venerdì 13 marzo 2026

Mau 16 - Il monolite di Ben Amera

Al treno - Zouerat - Mauritania - gennaio 2026

 

Avviso
Partiamo con tutta calma. Nel deserto si sa non c'è fretta. Quindi riattraversiamo la cittadina ancora addormentata e ripassiamo nell'area della zona mineraria, nella quale spiccano sempre di più i campi di materiali abbandonati e di mezzi, che non è chiaro se siano obsoleti e lasciati al loro destino ad arrugginire tra le dune, o perché definitivamente fuori uso o invece solo temporaneamente parcheggiati. Più lontano gru e scivoli che circondano gigantesche incastellature di metallo stanno a cavallo dei binari, evidentemente uno dei punti dove il minerale viene caricato di volta in volta sui vagoni. Pensate un po' che ogni convoglio arriva a pesare quasi 17.000 tonnellate (60/70 T. per vagone), per un totale di circa 16,6 milioni di Tonn. l'anno (oltre 12 di ferro puro di produzione finale)! Una realtà che rappresenta evidentemente un punto fondamentale dell'economia mauritana e che, proprio per questo è stato il fulcro attorno al quale si è sviluppato il paese, altro che datteri, ragazzi. Il treno di ieri sera è partito da tempo e al momento non c'è più nessuno che aspetta vicino ai binari e le ore passeranno nuovamente in attesa che qualcuno arrivi con le sue masserizie, sedendosi qui a far passare il tempo in attesa del rumore sferragliante di vagoni che si avvicinano. Una realtà africana del tutto unica al mondo, e che credo contribuisca a suo modo a rendere interessante la visita di questo paese. 

Il treno
Poi, man mano che procedi sulla strada rettilinea ricoperta da uno stretto nastro di asfalto rappezzato, sul quale la sabbia scorre attraversandolo come acqua che coli per laminazione, continui a buttare l'occhio alla tua sinistra. A neanche 100 metri la massicciata della ferrovia ti segue come una linea della vita che scava il palmo della tua mano senza lasciarti mai, segnando il tuo destino immutabile disegnato da un dio delle sabbie che ti sorveglia dall'alto. Oppure la puoi interpretare anche come una linea da seguire, una traccia immutabile del terreno grazie alla quale potrai procedere senza perderti mai, che questo dello smarrirsi tra le dune, è uno delle grandi paure di chi affronta il deserto. Timore che prende da un lato e allo stesso tempo affascina morbosamente solo chi ne è estraneo e non lo conosce, mentre rimane un banale spazio privo di misteri per chi lo vive essendoci nato. Qui il paesaggio è davvero immutabile. Solo Brahim scruta attento l'orizzonte come fosse in cerca di qualche cosa, se no, hai la sensazione che la macchina stessa, come condotta da un robot, proseguirebbe lungo la linea rettilinea senza deviare di un centimetro, segnata com'è dal suo stesso destino. Poi come se avesse sentito il tremolio lontano sopra i binari, come un indiano Comanche che vi ha appoggiato l'orecchio, Brahim si ferma di fianco ai binari e dopo poco ecco che da ovest arriva il treno. 

Il binario
E' quello che torna vuoto dal mare e lo capisci subito dal fatto che non è accompagnato dalla consueta nuvola di polvere. Sembra addirittura un po' più veloce, visto che è scarico. Questo traina anche una decina di vagoni cisterna, segno che anche l'acqua, bene prezioso ed indispensabile, deve essere rifornita ogni giorno per sostenere una comunità anomala per dimensioni a quella terra. Però vederlo passare così privo di presenza umana tangibile, che avanza tra le sabbie come una nave che fende l'onda leggera e senza vento, sicuro della sua rotta verso il porto di arrivo che la aspetta al di là del mare, ti fa rimanere attonito. Il vederlo passare e visto da vicino, è così alto e le murate dei suoi vagoni scialuppa così irraggiungibili, lassù, dove si arrampicano scalette stortagnole e malandate, che le locomotive che tirano sembrano quasi silenziose e avanzano senza mostrare sforzo, quasi che il peso enorme di quanto trainano, sia esso stesso il motore che le spinge. Minuti interminabili in cui il mostro alieno scivola lentamente al tuo fianco un'altra volta ed infine si allontana quasi senza rumore e ti rimane solo l'immagine di quella cosa che a poco a poco svanisce nel tremolare dell'orizzonte, quasi fosse una morgana, un inganno della vista, provocata dalla temperatura che evapora la poca umidità sulla superficie del deserto. 

Benzinaio
E' così. In questa zona, ogni passaggio di questo treno, rappresenta comunque uno spettacolo degno di nota e di attenzione. Ogni volta rimarremo lì a guardarlo passare, immaginando il carico di storie e di miserie umane che porta con sé avanti ed indietro. Così raggiungiamo di nuovo la zona di Choum, che questa volta abbiamo tempo di considerare con maggiore attenzione. Una serie di baracche parallelepipede che si allineano lungo la strada, dove finalmente si decide a formare un'ampia curva, dopo essere venuta decisamente a contatto con la ferrovia, in un punto che potrebbe essere considerata una stazione. Il binario che prima era unico, ora si biforca e infine si quadruplica, all'estremo una fila di vagoni giace come abbandonata ancora una volta. Il paese però è semideserto e anche alla pompa di benzina, dove ci fermiamo per rifornirci finalmente dopo tanti chilometri, bisogna aspettare un po' prima di reperire l'inserviente che venga a manovrarla. Solo un gruppetto di bambini arriva di corsa a controllare che i nuovi venuti non abbiano con sé qualche cosa da lasciare. E' una specie di assalto alla diligenza, ma che poco produce, qualche caramella e niente più. Il gruppo si disperde subito vista l'inutilità del tentativo. 

Choum
Prima di riprendere la strada, controllo la mappa e mi accorgo che abbiamo appena travalicato la frontiera, in quel famoso triangolo di terra che non ho ancora capito bene se oggi si chiami definitivamente Marocco o Sahara occidentale indipendente, come tempo fa si è orgogliosamente autoproclamato. Lo abbiamo attraversato per oltre 5 chilometri, senza minimamente accorgerci della presenza di segnalazioni di sorta. Tecnicamente siamo sconfinati in un altro paese, senza saperlo, attraverso una strada costruita dritta senza badare ai segni fatti sulle carte. Chissà se tecnicamente questo mi darebbe il diritto di annoverare la mia presenza in un altro paese, al momento il 123esimo? Bisogna informarsi. Su questa cosa, bisogna spenderci due parole. In effetti dopo lunga lotta e sanguinosi scontri di guerriglia tra il Marocco che ne rivendica l'appartenenza (denominandolo Territori meridionali) e il Polisario, esercito di liberazione dei cosiddetti Sahrawi, al momento si è creata una soluzione di stallo, in cui il Marocco detiene l'80% del territorio, che lo considera de facto parte integrante della nazione, mentre l'altro 20% è controllato da questo Fronte Polisario. In realtà l'ONU, per quanto ancora conti, considera il territorio intero come non autonomo e in attesa di decolonizzazione e nel contempo, non riconosce l'occupazione marocchina. 

Sahrawi
Dal 1976 si è autoproclamata la RASD, Repubblica democratica araba dei Sahrawi, riconosciuta da una quarantina di stati prevalentemente africani e latinoamericani. Negli ultimi anni gli stati più importanti a partire dagli USA, hanno espresso sostegno ad un piano realistico di autonomia proposto dal Marocco stesso. Al momento la situazione è piuttosto tranquilla, almeno così mi risulterebbe, anzi pare che si possa tranquillamente transitare via terra dal Marocco fino alla Mauritania passando appunto per questo territorio che tra l'altro è altrettanto immenso , come del resto abbiamo appena fatto noi in questa circostanza. Un'altra delle sorprese che questo deserto ti riserba. Forse i popoli di queste sabbie ridono al pensare a queste linee tracciate sulle mappe, a confini che sono stati solamente nella testa di persone che questi deserti non hanno neppure mai visto, diversamente non avrebbero potuto nemmeno immaginarli i confini, le barriere, gli stati. Basterebbe avessero guardato questo spazio infinito senza limiti per capire che questa terra è libera, nella sua stessa concezione di luogo aperto da percorrere per arrivare da un luogo ad un altro e che non può essere definitivamente posseduto da nessuno, sfuggente e scivoloso come è, come questa polvere cristallina che ti scivola tra le dita, e vola via, forse ieri era in quello che tu vuoi chiamare Marocco, tra qualche tempo sarà in Mali e poi chissà dove, a costruire alti rilievi rotondi dai fianchi dolci e dalla estremità tagliate di netto come da lame molate, dalla superficie ricoperta da lievi e infinite ondulazioni ulteriori che le disegnano come una tappezzeria studiata da un grafico dalle capacità più alte. 

Traversine
Il deserto è così continua fonte di meraviglia e stupore, la sua forma che cambia continuamente, il suo aspetto, la sua consistenza diversa, che ti costringe sempre a fermarti per considerarne la differenza, la varietà dei colori, la straordinaria bellezza. E all'interno di questa natura così anomala rispetto a quanto sei comunemente abituato, così estranea alla vita ecco che comunque, di tanto in tanto si ripresenta quella presenza che poi estranea non è, perché ormai convive, si è adattata e persiste pervicacemente con una resistenza non raccontabile a parole, ma che puoi constatare solamente osservandola. Così di tanto in tanto, a decine di chilometri di distanza tra di loro, ecco comparire altre baracche, capanne, presenza di umani, di difficile decifrazione, se non che qui, tutto nasce dalla ferrovia, presenza magari invisibile se passa a solo qualche centinaio di metri in più, ma che capisci subito dai piccoli segni, il fatto che ogni baracca nasca su una struttura di traversine di metallo e che su qualche frammento di legno o di rafia ci sia il logo della compagnia, che qui tutto possiede, forse anche le anime di chi ci vive (?), se questa è vita, naturalmente. E ancora via, la corsa nel deserto non si ferma, altri rilievi leggeri, altra sabbia tra monticelli cespugliosi che rallentano la corsa verso gli orizzonti lontani. Abbiamo ormai abbandonato la N1 e corriamo adesso lungo la ferrovia che va rettilinea secondo la linea di frontiera ad un paio di chilometri da questa, proseguendo il suo cammino silenzioso verso la costa. Poi d'un tratto ecco che tra questo mare di sabbie, emerge una montagna "bruna per la distanza e parvemi alta tanto quanto veduta non ne avea alcuna". 

il monolite
Certo che Ulisse al termine del suo "folle volo" non poteva descrivere diversamente il monte dove situò il Purgatorio, ma noi che dobbiamo dire davanti a questo immenso monolite, che ci appare dapprima lontano lontano e poi comincia a crescere man mano che ci andiamo incontro- E' il secondo più grande del mondo dopo il più noto Uluru, o Ayers rock che dir si voglia, che si innalza nell'outback australiano. Il monolite di Ben Amara è alto poco  più di  600 metri e solo un poco più piccolo e si alza, grigio e solitario in mezzo a questa distesa di sabbia dorata, con i suoi fianchi arrotondati, massiccio ed imponente, quasi levigato dallo strofinio continuo a cui i venti lo sottopongono, quasi lucidandolo a forza di ripassarlo mentre la forte escursione termica tra il giorno e la notte ne sottopongono gli strati superficiali, quasi ad una sfogliatura progressiva, che ne provoca lo spezzarsi continuo e che ne fa accumulare lastre sottili di detriti che vie vie cascano dall'altro verso la base. Sembra grandissimo, ma in realtà sei ancora molto distante e la sua misura cresce man mano che continui ad avvicinarti, accorgendoti poi che benché sembri ormai immenso, ne sei ancora lontano. Così domina tutta la piana di un territorio così vasto che ti pare impossibile che un qualsivoglia confine sia nella realtà tracciato solo ad un paio di chilometri da lì. Finalmente ci siamo quasi sotto, possiamo fermarci e guardarne l'imponenza dal basso, poi, lentamente cominciare a procederci attorno fino a che proprio dietro, quasi sotto la immensa fenditura che dall'alto appare come un occhio spalancato sul nulla, ecco apparire una sorta di campo tendato che accoglie quelli che trovano il tempo e la volontà di arrivare fino a lì. 

Campo tendato





Sahara spagnolo
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mercoledì 11 marzo 2026

Mau 15 - A Zouerat

Sul treno - Zouerat - Mauritania - gennaio 2026

 



materiali abbandonati
Dopo il tunnel raggiungiamo nuovamente la strada che spesso qua e là, come la ferrovia del resto, tende a ricoprirsi di sabbia. Questo è il motivo per cui le locomotive sono state studiate con un sistema apposito per spazzare lo spazio davanti alle rotaie, problema in più per questa strada ferrata che quando è stata progettata, è stata davvero un'opera ingegneristica notevole. Intanto gli spazi degli scavi minerari si fanno sempre più vicini e lo vedi bene dalla quantità di materiali, che si trovano abbandonati lungo la strada e nelle zone che circondano gli scavi che si sono succeduti nel tempo oppure semplicemente che vengono adibiti a deposito materiali di ogni tipo, che siano scorte o semplicemente pezzi consumati od obsoleti e quindi abbandonati a se stessi, senza che nessuno se ne curi più, visto che di spazio nel deserto ce n'è in abbondanza e della manutenzione come sempre pare che nessuno abbia cura, più comodo aspettare il nuovo e buttare quello che non funziona più. Per non parlare dell'aspetto estetico di cui certamente nessuno si cura. Ci sono aree dove vedi decine di migliaia di pneumatici giganteschi usurati e ammucchiati a casaccio, da un'altra parte benne o altri strumenti di scavo anch'essi di proporzioni anomale secondo il metro a cui sei normalmente abituato. Oppure semplicemente file di container apparentemente in abbandono che di certo sono serviti per trasportare le cose necessarie nel tempo. 


Bisogna infatti pensare che una struttura come questa con centinaia o più lavoratori, in mezzo al deserto, che devono essere riforniti di ogni cosa, acqua, cibo e altri bisogni, avrà alle spalle una logistica, se pur primitiva, ma abbastanza imponente. Intanto si sono infittiti anche i binari, con parecchio materiale ferroviario abbandonato, vagoni mal messi, parti di locomotive, ruote, motori elettrici e un sacco di altra roba dall'utilizzo di difficile attribuzione. Più lontano si allineano montagne di detriti e tutto quello che sta normalmente intorno a impianti minerari di queste proporzioni e qui stiamo parlando di un'area che ha un diametro di almeno una cinquantina di chilometri e che nel tempo è andata gradualmente espandendosi. Già perché sembra proprio che questo minerale ferroso che costituisce le rocce affioranti dal terreno, qui attorno per chilometri, abbia una delle più alte concentrazioni di ferro al mondo, quindi comprenderete come questo luogo sia stato sempre molto attenzionato, così si dice nel gergo burocratico, dagli investitori mondiali. Insomma, qui basta tritare roccia, tirare su, caricar vagoni e infine portarli fino al mare a 700 km da qui. E come sampre accade a lato delle miniere è sorta la città di Zouerat. Qui il confine è molto vicino e da quanto ho capito, il procedere verso nord rimane comunque soggetto ad un certo controllo, d'altra parte cosa ci vai a fare verso nord per altri mille chilometri di deserto per arrivare al confine algerino dove non c'è assolutamente nulla. 

Aspettando il treno
O hai carne umana da trasportare, se no devi spiegare cosa hai in mente. Infatti ci sono continui posti di blocco, che esaminano i tuoi fogli con più attenzione, anche se qui ormai i turisti, con la storia del treno che ormai prende spazio su tutte le guide che si rispettano, cominciano a farsi vedere più spesso. La città comunque è moderna e si vede bene, ingrandita da poco, segno che il business procede piuttosto bene, con molte case di recente costruzione. L'albergo è quasi nuovo e si rivelerà addirittura il migliore del giro, con profusione di marmi e larghi spazi. In pratica siamo gli unici clienti, ma una bella doccia dopo tanti chilometri è sempre un piacere della vita, oltretutto andando al pensiero di quelli che arrivano qui, poi pensano soprattutto all'avventura del treno e dei suoi vagoni carichi di polvere. Tuttavia la cittadina, per essere così, un avamposto nel deserto senza storia dove alla fine non si va da nessuna parte, ha un po' un aria strana, come se fosse covo di chissà quali traffici e trafficanti. In realtà credo che non sia affatto così tenebrosa, ma qui sei talmente fuori della realtà che ti fai tutta una serie di trip mentali che ti fanno vedere in giro dappertutto personaggi da romanzo, avventurieri di un'Africa letta nei libri di Le Carré o cose del genere anche se adesso va più di moda la Wagner e sono cambiate un poco le nazionalità che girano da queste parti, con tanti occhi a mandorla che si guardano intorno cercando occasioni da business. 

riso allo zafferano
Comunque noi ci facciamo un piatto tanto per assestarci lo stomaco con dei bei bocconcini di pollo ben rosolato e un riso giallo che sembra scodellato sui Navigli. Poi torniamo di nuovo verso la miniera, nel posto che dovrebbe essere il punto di partenza del famoso treno. In effetti ci sono solo binari e vagoni merci abbandonati, ma in un punto noti subito che si è raggruppata una serie di personaggi vari. Qualche hippy zazzeruto e zainodotato, non saprei come identificarlo diversamente, che dorme per terra nel punto dove c'è sabbia morbida, qualche venditore di masserizie mangerecce e bottiglie di acqua e poi di tanto in tanto arriva qualcuno con pacchi consistenti avvolti nella plastica e dal contenuto ignoto, che scarica da una macchina malandata o da un carrettino trainato da un asino dall'orecchio mozzo, ma quanti ce ne sono, si vede che è una moda; alla fine lascia anche qualcuno e poi se ne va. Un via vai che sembra duri tutto il giorno. Un po' di binari più in là ci sono tre o quattro vagoni passeggeri che sembrano molto mal ridotti, roba da discarica. Invece pare che siano vetture che la compagnia, evidentemente stufa degli abusivi che saltano sui vagoni merci di polvere di ferro e anche innervosita dal fatto che di tanto in tanto qualcuno ci lascia pure la pelle, cascando già dai vagoni stessi e creando così problemi al normale traffico minerario, abbia deciso di fornire questa specie di servizio "passeggeri" a pagamento, anche se non si vede alcun ufficietto dove munirsi di un qualsivoglia biglietto. 

Un passeggero
Ho letto da qualche parte che per un certo periodo era stato istituito una sorta di treno "turistico" con un paio di vagoni, quasi normali che si faceva la tratta una volta la settimana, per far provare ai eventuali turisti ricchi, il brivido dell'avventura con aria condizionata inclusa. Ma forse perché se non salti nel vagone merci col rischio di romperti l'osso del collo e non ti succhi la polvere di ferro per 18 ore, non è avventura vera, non sono più riuscito a trovarlo nelle offerte, ragion per cui deduco che sia stato sospeso per scarsità di richiesta. Intanto per cercare di capire, cerco di issarmi sul vagone, che in ogni caso, non è di facile salita e infatti. subito un gruppetto di volenterosi, si dà da fare per spingermi su, anche se cento chili, non sono di facile maneggiabilità, ma qui sono abituati coi sacchi a peso morto e alla fine si riesce nell'impresa. Qui comunque l'anziano va sempre aiutato e poi questo dovrebbe essere l'avvenimento della giornata per cui tutti si affollano attorno a noi. Così faccio un giro all'interno del vagone dove quello che rimane degli scompartimenti è stato già occupato da famigliole, vecchie, bambini tristi e dalle loro masserizie distese a terra, visto che di sedili non è rimasta che qualche rara rimembranza. Percorro tutta la vettura, che sembra essere quella più bella, mentre l'altra ha solo più il pianale e ci si deve arrangiare alla meglio coricandosi a terra. 

scompartimento
Poi scendo tra grandi saluti, mentre già qualcuno si apprestava a farmi spazio pensando che volessi partecipare al viaggio. Sembra incredibile però come in queste situazioni abbastanza estreme, si venga accolti sempre con una grandissima cordialità, priva di secondi fini, anzi sembra quasi di leggere in questi occhi, un  piacere al veder che qualcuno si interessi del loro modo di vivere e non se ne stupisca, quasi nessuno si ritrae davanti all'obiettivo, anzi qualcuno richiede specificamente una foto, di cui poi vuole vedere il risultato sullo schermino. Sarebbe bello fermarsi qui e fare il viaggio. Chissà quanti racconti nella notte su questo treno, prima di cercare di dormire un po' o uscire fuori rischiando di cadere di sotto, appesi alla fiancata traballante, pur di guardare la stellata della via lattea che ricopre di traverso tutto il buio del cielo. Intanto questi sono qui da stamattina, anche perché il treno non ha un orario preciso. Ogni tanto questi vagoni vengono agganciati al treno principale del ferro, quando passa di qui, in fondo naturalmente, in modo che possano tutti prendersi la polvere che si leva dai vagoni. Pare che tra un paio d'ore ne partirà uno con licenza di farsi carico di questa gente. Ma gli irriducibili, quelli che vogliono affrontare l'avventura alla vecchia maniera, si fanno ancora due o tre chilometri a piedi più avanti fino ad arrivare al punto dove si ferma la parte merci del convoglio, per saltare poi su e sistemarsi sul minerale, dopo essersi scavati una specie di fossa umida, dove stendere qualche stuoia portata con sé, per passare la notte alla meglio. 

ombre nella sera
Visto che il viaggio dura all'incirca 18 ore, è meglio riuscire a prendere il terno che parte verso la metà della giornata per potersi godere l'alba e il tramonto, posto che il polverone te li faccia vedere davvero. Pare che qualcuno arrivi qui e trovati quelli che fanno il viaggio, affidi loro masserizie o addirittura animali, capre o altro da portare fino al punto di arrivo. Sembra che qui tutti si fidino. Giriamo un po' intorno a questo che sembra assolutamente uno snodo ferroviario abbandonato, con gente strana che si muove qua e là, visto che l'andirivieni è continuo. Dopo un'oretta ce ne andiamo, del treno principale che dovrebbe venire a caricare il resto nessuna traccia, forse tra un'ora, così almeno circola voce. I saccopelisti continuano a dormicchiare. Anche quello che aveva cominciato a pulire gli occhialoni da casco, ha rinunciato e si è riallungato sulla stuoia. Le donne che erano già nel vagone, abituate alle attese africane, non si sono neppure mosse di un palmo. I bambini immobili, non battono ciglio, nessuno ha voglia di giocare, stanno solo lì senza neppure la forza di spostare le mosche che girano loro sugli occhi. Andiamo a fare ancora un giro tra i binari, un letamaio di bottigliette e altri residui di plastica che non riesce a marcire, visto che nessuno ha mai spiegato a chi le butta per terra, che questo materiale non è come le bucce delle banane che dopo un paio di giorni sono sparite. 

Aspettando
Ahmed ci sorveglia da lontano, timoroso che scompariamo tra le traversine di ferro o predati da qualche sciacallo del deserto. Ma non vogliamo dargli questa soddisfazione, men che meno quella di finire sotto qualche treno che non esiste, anche se ogni tanto passa una locomotiva lontana, forse proprio  una di quelle che va ad agganciare i vagoni del minerale. Alla fine andiamo alle macchine. Un cenno di saluto a quelli che aspettano e che alzano solo una mano stanca. Hanno capito anche loro che stasera non saliremo sul treno, forse domani chissà o forse mai, troppo cagamaretti con quelle macchine fotografiche appese al collo che di certo almeno loro non sopporterebbero il polverone. Giriamo ancora un po' con le auto traversando tutta questa area distopica, tra l'altro piuttosto lontana dalla zona di carico del minerale e poi la abbandoniamo definitivamente, passando vicino all'altro punto in cui i saccopelisti abbordano i vagoni, dove ci sono in effetti tre o quattro disperati in attesa, forse coreani, forse giapponesi. Ahmed al passaggio, saluta qualcuno, lui conosce sempre qualche tizio che sta lì ad aspettare, da qualunque parte ci si fermi, ma forse per gli uomini del deserto è così. Si conoscono tutti, è il sapore acre della sabbia che li rende un po' amici, un po' parenti e forse nel deserto il saluto non si nega a nessuno. 

al mercato
Certamente, non c'è dubbio che la cosa di questo viaggio fantasma sul treno, abbia un suo fascino perverso, più che altro se la vedi postata su youtube, raccontata da qualcuno in cerca di clic per il suo business, ma credo che non sarebbe rientrata nei miei desiderata neanche una cinquantina di anni fa. troppa fatica, troppa polvere, troppe ore, troppo freddo di notte adesso, di certo un caldo mortale tra qualche mese. Tuttavia si tratta certamente di una situazione curiosa alla quale dare un'occhiata. Torniamo in città e facciamo un giro nel mercato, molto simile a quello di Atar, povere cose da cittadina di frontiera e niente più. I mercati africani non differiscono molto tra di loro, cose essenziali per cibarsi, tonnellate di vestiti usati in arrivo dall'Europa, avete presente quello che finisce nei cassonetti di raccolta da noi, che transitano da Prato per la cernita di mani cinesi e il resto stipato in container e spedito qui e poi poverissime cose di origine cinese, attrezzerie e per uso di cucina. Qui non c'è neanche la bancarella dei souvenir, segnale direi abbastanza significativo. Intanto è venuta sera, andiamo a mangiare di nuovo un boccone all'alberghetto di mezzogiorno, visto che ci siamo trovati bene. Stasera niente riso, ma spaghetti al sugo di cipolle, piuttosto gustosi, mentre sul maxischermo scorrono le immagini dei quarti di finale della Coppa di Africa. Intorno a noi un tifo infernale, son venuti tutti al bar per guardarla, sembra che tutti tifino Marocco, strano perché tra vicini, in generale non si usa. Comunque nessuno fa caso a noi e così dopo un po' ce ne andiamo a dormire. 

Zouerat


SURVIVAL KIT



Hotel Lebtah - Zouérat - Vicino al mercato. 3 stelle, decisamente di buona qualità, molto nuovo. Camere molto spaziose, pulitissimo. TV, AC, free Wifi, frigorifero. Decisamente ottimo.

Ristorante Lyezid - In un albergo poco lontano, anche questo molto nuovo. Pulito. Menù più o meno uguale ma tutto ottimo, riso giallo e pollo arrosto. 


Al mercato


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domenica 8 marzo 2026

Mau 14 - Il treno del ferro

Il deserto verso Choum - Mauritania - gennaio 2026

 

deserto
Ecco una nuova alba che nasce all'orizzonte lontano del deserto, ecco un nuovo giorno che si apre davanti a noi. Ci aspetta un bel pezzo di strada oggi, passiamo prima di nuovo alla rotonda del mercato per registrarci al posto di polizia, qui c'è un apposito ufficio per chi prosegue lungo la strada N1 verso nord. La strada va dritta verso la lontanissima frontiera algerina, oltre mille chilometri, e percorre per un lunghissimo tratto il confine con l'ex Sahara Spagnolo, oggi a tutti gli effetti Marocco, avvicinandosi più o meno alla linea retta tracciata a tavolino tanti anni fa al tempo delle indipendenze degli stati attuali, addirittura, come già vi ho detto, penetrando in quel territorio per circa cinque chilometri, quando il confine diventa una linea retta, perché quando si fanno le strade si seguono le piste millenarie, quando ancora il Sahara era una terra di tutti e di nessuno e a queste cose certo non si badava, quando al tavolo delle potenze europee, qualche burocrate tracciava righe rettilinee, purché fossero semplici e consensuali che dividessero territori, comunque giudicati inutili scatoloni di sabbia, senza stare lì a mandare schiere di cartografi che valutassero linee di livello, letti di fiumi antichi e altri elementi geologici che di norma si prendono in esame quando si discute di confini. Infatti dopo una trentina di chilometri dalla città, eccoci sul bordo di una catena montuosa che dai 400 metri circa di altitudine ci fa scendere di un paio di centinaia di metri di livello. 

Case di Choum
La strada sempre rettilinea, qui si intorcina subito in una serie di tornanti aggrovigliati che consentano la discesa in maniera piuttosto veloce. Davanti si stende una porzione di terreno piatto e semiroccioso, con qualche cocuzzolo di rocce eruttive che ancora spunta visibile di tanto in tanto, a formare un acrocoro che si estende per centinaia di chilometri nel nulla più assoluto. Ma qui nel salto di livello, la pista diventata strada ed è stata progettata e costruita con mezzi moderni, grandi escavatori e macchine movimento terra di dimensioni assolutamente moderne. Qui la roccia da attraversare, è stata spezzata, frantumata e rivoltata per bene, al fine di levigare il più possibile la pista per farla diventare il più possibile somigliante ad una vera carrozzabile. Questo ha fatto sì che una consistente quantità dell'interno delle rocce che hanno costituito questo rilievo per milioni di anni, venisse alla luce ed ora giaccia ammonticchiato ai bordi della strada. E quale è la meraviglia straordinaria nel vedere la varietà dei colori, delle venature e dei disegni che mostrano questi frammenti abbandonati! Basta fermarsi negli spazi appositi, in una delle curve a belvedere, dove la strada si allarga, per godere del paesaggio lontano e subito vieni accalappiato dalle pietre che sono ammonticchiate davanti a te e che formano la barriera di protezione sulla discesa sottostante. 

Rocce venate
La roccia appare come piuttosto tenera, ma ha rotture nette e lisce come la selce, solo che aperte queste spaccature sull'interno, ecco che compaiono, una serie di striature perfettamente lineari, ognuna di un colore diverso, che evidentemente raccontano di sedimentazioni successive o di eruzioni di materiali effusivi contenenti minerali ed elementi diversi che, compressi successivamente dagli strati che si sono sovrapposti hanno dato forma a questa meraviglia della natura, tra l'altro assolutamente non riconoscibile dove la roccia non è stata frantumata. Vien voglia di prenderseli tutti e portarseli a casa. La grana è che ognuna, pesa, guarda caso come pietra e naturalmente i più belli e straordinari sono i pezzettoni di maggiori dimensioni e penso che arrivare all'aeroporto con lo zaino pieno di pietre sarebbe decisamente imbarazzante. Così alla fine bisogna fare una veloce cernita, scartandone con grande dispiacere qualcuna davvero bella. Comunque sia, col nostro bottino gelosamente nascosto nelle borse, scendiamo verso il basso e ci apprestiamo a percorrere questo infinito territorio che ci si para davanti. Ci stiamo dirigendo verso le famosissime miniere di ferro di F'derik e Zouerat, che furono aperte negli anni '60 e producono polvere di ematite di altissima qualità, con una percentuale di oltre il 65% di ferro e che rappresenta fino ad oggi una delle più importanti risorse minerarie del paese. 

Le locomotive
Per sfruttare questa ricchezza, la società francese che aveva effettuato i primi scavi, ha costruito, in soli due anni dal 1961 al 1963, una ferrovia a scartamento normale, che percorre i 700 km dalla miniera fino al porto di Nouhadibou, sulla costa, dove il minerale viene caricato sulle navi ed esportato in tutto il mondo, principalmente Europa e Cina. Nel 1974 la Société Anonyme de Mines de Fer de la Mauritanie ((MIFERMA) è stata nazionalizzata definitivamente ed ora tutto quanto gravita attorno a questa realizzazione è della Société Nationale Industrielle e Minière (SNIM), sigla che vedrete dappertutto e che contribuisce in maniera consistente al PIL nazionale. Quando nel 1975 la Mauritania tentò di annettersi parte del Sahara Spagnolo, scoppiò una specie di guerra con il movimento Polisario che attaccando sistematicamente la ferrovia la mise fuori funzione impedendone di fatto il lavoro. Questo provocò in effetti una forte crisi economica al paese, che subì quindi un colpo di stato, con la successiva uscita dalla guerra e rinuncia definitiva al territorio. Nell'1980 la ferrovia riprese la sua funzione che prosegue tutt'oggi. L'opera è stata una realizzazione titanica e rimane l'unica ferrovia del paese e corre parallelamente al confine di cui vi ho già parlato, sconfinando anch'essa per un brevissimo tratto. La cosa curiosa è che questa strada ferrata viene percorsa solo da treni merci che la percorrono avanti, carichi di materiale e indietro, vuoti, quattro volte al giorno. 

Il treno
Il treno, trainato da quattro locomotive, è formato da circa 250 vagoni ed essendo quindi lungo quasi tre chilometri, è conosciuto come il più lungo treno del mondo in esercizio e proprio per questo è diventato una attrazione turistica ben nota, anzi i vieri avventurieri si fanno orgogliosamente vanto di salire abusivamente sui vagoni aperti, carichi di polvere di ferro e percorrere l'intero percorso fino al mare rimanendo a bordo per tutte le 18 ore cerca necessarie a percorrere la tratta. Salire di soppiatto sul treno nel punto di partenza, non è ufficialmente vietato, ma di certo ha una sua forte pericolosità visto che il treno ha sobbalzi improvvisi e sbatte parecchio, pur essendo lentissimo. Si sono infatti già verificate diverse cadute con esito mortale. Inoltre la notte è freddissima e soprattutto si è sottoposti ad una continua nuvola di  polvere di ferro che il vento solleva e ti sbatte in faccia, negli occhi ed in bocca, tanto che questi viaggiatori di natura turistica, si muniscono generalmente di occhialoni da sci e si coprono ben ben da capo a piedi, mentre i locali si fasciano la testa con robusti cheche protettivi. E' insomma una prova di coraggio, ormai nota come l'ultima avventura, che ha avuto notorietà attraverso film e serie televisive e che qualche ragazzo desidera fare per mettersi alla prova, tra sfida e disagio fisico. 

Ancora il treno pieno
Noi proseguiamo lungo la strada, mentre la ferrovia a binario unico naturalmente corre al nostro fianco. Ogni tanto la scavalliamo per passare in mezzo a qualche casupola semiabbandonata, tracce minime di paesi, che hanno o hanno avuto qualche cosa a che fare con le attività della ferrovia, qui tutto dipende da questa impresa e ad essa è legata. Anche le case sono costruite tutte piantando profondamente nella sabbia una serie di traversine di ferro a costituirne il perimetro, ricoperte da un tetto di frasche secche e poi trasformate in pareti con l'apposizione di un intonaco di fango e paglia. Siamo ormai ad un centinaio di chilometri dalla stazione di partenza ed ecco che si sente un rumore lontano che proviene da nord, dove il binario si perde nella foschia. Poi, ecco che una sorta di nuvola sempre più alta si solleva da esso e finalmente appare, tremolante alla vista, la testa della prima locomotiva che avanza verso di noi, poi ecco apparire al suo traino le altre e poi l'infinita sequenza di vagoni tutti uguali, dalla cui parte superiore scoperta emergono monticelli di polvere nera, mentre il sommovimento provocato dalle scosse e dal trascinamento fa alzare nuvole di materiale che si disperde nell'aria circostante. Così l'enorme bruco scorre lentamente al nostro fianco infestando tutta l'area attorno a noi, per un tempo lunghissimo che sembra non finire mai. 

La coda
Pensate ad un convoglio di circa tre chilometri di lunghezza che sferraglia al tuo fianco, attorno ai trenta/quaranta chilometri all'ora e continua a procedere per un tempo infinito, mentre tu ti sforzi di capire dove arriva la fine, il famoso ultimo vagone, che non arriva mai. Poi, finalmente, mentre non sei riuscito a calcolare quanto tempo è stato necessario, ecco che il treno finisce e anche la coda passa finalmente al tuo fianco quasi scodinzolando, come un lunghissimo bassotto e poi il tutto si allontana lentamente in una nuvola grigia che si perde all'orizzonte assieme al rumore che si fa sempre più fioco. Diciamo che se andasse ai trenta all'ora, mal contati, ci metterebbe all'incirca sei minuti a passarli tutti, sei minuti che ti sembreranno una eternità e poi rimarrai lì a guardare cercando di scorgerne la forma ancora per un po', fino a che tutto, vista e suono si annullano definitivamente nel silenzio del deserto. Potrebbe benissimo essere il set di un film di fantascienza che si svolge su un pianeta minerario alieno e privo di uomini. Ripartiamo e dopo una mezz'oretta ecco che raggiungiamo il treno di ritorno, che percorre lo stesso binario vuoto per arrivare di nuovo alla miniera per un nuovo carico. Lo percorriamo tutto, visto che la strada è vicinissima alla massicciata e ci mettiamo parecchio tempo, visto che la nostra velocità non è poi molto più alta della sua. Dopo che lo abbiamo superato ci fermiamo per vedercelo ripassare di nuovo al nostra fianco. 

Il tunnel
Questo essendo vuoto non lascia dietro di sé la nuvolaglia polverosa e si notano alcuni vagoni pieni di materiali vari che evidentemente vanno a rifornire la miniera stessa e chi ci vive attorno, visto che lì è nata una vera e propria città che funge da punto di transito per le frontiere del Marocco e successivamente, quella molto più lontana dell'Algeria. Detta così non sembra niente di che, ma vi assicuro che questo è uno spettacolo un po' unico che lascia con robuste sensazioni e che val la pena di vedere, con tanto che non è ancora finita qui, come vi dirò in seguito. Certamente cerchi di scattare foto alla meglio cercando una messa a fuoco tra la polvere e lo sferragliare dei vagoni che ti sfilano al fianco, ma come volete che possano rendere l'emozione del passaggio, la vista di questo oggetto alieno e mostruoso che taglia il deserto e si perde all'orizzonte a fronte di immagini sfocate o mosse o che comunque non potranno mai rendere la dimensione e l'unicità dell'oggetto. Intanto noi procediamo e poco più avanti facciamo una deviazione verso il profilo montuoso che si alza alla nostra destra. Ci infiliamo in una delle sue valli ed ecco un'altra cosa curiosa, in fondo al vallone, dove si erge una parete rocciosa piuttosto alta che impedisce il valico, dentro la quale ecco che si apre una apertura assai regolare. 

Nel tunnel
Si tratta di un tunnel lungo oltre due chilometri scavato nel 1962 dai francesi al momento della costruzione della ferrovia, poiché le autorità marocchine avevano richiesto per il permesso di sconfinare attraverso quel minuscolo tratto di frontiera che riduce il percorso di diversi chilometri, ma erano state proposte condizioni capestro giudicate inaccettabili. Allora, visto che in quel periodo tra l'altro in queste zone, si sparava, e date le richieste di indipendenza che provenivano dal popolo Sahraui, questione che al momento sembra fortunatamente sopita, si decise la costruzione del tunnel che allungava la strada ma risolveva il problema, se pur onerosamente, tanto che questo tunnel fu battezzato come "Il monumento alla stupidità europea in Africa". Successivamente al termine del lavoro, nel 1991, pacificata finalmente l'area, con un nuovo e più intelligente trattato si concesse il passaggio, con la realizzazione di un tratto di 5 chilometri che passa al di là della frontiera, accorciando la tratta e rendendo completamente inutile l'opera ormai conclusa che tuttavia è al momento è ancora perfettamente percorribile, cosa che infatti facciamo subito, anche se è come infilarsi in un buco nero, piuttosto pauroso del quale ignori il finale. Ma il fondo è buono e quindi con la perizia dei nostri autisti, che lo avranno già attraversato chissà quante volte, vediamo il chiarore in fondo, che preannuncia, la fine del tunnel e la sua definitiva uscita. Anche questa volta, tra una emozione e l'altra, siamo nuovamente usciti a riveder le stelle, anzi il sole, visto che siamo ormai a mezzogiorno. 

Il treno carico


M18 - La forza del destino









Where I've been - Ancora troppi spazi bianchi!!! Siamo a 122 (a seconda dei calcoli) su 250!