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sabato 22 febbraio 2014

Taste of Tanzania 13



Gru coronata
becchetti senza scopo,
solo apparenza.

lunedì 18 febbraio 2013

Safari in bici.





Sono le 5 di mattina e al Lilac Camp, immerso tra le acacie spinose, è ancora buio pesto. Il lago è dietro il bosco a pochi chilometri. Yassim è già lì, davanti alla cucina che sta gonfiando le gomme alle biciclette, un po' malandate forse, ma adatte alla proposta di attraversare il tratto di savana che ci separa dal lago, appena farà luce. Quando dietro il profilo della collina comincia a mostrarsi un chiarore incerto, mi consegna l'attrezzo e si comincia a pedalare su uno stretto sentiero tra le piante, facendo attenzione a non finire sull'erba dove le lunghissime spine stanno acquattate in attesa di teneri piedini o di morbidi copertoni da perforare. Attraversiamo un gruppo di capanne di fango, dormono ancora tutti, solo un paio di galline e un maiale a far compagnia ad una piccola donna magra, dagli occhi infossati e febbricitanti per la malaria, seduta a terra con lo sguardo vuoto. Poi gli alberi si diradano e la piana erbosa della savana si allarga a vista d'occhio, mentre il cielo muta da arancio scuro a giallo vivo, anche se il sole fatica a far capolino tra nubi basse, residuali di una stagione di piccole piogge più ricca del consueto e che si è protratta fino a qualche giorno fa. Yassim, aspirante guida, si è portato dietro un Masai, dalle orecchie frastagliate, in qualità di meccanico gonfiatore, evidentemente conosce i suoi polli o meglio le sue biciclette. Però non appena ti allontani dalle capanne isolate e ti inoltri tra gli ultimi cespugli, ecco che ti senti subito sperso in questa immensa piana ricoperta di erba verde, che la luce radente colora di oro. 

Pedali in un ambiente primordiale, primitivo, senza punti di riferimento temporali, come se ti stessi spostando dai tuoi ripari notturni per una caccia antica. Lontane ombre tra l'erba alta, una fila di gnu che bruca lentamente, due zebre a testa alta che con un fremito alle orecchie controllano che quel gruppo di strani animali in movimento, non siano fonte di pericolo. Nella savana devi sempre stare con un occhio aperto, anche mentre mangi ed essere pronto a correre in fretta. Meglio in bici che a piedi ovviamente. Dopo un'oretta perdi davvero ogni riferimento, sono scomparsi tutti i cespugli e la piana si perde all'infinito; in fondo, rischiarata dal sole, la linea netta del lago ancora lontano. Poi, d'improvviso, scompare anche l'erba. L'acqua si ritira di giorno in giorno quando comincia il secco e sotto di noi rimane solo la superficie del lago lasciata libera dall'acqua evaporata. Una spanna al più di liquido che se ne va in fretta quando comincia il caldo e lascia spazio ad una fanghiglia morbida che poi si seccherà screpolando la superficie in geometrie regolari. Dappertutto, le impronte delle migliaia di flamingos che si spostano ogni giorno verso il centro del lago, zampettando disordinatamente mentre col nero becco ricurvo dragano la fanghiglia per raccogliere cibo. Le gomme delle bici affondano di qualche centimetro nella mota scivolosa. Anzi a ben ragionare più che di fango si tratta di una sterminata distesa di escrementi che gli allampanati trampolieri rosa lasciano dietro di sé nella loro ritirata, un palese avvertimento ad essere lasciati in pace. Non si può proseguire. Lasciamo le bici a terrà e avanziamo a piedi verso il lago. 

La superficie escrementizia è una vera e propria saponetta, anche se non profumata, dove si avanza a fatica a braccia larghe per mantenere un equilibrio precario ed evitare di trovarsi seduti nel guano. La riga bianca del lago sembra sempre più lontana, come un miraggio da deserto. La sagoma di uno gnu solitario ci si specchia, scura ed immobile come un'insegna isolata. Ad un certo punto le scarpe sono diventate palle di fango che continuano a raccogliere materiale organico ad ogni passo ed avanzare sta diventando impossibile. Lontana la linea perfetta dell'orizzonte si staglia beffarda mostrando la striscia rosa dei flamingos che la distanza fa apparire immobile e unica. Bisogna desistere e tornare indietro delusi, fino alle biciclette, naturalmente sgonfie che giustificano così la presenza dell'aiutante con pompa al seguito. Ma che sensazione ripercorrere la savana verde mentre la brezza del mattino muove appena il mare di erba! Un gruppo di impala sta immobile, appena uscito da un gruppo di cespugli bassi. Occhi acquosi che ti seguono mentre attraversi la pianura. Poi un poco più in là, cinque magnifiche gru coronate si spostano verso di noi becchettando tranquille. Siamo sopravento, lasciamo le biciclette e ci avviciniamo in silenzio tra i cespugli, fino ad arrivare alle loro spalle. Quando sembra quasi di toccarle, come per non parere, cominciano a spostarsi, sempre becchettando, attente a voltarsi di tanto in tanto nella nostra direzione per mantenere comunque una distanza di sicurezza, muovendosi più in fretta se acceleri, rallentando se ti fermi a fotografare. Ad ogni passo nostro, corrisponde un passo loro. La distanza è il segreto. Me lo spiega Ernest a colazione davanti a due robusti pankake; nella savana la tranquillità è mantenere la giusta distanza, poi te ne puoi anche andare a piedi. Il binocolo è l'arma più importante. Tenere a mente; basta che lo sappiano anche i leoni.



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venerdì 15 febbraio 2013

I parchi della Tanzania: Lake Manyara.




L'ingresso dei parchi in Africa è segnalato da una casetta in legno, spesso malandata, per i meno frequentati, dove una guardia assonnata se è mattina, affaticata se è quasi sera, alza con una certa fatica la sbarra che permette alla macchina di passare. Un ufficetto dove sbrigare le formalità di ingresso e pagare, poi prendi la stradina rossa che si inoltra nel bush e ti perdi nella natura. Bastano pochi metri e sei nell'Africa dei racconti di caccia e capisci che questo, forse, è il vero motivo che ti ha portato fin qui; perché hai accettato di vaccinarti e impasticcarti all'inverosimile, perché hai respirato tanta polvere e hai sopportato tanto caldo soffocante. Questi sono gli unici posti rimasti al mondo dove puoi stare fermo per ore, guardarti intorno e rimanere a guardare. Una quantità di animali diversi si accalca intorno a te, mangia, si sposta, vive come se tu non ci fossi; pare un luogo della fantasia popolato da un regista in vena di esagerazione che voglia ricreare mondi fantastici, pianeti primordiali dove l'uomo non è ancora arrivato. E' davvero l'Africa dei sogni e del selvatico che immaginiamo nei nostri desideri di impiegati delusi, di cittadini costretti tra le mura di case che a volte sentiamo come prigioni. Dappertutto senti brucare, muggire, bramire; odi rumor di zoccoli, fruscii di corpi che si spostano nel verde, fremito di ali e schianti di piante abbattute da pachidermi affamati. Non sai quasi se chiudere gli occhi per aumentare il sentir dei suoni ed interpretarli o spalancarli meglio per non perdere quel film incredibile che ti scorre davanti sempre diverso. 

Il parco del lago Manyara, non è molto grande, ma il suo interesse sta proprio nella grande varietà di ambienti naturali diversi che racchiude. I suoi sentieri contorti attraversano dapprima una spessa foresta pluviale dove senti barrire elefanti, odi piante che si spezzano al loro passaggio, che lascia solo brandelli di corteccia sfilacciata, mentre le piccole gazzelle, i bushbuck o le antilopi d'acqua si ritraggono timide tra i rami più bassi. Solo nelle radure scorgi tra l'erba alta famiglie di babbuini o folti gruppi di impala, controllate da un maschio che, corna al vento, osserva la situazione, attento a segnalare la minima possibilità di presenza di qualche felino in caccia. Un poco più in basso della scarpata, quando il terreno si fa più pianeggiante la fa da padrone il bush, seguito infinito di bassi cespugli di acacia spinosa dai rami duri e pericolosi e dalle lunghissime spine, dove l'averla infilza le sue prede e su cui poggiano uccellini colorati di specie così diverse e numerose da rendere impossibile la catalogazione se non ad uno specialista. Qui si aggirano eleganti e timide le giraffe, di cui dapprima intravedi solo il lungo collo curioso che fa capolino al disopra degli ombrelli spinati che poi, più tranquille strappano con le lunghe e raspose lingue nere, insensibili alle loro punte. Poi i cespugli si diradano e si apre la savana piatta e senza confini in cui perdi l'occhio, segnata dalla linea perfettamente rettilinea dell'orizzonte lontano e e dal fremito dell'erba che il vento muove ad onde, come un mare verde pallido. 

Gennaio è la stagione dell'abbondanza, le piccole piogge di dicembre hanno generato uno spesso tappeto di nuove pianticelle grasse e fitte, dove la migrazione annuale porta centinaia di migliaia di gnu e zebre, che vivono mescolati, indispensabili gli uni alle altre, nutrendosi della parte alta dell'erba una specie e di quella più vicina alla radice, l'altra, in una simbiosi che crea un'affascinante mescolanza di snelli corpi scuri, alternati ai grassocci pigiami bianchi e bruni dalle orecchie mobilissime. I mesi dell'abbondanza in cui mettere su peso in attesa dei parti di febbraio, prima delle grandi piogge a cui seguirà la siccità estiva che tutto farà giallo e secco costringendo milioni di individui ad un  esodo annuale che selezionerà solo i più forti e robusti. Erba alta, che però proprio in virtù del suo rigoglio, nasconde anche l'insidia, acquattata nel folto e pronta a balzar fuori a pretendere la sua quota di cibo e di proteine, vita e morte accoppiate sempre. Poi, oltre la savana, una riga brillante, uno specchio che riflette l'ultima luce prima della sera, una fata morgana che non sai se miraggio o realtà. E' la piatta superficie del lago lontano, enorme e profondo poche spanne, che comincia a ritirarsi sotto la morsa dei raggi del sole. Ancora più lontana, al centro, la riga rosa infinita dei flamingos, anche qui centinaia di migliaia, che ricoprono il lago di un mantello di piume rosate senza soluzione di continuità. Praticamente non sai dove fermarti per rimanere a guardare tutto quel brulicare di vita, se vicino alle pozze da cui emergono le groppe degli ippopotami che senti grugnire e sbuffare sott'acqua o tra i branchi di gazzelle che popolano gli spazi lasciati liberi dagli animali più grandi. Sui rami alti degli alberi si dondolano le scimmie cappuccine con le lunghe code prensili. 

E' chiaro che è questa l'Africa che cercavi e solo l'ombra della notte che cala di colpo ti strappa da questa posizione di guardone incantato che non riesce a staccarsi da questo spettacolo di natura perduta e selvatica. Quando a sera arrivi al campo tendato, anche se è apparentemente basico e senza troppi fronzoli, hai ancora gli occhi pieni di immagini, fotogrammi di un film a cui ancora incredulo hai assistito e sei disposto a tollerare qualsiasi scomodità senza lamentosità di sorta. Cammini per i vialetti del campo con l'occhio ancora imbambolato e sognatore, ti sei liberato finalmente delle scarpe pesanti e guardi tra le cime degli alberi per scorgere ancora qualche movimento di vita lassù, adesso che ormai credi di esserti fatto l'occhio acuto del cacciatore bianco, così ti puoi tranquillamente piantare nei piedi qualche grossa spina di acacia, sono fatte apposta per penetrare a fondo nella morbidezza dell'alluce e poi spezzarsi per farne rimanere parte della punta nella carne viva, in modo che possa marcire a suo bell'agio nei giorni successivi riportandoti alla giusta dose di sofferenza, che la vita non è solo piacere. Ma che importa tutto ciò dopo quello che hai visto prima, che importa se il Lilac Camp è situato in un  bosco al limite di una cittadina che si chiama Mto wa Mbu? Significa Fiume delle zanzare in swahili. Credo di cominciare a capire perché.



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