venerdì 7 agosto 2026

Pam 38 - I parchi di Osh

Al parco - Osh - Kirghizistan - giugno 2026

 

La guida
Ma il parco centrale della città racconta anche la sua storia, infatti, proprio al centro c'è un interessantissimo museo, anch'esso denominato museo Regionale della storia e dell'archeologia, dove oltre ad una serie di reperti che partono dal periodo neolitico, si arriva fino ai giorni nostri, includendo tutta una serie di manufatti che illustrano anche il folklore kirghiso. L'esposizione vuole soprattutto magnificare la lunga storia trimillenaria della città, che ambisce ad essere una delle più antiche realtà abitate continuativamente nell'Asia Centrale. Ci accompagna una deliziosa ragazzina che ci tiene a fare bella figura, rivelandoci alla fine di essere ai suoi primi giorni di lavoro e quindi ce la mette tutta, sfoderando il suo ottimo inglese, del quale ci complimentiamo, strappandole un sorriso trattenuto da un soffuso rossore del viso che subito abbassa pudicamente, per raccontare tutte le notizie in suo possesso riguardanti gli oggetti esposti. La parte decisamente più interessante è quella dedicata ai costumi ed ai manufatti delle etnie della zona, che presentano una serie strepitosa di antichi tappeti dai colori meravigliosi e dai disegni molto particolari, assieme a tutta la strumentazione per produrli. La sezione finale presenta tutti i personaggi locali meritevoli di memoria, con una valenza, mi è parsa soprattutto politica, tesa a magnificare sia il regime passato che quello presente. 

Tappeti
Con mia grande meraviglia, non compare nessun cenno tra i personaggi letterari e della cultura in generale, dello scrittore Ajtmatov, il grandissimo letterato del secolo scorso, forse il maggiore della letteratura kirghiza moderna, che ha cantato la sua terra e le sue incomparabili bellezze in tanti famosi libri tradotti in tutto il mondo. La ragazza è un po' caduta dalle nuvole, ma ci sta assolutamente. Può essere che lo scrittore sia considerato sovietico a tutti gli effetti, visto che ha scritto la maggioranza delle sue opere in russo, ma è davvero curiosa questa dimenticanza, che di certo avrà le sue motivazioni. Io rimango legato alla lettura dei suoi libri dove questa terra viene idealizzata e raccontata con l'amore poetico di chi per tutta la vita l'ha avuta come terra di origine e di indimenticata affezione. Poi è la volta del Jayma Bazar che è sempre stato considerato, assieme a quello di Tashkent uno dei più interessanti dell'Asia Centrale. Tuttavia devo anche qui, riferirvi di una polemica in corso, infatti questo antico e famoso Bazar, qualcuno lo raccontava addirittura come vecchio di 2000 anni, autentica testimonianza di cosa significava la vera Via della seta e che si estendeva per chilometri lungo la riva del fiume Ak Buura, non esiste più da quando nel 2025, una pesante inondazione ha provocato moltissimi danni e quindi ne è stato deciso lo spostamento fuori città, per evitare questi problemi che pare fossero abbastanza ricorrenti. 

Feltro kirghizo
Questo naturalmente ha fatto perdere tutta quella patina di antico e di caratteristico che portavano con sé i vecchi banchi, le viuzze contorte in cui si facevano largo le carrette dei trasportatori di merci, le grida dei venditori per attirare i clienti e tutto quel fascino tipico dei mercati orientali, anche se quello moderno e ancora in fase di completamento, davvero enorme, perché raccoglierà alla fine anche tutti gli altri mercati della città, è, come si può pensare, molto più razionale ed efficiente, potendo presentare le merci in maniera molto migliore e comoda per i clienti. Tuttavia le male lingue, e dove non ci sono, dicono che lo spostamento è stato forzato dalla speculazione edilizia che da tempo ambiva ad appropriarsi delle centralissime aree dell'antico Jayma bazar, per ovvi motivi. Certo le descrizioni che si leggono sul web del vecchio mercato lo fanno apparire come una delle meraviglie da non perdere, per chi veniva da queste parti. Noi ci facciamo un bel giro e devo dire che le merci esposte sono davvero moltissime, ben suddivise come di solito quaggiù per le varie tipologie, dagli alimentari, alle attrezzature, alla zona del tessile e c'è anche un piccolo spazio per l'oggettistica più gradita al turista di passaggio, addirittura le famigerate calamite da frigo, che ormai hanno infestato tutte le parti del mondo, anche le più remote. 

Cappelli
Io non mi faccio mancare naturalmente l'occasione di acquistare un cappello kirghiso che si aggiungerà così alla mia collezione, aumentando ancora la quantità di materiale che dovrà essere smaltito quando cesserò di imporre la mia inutile presenza a questo pianeta (sono particolarmente di cattivo umore oggi, vero? ma tranquilli, che tutto passa). Per il resto girate con calma e lasciatevi conquistare dalle sfilate di frutta secca, tipiche di questa parte del mondo, meravigliandovi per  la varietà infinita con cui vengono composti i banchi espositivi, non immaginando che possano esistere tante differenti tipologie di uvetta o le forme in cui vengono presentate le albicocche secche, e poi le more, i datteri, i caki, le pesche, i lamponi o le ciliegie e tante tante altre. E poi la frutta fresca, bella e rigogliosa se pure un po' cara per il loro potere d'acquisto; la sezione delle carni, presentate sui banconi appena macellate, con la tipologia completa che caratterizza le loro abitudini alimentari, in particolare teste, frattaglie varie e addirittura occhi, che qui sono considerate tutte squisitezze. Insomma sarà pur nuovissimo e moderno, ma il folklore rimane comunque antico, per cui vale assolutamente la pena di farci un salto. E poi sarà pure tutto nuovo e moderno, ma agli angoli dei corridoi che delimitano le zone, ci sono pur ancora i baraccotti con l'ombrellone e la donnina in attesa col fazzolettone colorato in testa ed i denti d'oro, che vendono il kvas, come se ci fosse ancora l'Unione Sovietica e nulla fosse cambiato. 

Kvas
Era questa una bevanda popolarissima nel secolo scorso, fatta dalla fermentazione degli scarti del pane, con un sapore leggermente acidulo che durante l'estate era considerata la bevanda più dissetante a disposizione e se ne faceva un uso enorme in  tutte le parti dell'impero e che consideravo ormai del tutto scomparsa ed invece eccotela qui, come solo avevo visto in Transnistria qualche anno fa, altro residuato di un'URSS e ormai scomparsa dai radar. Poi, appagata la curiosità, torniamo al grandissimo parco sul fiume, che si estende per chilometri sulla riva opposta del fiume, proprio di fronte al vecchio sito del mercato, non prima di essere passati a visitare una grande chiesa ortodossa, residuo della passata cultura russa. Un edificio piuttosto grande in corso di restauro, che presenta una grande sala con una iconostasi al fondo ricoperta di icone ottocentesche. La chiesa è quasi deserta, c'è solo un vecchio che chiacchiera dei bei tempi che furono, con una signora bionda di considerevoli dimensioni, sicuramente un residuato russo anch'essa, rimasta qui per qualche misterioso motivo; fuori ci sono tracce dei lavori in corso, con i sacchi di cemento ammucchiati nel grande giardino in disuso, vicino alla serie di campanelle di diverse tonalità che magari presto saranno rimesse in funzione. 

L'iconostasi
Poi noi filiamo via verso il parco, ma prima di arrivarci siamo bloccati da una serie di transenne; tutto il centro cittadino è controllato dalla polizia, perché è in corso di svolgimento un grande comizio popolare tenuto dal Presidente nella piazza principale della città. Le elezioni sono vicine e, anche se qui gli esiti sembrano piuttosto scontati, la propaganda vuole la sua parte e da queste parti, le manifestazioni politiche assemblano sempre una quantità di folla considerevole. Noi allora facciamo un lungo giro per arrivare al fiume e poi ci godiamo il resto della giornata a passeggiare in questo parco immenso dove puoi renderti conto abbastanza bene di come passino la giornata gli abitanti della città. Il parco, da sempre, in tutta la Russia ed i suoi satelliti, ha avuto una importanza fondamentale nella vita quotidiana e in quella di relazione degli abitanti. Un tempo le case non erano decisamente confortevoli, sia dove si era costretti ad essere stipati nelle komunalke, case in comunità dove venivano stipate più famiglie a causa della carenza abitativa del dopoguerra, sia nelle successive krushiovke, abitazioni di quattro piani, costruite in fretta e furia, in serie, sempre per la stessa causa e diffuse in tutta l'Unione, veramente basiche e presto malridotte a causa delle carenze costruttive e dei materiali utilizzate e quindi gli abitanti delle città, hanno sempre avuto l'abitudine di trascorrere, quando le condizioni atmosferiche lo permettevano, molto tempo nei parchi, quasi sempre molto ben attrezzati e curati. 

Mutande al mercato
I parchi presentano così tutta una serie di strutture disponibili, dai kioschi (nome russo passato anche al nostro linguaggio), alle bancarelle di snack, gelati e ogni altra specialità alimentare dei vari luoghi, nonché di parchi giochi per grandi e piccini e tante panchine dove schiere di persone passavano il tempo a leggere, dappertutto infatti, quando non esistevano ancora i telefonini, non facevi che vedere gente con libri in mano, sia sul tram che nella metropolitana. Insomma un luogo deputato a trascorrere il tempo in maniera piacevole, anche con piccoli spettacoli e artisti di strada oppure da dedicare al semplice riposo. E questa continua ad essere l'atmosfera di questi parchi, ancora più belli oggi in cui forse è maggiore la cura del verde e dei giardini, rendendoli davvero spazi che rallegrano le città e le rendono assolutamente più vivibili. Generalmente inoltre in tutti i parchi sono sparse le varie attività culturali, esposizioni e spettacoli, che li rendono quindi meta costante degli amanti dell'arte e della musica. Qui ti rendi conto di come vive la media delle persone, di come si veste, di come si comporta, dandoti la possibilità di cercare di capire anche solo visivamente come gira il paese. Qui adesso tutto sembra muoversi con una certa calma e serenità, le persone non sembrano messe affatto male, consumano e si comportano come in tutti i paesi dell'Occidente, a dimostrazione che i supposti gap culturali sono molto meno grandi di quanto si pensi. 

al parco
I bambini fanno i capricci nello stesso modo e nello stesso modo vengono tacitati, i ragazzi si muovono a gruppetti occhieggiando le ragazze, vestite in modo assolutamente disinvolto, anche se mescolate con qualche veste più lunga o qualche sporadico velo; le coppiette si guardano negli occhi sulle panchine e i chioschi si affannano a distribuire gelati, mentre sfrecciano file di monopattini motorizzati, sfiorando passanti che si innervosiscono e mandano loro coloriti accidenti. Niente polizia in giro e un senso di assoluta sicurezza dappertutto. Di tanto in tanto, ecco un gruppo di giostre, c'è il classico bruco mela che tanto affascinava mia figlia da piccola, i tiri a segno, la palla da colpire col pugno per dimostrare la forza dei giovanotti e naturalmente non manca la nostra calcinculo, sembra anche qui gettonatissima, anche se manca del fiocco che, quando acchiappato ti dava diritto ad un altro giro gratis. Giriamo a lungo, chiacchierando quando capita con qualcuno che attacca bottone, curioso di trovare stranieri a passeggio, ma il parco non finisce mai e noi continuiamo a camminare ed alla fine ci accorgiamo di aver fatto quasi una decina di chilometri senza esserci fermati. 

Spaghetti cinesi
Ho i piedi gonfi come delle zampogne, ma bisogna camminare ancora per un chilometro buono per raggiungere l'auto di Jamshed che ci aspetta in fondo ad una delle corsie principali sul lungofiume. Il traffico in città è piuttosto intenso, segno che la motorizzazione continua a passo veloce e quindi a noi non resta che terminare la giornata in un famoso ristorante per famiglie, molto popolare e sembra anche frequentatissimo, visto che fatichiamo a trovare un tavolo. Ci sistemiamo alla fine sotto una grande balconata in legno, il ristorante è a due piani, dove ci facciamo una serie dei classici agnolottoni alla russa, i famosi pelmeni fritti e poi spiedini, insalate varie, per finire con una strepitosa composta di amarene, deliziosa e anch'essa portatrice di lontani ricordi. Le composte russe sono un classico, quasi sempre presenti in tutti i ristoranti tradizionali che si rispettino. L'ambiente è molto piacevole ed animato. Tiziana alla fine cerca un bagno e chiede ad una robusta madamona, che la prende subito sottobraccio e la porta a destinazione informandosi di provenienza, età, numero dei figli e tutte le altre informazioni utili essenziali, mentre io rimango come al solito sbalordito ad ammirare il cuoco cinese che fa gli spaghetti a mano, tirando la pasta per tutta la lunghezza delle braccia, con una manualità che non è solamente tecnica cuciniera, ma vero e proprio spettacolo. 

al mercato


nel parco
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tappeti










vestiario








giovedì 6 agosto 2026

Pam 37 - Osh, melting pot dell'Asia Centrale

bellezza kirghiza - Osh  - Kirghizistan - giugno 2026

 

La terrazza
Proprio così, siamo scesi a valle, mentre i pastori salgono al monte perché sta arrivando l'estate, forse anche perché noi cittadini non riusciamo a resistere al richiamo della città, delle auto, dei mercati, di quella che chiamiamo vita moderna che relega ad un passato lontano quella realtà agro-pastorale che forse qui in questo mondo, non è ancora completamente dimenticata, anche se diciamo la verità di giovani in montagna, non ce ne sono poi molti. Anche loro, forse, col poeta "han bevuto profondamente ai fonti alpestri che sapor d'acqua natia, rimanga nei cuori esuli a conforto e a lungo illuda la lor sete in via". Mah, qui ad Osh, credo preferiscano andare a farsi una bella birra fresca in un locale del centro o al limite una Coca zero, visto che qualche ragazza comincia a metter su anche qui, un po' troppa carne sui fianchi. Piacerà pure, ma le sirene delle influencer, ce ne sono anche qui state tranquilli, e gli stimoli delle televisioni sono più forti. Comunque sia, come vi ho detto, la via del Pamir è finita, le montagne sono ormai lontane, anche se la nostra via della seta continua, la Cina è troppo vicina e troppo intelligente per lasciarla morire, anzi, diciamo pure che è in pieno sviluppo ed i nuovi bracci delle ferrovie dei merci ad alta velocità, si stanno terminando anche in questi tratti laterali e presto la rete abbraccerà, in un bozzolo foriero di danari, tutti questi territori, ridando vita ad un fruttuoso rifiorire di scambi commerciali e via tutti contenti. 

il museo
Qui siamo ormai lontani dalle grandi montagne e dai pascoli verdeggianti e anche se è pur vero che il Kirghizistan si può ancora considerare una terra di seminomadi dediti all'allevamento del bestiame ed al commercio dei loro sottoprodotti, la realtà è che anche qui si cammina e il nostro mondo ed il suo modo di vita, non è più molto distante. Oggi lo dedicheremo tutto a conoscere un po' dal di dentro questa grande città. Cominciamo dal punto più famoso ed importante, non foss'altro per il fatto che il monte, l'enorme roccia piazzata al centro della città che la domina completamente, è meglio visitarla alla mattina, quando ancora la temperatura è clemente, mentre man mano che la giornata avanza, la scalata delle centinaia e centinaia di gradini, diventerebbe una vera e propria tortura. Non ci sono dubbi che la montagna sia uno di quei punti cruciali dove si indovinano linee di forza che qui si incrociano magicamente, portando a credenze di particolari poteri taumaturgici e salvifici di cui beneficiare solo salendone i sentieri, visitandone le grotte e così via. Da sempre infatti questa escrescenza, che domina la città come la gobba di un cammello che emerge dal suolo, ha attirato ogni credo religioso che abbia attecchito da queste parti, quindi non stupisce che anche oggi sia sede di costruzioni religiose. sparse sulla sua superficie. 

le grotte
D'altra parte gli insediamenti qui intorno risalgono ad oltre 3000 anni fa e sono state trovate alle sue pendici, testimonianze dell'età del bronzo, senza contare le leggende sul passaggio di Alessandro e di Salomone a cui si attribuisce anche il nome stesso della città. Tuttavia la curiosità più importante che lo caratterizza è il Museo che si è stabilito in epoca sovietica all'interno delle grotte che lo percorrono in lungo ed in largo come un gigantesco formicaio. I materiali esposti cominciano dal paleolitico e proseguono attraverso i ritrovamenti dell'epoca del bronzo e per tutte le epoche successive sino all'arrivo dell'Islam. Proseguiamo attraverso scale e scalette all'interno della montagna fino ad emergerne al di fuori, su una terrazza da cui puoi osservare la vista della città ai tuoi piedi. Sui fianchi del mondo c'è un grande cimitero con le cappelle delle varie famiglie in mattoni, attorno alle quali l'erba cresce rigogliosa in questa stagione ed è pieno di contadini che la sfalciano facendone grandi fasci da portare a valle per alimentare gli animali. Poi le scale si snodano attorno alla roccia per salire fino in cima. Per fortuna che saggiamente abbiamo scelto di fare la salita di prima mattina perché il sole comincia a mordere e quando arriviamo fino in cima è tutto uno sbuffare. Qui c'è una piccola cappella islamica, la Dom Babura. Siamo infatti nel punto dove Babur fece costruire un piccola moschea sentendo la sacralità della montagna, edificio più volte distrutto e ricostruito, da terremoti o da invasori di vario genere, non ultimo la misteriosa esplosione che la ridusse in frantumi nel 1960, secondo alcuni provocata dal regime per eliminare la "superstizione" islamica, visto che qui continuavano a convergere pellegrini da tutti i paesi vicini. 

il cimitero
Oggi è nuova e nella cappella trovate un custode uzbeko che, bardato da religioso, dispensa benedizioni dietro l'elargizione di piccole offerte. Qui siamo proprio in cima, vicino al punto dove svetta la bandiera rossa kirghiza, col simbolo giallo al centro che rappresenta la sommità della yurta. Poi scendiamo lentamente dalla parte in ombra fino al giardino che c'è alla base e che circonda una bella moschea, modernamente attrezzata, dalla futuristica cupola argentata, la Kurmanjan Datka. Entro nella grande sala di preghiera, che però al momento è completamente deserta, c'è solo un ragazzo che studia il Corano ciondolando isotonicamente il capo, mentre pronuncia i versetti delle sure. Faccio anche una visita ai servizi, più per necessità che per una mera curiosità e noto che sono assolutamente moderni e forse appena costruiti. Lì vicino invece c'è un piccolo museo di arte contemporanea kirghiza, che espone opere pittoriche di artisti recenti, che mi sembrano offrire un certo interesse con i loro colori ricchissimi e fantasiosi. Devo dire che gira gira, abbiamo passato tutta la mattina sulla montagna, speriamo di averne assorbite almeno le pulsioni spirituali che vanta. Sicuramente questa presenza incombente è uno dei motivi per il quale si attribuisce al sud del paese, di cui Osh rappresenta il punto focale, una certa qual maggiore predisposizione a scivolare verso l'estremismo religioso e c'è chi dice che negli ultimi anni da queste parti siano aumentate le barbette salafite e i fazzolettoni colorati delle donne abbiamo cominciato a mutarsi pian piano in niqab che lasciano visibili solamente gli occhi e a questo si attribuiscono anche i contrasti etnici che di tanto in tanto forniscono motivi di preoccupazione nel paese.

In particolare proprio qui nel sud, dove la proporzione tra kirghizi e uzbeki, è vicina al 50 % per non parlare dei molti tajiki e di tanti altri gruppi etnici presenti sul territorio dai kazaki, ai mongoli, ai russi e persino ai tedeschi, sembra che le tensioni siano sempre in agguato. Io non posso giudicare ovviamente se questo cambiamento ci sia stato o no e quanto sia stato importante, devo soltanto registrare al contrario, che le ragazze che circolano in città, sono vestite in maniera molto disinibita e sono vestite in maniera decisamente occidentale, anche con cortissime minigonne e pantaloncini corte, mentre molte coppiette nei parchi, sulle panchine si scambiano effusioni comuni a tutti i paesi occidentali senza preoccuparsi troppo dei giudizi di chi sta intorno. I vestiti molto tradizionali ed i veli, mi sembrano decisamente minoritari e comunque anche alla sera vedi gruppetti di ragazze e amiche che girano da sole senza problemi, quindi è probabile che queste sensazioni siano un po' sopravvalutate. Poi posso naturalmente sbagliarmi. Ma intanto qualche cosa bisognerà buttare sotto i denti ed eccoci così nel grandissimo parco centrale dove passiamo attraverso costruzioni finto tradizionali, come una curiosa yurta a tre piani, che espone vestiti tradizionali, per finire in un bellissimo ristorante all'aperto con i tavolini sparsi tra le siepi e le aiuole fiorite. 

spiedini
All'ingresso ci sono in esposizione, cataste di spiedini di tutte le specie, da quelli di montone a quelli di manzo e di pollo. Io ormai mi sono affezionato a quelli in cui i pezzi di carne sono foderati di lardo spesso che, nella fasi di cottura si scioglie insaporendo la carne e rendendola morbidissima al morso, una vera delizia. Sono i famosi o famigerati Shashlik napoleon, non so perché dedicati al condottiero corso, ma sono talmente buoni che ormai sono diventati la mia scelta obbligata. Ma la sorpresa è che qui vengono accompagnati da sgonfiotti di pasta fritta e dorata sicuramente in strutto o altro grasso animale e che diversamente non saprei assimilare se non al nostro gnocco fritto emiliano. Assolutamente identici e spettacolari da accompagnare allo spiedino di cui sopra. Ce ne facciamo una scorpacciata, visto che anche i miei accompagnatori sembrano apprezzare il piatto senza limitazioni quantitative, così almeno sembra. Abbiamo così bisogno di una sosta leggermente più lunga per sedimentare il quantitativo che siamo riusciti a ingurgitare in nemmeno un'oretta di lavoro. Devo dire la verità, che dopo non siamo riusciti a dedicare la giusta attenzione alla statua di Lenin che doveva essere poco lontano, un must della città, visto che viene spacciata come la più alta dell'Asia Centrale, anche se questa canzone l'abbiamo già sentita cantare e non una sola volta. 

la bandiera
Ma bisogna capire. Questi paesi, quando sono passati sotto il regime sovietico, erano soltanto terre di pastori poverissime, che il regime ha saputo nel tempo organizzare, alla sua maniera certamente, ma ottenendo risultati insospettabili e soprattutto con un deciso salto qualitativo e produttivo sia nel campo agricolo, dove sono state sfruttate in maniera finalmente moderna le potenzialità della fertilità agricola della valle di Fergana e delle altre zone dove era possibile praticare una agricoltura moderna e razionale, oltre al rilancio di una certa iniziale attività industriale, che ha provocato un innalzamento consistente del livello di vita generale della popolazione. Tutto questo ha lasciato, al disfacimento dell'impero, una certa qual nostalgia per il tempo che fu, quando tutto nel ricordo era semplice e alle cose pensava lo stato e anche diciamolo pure la scomparsa in un attimo di quel senso di grandezza, sfumato in pochi mesi con la dissoluzione dell'URSS, cosa che ha pur sempre toccato il senso di orgoglio della gente. Sentimento che in parte perdura tuttora, almeno così mi è sembrato di avvertire. Di tutto questo bisogna tenere conto quando si osservano questi residuati, ormai pochissimi a resistere, statue di Lenin e simili, mentre in tutto il resto dell'ex Unione Sovietica sono state tutte trionfalmente abbattute al grido di Allahu Akhbar, non dimentichiamolo!

gnocco fritto


SURVIVAL KIT

Cosa vedere a Osh - Forzatamente dati i normali ritmi di viaggio, non rimarrete a Osh che una giornata, col tempo tuttavia per vedere le cose principali che offre la città. Il punto più noto è la Sulaiman Too, (il trono di Salomone) la montagna sacra, patrimonio Unesco, che ne costituisce il punto attrattivo principale, verde in primavera, gialla a fine estate ed in autunno e bianca di neve in inverno. Ricoperta di sentieri e sentierini che consentono di percorrerla tutta, dal grande cimitero alla base, al museo sulla sommità, ai petroglifi millenari, agli insediamenti dell'età del bronzo e alle altre costruzioni sacre che la punteggiano. Naturalmente dedicate un po' di tempo, almeno un'oretta, al museo Storico e Archeologico nazionale, dove sono esposti in ordine cronologico tutti i ritrovamenti della montagna e dei dintorni. In cima al monte, c'è una cappelletta col santone e alla base una piccola moschea moderna ed una esposizione di quadri moderni. In città c'è anche la più alta statua di Lenin dell'Asia centrale. Altro punto da non perdere il Bazar, di nuova costruzione quasi fuori città molto grande e fornitissimo. Nel centro la parte interessante è costituita da molti mosaici celebrativi sovietici in buona parte opere di Aitiev. Infine i parchi che occupano buona parte della città estesi per chilometri lungo il fiume, cosparsi di chioschi, locali, parchi giochi e zone per rilassarsi popolatissimi a tutte le ore del giorno e soprattutto della sera. Se avete tempo mi dicono interessanti i vecchi quartieri uzbekhi della città, le mahalla, con porte, finestre e cornicioni di legno intagliato, antichi portali di moschee e artigiani al lavoro nelle botteghe, che vi illustreranno le diversità etniche cittadine. Da qui infatti si scatenarono i disordini tra gruppi etnici nel 2010 con centinaia di vittime, e forse i residui di quegli odi non sono stati ancora completamente digeriti e dimenticati, dato che qui almeno le frontiere furono tracciate in epoca staliniana almeno un po' a casaccio.

la moschea


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mercoledì 5 agosto 2026

Pam 36 - La via di Osh

La valle del Gourcha- Kirghizistan

 

Gli incontri che si fanno lungo la via, trasformano i viaggi, da semplici elenchi di paesaggi, cose, monumenti da inserire nella tua memoria, di certo importantissimi ed indispensabili a costruire l'esperienza di un percorso rendendolo significativo, in momenti di vita che difficilmente si riescono poi a dimenticare. Come se considerassimo di mangiare un magnifico piatto fatto di ingredienti particolari e qualitativamente ineccepibili, che tuttavia senza qualche tipo di condimento, rimarrebbero sciapi e privi di quel gusto particolare che te li farà ricordare, a volte per sempre. Per godere di questi incontri, ci vuole tempo, bisogna magari saper rinunciare a qualche cosa ma lasciarsi condurre dalla casualità, fermandosi a volte solamente a lato della strada; saper guardare negli occhi, scambiare anche solamente poche parole, sufficienti spesso a capire stati d'animo e caratteri, magari fermarsi ad ascoltare ed allora ecco che puoi portarti a casa una storia, una emozione, un momento che saprà darti molto, spesso molto di più di una foto frettolosa, anche se magari bellissima, come capita alle istantanee al volo. Come avrete capito, ho sempre cercato di privilegiare questi aspetti che poi, malamente, cerco di riportare in questi miei pensieri, certo altre penne ci vorrebbero, ma bisogna contentarsi. 

Quindi seguitemi ancora lungo le balze della valle del Goulcha, che scende tumultuoso in un teatro naturale di prati verdi e calanchi rosso fuoco, lungo i chilometri in cui la strada prosegue verso Osh. E' una strada di circa 280 chilometri, che tuttavia si riesce a percorrere abbastanza agevolmente perché non è certamente quella pista perduta tra gli altipiani che abbiamo percorso fino al confine. Ai nostri fianchi scorrono imponenti formazioni rocciose stratificate dai colori ocra e rossastri che si stringono sulla carreggiata. Questo è ormai il tratto terminale della Pamir Highway, tuttavia un percorso che sa ancora regalare scorci decisamente unici e meritevoli di ampie soste negli spazi che si allargano di fianco alla carreggiata per ammirarli con calma. Adesso la strada è ottima e l'asfalto rinnovato da non molto, la rende decisamente scorrevole, così che si procede abbastanza velocemente, così da poter inserire soste di tanto in tanto. Naturalmente è aumentato anche il traffico, soprattutto quello pesante ed è tutto un andirivieni di grandi camion sovraccarichi che non usano certo molta prudenza mentre percorrono la strada, sfrecciando ai cento all'ora, in particolare quando è rettilinea. Devo dire che raramente ho visto una strada con un paesaggio che presenta così grandi varietà di colori, di sfumature e di particolari erosioni. 

Ora sulla riva opposta del fiume appaiono una serie di erosioni verticali che precipitano a picco nell'acqua di colore grigio chiaro a contrasto col verde prato che le delimita superiormente, mentre poco dopo ecco un altro gruppo di colline rosso fuoco che da un lato si sfrangiano in un caleidoscopio di sfumature che passano tutte le gradazioni dell'ocra. E poi ancora rocce rosse che presentano intagli decisi, all'interno dei quali il gioco della luce e delle ombre disegnano anfratti, seghettature e disegni geometrici complicati e quasi troppo regolari per sembrare naturali. E coni e serie di piramidi rosate che terminano alla base circondate da boschi verdissimi, che ne nascondono le forme e le variazioni. Colline ripide dalle creste taglienti che scendono, viola cupo da un lato, precipitando diritte verso il fiume e coperte di prati verdi dall'altro, scendendo più mansuete verso le vallette laterali. Davvero un paesaggio così vario e particolarmente bello da lasciare senza parole; e dovunque armenti che brucano, mandrie in cammino verso la montagna in una transumanza propria di queste terre con animali continuamente in cerca di un pascolo migliore, più ricco e fresco dove trascorrere i mesi caldi che stanno per arrivare ad ingrassare beatamente per la gioia dei loro padroni. 

Di tanto in tanto incrociamo paesi molto simili tra di loro, ognuno dei quali segnato dalla cupola di una piccola moschea. Sembrano tutte progettate dalla stessa mano, salvo che il colore della copertura, anche se in semplice lamiera, è sempre di colore diverso, verde, dorata, azzurra, argento o blu, ma che in ogni caso funge da punto di attrazione dell'occhio che spazia sulle casette tutte uguali. Ci fermiamo forse proprio a Goulcha, una cittadina che prende il nome dal fiume, in un ristorante dall'apparenza pretenziosa, con una grande sala circolare e gli arredi nuovi, le poltroncine foderate con sontuose coperture siglate e le pareti coperte di fotografie che raccontano i personaggi importanti che si sono fermati a mangiare qui. Per contro il menù non è di certo più ricco di quelli sperimentati dalla buona volontà degli homestay di montagna. Poi riprendiamo il cammino anche se il panorama è adesso più "normale" se qualcosa può essere classificato come normale in questo oleografico paese. Lasciato il corso del Goulcha, la strada corre ancora lungo un fiumiciattolo dalle rive franose e dopo una decina di chilometri la strada riprende a salire verso l'alto. In pochissimo tempo riguadagniamo i 2260 metri del passo Chyiyrchyk, più complicato da scrivere che da pronunciare. Certo qui non siamo sui rilievi del Pamir, pur essendone lontani solo un centinaio di chilometri, ancora meno in linea d'aria, ma gli scoscendimenti e la tortuosità della strada non sembrano da meno. 

Sulla cima dello scollinamento ricoperto da prati verdissimi, c'è un vero e proprio punto di osservazione che domina i due lati del colle, con molte costruzioni destinate ai visitatori di passaggio. E anche da qui noti una certa differenza tra i due paesi che abbiamo attraversato. Decisamente il Kirghizistan, e lo vedremo distintamente anche nelle città, appare con un piccolo passo avanti rispetto al Tajikistan, anche se non troppo. Diciamo che probabilmente il secondo ha stentato un po' di più a riprendersi dai problemi provocati dalla guerra civile e sta andando di rincorsa a raggiungere il vicino. Il parco macchine appare qui un po' più recente, i negozi in città un poco più forniti e lussuosi, la gente un po' meglio messa, ma potrebbe essere solo una impressione esteriore e in effetti anche i dati economici ufficiali direbbero il contrario. Quassù però si fermano tutte le auto di passaggio e tutti scendono a dare un'occhiata alle bancarelle di souvenir e a buttare l'occhio dalla balconata sulla valle sottostante. Qui non ci sono più né appaiono all'orizzonte le montagne altissime dalle rocce aspre e nere incappucciate di bianco del Pamir, ma solamente colline ondulate e verdissime punteggiate di yurte bianche e di armenti al pascolo. Questo è il vero paesaggio che descrive il Kirghizistan. 

Aumentano in proporzione le facce larghe e schiacciate tipiche dei popoli della Mongolia e sempre proporzionalmente cresce il numero delle richieste di selfies che ci vengono fatte. Come giusto aderiamo volentieri e come è bello pensare a cosa racconteranno questi viaggiatori della domenica quando arrivati a casa, mostreranno le foto dai telefonini, ai parenti ed agli amici. Forse racconteranno di gente che viene da lontano per vedere le bellezze del loro paese e questo piccolo orgoglio soddisfatto che ognuno si porterà a casa sarà in fondo un piccolo premio anche per noi. Aumenta anche, per me che sono attento osservatore di queste cose, il numero delle dentature d'oro e non so se questo significhi una maggiore disponibilità di spesa o una semplice ostentazione. Scendendo dal passo, intanto la strada ripete la serie di curve e controcurve tra i prati, talmente belli da sembrare campi da golf, se non fosse per le schiere di animali che li popolano. Noti subito che molti gruppi di yurte non sono semplici abitazioni di pastori, ma campi in attesa di turisti ansiosi di sperimentare la vita bucolica tra le greggi. Ma quando la strada è scesa definitivamente in quella che è diventata quasi una pianura e corre rettilinea e senza intoppi salvo che per il traffico che diventa sempre più fitto ecco che appare alla destra un'area logistica della lunghezza di molti chilometri nella quale sono parcheggiati in attesa di carico o di scarico, decine di migliaia di TIR e poi compaiono bene impilate a costruire torri infinite altri migliaia e migliaia di container. 

La via della Seta, intendo quella che ha ormai sostituito definitivamente le carovane di Marco Polo, è ormai qui davanti a noi, certamente meno fascinosa e carica di profumi di incenso, ma certamente di altrettanta rilevanza economica e commerciale. Qui senti fluire il corso dei soldi e della valuta. Qui i camion cinesi si sono presi tutto lo spazio delle mandrie di yak, locali di ristoro e dispensatori di fast food occupano gli spazi, i nomi noti all'occidente colorano le insegne e anche se i tavoli sono occupati completamente da occhi a mandorla, il business che corre lungo la via è lo stesso, lo riconosci come uguale al nostro, non cambia nel tempo e neppure nello spazio. Alla fine, le case cominciano ad infittirsi ed i paesini cedono il posto alla continuità dell'abitato; ecco apparire la periferia di Osh, la seconda città del paese, quasi mezzo milione di abitanti, dominata proprio in mezzo alla città dal Trono di Sulayman, uno sperone di roccia che si eleva quasi nel suo centro e attorno al quale si estende la colata delle case. C'è poco da dire, qui finisce la mitica M41, quella Pamir highway che abbiamo percorso con un po' di fatica, ma che ci ha dato davvero tanto, così tanto da lasciarci in bocca il dispiacere che sia davvero finita. Certo ci sono ancora molte cose da fare e da vedere, state tranquilli che non vi mollo qui in mezzo al guado, ma quello che era il vero scopo del nostro cammino, può dirsi compiuto.

Pastore kirghizo


SURVIVAL KIT


Hotel Saratan
- 44 Gapar Aitiev str. Osh - Buona posizione centrale. Hotel apparentemente piuttosto nuovo, anzi nella parte esterna all'ingresso, ancora in costruzione. Nella realtà tanti problemini, tutti comunque risolti dal personale molto gentile. Camera non pronta, AC non funzionante, TV non funzionante, Phon senza la spina, asse del WC rotto. Insomma un po' di magagne, ma alla fine tutte risolte, con la buona volontà del personale. Free WiFi. Colazione piuttosto scarsa. Camere normali, la doppia a 35 €.


Paesi della valle

Il passo 
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Yurte

















Where I've been - Ancora troppi spazi bianchi!!! Siamo a 125 (a seconda dei calcoli) su 250!