sabato 21 febbraio 2026

Mau 5 - La storia di Riccardo

Riccardo - Toungad - Mauritania - gennaio 2026

 

Sabbie di Azoueiga
Svegliarsi all'alba tra le sabbie, ha un che di magico, che importa se non sei abituato alle scomodità del campeggio selvaggio, per la verità, la famiglia che vive qui ha predisposto anche una sorta di baraccotto semichiuso con tanto di buco nel terreno, ma il deserto è grande e infilarsi tra gli arbusti dietro le dune è un attimo e poi non ci pensi più. Oltretutto non si sono fatti vivi neppure gli scorpioni, vuol dire che quello di ieri sera, è stato un episodio marginale da raccontare al ritorno e nulla più. Ci raduniamo attorno alle braci spente di ieri sera e sul piccolo tavolino ecco la sorpresa, assieme ai formaggini e al caffè solubile, un bel cilindro ammonticchiato di pancake appena fatti, con accanto un sontuoso barattolo di benedetta Nutella, che fa bella di mostra di sé, regina della tavola, trionfo della gola e delle reminiscenze patriottiche. C'è poco da fare, questa è una delle realtà italiane più famose nel mondo e non c'è luogo della terra per quanto sperduto o isolato che non ne disponga. Caro monsü  Ferrero, hai fatto una cosa grande e sarai sempre ricordato con orgoglio nazionalistico per questo; la Nutella l'abbiamo trovata dalla Mongolia a Ushuaia, dal Borneo all'Azerbaijan e direi che non è poco. Comunque noi, a pancia piena facciamo su baracca e burattini, come si dice e continuiamo a percorrere la cosiddetta Vallée blanche, un deserto di meravigliosa sabbia bianca come zucchero circondata dalle alte dune arancio che si stendono verso l'orizzonte. 

Capanne di nomadi
E' una goduria proseguire su questo terreno ondulatissimo, salire con fatica lungo il fianco della duna e poi arrivati sul sif, il confine netto come una lama che il vento forma sulla cima con un arco preciso che pare disegnato col compasso, buttarsi giù lungo il bordo successivo, quasi lasciandosi precipitare verso il basso trascinati dalla forza di gravità, sbandando di lato per poi riprendersi alla fine della discesa e proseguire mentre il motore ruggisce per mordere nuovamente nel punto dove la sabbia diventa più solida e consente di proseguire zigzagando tra i fondi dei uadi ed i bordi sassosi che emergono tra le sabbie. Il paesaggio è davvero superbo e di tanto in tanto emergono anche degli altipiani di roccia nera e friabile su cui si procede invece con cautela per non incocciare in pietrisco tagliente ed infido. Ci fermiamo in mezzo a queste dune bianchissime e curiosamente negli avvallamenti se scavi pochi centimetri con le mani, mentre i granelli finissimi ti scorrono tra le dita come fossero acqua, ecco che subito nello strato sottostante, compare quella stessa sabbia giallo ocra che ci circondava stamattina. Un fenomeno curioso e inspiegabile. Di tanto in tanto incontriamo qualche altro viaggiatore, ecco infatti un russo che percorre la nostra via, si ferma anche lui ad ammirare meravigliato quanto lo circonda, è di una città siberiana e dice che lì non si sentono molto gli incerti della guerra o forse non vuole sbilanciarsi troppo, comunque raccoglie anche lui la sua bottiglietta di sabbia, poi prosegue e subito lo perdiamo di vista. 

Deserto di pietra
Tu intanto continui a meravigliarti di come sia possibile procedere in questo territorio senza punti di riferimento con sicurezza assoluta senza perderti. E' pur vero che di tanto in tanto specialmente nei punti più selvatici spuntano delle balise, aste piantate nel terreno a segnare il tracciato di un qualche  simulacro di pista ma, credo tu debba avere una bella esperienza per seguire da solo questi itinerari. Alla fine però, chilometro dopo chilometro avverti che anche questo deserto non è poi così assolutamente deserto come sembra. Infatti basta che in qualche punto più affossato della valle o in qualche punto più riparato tra le dune, le condizioni consentano il formarsi di una certa umidità superficiale o la presenza di una qualche fascia di falda idrica più o meno ricca, consente il formarsi di piccoli o anche più vasti palmeti, quello che è l'idea dell'oasi, che in qualche modo permette di sopravvivere anche in questi luoghi estremi. E' assolutamente vero, la capacità di adattamento dell'uomo è straordinaria e qui basta guardare con attenzione e compaiono piccoli segni a malapena distinguibili che ti sfuggono se ti fermi distrattamente a considerare il paesaggio. Qualche palina arrugginita con una traccia di filo spinato ormai corroso e spezzato dal tempo o qualche animale sparso qua e là, segnalano inequivocabilmente la presenza di un luogo dove qualche pastore sorveglia il suo gregge o una tenda di nomadi è accampata al margine del palmeto quando comincia la stagione della raccolta dei datteri. 

Aisha
Il deserto insomma non è mai davvero deserto, casomai è un ponte per passare da un luogo all'altro, una giunzione tra ambienti diversi, di cui si conoscono, almeno per chi lo percorre abitualmente, le modalità per traversarla, per sopravvivervi senza problemi. Arriviamo su un dosso roccioso e nero che emerge al bordo di quella che potrebbe essere un grande, ma rado palmeto che si allunga senza mostrare la fine. Confuse con la roccia, qualche casupola di pietra si mostra solo se guardi con attenzione. La maggior parte sono in rovina e si confondono con la roccia di cui sono costruite, qualcun altra è ancora in piedi e forse saltuariamente abitata. Sul bordo del villaggio senza nome, un paio di donne hanno allungato uno straccio sul muracciolo di pietra ed espongono pochi oggetti, di un artigianato povero e ingenuo, collanine fatte con le pietre colorate trovate nei dintorni e poco altro, segno evidente che siamo su un itinerario percorso dai turisti. Compro una bella assicella intagliata, che veniva usata per formare i bordi dei basti per i dromedari. Mi piace perché è palesemente vecchia e in parte rovinata dall'uso e sono deliziato dagli eleganti intagli che la ricoprono tutta e la appenderò al muro, proprio sopra quella sella da cammello che avevo portato a casa da Turkmenistan anni fa. Già mi pregusto l'effetto, ma come vedremo in seguito il diavolo fa le pentole ma non i coperchi. 

il passo
Proseguiamo e dopo pochi chilometri siamo al cosiddetto passo di Tifoujar. segnalato anche qui, proprio sulla scarpata, dalla presenza di un gruppetto di nomadi in attesa del passaggio di qualcuno. Offrono sacchettini di datteri, dei quali Ahmed fa man bassa, non si sa mai che manchino i viveri e che ci serviranno di tanto in tanto per recuperare calorie durante la via. In realtà qui non c'è nessuna pista tra le sabbie gialle, ma semplicemente uno strapiombo di un centinaio di metri di profondità o anche più, al di là del quale le auto si buttano, si potrebbe assolutamente dire, nel vuoto, puntando il muso verso il basso e lasciandosi sprofondare nella sabbia mentre il peso ti trascina giù in maniera scomposta, come un toboga senza guida per una pista di neve fresca. Andiamo giù come barche nella cascata fino a che il motore ruggisce e le ruote sembrano mordere un poco nella sabbia mentre la pendenza si affievolisce a poco a poco e infine si arriva, non si sa come, in fondo senza danni, mentre le nere pareti incombono intorno a noi. Ci fermiamo alla base del baratro e a guardare in su, da dove siamo venuti, appare impossibile l'impresa, di certo è impensabile risalire da questa parte, ci sarà certa un'altra strada certamente. 

la pista
Eccoci allora in uno stretto canyon che prosegue tortuoso fino a che la Vallée blanche non si allarga di nuovo in una larghissima valle percorsa dalle tracce di un uadi che probabilmente ogni tanto viene invaso dalle acque piovane e che è un seguito di palmeti più o meno fitti punteggiati da paesini fatti a volte di poche case, altre di insediamenti un poco più popolosi. Scendiamo fino in fondo e prendiamo la pista che percorre questa sorta di fondo valle e che serpeggia tra i palmizi. Nei punti dove intravedi la maggiore presenza di acqua, vedi coltivazioni tra le piante, piccoli appezzamenti di cereali e orti coltivati con cura. Tra i tronchi di palma ci sono anche pozzi e serbatoi di contenimento, riempiti con pompe che regimano l'acqua che può essere portata alla superficie. Qualcuno lavora tra gli alberi, la stessa pista che serpeggia è circondata da palizzate fatte con le lunghe frasche secche delle palme, segno che la proprietà del terreno è molto curata e, come ci racconta Ahmed, al tempo del raccolto è grande festa per oltre un mese e dalla città, tutti i parenti sono chiamati qui a raccolta nelle oasi di origine della famiglia, per partecipare al raccolto del dattero, la ricchezza del deserto; qui si approfitterà per combinare ancora matrimoni e si faranno affari. La gente che rimane qui fuori stagione a manutenere l'oasi è formata di operai stipendiati, ma dobbiamo ricordare che in Mauritania fino all'inizio del secolo scorso nelle campagne vigeva ancora un rapporto tra lavoratori e proprietari, di semischiavitù, forma che questo paese è stato l'ultimo ad abolire definitivamente anche se questi lavoratori della terra sono sempre rimasti in fondo alla scala sociale. 

Toungad
Arriviamo infine a Toungad, una vera e propria cittadina che appare però in questo momento semideserta e che si popola solamente tra agosto e ottobre come già detto. Come sembra le case sono costruite nell'area rocciosa fuori dal palmeto, su una specie di collinetta, che risaliamo e dalla quale puoi abbracciare tutto l'abitato, costituito da diverse specie di costruzioni, capanne rotonde a igloo fatte di rami e di foglie che vengono abitate solo in estate, in quanto permettendo lo scorrere dell'aria, sono più fresche durante i mesi più torridi; poi altre dalla stessa forma ma in pietra con il solo tetto di rami  e poi casette cubiche di muratura, evidentemente più moderne anche se molto piccole. Tra i sentierini che entrano tra le case, non incontriamo nessuno e anche dalla terrazza sommitale da cui abbracci tutta la valle, non si vede anima viva, quei pochi che stanno qui sono negli orti a lavorare. Tuttavia il colpo d'occhio è molto bello. Scendiamo tra le case e proseguiamo fino al bordo dell'oasi e dopo l'ennesima curva entriamo nel cortile spazioso di una casa, chiuso in fondo da una grande tenda. E' la casa di Riccardo, una sosta obbligata ormai per chi percorre questo itinerario. Riccardo infatti è un personaggio ormai noto, raccontato anche da alcune fortunate trasmissioni televisive, la cui curiosa storia attira molti a trovarlo qui, quasi fosse un pellegrinaggio. 

la valle
In effetti la sua vita è stata interessante e merita di essere raccontata. Fotografo di moda, trascorreva i suoi anni di lavoro tra Roma e Los Angeles per immortalare modelle famose e vestiti di haute couture, quando, abbondantemente dopo i cinquanta, per tirarsi fuori da un divorzio pesante che lo aveva toccato duramente nel suo equilibrio psicologico, decise di viaggiare per il mondo in luoghi poco battuti per tirarsi fuori la depressione che lo stava segnando. Allora il mondo, periodo in cui l'overturism non era ancora un problema e pochi si avventuravano al di fuori degli itinerari più classici, offriva a chi cercasse un poco di avventura, tante mete di eccezionale interesse e il nostro Riccardo ne percorse parecchie, per sgombrare la mente dai fantasmi più fastidiosi. Comunque dopo un po' di peregrinazioni nei luoghi più sperduti del pianeta e giunto sulla soglia dei 60, eccolo che attraversa il deserto della Mauritania con un viaggio faticoso e appassionante che lo conduce in questa valle perduta, quando, fermatosi davanti in questa oasi sconosciuta per passare la notte, vinto dalla bellezza del luogo, eccolo diventare protagonista di un incontro da romanzo di appendice. Lì, davanti al pozzo più isolato del villaggio, dove il nostro aveva montato la sua tenda, è andata come tutte le mattine a prendere una brocca di acqua, una ragazza di una bellezza straordinaria. Si guardano, gli occhi di lei lo vedono e quell'acqua non vuole venir su dal pozzo. 

capretto
Verrebbe da dire col sommo poeta, quel giorno più non vi leggemmo avante..., ma intanto una scintilla è scoccata, la freccia di Cupido è stata scagliata senza possibilità di recupero e lo ha trafitto irrimediabilmente. Riccardo si ferma nell'oasi nei giorni successivi, parla coi fratelli, che alla fine lo accettano, sposa la ragazza e si ferma lì definitivamente. Adesso sono passati oltre quindici anni, lui ha assunto la cittadinanza mauritana e intanto sono nate tre figlie bellissime. All'inizio aveva aperto un piccolo ristorante con un socio italiano, ma si sa che le società è meglio farle in numero dispari minore di tre e quindi ora Riccardo, che tra l'altro non è neppure in perfetta salute e cammina a fatica, fornisce qualche servizio turistico nell'oasi, dispone di quattro posti letto, di cui vi invito ad usufruire se passerete di lì e vive tranquillamente la sua vita, offrendo un tè a chi lo viene a trovare e nell'ulteriore occasione, senza stancarsi dell'insistenza, ripete loro la sua storia, mentre la moglie in fondo al cortile, porta in cucina gli ortaggi che arrivano dall'oasi, vicino al famoso pozzo. Ha davvero una espressione serena e soddisfatta, Riccardo, mentre, probabilmente per l'ennesima volta, racconta questi scampoli della sua vita al passeggere di turno. Forse riuscire a trovare la propria dimensione in un ambito così lontano da quello che avevi pianificato all'inizio della tua vita, è il segreto per essere completamente soddisfatti e per avere avuto una esistenza degna di essere vissuta. Il capretto nato da pochi giorni, cerca di uscire all
'aperto della tenda mentre fuori, un asinello si avvicina all'abbeveratoio ciondolando le lunghe orecchie.

a casa di Riccardo

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