mercoledì 5 agosto 2026

Pam 36 - La via di Osh

La valle del Gourcha- Kirghizistan

 

Gli incontri che si fanno lungo la via, trasformano i viaggi, da semplici elenchi di paesaggi, cose, monumenti da inserire nella tua memoria, di certo importantissimi ed indispensabili a costruire l'esperienza di un percorso rendendolo significativo, in momenti di vita che difficilmente si riescono poi a dimenticare. Come se considerassimo di mangiare un magnifico piatto fatto di ingredienti particolari e qualitativamente ineccepibili, che tuttavia senza qualche tipo di condimento, rimarrebbero sciapi e privi di quel gusto particolare che te li farà ricordare, a volte per sempre. Per godere di questi incontri, ci vuole tempo, bisogna magari saper rinunciare a qualche cosa ma lasciarsi condurre dalla casualità, fermandosi a volte solamente a lato della strada; saper guardare negli occhi, scambiare anche solamente poche parole, sufficienti spesso a capire stati d'animo e caratteri, magari fermarsi ad ascoltare ed allora ecco che puoi portarti a casa una storia, una emozione, un momento che saprà darti molto, spesso molto di più di una foto frettolosa, anche se magari bellissima, come capita alle istantanee al volo. Come avrete capito, ho sempre cercato di privilegiare questi aspetti che poi, malamente, cerco di riportare in questi miei pensieri, certo altre penne ci vorrebbero, ma bisogna contentarsi. 

Quindi seguitemi ancora lungo le balze della valle del Goulcha, che scende tumultuoso in un teatro naturale di prati verdi e calanchi rosso fuoco, lungo i chilometri in cui la strada prosegue verso Osh. E' una strada di circa 280 chilometri, che tuttavia si riesce a percorrere abbastanza agevolmente perché non è certamente quella pista perduta tra gli altipiani che abbiamo percorso fino al confine. Ai nostri fianchi scorrono imponenti formazioni rocciose stratificate dai colori ocra e rossastri che si stringono sulla carreggiata. Questo è ormai il tratto terminale della Pamir Highway, tuttavia un percorso che sa ancora regalare scorci decisamente unici e meritevoli di ampie soste negli spazi che si allargano di fianco alla carreggiata per ammirarli con calma. Adesso la strada è ottima e l'asfalto rinnovato da non molto, la rende decisamente scorrevole, così che si procede abbastanza velocemente, così da poter inserire soste di tanto in tanto. Naturalmente è aumentato anche il traffico, soprattutto quello pesante ed è tutto un andirivieni di grandi camion sovraccarichi che non usano certo molta prudenza mentre percorrono la strada, sfrecciando ai cento all'ora, in particolare quando è rettilinea. Devo dire che raramente ho visto una strada con un paesaggio che presenta così grandi varietà di colori, di sfumature e di particolari erosioni. 

Ora sulla riva opposta del fiume appaiono una serie di erosioni verticali che precipitano a picco nell'acqua di colore grigio chiaro a contrasto col verde prato che le delimita superiormente, mentre poco dopo ecco un altro gruppo di colline rosso fuoco che da un lato si sfrangiano in un caleidoscopio di sfumature che passano tutte le gradazioni dell'ocra. E poi ancora rocce rosse che presentano intagli decisi, all'interno dei quali il gioco della luce e delle ombre disegnano anfratti, seghettature e disegni geometrici complicati e quasi troppo regolari per sembrare naturali. E coni e serie di piramidi rosate che terminano alla base circondate da boschi verdissimi, che ne nascondono le forme e le variazioni. Colline ripide dalle creste taglienti che scendono, viola cupo da un lato, precipitando diritte verso il fiume e coperte di prati verdi dall'altro, scendendo più mansuete verso le vallette laterali. Davvero un paesaggio così vario e particolarmente bello da lasciare senza parole; e dovunque armenti che brucano, mandrie in cammino verso la montagna in una transumanza propria di queste terre con animali continuamente in cerca di un pascolo migliore, più ricco e fresco dove trascorrere i mesi caldi che stanno per arrivare ad ingrassare beatamente per la gioia dei loro padroni. 

Di tanto in tanto incrociamo paesi molto simili tra di loro, ognuno dei quali segnato dalla cupola di una piccola moschea. Sembrano tutte progettate dalla stessa mano, salvo che il colore della copertura, anche se in semplice lamiera, è sempre di colore diverso, verde, dorata, azzurra, argento o blu, ma che in ogni caso funge da punto di attrazione dell'occhio che spazia sulle casette tutte uguali. Ci fermiamo forse proprio a Goulcha, una cittadina che prende il nome dal fiume, in un ristorante dall'apparenza pretenziosa, con una grande sala circolare e gli arredi nuovi, le poltroncine foderate con sontuose coperture siglate e le pareti coperte di fotografie che raccontano i personaggi importanti che si sono fermati a mangiare qui. Per contro il menù non è di certo più ricco di quelli sperimentati dalla buona volontà degli homestay di montagna. Poi riprendiamo il cammino anche se il panorama è adesso più "normale" se qualcosa può essere classificato come normale in questo oleografico paese. Lasciato il corso del Goulcha, la strada corre ancora lungo un fiumiciattolo dalle rive franose e dopo una decina di chilometri la strada riprende a salire verso l'alto. In pochissimo tempo riguadagniamo i 2260 metri del passo Chyiyrchyk, più complicato da scrivere che da pronunciare. Certo qui non siamo sui rilievi del Pamir, pur essendone lontani solo un centinaio di chilometri, ancora meno in linea d'aria, ma gli scoscendimenti e la tortuosità della strada non sembrano da meno. 

Sulla cima dello scollinamento ricoperto da prati verdissimi, c'è un vero e proprio punto di osservazione che domina i due lati del colle, con molte costruzioni destinate ai visitatori di passaggio. E anche da qui noti una certa differenza tra i due paesi che abbiamo attraversato. Decisamente il Kirghizistan, e lo vedremo distintamente anche nelle città, appare con un piccolo passo avanti rispetto al Tajikistan, anche se non troppo. Diciamo che probabilmente il secondo ha stentato un po' di più a riprendersi dai problemi provocati dalla guerra civile e sta andando di rincorsa a raggiungere il vicino. Il parco macchine appare qui un po' più recente, i negozi in città un poco più forniti e lussuosi, la gente un po' meglio messa, ma potrebbe essere solo una impressione esteriore e in effetti anche i dati economici ufficiali direbbero il contrario. Quassù però si fermano tutte le auto di passaggio e tutti scendono a dare un'occhiata alle bancarelle di souvenir e a buttare l'occhio dalla balconata sulla valle sottostante. Qui non ci sono più né appaiono all'orizzonte le montagne altissime dalle rocce aspre e nere incappucciate di bianco del Pamir, ma solamente colline ondulate e verdissime punteggiate di yurte bianche e di armenti al pascolo. Questo è il vero paesaggio che descrive il Kirghizistan. 

Aumentano in proporzione le facce larghe e schiacciate tipiche dei popoli della Mongolia e sempre proporzionalmente cresce il numero delle richieste di selfies che ci vengono fatte. Come giusto aderiamo volentieri e come è bello pensare a cosa racconteranno questi viaggiatori della domenica quando arrivati a casa, mostreranno le foto dai telefonini, ai parenti ed agli amici. Forse racconteranno di gente che viene da lontano per vedere le bellezze del loro paese e questo piccolo orgoglio soddisfatto che ognuno si porterà a casa sarà in fondo un piccolo premio anche per noi. Aumenta anche, per me che sono attento osservatore di queste cose, il numero delle dentature d'oro e non so se questo significhi una maggiore disponibilità di spesa o una semplice ostentazione. Scendendo dal passo, intanto la strada ripete la serie di curve e controcurve tra i prati, talmente belli da sembrare campi da golf, se non fosse per le schiere di animali che li popolano. Noti subito che molti gruppi di yurte non sono semplici abitazioni di pastori, ma campi in attesa di turisti ansiosi di sperimentare la vita bucolica tra le greggi. Ma quando la strada è scesa definitivamente in quella che è diventata quasi una pianura e corre rettilinea e senza intoppi salvo che per il traffico che diventa sempre più fitto ecco che appare alla destra un'area logistica della lunghezza di molti chilometri nella quale sono parcheggiati in attesa di carico o di scarico, decine di migliaia di TIR e poi compaiono bene impilate a costruire torri infinite altri migliaia e migliaia di container. 

La via della Seta, intendo quella che ha ormai sostituito definitivamente le carovane di Marco Polo, è ormai qui davanti a noi, certamente meno fascinosa e carica di profumi di incenso, ma certamente di altrettanta rilevanza economica e commerciale. Qui senti fluire il corso dei soldi e della valuta. Qui i camion cinesi si sono presi tutto lo spazio delle mandrie di yak, locali di ristoro e dispensatori di fast food occupano gli spazi, i nomi noti all'occidente colorano le insegne e anche se i tavoli sono occupati completamente da occhi a mandorla, il business che corre lungo la via è lo stesso, lo riconosci come uguale al nostro, non cambia nel tempo e neppure nello spazio. Alla fine, le case cominciano ad infittirsi ed i paesini cedono il posto alla continuità dell'abitato; ecco apparire la periferia di Osh, la seconda città del paese, quasi mezzo milione di abitanti, dominata proprio in mezzo alla città dal Trono di Sulayman, uno sperone di roccia che si eleva quasi nel suo centro e attorno al quale si estende la colata delle case. C'è poco da dire, qui finisce la mitica M41, quella Pamir highway che abbiamo percorso con un po' di fatica, ma che ci ha dato davvero tanto, così tanto da lasciarci in bocca il dispiacere che sia davvero finita. Certo ci sono ancora molte cose da fare e da vedere, state tranquilli che non vi mollo qui in mezzo al guado, ma quello che era il vero scopo del nostro cammino, può dirsi compiuto.

Pastore kirghizo


SURVIVAL KIT


Hotel Saratan
- 44 Gapar Aitiev str. Osh - Buona posizione centrale. Hotel apparentemente piuttosto nuovo, anzi nella parte esterna all'ingresso, ancora in costruzione. Nella realtà tanti problemini, tutti comunque risolti dal personale molto gentile. Camera non pronta, AC non funzionante, TV non funzionante, Phon senza la spina, asse del WC rotto. Insomma un po' di magagne, ma alla fine tutte risolte, con la buona volontà del personale. Free WiFi. Colazione piuttosto scarsa. Camere normali, la doppia a 35 €.


Paesi della valle

Il passo 
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Yurte

















martedì 4 agosto 2026

Pam 35 - La storia di Ulug Beg

Dopo il passo di Taldik - Kirghizistan - giugno 2026

 


Il passo di Taldik è vicinissimo ed i 500 metri circa di dislivello che ci separano dalla balconata, li saliamo in un attimo. Qui c'è una grande scritta che inneggia alla bellezza della valle che si apre davanti a noi. Quasi tutti si fermano per una foto o un selfie. Di qui in poi, la strada scende a precipizio in una serie di curve e controcurve a gomito che rappresentano uno dei paesaggi iconici del Kirghizistan. Sulla terrazza c'è anche un monumento al leopardo delle nevi, uno dei simboli del paese. Un attimo per godere della vista della strada dall'alto e poi giù a capofitto per scendere tra le balze mentre, in cielo è salito un sole piuttosto forte che rende i pascoli all'intorno di un verde smeraldino quasi commovente, mentre le pareti di terra che le piogge hanno scavato nel tempo forniscono un contrasto di un rosso così intenso da farlo apparire come dipinto. Cominciano ad apparire mandrie di bovini e di pecore. Una, particolarmente numerosa ci attraversa la strada. Io scendo dall'auto nel tentativo di mescolarmi agli animali per fare qualche foto ad effetto, ma le male bestie belanti non vogliono darmi soddisfazione e invece di circondarmi completamente come era il mio piano, per darmi un punto di vista fotografico migliore, mi evitano con accuratezza, scartandomi di lato e continuando a belare mentre mi sorpassano quasi con scherno. 


Al passo
Anche i pastori a cavallo che le accompagnano, ridono di gusto e mi fanno un cenno con la mano, mentre se ne vanno, risalendo la strada verso il passo. Man mano che scendiamo, i pascoli diventano se possibile, ancora più verdi e ricchi. Dopo l'ennesima curva a gomito ecco apparire un bel pianoro, con un paio di yurte bianche sullo sfondo; più in là, tre carrozzoni da cui emergono alti comignoli che fumano; vicino alla strada un gruppo di cavalle dai mantelli chiari e dalle lunghe criniere, brucano l'erba sotto il sole. Due ragazze con grandi grembiuloni rossi stanno mungendo le giumente che continuano a brucare tranquille, mentre i puledri nati da poco, vagano intorno e stanno coricati a terra, quasi non avessero la forza di tirarsi su, forse crucciandosi di quanto viene loro tolto. Qualcuno tira la corta cavezza a cui è stato legato perché non si allontani, mentre altri due ruzzano in tondo e si spingono, sollevando polvere e ciuffi di erba. Le ragazze sono entrambe molto carine ed eseguono il loro lavoro con la costante metodologia di chi è abituato ad praticarlo da tempo. Una tiene i capelli raccolti sotto un modernissimo cappellino con la visiera da tennista che esibisce una vistosa griffe similGucci. Dietro le sporge fuori un bel ciuffo di capelli biondi come l'oro, dall'apparenza tuttavia poco naturale. 

Munge la giumenta con colpetti precisi e secchi alla mammella magra, facendo schizzare il latte in un piccolo secchio di alluminio che gli ha porto un ragazzino, che è poi scappato via verso le yurte. Anche l'altra si dà da fare e passa da una cavalla all'altra, sembra infatti che questi animali abbiano una produttività molto modesta, e cela parte del viso sotto un foulard marchiato Fendi, che alla fine l'eleganza non può essere appannaggio solamente delle ragazze di città. Mentre la osservo lavorare mi butta qualche sguardo di sottecchi con i suoi bellissimi occhi dal taglio orientale. Il latte prodotto viene portato alle yurte, dove probabilmente qualcuno lo lavora. Di norma è conservato in contenitori di pelle di cavallo (detti Saba) e continuamente mescolati con un apposito bastone di legno duro, il Bishkek, nome curiosamente usato anche per la capitale del paese, anche se questa parola avrebbe assunto nel tempo un doppio senso decisamente volgare, ma non stiamo a formalizzarci troppo visto che sono cose comuni a tutte le lingue. Qui, grazie al suo contenuti di zuccheri, il latte fermenta fino a formare il Kumys (o Kymyz) una gradevole bevanda acidula, sui due/tre gradi alcolici che viene molto consumata nei pascoli estivi. 

Questo latte non può essere consumato fresco perché l'inizio della fermentazione provoca forti effetti lassativi assieme a borborigmi imbarazzanti, mentre bevuto appena munto e ancora tiepido, quando ancora viene chiamato Saamal, dispensa preziosi enzimi, immunoglobuline e vitamine, che hanno grandi effetti depurativi sul fegato, tanto che in periodo sovietico sorgevano da queste parti molti sanatori dove ci si sottoponeva alla suddetta cura disintossicante e Dio sa quanto i forti bevitori russi ne avessero bisogno! Anche qui sembra che il kumys prodotto nei pascoli di alta montagna (i jailoo) grazie ai profumi delle erbe primaverili sia di una fragranza del tutto particolare, si sa, col kumys di montagna il gusto ci guadagna. Con quello che si avanza, debitamente salato ed essiccato si fa un altro famoso prodotto tipico, il Qurt, ridotto in palline durissime che si conservano per mesi e vengono sgranocchiate come fonti vitaminiche e di minerali, durante le lunghe permanenze in quota, quando di norma la dieta è piuttosto povera e monotona. Ne abbiamo viste a montagne nei mercati, anche se quelle che si trovano comunemente sono prodotte da latte vaccino od ovino, mentre quelle di provenienza equina, rarissime, si trovano solo qui tra i pastori. In fondo al prato, un poco più lontano, un signore anziano con una barbetta rada e un cappellino tajiko sul cocuzzolo, sorveglia i lavori. 

Forse però la sua origine è kirghisa, visto che Jamshed gli parla in russo, lingua a cui risponde senza difficoltà. Si chiama Ulug Beg e suo padre anche lui pastore come suo nonno, gli diede questo nome proprio in onore al re timuride, grande guerriero, ma anche saggio, scienziato e poeta, una sorta di augurio per una vita non solamente asservita al lavoro nei pascoli. E infatti il nostro amico, della sua famiglia, è davvero orgoglioso. Ha avuto sei figli ed è riuscito a farli studiare tutti. Il maschio adesso fa l'urologo ad Osh, una figlia è medico, due sono insegnati di scuola superiore. Tutti sono sposati e gli hanno già dato ben 16 nipoti e quando lo dice, vedi che gli brillano gli occhi; ma tutti, in estate, tra maggio ed ottobre quando lui sale qui nei pascoli alti, che sono della sua famiglia da sempre, vengono sempre a dargli una mano, non appena possono. E poi ci sono gli animali. Infatti le giumente vanno munte cinque volte al giorno e non c'è molto tempo per riposare. Ci indica con orgoglio proprio il gruppo di quelle giumente, sono sedici, con un bello stallone nero che le tiene d'occhio da lontano, bestia fortunata, sottolinea, e ci strizza l'occhio divertito e ogni anno sono un bel numero di puledri da allevare e poi da vendere. 

E poi ci sono le sei vacche che stanno nel pascolo più in alto ed una cinquantina di capre che brucano sotto la sorveglianza di un nipote. Con quel latte fanno yogurt e kefir, la bevanda rinfrescante e leggermente frizzante e l'ayran, altra deliziosa bevanda che si ottiene emulsionando lo yogurt con acqua fresca di fonte e sale. Gli brillano gli occhi quando ci racconta queste cose, la sua vita in fondo, che ha trascorso su queste montagne, ma di certo non con l'ottusa testardaggine del pastore che si cura solamente dei suoi animali, ma con la continua volontà di far sì che i suoi figli avessero un futuro migliore, ricco soprattutto di cultura, dato che già suo padre gliene spiegava l'importanza e visto anche il nome che gli ha attribuito. Ha uno sguarda sereno, Ulug Beg, mentre ci accompagna verso le sue yurte, vorrebbe offrirci un po' del suo kumys, che assicura essere il migliore della valle o almeno qualche pallina di qurt, visto  che non vogliamo fermarci a mangiare con loro. Le ragazze continuano il loro lavoro e ci girano intorno guardandoci con curiosità, intanto dalle yurte sono uscite due bambine di una bellezza rara, paffute e coi pomini rosso fuoco, i capelli raccolti in due ciuffetti sbarazzini ai lati della testa, la scusa è di aiutare con i secchielli del latte, ma alla fine hanno occhi solo per noi, continuano a sorriderci in maniera disamante e a venirci dietro ridendo.

C'è un grande senso di pace qui intorno che è difficile da riprodurre a parole. Ulug Beg si guarda intorno misurando il suo mondo con la soddisfazione di chi ha avuto una vita piena e completa. Capisci che non è più importante per lui, quanto sarà il prezzo del kumys al mercato quest'anno o a quanto si venderanno i puledri. Lui aspetta solo che dalla città arrivino ora un figlio ora l'altra per sapere come va la scuola dei nipoti o se quello che ha fatto domanda per andare a studiare in Cina è stato accettato. Sgranocchia una pallina di qurt e dal modo in cui stringe gli occhi e sorride, piegando un poco la testa da un lato, comprendi la sua soddisfazione. E' contento anche di condividere queste parole, queste cose, questa esperienza con chi, straniero, passa di lì e si ferma a chiacchierare, curioso, in fondo dando valore alla sua esperienza, con la sua attenzione. Credo che Ulug Beg si senta felice di essere nato qui sui pascoli alti della Kyzyl Alaj. Di certo un posto magnifico per crescere. Quando lo saluto mi stringe la mano forte, come fanno i pastori e poi ci guarda salire in macchina e scendere la valle verso nord. Le ragazze lanciano un ultimo sguardo di fianco, le bambine gridano qualcosa agitando le caramelle che stringono nelle manine. Il pascolo verde brilla ancora di più, mentre il nitrito dello stallone nero si alza forte nella valle. 

Ulug Beg il pastore


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lunedì 3 agosto 2026

Pam 34 - A Sary Tash

La valle del Kysyl - suu - Kirghizistan - giugno 2026

 

La discesa fangosa
Da questo punto in poi, dopo il posto di frontiera, la strada scende a precipizio ed il paesaggio cambia completamente. Da arido e stepposo che si presentava prima, si trasforma in una serie di discese a precipizio tra pascoli verdeggianti e fianchi di montagne che si fanno ripide e scoscese, mentre la pista diventa fangosa ed intrisa di acqua, cosa che la rende viscida e nella quale i solchi degli pneumatici di chi ci ha preceduto si sono scavati a fondo, rendendo la guida più impegnativa. Il fondo della nostra valle è ricoperta da grandi coni di deiezioni che scendono dai passaggi scavati dai torrenti nelle colline ai nostri fianchi, che hanno lasciato unghiate profonde nella terra che è diventata rossa come il fuoco, un poco a causa dei minerali presenti, ma dai colori accentuati dall'umidità e dall'acqua che percola che li ravviva facendoli brillare alla luce del sole, che fa capolino. I rivoli d'acqua si raccolgono a poco a poco e diventano alla fine un fiumiciattolo che si fa strada in un impressionante cono di detriti fangosi che si allarga sempre di più verso il fondo della valle. Anche le sue acque sono sorprendentemente rosse come il sangue, non per niente il suo nome è Kyzyl-suu, appunto il fiume rosso, che continuerà a scendere verso ovest percorrendo tutta la valle di Alaj, il passaggio orizzontale che arriva all'altro valico con il Tajikistan, mentre ad oriente entra in Cina per raggiungere Kashgar. 

Il passo
Il cielo intanto è diventato bigio e nuvoloso e la pioggia comincia a scendere piuttosto insistentemente. I pascoli sono diventati più frequentati, essendo evidentemente l'erba più ricca e nutriente ed i pianori si sono popolati di animali, prima soprattutto yak, i signori assoluti di queste vette, ma poi anche bovini assieme a grandi greggi di pecore marroni e ricciolute e capre dalle corna ritorte. Ci devono essere già state le prime nascite perché si vedono molti vitellini, alcuni con una sorta di museruola trappola che scende loro sul muso quando lo alzano per attaccarsi alla mammella della madre, impedendo loro di poppare a volontà. Niente da fare ragazzi, prima c'è la mungitura, per voi solo quel che rimane! Numerosissimi poi sono i gruppi di cavalle, anche queste circondate da puledri di fresca nascita, tanto che qualcuno è ancora malfermo sulle zampe, mentre tenta di adattarsi a camminare su questo terreno intriso di acqua. Lo stallone fiero e con la criniera al vento se ne sta appartato a controllare che non arrivi qualcuno ad insidiare il suo harem, non si sa mai. Alza le froge al vento, gira il muso fiero a destra ed a sinistra e brontola di tanto in tanto, poi torna anche lui a brucare più tranquillo visto che non ci sono pretendenti in vista ed anche lo stomaco vuole la sua parte. 

Sary tash
Si vedono lontane le prime yurte, macchie di bianco incastonate nel verde vivo. Quando imbocchiamo la grande valle, finisce la discesa a precipizio che ci ha fatto scendere almeno di un migliaio di metri dall'altopiano ventoso e desertico ed è quasi sera ormai. Da lontano si vedono le prime case di Sary Tash, un minuscolo insediamento di un paio di migliaia di abitanti, che tuttavia, essendo proprio all'incrocio della Pamir Highway M41 con l'autostrada A371/372, l'arteria che percorre tutta la valle partendo da Dushambé ed arrivando attraverso al passo di Irkestam fino al confine con la Cina. Si tratta quindi di un importante nodo stradale e come tale, appare subito trafficatissimo e percorso da moltissimi camion carichi di merci. Il villaggio è così diventato un vero e proprio posto di tappa intermedia, crocevia di traffici, dove stanno sorgendo servizi di tutti tipi, volti a servire un passaggio di viaggiatori internazionali sempre più numerosi. La nostra guesthouse, sta approfittando della situazione favorevole e si sta ingrandendo per seguire l'onda e si può ben dire che offre una accoglienza decisamente in linea con le richieste di questi tempi. Della famiglia che la gestisce vediamo soprattutto le donne, che si danno un gran da fare a sistemare i vari ospiti che arrivano alla spicciolata. 

Sala da pranzo
La casa è appena fuori del paese in mezzo a prati verdissimi su cui pascola qualche animale, che non ha ancora capito che gli abitanti della cittadina stanno passando dallo status di pastori a quello di gestori di servizi in un mondo sempre più moderno che tende ad allontanarsi dalla tradizionale vita della pastorizia di alta montagna. Le montagne lontane fanno da corona con le loro creste bianchissime. I bagni, sono ormai tutti all'interno della casa, anche se si vedono ancora quelli vecchi in fondo al cortile, anche questi residuo di un periodo concluso definitivamente, anzi questi, nuovi, sono tutti pieni di fiori e piante e ricoperti di linoleum dai disegni fastosi, che vogliono indicare chiaramente il nuovo corso. Queste sistemazioni sono alla fin fine ideali, non solo perché il loro costo è decisamente accettabile, ma anche perché ormai confortevoli a tutti gli effetti e poi qui hai l'occasione di incontrare un sacco di gente interessante, disponibile a scambiare esperienze di viaggio utili oltreché piacevoli da ascoltare. La cena ci viene servita in quella che vuole essere una sontuosa sala comune, con una lunga tavola circondata da poltroncine dallo schienale dorato e ricoperte di ricami a piccolo punto, con alzatine e centritavola tesi a sottolineare l'impegno della gestione ad offrire un servizio di alta qualità. 

Pik Lenin
Così ci meritiamo il primo plof kirghiso, che alla fine non si differenzia molto da quello tajiko, ma che è assolutamente benvenuto. Il clima è decisamente diverso rispetto all'altopiano desolato dell'Alto Pamir e di certo non c'è la necessita di accendere la grande stufa che comunque campeggia ad un lato di ogni camera. Qui siamo scesi ormai ad una altezza attorno ai 3100 m. e tutto sembra più simile alle nostre montagne. Faccio due passi intorno alla casa anche se è scesa la notte, ma intorno c'è ancora un chiarore diffuso, forse un tentativo della luna di fare breccia tra le nuvole, che nella notte di solito vanno diradandosi. Il giorno dopo esco presto per vedere se riesco a fare qualche foto del più vicino Picco Octobrskyi (6.785 m.) e del picco Lenin (7.134 m.), che emergono nettamente dalla catena, anche se per la verità la nostra camera dispone di un fastoso bovindo attraverso il quale si vede distintamente tutto il panorama circostante. Quest'ultimo, adesso viene chiamato Pik Avicenna dai Tajiki e presto Pik Manas dai Kirghisi, visto che sorge proprio sul confine, dato che dopo la caduta dell'URSS, certe denominazioni sono soggette ad una sorta di damnatio memoriae, che tende a cancellare un passato evidentemente giudicato scomodo a favore di etichette più nazionaliste. Questa montagna viene considerata uno dei 7000 più "facili" in assoluto e per questo motivo è una delle mete più gettonate e questa una delle basi più semplici dove organizzare la spedizione per tentarne l'ascesa. 

Vacca in posa
Si tratta tuttavia di escursioni che richiedono un paio di settimane tra avvicinamento, acclimatamento, ascesa e riposo successivo. Non pensiate tuttavia che si tratti di una passeggiata, settemila metri è una quota non per dilettanti e questo tipo di salite richiede una esperienza provata e sperimentata a quote decisamente più basse prima di misurarsi in queste che rimangono comunque imprese. Intanto che ragiono su queste cose, valutando le mie eventuali future possibilità, una vacca solitaria ha già cominciato il suo giro mattutino in cerca dell'erba più fresca e sta sul culmine della collina in bella posa, come volesse appositamente stagliarsi lassù con lo sfondo delle nevi eterne della catena montuosa alle sue spalle. Rientro per la colazione dove faccio il pieno di deliziosi pancake, grassocci e fragranti, quasi dei bliny alla sovietica dei miei bei tempi, manca solo la smietana per riempirli e poi il cerchio è completato. Poi finalmente partiamo e traversata l'autostrada sulla quale sfrecciano i camion che arrivano dalla Cina con il loro carico di merci, noi prendiamo la trasversale che non è altro che la prosecuzione della Pamir Higway M41, attraverso una strada assolutamente spettacolare che ci farà salire nuovamente fino a 3600 m. per poi precipitare lungo una strada tortuosa e bellissima in poco più di 150 km fino ai meno di 1000 m. della città di Osh, la seconda città del Kirghizistan.



SURVIVAL KIT

Guesthouse Miribeg - Sary Tosh - Buona soluzione ai piedi delle montagne, in questo paese di passaggio, a conduzione familiare. La struttura è stata rinnovata da poco con camere spartane ma pulite e spaziose e bagni con docce calde nei corridoi (uno ogni due/tre camere) che hanno sostituito i vecchi in cortile. Anche le sale comuni e per i pasti sono nuove e riammobiliate di tutto punto con mobili sovietici che vogliono sembrare sontuosi. La struttura è popolata da una clientela internazionale di viaggiatori di lungo corso. Bella vista sulle montagne circostanti. Da qui si scorgono il Pik Oktobrskyi e il Pik Lenin, specialmente nelle prime ore del mattino quando le nubi sono assenti. Ambiente gradevole, ottima colazione inclusa. 

La discesa

Cono di deiezioni
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Il fiume







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