Ecco una delle letture che consiglierei a chi volesse prepararsi un po' meglio ad un viaggio nel fiabesco Kighizistan e dintorni, inclusa la famosa Pamir Highway, parte di quella via della seta percorsa dal nostro Marco Polo e che proprio per la sua difficoltà logistica è rimasta un po' negletta nel mondo dei viaggiatori moderni. Questo autore kirghiso, Cyngyz Ajtmatov, il cui padre fu vittima di una purga staliniana nel 1938 e che ha cominciato a scrivere in lingua originale, già giovanissimo verso la fine degli anni '50 e successivamente in russo, è davvero interessante ed è attualmente riconosciuto come una delle voci più importanti di quel complesso universo letterario che ha accompagnato il crepuscolo dell'Unione Sovietica. La sua posizione, che lo rende del tutto particolare nel panorama di questo mondo lo situa in una posizione ugualmente distante dalla letteratura dai grandi affreschi di un Tolstoj o dalle introspezioni dell'anima Dostoevskiane, così come è parimenti lontanissimo dai temi di contrapposizione di un Solgenitsin, inserendosi invece in una sua dimensione di naivité in cui è totalmente compreso nello strapotere del fascino della natura che gli offre la sua terra, ben lontano quindi dalle necessità di trobonaggio sovietico in cui dovevano di certo soggiacere i suoi colleghi che aderivano a quel filone sovietistico che poco ha prodotto di memorabile, ma che era probabilmente indispensabile per trovare un posto nell'epoca. Ajtmatov è invece legato perdutamente alla sua terra, ai suoi paesaggi, ai laghi blu incastonati tra le montagne e i suoi temi rimangono fissati nell'ammirazione verso questo mondo pastorale e fatto di tradizioni antiche e nomadi, che certo non dovevano essere poi troppo graditi all'establishment del suo tempo, anche se poi, ha fatto in tempo ad essere assorbito nell'entourage di Gorbachov come ministro. In questi suoi racconti, traspare completamente questa sua tenerezza descrittiva che narra storie apparentemente semplicissime nelle quali la protagonista assoluta rimane sempre la sua terra, nei suoi caratteri più poetici ed avvincenti, senza tuttavia mai cadere nel descrittivo oleografico e banale. Sempre avverti come l'autore colga l'anima di queste montagne e di questi pascoli infiniti. Sono miniature fatte di piccoli affreschi minuti, quadretti alla Segantini in cui respiri l'odore del fieno e risuonano lontani i canti dei pastori. Il grande lago Issik kul, specchio blu circondato dai picchi del Pamir, il tetto del mondo, è un altro protagonista assoluto, sempre presente bel racconto ed emblema di questa terra, che, devo dire la verità, non sto nella pelle di vedere. Occhio di cammello contiene quattro racconti in cui ti sembra di vedere l'autore che si guarda intorno con occhi di bambino e vive quella realtà pastorale, che comunque si interseca anche con quella che ai tempi doveva essere quella sovietica formando un insieme curioso ed allo stesso tempo avvincente. Consigliato.
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