martedì 28 luglio 2026

Pam 30 - A Murghab

La moschea di Murghab - Pamir - giugno 2026

Il macellaio di yak
Di certo questa strana città continua a stupirti man mano che la attraversi. Tutto ha il senso del provvisorio ed è disposto in modo da enfatizzare la sua natura commerciale, mantenuta in piedi esclusivamente dalla volontà di scambio di cose, di merci, di interessi. Lo stesso turismo che ormai ha una parte importante nello sviluppo urbano, contribuisce in maniera determinante a ingrossare la popolazione cittadina, aumentando il numero dei locali e delle guesthouse, con i suoi bisogni e le sue necessità, delle quali nessuna può essere soddisfatta da materiali prodotti in loco, per cui ogni cosa, per mantenere in piedi questa giostra di cui vivono migliaia di persone, deve essere fatta arrivare da lontano, cosa che porta qui continuamente altri mezzi, altra gente, altre derrate. In effetti, nel mercato trovi più o meno tutto, dai succosi cocomeri, alla frutta, banane incluse, pannelli solari assai utili perché qui l'energia è merce preziosa, a tutte le varie carabattole in plastica di provenienza cinese a costi accessibili, assieme a tessili di ogni tipo. Insomma un mercato la cui stranezza è data dai container che le contengono, piuttosto che dalle merci esposte. Gli unici negozi per così dire locali sono le macellerie che espongono grossi tagli di bestie appena macellate. Una grande yurta all'incrocio tra due strade, le chiamo così anche se si tratta solamente di viottoli fangosi, visto che a queste quote l'asfalto è cosa rara e delicata, vende solo carne di yak, con il bancone completamente occupato da un quarto dell'animale, mentre altre frattaglie, testa e zoccoli, sono impilate dall'altra parte, il quinto quarto invece, assieme a diversi tagli già sgrossati sono appesi a ganci che scendono dal soffitto. 

Gelato CCCP
E carne piuttosto scura e dall'apparenza coriacea, anche quando l'ho mangiata mi è sempre sembrata tenerissima, probabilmente è una questione di cottura. Comunque il prezzo oscilla attorno agli 8 € al kg. che considerati gli stipendi che ho sentito, non è pochissimo. Il macellaio, un tajiko impegnato a suddividere pezzi, con grandi colpi menati dall'alto con un coltellaccio a mannaia ben affilato, appare piuttosto burbero e poco disposto a darmi corda, men che meno sembra gradire foto e smancerie varie, per cui mi allontano alla chetichella senza troppo insistere per non urtarne a sensibilità. Mi è sembrato molto vicino, in quanto a rudezza del carattere, al macellaio del mio paese che tuttavia, anche se ha questo difettuccio che certo non serve ad avvicinare i clienti, spaccia carne buonissima ed a ottimo prezzo, per cui, soprassedendo sui difetti, gliela comperiamo lo stesso volentieri. A questo punto, girolando per il  mercato ecco che ad un angolo compare quella che senza dubbio è una gelateria, cioè un negozio che vende gelati confezionati, con i suoi bei tavolini e pure gli ombrelloni, visto che qui il sole brucia. Tra le marche offerte ce n'è subito una per me irresistibile, gelato al pistacchio CCCP, verde come l'aglio che più verde non si può. Comprato immediatamente, si tratta di un classico gelato a stecco un po' storto, si sarà certamente sciolto e ricongelato più volte, ma piuttosto buono e cremoso come da tradizione sovietica. 

Dal gelataio
Ricordo ancora con grande nostalgia quelli che vendevano a Mosca agli angoli delle strade, delle vecchie babuske sorridenti, sedute su seggiolini di legno anche a febbraio con -20°C sotto zero, a fianco dei grossi contenitori che offrivano il Kvas. Bei tempi gli anni '90, per chi arrivava lì dall'estero. Qui, la gelataia, chiamiamola così, è invece un bel donnone sorridente coi denti d'oro come da tradizione, che ci porge i gelati con gran soddisfazione. Ci sediamo vicino e attacchiamo subito bottone, visto che lei chiacchiera con piacere. Chiarisce subito di avere quattro figli già grandi, tutti andati in città, capiamo subito che questo è il destino dei giovani in questo paese di frontiera e di passaggio, uno addirittura ha vinto una borsa di studio e studia all'università di Shanghai e le sta dando evidentemente grandi soddisfazioni, da come ce lo racconta. D'altra parte è un po' il sogno di tutti i ragazzi qui, poter andare all'estero a studiare e poi a lavorare per cercarsi un futuro con più opportunità e la Cina e la Russia (adesso questa un po' meno, perché rischi di finire invischiato in qualche trincea) sono sempre stati i paesi più attraenti. Però alla fine, stimolata su altri argomenti, dice che le cose negli ultimi tempi non stanno andando per niente male, almeno da queste parti, insomma quando gira il soldo, alla fine la gente è contenta e si vede. 

Il minareto
Infatti nel cortiletto pieno di tavolini, entra un sacco di gente, ragazze giovani vestite in modo assai moderno e spigliato, anche se sono poi molto timide e non ci danno confidenza più di tanto se pure buttano l'occhio e ridacchiano tra di loro. Diverse mamme coi bambini, con passeggini di lusso, che se ne vanno alla fine ognuno col suo gelato, insomma il business corre e tutti sono contenti. Intorno al mercato corrono le strade principali del paese e nel pomeriggio arrivano mandrie di yak a percorrerle, lasciando qua e là il ricordo del loro passaggio, per carità, tutta roba benedetta che raccolta e debitamente essiccata sarà tanto buon combustibile, utile nell'inverno venturo. Lontana, nella piana, più in basso e vicina al fiume, che porta lo stesso nome della città e che forma una serie di meandri complicati, che  finiscono per impantanare la parte più bassa della valle, c'è, isolata dal paese, l'antica moschea, forse uno degli edifici più datati della zona, costruita nello stile pamiro, simile a quella che avevamo già visto ad Alichur. E' una bassa costruzione quadrata che racchiude una grande ma semplice cupola centrale, con due tozzi minareti ai lati. La porticina è chiusa e non ci sono presenze attorno a cui rivolgersi. Guardando meglio la porta si riesce a forzare in qualche modo ed entriamo nel giardinetto interno e poi nella saletta di preghiera con una semplice nicchia bianca rivolta alla Mecca e un Minbar sempre bianco ma più ornato di disegni dorati. 

Lenin
All'esterno i muri di mattoni dipinti di bianco, che con la loro alternanza di vuoti e di pieni contribuiscono a formare i bei disegni comuni nell'Asia centrale, con le costolature ed i rilievi a disegnare decorative cornici, ripassate in un azzurro che le evidenzia maggiormente. Un angolo di raccoglimento davvero piacevole ed intenso, completamente privo di presenze umane, dopo la confusione del mercato. Arrivano anche quattro tedeschi piuttosto anzianotti, che vista la porta chiusa rinuncerebbero al tentativo di visitare il sito, ma noi li spingiamo ad osare, così entrano e poi escono contenti anche loro. Torniamo in città ed ecco all'ingresso, sull'incrocio delle vie che vanno verso Osh, troneggia un monumento particolare che racconta come queste zone abbiano conservato un mood, che in tutte le altre parti dell'impero ex sovietico è stato abbandonato da tempo, anzi direi proprio cancellato. Infatti ecco che sul suo bel piedistallo piastrellato, un tempo si diceva alla palladiana, troneggia orgogliosa una grande statua similmarmorea, più verosimilmente di gesso bianco ad imitare una provenienza carrarina, di Lenin, nella sua posizione standard di arringare alla folla con la mano destra alzata per enfatizzare il momento. 

Kirghizo
Insomma è chiaro che qui come in diverse altre parti dell'Asia Centrale, come del resto abbiamo potuto constatare nei giorni precedenti, non si è mai abbattuta la furia iconoclasta che ha attraversato invece il resto dell'impero, che di queste figure archetipe di ideologie del passato non vuole più sentire parlare. Qui invece mi sembra che un certo rimpianto, anche se non conclamato ufficialmente sia rimasto quantomeno nelle vecchie generazioni, in riferimento a tempi che, tutto sommato, da queste parti sono sembrati più tranquilli e che in molti casi avevano portato ad un miglioramento di condizioni di vita che all'inizio del secolo scorso erano decisamente più severe. A questo punto non ci resta che andare a posare i bagagli nella nostra guesthouse, che ci attende in un punto sopraelevato, una collinetta dalla quale puoi vedere la distesa di case bianche di Murghab ai tuoi piedi. Si vede subito che il livello è superiore a quanto abbiamo visto nei giorni precedenti nelle lande desolate dell'altopiano. Qui siamo sempre in una zona estrema, ma ormai sono abituati al turismo, essendo questo il posto di tappa obbligato per tutti e quindi quelle che all'inizio erano case adattate alla meglio, si sono strutturate decisamente in modo più moderno per accogliere ospiti di tutto il mondo. Gli interni sono ristrutturati, i bagni sono interni nei corridoi e le camere se pur mantengono lo stile locale con profusione di tappeti a terra e alle pareti, sono decisamente confortevoli. Cominciamo a posare le valige, poi faremo un giro intorno anche per socializzare con i molti ospiti della struttura, tutta gente all'apparenza molto interessante. 


Ragazza Kirghiza





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lunedì 27 luglio 2026

Pam 29 - La Pamir Highway

montagne dell'altopiano - Pamir, Tajikistan - giugno 2026


La Pamir Highway
Sono sempre un po' arrugginito alla mattina presto, quando poi la notte si passa in quota e checché se ne dica 4000 è sempre una bella cifra, è ancora più dura, anche se, per la verità, potrebbe essere solamente una sensazione questo leggero mal di testa che mi perseguita fin da quando ho cercato di raggiungere il baraccotto in fondo al cortile, dove sfogare l'accumulo della notte. D'altra parte per queste cose bisogna un po' adattarsi, se pensi che a Marco Polo sarà toccato andare dietro a qualche duna, col rischio di perdersi per sempre, richiamato dalle voci dei jin, gli esseri malefici della tradizione che amano confondere la strada nei deserti ai viaggiatori. Però potrebbe essere tranquillamente il cuscino che non è andato troppo d'accordo con la mia cervicale, che è sempre un po' tignosa. In effetti quando mi sono mosso un poco, è passato tutto e tra le altre cose, non fa neppure il freddo che temevamo, anzi con addosso un pile leggero, non si sta affatto male e ormai il sole sta salendo dietro le colline lontane e il cielo diventa ad ogni momento più azzurro. A colazione poi, c'è addirittura la marmellata! Insomma cercano di farsi i clienti anche ad Alichur e quando fai un giretto a piedi per sgranchirti le gambe tra le case basse e un po' anonime del paese, l'orizzonte ti si svela subito, chiaro e pulito e devo ammettere che questo è uno dei panorami più bello di tutto il viaggio, così solitario e severo da darti la sensazione di essere davvero fuori dal mondo, almeno dal tuo mondo, quello delle certezze a cui ti sei abituato, come se fossi stato depositato fin quassù da una astronave e adesso ti stessi chiedendo come fare a sopravvivere, dove trovare modo di andare avanti in cerca della tua civiltà. 

Mandrie ad Alichur
Lontano, in fondo alla valle, un avvallamento che forse raccoglie meglio l'umidità che scorre dalle colline che lo circondano, permette il crescere di una leggera coltre di erba, una peluria a metà strada tra il verde stentato e il giallognolo della secchezza prematura. La mandria di yak si è spostata laggiù, forse per approfittare della frescura del mattino e gli animali mostrano i dorsi pelosi anche se a quelle distanza ti appaiono solo come piccole macchioline immobili all'orizzonte. Tra le case, gli unici mezzi meccanici che scorgi sono qualche vecchia Lada Niva ed i famosi e indistruttibili camioncini sovietici UAZ, che evidentemente resistono bene nei territori più difficili. Sembra davvero di essere ancora in quel mondo ormai dimenticato anche da queste parti. I camion cinesi che erano parcheggiati davanti alla trattoria, sono già partiti tutti, questa è gente che non ha tempo da perdere e Dushambé con le sue sirene di città moderna, è ancora molto lontana da quassù. Ma quando viene l'ora di partire, non possiamo che continuare a girare l'occhio tutto attorno in cerca di scenari da fotografare, uno più affascinante dell'altro. Dopo una dozzina di chilometri ecco il piccolo specchio d'acqua della sergente Al-Balik (del pesce bianco) a cui facevo accenno ieri. Effettivamente le acque sono limpidissime e si scorge il fondo, che non capisci quanto profondo proprio a causa della perfetta visibilità. 

Yak
Qualche pesce guizza qua e là, ma vicino alla riva tutto è coperto da rigogliose piante acquatiche che nascondono la sua decantata visibilità cristallina. Ci metteremo almeno quattro ore per fare la novantina di chilometri sull'altopiano che ci separano da Murghab, il capoluogo del Pamir orientale, tanto per certificarvi lo stato della strada. I saliscendi non sono molti e la strada serpeggia tranquilla nella valle, solo il fondo è talmente disastrato che consiglia di lasciarla non appena è possibile per percorrere un tracciato alternativo al suo fianco, dove per lo meno non ci siano continui residui di asfalto diroccato che producono certamente un continuo massaggio, ma non so di quanto beneficio sia per la mia cervicale. Comunque il  mal di testa è passato anche se la quota oscilla sempre tra i 3700 e i 4200. Abbiamo appena fatto un passo a questa quota, ma al di là del fatto che non è segnalato neppure da un misero cartello, non è neppure chiaro quale sia il punto di maggiore sopraelevazione. In fondo questa è una cosa davvero di minima importanza, lo spettacolo invece continua ai nostri fianchi con una serie di pareti di roccia dalle formazioni imponenti e globose, come se le condizioni atmosferiche ne avessero graffiato via con mani adunche, tutto il terreno inutile che le ricoprivano, lasciando alla luce questi pannelli di roccia marrone impilati in colonne quasi regolari, in mammelloni scabri e taglienti, in calanchi scavati dal tempo. 

Ibex
Questa è la zona dove allignano gli animali servatici del Pamir e che proprio per la loro selvaticità, non si vedono mai. Non fatevi illusioni, ma del famoso leopardo delle nevi non ci sono tracce e neppure delle pecore di Marco Polo (Ovis ammon Polii). Solo per caso, lontanissime, tanto che nel paio di foto che ho scattato per puro obbligo di firma, risulteranno praticamente irriconoscibili, scorgiamo un paio di Ibex, il famoso stambecco del Pamir, il cui maschio vanta corna che arrivano addirittura a 150 cm, di cui abbiamo visto qualche teschio nei tempietti Oston. Ma sarà la distanza o il fatto che fossero femmine, ma di questi non riusciamo neanche  a vederle queste fantomatiche corna. Niente da fare, oltre le aquile dell'altro giorno, qua intorno siamo perseguitati solamente dalle marmotte, grasse come porcellini e con mantelli così spessi da farle sembrare palle di pelliccia fulva e lucidissima, che corrono via come saette mostrandoci le terga in segno di scherno, non appena facciamo un tentativo di avvicinarle per fotografarle più da vicino. Alla fine, una si prende pietà dei miei sforzi, all'improvviso si ferma, sale su un monticello di terra e si mette in posa mostrandomi gli incisivi con un bel sorriso. Non incrociamo neppure quasi nessuno lungo la strada, per i camion bisogna aspettare il pomeriggio. 

Marmotta
Dopo un po' ecco che passano due ciclisti, che arrancano come disperati lungo la pista sassosa, che per noi è solo in leggera discesa, ma che fatta in bici a questa altitudine deve essere davvero una sfida sovrumana ai polmoni ed alle gambe. Noi diciamo che è gente che si vuole male, ma certo che quando arrivi alla meta deve essere una gran bella soddisfazione. Comunque la mattinata passa tra sguardi meravigliati e oooh di stupore davanti a sfilate di montagne sempre diverse, pronte a mostrare il loro lato migliore. I colli si fanno più bassi e di contrasto alle loro spalle le montagne vere, alzano sempre di più le loro cime completamente bianche di neve, mostrando il nero della roccia viva solo nei loro punti più scoscesi. Quando è da poco passato mezzogiorno la valle si allarga decisamente mostrando un vasto territorio ondulato e circondato di montagne lontane. Al centro della valle, la cittadina di Murghab, la più importante di tutto il Tajikistan orientale, si stende pigramente in un terreno scostante e alieno per la vita umana. Questo sito infatti, è davvero una anomalia nel suo genere. La prima cosa che ti domandi infatti è cosa abbia spinto qualcuno a venire a stanziarsi qui, un luogo dove l'agricoltura è impossibile, i pascoli sono avari e poverissimi, le temperature arrivano a -50°C in inverno e a +40°C in estate e può nevicare in qualsiasi giorno dell'anno, oltre ad essere molto lontano da raggiungere. 

Il mercato di Murghab
In effetti la zona è considerata come un deserto di alta quota con scarsissime precipitazioni, venti forti e tempeste improvvise. Mancano inoltre le fonti energetiche, il riscaldamento essendo garantito solo dalle deiezioni degli yak essiccate e solo oggi supplite da pannelli solari e carbone portato in loco da lontano. La spiegazione è semplice, qui siamo al centro di un'area strategica, quella che è l'attuale Pamir Highway all'incrocio con la strada che, attraverso il passo di Kulma porta in Cina e quindi è stata ampiamente contesa da Russi, Inglesi e Cinesi alla fine del XIX secolo. I Russi insediarono per primi nella valle il Pamirsky Post, dove c'erano solamente pochi pastori nomadi Kirghisi con i loro yak, resistenti a queste condizioni estreme e furono anche quelli che costruirono la strada moderna ancora oggi attiva per collegare Dushambé a Osh. Poi è stato tutto un tira e molla per avere il controllo della zona fino alla guerra tra Kirghizistan e Tajikistan quando la zona era stata quasi del tutto abbandonata. Adesso le acque sono calme e anche la Cina ha capito che è molto più conveniente lasciare le cose come stanno e fare affari sfruttando il corridoio commerciale che si è creato sulle tracce di quello che c'è sempre stato in passato. Il sito, che come ho detto, era abitato prevalentemente da Kirghisi, la maggior parte dei quali con doppia cittadinanza, che tuttavia adesso è stata vietata, ha visto cambiare negli ultimi anni la situazione. Infatti il governo ha rafforzato in maniera consistente la presenza tajika in città, al punto che oggi la presenza di entrambe le etnie si equivale. Infatti se si osserva con attenzione la parte più recente del mercato, si nota che questa è occupata quasi esclusivamente da commercianti tajiki, al contrario di quella vecchia dove prevalgono i Kirghizi che in passato godevano di maggiori opportunità in quanto la maggior parte delle merci arrivava dalla vicina Osh, mentre adesso che questa rotta è stata ridimensionata, quasi tutto viene trasportato direttamente da Dushambé e questo ha gradualmente modificato gli equilibri etnici e commerciali della città che ha anche aumentato di molto i suoi abitanti fino a diventare così un importante centro commerciale tra stati confinanti e complice la crescita del turismo, anche punto di tappa fondamentale sulla M41. 

Ragazza kirghiza
Una delle parti più interessanti della città è il mercato, un luogo del tutto sui generis, costituito unicamente da una serie di container trasformati in negozi ed abitazioni, dove l'esposizione delle merci ed il commercio di ogni tipo di materiale si svolge in continuo. In effetti ci sono tutte le caratteristiche comuni di un mercato orientale, da ogni tipo di negozio, ai banchi per il cibo di strada ai magazzini per conservare il materiale, ma tutto si svolge in quello che sembra una discarica di materiali da trasporto abbandonati uno vicino all'altro, dei quali un gruppo di persone, in cerca di sistemazione, ha preso il controllo, tagliando porte e finestre per renderli abitabili e poi per usufruirne per questo luogo di scambio, che appare come l'emblema del provvisorio, in attesa che accada qualche cosa a regolamentare il viver civile. In effetti poi trovi di tutto come in qualunque mercato, è solamente la stranezza della disposizione che lo fa apparire come un campo profughi adattato al commercio. Gli uomini indossano quasi tutti il cappellino kirghiso, quella corta feluca bianca ricamata che si posizione alta sulla testa, le donne con fazzolettoni colorati attorno alla testa, hanno tutte caratteri orientali, con il lungo e conturbante taglio degli occhi che le rende belle ed esotiche al tempo stesso. Passeggiamo un poco tra i magazzini, non saprei come meglio definirli, poi andiamo a mangiarci un pollo fritto con patate e tè al limone. 

Kirghizi al mercato


Murghab
SURVIVAL KIT

Murghab - Capoluogo del Pamir orientale con circa 6000 abitanti a 3650 m. Il miglior luogo di tappa di questa zona, importante per la sua posizione logistica. Da vedere la moschea e il particolare mercato cittadino. Se avete uno o due giorni in più da dedicare alla zona, molto particolare e unica per la sua posizione strategica, potrete vedere nei dintorni: a 7 km, un'area tombale a Kana-Kurgan; a 10 km a sud della città, c'è un santuario che accoglie e cura i leopardi delle nevi feriti prima di rimetterli in libertà. Si possono vedere e fotografare, ma è sempre uno zoo. A circa 45 km il villaggio di Rangkul, col vicino lago di Shorkul, in uno scenario di deserto di montagna che dicono essere uno straordinario paradiso ornitologico. A circa 50 km nella valle di Kurteskei, ma qui bisogna dedicarci una intera giornata c'è la grotta di Shakhty, scoperta negli anni '50, che ospita una incredibile serie di dipinti in pigmento minerale rosso, di epoca addirittura paleolitica, con scene di caccia all'orso, cinghiali e un particolare uomo uccello di difficile interpretazione. Ci sono poi postazioni militari sovietiche abbandonate e l'osservatorio di Shorbulak oltre a moltissime opzioni di trekking. In agosto qui si svolge il festival sportivo At Kabish, coi giochi tradizionali a cavallo, tra i quali il Kok-Buru (conosciuto anche come Buzkashi, negli stati vicini) in cui, cavalcando, bisogna portare in un cerchio una carcassa di capra e anche molte altre competizioni a cavallo come il Kiz-Kuumai in cui l'uomo (lo sposo) deve catturare la sua ragazza inseguendola a cavallo e cercare di baciarla. La ragazza, per contro, può tranquillamente prenderlo a frustate, se preferisce. Vi si svolge anche la caccia con l'aquila come nella vicina Mongolia.




Guesthouse Erali - Murghab
- In bella posizione sopra la città, tenuta da due simpaticissimi anziani, frequentata da viaggiatori interessanti per scambiarsi informazioni ed esperienze. Sala da pranzo in stile sovietico con ori e lampadari e moltissimi tappeti alle pareti. Stufa in camera.  Cena ricca con samosa alle patate e minestra, un sacco di dolciumi. Camere ragionevolmente accoglienti, spaziose con letti grandi. Bagni in corridoio, pulito.

Il mercato

Donne al mercato
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domenica 26 luglio 2026

Pam 28 - La valle perduta di Alichur

Lo Stiky lake - Tajikistan - giugno 2026

 

Le montagne intorno
La strada prosegue in una alternanza di panorami grandiosi, fatti di montagne severe, dai colori innaturali, specchi d'acqua spettrali e soprattutto un territorio che, anche visivamente rifiuta la presenza umana ed animale, con una terra arida ed inospitale che non consente neppure il pascolo delle bestie parche e non pretenziose dell'altopiano. La valle si estende sinuosa tra colline di quattromila metri, lasciando ai nostri fianchi aree umide e fangose di laghi fantasma, pieni di alghe misteriose e scure, mentre nei punti dove il fango è seccato, affiora il bianco del sale e delle mineralizzazioni dei fondali degli stagni seccati. Una vista quasi aliena che racconta bene una natura avversa all'uomo in ogni suo momento, senza quindi considerare la climatologia terribile che isola questo mondo per tanti mesi all'anno. Scorriamo uno specchio d'acqua, forse il Sasik Kul, un lago cupo e minaccioso, detto anche Stiky lake, che dovrebbe emanare, a quanto dicono le guide, un forte olezzo di uova marce ma che, per la verità non sembra poi così puzzolente, anche se per essersi guadagnato questo nome, una ragione pure ci dovrà pure essere. Si arriva a piedi fino alla riva che va sfumandosi in un'acqua morta e senza trasparenze, come se l'ingresso di un'Averno misterioso e sconosciuto fosse proprio lì, celato tra quelle profondità piene di mistero. 

Il Tuzkul
E poco prima di questo avevamo fatto un'altra sosta per fare qualche foto al Tuzkul, il lago Salato, così chiamato proprio per gli affioramenti bianchi che si notano attorno alle rive. Qui attorno non cresce neppure più qualche filo d'erba, forse è proprio questa salinità che lo impedisce. Ma è la desolazione che suggerisce questa strada solitaria e perduta, in particolare in questo tratto che non manifesta neppure la presenza di cime altissime ai suoi fianchi, che darebbero comunque un tocco oleografico gioioso, a tal punto che questa viene denominata anche la Valle della vergogna di Alì. Racconta la leggenda infatti, che quando il genero del Profeta raggiunse queste valli per proseguire la sua predicazione (anche se anche in questo caso ci sarebbero delle incongruenze considerando le date), trovò gli abitanti molto lontani da una vita morigerata ed in linea con gli insegnamenti del Profeta, praticando la poligamia e mantenendo comportamenti lontani da uno stile di vita moralmente accettabile. Così Alì pregò Dio affinché maledicesse quella terra, rendendola per sempre infertile ed invivibile. Così da quel momento la valle di Alichur divenne arida e quasi completamente priva di vegetazione. Anche questa è una delle leggende che aleggiano in queste terre estreme, dove comunque, a dispetto di tutto qualche uomo riesce a vivere in qualche modo, essendo forse l'essere vivente più adattabile e tignoso del pianeta. 

La tomba del mercante cinese (dal web)
Così finalmente anche noi arriviamo ad Alichur, un paio di centinaia di case basse e primitive sparse nella piana fatta di terra e roccia cosparsa di pietrisco, uno dei punti di sosta per i camionisti che percorrono la Pamir Highway, arrivando dalla Cina lungo lo stesso cammino che per migliaia di anni hanno percorso prima di loro mercanti, religiosi, esploratori e che stiamo facendo anche noi, semplici curiosi in cerca delle emozioni che solo terre queste sanno dare. All'incirca 2000 persone che riescono a campare, non è chiaro di cosa, in questa landa desolata. La strada stessa, se così vogliamo chiamarla è solamente un ricordo di quello che era stata pensata. Le tracce di asfalto sono così misere e sfasciate che creano più problemi della pietraia naturale, tanto che spesso la abbandoniamo per seguire altre tracce al suo fianco, meno traballanti e fastidiose, per quello che qui si chiama "natural massage". Pensate che per fare gli ultimi trenta chilometri ci mettiamo oltre un'ora. Per la verità, se vogliamo essere precisi, dando un'occhiata intorno con sguardo più attento, in questo che sembra un paesaggio totalmente ostile, anche se severamente bellissimo, riesci a notare lontane, le tracce di un piccolo fiume che divide la valle serpeggiando sotto le colline. Si tratta dell'Alichur, che mantiene lo stesso nome del villaggio e che prosegue, alimentandolo come immissario, il lago Yashilkul e poi giunge fino a Khorog e si dice sia molto ricco di trote, risorsa alimentare assai preziosa per i locali che devono sopravvivere nella zona. Insomma forse la maledizione di Alì ha lasciato una piccola scappatoia ai resilienti abitanti dell'altopiano, per riuscire a sopportare le carenze del luogo!

Greggi ad Alichur
Non riusciamo a vedere la piccola costruzione chiamata La tomba del mercante cinese, che dalla mappa risulta persa nella piana ad una trentina di chilometri e che sorge vicino alle rovine del caravanserraglio di Bash Gumbez dove sicuramente avrà sostato anche il nostro amico Marco, quasi 800 anni fa, pensate un po', mentre per la sorgente di Al Balik, ad una dozzina di chilometri nell'altra direzione, cercheremo di vederla domani, visto che si dovrebbe trovare proprio vicino alla strada. Si tratta di una sorta di sorgente sacra, una sorta di oasi nel deserto, si vede che qui la maledizione di Alì non ha funzionato, che avrebbe acque così cristalline da mostrare chiaramente le trote che nuotano sul fondo o almeno così si dice; si sa che poi in questi casi si tende sempre ad esagerare. Non è noto come sia andata la storia di questo mercante che, giunto in questa valle desolata, uno dei punti più difficili della traversata del Pamir, si ammalò improvvisamente, forse per le condizioni atmosferiche proibitive o per altro, fatto sta, che l'amico che lo accompagnava volle costruire questo piccolo monumento funebre a suo perenne ricordo, che è ancora qui dopo tanti secoli e pare, almeno dalle immagini, in buone condizioni. Noi arriviamo in paese che è quasi sera. Lontani, attorno alle case, sparuti gruppi di yak grigi e pelosissimi, tentano disperatamente di strappare a questa terra avara miseri cespi di erba seccagna e dura, il pochissimo che questa landa riesce a far crescere in questo che è il suo periodo migliore. 

Kirghiso
Tra le case un po' più lontane, indovini anche le mura un poco più curate di una bassa moschea con piccole torri agli angoli, ornate elegantemente da greche marroni, attorno ad una grande e bassa cupola centrale. Noi giriamo alla cieca per il paese, percorrendolo in lungo ed in largo e mentre scende il buio fatichiamo un poco a trovare l'Homestay, nonostante le indicazioni dei rari abitanti che incontriamo nel nostro giro e che una volta ci mandano da una parte, e la volta dopo ci indicano la direzione opposta, quasi volessero prenderci in giro. Alla fine la troviamo. Ovviamente è molto basica e nelle stanzette non si trova altro che un letto e niente di più, ma considerato il luogo in cui ci troviamo, penso che non si possa pretendere di più. Nel paese, proprio sulla strada c'è anche un locale, che fornisce cibo. E' una specie di taverna, ritrovo per tutti i camionisti che passano da questa strada, per arrivare fino a Dushambé con il loro carico di merci cinesi le più varie, dalle auto agli alimentari, ai tessili di ogni tipo, oltre naturalmente a tutto il materiale tecnologico di cui il paese ha fame. Naturalmente il locale si chiama Cafè Marco Polo e ci mancherebbe! Qui siamo a circa quattro giorni dalla Cina e pare che un trasporto, per un container completo costi all'incirca 400 $, se vi interessa cominciare un business da queste parti. 

Camionisti
Sono sempre informazioni che servono e che il mercante gradisce avere, quindi come farebbe Marco nelle appendici ipotetiche del suo libro, anche io le aggiungo di buon grado. Ci accomodiamo anche noi davanti alla loro tavolata, d'altra parte è noto in tutto il mondo che dove si fermano i camionisti il cibo è ottimo. Ci viene servita una zuppa di spaghetti piuttosto piccante, cosa inconsueta nell'Asia centrale, ma qui si vede che arrivano i refoli culinari della Cina profonda e il peperoncino del Sichuan probabilmente fa premio anche fra le montagne dell'altopiano. E' davvero interessante comunque sentire i discorsi e le chiacchierate di questi autisti che incrociano di continuo queste valli. Jamshed ci traduce le conversazioni più divertenti, infatti l'argomento principale sembra essere la follia degli occidentali che si incontrano da queste parti e delle loro abitudini incredibili e folli che li fanno sganasciare dal divertimento. In particolare, quelli che meno riescono a capire sono i ciclisti, che incredibilmente affollano questa impossibile strada, anche se non ci crederete. Noi stessi ne abbiamo incontrati parecchi, come vi dirò in seguito. Uno racconta di una famigliola di due ciclisti, ognuno dei quali che trascinava, attaccato alla bici, un carrettino contenente un bimbo di un anno e un cagnolino microscopico, l'altro. Il tizio non riusciva a concepire la follia di portare un bambino così piccolo in un luogo così inospitale. 

La stufa
Un altro a sua volta, racconta di averne trovati due che dormivano al lato della strada in una minuscola tenda, tremanti di freddo, a causa di una attrezzatura piuttosto scarsa per quelle temperature notturne che di solito scendono attorno allo 0°C. Insomma non fatico a capire come questi uomini, pur abituati al rigore di questa terra, non riescano a comprendere la mentalità degli occidentali che vengono quindi assimilati in massa a queste, che anche noi riteniamo eccezioni del tutto particolari e non comuni. Comunque i ragazzi, ridono molto, ve lo assicuro e noi che siamo capitati come per caso in questa specie di club per trasportatori di passaggio che si scambiano le loro esperienze, ci sentiamo decisamente pesci fuori dall'acqua. Vedi attorno al tavolo genti di tutte le razze, facce rotonde e rubiconde di Tajiki o forse di Uzbeki, corpi e testoni massicci e schiacciati, dagli occhi sottili come lame, sicuramente Kazakhi, ometti segaligni col classico cappellino a feluca del vicino Kirghizistan. Le ragazze che portano i piatti, probabilmente le figlie del proprietario della locanda o qualche loro amica, sono molto belle, soprattutto il taglio delle palpebre, le rende affascinanti ed esotiche al nostro occhio non abituato. Ma come già diceva Marco, le ragazze del Pamir hanno una loro straordinaria eleganza naturale e queste, longilinee e avvolte nei loro costumi tradizionali, ne sono prova confermata. Alla fine quando ce ne andiamo per raggiungere i nostri letti, ci salutano tutti con molta cordialità, come se ci considerassero parte del loro gruppo insomma, non facenti parte di quei matti che arrancano lungo le salite, sbuffando. Intanto, dite un poco quel che volete, ma mi è venuto un po' di mal di testa, sarà pure che ci siamo acclimatati, ma 4000 metri non sono uno scherzo e da queste parti, il mal d'altura è indicato come uno dei problemi più frequenti. 

La moschea di Alichur


SURVIVAL KIT

Homestay Gianali - Alichur - Sistemazione molto semplice in camere spartane con il solo letto. Bagno e doccia in cortile. Personale estremamente gentile. Considerate che può fare molto freddo perché siamo a 4000 metri di quota. Di notte può scendere sotto lo zero per cui ci sono robuste stufe nelle stanze ed i letti sono dotati di un congruo numero di trapunte.

Affioramenti salini


Yurta di pastori
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