lunedì 23 febbraio 2026

Mau 7 - L'oasi di M'Hairit


 Ahmed - Mautritania, gennaio 2026

Terjit
Il deserto ha tempi lenti, tutto sembra scorrere in una dimensione diversa, non senti l'affanno di arrivare. Anche le auto si muovono con una velocità differente rispetto allo standard delle strade asfaltate. Da quando ci siamo alzati, con calma, e salutato i ragazzi conosciuti ieri sera, ce ne siamo andati dall'oasi con i tempi delle carovane, prima si caricano le masserizie, si spengono i fuochi, va bene, qui solo metaforicamente, ci si dispone al viaggio da fare, poi adagio adagio si dispongono i dromedari per la partenza, nel nostro caso i pickup e poi finalmente si sale a bordo e si va. Siamo tornati indietro per un paio di chilometri, fino al passo che ci riporta sull'altopiano roccioso in cui si apriva la spaccatura e riprendiamo quella strada nel deserto di pietra scura, quella Route de Aoujeft, che conduce a sud per qualche altro chilometro, poi alla prima deviazione a sinistra prendiamo decisamente la direzione nord-est, che dovrebbe condurre fino all'oasi di M'Hairit, la più grande di questa regione, che è popolata saltuariamente da quasi 5000 persone. Il deserto cambia continuamente aspetto e forma, in questo caso ecco che di colpo, la pista si insinua in mezzo ad una serie di monticelli sabbiosi piuttosto grandi, sormontati da ciuffi di erba che nascondono l'orizzonte, i contrafforti delle montagne sono lontani, un altro paesaggio completamente diverso da quello a cui ci eravamo abituati. Questo deserto è continuamente mutevole e vario e ti presenta ogni volta facce nuove, da guardare con meraviglia, da ammirare mentre scorre intorno a noi. 

Il campeggio
Qui facciamo una certa fatica a procedere, la pista non si identifica e anche il nostro Brahim, che questi posti li conosce bene, fa chiaramente fatica a procedere e a dipanare il bandolo della matassa. E' tutta una giravolta su un terreno molto sabbioso e piuttosto cedevole, alla fine finiamo in quello che si può definire un vicolo cieco e bisogna tornare indietro facendo un lungo giro, insomma diciamolo chiaramente, ci simo persi! Ma no, tranquilli è solo che si sta cercando la via più semplice per arrivare al punto di interesse verso cui procedere. Arriviamo in un punto più elevato, da cui si scorgono meglio i dintorni e poi prendiamo decisi la direzione che va verso il margine della valle, fino ad infilarci in un canyon secondario dalle pareti basse di roccia rossastra. Dopo poco anche la pista finisce e si trasforma in un sentierino nel quale è concesso procedere solamente a piedi. Si sente chiaramente che la zona è molto più umida di quelle circostanti. Aumenta la presenza di palme e di salici, oltre che di arbusti verdi che chiaramente necessitano di acqua per crescere, in particolare quelle euforbiacee dalle foglie grasse e ricche di latice medicamentoso, utilizzatissime nella farmacopea tradizionale del continente. Tra l'erba ecco spuntare anche piccoli fiori gialli in quantità, segno evidente di una buona idratazione. Infatti ecco che in fondo al sentiero si apre la radura e compare un piccolo specchio d'acqua che si allunga fino alla spaccatura nella roccia da cui emerge la sorgente segnata sulle carte come Guelta, evidentemente ben conosciuta da chi transita da queste bande. 

La valle di M'Hairit
Basta guardare le reazioni dei nostri accompagnatori per capire qual è il rapporto tra le acque, se pur in minima presenza, qui siamo di fronte ad una minuscola pozza di acqua stagnate, e gli uomini delle sabbie. Brahim è davvero estasiato e sia aggira davanti al laghetto con ammirato entusiasmo, si insinua nelle fenditure alla ricerca del punto da cui sgocciola il filo di acqua, come se fosse una vena di oro prezioso, quale in effetti è quaggiù, poi si stende all'ombra in un anfratto e si gode il minuscolo ambiente circostanze, come se fosse il giardino dell'Eden. In effetti chi vive nel deserto non potrebbe vederlo in maniera diversa. Quindi bisogna avere ben chiaro qual è il rapporto tra l'acqua e gli uomini delle sabbie. Questo elemento ha la prevalenza su tutto il resto, lo stesso cibo, gli animali, la presenza della cosiddetta civiltà sono sempre secondari al topos dell'acqua e di quanto è legato a lei, basti vedere l'importanza di questo elemento nell'architettura islamica, che è predominante nelle vicinanze delle aree climaticamente desertiche, al pari dei mattoni o del marmo. Le fontane, i ruscelletti, i pozzi, i passaggi di cascatelle e specchi di acque sono considerati veri e propri elementi costitutivi nelle progettazioni dell'architettura di questi paesi e un palazzo di rilevante importanza non può non esporre anche ricche e fantasiose fontane, simbolo di abbondanza di questo elemento basico per la vita. 

La sorgente Guelta
Quindi in questi sconfinati territori, dove la mobile superficie sabbiosa o la roccia sterile che si stende fino all'estremo limite dell'orizzonte sono predominanti, i punti chiave che hanno una importanza basilare per tutti coloro che ci vivono, sono quelli che, trovandosi in particolari posizione favorite, nelle quali grazie alla confluenza di vene sotterranee o alla particolare vicinanza ad una falda che comunque spesso è abbastanza superficiale, riescono a far convergere l'umidità che, in qualunque forma si accumula nel tempo, formando pozze, sorgenti o comunque presentano la possibilità, con facili scavi, di produrre un pozzo per portare alla superficie il liquido che consente la vita. E questi punti formano una rete continua, che è alla base delle conoscenze primarie degli uomini del deserto, che tutti conoscono e che sono più importanti dei paesi e delle cittadine dell'intero territorio. Questa rete è la base delle carte geografiche mentali di questo mondo e sono conosciute da secoli, perché al di là dei sommovimenti che avvengono durante i rari momenti in cui si scatenano periodi piovosi, anche furiosi e distruttivi, che riempiono i letti enormi degli uadi. che serpeggiano in fondo a tutte le valli, trasformandoli in fiumi impetuosi, appena passata la buriana, poi tutto scompare e l'aridità riprende il sopravvento, salvo lasciare quei punti da tutti conosciuti, che consentono comunque il proseguimento della vita in questo mondo. 

Il sentiero
Brahim e Salek, ridono e scherzano come ragazzini felici, ci mostrano l'acqua chiara che si infila tra gli alberi, e anche Ahmed è eccitato dal luogo e manifesta piacere alla vista, continua a fare fotografie, parla con casa e mostra alla moglie e ai bambini la bellezza dello specchio di acqua ed il punto tra le rocce dove appena si sente il suo gorgogliare. Quale luogo può essere più bello di questo. Quasi dispiace andarsene, infatti ci avviamo sul sentiero per tornare alle macchine, lentamente, girando ogni tanto lo sguardo indietro, come manifestando il proprio dispiacimento nel lasciare il luogo delle delizie per tornare nel mondo della normalità, quella in cui il vivere è sofferenza e ricerca della soddisfazione delle necessità, mentre alle tue spalle, rimane l'Eden, il giardino delle delizie dove bastava allungare una mano e raccogliere un dattero se avevi fame, l'unico cibo che può soddisfare completamente il bisogno dell'uomo e poi stendersi e riposare ascoltando il griot del luogo che recita poesie antiche toccando con dita leggere le lunghe corde tese di una kora con la sua zucca istoriata e consumata dagli anni. Quando arriviamo alle macchine, del luogo magico non c'è più traccia, tu che ne ignoravi l'esistenza, neppure potevi immaginare di infilarti tra questi spazi, solo gli uomini delle sabbie, sotto il loro sorriso enigmatico li conoscono da millenni e per questo possono continuare a vivere qui. Poi, proseguendo, l'oasi di M'Hairit si apre e si allunga per chilometri. 

Euforbiacee
Questo è un luogo comunque isolato e difficile da raggiungere attraverso le piste difficili dell'Adrar e infatti proprio qui si è assistito all'inizio del secolo scorso al movimento di resistenza più difficile da reprimere e da controllare per i francesi invasori dell'Africa Occidentale, che vi si sono trovati di fronte fin dal 1902 e che è stata comunque l'ultima zona a cedere. Poi adagio adagio, le palme si diradano e le casupole vicino agli orticelli scompaiono e l'oasi finisce. Il deserto ormai ha ripreso il sopravvento, un terreno fatto di roccia nera e vulcanica, molto friabile che il sole e gli sbalzi termici delle temperature lavorano senza sosta, determinandone spaccature improvvise nei grandi massi grigi e grazie alla friabilità di questa roccia scistosa e all'apparenza fragile. La strada, essendosi spianato il territorio è diventata decisamente rettilinea e addirittura dopo qualche chilometro, appaiono lavori imponenti per la costruzione di un un moderna e importante viabilità. Mezzi di movimento terra al lavoro e una banchina sopraelevata di quella che sarà una nuova via di comunicazione, già abbastanza  a buon punto, visto che in alcuni tratti sono già in azione macchine per la bitumazione, mentre in altri  punti la tratta è interrotta per l'immissione di sottopassi per il passaggio delle acque nell'eventualità che queste arrivino fin qui. Su mezzi e baracche di servizio, se guardi con attenzione, compaiono anche se non molto visibili, caratteri e ideogrammi cinesi, testimonianza di chi mette soldi e interesse in queste opere. 

Cinguetti
In fondo se vogliamo avere occhi per vedere, la presenza cinese in Africa è da decenni particolarmente insinuata ed insistente e bisognerebbe che anche il nostro mondo se ne rendesse e ne tenesse conto, mettendo agli atti che noi, Europei, ne siamo al momento completamente fuori, purtroppo, checché se ne dica. Questo è molto grave perché l'Africa è vicino a noi e dei suoi problemi noi siamo i  primi ad essere investiti, mentre continuiamo a disinteressarcene salvo, poi al presentarsi dei problemi, metterci le mani dei capelli in cerca di soluzioni impossibili da trovare. Intanto noi procediamo anche se la strada è continuamente interrotta da questi colossali cantieri e noi siamo costretti a successive deviazioni, tra polverone e sobbalzi continui, col rammarico di vedere al nostro fianco, la carreggiata ormai quasi perfetta e solamente da bitumare, che corre rettilinea verso l'infinito, ma che non è ancora ovviamente transitabile. Ci sono almeno ancora una cinquantina di chilometri per la nostra meta di oggi e mentre procediamo diciamo pure a fatica, si alza il vento deciso e la polvere del deserto, comincia a sollevarsi nell'aria provocando una sorta di foschia anche piuttosto spessa e lattiginosa che impedisce di evadere e obbliga tutti a fasciarsi con cura con gli cheche o con gli altri tessuti che si ha a disposizione. Questo è il deserto. Noi stiamo rinserrati nella protezione delle auto, sbocconcellando datteri, mandarini e banane, che è sempre un bel mangiare, mentre si procede nella nebbia. Ormai è passato il mezzogiorno, quando raggiungiamo l'arteria che arriva da Atar e dopo poco, mentre la foschia un poco si dirada, compaiono tra le sabbie, gli abitati di terra e di roccia che ci raccontano di essere arrivati a Chinguetti, uno degli snodi più importanti nella storia dell'intero Sahara.



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