venerdì 14 dicembre 2018

Regali di Natale

Se non sapete cosa fare, se vi trovate nell'impiccio di non avere ancora un regalo pronto per i vostri amici e perché no, per voi stessi, siete ancora in tempo: per Natale regalate un libro.

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giovedì 13 dicembre 2018

Oman 34 - Bahia


Commenti e valutazioni


Rovine di argilla
Prima di tornare a Nizwa rimane un altro luogo interessante, che vale la sosta, percorrendo la collana di oasi che orna questa fascia di pianura al di qua della catena montuosa parallela alla costa. L'abitato di Bahia è anch'esso ormai completamente rinnovato e sorto a fianco della old town di argilla, completamente caduta in rovina, scomparsa o addirittura cannibalizzata dalle nuove case che hanno cercato spazio mangiandosi le vecchie. Da un punto un poco più sollevato, con un'ampia spianata che funge da parcheggio, puoi avere una panoramica a volo d'uccello su quella che è oggi la città nuova, nella quale, un po' qua e un po' là, spunta anche qualche residuato delle antiche case, monconi riattati o parti di muro consunto dalle intemperie che ancora resistono al disinteresse generale, come se fossero comunque un passato minore e desueto, da cancellare, da seppellire del dimenticatoio della storia in una sorta di damnazio memoriae che vuole eliminare quel senso di miseria spiacevole oggi mutatasi in dignitoso benessere. Proprio di fronte, l'esempio più tipico di questo sentire. A Bahia c'erano le vestigia del forte più grande ed importante di tutto il paese, anch'esso in quasi totale rovina e ad un certo punto si decise di iniziare un lavoro di restauro e di conservazione per i posteri di un tale meraviglioso manufatto. Si cominciò quindi una attenta ricostruzione da parte del dipartimento locale dell'arte e della storia, ricostruendo parte dopo parte, bastioni, mura e torri, rifacendo i mattoni in crudo e seguendo l'architettura della tradizione.

La fortezza di Bahia
Ad un certo punto, non è chiaro se per disinteresse colpevole o per la fretta di terminare il lavoro in tempi rapidi, tutto il rifacimento fu portato alla fine in quattro e quattro otto, ricostruendo le parti mancanti in cemento e completando il tutto in maniera molto discutibile e raffazzonata. Questo almeno dicono i critici dell'operazione. Al momento quindi, rimane soltanto questa imponente costruzione che dà un bel colpo d'occhio d'insieme per la sua complessità e per le sue dimensioni, ma la visita dell'interno, rimane piuttosto limitata come interesse. Al di là, la striscia verde scuro dei palmeti occupa la fascia al di sotto delle montagne come una cornice di un magnifico quadro naturalista. Ci fermiamo a mangiare un boccone (si fa per dire, ma è una espressione usuale) da un amico yemenita di Iapo. Il suo montone è assolutamente delizioso, anzi devo dire che è davvero privo di quel sentore selvatico che non mi piace e poi si scioglie in bocca, tanto per usare un altro luogo comune. Il proprietario viene da Taiz, la meravigliosa città tra le montagne del centro di quello sfortunato paese, in cui ero stato oltre quaranta anni fa, tempo in cui lui, forse, non era neppure ancora nato. E' molto stupito del fatto che io conosca quel luogo ed è  palesemente soddisfatto quando gli magnifico le case dalle architetture fantasiose, le finestre dai vetri di alabastro e i giardini dove il qat cresce libero con le sue foglioline verde pallido. pronte per essere masticate. Poi l'occhio si intristisce, manca da molto, chissà come sarà oggi quella terra in cui la guerra ha sempre saputo mutare in fretta il paradiso in un inferno.

Privacy
Non ha notizie recenti e la conversazione non va più oltre; preferisce portare via i grandi piatti col poco che abbiamo lasciato e sparisce in cucina. Nizwa non è molto lontana e riusciamo a raggiungerla nel primo pomeriggio, giusto in tempo per rifugiarci al riparo dalla calura nell'appartamentino dove trascorreremo la notte. Sabrina ci ha lasciato diretta a Muscat. L'aereo l'aspetta domattina e la lacrimuccia scende nella cerimonia degli addii. La botta di aria condizionata, rimette al mondo comunque dalle fatiche della giornata e quindi visto che la nostra base è proprio davanti alla piazza del mercato, ormai deserto, possiamo anche andare a rifarci un ultimo giro. Certo non c'è più la confusione del mattino, con i suoi gruppi di bestie pronte per la vendita, i camion di fieno e mangimi per gli animali, gli attrezzi agricoli in vendita e tutto il bailamme tipico della fiera. tutto è calmo e tranquillo, gli spazi deserti e nudi. Pochissima gente in giro, non è ancora calata la sera e fa ancora caldo. Rimane il divertimento di girare un po' per le viuzze del bazar, senza affanno, tra le botteghe solitarie a dare un'occhiata stanca agli otri di terracotta, alle lucerne ed agli incensi, ai pugnali rituali in argento intarsiato così simili alle jambye yemenite, anche se qui non possiedono il manico in corno di rinoceronte tradizionale, ma probabilmente e per fortuna, credo che anche laggiù questa pratica si sia estinta. Sono comunque bellissimi e infatti costano una tombola, almeno più di 200 dollari per i meno pregiati. E' un regalo rituale che si fa al maschio che raggiunge la maggiore età o all'ospite di particolare riguardo e noi siamo solo turistacci d'accatto.

Non si sa mai
Intanto il sole se ne va dietro le montagne lontane, la luce diminuisce assieme alla temperatura e qualcuno comincia a popolare le strade. Si accendono le insegne dei locali a mostrare che ormai sta arrivando l'ora della cena. Certo sono questi i segnali che scandiscono questi appuntamenti vitali e stasera ci tocca un indiano particolarmente famoso per i suoi piatti di mare. Ha sempre pesce freschissimo, anche se qui siamo piuttosto lontani dalla costa. Superato l'ampio spazio all'aperto coi tavoli, il ristorante ha l'aspetto di un negozio di pescheria con il bancone dove sono ben disposti in bella vista il pescato del giorno e gli ampi vassoi in cui troneggiano crostacei di tutto rispetto in quantità da fiera del pesce. Qui si tratta di scegliere quello che dovremo mettere sotto i denti, che viene debitamente pesato e successivamente portato in cucina per la lavorazione. Iapo decide di abbondare visto che di solito siamo molto parchi (ahahhaah). Quindi oltre le zuppe che sono la specialità del locale, sceglie due pesci di un paio di chili cadauno, da fare alla griglia, tanto per non esagerare. Tuttavia non contento, vista la dimensione e la bellezza, diciamolo pure, nell'agone gastronomia anche l'occhio vuole la sua parte, aggiunge come aperitivo un paio di gamberoni giganti a testa, che di certo non guasteranno l'appetito. Concordato il menù, ci accingiamo a prendere posto ai tavoli, mentre un delizioso sfrigolare di carbonella alle nostre spalla, fornisce la musica di sottofondo, gli aromi vengono di conseguenza.

I famosi gamberoni
Mentre stiamo chiacchierando amabilmente di canapa e sorgo, come dice Li Po in una sua bella lirica, arrivano le famose zuppe di granchio, dense e sapide al punto giusto, una vera squisitezza che non fanno che ribadire la qualità del locale. Noi ci allegrammo e tosto tornò in pianto, direbbe Ulisse nel XXVI canto dell'inferno, per modo di dire naturalmente, ma mentre sorbiamo col risucchio le ultime cucchiaiate del nettare zupposo, ecco arrivare un vassoio enorme con una montagna costituita da almeno una settantina di gamberoni grigliati da cui emana un odore invitante; ma noi non ne avevamo ordinato una decina? Non abbiamo ancora finito il nostro stupore, che un altro cameriere arriva con un secondo vassoio uguale al primo. A questo punto cominciamo a pensare ad un misunderstanding, che diventa di proporzioni esagerate, quando vediamo in arrivo un terzo vassoio uguale e forse ancor più colmo dei suoi precedenti compagni. Fermi tutti, chiamiamo il tizio e cerchiamo di chiarire la cosa. Lui casca delle nubi, come direbbe Checco, secondo lui noi non abbiamo ordinato dieci gamberoni, ma dieci vassoi da venti gamberoni ciascuno per un totale di 200 mostri, capaci di nutrire uno stuolo di turisti affamati. A nulla vale tentare di fargli capire l'assurdità della cosa essendo noi in cinque solamente, lui insiste che ce li dobbiamo mangiare tutti, al più ce li possiamo portare a casa. Il contenzioso prosegue ancora un po', poi lo convinciamo dell'assurdità della cosa e finisce che ci addebiterà un vassoio, che tentiamo comunque di mangiare visto che è stato pagato. Uno sforzo di un certo spessore che ci sottopone ad una prova maiuscola superata solamente grazie all'aiuto di Iapo, che se ne spazzola almeno una ventina. Rimangono da finire quei quattro chili di pesce, ma si sa il pesce è leggero e va giù facilmente e non avremo neanche una notte difficile.

La catena Al Akhdar





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martedì 11 dicembre 2018

Oman 33 - Al Hamra e le oasi di montagna


Case di Al Hamra

Nizwa - Mercato del venerdì
Io, avendo dentro di me l'animo del mancato viaggiatore, ci sarei stato tutto il giorno tra i vecchi con le barbe fluenti ed i ragazzi nelle eleganti dishdasha candide a contrattar capre, commentando tra vicini, sulla lunghezza delle corna e le dimensioni delle mammelle, ma la vita del turista è dura e segnata da scalette imprescindibili. Bisogna alzarsi ed andare senza troppi pentimenti, due datteri, un'altra piccola sorta per permettere a Iapo di ingollare un tre etti di tonno al vapore per colazione e per un ultimo giro nel suk, un mercato calmo e tranquillo con poca gente che gira tra i negozi, dove stanchi gestori sorbiscono tazze di thé sorridendo distrattamente all'eventuale avventore che si aggira buttando occhiate di convenienza alle scansie di oggetti di provenienza per lo più orientale. Tuttavia non puoi negarti una sosta prolungata al cortiletto dove si svolge il mercato dei piccoli animali, conigli, polli, cavie e soprattutto uccelli colorati, esposti in minuscole gabbiette attorno alle quali si affollano uomini dai cappellini ricamati, calcati fino alle orecchie o di sghimbescio sul cocuzzolo, che osservano e scrutano con interesse quelli dalle piume più smaglianti o che sembrano cantare le canzoni migliori. Forse anche quaggiù tra le sabbie del deserto o nei gazebi tra le case, la sera, mentre l'ombra della notte avanza, portando con sé la frescura della brezza marina che subentra alla soffocante calura pomeridiana, è dolce fumare il narghilè alle note flautate dell'usignolo, mentre qualcuno ti racconta storie di terre lontane.

Misfat al Abryyn
Lasciamo la città nello scarso traffico di metà mattina, uscendo dal grande parcheggio del mercato tra altri pickup, carichi di capre appena acquistate o di balle di fieno, che tornano ai vari villaggi e riprendiamo vie tortuose che vagano nell'ampia vallata ai bordi delle alture fatte di rocce aguzze e taglienti, tra ciuffi di acacie e palmizi rigogliosi della serie di piccole oasi che si susseguono sfruttando l'umidità dei terreni pedemontani. Passiamo ancora una volta nei pressi della caverna di al Hoota ed infine dopo Al Hamra prendiamo uno stradino laterale che si inerpica per uno stretto vallone di rocce strapiombanti. In cinque o sei chilometri siamo già a mille metri di altezza e dopo un ultimo costone, tra le tante sfumature di ocra che colorano la valle, compare una macchia verde di palmizi arroccati su una serie di terrazzini che occupano tutto il bordo della montagna ed i suoi anfratti. Ad una prima occhiata quasi non noti le case così mimetizzate e dello stesso colore dei monti circostanti. Siamo arrivati all'oasi di montagna di Misfat al Abriyyn. Questo, come pochissimi altri insediamenti vicini, è rimasto quasi completamente integro a rappresentare quello che era il volto dell'Oman del passato. Anche qui, un paio di decenni fa, gli abitanti hanno cominciato ad abbandonare il villaggio per trasferirsi nelle nuove e comode case che il sultano aveva costruito per loro più a valle ed anche questo abitato antico era destinato, come gli altri a cadere in rovina.

Nell'oasi di montagna
Lo ha salvato il turismo, che ha cominciato ad arrivare da queste parti, affamato di sapori antichi e di vedute da cartolina. Così qualcuno ha cominciato a ritornare ed a risistemare le case che oggi forniscono ancora un colpo d'occhio notevole e testimoniano uno stile di vita basato sullo sfruttamento estremo ed intelligente del pochissimo disponibile. Ricorda un poco quelle oasi di montagna dell'Atlante tunisino, come Mides, incuneate tra le spaccature dei monti scavati da wadi turbinosi, che hanno lasciato nel monte, sorgenti nascoste. Ma la terra a disposizione è pochissima e, nei secoli è stato necessaria un'opera costante e faticosissima per costruire una serie infinita di microscopiche terrazzine collegate da scalinate scoscese e da una inestricabile rete di falaj che portasse l'acqua dalla fonti lontane, più a monte. Così l'abitato e gli orticelli, anche di pochi metri quadrati, si dipanano per più di duecento metri di quota lungo i fianchi del canon, alternati alle casette, molte delle quali, adesso, ancora abitate. Anche se il caldo meridiano è forte, siamo sempre in quota e l'ombra dei palmeti è amica, permettendoti di girovagare a lungo per queste balze ripide e labirintiche. Ad ogni svolta un nuovo punto di vista, tra quinte di antichi muri, ponticelli sospesi o improvvisi slarghi tra gli alberi che mostrano la valle lontana e avvolta nella nebbiolina azzurra della calura che la avvolge. 

E' terra di silenzio, rotta forse soltanto da qualche raglio di un asino, disturbato e distolto dal mucchio di fieno che riempie una greppia fatta di legni corrosi dal tempo. Qualche bambino, ce ne sono ancora anche qui, corre nella polvere, ma circondato da un silenzio surreale. Potresti arrivare fino in fondo alla spaccatura, dove ormai le case non ci sono più, perché i saggi sanno che ogni tanto, anche se sempre più raramente, arriva qualche pioggia rovinosa e dall'alto del monte scenderà una massa di acqua e fango incontrollata a cancellare, soffocandolo, il lontano greto del wadi sottostante e che spazzerà via tutto quello che trova portandolo nel cono di deiezioni, laggiù nella piana, che sia uomo, bestia, pianta o soltanto massa di pietra trascinata lungo il precipizio dalla furia degli elementi. Cammini invece tra le case di fango e pietre, qualcuna un po' cadente, altre rimesse in sesto a rammentare cosa era il paese di un tempio. Quasi in cima, un negozietto è dotato di un ampia terrazza, ideale per una sosta davanti ad un vasto panorama sulle rocce digradanti al'infinito. L'amico di Iapo, sta lì apposta ad aspettare i radi, per lo meno in questa stagione, visitatori, tutto è pronto per riposarsi un poco sui cuscini, sorbendo un thé profumato, gustando qualche dolce dattero di montagna e soprattutto provando le diverse varietà di miele che il luogo mette a disposizione. Insomma anche qui le api operose fanno il loro mestiere e l'assaggio è un'operazione quasi obbligatoria che fa parte del piacere della tranquillità che ti circonda. E'di certo più faticoso risalire sulle auto per riguadagnare il piano, che da qui sembra potersi toccare soltanto allungando un braccio.

Vie di Al Hamra
Ma appena arriva sotto, devi fermarti ad Al Hamra, che avevi solo sfiorato salendo, la città di terra, forse l'unica rimasta ben conservata che mostra per intero la sua caratteristica bellezza. Quasi tutte le case sono state abbastanza bene mantenute. Questa era una località piuttosto importante lungo la via interna del nord e le case del centro sono alte anche due o tre piani e le vie strette e contorte riescono a mantenere un'ombra benedetta che ti consente anche nelle ore centrali della giornata di passeggiare agevolmente tra le alte case in pisé, la terra cruda mescolata a paglia e qualche pietra, tipica delle architetture dei deserti. Oggi non c'è quasi nessuno in giro, potresti avere la sensazione di vivere questo luogo all'indietro di uno o due secoli se non fosse per qualche filo della luce che passa in alto da una casa all'altra, veri e propri palazzi, e qualche auto parcheggiata negli anfratti dietro gli angoli, quasi ad ostruire completamente le vie. Questo è l'Oman del passato, quando tutte le città del paese erano costituite da un insieme di case castello di ocra chiara che si confondeva col colore del deserto, circondata dal verde polveroso del palmeto. E' una sensazione di antico che puoi provare soprattutto se ci arrivi nelle stagioni di mezzo, quando il caldo è ancora forte ed il turista merce rara. Diverso forse l'impatto, se ti devi fare largo tra le folle di Natale e Capodanno. 

Per le scale
Proprio in mezzo alla città il Bait al Safah, il palazzo più imponente e meglio conservato, che ospita una sorta di museo vivente delle tradizioni. E' una casa conservata perfettamente con tutti i suoi arredi che puoi vedere un ambiente dopo l'altro. Salire le strette scale di terra dagli alti gradini ti porta ai piani superiori, dove si aprono ampie sale coperte di tappeti. Alle pareti foto sbiadite di tempi ormai scomparsi, uomini dai grandi turbanti, gli alberi genealogici della famiglia, masserizie ed oggetti di uso comune sparsi come se la casa fosse ancora abitata attualmente. In una sala laterale, una donna spreme con fatica l'olio dai semi della moringa, una pianta che abbiamo già conosciuto in Etiopia, poi tosta i chicchi del caffè con rudimentali strumenti, infine cuoce un pane stendendo una sorta di piadina sull'apposito attrezzo. Come sono simili, gesti e forme di luoghi tanto lontani nello spazio. Le mani schiacciano la pasta e la rivoltano a lungo per renderla più morbida e collosa. Potrebbero essere quelle coperte di bracciali di avorio di una donna rajastani o quelle nocche ossute che ho visto sugli altipiani Abissini, ma anche le dita grassocce di qualche rasdora emiliana, alle prese col bolo da tirare a sfoglia. Il mondo delle donne è così uguale dappertutto e lo stesso è l'amore che le unisce, nell'impasto che diventerà cibo per i suoi cari, per fare crescere una successiva generazione e questo per secoli e secoli. Forse oggi si è rotto un ciclo ma l'impasto, però, continua a farlo il Bimbi di là nella nostra cucina, certo più bianca e luminosa.

Preparando il caffè
Il ragazzo che ci racconta queste ed altre storie, è gentile e apparentemente contento di spiegarle a gente che arriva da lontano, ma anche lui appartiene già ad un altro mondo, che queste storie non le vive più, ma può solamente narrarle. Di certo non sarà romantico ma sicuramente per lui è meglio così. Questo passaggio è sempre accaduto fin dalla notte dei tempi, oggi tutto ciò è molto più rapido e avvertibile, ma segue un filo consueto e naturale. Questa rapidità per certi versi angosciante, fa sì che ce ne accorgiamo, spesso, a torto, ce ne crucciamo, ma la storia va avanti comunque, bisogna farsene una ragione. Certo che è bello rimanere qui sdraiati a terra su cuscini e tappeti, nella penombra colorata dai vetri delle finestrelle in alto, mentre l'aria traspira tra le persiane di legno socchiuse e l'aroma del caffè esce dal bricco. I datteri sembrano più dolci, le parole più leggere, gli affanni rimangono fuori, anche loro asciugati dal caldo e dall'afa del giorno. Le spesse mura di terra isolano dal resto del mondo, puoi parlare a lungo, sottovoce, di palmeti e bestiame, di dromedari da corsa, allevati nel deserto per il piacere della gara. Oppure puoi spiegare al nuovo amico, che sogna soltanto di venire a visitare l'Italia, cosa non perdere in un paio di settimane serrate tra Firenze, Venezia, Roma e Napoli, perché ormai il tempo corre per tutti, per i dromedari nel deserto, come per le auto che devono tornare verso la capitale, e non lo misura più il sole che scende dietro le dune, ma soltanto le lancette di un orologio cinese.

Una sala del Bait al Safah

SURVIVALKIT

Lungo le scale di Misfat al Abryyn
Valle di Nizwa - Questa è l'area che presenta i maggiori interessi dal punto di vista della storia recente del paese e dove si possono ancora vedere i paesaggi e le architetture ormai scomparse nel resto del paese. Dopo Nizwa e il suo castello ormai completamente moderno ed il marcato del bestiame del venerdì, procedete nella valle verso nord dove incontrerete prima Tanuf, a una ventina di km, poi Al Hamra dopo altri 20. Questa città, la più completa e ben conservata old city del paese, ha ancora tutto il vecchio centro costituito dalle vecchie case in argilla, che sono veri e propri palazzi e danno l'idea reale di quello che erano le città omanite, soltanto pochi decenni fa, prima dell'arrivo del petrolio. Non dimenticate di visitare la casa museo Bait al Safah, interessante anche per le dimostrazioni che figuranti in costume mostrano all'interno. Da qui procedendo verso monte per una stretta stradina di 6 km, a destra, raggiungerete l'oasi di montagna di Misfat al Abryyn, dove c'è attualmente una piccola guest house che vi permetterà anche di soggiornare in loco e se ne avete voglia, di fare uno dei molti trekking ben segnalati sulle montagne circostanti. Dopo un'altra ventina di km arrivate a Jebel Sham di cui abbiamo già parlato, il gran canon dell'Oman e punto più alto del paese. Prima di Al Hamra, invece, girando a sinistra verso sud arriverete a Bahia e al suo famoso castello la cui ricostruzione è piuttosto discussa. Comunque tutta l'area è ricca di piccoli paesi e oasi nascoste ed è una delle maggiori produttrici dei famosi datteri omaniti.

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Preparando il pane




domenica 9 dicembre 2018

Oman 32 - Il mercato del bestiame


Trattative al mercato di Nizwa


Tinduf
La luce dell'alba colora la cresta degli strapiombi del wadi dando all'ocra quella sfumatura di rosa comune in tutte le latitudini. Quando ti allontani dal mondo moderno, segui inevitabilmente i ritmi naturali, così al primo calare della notte vai a dormire e ti svegli col chiarore del giorno imminente e anche se non sono ancora le sei, ti accorgi di avere dormito più che a sazietà, anche se hai lasciato che i tuoi pensieri vagassero a lungo prima di addormentarti, per le balze contorte di questi monti. Una sensazione, mal riposta, di gioventù perduta, mentre ti lavi alla meglio con la bottiglietta di acqua, come ai tempi andati, e poi, radunate tutte le masserizie si esce con comodo dalla spaccatura tra le montagne. Di giorno l'aspetto circostante è molto più amichevole. L'uomo è un animale diurno e le ombre della notte nascondono insidie e paure che nella realtà sono annidate nel profondo del suo animo contorto. Quando la luce si dispiega, invece, hai sempre una sensazione di luminosa pulizia, di piacevole positività. Il paese nuovo di Tinduf si dispiega appena all'uscita del canon, ma verso monte, ancora più abbarbicato alle alture del wadi, puoi ancora vedere le rovine della vecchia Tinduf, che si stanno sciogliendo anno per anno, ritornando alla terra della quale le case erano state costruite, manutenute per secoli ed infine abbandonate per le nuove costruzioni in mattoni e cemento, moderne.

Tra le case
Certo adesso ci sono tutte le comodità possibili, elettricità, acqua corrente, gas, telefoni, antenne paraboliche e chi più ne metta che il Sultano, che Allah lo conservi, ha donato a tutti nella sua munifica ed intelligente distribuzione della ricchezza nazionale. Il passato delle antiche case in pisé, la terra cruda, mescolata alla paglia ed alle pietre del greto del wadi, bisogna dimenticarla, significa ristrettezza, povertà, fatica di vivere, anche se forse non infelicità. Ma inutile recriminare, nelle comodità si sta meglio, anche se magari non le usi, ma basta che tu possa mostrale e dire che le possiedi. Intanto, camminando tra i muri sbriciolati del paese vecchio, riconosci ambienti, stalle, case che dalle dimensioni mostrano una certa importanza. Qualche muro più robusto ha ancora resistito ed esibisce un margine di piccoli merli delicati ed eleganti, al di là vedi ancora la sagoma delle cupole di una antica moschea. In fondo, l'abbandono non risale a più di due o tre decenni, ma mostra come anche in un clima come questo, dove la pioggia è evento raro, questo tipo di tecnica costruttiva sia deperibile e passeggera. Ancora qualche decennio, poi rimarrà solo qualche spuntone qua e là, qualche piramide di terra, fino a che non scomparirà definitivamente tutto, uniformandosi in qualche monticello mescolato alle pietre che qualcuno scambierà per rimescolamento del terreno per le improvvise piene periodiche del wadi. 

Rovine
La memoria della povertà sarà definitivamente cancellata e scomparirà anche la memoria del passato. I nuovi nati potranno credere che la TV al plasma sia sempre esistita e che l'acqua sgorghi da sempre dai rubinetti del bagno, invece di essere incanalati in falaj contorti e serpeggianti tra le palme. Nel punto più centrale del vecchio abitato, dove i vicoli tracciati si fanno più stretti le case sono ancora sufficientemente sane per darti l'immagine di cosa era questo paese cinquanta anni fa. Una favola d'Oriente ormai perduta per sempre. Come tante cose in giro per  il mondo, per carità, tutto cambia e mai così velocemente come oggi. Chi riconoscerebbe il centro della Pekino di oggi, se avesse vissuto negli anni '60, anche solo una settimana negli hutong della città vecchia? O avesse potuto vedere uno dei nostri borghi nel Medioevo. D'accordo lì si tratta di secoli, ma tutto cambia in fretta e forse per fortuna, ma qui sono passati non più di quaranta anni e la nostra generazione, avrebbe potuto farcela a vedere con i propri occhi due mondi completamente diversi tra di loro, uno straordinario privilegio, certamente. Ce ne andiamo con lentezza e nostalgia, riottosi a lasciare queste rovine piene di fascino antico, dove tra i muri sbrecciati indovini una cavità che forse nascondeva un vecchio focolare o sopra i soffitti crollati spuntano contorti tronchi di acacie spinose che lottano per avere il sopravvento. Come ovvio è un sentimento soltanto nostro, di occidentali viziati che apprezzano le oleografie dei passati di povertà, naturalmente altrui, pronti a tornare al più presto alle nostre comodità usuali.

Il mercato
Tuttavia pronti ad aderire subito però a battaglie ecolochic per salvare le foreste dall'invadenza della palma da olio e chissenefrega se è l'unico modo per certi paesi di uscire dalla miseria; noi se potessimo guidiamo due auto contemporaneamente ma ci innervosisce che qualcuno dall'altra parte del mondo aspiri ad avere almeno un motorino o possa bere un bicchiere di acqua fresca di frigo, anche lui. Comunque, per carità, ognuno faccia le battaglie che crede, come vedete sono estremamente democratico. Noi intanto andiamo avanti, che c'è da partecipare il mercato del bestiame del venerdì a Nizwa che ci aspetta. Arriviamo sulla grande piazza davanti alle mura della città e la troviamo già quasi completamente piena di macchine e di ogni altro tipo di mezzi che hanno durante la notte trasportato merci e bestie per arrivare tra i primi questa mattina, quando alle prime luci dell'alba si sono aperte le danze. Il luogo dove avvengono gli scambi è di fianco ad una delle torri, sotto una grande tettoia circolare, bordata da una larga striscia di terra dove faranno la loro passerella gli animali messi in vendita. I compratori ed i curiosi, si dispongono all'interno del cerchio o tutto intorno all'esterno, formando così una sorta di passaggio circondato da due cerchi concentrici di folla, seduti sui muriccioli o all'impiedi che si sporgono accalcati per vedere meglio.

Gli uomini sono tutti elegantissimi con le dishdasha candide. Molti gli anziani con turbanti colorati, che rappresentano una passerella unica di volti interessantissimi e scavati dal tempo. Ci sono anche parecchie donne, alcune stanno in disparte a gruppetti, forse in attesa che i loro uomini facciano il loro affare, altre, partecipanti esse stesse alle trattative. A tutte, sotto le abaya nere, traspaiono coloratissimi vestiti, ma tutte sono completamente coperte dal niqab con la lunga pezzuola nera penzolante, che mostra solamente gli occhi, in alcuni casi addirittura seminascosti dalla mascherina, nera o vezzosamente imbrillantata, cosa che segnala la provenienza delle stesse dalle tende del deserto. Intano all'interno del recinto, sfilano gli animali, in generale capre di ogni genere, col vello ben pettinato, alcune enormi, altre da sole, in coppia o in piccoli gruppi, che i proprietari conducono in tondo per mostrarne agli astanti le caratteristiche più notevoli e soprattutto la bellezza. Le capre belano e sfilano, i padroni si guardano intorno gridando il prezzo preteso ai quattro venti. Qualcuno li ferma, per guardare meglio gli animali, come ogni allevatore che si rispetti alla fiera d'Muncalé, li tocca, con fare esperto palpeggia il tasto della grassella tra coscia e ventre o quello del sottocoda.

Ahi, ecco che tornano improvvidi, dal mio lontano passato i ricordi dell'esame di zoognostica, dove per altro avevo preso un misero 18, e poi tratta il prezzo con discrezione oppure lascia andare padrone e bestie con un gesto di noncurante diniego con la mano in attesa di capi migliori. La giostra continua ininterrotta, sollevando polvere e grida, tra uno sventolio di falde bianche e di strisce di turbanti colorati. I giovani ridacchiano, chiacchierando tra di loro, i vecchi sono più silenziosi ed interessati al mercato ed agli affari. Tu puoi sederti in mezzo a loro e rimanere ad osservare, senza essere oggetto di osservazione insistente, ma come se fossi uno di loro, eventualmente commentando la bellezza degli animali, cosa assai apprezzata dagli astanti. E' un rito antico e molto accattivante, da assaporare seduti e con i suoi ritmi. Rimane il fatto che per gli amici fotografi, qui si possono fotografare i visi più interessanti del paese. Si va via con dispiacere, ma il vicino negozio dove si assaggiano i datteri, nonostante il saccheggio della sera precedente è una delle giuste ragioni per lasciare lo spiazzo e fare ulteriori danni. La giornata è ancora molto lunga ed il passato dell'Oman, quello che è ancora visibile per lo meno, è quasi tutto da queste parti e aspetta di essere esplorato. 



Mandando whatsapp

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