mercoledì 4 marzo 2026

Mau 12 - L'occhio del Sahara

Alla panetteria - Ouadane - MAuritania - Gennaio 2026 


 

L'occhio del Sahara - dal web
L'alberghetto si è frattanto riempito, sono arrivati, poco dopo di noi, anche gli italiani che avevamo incontrato a Cinguetti e che domani proseguiranno il giro, più o meno secondo il nostro itinerario anche se dovranno saltare qualche cosa, visto che hanno un paio di giorni in meno di noi da spendere. Gente interessante che ha già visto molto e che, come ho modo di constatare, ha un approccio molto vicino al mio, tanto che fraternizziamo un poco, come si fa di solito tra connazionali all'estero, Vien fuori che abbiamo conoscenze in comune, vedi un po' come è piccolo il mondo e uno di loro mi dà anche informazioni interessanti, che subito metto nelle annotazioni da conservare. Io sono un po' come un cane da tartufi, quando sento certi profumi stimolanti approfitto sempre per farmi dare consigli utili, specie da chi capisco, ne sappia più di me. Tra l'altro viene fuori che il ragazzo che li accompagna è lo stesso che ha fornito l'appoggio logistico a Filippo Tenti quando ha portato il suo famoso Overland da queste parti. Tra le altre cose parla benissimo l'italiano e ci racconta un po' anche di quella avventura, in cui si è fatto le ossa come guida. Pensa un po'. Va sempre a finire così, in giro per il mondo quando ci si ritrova attorno ad un fuoco scambiandoci informazioni e meravigliandosi delle belle esperienze di viaggio altrui. 

Sul bordo del  cratere
Va bene, segniamo sul taccuino, che poi alla fine tutto serve. Intanto va giù anche l'anjera, che ha portato Zaida, anche se non è il mio piatto africano preferito. La notte poi trascorre tranquilla, mi riprometto ogni volta di andare a vedere il cielo per gustarmi questa immensa stellata africana, ma alla fine c'è sempre qualche cosa che si mette di traverso, il cielo stesso non è mai abbastanza limpido per mostrare tutta la sua bellezza nuda, sembra abbia pudore e voglia comunque velarsi almeno un poco per continuare a rinfocolare il mio desiderio. Al mattino poi tutti hanno più o meno fretta di mettersi in marcia, le cose da vedere son là fuori che aspettano ed è put vero che non siamo noi materialmente a caricare i bagagli, ma l'ansia della partenza pervade un po' tutti ed alla fine, salutati i nuovi amici, si parte più o meno con calma. Si tratta di fare una sessantina di chilometri verso nordest per andare a vedere una curiosità naturale poco conosciuta, la struttura di Richat, detta anche l'Occhio del Sahara per la sua forma decisamente allusiva e conturbante. Questa formazione fu scoperta solo verso la metà del secolo scorso, ma date le sue dimensioni, presenta un raggio di circa cinquanta chilometri, divenne nota e visibile attraverso documentazione fotografica, solo con la missione Gemini IV che, ricercando crateri di impatto di grandi dimensioni, la fotografò dall'alto. 

Il cratere
In effetti queste immagini rivelarono meglio la sua vera natura. Si tratta infatti di un gigantesco rigonfiamento magmatico, una bolla di roccia fusa sollevatasi circa 100 milioni di anni fa e poi successivamente collassata, cosicché l'erosione successiva durata milioni di anni, ha dilavato le diverse rocce presenti negli strati successivi, più o meno a secondo della loro durezza, formando così una serie di anelli concentrici, visibili chiaramente solo dall'alto. Naturalmente le quarziti più dure e resistenti sono quelle che oggi formano i rilievi più elevati, rendendo visibili i diversi anelli. In effetti essendo questi rilievi oggi, di poche decine di metri, dal basso è molto difficile individuare la forma perfettamente circolare della struttura che si evidenzia soltanto da una certa altezza. Se ci passerete sopra in aereo, al passaggio certamente il pilota la farà notare, perché ormai rappresenta una curiosità molto gettonata. La strada che si avvicina al fenomeno, corre in una zona rocciosa del deserto di Adrar e quando si approssima alla cerchia più esterna, sale di poco, superandola poi rapidamente per scendere all'interno attraverso una pista sassosa e rettilinea. Poi poco alla volta si raggiunge il centro del cratere, che ha una parte leggermente sollevata, una sorta di collinetta sassosa e scabra, ricoperta da grandi sassi nerastri, da cui, sapendolo puoi vedere lontana, l'altura che circonda il tutto facendone da circonferenza estrema. 

Il monticello al centro
La roccia appare come nero basalto, ma dalle forme scistose che si spezzano facilmente in lamine sottili. Al centro qualcuno in tempi passati ha cominciato ad accumulare pietre più o meno grosse, fino a formare un monticello alto più di un metro, un segnale di presenza umana, un voler rimarcare che anche io sono passato di qua, insomma. Il vento spazza questo spazio aperto con forza e le strisce di stoffa sventolano rumoreggiando. Tutto intorno a te, ha un aspetto alieno, la roccia stessa non ha un aspetto comune, ma appare come rosa da una forza interiore che la sbriciola con costante pervicacia. Non senti affatto la presenza dell'uomo che, anzi, ti apparrebbe più consona in quel deserto di sabbia e di arbusti che hai appena lasciato. E' quasi un senso di straniamento che ti sconforta. come se stessi calpestando un suolo lunare o di qualche altro pianeta di una galassia lontana, visto che l'aria è del tutto respirabile, anche se il vento te la strappa via e non chiarisce se la fatica che fai sia dovuta alle folate improvvise o alla sua naturale carenza. E' così
che in questi luoghi nascono le leggende, non da parte delle tribù locali a cui questo luogo in fondo era presente da sempre, anche se del tutto invisibile, ma da quelli che ricercano la soluzione di misteri antichi; e questo sembra fatto apposta per rinfocolare il mito di Atlantide, che Platone richiama nel Timeo e nel successivo Crizia.

Il venditore di frecce
Soni i dialoghi dove racconta di questo impero sovrumano e primordiale, situato al di là delle Colonne d'Ercole e fin qui, più o meno ci siamo, costituito da un'isola dalla forma perfettamente circolare con un monte al centro e tre cerchi concentrici alternati di terra e di acqua, che presentava all'incirca queste stesse dimensioni. Di certo ad osservare le foto da satellite, mentre si legge questa descrizione, c'è da rimanere colpiti assai. Roba da Giacobbo insomma, basterebbe far partire una colonna sonora idonea e il pranzo è servito. Ma noi siamo gente che non ci facciamo impressionare facilmente, al massimo sacramentiamo un poco perché, da qualunque parte ti metti, le foto non rendono l'idea e credo che anche un drone, per quanto professionale, difficilmente salirebbe a sufficienza per dare immagini descrittive di quanto vi ho appena detto. Consoliamoci dunque di quel che si può vedere e salutiamo il bambino che sta qui, tutto il giorno, speranzoso di vendere qualche punta di selce trovata nei dintorni, perché certamente qui, di uomini ce ne sono stati nel passato, ma temo che a disposizione non avessero altro che pietre levigate in cima a dei bastoni, piuttosto che sofisticati laser capaci di fondere la roccia. A quello ci aveva già pensato la natura nel periodo Cambriano. 

Asini selvatici
Usciamo così da quel che rimane del cratere ripromettendoci di andare a guardare con attenzione le foto satellitari non appena torneremo a casa. Noi nel frattempo possiamo solo pensare ai tanti dromedari e asini selvatici che si aggirano qui intorno, segno che il pascolo non è così scarso come sembra. Gli asinelli soprattutto appaiono ben pasciuti, con un pelo quasi serico, di un grigio perla commovente, sotto le bellissime lunghe orecchie dalle punte nere, che continuano ad osservarci al passaggio, quasi chiedessero di essere portati via. Poi, il deserto diventa sempre più roccioso e compatto, la superficie quasi nera come fosse completamente bruciata dal sole. Eccoci di nuovo al monte dove sono segnalati i graffiti di Agrour Amojar. Questa volta i tizi che sonnecchiamo alla base dell'altura, proprio sotto il cartello che segnala il sito, ci dicono che il custode non c'è, quindi saliamo a rivederli da soli e senza pagare, tanto la scalinata che porta alle due grotte è molto evidente e ritroviamo le figure di animali e le piccole figure antropomorfe che simulano una caccia felice, allineate sulla parete procombente la valle e poi scendiamo con calma. Quante migliaia di anni sono passati da quanto questi cacciatori si radunavano qui, sotto queste rocce a guardare lo sciamano che batteva la roccia con una scheggia di ossidiana.

La giraffa
Colpo dopo colpo ecco uscire le sagoma di un grande bufalo dalle corna arcuate, una giraffa punteggiata, un ippopotamo corpulento. Forse 5000 anni o addirittura 10000? Chissà, pare ancora di sentire quei tamburi lontani che avevano echeggiato anche nel cuore della notte per propiziare la caccia del giorno dopo, di sotto, nella radura, allora di certo più rigogliosa e verde, ricca delle erbe di una savana o addirittura di una rigogliosa foresta. Sarà stata finalmente fausta la giornata, la grande preda era riuscita a nutrire la tribù per un poco? Chissà se allora i graffiti si facevano a consuntivo. Noi invece, disillusi uomini del terzo millennio, che la carne se la procurano dal macellaio, poca perché se no fa male, scendiamo e facciamo ancora qualche chilometro per arrivare di nuovo a quelle colline di roccia nera e liscia, le più grandi spaccate a mostrare difficili passaggi che portano fino all'aprirsi della grande valle sottostante, un canyon dilatato di roccia rosa di cui stenti a vedere le pareti opposte. Ripasso ancora lungo le tracce lasciate anche qui da quelle tribù passate, faticando ad avanzare nella sabbia accumulata negli stretti passaggi; ecco quelle rocce identificate come il trono sotto il quale si radunavano gli astanti e il grande dolmen dove di certo si saranno svolte cerimonie o forse balli e canti.

Le pietre nere
Ed ecco laggiù la grande pietra dove avevo incontrato Aisha, col suo fotografo personale che la immortalava con lo sguardo perso all'infinito, vestita di un drappo dorato, ricoperta di anelli e catene, che ora, al ricordarla, mi appare davvero come una visione solo sognata, di una regina di regni ormai dispersi tra la polvere delle sabbie. Una visione solo per un attimo comparsa e poi sfumata via nell'onda del ricordo. La strada certo, è la stessa dello scorso anno, ma il solo fatto di ripercorrerla al contrario te la fa rivivere come in un'era passata. Dalla balconata, ecco apparire il fortino di Sedan, in fondo alla valle, ti pare assolutamente reale e lo immagini pieno di  legionari che aspettavano l'attacco delle tribù del deserto o che fucilano rivoltosi come nella pubblicità riesumata dopo trenta anni, e invece è soltanto il residuo del set di un filmetto ormai dimenticato, anche lui destinato a scomparire eroso dal vento e smerigliato dalla sabbia. Rimontiamo il passo. Certo non si può dire che i punti di vista ed i panorami siano peregrini, anzi, continuo a far fermare l'auto per fare qualche scatto, E se una cosa è bella, pazienza se la vedi per la seconda volta, è cosa che non offende. In fondo, lontano, nella valle il terreno roccioso, appare più organizzato e indovini una presenza umana purchessia. Sono le prime case della città di Atar, con la sua farmacia e il suo ospedale, cosa di cui primariamente mantengo la memoria. 

Nel cratere



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