sabato 28 febbraio 2026

Recensione: Cyngyz Ajtmatov - Il battello bianco

 

Ecco un altro romanzo breve di questo autore di cui vi ho parlato qualche giorno fa. Si tratta di uno straordinario lavoro in cui respiri bene il rapporto che questo autore sente evidentemente fortissimo tra uomo e natura, visto attraverso gli occhi ingenui e teneri di un bambino di otto anni e che mi ha fatto rivivere quella Unione Sovietica sperduta e contadina che ho conosciuto anche io, anche se più tardi, ma con gli stessi sentori, nelle campagne e tra le montagne del Caucaso del nord. La storia si svolge nei pascoli alti, vicini alle foreste Kirghise, di fronte al lago Issik kul, in un luogo sperduto di tre case dove vivono tre famiglie. In una due nonni che allevano un nipotino lasciato dai genitori, dalla vita travagliata e nelle altre due due famiglie molto tipiche a quei tempi, il responsabile della foresta con la moglie sterile che lui perennemente ubriaco carica di botte ogni giorno, corrotto e prepotente e l'altra di un suo docile sottoposto che esegue con docilità i suoi ordini. Il bambino vive in questo mondo di natura estrema in cui si adagia, tra leggende straordinarie narrate dal nonno e sogni di realizzazione futura in cui ritroverà il padre, marinaio su un favoloso battello bianco che naviga sull'Issik kul e che lui ogni giorno spia da lontano, arrivare sulle acque blu del lago. L'epilogo improvviso e tragico, è assolutamente straziante e non potrà non coinvolgervi. Interessante è anche la piccola appendice in cui sono riportate le critiche dell'epoca, della società degli scrittori sovietici, della cui approvazione andava a quell'epoca, del successo o della messa al bando delle tue opere, incluse le lettere dei lettori che ne commentano il finale più o meno gradito. Uno spaccato molto interessante del mondo letterario di quegli anni 70 nell'URSS. Anche questo assolutamente consigliato.


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venerdì 27 febbraio 2026

Mau 9 - Le tre Cinguetti

La nuova Cinguetti - Mauritania . gennaio 2026


 

Oggetti antichi
Appena usciti dai vicoli del centro c'è una casa piuttosto nuova all'apparenza, che esibisce un orgoglioso cartello autodefinendosi centro dell'artigianato mauritano. E' una cooperativa di donne che espongono lavoretti vari, soprattutto le solite collanine, in una fila di negozietti che circondano il patio interno e che non aspettano altro che arrivi qualcuno a cui mostrare le loro cose. Praticamente appena avuto il sentore che arrivi qualche turista, c'è un passaparola tra le abitazioni del circondario e subito tutte accorrono da qualche casa vicina e aprono la baracca. Sono tutte un po' insistenti ed è assolutamente comprensibile visto che noi potremmo essere l'unica preda disponibile nell'intera giornata, quindi lasciarci andare liberi è un rinunciare che dispiace e allora ecco che si cerca di attirare il possibile acquirente di negozio in negozio, con lo specchietto di mirabolanti nuove meraviglie, anche se alla fine le cose sono più o meno le stesse. Qualcuna cerca di abbindolarti sottovoce con la promessa di prezzi particolari, qualcun'altra mostra cose sottobanco, assolutamente di migliore qualità, fatte per turisti "speciali". Ovviamente lasciamo anche qui il nostro obolo, d'altra parte al sorriso dolcissimo di Aziza, non si può dire certamente di no ed il solito sacchettino finisce per andare a rigonfiare la tasca per l'ennesima volta, così alla  fine eccoci ripartire per dare un'ultima occhiata alla città. 

L'antica moschea
Ancora due passi tra i vicoli più tortuosi, due foto alle belle porticine dalle serrature ingegnose, un'altra i quadri elettrici assolutamente particolari nascosti negli angoli segreti tra i muri, semicoperti anch'essi dalla sabbia. Certo mentre la lasciamo definitivamente, guardandola da lontano, potresti facilmente confonderla con la collina che la sostiene, stesso colore, la terra, la sabbia, i muri sbocconcellati caduti, gli spigoli delle case più esposte, ormai corrosi dal vento che li ha smerigliati per secoli, trasformandoli in un tutt'uno con il substrato che li circonda, il mattone crudo, il fango e la malta che li costituisce sono friabili come l'arenaria, della roccia che sostiene il tutto e così mentre passano i secoli, la terra ritorna alla terra, e già prima di scomparire del tutto, anche i resti smozzicati ne sembrano fare parte indissolubilmente. I millenni successivi cancelleranno ogni cosa rendendola irriconoscibile. Solo l'uomo, se resisterà, potrà portare con sé  il ricordo di tutto questo che a poco a poco si trasformerà in racconto e poi in leggenda. E tutto questo lo vedi già, appena ci spostiamo di un paio di chilometri, ritornando sulla collinetta dove era nata la prima Cinguetti, 1300 anni fa. Qui le sabbie hanno ormai coperto tutto definitivamente e ci sono solo capanne di frasche e foglie di palma dei nomadi che vivono vicino a quanto rimane dell'oasi. 

La sabbia all'opera
Sui bordi dell'altura, hanno fatto barriere di frasche secche di palma che delimitano ordinati quadretti successivi, un tipo di lotta contro l'avanzare delle sabbie ben conosciuto ed in parte praticato da tutti gli abitanti delle sabbie, come già avevo avuto modo di vedere anni fa in Algeria e in Marocco. Si tratta di sistemare queste siepi di vegetali in ordinate file successive, longitudinali e trasversali, arricchendole e alzandole di volta in volta in una lotta continua tra uomo e deserto, che dura implacabile da millenni, a difesa di quel poco, anzi pochissimo che riesce a sopravvivere tra la sabbia. Dietro la collina, dove evidentemente era rimasta la traccia della presenza dell'antico minareto, si è scavato, riportando alla luce completamente, la vecchia moschea, in tutto simile, per forma e dimensione a quella che abbiamo appena lasciato dietro alle biblioteche. Solo la parte alta della torre ha merli più complessi e ornati, quasi che oltre mille anni fa, la progettazione architettonica fosse decisamente più raffinata di quella che si è poi imposta nei secoli successivi. La moschea parzialmente dissotterrata sembra ancora in funzione, almeno quando qualcuno, incaricato di questa funzione, di tanto in tanto, la fa rivivere. Nelle pareti posteriori intanto, quelle a favore di vento, la sabbia ha ripreso ad accumularsi. 

La tempesta di sabbia
La lotta continua e il deserto non ci sta ad accettare questa prova di orgoglio e continua a tentare con implacabile pertinacia di riprendersi quello che considera suo e che non vuole lasciare a questa pretenziosa forma di vita che ha invaso il suo regno, da poco più di un millennio  e che volete che sia di fronte ad una intera era geologica. Continuerà implacabile il vento a soffiare da est ad interrompere con il suo sibilo perverso la naturale assenza di suono, rotto solo raramente nella valle lontana dallo stridore rauco di un dromedario che protesta contro l'imposizione forzata di un basto. Qui invece il silenzio è assoluto, ma basta tendere l'orecchio per sentire il lento ma costante strofinio dei granelli che scorrono, sul muro sbrecciato, che sembrano accarezzarlo con amore ed invece ad ogni passaggio lo strisciano, lo corrompono, lo erodono, trasformandolo a sua volta in altra sabbia, in altra povere, fino a che decennio dopo decennio, diventato sempre più debole e sottile, inevitabilmente crollerà fino a formare un mucchio di detriti senza nome né forma, oppure ancora prima, se il vento continuerà a soffiare sempre più forte, sarà di nuovo completamente ricoperto, un'altra collina ignota su cui fermarsi a vedere il tramonto sulle dune. 

Negozi
Scendiamo perché adesso il vento sta diventando sempre più fastidioso e bisogna coprire se stessi e le macchine fotografiche, se non si vuole fare le fine delle case della città. Avviene quasi sempre verso sera in questa stagione, il crescendo continuo della furia del vento e allora capisci molto bene la ragione dei vestiti e del modo di coprirsi che hanno studiato uomini e donne per vivere più comodamente in questo clima. Lo cheche, questa sciarpa lunghissima e leggera a trama sottilissima, quasi una garza senza peso, che si avvolge attorno al capo fino a coprire completamente la testa, protegge magnificamente occhi, bocca e naso dalla sabbia, consentendo allo stesso tempo di respirare senza problemi; parimenti il lenzuolone colorato in cui si avvolgono le donne, assolve la stessa funzione. Ritorniamo dunque alla terza Cingueti, quella moderna, per modo di dire naturalmente, dove solo le strade sono decisamente più larghe e diritte, adatte ad essere percorse anche dalle auto, mentre le abitazioni sono decisamente più squallide, cubi basilari e senza nessun tipo di concessione all'ornamento o ai dettagli artistici, ben presenti invece nelle aperture, nelle porte, nelle alternanze estetiche tra vuoti e pieni che un tempo ne arricchivano l'aspetto. Ne percorriamo un poco le strade buttando l'occhio nei poveri negozietti tuttofare dove si svolgono le attività commerciali. 

Giocatori
La maggior parte generici, chincaglieria, mescolata ad attrezzistica da cucina o da cantiere, alimentari pieni di pacchetti di ogni tipo, tutta roba confezionata che arriverà dalla capitale o dal vicino Senegal, frutta e verdura, con scarsa varietà e poi attrezzi di metallo o plastica, sicuramente di provenienza cinese, l'unica che riesca ad avere prezzi compatibili a questo mondo. E poi tessili vari, con i colori infiniti dell'Africa. Nessuna folla in cerca di acquisti, solo stanchi venditori sulla soglia che cercano di vincere l'inedia. Non oso pensare al momento in cui la cappa di calore insopportabile
scenderà sulla valle. Arriviamo sulla piazza principale dove nello stesso angolo dove stavano lo scorso anno, ecco il gruppo di anziani accoccolato per terra a giocare nella sabbia a quella che sembra una sorta di scacchiera tracciata con le dita, con i pezzi sostituiti da stecchini di legno piantati nel terreno. Tutti sono piegati in avanti per vedere meglio, mentre i due contendenti, piuttosto anziani, meditano a lungo le mosse fatte, poi, tra la silenziosa approvazione degli astanti, allungano dita ossute per spostare gli stecchini e guadagnare consenso tra i vicini.  Anche questa volta le auto che dovrebbero passare, girano attorno al piccolo assembramento senza protestare per l'impicco, ma lo superano senza moti di stizza o altro. 

Negozi
Anche i carrettini con gli asinelli, fanno la stessa deviazione evidentemente abituati a questa presenza di certo assolutamente normale. Qualche bambino corre attorno alla piazza facendo correre una ruota con il supporto di una bacchetta di metallo, divertimenti comuni a tutti i bambini poveri del mondo che mettono a frutto quello che hanno. Corrono senza stancarsi, salvo arrestarsi per guardare la novità degli stranieri bardati che che passeggiano senza meta, e rincorrerli alla ricerca di cadeau o di qualche caramella. Si affollano intorno parlando uno sull'altro, poi stanchi della novità si disperdono negli spazi più lontani. Le bambine, più pazienti, buttando sguardi più languidi, si attardano sperando in qualcosa, non si sa mai che la pazienza non venga premiata. Noi siamo intanto accalappiati anche questa volta dal venditore di teli batik, lo stesso negozio dove già avevamo comprato lo scorso anno. Inutile dire che abbiamo già dato, la sua tecnica è sempre vincente, prima aggancia le signore, solo per dare un'occhiata, poi sciorina la sua merce senza economizzare sul tempo o la quantità, ma continua a buttare sul tavolone mazzi di tessuto di ogni colore per magnificarne la bellezza, la varietà e soprattutto la convenienza. Poi viene il colpo di ingegno, estratti i suoi pezzi più belli, veste le signore addobbandole al meglio con le sue sciarpe migliori e trasformandole in mauritane perfettamente irriconoscibili. 

per strada
Alla fine cedi, qualche cosa devi comprare alla fine per ripagare tutto questo sforzo e lui ride contento. Eh, Jussuf, va' che li sai fare i tuoi affari e conosci i tuoi polli, alla fine tocca lasciarti anche un encomio scritto sull'apposito quadernetto che mostri per dare prova della soddisfazione dei tuoi clienti turisti ormai diventati affezionati amici. Terminato il giro ce ne andiamo in albergo per la cena, un ottimo pollo stavolta, ma prima mi sono fatto un giro della struttura per i cortiletti interni, per ricostruire tutto il percorso che mi aveva condotto alla botta tragica, il famoso stipite della posta affilato come una lama che aspettava solo l'impatto con il mio miserevole omero infragilito dagli anni e l'affossatura dove ero successivamente precipitato dolorante. Beh alla fine una bella esperienza che cerco in ogni modo di non ripetere assolutamente, mi aggiro infatti con estrema circospezione, guardo dove metto i piedi e cerco in ogni modo di non inciampare, una volta va bene, due mi sembrerebbe davvero esagerato. Così passa anche la notte, al mattino tutto sembra procedere per il normale senza problemi, forse siamo finalmente fuori dal loop, come in quei film di fantascienza dove ad ogni risveglio ti ritrovi allo stesso punto già vissuto e obbligato a ripetere all'infinito, quanto già accaduto una volta e sinceramente questo non mi piacerebbe affatto.  

Quadri elettrici

donne di Cinguetti
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giovedì 26 febbraio 2026

Mau 8 - Ritorno a Cinguetti

Biblioteca Abbot - Cinguetti - Maurirania - gennaio 2026

 

una custode
Eccoci dunque di nuovo qui, nella antica capitale del deserto, nella città sapiente, Cinguetti, che custodiva la saggezza degli studiosi di mille anni fa e che, successivamente per secoli e secoli, qui è stata custodita con cura affinché tutto il sapere del mondo fosse a disposizione di chi volesse venire fin qui a studiare, a mandare a memoria, a portare con sé la conoscenza per condurla poi in giro per il resto del mondo, perché la conoscenza è un patrimonio universale di tutti e soprattutto non impoverisce chi la dona, come recita un versetto posto all'insegna delle porte. Arriviamo in città da quello stesso lato dal quale l'avevo lasciata quasi un anno fa, nel cuore della notte, di certo con un altro spirito e anche con un certo senso di rivalsa, rispetto a quanto era successo. Ah, città malevola, volevi impedirmi di stare qui, di continuare a scavare tra queste sabbie antiche, hai voluto darmi una lezione con la forza, quasi a volermi punire per il mio ardire di volerti conoscere più intimamente, quasi non avessi messo in tutto ciò il dovuto rispetto e io invece sono di nuovo qui, forse per dimostrati che non era solamente un capriccio, una voglia passeggera, ma una volontà precisa e quindi eccomi arrivato, di nuovo a chiedere il permesso di vedere, di cercare di comprendere i tuoi segreti, città dei saggi, città dai muri segnati e corrosi dallo spirare delle sabbie. quasi adagiata nel cuore del deserto, forse ormai agonizzante ed in attesa di essere sepolta tra di esse. 

La biblioteca di Ahmed Mahmoud
Ecco, abbiamo già passato la città antica, quella nata 1300 anni fa e ora miseramente e completamente sepolta dalle ondate delle dune che spingono impietose e tutto ricoprono e a nulla vale opporsi nel tentativo di salvare case, orticelli e stalle. A poco a poco come una palude vischiosa, la sabbia mobile spirando da ogni fessura, accumulandosi contro ogni barriera, entrata da ogni finestra abbandonata aperta, l'ha agevolmente superata, basta concederle il tempo necessario e ogni stanza è stata riempita e poi infine, tutto è rimasto sepolto sotto quella coltre morbida , gelata la notte e bollente di giorno, fino a che gli abitanti di quel tempo non hanno spostato ogni cosa più avanti, non hanno ceduto, non se ne sono andati, fuggiti attraverso quel deserto maligno che tuttavia era la loro casa, così hanno voluto dimostrare la loro resistenza e la nuova Cinguetti è sorta a solo qualche chilometro da quella antica e qui hanno spostato tutto, le case, le botteghe, gli animali e soprattutto le case del sapere, quelle biblioteche che l'avevano ormai resa famosa in tutta l'Africa. E qui tutto è rinato, gli studenti hanno cominciato a ritornare e ad abbeverarsi alla fonte della cultura che qui sgorgava copiosa e ogni carovana che tornava da un lungo viaggio, ha avuto l'obbligo di riportare a casa almeno un libro nuovo, perché quel mondo diventasse sempre più ricco e se questo non si poteva comprare, lo si doveva studiare a memoria e poi riscriverlo appena tornati a casa. 

Una tavoletta per scrivere
Questa era la Cinguetti di allora ed è ancora questa dove siamo arrivati e che da ormai un secolo sta subendo la sorte della sua progenitrice. Anche qui la sabbia, incessantemente, spietatamente, irrimediabilmente se la sta mangiando a poco a poco, prima conquistando le case più periferiche, dove i muretti di cinta sono stati abbattuti dalla spinta di questa sabbia apparentemente eterea e le case penetrate e violate nei loro ambienti più intimi che a poco a poco si stanno riempiendo, poi insinuandosi negli stretti vicoli verso il centro, riempiendo gli angoli tra muri e terreno, scavalcando muraccioli e riempiendo cortili, fino ad arrivare alle case del centro che irrimediabilmente saranno destinate ad essere sepolte come quelle di mille anni fa. Così per la terza volta, in una lotta millenaria in cui l'uomo si vuole misurare contro la natura, a chi sarà più testardo e resistente, la nuova Cinguetti, la terza, questa volta ad opera dei francesi, è sorta ancora sulla collina al di là dell'uadi secco che segna il fondo dell'ampia valle, dove dall'inizio del secolo scorso, cerca di affermarsi come una nuova possibilità. Una serie di cubi, architettonicamente più semplici e meno fascinosi di quelli del passato, che come tanti mattoncini di lego adesso ricoprono parte della altura, con spazi più larghi dettati dalle nuove necessità di mezzi meccanici diversi che si stavano affermando. 

Manoscritti
Di qui, nella seconda Cinguetti, invece a resistere tra le case in rovina, sono proprio le costruzioni antiche, la vecchia moschea e soprattutto le sedici biblioteche della tradizione, che oggi ne segnano l'anima. Siamo arrivati abbastanza presto e quindi andiamo subito a visitarne una, che non avevo avuto modo di vedere la scorsa volta. E' quella di Al Ahmed Mahmud, un arzillo vecchietto, discendente dal fondatore che le dà il nome, con una gran voglia di chiacchierare. La sua famiglia ha conservato per secoli questo piccolo tesoro di alcuni centinaia di volumi, fin dal 1600. Tra questi annovera un Corano dell'XI secolo vergato su pelle di antilope. Estrae i libri con grande cura, anche se il loro stato di conservazione non sembra dei migliori. Alcuni sono intaccati duramente dalle termiti, molti altri hanno i fogli consumati ai margini, con buchi vistosi. Molti sono di argomento religioso e altri soprattutto scientifici, di geometria, matematica e astronomia, uno dei pallini dell'epoca d'oro della cultura araba. Ma ce ne sono anche molti che raccolgono semplicemente poesie, di cui il nostro ospite è grande appassionato. Cosi comincia a recitare versi come questo, che mi ha colpito particolarmente: 

Anche con la guerra, anche nella notte, molto vicino alla morte, non ho dimenticato il tuo sorriso.


Nel cortile della Biblioteca
Forse si tratta di Gibran poeta di fine '800, ma non ne sono sicuro, anche l'intelligenza artificiale che ho consultato al riguardo non mi dà indicazioni certe. tuttavia questo amore per la poesia che mostrano i Mauritani in generale e anche il nostro amico Ahmed non si farà pregare ed esibirsi, recitandomi le sue preferite. e alcune addirittura composte da lui stesso, è davvero inaspettato ed interessante e pare molto diffuso tra questi popoli delle sabbie che forse hanno una formazione e attitudini culturali molto più profonde di quanto comunemente si creda, avvolti noi come sempre siamo, dai soliti pregiudizi. Il vecchio non vuole lasciarci andar via, il solo fatto di aver mostrato un vero interesse verso quello che ci ha mostrato e raccontato, lo ha reso ancora più loquace e desideroso di scambiare chiacchiere, Vuole che anch'io gli reciti una poesia e allora mi esibisco in Settembre, l'unica che ricordi ancora tutta a memoria e pare soddisfatto, ma forse voleva solamente controllare se il mio interesse verso quanto mi raccontava fosse solo una chiacchiera di facciata. Tira fuori allora da un armadio polveroso, alcuni oggetti antichi o forse solamente vecchi, ma quella che appare incuria, probabilmente è solo il frutto di un ambiente continuamente sovrastato dalla sabbia e dalla polvere, che si accumula negli angoli, sul pavimento di terra battuta che una vecchia donna continua inutilmente a scopare, come se fosse una condanna eterna che la costringe, mentre cerca di sopraffare la città tentando di ricoprirla per l'eternità. 

Il poeta
Il vecchio intanto ci mostra dei giochi ricavati da residui di ronchi di palma. Si riferiscono a schemi simili al gioco dell'oca in cui le pedine devono compiere un percorso per arrivare ad un punto finale, spinte non dal lancio di dadi come da noi, ma da numeri ricavati da bastoncini piatti che presentano due facce riconoscibili e che lanciati, danno un numero corrispondente alle facce positive che appaiono dopo la caduta e che corrisponderanno alle mosse da fare. Un gioco facilmente costruibile in maniera anche elegante se si dispone di questi materiali, ma fattibile anche solo disegnando una serie di buchetti in fila nella nuda sabbia, come vedremo più volte fare nei villaggi in cui passeremo. Il signor Ahmed non vuole lasciarci andare, continua a tirar fuori i libri che conserva, mostrandoci le, per lui importantissime notazioni a margine degli scritti, che evidentemente apponevano nei secoli passati, gli studenti che venivano fin qui da ogni parte dei regni africani, dal Marocco, dal Mali, dall'Algeria e fin dagli stati subsahariani. Alla fine vuole che almeno saliamo sul tetto della casa da dove si ha una bella vista delle case in rovina della città e della torre del minareto. Esco dalla casa di Ahmed pensieroso e memore di quanto già avevamo visto lo scorso anno, di sicuro affascinato. 

L'hotel Eden con gatto
Poi percorriamo a piedi i vicoli tra le case cadenti. Le porticine chiuse e sbarrate da complesse serrature di legno ad incastro che necessiterebbero per essere aperte di lunghe chiavi, sempre in  legno che si inseriscano ingegnosamente in una fessura laterale. I nostri piedi quasi affondano nella sabbia che va accumulandosi; passa un carrettino tirato da un piccolo asino, bisogna farsi da parte per lasciarlo passare tanto il vicolo è stretto. Il vecchio che lo conduce ci sorride. Chissà cosa pensa questa gente di questi esseri bardati con macchine fotografiche giganti appese al collo, che si aggirano per queste rovine in cerca di non si sa cosa. Forse questo rende loro orgogliosi di vivere in un luogo che desta interesse anche a chi vive così lontano e che magari fa parte di universi a loro sconosciuti e magari sognati. Non saprei, forse i giovani, ma questi sono tutti in città. Qui incontri solo anziani come me, che si trascinano verso casa in cerca di ombra dove sdraiarsi. Intanto che medito eccoci arrivati all'Hotel Eden, il luogo dove era avvenuto il fattaccio. Il ragazzo che ci accompagna si ricorda perfettamente della mia rovinosa caduta e di quanto era seguito e mi accompagna addirittura alla stessa camera di allora, quasi ad esorcizzare il ricordo. C'è giusto il tempo per sistemarci e poi fare onore al consueto riso, verdure e cammello che è il leit motif del nostro viaggio gastronomico. 

Il lavoro delle termiti
Un po' di riposo e poi via a ridare un'occhiata alla biblioteca Abbot, forse la più importante della città che contiene quasi duemila manoscritti e merita una seconda passata, anche se l'avevamo già visitata lo scorso anno. Il custode è sempre lo stesso, serissimo e compito nel suo estrarre i volumi che ritiene più interessanti da mostrare e proporceli uno alla volta girandone le pagine con grande delicatezza per non produrre danni, vista la evidente fragilità, che protegge, credo come tutti qui, con guanti di cotone bianco. Sono molto affascinato dalle paginette miniate con grandi spazi ricoperte da fitti arabeschi geometrici o da quelli che trasformano le lettere dell'alfabeto arabo vergate in elegante stile cufico  come prove di ornamentazione calligrafica. E poi le pagine in cui puoi capire la dimostrazione di teoremi di geometria, visto che queste figure sono le uniche comprensibili anche a noi. Ecco Pitagora, ecco altre figure che intersecano cerchi e triangoli trigonometrici. Il nostro custode, al contrario del suo collega di prima, è silenziosissimo e serio, fornisce scarne spiegazioni e vuol solo mostrare i suoi tesori, continuando ad estrali dalle sue scansie, queste decisamente più ordinate e protette in appositi contenitori. Qui ci sono stati studiosi europei che hanno digitalizzato parecchio tant'è che il tizio dispone anche di copie a colori delle pagine ritenute maggiormente interessanti. Certo che questa è una eredità davvero preziosa. Sarei proprio curioso di poter arrivare una volta a Timbuctu, dove si parla di altrettante e forse ancora più ricche biblioteche del deserto, che secondo alcuni ospiterebbero più di centomila volumi nel loro insieme. 

Trattato di geometria

Mai studiati, mai catalogati. Accumulati nel momento in cui la cultura araba e mediorientale era al suo apice assoluto e gli studiosi di questi paesi traducevano, conservavano e studiavano anche tutto quanto era rimasto della nostra cultura classica, arricchendola e portandola avanti, fino a che raggiunse per mille vie traverse le nostre abbazie medioevali nelle quali i nostri frati studiosi, hanno completato l'opera di recupero. Allora tutti questi monaci evidentemente conoscevano l'arabo e l'ebraico, oltre al greco e al latino, per poter proseguire questa opera di copia e di traduzione, che ha consentito la conservazione della cultura del nostro mondo. Opera a cui inconsapevolmente avranno anche di certo contribuito proprio quei mercanti che con le loro carovane andavano da un capo all'altro delle strade del mondo portando con sé, quando li trovavano, i libri, anche se forse non sapevano neppure leggere, ma erano consci del loro immenso valore. Di certo anche qui tra queste sabbie ci saranno opere che arrivano dalla Persia o da Samarcanda, transitate forse dalla Mecca, vergate da astronomi e poeti che avevano seduto accanto a Uluk Beg o a Tamerlano. Santo cielo, come si fa a non essere suggestionati da emozioni forti, quanto ti passano tra le mani e sotto gli occhi queste cose. E che fortuna abbiamo oggi a poterle ancora vedere ed apprezzare. c'è molto di che pensare e credo che anche il nostro ospite abbia capito il piacere che mi ha dato questo esservi ritornato per la seconda volta, tanto che mentre usciamo, abbassando la testa per non sbattere contro lo stipite basso, si scioglie in un largo sorriso di condiscendenza.   


Il minareto della moschea vecchia
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martedì 24 febbraio 2026

Recensione: Cyngyz Ajtmatov - Occhio di cammello


Ecco una delle letture che consiglierei a chi volesse prepararsi un po' meglio ad un  viaggio nel fiabesco Kighizistan e dintorni, inclusa la famosa Pamir Highway, parte di quella via della seta percorsa dal nostro Marco Polo e che proprio per la sua difficoltà  logistica è rimasta un po' negletta nel mondo dei viaggiatori moderni. Questo autore kirghiso, Cyngyz Ajtmatov, il cui padre fu vittima di una purga staliniana nel 1938 e che ha cominciato a scrivere in lingua originale, già giovanissimo verso la fine degli anni '50 e successivamente in russo, è davvero interessante ed è attualmente riconosciuto come una delle voci più importanti di quel complesso universo letterario che ha accompagnato il crepuscolo dell'Unione Sovietica. La sua posizione, che lo rende del tutto particolare nel panorama di questo mondo lo situa in una posizione ugualmente distante dalla letteratura dai grandi affreschi di un Tolstoj o dalle introspezioni dell'anima Dostoevskiane, così come è parimenti lontanissimo dai temi di contrapposizione di un Solgenitsin, inserendosi invece in una sua dimensione di naivité in cui è totalmente compreso nello strapotere del fascino della natura che gli offre la sua terra, ben lontano quindi dalle necessità di trobonaggio sovietico in cui dovevano di certo soggiacere i suoi colleghi che aderivano a quel filone sovietistico che poco ha prodotto di memorabile, ma che era probabilmente indispensabile per trovare un posto nell'epoca. Ajtmatov è invece legato perdutamente alla sua terra, ai suoi paesaggi, ai laghi blu incastonati tra le montagne e i suoi temi rimangono fissati nell'ammirazione verso questo mondo pastorale e fatto di tradizioni antiche e nomadi, che certo non dovevano essere poi troppo graditi all'establishment del suo tempo, anche se poi, ha fatto in tempo ad essere assorbito nell'entourage di Gorbachov come ministro.  In questi suoi racconti, traspare completamente questa sua tenerezza descrittiva che narra storie apparentemente semplicissime nelle quali la protagonista assoluta rimane sempre la sua terra, nei suoi caratteri più poetici ed avvincenti, senza tuttavia mai cadere nel descrittivo oleografico e banale. Sempre avverti come l'autore colga l'anima di queste montagne e di questi pascoli infiniti. Sono miniature fatte di piccoli affreschi minuti, quadretti alla Segantini in cui respiri l'odore del fieno e risuonano lontani i canti dei pastori. Il grande lago Issik kul, specchio blu circondato dai picchi del Pamir, il tetto del mondo, è un altro protagonista assoluto, sempre presente bel racconto ed emblema di questa terra, che, devo dire la verità, non sto nella pelle di vedere. Occhio di cammello contiene quattro racconti in cui ti sembra di vedere l'autore che si guarda intorno con occhi di bambino e vive quella realtà pastorale, che comunque si interseca anche con quella che ai tempi doveva essere quella sovietica formando un insieme curioso ed allo stesso tempo avvincente. Consigliato.


lunedì 23 febbraio 2026

Mau 7 - L'oasi di M'Hairit


 Ahmed - Mautritania, gennaio 2026

Terjit
Il deserto ha tempi lenti, tutto sembra scorrere in una dimensione diversa, non senti l'affanno di arrivare. Anche le auto si muovono con una velocità differente rispetto allo standard delle strade asfaltate. Da quando ci siamo alzati, con calma, e salutato i ragazzi conosciuti ieri sera, ce ne siamo andati dall'oasi con i tempi delle carovane, prima si caricano le masserizie, si spengono i fuochi, va bene, qui solo metaforicamente, ci si dispone al viaggio da fare, poi adagio adagio si dispongono i dromedari per la partenza, nel nostro caso i pickup e poi finalmente si sale a bordo e si va. Siamo tornati indietro per un paio di chilometri, fino al passo che ci riporta sull'altopiano roccioso in cui si apriva la spaccatura e riprendiamo quella strada nel deserto di pietra scura, quella Route de Aoujeft, che conduce a sud per qualche altro chilometro, poi alla prima deviazione a sinistra prendiamo decisamente la direzione nord-est, che dovrebbe condurre fino all'oasi di M'Hairit, la più grande di questa regione, che è popolata saltuariamente da quasi 5000 persone. Il deserto cambia continuamente aspetto e forma, in questo caso ecco che di colpo, la pista si insinua in mezzo ad una serie di monticelli sabbiosi piuttosto grandi, sormontati da ciuffi di erba che nascondono l'orizzonte, i contrafforti delle montagne sono lontani, un altro paesaggio completamente diverso da quello a cui ci eravamo abituati. Questo deserto è continuamente mutevole e vario e ti presenta ogni volta facce nuove, da guardare con meraviglia, da ammirare mentre scorre intorno a noi. 

Il campeggio
Qui facciamo una certa fatica a procedere, la pista non si identifica e anche il nostro Brahim, che questi posti li conosce bene, fa chiaramente fatica a procedere e a dipanare il bandolo della matassa. E' tutta una giravolta su un terreno molto sabbioso e piuttosto cedevole, alla fine finiamo in quello che si può definire un vicolo cieco e bisogna tornare indietro facendo un lungo giro, insomma diciamolo chiaramente, ci simo persi! Ma no, tranquilli è solo che si sta cercando la via più semplice per arrivare al punto di interesse verso cui procedere. Arriviamo in un punto più elevato, da cui si scorgono meglio i dintorni e poi prendiamo decisi la direzione che va verso il margine della valle, fino ad infilarci in un canyon secondario dalle pareti basse di roccia rossastra. Dopo poco anche la pista finisce e si trasforma in un sentierino nel quale è concesso procedere solamente a piedi. Si sente chiaramente che la zona è molto più umida di quelle circostanti. Aumenta la presenza di palme e di salici, oltre che di arbusti verdi che chiaramente necessitano di acqua per crescere, in particolare quelle euforbiacee dalle foglie grasse e ricche di latice medicamentoso, utilizzatissime nella farmacopea tradizionale del continente. Tra l'erba ecco spuntare anche piccoli fiori gialli in quantità, segno evidente di una buona idratazione. Infatti ecco che in fondo al sentiero si apre la radura e compare un piccolo specchio d'acqua che si allunga fino alla spaccatura nella roccia da cui emerge la sorgente segnata sulle carte come Guelta, evidentemente ben conosciuta da chi transita da queste bande. 

La valle di M'Hairit
Basta guardare le reazioni dei nostri accompagnatori per capire qual è il rapporto tra le acque, se pur in minima presenza, qui siamo di fronte ad una minuscola pozza di acqua stagnate, e gli uomini delle sabbie. Brahim è davvero estasiato e sia aggira davanti al laghetto con ammirato entusiasmo, si insinua nelle fenditure alla ricerca del punto da cui sgocciola il filo di acqua, come se fosse una vena di oro prezioso, quale in effetti è quaggiù, poi si stende all'ombra in un anfratto e si gode il minuscolo ambiente circostanze, come se fosse il giardino dell'Eden. In effetti chi vive nel deserto non potrebbe vederlo in maniera diversa. Quindi bisogna avere ben chiaro qual è il rapporto tra l'acqua e gli uomini delle sabbie. Questo elemento ha la prevalenza su tutto il resto, lo stesso cibo, gli animali, la presenza della cosiddetta civiltà sono sempre secondari al topos dell'acqua e di quanto è legato a lei, basti vedere l'importanza di questo elemento nell'architettura islamica, che è predominante nelle vicinanze delle aree climaticamente desertiche, al pari dei mattoni o del marmo. Le fontane, i ruscelletti, i pozzi, i passaggi di cascatelle e specchi di acque sono considerati veri e propri elementi costitutivi nelle progettazioni dell'architettura di questi paesi e un palazzo di rilevante importanza non può non esporre anche ricche e fantasiose fontane, simbolo di abbondanza di questo elemento basico per la vita. 

La sorgente Guelta
Quindi in questi sconfinati territori, dove la mobile superficie sabbiosa o la roccia sterile che si stende fino all'estremo limite dell'orizzonte sono predominanti, i punti chiave che hanno una importanza basilare per tutti coloro che ci vivono, sono quelli che, trovandosi in particolari posizione favorite, nelle quali grazie alla confluenza di vene sotterranee o alla particolare vicinanza ad una falda che comunque spesso è abbastanza superficiale, riescono a far convergere l'umidità che, in qualunque forma si accumula nel tempo, formando pozze, sorgenti o comunque presentano la possibilità, con facili scavi, di produrre un pozzo per portare alla superficie il liquido che consente la vita. E questi punti formano una rete continua, che è alla base delle conoscenze primarie degli uomini del deserto, che tutti conoscono e che sono più importanti dei paesi e delle cittadine dell'intero territorio. Questa rete è la base delle carte geografiche mentali di questo mondo e sono conosciute da secoli, perché al di là dei sommovimenti che avvengono durante i rari momenti in cui si scatenano periodi piovosi, anche furiosi e distruttivi, che riempiono i letti enormi degli uadi. che serpeggiano in fondo a tutte le valli, trasformandoli in fiumi impetuosi, appena passata la buriana, poi tutto scompare e l'aridità riprende il sopravvento, salvo lasciare quei punti da tutti conosciuti, che consentono comunque il proseguimento della vita in questo mondo. 

Il sentiero
Brahim e Salek, ridono e scherzano come ragazzini felici, ci mostrano l'acqua chiara che si infila tra gli alberi, e anche Ahmed è eccitato dal luogo e manifesta piacere alla vista, continua a fare fotografie, parla con casa e mostra alla moglie e ai bambini la bellezza dello specchio di acqua ed il punto tra le rocce dove appena si sente il suo gorgogliare. Quale luogo può essere più bello di questo. Quasi dispiace andarsene, infatti ci avviamo sul sentiero per tornare alle macchine, lentamente, girando ogni tanto lo sguardo indietro, come manifestando il proprio dispiacimento nel lasciare il luogo delle delizie per tornare nel mondo della normalità, quella in cui il vivere è sofferenza e ricerca della soddisfazione delle necessità, mentre alle tue spalle, rimane l'Eden, il giardino delle delizie dove bastava allungare una mano e raccogliere un dattero se avevi fame, l'unico cibo che può soddisfare completamente il bisogno dell'uomo e poi stendersi e riposare ascoltando il griot del luogo che recita poesie antiche toccando con dita leggere le lunghe corde tese di una kora con la sua zucca istoriata e consumata dagli anni. Quando arriviamo alle macchine, del luogo magico non c'è più traccia, tu che ne ignoravi l'esistenza, neppure potevi immaginare di infilarti tra questi spazi, solo gli uomini delle sabbie, sotto il loro sorriso enigmatico li conoscono da millenni e per questo possono continuare a vivere qui. Poi, proseguendo, l'oasi di M'Hairit si apre e si allunga per chilometri. 

Euforbiacee
Questo è un luogo comunque isolato e difficile da raggiungere attraverso le piste difficili dell'Adrar e infatti proprio qui si è assistito all'inizio del secolo scorso al movimento di resistenza più difficile da reprimere e da controllare per i francesi invasori dell'Africa Occidentale, che vi si sono trovati di fronte fin dal 1902 e che è stata comunque l'ultima zona a cedere. Poi adagio adagio, le palme si diradano e le casupole vicino agli orticelli scompaiono e l'oasi finisce. Il deserto ormai ha ripreso il sopravvento, un terreno fatto di roccia nera e vulcanica, molto friabile che il sole e gli sbalzi termici delle temperature lavorano senza sosta, determinandone spaccature improvvise nei grandi massi grigi e grazie alla friabilità di questa roccia scistosa e all'apparenza fragile. La strada, essendosi spianato il territorio è diventata decisamente rettilinea e addirittura dopo qualche chilometro, appaiono lavori imponenti per la costruzione di un un moderna e importante viabilità. Mezzi di movimento terra al lavoro e una banchina sopraelevata di quella che sarà una nuova via di comunicazione, già abbastanza  a buon punto, visto che in alcuni tratti sono già in azione macchine per la bitumazione, mentre in altri  punti la tratta è interrotta per l'immissione di sottopassi per il passaggio delle acque nell'eventualità che queste arrivino fin qui. Su mezzi e baracche di servizio, se guardi con attenzione, compaiono anche se non molto visibili, caratteri e ideogrammi cinesi, testimonianza di chi mette soldi e interesse in queste opere. 

Cinguetti
In fondo se vogliamo avere occhi per vedere, la presenza cinese in Africa è da decenni particolarmente insinuata ed insistente e bisognerebbe che anche il nostro mondo se ne rendesse e ne tenesse conto, mettendo agli atti che noi, Europei, ne siamo al momento completamente fuori, purtroppo, checché se ne dica. Questo è molto grave perché l'Africa è vicino a noi e dei suoi problemi noi siamo i  primi ad essere investiti, mentre continuiamo a disinteressarcene salvo, poi al presentarsi dei problemi, metterci le mani dei capelli in cerca di soluzioni impossibili da trovare. Intanto noi procediamo anche se la strada è continuamente interrotta da questi colossali cantieri e noi siamo costretti a successive deviazioni, tra polverone e sobbalzi continui, col rammarico di vedere al nostro fianco, la carreggiata ormai quasi perfetta e solamente da bitumare, che corre rettilinea verso l'infinito, ma che non è ancora ovviamente transitabile. Ci sono almeno ancora una cinquantina di chilometri per la nostra meta di oggi e mentre procediamo diciamo pure a fatica, si alza il vento deciso e la polvere del deserto, comincia a sollevarsi nell'aria provocando una sorta di foschia anche piuttosto spessa e lattiginosa che impedisce di evadere e obbliga tutti a fasciarsi con cura con gli cheche o con gli altri tessuti che si ha a disposizione. Questo è il deserto. Noi stiamo rinserrati nella protezione delle auto, sbocconcellando datteri, mandarini e banane, che è sempre un bel mangiare, mentre si procede nella nebbia. Ormai è passato il mezzogiorno, quando raggiungiamo l'arteria che arriva da Atar e dopo poco, mentre la foschia un poco si dirada, compaiono tra le sabbie, gli abitati di terra e di roccia che ci raccontano di essere arrivati a Chinguetti, uno degli snodi più importanti nella storia dell'intero Sahara.



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