mai avuto alcuna sensazione di insicurezza, anzi è sempre stata circondata da una grande simpatia e da offerte di aiuto da parte di tutti quelli che ha incontrato in ogni parte del mondo. Per la verità solo a casa sua in Portogallo si è trovata una volta a mal partito, ma poi è finita bene. E' abituata a lavorare saltuariamente nei ristoranti, poi raggranellato quanto necessario, parte per un nuovo itinerario in giro per il mondo. Qui sta facendo tutto il giro dell'Asia centrale e conta di stare in giro ancora un paio di mesi, anche se mi dice che sta trovando la strada del Pamir un po' faticosa. 

Oggi ad esempio, si è fatta quasi 70 chilometri a 4000 metri per arrivare fin qui dove sapeva ci fosse un buon punto di sosta, perché di norma non ne fa più di una quarantina e poi dorme in tenda e oggi voleva riposarsi un po'. Stupiti? Ma ecco vicino a noi i quattro tedeschi che abbiamo incontrato alla moschea. Sono due coppie di settantenni di Amburgo che girano su una vecchia Volkswagen che ha visto di certo tempi migliori e sono in giro da circa tre mesi e vorrebbero andare in Vietnam, tanto per dire, con calma però, tanto a casa non c'è nessuno che li aspetta. Una ragazza cinese invece, è da sola anche lei (ma quante ragazze sole che girano per il mondo senza paura) e sembra un po' stranita e da quanto dice non è che sa bene dove vuole andare. E' partita da Pechino e viaggia verso ovest, poi si vedrà. Una ragazza americana invece, viene dall'Alaska e lavora all'Ambasciata a Dushambé e approfitta del tempo libero per girare per il paese. Ne approfittiamo per sentire il suo punto di vista da un angolo privilegiato e particolare, ma dal quale si possono capire molte più cose di quanto non possa fare un semplice turista di passaggio. Anche sul suo paese si lascia un po' andare, ma visto che dove lavora, sembra che sia meglio a stare attenti come si parla. Alla fine esce con le amiche e va alla vicina banja, il bagno turco in stile russo, per ristorarsi un po'. 

Lo scambio di informazioni è intenso e io cerco di carpire il possibile, tutto quanto possa anche lontanamente servirmi per i miei tanti progetti futuri. Certo la maggior parte di questi, per ovvi motivi rimarranno chiusi nel cassetto dei sogni, ma sognare in fondo non è peccato, non vi pare?. Intanto ci servono la cena, assai ricca rispetto al solito. Insalate varie, una minestra, riso, purea e se non son buone le patate qui a quattromila metri ... E poi ancora samosa ripieni all'indiana, ma niente affatto piccanti, e un sacco di dolcini e frutta secca, che alla fine non finisci mai di piluccare. Diamo un'occhiata fuori, magari per fare un passeggiata notturna, ma fa piuttosto frescolino, direi che la temperatura attesa per questo altopiano spazzato dal vento gelido durante la notte è un po' quello che ci si doveva aspettare. C'è parecchia gente comunque qui intorno anche alla sera. Si parla un po' di tutto ma la sensazione è che la gente qui goda di una certa indipendente extraterritorialità. Certo qui siamo in Tajikistan, ma queste sono terre remote dove i confini sono cambiati mille volte nei secoli passati e qui, al limite ci si sente Pamiri, con caratteristiche comuni anche se di etnie limitrofe. Qui, diciamo pure la verità, contano solamente le catene di montagne senza nome che ci circondano, i pascoli e le strade che li attraversano. I regimi, le politiche, regnanti e imperatori, vanno e vengono, arrivano, piantano bandiere e emettono proclami, ma poi alla fine se ne vanno, se ne tornano in pianura, perché qui resistono solamente gli uomini veri dell'altopiano, sempre gli stessi, qualunque sia il governante del momento. 


E' gente speciale, dura e resistente che sa vivere in sintonia con la montagna, in compagnia di yak e di mandrie di pecore, e che è sempre riuscita a farcela, anche quando ci si riscaldava solo con gli escrementi di yak e di elettricità non si sentiva neppure parlare, spostandosi in sella e raggiungendo le valli basse in giorni e giorni di marcia. Quindi tranquilli, genti che arrivate fin quassù, bardati di tutto punto e girate lo sguardo intorno stupiti di tanta bellezza o spaventati per questo spettacolo a voi inusuale, con oggetti misteriosi e tecnologia di avanguardia, con auto robuste e cariche, con quattro ruote motrici, con le quali traballate lungo la strada, alla fine ve ne andrete come siete venuti e noi continueremo a vivere tranquillamente qui come facciamo da migliaia di anni, spostandoci da un pascolo all'altro fino a quando l'erba crescerà ancora e ci saremo ancora, anche quando voi smetterete di venire. Il lupo continuerà ad ululare e le aquile voleranno ancora in questa aria fina. Qui intanto la notte sta scendendo; esco fuori per misurarmi con questo cielo alieno che ti dà la sensazione di poterlo toccare, tanto è vicino. L'aria è diventata pungente e la luce è scesa a poco a poco. La corona di montagne che la posizione un poco elevata ti fa apprezzare in un orizzonte decisamente più vasto, sta uniformando il suo colore di minuto in minuto. Solo un'ora fa potevi vedere i contrafforti delle colline più vicine ancora verdi per i magri pascoli che ingiallivano man mano che si alzavano verso le cime arrotondate, al di là delle quali rocce di ogni tipo scandivano le quinte della valle. 

Il padrone
Bozzi marroni e rosati, fenditure verticali di calanchi grigi, frutto dello scavare della poca acqua che arriva dal cielo, scabri precipizi più scuri, quasi viola e poi sopra ancora le cime che si innalzano di colpo in un cerchio dal bordo seghettato da una miriade di piccole vette senza nome, completamente coperte dalle nevi, compatte, bianche ma sfumate di azzurro, lucidissime e tali da non poter distinguere dove sia ghiaccio vivo e dove neve morbida appena discesa. Ebbene tutto questo caleidoscopio continuamente cangiante, si è spento ormai ed una coltre nera di velluto scuro ha coperto ogni cosa appiattendone l'aspetto e trasformandola in una landa sconosciuta e inquietante. Il cielo è senza stelle e neppure la luna, con la sua presenza complice ed amica, è comparsa. Sono avvolto dall'oscurità piena di questo mondo antico che risuona di storie lontane, di fantasmi e di geni maligni. Vicino a me il vecchio padrone della guesthouse, è seduto e si accarezza la lunga barba nera. Mi sorride, complice, come se comprendesse i miei pensieri, come se volesse dissipare i miei dubbi, le mie paure di anziano al suo pari, forse addirittura più di lui, condividendo una consolazione tra uomini uguali, se pur apparentemente così lontani, ma nella realtà uniti da una stessa appartenenza umana. Non abbiamo detto niente, non abbiamo, credo, un linguaggio comune, ma il contatto è andato al di là delle parole. Tiro su il bavero della giacca a vento, per ripararmi dai soffi velenosi e gelati che arrivano da ovest e rientro nel silenzio ovattato della notte; lascio le scarpe all'ingresso come si usa da queste parti e trovo la strada sugli spessi e caldi tappeti colorati, fino alla mia stanza, in attesa dell'arrivo del nuovo giorno.




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Mercato di Murghab






martedì 28 luglio 2026

Pam 30 - A Murghab

La moschea di Murghab - Pamir - giugno 2026

Il macellaio di yak
Di certo questa strana città continua a stupirti man mano che la attraversi. Tutto ha il senso del provvisorio ed è disposto in modo da enfatizzare la sua natura commerciale, mantenuta in piedi esclusivamente dalla volontà di scambio di cose, di merci, di interessi. Lo stesso turismo che ormai ha una parte importante nello sviluppo urbano, contribuisce in maniera determinante a ingrossare la popolazione cittadina, aumentando il numero dei locali e delle guesthouse, con i suoi bisogni e le sue necessità, delle quali nessuna può essere soddisfatta da materiali prodotti in loco, per cui ogni cosa, per mantenere in piedi questa giostra di cui vivono migliaia di persone, deve essere fatta arrivare da lontano, cosa che porta qui continuamente altri mezzi, altra gente, altre derrate. In effetti, nel mercato trovi più o meno tutto, dai succosi cocomeri, alla frutta, banane incluse, pannelli solari assai utili perché qui l'energia è merce preziosa, a tutte le varie carabattole in plastica di provenienza cinese a costi accessibili, assieme a tessili di ogni tipo. Insomma un mercato la cui stranezza è data dai container che le contengono, piuttosto che dalle merci esposte. Gli unici negozi per così dire locali sono le macellerie che espongono grossi tagli di bestie appena macellate. Una grande yurta all'incrocio tra due strade, le chiamo così anche se si tratta solamente di viottoli fangosi, visto che a queste quote l'asfalto è cosa rara e delicata, vende solo carne di yak, con il bancone completamente occupato da un quarto dell'animale, mentre altre frattaglie, testa e zoccoli, sono impilate dall'altra parte, il quinto quarto invece, assieme a diversi tagli già sgrossati sono appesi a ganci che scendono dal soffitto. 

Gelato CCCP
E carne piuttosto scura e dall'apparenza coriacea, anche quando l'ho mangiata mi è sempre sembrata tenerissima, probabilmente è una questione di cottura. Comunque il prezzo oscilla attorno agli 8 € al kg. che considerati gli stipendi che ho sentito, non è pochissimo. Il macellaio, un tajiko impegnato a suddividere pezzi, con grandi colpi menati dall'alto con un coltellaccio a mannaia ben affilato, appare piuttosto burbero e poco disposto a darmi corda, men che meno sembra gradire foto e smancerie varie, per cui mi allontano alla chetichella senza troppo insistere per non urtarne a sensibilità. Mi è sembrato molto vicino, in quanto a rudezza del carattere, al macellaio del mio paese che tuttavia, anche se ha questo difettuccio che certo non serve ad avvicinare i clienti, spaccia carne buonissima ed a ottimo prezzo, per cui, soprassedendo sui difetti, gliela comperiamo lo stesso volentieri. A questo punto, girolando per il  mercato ecco che ad un angolo compare quella che senza dubbio è una gelateria, cioè un negozio che vende gelati confezionati, con i suoi bei tavolini e pure gli ombrelloni, visto che qui il sole brucia. Tra le marche offerte ce n'è subito una per me irresistibile, gelato al pistacchio CCCP, verde come l'aglio che più verde non si può. Comprato immediatamente, si tratta di un classico gelato a stecco un po' storto, si sarà certamente sciolto e ricongelato più volte, ma piuttosto buono e cremoso come da tradizione sovietica. 

Dal gelataio
Ricordo ancora con grande nostalgia quelli che vendevano a Mosca agli angoli delle strade, delle vecchie babuske sorridenti, sedute su seggiolini di legno anche a febbraio con -20°C sotto zero, a fianco dei grossi contenitori che offrivano il Kvas. Bei tempi gli anni '90, per chi arrivava lì dall'estero. Qui, la gelataia, chiamiamola così, è invece un bel donnone sorridente coi denti d'oro come da tradizione, che ci porge i gelati con gran soddisfazione. Ci sediamo vicino e attacchiamo subito bottone, visto che lei chiacchiera con piacere. Chiarisce subito di avere quattro figli già grandi, tutti andati in città, capiamo subito che questo è il destino dei giovani in questo paese di frontiera e di passaggio, uno addirittura ha vinto una borsa di studio e studia all'università di Shanghai e le sta dando evidentemente grandi soddisfazioni, da come ce lo racconta. D'altra parte è un po' il sogno di tutti i ragazzi qui, poter andare all'estero a studiare e poi a lavorare per cercarsi un futuro con più opportunità e la Cina e la Russia (adesso questa un po' meno, perché rischi di finire invischiato in qualche trincea) sono sempre stati i paesi più attraenti. Però alla fine, stimolata su altri argomenti, dice che le cose negli ultimi tempi non stanno andando per niente male, almeno da queste parti, insomma quando gira il soldo, alla fine la gente è contenta e si vede. 

Il minareto
Infatti nel cortiletto pieno di tavolini, entra un sacco di gente, ragazze giovani vestite in modo assai moderno e spigliato, anche se sono poi molto timide e non ci danno confidenza più di tanto se pure buttano l'occhio e ridacchiano tra di loro. Diverse mamme coi bambini, con passeggini di lusso, che se ne vanno alla fine ognuno col suo gelato, insomma il business corre e tutti sono contenti. Intorno al mercato corrono le strade principali del paese e nel pomeriggio arrivano mandrie di yak a percorrerle, lasciando qua e là il ricordo del loro passaggio, per carità, tutta roba benedetta che raccolta e debitamente essiccata sarà tanto buon combustibile, utile nell'inverno venturo. Lontana, nella piana, più in basso e vicina al fiume, che porta lo stesso nome della città e che forma una serie di meandri complicati, che  finiscono per impantanare la parte più bassa della valle, c'è, isolata dal paese, l'antica moschea, forse uno degli edifici più datati della zona, costruita nello stile pamiro, simile a quella che avevamo già visto ad Alichur. E' una bassa costruzione quadrata che racchiude una grande ma semplice cupola centrale, con due tozzi minareti ai lati. La porticina è chiusa e non ci sono presenze attorno a cui rivolgersi. Guardando meglio la porta si riesce a forzare in qualche modo ed entriamo nel giardinetto interno e poi nella saletta di preghiera con una semplice nicchia bianca rivolta alla Mecca e un Minbar sempre bianco ma più ornato di disegni dorati. 

Lenin
All'esterno i muri di mattoni dipinti di bianco, che con la loro alternanza di vuoti e di pieni contribuiscono a formare i bei disegni comuni nell'Asia centrale, con le costolature ed i rilievi a disegnare decorative cornici, ripassate in un azzurro che le evidenzia maggiormente. Un angolo di raccoglimento davvero piacevole ed intenso, completamente privo di presenze umane, dopo la confusione del mercato. Arrivano anche quattro tedeschi piuttosto anzianotti, che vista la porta chiusa rinuncerebbero al tentativo di visitare il sito, ma noi li spingiamo ad osare, così entrano e poi escono contenti anche loro. Torniamo in città ed ecco all'ingresso, sull'incrocio delle vie che vanno verso Osh, troneggia un monumento particolare che racconta come queste zone abbiano conservato un mood, che in tutte le altre parti dell'impero ex sovietico è stato abbandonato da tempo, anzi direi proprio cancellato. Infatti ecco che sul suo bel piedistallo piastrellato, un tempo si diceva alla palladiana, troneggia orgogliosa una grande statua similmarmorea, più verosimilmente di gesso bianco ad imitare una provenienza carrarina, di Lenin, nella sua posizione standard di arringare alla folla con la mano destra alzata per enfatizzare il momento. 

Kirghizo
Insomma è chiaro che qui come in diverse altre parti dell'Asia Centrale, come del resto abbiamo potuto constatare nei giorni precedenti, non si è mai abbattuta la furia iconoclasta che ha attraversato invece il resto dell'impero, che di queste figure archetipe di ideologie del passato non vuole più sentire parlare. Qui invece mi sembra che un certo rimpianto, anche se non conclamato ufficialmente sia rimasto quantomeno nelle vecchie generazioni, in riferimento a tempi che, tutto sommato, da queste parti sono sembrati più tranquilli e che in molti casi avevano portato ad un miglioramento di condizioni di vita che all'inizio del secolo scorso erano decisamente più severe. A questo punto non ci resta che andare a posare i bagagli nella nostra guesthouse, che ci attende in un punto sopraelevato, una collinetta dalla quale puoi vedere la distesa di case bianche di Murghab ai tuoi piedi. Si vede subito che il livello è superiore a quanto abbiamo visto nei giorni precedenti nelle lande desolate dell'altopiano. Qui siamo sempre in una zona estrema, ma ormai sono abituati al turismo, essendo questo il posto di tappa obbligato per tutti e quindi quelle che all'inizio erano case adattate alla meglio, si sono strutturate decisamente in modo più moderno per accogliere ospiti di tutto il mondo. Gli interni sono ristrutturati, i bagni sono interni nei corridoi e le camere se pur mantengono lo stile locale con profusione di tappeti a terra e alle pareti, sono decisamente confortevoli. Cominciamo a posare le valige, poi faremo un giro intorno anche per socializzare con i molti ospiti della struttura, tutta gente all'apparenza molto interessante. 


Ragazza Kirghiza





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lunedì 27 luglio 2026

Pam 29 - La Pamir Highway

montagne dell'altopiano - Pamir, Tajikistan - giugno 2026


La Pamir Highway
Sono sempre un po' arrugginito alla mattina presto, quando poi la notte si passa in quota e checché se ne dica 4000 è sempre una bella cifra, è ancora più dura, anche se, per la verità, potrebbe essere solamente una sensazione questo leggero mal di testa che mi perseguita fin da quando ho cercato di raggiungere il baraccotto in fondo al cortile, dove sfogare l'accumulo della notte. D'altra parte per queste cose bisogna un po' adattarsi, se pensi che a Marco Polo sarà toccato andare dietro a qualche duna, col rischio di perdersi per sempre, richiamato dalle voci dei jin, gli esseri malefici della tradizione che amano confondere la strada nei deserti ai viaggiatori. Però potrebbe essere tranquillamente il cuscino che non è andato troppo d'accordo con la mia cervicale, che è sempre un po' tignosa. In effetti quando mi sono mosso un poco, è passato tutto e tra le altre cose, non fa neppure il freddo che temevamo, anzi con addosso un pile leggero, non si sta affatto male e ormai il sole sta salendo dietro le colline lontane e il cielo diventa ad ogni momento più azzurro. A colazione poi, c'è addirittura la marmellata! Insomma cercano di farsi i clienti anche ad Alichur e quando fai un giretto a piedi per sgranchirti le gambe tra le case basse e un po' anonime del paese, l'orizzonte ti si svela subito, chiaro e pulito e devo ammettere che questo è uno dei panorami più bello di tutto il viaggio, così solitario e severo da darti la sensazione di essere davvero fuori dal mondo, almeno dal tuo mondo, quello delle certezze a cui ti sei abituato, come se fossi stato depositato fin quassù da una astronave e adesso ti stessi chiedendo come fare a sopravvivere, dove trovare modo di andare avanti in cerca della tua civiltà. 

Mandrie ad Alichur
Lontano, in fondo alla valle, un avvallamento che forse raccoglie meglio l'umidità che scorre dalle colline che lo circondano, permette il crescere di una leggera coltre di erba, una peluria a metà strada tra il verde stentato e il giallognolo della secchezza prematura. La mandria di yak si è spostata laggiù, forse per approfittare della frescura del mattino e gli animali mostrano i dorsi pelosi anche se a quelle distanza ti appaiono solo come piccole macchioline immobili all'orizzonte. Tra le case, gli unici mezzi meccanici che scorgi sono qualche vecchia Lada Niva ed i famosi e indistruttibili camioncini sovietici UAZ, che evidentemente resistono bene nei territori più difficili. Sembra davvero di essere ancora in quel mondo ormai dimenticato anche da queste parti. I camion cinesi che erano parcheggiati davanti alla trattoria, sono già partiti tutti, questa è gente che non ha tempo da perdere e Dushambé con le sue sirene di città moderna, è ancora molto lontana da quassù. Ma quando viene l'ora di partire, non possiamo che continuare a girare l'occhio tutto attorno in cerca di scenari da fotografare, uno più affascinante dell'altro. Dopo una dozzina di chilometri ecco il piccolo specchio d'acqua della sergente Al-Balik (del pesce bianco) a cui facevo accenno ieri. Effettivamente le acque sono limpidissime e si scorge il fondo, che non capisci quanto profondo proprio a causa della perfetta visibilità. 

Yak
Qualche pesce guizza qua e là, ma vicino alla riva tutto è coperto da rigogliose piante acquatiche che nascondono la sua decantata visibilità cristallina. Ci metteremo almeno quattro ore per fare la novantina di chilometri sull'altopiano che ci separano da Murghab, il capoluogo del Pamir orientale, tanto per certificarvi lo stato della strada. I saliscendi non sono molti e la strada serpeggia tranquilla nella valle, solo il fondo è talmente disastrato che consiglia di lasciarla non appena è possibile per percorrere un tracciato alternativo al suo fianco, dove per lo meno non ci siano continui residui di asfalto diroccato che producono certamente un continuo massaggio, ma non so di quanto beneficio sia per la mia cervicale. Comunque il  mal di testa è passato anche se la quota oscilla sempre tra i 3700 e i 4200. Abbiamo appena fatto un passo a questa quota, ma al di là del fatto che non è segnalato neppure da un misero cartello, non è neppure chiaro quale sia il punto di maggiore sopraelevazione. In fondo questa è una cosa davvero di minima importanza, lo spettacolo invece continua ai nostri fianchi con una serie di pareti di roccia dalle formazioni imponenti e globose, come se le condizioni atmosferiche ne avessero graffiato via con mani adunche, tutto il terreno inutile che le ricoprivano, lasciando alla luce questi pannelli di roccia marrone impilati in colonne quasi regolari, in mammelloni scabri e taglienti, in calanchi scavati dal tempo. 

Ibex
Questa è la zona dove allignano gli animali servatici del Pamir e che proprio per la loro selvaticità, non si vedono mai. Non fatevi illusioni, ma del famoso leopardo delle nevi non ci sono tracce e neppure delle pecore di Marco Polo (Ovis ammon Polii). Solo per caso, lontanissime, tanto che nel paio di foto che ho scattato per puro obbligo di firma, risulteranno praticamente irriconoscibili, scorgiamo un paio di Ibex, il famoso stambecco del Pamir, il cui maschio vanta corna che arrivano addirittura a 150 cm, di cui abbiamo visto qualche teschio nei tempietti Oston. Ma sarà la distanza o il fatto che fossero femmine, ma di questi non riusciamo neanche  a vederle queste fantomatiche corna. Niente da fare, oltre le aquile dell'altro giorno, qua intorno siamo perseguitati solamente dalle marmotte, grasse come porcellini e con mantelli così spessi da farle sembrare palle di pelliccia fulva e lucidissima, che corrono via come saette mostrandoci le terga in segno di scherno, non appena facciamo un tentativo di avvicinarle per fotografarle più da vicino. Alla fine, una si prende pietà dei miei sforzi, all'improvviso si ferma, sale su un monticello di terra e si mette in posa mostrandomi gli incisivi con un bel sorriso. Non incrociamo neppure quasi nessuno lungo la strada, per i camion bisogna aspettare il pomeriggio. 

Marmotta
Dopo un po' ecco che passano due ciclisti, che arrancano come disperati lungo la pista sassosa, che per noi è solo in leggera discesa, ma che fatta in bici a questa altitudine deve essere davvero una sfida sovrumana ai polmoni ed alle gambe. Noi diciamo che è gente che si vuole male, ma certo che quando arrivi alla meta deve essere una gran bella soddisfazione. Comunque la mattinata passa tra sguardi meravigliati e oooh di stupore davanti a sfilate di montagne sempre diverse, pronte a mostrare il loro lato migliore. I colli si fanno più bassi e di contrasto alle loro spalle le montagne vere, alzano sempre di più le loro cime completamente bianche di neve, mostrando il nero della roccia viva solo nei loro punti più scoscesi. Quando è da poco passato mezzogiorno la valle si allarga decisamente mostrando un vasto territorio ondulato e circondato di montagne lontane. Al centro della valle, la cittadina di Murghab, la più importante di tutto il Tajikistan orientale, si stende pigramente in un terreno scostante e alieno per la vita umana. Questo sito infatti, è davvero una anomalia nel suo genere. La prima cosa che ti domandi infatti è cosa abbia spinto qualcuno a venire a stanziarsi qui, un luogo dove l'agricoltura è impossibile, i pascoli sono avari e poverissimi, le temperature arrivano a -50°C in inverno e a +40°C in estate e può nevicare in qualsiasi giorno dell'anno, oltre ad essere molto lontano da raggiungere. 

Il mercato di Murghab
In effetti la zona è considerata come un deserto di alta quota con scarsissime precipitazioni, venti forti e tempeste improvvise. Mancano inoltre le fonti energetiche, il riscaldamento essendo garantito solo dalle deiezioni degli yak essiccate e solo oggi supplite da pannelli solari e carbone portato in loco da lontano. La spiegazione è semplice, qui siamo al centro di un'area strategica, quella che è l'attuale Pamir Highway all'incrocio con la strada che, attraverso il passo di Kulma porta in Cina e quindi è stata ampiamente contesa da Russi, Inglesi e Cinesi alla fine del XIX secolo. I Russi insediarono per primi nella valle il Pamirsky Post, dove c'erano solamente pochi pastori nomadi Kirghisi con i loro yak, resistenti a queste condizioni estreme e furono anche quelli che costruirono la strada moderna ancora oggi attiva per collegare Dushambé a Osh. Poi è stato tutto un tira e molla per avere il controllo della zona fino alla guerra tra Kirghizistan e Tajikistan quando la zona era stata quasi del tutto abbandonata. Adesso le acque sono calme e anche la Cina ha capito che è molto più conveniente lasciare le cose come stanno e fare affari sfruttando il corridoio commerciale che si è creato sulle tracce di quello che c'è sempre stato in passato. Il sito, che come ho detto, era abitato prevalentemente da Kirghisi, la maggior parte dei quali con doppia cittadinanza, che tuttavia adesso è stata vietata, ha visto cambiare negli ultimi anni la situazione. Infatti il governo ha rafforzato in maniera consistente la presenza tajika in città, al punto che oggi la presenza di entrambe le etnie si equivale. Infatti se si osserva con attenzione la parte più recente del mercato, si nota che questa è occupata quasi esclusivamente da commercianti tajiki, al contrario di quella vecchia dove prevalgono i Kirghizi che in passato godevano di maggiori opportunità, in quanto la maggior parte delle merci arrivava dalla vicina Osh, mentre adesso che questa rotta è stata ridimensionata, quasi tutto viene trasportato direttamente da Dushambé e questo ha gradualmente modificato gli equilibri etnici e commerciali della città che ha anche aumentato di molto i suoi abitanti fino a diventare così un importante centro commerciale tra stati confinanti e complice la crescita del turismo, anche punto di tappa fondamentale sulla M41. Così questo melting pot di culture diverse, ricordiamo che i Kirghisi sono di origini turchesche, mentre i Tajiki hanno radici iraniche, rende questo luogo interessante non solamente come crocevia commerciale, ma anche per l'incontro e la mescolanza di culture diverse e davvero tutto questo lo rende speciale.

Ragazza kirghiza
Una delle parti più interessanti della città è il mercato, un luogo del tutto sui generis, costituito unicamente da una serie di container trasformati in negozi ed abitazioni, dove l'esposizione delle merci ed il commercio di ogni tipo di materiale si svolge in continuo. In effetti ci sono tutte le caratteristiche comuni di un mercato orientale, da ogni tipo di negozio, ai banchi per il cibo di strada ai magazzini per conservare il materiale, ma tutto si svolge in quello che sembra una discarica di materiali da trasporto abbandonati uno vicino all'altro, dei quali un gruppo di persone, in cerca di sistemazione, ha preso il controllo, tagliando porte e finestre per renderli abitabili e poi per usufruirne per questo luogo di scambio, che appare come l'emblema del provvisorio, in attesa che accada qualche cosa a regolamentare il viver civile. In effetti poi trovi di tutto come in qualunque mercato, è solamente la stranezza della disposizione che lo fa apparire come un campo profughi adattato al commercio. Gli uomini indossano quasi tutti il cappellino kirghiso, quella corta feluca bianca ricamata che si posizione alta sulla testa, le donne con fazzolettoni colorati attorno alla testa, hanno tutte caratteri orientali, con il lungo e conturbante taglio degli occhi che le rende belle ed esotiche al tempo stesso. Passeggiamo un poco tra i magazzini, non saprei come meglio definirli, poi andiamo a mangiarci un pollo fritto con patate e tè al limone. 

Kirghizi al mercato


Murghab
SURVIVAL KIT

Murghab - Capoluogo del Pamir orientale con circa 6000 abitanti a 3650 m. Il miglior luogo di tappa di questa zona, importante per la sua posizione logistica. Da vedere la moschea e il particolare mercato cittadino. Se avete uno o due giorni in più da dedicare alla zona, molto particolare e unica per la sua posizione strategica, potrete vedere nei dintorni: a 7 km, un'area tombale a Kana-Kurgan; a 10 km a sud della città, c'è un santuario che accoglie e cura i leopardi delle nevi feriti prima di rimetterli in libertà. Si possono vedere e fotografare, ma è sempre uno zoo. A circa 45 km il villaggio di Rangkul, col vicino lago di Shorkul, in uno scenario di deserto di montagna che dicono essere uno straordinario paradiso ornitologico. A circa 50 km nella valle di Kurteskei, ma qui bisogna dedicarci una intera giornata c'è la grotta di Shakhty, scoperta negli anni '50, che ospita una incredibile serie di dipinti in pigmento minerale rosso, di epoca addirittura paleolitica, con scene di caccia all'orso, cinghiali e un particolare uomo uccello di difficile interpretazione. Ci sono poi postazioni militari sovietiche abbandonate e l'osservatorio di Shorbulak oltre a moltissime opzioni di trekking. In agosto qui si svolge il festival sportivo At Kabish, coi giochi tradizionali a cavallo, tra i quali il Kok-Buru (conosciuto anche come Buzkashi, negli stati vicini) in cui, cavalcando, bisogna portare in un cerchio una carcassa di capra e anche molte altre competizioni a cavallo come il Kiz-Kuumai in cui l'uomo (lo sposo) deve catturare la sua ragazza inseguendola a cavallo e cercare di baciarla. La ragazza, per contro, può tranquillamente prenderlo a frustate, se preferisce. Vi si svolge anche la caccia con l'aquila come nella vicina Mongolia.




Guesthouse Erali - Murghab
- In bella posizione sopra la città, tenuta da due simpaticissimi anziani, frequentata da viaggiatori interessanti per scambiarsi informazioni ed esperienze. Sala da pranzo in stile sovietico con ori e lampadari e moltissimi tappeti alle pareti. Stufa in camera.  Cena ricca con samosa alle patate e minestra, un sacco di dolciumi. Camere ragionevolmente accoglienti, spaziose con letti grandi. Bagni in corridoio, pulito.

Il mercato

Donne al mercato
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