giovedì 30 settembre 2010

Recensione: Giono - L'ussaro sul tetto.

Ma sì, ve lo posso consigliare. Un libro di gradevole lettura, scritto da Jean Giono nel '51 e facente parte di un ampio ciclo di avventure risorgimentali. Io l'ho particolarmente goduto perchè la vicenda si snoda attraverso una serie di villaggi e paesi della Provenza, territorio di rara bellezza che mi appassiona ogni volta che lo percorro, che l'autore ben conosce avendovi soggiornato praticamente per tutta la vita, a Manosque. Angelo, il protagonista, si muove col piglio deciso del militare capace di affrontare le difficoltà più inattese che la vicenda gli pone davanti di volta in volta e alla fine riuscirà ad uscire indenne da tutto, salvando la vita e trovando anche l'amore. Ma lo sfondo formidabile che colora tutte le pagine del romanzo è il colera, che nel 1832 devasta questa parte di Europa, in tutta la sua cruda e spaventosa fotogenicità.
Carburante ottimo per la penna di un discreto scrittore che sicuramente ha tratto ampi spunti dalla Peste di Camus di pochi anni prima, gronda da ogni pagina del libro con i suoi quadri drammatici, le sue devastanti immagini di morte indecente. Il film che ne è stato tratto nel 95, non l'ho visto. Di certo la vicenda è molto trasponibile in pellicola e mi sembra di aver letto che è stato una specie di colossal, si è parlato di una delle più imponenti produzioni francesi con un ettaro e mezzo di tegole utilizzate per le scene della fuga sui tetti, uno dei punti clou del romanzo. Ma di questo però non so dirvi nulla se non le recenti dichiarazioni poco lusinghiere di Depardieu sulla Binoche. Mi ha smontato un mito. Chissà perchè per noi italiani, le attrici francesi sono sempre così intriganti!






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mercoledì 29 settembre 2010

Bulli e pupe.

Allora, come promesso, seconda puntata sul bullismo d'altri tempi, più tenero però, direi. I due odierni valenti e stimatissimi, oltre che bravi professionisti, erano due ragazzotti di belle speranze che ancora non sapevano cosa la vita avrebbe loro riservato. Il terzo amico, anche lui giovane e bello, alle prese con i più tradizionali problemi adolescenziali, aveva un sommo desiderio, quello di possedere il suo primo paio di jeans. A quei tempi, come ricorderanno di certo i miei coetanei, avere un capo di vestiario con una specifica marca, diciamo una griffe, era cosa assolutamente sconosciuta ed anomala, ma i jeans rappresentavano un oggetto ancora poco comune e desideratissimo dai ragazzi che lo vedevano come un simbolo libertario presessantottesco.

Il mito assoluto era costituito dai Levi's, vietati ai più anche come semplice desiderio; un sogno che rimaneva nelle periferie del cervello senza avere il coraggio di emergere nella sfera cosciente. Come ovvio era soprattutto una questione di costi, anche perchè i budget familiari dedicati a questa tipologia di spese erano limitatissimi ed anche le famiglie abbienti, li consideravano sfizi da non incoraggiare. Questo, tanto per sottolineare che i desideri dei ragazzi sono sempre stati uguali nella sostanza, cambia solo l'entità dei valori commerciali dovuta alla differente capacità di spesa. Il desiderio di possesso, di cose materiali, la prevalenza dell'avere sull'essere, è forse insito nella nostra povera specie animale, una delle tante spiegazioni del nostro successo evolutivo.

Ma torniamo al nostro amico, che, non si sa come e perchè, forse in seguito a qualche meritorio successo scolastico, un bel giorno viene premiato dalla famiglia con l'inatteso acquisto. Eccoli lì, i famosi Levi's che occhieggiano dal pacchetto regalo consegnato allo stupito e raggiante fanciullo, che lo scartoccia frenetico sotto gli occhi amorosi della genitrice, per una volta meno severa. Immediatamente calzati e fatto il risvolto (sì, orrore, allora ai jeans in Italia si faceva un orrendo risvolto) ecco il nostro piccolo eroe che, tronfio, corre ad esibire agli amici il suo trofeo, la sua patente di esclusività. Essendo quello il periodo estivo, la compagnia villeggiava (vi piace questo termine desueto eh?) in montagna ed i due bricconi attendevano il beneficiato dalla sorte come di solito, vicino al torrente, teatro dei ritrovi della compagnia. Il nostro galletto, esibisce il pantalone con noncuranza, ma senza mancare di sottolinearne l'esclusivo possesso e la sua appartenenza ormai conclamata al gruppo dei giovani alla moda.

I due si scambiarono un'occhiata furtiva, poi senza neanche bisogno di accordi, (cosa vuol dire l'intesa tra i grandi amici!), lo squadrarono con occhio critico, manifestando subito dubbi di opportunità di natura tecnica e psicologica. Il jeans appariva troppo nuovo, quasi come fosse appena uscito dal negozio, non aveva quell'aspetto vissuto che avrebbe dato all'insieme, uomo/pantalone quell'aria matura e dannata che tanto sembrava attirare le ragazze, inumidendone immancabilmente l'occhio (altro oggetto misterioso dell'epoca, ma su cui non voglio fare approfondimento oggi). Doveva avere un aspetto leggermente consunto, come se, essendo normale materiale d'uso quotidiano, facesse parte appieno della vita psicologica del personaggio, giovane moderno e dannato, roso da battaglie interiori, e parte integrante di quei ragazzi dall'occhio triste e affascinate che aveva in James Dean in Gioventù bruciata. Il giovane in questione, che aveva totale fiducia nei due furfanti, più vecchi e scafati, comprese che c'era del vero nelle loro affermazioni e subito si dispose ad aderire ai consigli che gli giungevano dall'esperienza. Bisognava dare una "consumata" artificiale ai pantaloni per renderli più "giusti". A tale scopo fu subito individuato per la bisogna un grande masso di roccia ruvida e grossolana al lato del torrente su cui, appoggiate le mani, il nostro cominciò a sfregare ritmicamente e con forza il suo lato B. Di tanto in tanto, non potendo egli stesso controllare lo stato dell'arte, mostrava il lavoro agli amici che, perfidi, continuavano a incitarlo: "Ancora, ancora, così non è sufficiente".

In capo ad una mezz'oretta, in corrispondenza delle magre chiappe (allora i ragazzi erano tutti magri, tranne me naturalmente) si erano formati due buchi clamorosi, che si palesarono, al tocco delle sue mani prima e subito dopo esserseli precipitosamente tolti, anche ai suoi occhi inorriditi, solo quando ormai erano due spaventosi crateri non più recuperabili in alcun modo. Tralascio il seguito della vicenda all'arrivo a casa, ma ancora oggi quando ce la raccontiamo tra di noi e capita immancabilmente quando, amici come allora, ci si ritrova, un velo di allegra malinconia ci prende tutti, moderando automaticamente le sghignazzate. E' la gioventù perduta che i bulli e le pupe di allora, come natura chiede, ingiustamente rimpiangono. Magari domani ve ne racconto un'altra.


Errata Corrige.
I diretti interessati, mi hanno immediatamente contattato per sottolineare lo svarione. Preso da furia letteraria, tra l'altro discordante con i tempi, ho confuso i Levi's di cui allora (primi anni'60) non conoscevamo forse neanche l'esistenza, con i mitici ed autarchici Roy Rogers, italica risposta al fashion d'oltreoceano di quando eravamo noi i cinesi.

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martedì 28 settembre 2010

Bullismo d'altri tempi.

Che tristezza sentire anziani accidiosi e accigliati che sentenziano sulla gioventù. E' la solita sagra delle frasi fatte, mancanza di valori, menti deboli e ottuse, morte della cultura e degli interessi dei bamboccioni che vivono alle spalle di genitori e nonni, il tutto esasperato dal bullismo che finisce su Youtube, per finire con il classico -Ma dove andremo a finire con giovani di questa fatta.- Tanto lo diceva già quel babbione di Plinio il Vecchio duemila anni fa e il mondo è andato avanto ugualmente benissimo come sempre. Il fatto è che oggi c'è Youtube e sappiamo subito tutti di qualche bella impresa anche se è stata fatta a centinaia di chilomeri di distanza e giù tutti a pontificare sul balconing o sul parcour, dimenticandoci quello che si faceva allo stesso modo o peggio quando si era giovani.
Allora si sapeva solo nel quartiere e il tempo ha colorato di rosa e di nostalgia quelle imprese lontane. A questo argomento mi ha richiamato quanto scrive qui il bravo Monty, quando parla degli scherzi dei ragazzi di un tempo. Tanto per rinfrescare le memorie ve ne racconterò due di queste imprese, occorse a miei cari amici, oggi stimatissimi e seri professionisti. Uno di questi stava in collegio, luogo tipico e specialmente deputato agli episodi di nonnismo, che all'inizio di ogni nuovo anno sottoponeva con altri biechi amici, i nuovi arrivati ad ogni genere di vessazione. Uno di questi, la classica vittima dei bulli, fu sottoposto a varie prove di sottomissione, ma fu soprattutto l'ultima che delinea bene il punto a cui arriva la testa dei ragazzi di tutte le epoche. Il luogo dei processi era una una stanza appartata del terzo piano, dove al termine delle vessazioni, il malcapitato venne condannato al "volo finale", pena massima consentita da quel tribunale.
Robuste braccia lo acchiapparono, e benchè chiedesse a gran voce mercede, non fu usata pietà, fu spalancata la finestra e il disgraziato urlante fu scagliato fuori. Voi direte che è criminale lanciare uno dal terzo piano, oltretutto in un' epoca in cui non c'era un telefonino a registrare l'impresa, che così non è arrivata ai posteri se non nel racconto compiaciuto dei protagonisti. Beh, a tutto c'è una spiegazione, infatti l'edificio del collegio era in realtà costruito su una scarpata collinare, per cui la facciata aveva tre piani, mentre le stanze del terzo piano che davano sul retro erano in realtà a piano terra, quindi, soltanto un metro o poco più separavano il davanzale della finestra dal morbido praticello su cui atterrò senza danni il poveraccio, tra le sguaiate risatacce del gruppo di bulli d'antan. Altro che balconing. Domani racconterò l'altro caso.

lunedì 27 settembre 2010

Il Milione 25: Nella città proibita.


Ricorderete che avevamo lasciato i nostri amici della carovana dei Polo quasi un mese fa, alle prese col deserto del Gobi. Ma pian piano la meta del loro viaggio si avvicina e, traversata la Mongolia interna e superata la grande muraglia che Marco non cita mai, tanto da far venire ai suoi moderni detrattori il dubbio che ci sia davvero stato in Cina, eccoli arrivare alle porte di Cambaluc, la capitale dell'impero del Katai, la Pekino di oggi. Questa mancanza è invece assai logica in quanto la muraglia era stata costruita proprio a difesa dai Mongoli che invece, ormai da cento anni avevano conquistato l'impero e che quindi da essi era stata lasciata cadere in disuso, uno dei tanti "muri e castella" che erano sparsi nell'immenso territorio del più vasto impero che il mondo abbia mai conosciuto e che si estendeva dall'Ungheria fino all'Oceano Pacifico.

Vi lascio immaginare lo stupore che può aver colto il giovane Marco ormai ventenne alla vista di questa città, forse allora la più grande del mondo e delle sue tante meraviglie. Possiamo pensare che la corovana sostò a lungo nel quartiere dei mercanti, che occupava quella che oggi è la gigantesca piazza Tien An Men e le zone limitrofe, uno dei cuori commerciali pulsanti dell'odierna Pekino, per riprendere le forze e presentarsi al meglio quando il Gran Khan, signore di tutte le genti, avrebbe dato loro udienza. Ecco come ce lo descrive:

Cap. 81

...Coblai Kane è di grande bellezza e di mezzana fatta. Egli è canuto di bella maniera e troppo bene tagliato di tutte le membre, ha lo suo viso bianco e vermiglio come rosa, gli occhi neri e lo naso bene fatto. Ae quattro femmine che tiene per mogli e ancora tiene molte amiche, che ogni anno sono scelte cento le più belle donzelle che vi sono e gli sono menate. Egli le fa giacere apresso lui per sapere se ell'àe buon fiato e s'ella è pulcella e ben sana. E quelle che sono buone son messe a servirlo in sei ogni tre die in camera e a letto per ciò che bisogna e così va tutto l'anno di sei in sei donzelle.


Certo questo aspetto ha colpito particolarmente il giovane Marco, che non manca di sottolineare tutti i vantaggi di questa situazione, ma ciò che lo ha sicuramente meravigliato più d'ogni cosa è l'ingresso a palazzo, quella Città Proibita i cui splendori superano ogni più sbrigliata immaginazione. Nelle sue parole rivedo me stesso, la prima volta che sotto l'occhio inquietante del gigantesco ritratto di Mao, ho superato il ponte di marmo, per varcare i grandi portoni rossi che aprono la strada agli immensi cortili e alla serie infinita dei palazzi e dei giardini. Anche se la Città Proibita di oggi, con la sua barocca architettura Chih, non è la stessa della dinastia mongola Yuan, possiamo immaginare che lo splendore, all'interno dello stesso perimetro non fosse molto diverso. Ma sentiamo proprio le sue parole che figuriamo pronunciate mentre attraversa gli androni immensi con gli occhi all'insù a meravigliarsi di tanta ricchezza e magnificenza.

Cap. 83

Lo palagio è d'un muro quadro d'un miglio di lato e in ogni canto à quattro palagi e ancora tra questi altri quattro ripieni di tutto quanto abbisogna al Grande Kane. In questo muro a mezzodie à cinque porte e nel mezzo una grandissima che s'apre solo quando egli vi passa e a lato son due piccole onde entra tutta l'altra gente (è la stessa disposizione attuale). E dentro è un altro muro e atorno otto palagi come il primaio e in mezzo a questi è il palagio del Grande Kane ed è il maggiore che mai fu veduto. Le mura delle sale son tutte coperte d'oro e d'ariento e scolpite istorie di cavalieri, di donne e di altre belle cose. La sala è sì lunga che bene vi mangia 6000 persone e fuori è vermiglia, verde e di tutti altri colori e così bene inverniciato che luce come cristallo. Aè begli prati e albori e bestie e verso maestro uno lago ov'à molte generazioni di pesci. E verso tramontana àe fatto fare uno monte alto cento passi, pieno d'albori che non perdono le foglie ma sempre sono verdi e se vi à uno bello albore, egli lo fa pigliare con molta terra e con tutte le barbe, lo fa portare a' leofanti e fallo piantare in quello monte dove non ha cosa se non verde. E sul colmo àe uno palagio tutto verde che a guardarlo è una grande meraviglia, donde avere quella bella vista per lo grande Signore a suo conforto e sollazzo.


Ora vi posso assicurare che con questa descrizione, potreste visitare la Città proibita di oggi ritrovando le puntuali descrizioni su cui Marco si dilunga ulteriormente, percorrerne i saloni, i giardini nascosti, il sentiero lungo il lago e salire sul monte, che oggi è detto la Collina del carbone, per godere della vista completa del palazzo dall'alto. Anche io stavo lì, seduto nel portico del palazzo a miurare con lo sguardo la fuga dei cortili, mentre un ragazzino si stupiva del mio naso lungo e rideva indicandomi al padre. Come si sarà sentito Marco anche lui straniero e diverso, con quel nuovo mondo davanti, da esplorare e da conquistare? Il mercante però è uomo pratico, così forse, dopo aver assorbito la stessa bellezza e la stessa grandiosità, anche voi, come lui e come me, 700 anni dopo, penserete a scendere, passo passo per andare a ristorarvi nel quartiere dei mercanti con una bella anatra laccata alla pechinese preceduto da antipasti tradizionali, come i bocconcini di pollo lesso che ci descrive qui Acquaviva. Marco invece era invitato al banchetto del Gran Khan, ma di questo parleremo la prossima volta.


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venerdì 24 settembre 2010

Recensione: La solitudine dei numeri primi.

Devo dire che ormai difficilmente mi lascio accalappiare dai best sellers. Capisco che forse è un atteggiamento un po' snobistico e di certo criticabile, ma ultimamente ho avuto diverse delusioni, inoltre come sapete, i libri che leggo me li regalano, quindi questo mi era sfuggito. Così, forse per contrappasso, ieri sera mi hano portato al cinema sull'onda del successo veneziano. Beh, al di là del fatto innegabile che il film fosse di buon livello qualitativo, gli attori validi (anche perchè il paragone con il becerume che si vede in televisione aiuta), unito alla dimostrazione che anche con quattro soldi si può fare cinema vero, ragazzi, vi assicuro che se siete di ottimo umore, all'uscita vi vien voglia di chiudervi in casa definitivamente e di non parlare con nessuno per settimane, se invece siete già un po' depressi, allora, non so se ce la farete ad arrivare a letto, in ogni caso vi consiglio di girare al largo dal laghetto delle papere o dal lungo fiume, se le sue acque plumbee e cosparse di vortici calamitosi passano dalle vostre parti.
Ci ero andato anche attratto dalla location del set, ma sia un Sestrière dove neve e nebbia da horror mi ricordavano i miei trascorsi sciistici che una Torino, così solitamente fotogenica, trasformata in una quinta dolorosa e tragica, palcoscenico immobile dei più tenebrosi grovigli della mente, mi hanno fisicamente spossato. Meno male che, mi dicono, il finale è stato cambiato e viene definito addirittura a lieto fine! Capisco che se no cadiamo nei cinepanettoni, intanto beccatevi il trailer, ma dopo ci vuole almeno una cioccolata calda per tirarsi su.
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giovedì 23 settembre 2010

Garibaldi a Teano.

Quando non c'erano i videogiochi, i bambini facevano altro. Già, mi direte, ma almeno non spendevano una lira. Mica proprio vero. Il marketing, proporzionalmente ai tempi, ha sempre cercato e inventato qualche cosa per fare strillare i pargoli al fine di convincere i vecchi a cacciare la grana. Riperto proporzionalmente ai tempi. Ai miei c'erano le figurine. Era un bel divertimento andare dal giornalaio, portargli sul palmo della mano le 10 o 20, se eri ricco 50 lire, e ricevere in cambio le bustine. Correvi subito in un angolo riparato, ne stracciavi un lembo con nervosismo, ma anche facendo attenzione per non strappare anche il contenuto ed estraevi le 5 figurine contenute, le esaminavi rigirandole per il diritto e allora gioia e dolori, celo, celo, manca e poi felicissimo se avevi fatto il colpaccio (più frequente come ovvio all'inizio della raccolta), correvi a casa e, coccoina alla mano, procedevi ad incollarle con attenzione maniacale, specie per quelle che prevedevano una giunzione.

Ogni famiglia aveva delle regole fisse; la mia non prevedeva le figurine dei calciatori, che non erano "istruttive", solo roba seria e una raccolta all'anno, quindi animali, le razze umane, storia d'Italia e compagnia bella. Non ci ho mai patito molto perchè il calcio, in fondo era un mio interesse molto secondario; mi rimiravo invece con gusto le figurine della donna etiope col piattello in bocca che in più aveva anche tutto il seno scoperto e il Circasso in costume tradizionale, sognando mondi lontani, senza poter prevedere che un giorno ci sarei andato a incontare la ballerina siamese, il guerriero Toraja, il cinese di Hong Kong col cappello a punta o proprio in quella fantasticata Circassia, dove però la gente non era più vestita col turbante colorato ma con il grigiore sovietico, ma questa è un'altra storia. Il mio budget era di 10 lire a settimana, quindi una sola bustina, per il resto mi dovevo arrangiare coi cambi. Quell'anno avevo avuto una deroga speciale, in quanto era uscita una raccolta su Garibaldi, che era in programma a scuola e dopo qualche insistenza avevo cominciato la seconda raccolta dell'anno.

Però dopo la dotazione iniziale che il pusher Panini regalava per accalappiare i marmocchi, in genere 5 bustine, con una acquistata per settimana, facevo poca strada, anche se con i cambi riuscivo ad incrementare la collezione, in quanto i bambini ricchi erano ben disposti a dare anche due o tre figurine in cambio di una loro mancante. Però quando l'anno finiva, il mio album era sempre a poco più di metà. Ma veniamo a Garibaldi. Come ricorderà chi era bimbo a quell'epoca, benchè ciò fosse assolutamente smentito dalla casa produttrice, ogni anno c'era sempre una figurina "difficile" che nessuno aveva ed era perciò preziosissima. Per Garibaldi era la 53 : l'eroe dei due mondi a Teano. Bene, io ce l'avevo. Per un colpo della sorte evidentemente benigna verso la mia carenza di materiale di scambio, in una delle prime bustine era apparsa come per magia, mentre me le esaminavo di nascosto (nessuno apriva le bustine pubblicamente di fronte agli altri bambini), ecco la mitica 53 con Garibaldi sul cavallo bianco di fronte al Vittorio.
Conscio della fortuna che mi era capitata, non incollai subito la preziosa figurina sull'album, come la bramosia mi avrebbe indotto a fare per poi esibirlo agli amici. C'era nel gruppo, infatti, un bambino particolarmente ricco, oppure al quale i nonni non riuscivano a negarsi, per le continue richieste di denaro da portare all'edicolante spacciatore, a cui mancava solo quella figurina; ne comprava ogni giorno 10 bustine, senza mai riuscire a beccarla ed essendo ormai in possesso di centinaia di doppioni inutili, aveva fatto correre voce, confermate dalla zia, che non ne poteva più delle lamentele e degli esbosi continui, di essere disposto a darle tutte in cambio di quella mancante. Il luogo dello scambio era poco lontano dall'edicola; qui dopo la scuola si formavano gruppetti di ragazzini con i pacchetti in mano che venivano sfogliati rapidamente, quasi di nascosto, celo, celo, celo, celo, celo, era la litania continua che aleggiava nell'aria come un mantra, interronto ogni tanto dal manca, al cui suono la figurina scivolava sotto il mazzo invece che passare all'altra mano. Alla fine del mazzetto cominciava la trattativa.

Quello che si dice in economia, il mercato. Quel giorno aspettai con calma lo svolgersi degli scambi, poi mi avvicinai al mio bersaglio che ormai si aggirava svagato e come privo di interesse, rivelandogli con il dovuto tatto di esser in possesso dell'oggetto del suo desiderio. Gli occhi gli si accesero di colpo e in un attimo, dopo attento controllo, mi trovai in possesso di tutte le figurine che a me mancavano, tra l'invidia degli astanti a cui non era sfuggita la pur rapida trattativa. Se ne andò pieno di giubilo, io contento raggiunsi casa dove per tutto il pomeriggio incollai freneticamente tutte le mie figurine. Li guardavo l'altro giorno, ritrovati in un cassetto, quei vecchi album colorati, tutti pieni di spazi bianche tra una figurina e l'altra a testimoniare di un'epoca in cui anche le 10 lire avevano valore; solo quello di Garibaldi era lì con tutte le sue pagine completate, piene di figurine colorate, però che tristezza quell'unico buco bianco e vuoto che mi fissava come un'occhiaia di un teschio perduto nell'immondizia. La casella 53, mi rimproverara in silenzio, muta, rimasta orfana della sua gemma preziosa, dopo aver ceduto la primogenitura per un piatto pieno di lenticchie colorate e senza valore.


P.S Anche mia figlia ha seguito questa avventura, Sailor Moon, Lady Oscar ecc. ma era tutta robaccia patinata e autoadesiva. Niente aroma di Coccoina, che tristezza!

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Chinotto.

mercoledì 22 settembre 2010

Previsioni facili.

Che il parere degli esperti sia da prendere con le molle è un dato di fatto. Ma, a mio parere, questo assunto non deve essere considerato una colpa o un indice di incapacità. Credo che sia invece insito nel concetto di previsione, che di norma viene fatta e calcolata basandosi su montagne di dati e di estrapolazioni scientifiche e logiche ineccepibili, mentra la realtà è fondata nella maggior parte dei casi su eventi del tutto casuali e imprevedibili appunto, fatto esiziale proprio per la categoria predittiva. Quindi non si dovrebbe imputare a ignoranza o incapacità del cosiddetto esperto, la previsione che gli si rivolta contro, ma anzi ciò farebbe parte insindacabilmente della sua assoluta volatilità.

Basta vedere come le previsioni, anche a breve, devono essere periodicamente riviste e corrette, qualunque sia il campo esaminato, dall'economia alla metereologia. Si può trarre utilità da questa populistica osservazione? In alcuni casi, e allora scatta comunque il desiderio della catalogazione dei fatti, propria dell'uomo che non si vuol rassegnare alla tenebra dell'ignoto, si può tentare di ottenere comunque un dato più credibile proprio utilizzando la coscienza dell'errore e qui la scienza statistica ci è maestra, con il suo utilizzo di tecniche che considerano appunto il dato scientifico dell'errore; in altri casi si può andare un po' più a naso, come quella legge ormai seguita da molti, che per investire in borsa, chiedono informazioni a più esperti e, considerato il parere dei più bravi, agiscono esattamente al contrario, comprando se il consiglio è di vendere e viceversa, considerato che la percentuale di previsioni sbagliate è sempre superiore al 50%.

E' un po' tutta questa storia che, come sapete mi ha decisamente affiliato al gruppo dei tuttologi, che si vantano di non sapere nulla, ma su tutto e di prendere poco in considerazione gli specialisti esperti, in particolare quelli più quotati e famosi. Basta dare un'occhiata valutativa a molte previsioni dei futurologi degli anni 60/70 per sottoscrivere quanto sopra detto. Come ricorda Messori, il petrolio e le altre materie prime dovevano essere irrimediabilmente finite prima del 2000; si stava andando verso una nuova era glaciale con iceberg a Venezia; il Giappone sapeva solo copiare e non avrebbe mai prodotto una industria tecnologicamente efficace ad esempio nell'automobilismo; nel '61, anno del centenario, si prevedeva che Torino avrebbe superato nel 2000 i due milioni di abitanti; sull'Espresso in una bella inchiesta si prevedeva che negli anni 80 l'URSS avrebbe superato in ricchezza gli USA.

Tutti i sociologi davano per quasi morte le religioni; prima del finire del secolo, il Cristianesimo si sarebbe ridotto a una nicchia, per non parlare dell'Islam per cui la scomparsa era ormai inevitabile, essendo una fede, questa, nata per i beduini e incapace di fare presa sulla modernità; in elettronica ci sarebbe stata una totale egemonia USA, con l'IBM unico produttore mondiale che si sarebbe accaparrato ogni brevetto. La Yugoslavia era ormai un blocco compatto ed indissolubile e futuro sereno anche per Israele, capace di far fiorire i deserti con i vantaggi economici che i vicini arabi non avrebbero potuto che apprezzare. La Cina invece non avrebbe mai potuto adattarsi al mercato, avendo ormai il marxismo trovato un ottimo adattamento alla mentalità cinese. E si potrebbe continuare a lungo.

Parlare è facile, ma la carne è debole e di tanto in tanto è facile cascarci per tutti: Chi non si avventura di tanto in tanto in previsioni che reputa certe, non tanto per la sua esperienza personale, ma soprattutto per la chiara evidenza dei fatti? Ricordo che verso la fine degli '80, comunicare non era così semplice. Si chiamava in ufficio tramite il centralino; era appena stato istallato in ufficio un voluminoso telex e le comunicazioni, anche quelle interne, si facevano con opportune lettere che arrivavano dopo un giorno o due. Ricordo che un giorno arrivò da me in ufficio un rappresentante di crocchette per cani, che portava appeso ad una spalla un pesantissimo aggeggio, alcuni chili almeno. Dopo averlo deposto su una sedia, volle mostrarmene le meraviglie. C'era, attaccata sul fianco una cornetta nera collegata con un filo spiralato. Dopo averlo acceso, passarono una decina di minuti per mettere in funzione il marchingegno, infine riusci a collegarsi e fece una telefonata dimostrativa per avere i dati di composizione del mangime per cuccioli di taglia grossa. Me ne magnificò l'efficacia e l'utilità, rimpiangendo solo i chili da trasportare a spalla e il problema che la batteria durasse solo un'oretta, oltre al fatto che si riuscisse a collegare solo in centro città, ma sembrava che l'anno successivo sarebbe uscito un modello un po' più efficiente. Quando uscì, ci lanciammo tutti un'occhiata commiserativa. Ma come poteva avere un futuro un apparecchio così balordo e inefficace? Di certo sarebbe finito presto nel dimenticatoio delle novità fasulle ed inutili. Certe previsioni sono proprio facili da fare.

Viva la tuttologia disincantata, viva sempre il dubbio e il relativismo.



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martedì 21 settembre 2010

Recensione: Hyder - Fiume di fuoco.

Oggi voglio porre la vostra attenzione su un libro che mi è parso particolarmente interessante . Si tratta di Fiume di fuoco, pubblicato in urdu nel '59 da Quratullain Hyder, una delle più importanti scrittrici indiane del secolo scorso. Come tutti i libri scritti da Indiani, mostra gli aspetti più veri di quel continente da noi sconosciuto o più spesso travisato, che ci fa omologare un quinto dell'umanità attraverso stereotipi formali ed esotici sempre molto lontani dalla realtà. Dalla lettura di queste pagine e dalla straordinaria prosa barocca che ti avvolge subito, una sorta di cento anni i solitudine d'Oriente, come hanno ravvisato i critici, che spazia attraverso 2500 anni di storia indiana, i personaggi chiave, che si ripetono e ritornano in una trasmigrazione continua in linea con il pensiero filosofico indiano, vi appassioneranno di certo, come hanno coinvolto me con le loro ripetitive ma mutevoli storie.

Il principe, la bellissima ed affascinante Champa, l'innamorato Gautham la cui storia non riesce mai a concludersi in una ruota di avvenimenti che si ripresentano come un destino che non lascia spazio all'arbitrio personale, dipingono le loro vicende sullo straordinario sfondo di un'India vera e reale, in cui potrete capire meglio l'intreccio delle religioni che si fondono nei millenni in un continuo confondersi dell'unico vero senso di trascendenza comune, le cui variazioni non sono date che dall'insieme delle superstizioni e dalla necessità di dare una forma comprensibile all'incomprensibile, una spiegazione a quello che, per chi crede, non è necessario spiegare.

Forme religiose che hanno convissuto integrandosi perfettamente per millenni prima che la dominazione inglese, che da un lato ha formato l'India moderna, lasciasse il suo veleno che le ha rese nemiche feroci e violente tra di loro. Il dramma e l'orrore della partizione che questo contrasto ha fatto esplodere fino a portare alla nascita di due paesi disperatamente nemici e la sbalordita e straniante situazione di centinaia di milioni di uomini e donne che si sono trovati di colpo senza una patria, indiani guardati con sospetto se andavano in Pakistan, mussulmani odiosi se restavano in India, stranieri di serie B, disprezzati e derisi quando cercavano un nuovo vivere in una Inghilterra, che tutto questo aveva provocato. Una generazione perduta di apolidi che bene spiega gli odi ed i problemi geopolitici di oggi. Non perdetevi questa opera fondamentale che, sottolineo, mi è piaciuta davvero molto.






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La spiaggia.

lunedì 20 settembre 2010

La vita è un casino.


Non riesco a scrollarmi l'atmosfera marina che mi è rimasta sulla pelle assieme al sale (anche se la doccia me la sono fatta eh). Deve essere un sale più che altro psicologico, un'attitudine mentale che mi rimanda allo stesso sale di oltre quaranta anni fa, quando la Liguria ci sembrava un'avventura e ci arrivavo sul sellino del galletto Guzzi dell'amico A. Erano le prime uscite dal guscio ed il mondo ignoto che stava al di là del Turchino, era già così pieno di fascino e ti invitava alla scoperta. Finale Ligure pareva allora a noi, non ancora ventenni, la promessa di un lido sconosciuto ed invitante.


Allora di soldi ce n'erano pochissimi, andavano centellinati con cura, quindi per esplorare quelle terrae incognitae avevamo fatto base nell'entroterra, a FinalBorgo, poche case dove la rapacità ligure che comunciava ad affilarsi gli artigli testando le vittime ed i modi con cui si sarebbe nutrita nei decenni successivi, era ancora alle sue fasi iniziali e quindi ancora sopportabile. Ci eravamo stanziati presso due amabili vecchietti che abitavano in una vecchia casotta con molte camere che aveva visto tempi migliori. La sistemazione era spartana, ma l'uso dell'unico bagno del pianerottolo agevole, dato che mi sembra non ci fossero in quel momento altri ospiti. Erano entrambi magri e segnati dal tempo, forse avevano vissuto momenti difficili, eppure apparivano sereni e accomodanti, come abituati a schivare le difficoltà della vita.


Lui, segaligno e piegato dagli anni, si muoveva poco e amava stare seduto su una vecchia sedia impagliata a cogliere tutto il calore del sole. Si sa, gli anziani hanno sempre freddo, ma lui se ne stava a lungo con gli occhi semichiusi e una specie di berretta calata sulla fronte quasi a bearsi dei raggi che lo sfioravano, portandogli i sentori di borragine e santoreggia e i profumi mediterranei del mare lontano. La moglie era invece in perenne movimento a sistemare e a rassettare, con il piglio deciso di tutte le donne che sanno chi si occupa nella pratica della gestione della vita. I pranzetti che ci preparava erano in linea con la semplicità dei tempi che non avevano ancora previsto i futuri successi della cucina molecolare, ma qui conobbi per la prima volta i sapori del pesto e il profumo delle alici, cucina povera che si alternava a tristi piatti freddi serali a base di formaggio e prosciutto, ma allora mangiare era l'ultimo degli interessi e poi se ci lamentavamo, lui, il Memo, faceva un ghigno sadico e ribatteva: - Eh, belin, va là che poi la carne la mangiate a casa-. Non avevano figli e man mano che si prendeva confidenza, la scontrosità ligure lasciò spazio alla chiacchiera, prima di andare a dormire nei letti dalle lenzuola ruvide che sapevano di lavanda. Me li immaginavo a portare avanti una fatica di vivere, con i pochi mezzi strappati da una terra avara o forse da un mare minaccioso e sempre in agguato.


Una vita trascorsa nelle difficoltà di tempi astiosi, la guerra con le sue privazioni, l'assenza di possibiltà di agi che solo i redditi sicuri sanno promettere. Ma gli occhi, in cui di giorno in giorno riuscivo a leggere un tono più sornione e il sorriso furbetto che via via si rivelava, non facevano optare per un passato di grandi sofferenze, così chiacchierando venne a poco a poco alla luce il loro passato. I vecchi amano raccontare, ma loro, abitanti antichi di quella grande casa a solatìo vicino al torrente, non si sbottonarono molto. - Oh già - ci disse lui ridacchiando una sera, quando gli chiedevo dei periodi difficili, della guerra, della fame - qui non si stava mica male; nelle stanze grandi di sotto avevamo l'osteria e poi, arrivavano i piemontesi in bicicletta e con la borsa nera si guadagnava bene. E nelle camere di sopra tenevamo un po' di ragazze, belline anche, che allora si poteva e avevamo anche un bel giro. - e buttava indietro la testa, masticando il bocchino della pipa consunta e strizzando gli occhi come ad un ricordo per nulla spiacevole. La vecchia sogghignava mentre il mento quasi le toccava il lungo naso, nascondendo la bocca senza denti mentre sbrogliava i piatti. - Bei tempi, eh, zënotti! - e se ne andava in cucina sciabattando. Tornando più tardi nella nostra camera , la vedemmo sotto una luce diversa anche se sconosciuta a noi ragazzi del post-Merlin. La vita è sempre stata un casino, basta saperla prendere per il suo verso.



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domenica 19 settembre 2010

La ringhiera del ponte.

Il ritorno in città dopo la pausa estiva è sempre fonte di qualche sorpresa, anche per la nostra immobile Alessandria. Ecco che, dopo una anno di patimenti, mi hanno riaperto la rotonda dello Scientifico, che a voi parrà poco, ma per chi abita dalle mie parti è una boccata di ossigeno non trascurabile. Come volevasi dimostrare (e non certo perchè la gente si è abituata a non passare di qui) si sono quasi dissolte le code, con un provvedimento a costo zero che era stato rifiutato dai maghi della viabilità per un evidente puntiglio. Ma va bene lo stesso pur che si riesca finalmente a ritornare a casa senza dover fare il giro dell'oca.

Capisco che questa diatriba non interessi in alcun modo chi non vive qui, ma è un sintomo dell'arroganza del potere, come si può vedere in questo carteggio, che pur di non voler provare a costo zero una soluzione, decide sulla base di idee preconcette e prove tutte virtuali sulla pelle dei cittadini. Comunque questo è solo una conseguenza (prevedibilissima) dell'abbattimento del ponte, che porta in sé il suo male oscuro. Abbattimento avvenuto di soppiatto nella settimana di agosto a città deserta, ormai più di un anno fa. Credo che a tutti parrà logico che in una città circondata da fiumi con pochissimi accessi, un ponte si abbatte solo il giorno prima (o meglio ancora dopo) a quello in cui si comincia a fare quello nuovo, ma da noi no.

Subito è stato promesso che entro un anno sarebbe partita l'opera, adesso siamo già slittati a fine anno, vedremo se sarà compiuto come promesso entro il 21 dicembre 2012 (o in ogni caso prima della fine del mondo come hanno previsto inascoltate Cassandre). Ma tanto per ridere un po', qualche mio concittadino si è chiesto che fine hanno fatto le ringhiere del vecchio ponte che qualche vecchio nostalgico tanto amava? Io le ho trovate in un paesino lontano lontano e vi assicuro che potrebbero essere quelle, come da foto allegata. Pensate quanta strada hanno fatto quelle vecchie ringhiere, forse ottocenteschi parapetti storici (beh non esageriamo) rottamati che adesso fanno bella mostra di sé come recinzione di una ridente villetta toscana. Chissà come hanno fatto ad arrivare fin là.




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sabato 18 settembre 2010

Recensione: Pavese - La spiaggia.

Niente di più adatto alla accennata vita da tricheco spiaggiato che la lettura di questo romanzo breve di Cesare Pavese, La spiaggia, appunto, che lui stesso non amava molto e che ha considerato un semplice esercizio di stile, una sorta di allenamento alla scrittura da sviluppare poi successivamente, utile insegnamento questo, ai desiderosi di cimentarsi nell'agone letterario.


Risulta però assai gradevole, mentre l'onda che si rivolta piano sulla riva e il chiacchiericcio dell'umanità varia che popola questo anomalo ecosistema, fanno da rumore di fondo, scorrere queste pagine lievi che raccontano di una Liguria degli anni quaranta dove la vita da bagnante non era affatto dissimile da quella odierna.


Una vicenda semplice da cui traspare bene la fatica di vivere di Pavese, il suo inscindibile legame con le sue colline lasciate a malincuore per questa vacanza in cui il disagio traspare continuamente e in cui si sottolinea, se mai ce ne fosse bisogno, il deficit interpretativo per quell'universo femminile così misterioso e di certo non solo per lui incomprensibile.


Una insondabilità che si ritrae da ogni tentativo di decifrazione, quasi che la donna sia, come probabilmente è, una specie diversa ed aliena e che rimane così sospesa in un'area estranea, destinata a non entrare mai in contatto, in sintonia. Una sessantina di pagine che vi riempiranno l'oretta necessaria a digerire il croissant prima di scivolare tra le onde che in questa stagione si fanno via via più frizzanti e frescoline.




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venerdì 17 settembre 2010

Sono appena tornato...


Mi sembra di riemergere da un torpore sedato, da un sonno senza fine di quelli che ti artigliano le membra e il cervello, in una terra di nessuno senza sogni e da cui ti svegli spossato ma felice, sereno ma con un senso di deprivazione, come se avessi perduto qualche cosa e la volessi riavere al più presto. Forse è questo che si prova al rientro dai trip, una necessità indotta da una specie di dipendenza da cui non ci si riesce a liberare. Che poi, io, in effetti in vacanza ci sono tutto l'anno, ma chissà perchè, stare al mare spiaggiato con l'occhio semichiuso, mi dà questo effetto di essere veramente in vacanza e quando, obtorto collo, rientro, ecco apparire la sensazione di averla terminata, la vacanza vera.
Quanto ci sono stato, non lo so bene, perchè come dice Pavese, al mare i giorni non contano. Sarà l'aria perfetta, il suono regolare dello sciabordio, lento e rassicurante dell'onda che sfiora il bagnasciuga, ritirandosi tra i sassi con quel tenue e sognate risucchio; sarà la luce della côte, così forte e intensa da rischiarare anche le tue visioni interne più oscure, passando per il terzo occhio finalmente aperto e ricettivo, ma come si sta bene al mare. Intanto perchè al mare c'è il mare, se no sarebbe bello solo come quando stai in vacanza in montagna. Qui in più c'è il mare e hai detto poco. La spiaggia ciottolosa dove ti puoi abbandonare seminudo, ma nessuno pare offendersi di questo orrore, con una pila di libri, finalmente solo con la linea dell'orizzonte, con la sua posizione riequilibratrice, in una pausa temporale perfetta.
Devi solo, guidato come un cieco dal suo cane, strisciare da qui al desco, altra pausa ripiena di delicati prodotti caseari, così vari da rappresentare una continua sorpresa, dall' intrigante Saint Felicien, al Compté sodo e profumato di fiori, dal tenero chèvre blanc ai corposi bleu, dai voluttuosi Camembert all'incisivo Brin de paille e chi più ne ha più ne metta, sempre maritati al fresco Bandol che la lettura di Izzò, mi ha invogliato a conoscere e ad apprezzare, per passare infine alla posizione notturna, giusto compenso alla fatica giornaliera. Ozio totale che ottunde ma allarga la mente e la predispone a più impegnative attività. Non mi sono sentito in colpa di avervi lasciato soli, assolutamente, tanto, diciamo la verità, nessuno se ne è accorto. Anche se è duro, riprendo dunque questo appuntamento seriale, come un assassino silenzioso e nascosto. Tornate a trovarmi di tanto in tanto, se ne avete voglia.


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