giovedì 30 aprile 2009

E' spuntato il sole

Ormai la piena è passata, la strizza di andare a bagno anche, sembra che spunti il sole, possiamo preparare la griglia per domani e pensare tranquilli a quella giornata del novembre 94, in cui ci ha lasciato la pelle un po' di gente da queste parti. Ero uscito in macchina con la bambina e passando vicino al ponte Cittadella avevo notato il solito affollamento di pensionati, bicicletta alla mano che, come si dice da queste parti "i eru andacc a 'uardè Tani". Ma il Tanaro è sempre stato considerato fiume amico, non come quella poco di buono della Bormida che ogni tre per due saltava fuori e allagava i campi fino alla Moisa, mandando a bagno tutte le cascine della zona. Continuava a piovere da quattro giorni, ma non c'era turbamento nell'aria, solo pensionati che stavano a guardare il fiume. Comunque a mezzogiorno torno verso casa e acc... hanno chiuso la stada Lungotanaro, come mai? ci sarà qualche incidente? faccio il giro e arrivo sotto casa mentre la bambina cala giù, vedo dalla curva davanti alla piscina un velo d'acqua che sta venendo verso di noi. Ma, starà mica uscendo il Tanaro? Mando su l'infante e mi dico che forse è meglio andare a parcheggiare un po' più in là verso la stazione. Torno di corsa e vedo che l'acqua sta arrivando davvero, corro nel garage sottoterra (bel deficiente), mentre l'acqua comincia ad entrare, ma piano e riesco ad uscire con l'altra macchina che porto in luoghi sicuri, ricorro indietro e decido di cercare di salvare anche il camper che stava proprio davanti a casa. Salto su, metto in moto, il mezzo parte ma l'acqua anche e fatta marcia indietro per girarmi, l'acqua entra nel motore e tutto si ferma, così in mezzo al corso, contromano. Salto giù e avevo già l'acqua alla cintura (ri-bel deficiente), cerco di riguadagnare la porta di casa mentre mia moglie che era scesa nell'ingresso ormai allagato mi grida di sbrigarmi. Riesco ad entrare e mi accorgo di aver perso le scarpe. Intanto di sopra al quinto piano la bimba risponde al telefono, è mia suocera da Torino che ha sentito in televisione notizie preoccupanti e vuol sapere. La bimba ingenua dice:" C'è l'acqua dappertutto, mamma e papà sono per strada, non so se tornano..." In quel momento va via la corrente e le linee telefoniche si interrompono (i telefonini non c'erano, ricordo che eravamo ancora nella preistoria). Alla povera donna sta per venire il coccolone. Rientriamo. Intanto l'acqua sale e un silenzio tombale ricopre tutto, solo gli allarmi delle macchine in sosta che chissà perchè da sottacqua gridano per essere aiutate, alcune lampeggiano, su altre si muovono vorticosamente i tergicristalli; anche le auto hanno un anima? Da ogni condominio un fiume nero di gasolio esce dalle caldaie e invade le strade, come un liquame marcio e puzzolente di cadaveri che si sparge per le vie dopo una strage. Un pomeriggio tetro, passato imbaccuccati sui balconi e dalle finestre a controllare se l'acqua continuasse a salire, senza voglia di commentare con i vicini. Il nostro camper in mezzo al corso, fungeva da misuratore; verso le quattro del pomeriggio, l'acqua era a trenta centimetri dal tetto, tutte le altre macchine erano ormai completamente sott'acqua. Lì si è fermata per tutto il giorno. Sceso il buio, mi ricordo solo lo sciabordio del gommone dei pompieri che passava dicendo col megafono di stare in casa (ma dove potevamo andare?) e un passaparola di finestra in finestra di qualcuno che stava male, chissà che fine ha fatto, o che forse c'era rimasto uno nel garage (forse pensavano che fossi io?). Però è assolutamente diverso vedere una calamità naturale in televisione e trovarcisi poi dentro, anche senza conseguenze gravi. Il fango, la puzza e tutta la schifezza del giorno dopo l'ho rimossa; mi ricordo solo con tenerezza la mia bambina in cortile, in stivali e impermeabilino rosso, con in mano la canna dell'acqua che, tutta compresa, lavava i giocattoli vecchi che erano in cantina coperti di liquame.

mercoledì 29 aprile 2009

La crisi morde ancora

Ricevo dall' amico Federico, evidentemente informato dei fatti la seguente storia e ve la giro, in quanto mi sembra illuminante.


Heidi è la proprietaria di un bar a Berlino. Per incrementare le vendite, decide di offrire ai clienti -per la maggior parte ubriaconi perdigiorno- la possibilità di bere pagando in seguito. Tiene i conti su un taccuino, concedendo in pratica agli avventori un mutuo subprime. Quando la voce si sparge, i clienti affollano il bar di Heidi. Le vendite esplodono. Approfittando della libertà dei clienti di pagare con comodo, Heidi aumenta il prezzo per vino e birra, le bevande più richieste. I suoi profitti crescono. Un giovane e dinamico consulente della banca locale si accorge che i debiti degli avventori sono una garanzia per il futuro, e così aumenta il credito di Heidi presso la banca. Non ha ragioni per preoccuparsi, dato che vede i debiti degli alcolisti come garanzia collaterale. Nella direzione generale della banca, esperti di finanza trasformano gli asset del cliente in Bevibonds, Alcoolbonds e Vomitbonds. I bonds sono poi piazzati sul mercato globale. Nessuno capisce cosa significhino i nomi, o come i bonds siano garantiti. In ogni caso, il prezzo continua a salire e si vendono alla grande.Un bel giorno, malgrado il prezzo sia ancora in salita, un manager del credit-risk della banca (che viene poi licenziato perché pessimista) decide che è ora di richiedere il pagamento dei debiti contratti dai beoni al bar di Heidi. Ma loro non possono. Heidi non riesce a ripagare il suo debito bancario e fa bancarotta. I Bevibonds e gli Alcoolbonds crollano del 95%. I Vomitbonds hanno una migliore performance, e si stabilizzano dopo una perdita dell'80%. I fornitori di Heidi, che le avevano garantito pagamenti posticipati, e avevano investito nei bonds, si trovano davanti ad un disastro. Il fornitore di vino fallisce, quello della birra viene acquistato da un concorrente. La banca, invece, viene salvata dal governo dopo frenetiche consultazioni dei leader dei vari partiti che avevano anche da pensare a candidare diverse veline nelle vicinissime elezioni, mentre i fondi necessari per l'operazione di salvataggio sono reperiti grazie ad una nuova tassa pagata dagli astemi.


Vorrei sapere cosa ne pensano, Leo, Paola e Stefano, che da esperti del settore mi potrebbero consigliare, vista la mia intenzione di emettere dei Blogbonds a lungo periodo. Intanto oggi c'è il sole e il Tanaro sembra stia calando, mentre ieri sera era ancora come da foto allegata delle 21:00, almeno a vederlo dalla mia finestra, quindi posso cominciare a ungere la griglia per venerdì.


martedì 28 aprile 2009

Tra acqua e fuoco.

Oggi, giornata di tregenda, prima tutti terrorizzati e memori dell'altra volta, al fiume che sta per traboccare, ma come si vede dalla foto, chi ha conosciuto ben altre rogne, se ne impippa e se ne va a far merenda. Poi, dopo aver portato le macchine al sicuro in altra parte più sopraelevata della città (stavolta non mi fregano più, il mio bel camper che si era portato via il Tanaro l'altra volta ormai è un bel ricordo, ma almeno la macchina, mi serve), chiusi in casa ad aspettare la piena. Ignorata la macchina dei vigili che passava megafonando di sfollare e radunarsi nel vicino piazzale, dove ci aspettavano ricchi generi di conforto (ma se avevamo appena pranzato? e poi l'altra volta anche quel piazzale era andato a bagno , quindi...non ho capito), ci siamo barricati in casa (al 5° piano) a guardare la tele. Il passaparola dice che ad Asti sta già calando, si vede che adesso qualcuno si è informato, non come 15 anni fa, quando là c'erano già stati dei morti e qui eravamo tutti sul ponte a dirci:- Ma uarda tani cmè cl'è out- e siamo rimasti a mollo, io in mezzo alla strada con l'acqua alla cintola per cercare di salvare quel malefico camper, guarda se uno deve rischiare la pelle per una scemenza. Comunque dalla finestra è sempre alta uguale. Quantomeno, circondati di acqua dovremmo essere isolati dalla febbre suina, che sembra essere stata rinforzata da quella aviaria, come dice Gramellini, una questione di porci con le ali. Basta che non venga una scossa di terremoto, secondo la teoria di Dottordivago. Va bene, e perchè non diciate che non sto sul pezzo, allego una ulteriore foto delle 12:00, i cronisti in zona di guerra mica stan lì a turbarsi per il fischio delle pallottole!

lunedì 27 aprile 2009

Cronache di Surakhis 13 : Tutti al voto.

La temperatura esterna si stava rialzando, ormai era primavera piena su Surakhis anche se quell'anno pioveva un po' troppo acido nitrico e le abitazioni si corrodevano più del solito. Paularius si stava teletrasportando a casa e ridacchiava sotto i baffi. Che spettacolo fantastico quella sera; lui andava matto per il teatro, specialmente per quelle rappresentazioni di antiche battaglie. Normalmente c'erano sempre problemi a reclutare comparse, ma con la crisi che tirava, ormai molti capifamiglia non avevano grosse difficoltà a cedere qualche congiunto ai teatranti. Quella sera ne avevano usate almeno un centinaio, costumi bellissimi, musica a palla e oltretutto dal suo palco personale non si beccava neanche gli schizzi di sangue come quelli delle prime file, ma molti ci andavano solo per quello, de gustibus. Lui amava soprattutto la rievocazione storica e lo stridore delle armi, come nella caccia, l'altra sua grande passione. Aveva infatti appena trascorso una settimana di vacanza sulla terza luna di Eriakhis, in una delle grandi cacce organizzata dall'imperatore. Paularius faceva ormai parte fissa del suo seguito, con diversi amici. Certo non era caccia libera, ma dove si può ormai fare, solo sulle galassie esterne. Lì invece era solo una riserva, dove da decenni venivano lanciati i clandestini di Andromeda, invece di rispedirli a casa. L'imperatore aveva, nella sua immensa munificienza, costruito delle belle postazioni da dove i gruppi potevano sparare comodamente con le armi ultrasoniche. Certo non era come con gli storditori, e ci mettevano un sacco a cascare giù rotolandosi nella sabbia quei bastardi, ma almeno non si rovinavano le pelli. E poi durante le cacce si avevano un sacco di contatti interessanti. L'imperatore stesso, quando c'era, chiacchierava volentieri con tutti, era molto alla mano e si discuteva di ogni cosa liberamente. Ad esempio, quella storia del referendum, una antica tradizione che non si era ancora riusciti ad estirpare, per cambiare il sistema di voto. Paularius gli aveva dato qualche idea e il lungocrinito le aveva fatte sue con entusiasmo. Intanto si cominciava accusando pubblicamente i componenti della Gilda per la Pura Razza di sperperare il danaro per la inutile consultazione, che invece, avrebbe potuto essere accorpata alle votazioni interfoniche della Grande Suocera, il programma che impazzava in tutta la galassia. Cosicchè se il referendum fosse fallito i responsabili dello sperpero sarebbero stati i Gildisti, mentre se avesse avuto successo, sarebbe passato il sistema che avrebbe annullato automaticamente tutti i voti a lui contrari per ragione di lesa maestà e manifesta stupidità. Così in premio, lo aveva nominato Testicularius di gran croce e gli aveva concesso tutte le pelli dei clandestini abbattuti nella battuta. Pensava di foderare a nuovo tutte le poltrone di casa. Mentre rientrava soddisfatto, si spruzzò un poco di costosisima essenza di Convallaria maialis che mutava chimicamente la puzza della vicina centrale a merda in profumo di mughetto. Però faticò ad addormentarsi, quell'odore di mughetto dappertutto dava un po' alla testa.

domenica 26 aprile 2009

Panna e nocciola.

Sono un fan del gelato alessandrino. Quando avevamo ospiti stranieri, non mancavo di passare in piazzetta e proporre il gelato di Cercenà che illustravo, mai smentito, come probably the best in the world. Questa è una tradizione strana per la nostra città, certo importata con la grande migrazione veneta, la prima che interessò il Piemonte e verso la quale c'erano, tanto per cambiare, le stesse prevenzioni odierne. Venete sono state intere generazioni di gelatai, ma com'è che sapevano fare un gelato così buono? Misteri migratori; fatto sta che quando ero ragazzotto le gelaterie erano rare e le gondole a pedali motorizzate, grazie alla tecnologia, giravano per le piazze e per i paesi ogni giorno con il loro dolce carico. Era un appuntamento quotidiano, d'estate in valle S. Bartolomeo, verso le due si sentiva uno strombettare sulla strada che calava dal Dazio e la mezza gondola bianca si fermava in mezzo al gruppo di case. Schiacciava ancora un paio di volte la peretta di gomma fissata alla cornetta, pepeeee....., gridava gelatiiii come nei Giardini di marzo ed un gruppetto di ragazzotti vocianti gli si accalcavano attorno, tendendo le monete ed allungando il collo nel tentativo di vedere il fondo dei bidoncini di rame dove era contenuta la gelida delizia che avrebbe placato l'afa estiva per un po'. C'erano tre o quattro bidoncini, uno dei quali misto dei due gusti meno graditi, fragola e limone e due opzioni, il cono da 10 e quello da 20 lire. Una palettata o due e mezza, la giunta. Quando la clientela era stata servita quasi al completo, scendeva di corsa un altro ragazzo, che nel nostro immaginario era valutato come il bambino ricco e, brandendo in mano un bicchiere di vetro e un cucchiaino, ordinava: - Da 50, panna e nocciola -. Aveva dichiarato ufficalmente che il genitore guadagnava 100.000 lire al mese, cifra ragguardevole, ma a ben valutarsi non esagerata per i tempi, diciamo equiparabile a 2000 euro attuali. Fatte le proporzioni, il cono standard equivarrebbe oggi a 40 centesimi. Diciamo che adesso c'è più scelta nei gusti e i coni sono molto migliorati, ma che il plateatico del negozio incida così tanto, mi pare esagerato. Poi, dopo un altro pepeee ed un ultimo richiamo gelatiiii rivolto ad un inesistente ritardatario, il gelataio dava un paio di pedalate ed accendeva il motorino lasciandosi andare lungo la discesa. I due o tre pepeeee lontani, segnalavano come fosse giunto alla sosta successiva, da altri clienti. Però, che invidia, quel bicchierone colmo che il mio amico si centellinava a poco a poco, mentre sgranocchiavo la cialda del cono, rodendola per farla durare più a lungo, all'ombra della pompa pubblica dell'acqua salata curativa, che già allora era ridotta ad un esile zampillo. Sarà per quello che ancora adesso ho la tendenza ad ordinare sempre la coppa più grande del catalogo. E' una questione di dimensione storica.

sabato 25 aprile 2009

Acciughe salate.

Nel bel seminario "Mestieri e Migrazioni" organizza-to dall'associazione del Museo d'agricoltura del Piemonte che si è tenuto ieri a Torino, si sono succeduti una serie di interventi di grande interesse, che al di là della illustrazione degli specifici argomenti hanno dato anche, a chi lo desiderasse, degli spunti di riflessione molto attuali. In particolare le relazioni sulle figure dello Spazzacamino, quella sui Colporteurs e l'intervento finale di Riccardo Abello sugli acciugai della Val Maira. Supportato da una splendida iconografia, ne è emerso un tratteggio a tinte forti di questi bambini, nati nelle nostre valli alpine poverissime, che a fine ottocento, tra i 6 e 7 anni, venivano venduti a padroni che li portavano in giro per l'Europa a pulire camini, incitandoli a sporcarsi bene la faccia di nerofumo, sia per mostrare la loro capacità lavorativa che per impietosire i clienti; mentre di pari intensità è il personaggio del colporteur, un mercante di sogni e girava per il mondo con una cassetta appesa al collo e sulla schiena, piena di piccole cose da vendere nei paesi, nelle fiere, nei luoghi dove si radunava gente. Si faceva anche 20 o 30 chilometri al giorno a piedi, illustrando le proprie povere cose, invitando all'acquisto; se ne partiva dal suo povero paese alpino o dalla Lunigiana e magari tornava a casa dopo due o tre anni. Anche ad Alessandria c'era memoria di questi personaggi che giravano per le cascine dei paesi gridando: "strenghi, frisa, buton da camisa". Nei paesi anglosassoni era conosciuto come "Will you buy", come possiamo tradurlo, così sui due piedi mi viene in mente solo vu' cumprà. Ma la storia degli acciugai è ancor più interessante. Come nasce l'acciuga salata ed in montagna, poi? Sembra dal fatto che il sale, nella repubblica di Genova fosse gravato da una forte gabella. Per aggirarla, oggi diremmo una via di mezzo tra evasione ed elusione, si riempivano botticelle piene a metà di sale, di pesce povero, le acciughe. Con la scusa di conservarle e col fatto che non pagavano gabella, si poteva tranquillamente contrabbandare il sale stesso oltre i monti verso la pianura. Alla fine anche le acciughe venivano vendute e queste presero un posto importante nella gastronomia del Piemonte e non solo. Molti abitanti della Val Maira si sparsero così per tutta la pianura padana ed oltre. Quale la mia sorpresa, chiacchierando col relatore Riccardo Abello, scoprire che il famoso Anciuè di piazza Marconi proveniva proprio da quella valle. Era costui, con la compagna, un altro dei personaggi iconici del panorama alessandrino del dopoguerra. Per decenni, dal suo banco malandato, distibuì agli alessandrini che si affolavano spintonandosi, acciughe, olive, baccalà e il miglior tonno sott'olio che abbia mai mangiato. Ovviamente si dice sempre così dei sapori che hanno caratterizzato la tua giovinezza, ma questo tonno era altro che insuperabile, era l'anciuè che lo rendeva tale. Potrebbe ancor oggi, essere oggetto di una tesi sullo studio del mercato e delle metodologie di marketing in generale. Come tale lo sottopongo all'attenzione degli studenti interessati. In breve, il suo tonno era noto oltre che per essere il migliore del mondo anche per essere in assoluto il più caro, costava infatti circa il doppio di tutti gli altri tonni della piazza. Nulla ci sarebbe da eccepire nel senso che la qualità si paga, direte voi, ma bisogna considerare i tempi e la particolarità della piazza di Alessandria e degli alessandrini, che sono poco inclini a questo ragionamento ed in ogni caso poco disposti a pagare di più per un aspetto immateriale della merce, sospettando sempre un sotterfugio, un qualche inganno al loro presunto acume intellettuale, direbbe Eco. Come aveva risolto allora la difficile sfida socioeconomica il nostro? Intano, con grande capacità affabulatoria, attirava, lui le femmine e lei i maschi, attorno al banco e quando era il tuo turno, tu chiedevi due etti di tonno e lui, forbitosi la manona sul grembiule di colore incerto, affondava nella latta la forchetta, cavandone un bel pezzo trattenuto dal pollicione bisunto e lo deponeva assieme alla doppia carta oleata sulla bilancia che segnava invariabilmente dai 3 ai 3 etti e mezzo. Ti diceva con un sorriso, via, buon peso e tu te ne andavi a casa con quasi il doppio del peso, pagato per due etti a prezzo doppio del tonno normale. Sì, la gente riconosceva che quello era migliore degli altri, ma la molla che faceva scattare l'acquisto era proprio il fatto di averne pagato una quantità molto inferiore. Ricordo bene gli occhi soddisfatti di mio papà, quando arrivato a casa, si pesava il pacchetto e si compiaceva di aver portato a casa un malloppo ben più pesante del dichiarato, ridendo di gusto. Psicologia e teoretica della vendita, ecco la disciplina giusta in cui si sarebbe dovuta conferire una laurea onoris causa. Si ritirarono una quindicina di anni fa, accusando improbabili malattie, mentre la diceria popolare, che li faceva ricchissimi, ancorchè apparissero molto male in arnese, li dava in Liguria in mezzo alle innumerevoli proprietà immobiliari accumulate in una vita di tonno ed acciughe salate. Che però, così buone, non ho mai più mangiato.

giovedì 23 aprile 2009

Una giornata di sole

Non deve essere stata una notte facile per la mia mamma, quella di 63 anni fa. Non aveva voluto andare all'ospedale perchè, mi raccontava, lì i bambini te li cambiavano con quelli abbronzati , residui lasciati dalla guerra con le invasioni alleate. Quindi, verso le due di notte, mio papà andò a dalla levatrice che stava in Pista, chiamandola dalla strada, allora non c'erano i campanelli; se la caricò sulla canna della bicicletta (sempre la solita con i buoni freni a bacchetta, come mi faceva sempre notare), e arrivò di fretta in casa dove forse già la vicina dava una mano. Che strano, allora non si pensava neanche ai dottori, quelli servivano per quando uno era malato. Così saltai fuori in fretta, senza fare tante grane e verso le sette strillavo già allegramente, fortunato fin dall'inizio a venire al mondo in una famiglia di brave persone, in un paese come questo, che ogni giorno migliorava le sue condizioni. E sì, già nascere è un bel colpo di fortuna se pensi che hai probabilità infinitamente minori che vincere la lotteria, se poi per tutta la vita ti vuol sempre girare bene, non ha mai avuto con la tua famiglia, problemi di salute, hai trovato una persona unica con cui condividere tutto questo, puoi dedicare i tuoi pensieri ad una altra persona unica che hai avuto il privilegio di avere affidata, il lavoro che ti piaceva è sempre venuto a bussare da solo alla tua porta, non hai mai dovuto preoccuparti di essere cacciato via di casa o di averne una o di non sapere come pagare le bollette, insomma se uno si lamenta è proprio un delinquente e deve stare attento che a non stimolare troppo l'invidia degli dei che prima o poi gli daranno la mazzata. Però chissà perchè, in fondo ad ognuno, c'è sempre quel piccolo infame senso di insoddisfazione, forse è quello che fa girare il momdo, forse è quello che ci differenzia dalle bestie, chissà, ma per oggi almeno, che bella giornata! E speriamo che duri ancora per un po'.

mercoledì 22 aprile 2009

La cortina di ferro (arrugginito)

Da buon mercante quale sono stato nelle mie vite precedenti (oltre che in quella attuale), aborrisco le frontiere. Sono la morte dell'economia, barriere destinate soltanto ad generare odi e violenze. Certo ci sono frontiere e frontiere, in qualcuna non ci sono più neanche i doganieri, altre invece sono o sono state muri quasi invalicabili, preda delle bizze di ottusi personaggi in cerca di scuse per angariarti. Una delle più celebrate è stata la Cortina di ferro. Chi è stato a Mosca in quegli anni non dimentica certo l'occhio indagatore che ti spogliava (quando non lo faceva per davvero) in cerca di materiali sospetti o di piccole imperfezioni sul visto. Ed era proprio a questo ferale passaggio, che in un bel mattino di maggio, mi dirigevo per tornarmene a casa, dopo una dura settimana moscovita. Al mattino, io ed il mio collega ce ne eravamo scesi fino al bancone dell'Inturist, il mostro parallelepipedo che ancora dominava la Tvierskajia, e dopo la consueta scialba colazione, avevamo ritirato i nostri passaporti che una stanca addetta ci aveva gettato con mala grazia. Intascato ognuno il nostro, ci eravamo diretti, lui all'aeroporto di Domodiedovo per prendere un aereo per Celjiabinsk ed io a Sheremetievo dove l'airone giallo della Lufthansa mi attendeva per portarmi a casa. Conoscendo la lunga ed attenta trafila, mi ero presentato tre ore prima; cominciò così il lungo percorso ad ostacoli. Quasi all'ingresso, il primo controllo del passaporto e del bagaglio per verificare che non esportassi niente di illegale, poi il ritiro della dichiarazione di valuta inserita nel passaporto stesso. Tutto bene; poi il check in, biglietto alla mano, ritiro valigia, nuovo controllo del passaporto prima del rilascio del boarding pass, non fosse mai che partissi al posto di un altro, infine l'ultimo passaggio, la lunga fila del controllo del visto sul passaporto per evitare gli espatri clandestini. Dopo una bella mezz'ora, la fila si stava dipanando ordinata, finalmente tocca a me, mi avvicino all'occhiuta controllora e, con l'astuzia proveniente dai tanti passaggi effettuati, apro il passaporto alla pagina iniziale per facilitare la ricerca dei dati e quale non è il mio orrore quando mi accorgo che il passaporto che sto per porgere al controllo non è il mio ma quello del mio collega, evidentemente e maldestramente scambiato al mattino. Lui magro e più anziano, con barba ed occhiali, mentre io ne ero privo. Mentre cerco di inventare una via di uscita e di ritrarre il libretto, il cerbero glaucopide, me lo strappa con malagrazia di mano, se lo appone sul desco apprestandosi ad un sabba infuocato. Sono impietrito nella mia posizione, afono ed immoto in attesa del fischietti degli OMON con la mitraglietta, cercando come spiegare di essere arrivato fin lì senza pervicace intento di nuocere. Il donnone mi squadra, sfoglia il libretto, batte sui tasti, controlla ancora il visto e la foto, ecco, adesso sono morto, allunga la mano per chiamare la sicurezza. Invece afferra il timbro e con occhio severo ma giusto, appone due stampi e mi ridà il passaporto ed io mi ritrovo al di là della barriera sospinto dal cliente successivo, in terra di nessuno , forse in salvo, la fiumana mi spinge percorro il budello fino al gate, mi palpeggiano per vedere che non abbia icone nascoste o scatole di caviale da sequestrare (quelle le avevo già messe in valigia), mi ritirano il pass, salgo sull'aereo, i motori rombano, sono partito. Diversa la situazione a Francoforte, dove due gendarmi alla scaletta del velivolo, dopo aver gettato uno sguardo interrogativo al passaporto, mi caricano ghignando, su una macchina con scritto Polizei con sirena. Nell'ufficio alle mie spiegazioni stranite in anglo-tedesco-mandrogno, si fanno un sacco di risate e mi dicono che saranno cavoli del mio collega e mi riaccompagnano all'aereo che mi attendeva fedele; nessuno a Malpensa, benedetto Shengen. Dormivo così il sonno del giusto, quando alle sei di mattina mi sveglia una telefonata dalle profondità degli Urali dove erano già le 9 e la fida Stefi si era accorta che il passaporto del collega (che aveva passato altrettanti controlli a Domodiedovo) non corrispondeva. Non deve essere stato facile per Gianni sistemare la questione, anche quando ricevette indietro il passaporto buono, perchè dai timbri il collega risultava inoppugnabilmente già uscito dalla Russia e nella frontiera più controllata del mondo questi e(o)rrori non possono accadere, senza un dolo pervicace, ma in qualche modo ci riuscì e anche il collega tornò a casa.

lunedì 20 aprile 2009

Problemi di igiene

Quali sono i problemi più importanti dell'umanità? Molti indubbiamente, è difficile scegliere, eppure da qualche parte bisogna cominciare. Se ognuno di noi si mettesse d' impegno nel risolverne almeno uno, forse l'uomo compirebbe molti passi in avanti. Anche io, nel mio piccolo vorrei collaborare a qualche progetto. Certo, come tutti i bambini che vogliono fare i centroavanti, ho la tendenza ad accuparmi dei massimi problemi, ma così va il mondo. Allora qualche giorno fa (anche perchè non pensiate che la gestione di questo blog sia la mia unica occupazione) ho scritto la mail seguente a questo sito che seguo e che ora sottopongo anche a voi.

Gent.ma Sig.ra Littizzetto
Mi scusi per l'approccio formale, ma non potevo fare diversamente essendo un anziano gentiluomo piemontese (veramente alessandrino, il che non è molto piemontese, come dice Eco). Essendo suo fan, non ho potuto fare a meno di notare come lei sia fortemente interessata e motivata a risolvere il problema (e non solo in modo formale) degli schizzi a pioggia che affliggono le aree circostanti ai luoghi di decenza, dopo l'uso del sanitario principale da parte di utenti maschi. Pur essendo parte in causa, in quanto non femmina, vorrei segnalarle una interessante innovazione che (sembra brevettata) ci giunge dall'Olanda, terra quindi non solo attenta ai tulipani ed ai mulini a vento, come pensano i disattenti. I creativi di una azienda infatti, hanno provveduto ad incollare la decalcomania di una mosca a grandezza naturale al centro di un certo numero di tazze campione poste in maniera casuale in luoghi pubblici, constatando una diminuzione della necessità di eseguire pulizie per eliminare le macchie da schizzo di oltre il 90 %. Sembra che questa geniale e poco costosa soluzione che si insinua con astuzia nella mente del maschio medio istigandolo alla sua naturale predisposizione violenta a colpire il bersaglio, verrà estesa in tutto il paese. Le ho esposto quindi la notizia sapendo la sua attenzione all'argomento e di cui spero possa fare cenno in chiave di utile proposta quando riprenderà in mano l'annosa questione.
Con stima e simpatia.

La signora in questione, mi subito preso in considerazione e mi ha cortesemente risposto che non solo era già al corrente dell' invenzione, ma che ne aveva anche già parlato in radio.
Come vedete, quando ci si illude di fare grandi scoperte, si rischia di fare la fine di quelli che pensano che con un referendum elimini una porcata e invece ti trovi il socio dell'eliminato al 55%.
E intanto butti nel cesso 480 milioni, pensate che schizzi!

sabato 18 aprile 2009

Shí




Premettiamo che oggi ho preso una formina di Montdor, ho fatto sulla parte superiore un piccolo scavo con un cucchiaino e dopo avervi versato mezzo bicchierino di Sauternes che mi ero tenuto appositamente da parte, e dopo averlo avvolto in carta argentata, l'ho infilato a 180° C nel forno per 20 minuti. Toltolo, l'ho spartito a cucchiaiate con la mia famigliuola, che sembra abbia gradito, innaffiandolo col rimanente della bottiglia. Ciò detto passiamo ad esaminare l'ideogramma Shí , ben importante in Cina, in quanto laggiù si ama molto stare intorno alla tavola, sia coi famigliari e amici che per fare affari. I neonati vengono presentati con un gran pranzo (non bolliti, come pensano alcuni), e affari e dispute si appianano e si concludono al ristorante, come ho spesso avuto modo di constatare. Anche il matrimonio tradizionale si celebra con un sorso di thè dalla stessa ciotola durante un gran pranzo per legittimare l'inizio della vita in comune di due persone. Il carattere dunque è composto, partendo dall'alto da quello di "insieme", più sotto "pentola" e ancora sotto "mestolo. Quindi "radunarsi in casa di chi sta cuocendo il riso, partecipando alla mensa", quindi "mangiare", un'azione sociale comune, non solitaria. Il termine è usatissimo in espressioni come : Yué shí - mangiare la luna per dire "Eclisse" durante la quale la luna viene divorata dalla cattiva stella LuòHou Xing; oppure Shí yan - mangiare la parola per dire tradire la parola data. Quindi, messo (temporaneamente) da parte Montd'or e Sauternes, in onore di Niki e della sua ricetta mi preparo il riso basmati e la cannella per la prossima settimana e stasera pollo alle mandorle con le bacchette (scusa Doc) e poi manifestazione di Kung Fu al palazzetto.

Per addolcirvi la bocca, beccatevi questa lirica primaverile di Meng Hao Jan del solito periodo Tang.




Breve visita ad un vecchio amico.




Per me miglio e pollame, da un caro vecchio amico;
sono invitato alla sua casa.
Piante verdi e rami tutto intorno al villaggio,
tra montagne azzurre, chine sulle case.
Sulla veranda davanti all'orto,
tra i boccali pieni, parliamo dei raccolti dei gelsi.


venerdì 17 aprile 2009

Gambitto di re.

Tirato per i capelli da Skakkina, riemerge in me prepotente l'ombra cupa del giocatore di scacchi, certo il gioco più affascinante che l'uomo abbia pensato. Equilibrato e privo di momenti morti, ha una spietatezza che si adatta perfettamente alla torbida mentalità umana. Devi distruggere il tuo avversario senza alcuna pietà, senza dargli tregua, senza un attimo di respiro, basta un minimo vantaggio per prevaricare la sua resistenza fino all'epilogo finale, la sua distruzione fisica e mentale. I pezzi sulla scacchiera sono solo un tramite, una raffigurazione epifanica, è il tuo avversario che deve essere annientato nella realtà. Non si può giocare con la moglie a scacchi, chiaro Ska? Grandi campioni non si sono mai ripresi dopo cocenti sconfitte finendo pazzi o tra i deliri dell'alcool. Mi è sempre piaciuto questo gioco perchè non mente mai, vince sempre e invariabilmente chi è più bravo, senza scuse, senza possibilità di dare la colpa all'arbitro od al tiro di un dado o all'uscita della carta sfortunata. Non c'è quartiere, chi è meno capace viene sterminato. Ed il modo di giocare illustra perfettamente il tipo psicologico che hai davanti; riconosci subito chi è aggressivo, chi ama il rischio, chi preferisce difendersi sempre, attaccando solo quando scorge una piccola falla nelle forze nemiche, chi è timido, chi valuta tutte le possibilità lasciandosi sempre una via di uscita, chi si getta nella mischia senza badare ai pericoli. Non ho avuto la possibilità di misurarmi con molti avversari, quindi non so bene il mio valore scacchistico, ma la Russia era un posto interessante per questo aspetto. Saputo che il buon Zhenjia, giocava a scacchi, approfittavo delle lunghe ore che spesso trascorrevamo in treno traversando i boschi di betulle bianche della Grande Madre. Lui aveva sempre con sè, come tutti i giocatori, una scacchiera portatile, che estraeva con destrezza disponendola sul tavolinetto dello scompartimento coupé. Aduso ad una vita mimetizzata, lui, ebreo, che aveva trascorso una vita sotto un regime duro abituato a colpire chi alzava la testa fuori dal coro, timoroso del potere come non mai e quindi a questo ossequioso al massimo, anche in me, che pure gli ostentavo grande affetto ed amicizia, vedeva comunque il lontano pericolo che giunge dalla posizione gerarchica. Ma gli scacchi sono la verità, non ti puoi nascondere, lì scatta ed esce prorompente la tua vera natura. Avevo scoperto per vie traverse che era molto bravo, un 1° categoria sul limite per diventare Maestro; infatti con una furia ed una rapidità sconvolgente mi stroncava dopo poche mosse approfittando delle mie più piccole distrazioni ed errori. Subito dopo l'apertura, mi trovavo invariabilmente in difficoltà con i pezzi mal disposti e chiusi, mentre lui mi sferrava attacchi micidiali. Quando tentavo qualche maldestro affondo, giungevo subito sfiancato alla meta e con le retrovie scoperte ed rapidamente mi arrivava la stoccata finale. Un sorrisetto trattenuto e poi zac, sheck matt, il re è morto. Ogni tanto però anche lui lasciava il fianco esposto a qualche mio assalto e anche se raramente, ogni tanto riuscivo ad avere la soddisfazione di pareggiare o addirittura vincere. Questo faceva salire di molto la mia autostima, senonchè una volta in cui stavo avendo ragione di lui, grazie ad una sua disattenzione, in una partita bellissima in cui mi aveva circondato quasi completamente, capii tutto. Di tanto in tanto il malefico, sbagliava apposta, timoroso di umiliarmi troppo, per darmi la soddisfazione tronfia del capo che bastona il suo sottopancia. Ero proprio dipiaciuto di vincere anche quella partita così immeritatamente, quando, ad un tratto, mentre stavo per cogliere di malavoglia il frutto rubato, gli salta fuori una bellissima combinazione, di cui naturalmente io non mi ero avveduto ed ecco che il timoroso omino alla costante ricerca di qualcuno da responsabilizzare, sempre in attesa di sentire bussare alla porta il KGB, non seppe resistere e dopo un lungo sospiro, il drago nascosto nelle sue viscere emerse con prepotenza ed in poche mosse annichilì lo schiocco che pensava di avere già in tasca la vittoria. Comprese subito di essersi tradito, ma era stato più forte di lui, gli scacchi non mentono, mettono a nudo la tua psiche senza pietà. Subito si rannicchiò tra le spalle, quasi scusandosi, ma ormai era troppo tardi per nascondersi. Dopo quella volta giocò malvolentieri con me e solo se lo sollecitavo a lungo.

giovedì 16 aprile 2009

L'assassino commette sempre un errore.

A furor di popolo (ho ricevuto anche sollecitazioni telefoniche), devo fare una seconda puntata sulle imprese del mio babbo. Questa volta, aveva ampiamente passato la barriera psicologica degli 80 ed era all'incirca a quella dei 90, che non è precisamente quello che si dice il fiore degli anni. La mia mamma era sugli 80 e pur accudendolo amorevolmente, mal sopportava il fatto che la bici fosse sempre il suo quotidiano mezzo di trasporto (che utilizzò imperterrito fino ai 94), anche perchè era caduto già diverse volte, ma una mano divina lo aveva sempre fatto uscire indenne da questi incidenti che lui imputava alle cause più fantasiose, negando con protervia di avere mancamenti involontari. Andava però a fare la spesa col biglietto compilato e anche se ogni tanto dimenticava il portamonete al supermercato, lo aveva sempre ritrovato, alla faccia dei disonesti, e con le borse piene si faceva, anche due volte al giorno, i tre piani di scale che a sentire il dottore, erano il segreto di lunga vita. Ma veniamo a quella mattina in cui, accaldato dopo essere appena rientrato sbuffante, anche se faceva una sosta tecnica al secondo piano per riprendere fiato, svuotava con mamma le buste, per riporre accuratamente le cibarie nella dispensa, mettendosi da parte un minuscolo cacciatorino per il pranzo, leccornia a cui non sapeva resistere e che avrebbe affettato con cura con un coltello che si era ricavato da un vecchio trincetto da ciabattino, ricordo di una sua attività della giovinezza e che ancora conservo. Era dunque mezzogiorno e il suono del campanello li colse un po' di sorpresa perchè a quell'ora il postino (che suonava sempre due volte) era già passato. Dopo aver dato un'occhiata prudenziale dal balcone, aprirono al giovinotto di bell'aspetto che aveva gridato "Enel" con timbro generico e gioviale. Mentre saliva le scale, sbuffava per la fatica e, mentre passava al secondo, lasciò andare un: "Passo dopo da lei, signora". Arrivò dunque sorridente, alla porta, spiegando con buona grazia, di essere venuto a controllare i contatori che stavano dando un sacco di problemi. Ingenuamente, lo fecero entrare, così gentile e distinto, anche se grande e grosso, comparato a loro due vecchietti, dato che il contatore era proprio nell'ingresso. E subito il tizio assicurò che era guasto, che stavano pagando un sacco di soldi in più, che comunque bisogna stare attenti perchè girano un sacco di malintenzionati extracomunitari e che aveva riscontrato anche che c'erano in giro un sacco di 50 euro falsi, ma che lui li conosceva bene. A questo punto al mio novantenne che, pur concordando sulla disamina, cominciava a non quadrare più il cerchio, si accese una lampadina (Enel appunto), non concordando la frase tranquillizzante pronunciata lungo le scale col fatto che la signora del piano di sotto da sei mesi se ne stava, come di consueto, sotto il bel sole della Sicilia. Comprendendo però di avere ormai fatto entrare il lupo nell'ovile, bisognava studiare una strategia che lo mettesse al riparo da un epilogo violento per nulla improbabile, data la stazza del soggetto. Cominciò dunque, mentre la mia mamma, basita, se ne stava in un angolo, un lungo panegirico sulla efficienza dei funzionari elettrici, pregandolo insistentemente, prima di procedere ad altri approfonditi controlli nel resto della casa, di mostrargli dove era possibile istallare sul pianerottolo il nuovo e più preciso contatore. In questi casi, il babbo , acquistava una facondia insolitamente sciolta, una specie di supercazzola prematurata che convinse il figuro ad uscire dalla porta per mostrare il punto in cui si sarebbe potuta compiere l'operazione. Non appena al di fuori della soglia, con insospettabile destrezza, spinse la porta, chiudendola con fragore e lasciando attonito il malvivente sullo zerbino. Il forte grido: "Chiama i Carabinieri" ripetuto più volte affinchè fosse bene inteso, sortì l'effetto voluto ed il truffatore mancato, se la diede a gambe saltando rumorosamente lungo le scale, saltando i gradini a tre a tre. Mi pare che lo acchiapparono qualche mese dopo, sempre in zona mentre pacchettava altri vecchietti. Chissà, adesso starà raccogliendo soldi per i terremotati, anche se dato il fisico, era più adatto a qualche ronda notturna. A me invece, l'Enel non ha mai mandato nessuno, si rivale direttamente alla fonte sulla bolletta.

mercoledì 15 aprile 2009

Figure di Verga

Tiziana e mia figlia si sono coalizzate da tempo e dicono che non mi ricordo neanche più cosa ho mangiato ieri sera, essendo ormai pronto per l'UVA, che non è una cura alla frutta per la memoria ma l'Unità Valutativa dell'Alzhaimer dove ho conoscenze. Però non è mica vero che a una certa età, ti va in pappa il cervello, per lo meno non a tutti. Il mio papà se ne andato a 96 anni, ma quando ne aveva 80, pedalava ancora in bicicletta fino a Valle S. Bartolomeo a fare l’orto. Che buoni quei pomodori che mi portava con orgoglio. Cinque kilometri andare e altri cinque a tornare, in tempo per la pastasciutta che la mia mamma gli preparava invariabilmente, ben condita, per l’una. Un giorno ritarda; c’ero anch’io da loro. Ma verso l’una e mezza, mentre noi, preoccupati eravamo in agguato sul balcone e la pasta col piatto sopra, che non si raffreddasse troppo, ecco la bici nera, freni a bacchetta e campanello a trillo, con le borse attaccate al manubrio, con lui sopra che pedalava trafelato. Si fa con calma i tre piani a piedi e poi spiega che sul ponte Tanaro lo avevano fermato due distinti signori con dei fogli in mano, vicino ad una lussuosa macchina, che vendevano orologi di gran marca. Gli avevano fatto un grande spiegone, magnificando la qualità e soprattutto l’opportunità di fare un acquisto eccezionale, ad un prezzo a dir poco ridicolo, 200.000 lire per un orologio che valeva milioni. E non c’era da tirare fuori un lira subito, bastava firmare un modulo che loro avevano precedentemente compilato, mettendo nome e indirizzo e il gioiello sarebbe arrivato a casa e pagato in comode rate. Mia mamma, palesemente preoccupata, fa: -E tu hai firmato?- . –Certo, fa lui, attaccando gli spaghetti, Beppe Merda, Vicolo dal Verme 16. Gli ho anche detto che mi vergognavo un po’ per quel cognome, ma loro hanno insistito che tutti i nomi sono uguali. Va be’ che ho ottanta anni, ma non sono mica cretino.- e continuò tranquillo a fare scarpetta col pane. E sì, aveva fatto solo la sesta elementare, ma era rimasto molto colpito quando gli avevo passato da leggere Mastro Don Gesualdo e quella figura di Peppe ‘mmerda, gli si era scolpita nella memoria alla faccia dell’età. E io che qualche mese fa, ho accettato per telefono l’offerta miracolosa di Enel che mi manterrà il prezzo fisso per due anni (adesso che il petrolio vale un terzo!). Forse non è solo una questione genetica.

lunedì 13 aprile 2009

Salerno - Reggio Calabria


Eravamo stati promossi! La temibile maturità, scoglio epocale di ogni studente era superata. In un luglio bollente in cui studiavo con i pieni immersi nell’acqua fresca del bagno, me la ero tolta abbastanza bene, tra lo stupore della prof di lettere che non mi aveva in grande stima. Comunque, usciti i risultati, prendemmo la grande decisione. Andrea aveva avuto l’idea, Barni, non solo aveva già la patente, ma il padre avrebbe messo a disposizione la mitica 600 beige. Sì, partire, tour della Sicilia, simbologia epifanica della scoperta del mondo! Arrivare a Salerno, fu facile. Ma da lì in poi si apriva un mondo nuovo. Cristo era arrivato un po’ più in giù di Eboli, ma mica tanto. Ci volevano un paio di giorni per arrivare da Salerno fino allo stretto e la stradina per superare la parte montuosa tra Campania e Calabria era tortuosa e obbligava a lunghi giri per superare le valli infossate, dove ogni tanto comparivano gli spuntoni dei viadotti in costruzione della A3, la famosa Salerno-Reggio Calabria. Che invidia, di lì a pochissimo, un anno o due al massimo, in poche ore si sarebbe potuto percorrere quel tratto così tormentato e difficile. Nel 65 vedevamo dinnanzi a noi un futuro di rapido sviluppo. Strade, case, cemento, ci sembrava un naturale ed augurabile radioso futuro. Però, che meraviglia il lento arrancare del nostro mezzo, su per quelle lunghe salite tutte curve per risalire ed attraversare tutto il Cilento. I profumi di Mediterraneo erano forti, le cicale frinivano fino a stordirci mentre il sole del mezzogiorno scioglieva l’asfalto delle strade deserte. Poche auto giravano allora ed anche i paesi, grandi e bianchi di quel sud sconosciuto erano lontani dalla strada, accoccolati su colline più lontane. Solamente, di tanto in tanto, ai lati della strada, quando un piccolo slargo lo permetteva, sotto un piccolo telo di frasche, la plastica era ancora semisconosciuta a quel tempo, dei ragazzini, con un cestello intrecciato tra i piedi. Quando vedevano arrivare, da lontano, la macchina, avevano tutto il tempo di alzarsi, prendere uno o due cestini, arrivare sul bordo della strada e sporgere, mostrandolo, l’oggetto del loro commercio. Mentre la macchina si avvicinava, mostravano il cestino, la macchina sfilava di fianco lentamente, data la salita, e loro invariabilmente gridavano:-Fichi, fichi, fichi- scoprendo il loro piccolo tesoro. Dopo una decina di quegli incontri in pochi kilometri, cominciammo un lungo rettilineo ascendente che portava fino alla cima di un colle, prima di iniziare la tortuosa discesa per giungere a Ponza. Dall'alto già si intravedeva l'azzurro forte del golfo di Policastro. In fondo alla strada, avvistammo una delle capannucce di frasche col bimbo, che al rumore del motore, già si era alzato e si apprestava a sporgere il cestino. Senza neanche metterci d’accordo, ci sporgemmo tutti e tre dai finestrini aperti e mentre gli passavamo di fianco, urlammo ad una voce. –Fichi, fichi , fichi.- Ci guardò con aria stupita, lo avevamo certamente sorpreso, battendolo sul tempo, ma, mentre lo stavamo superando, sentimmo l’eco della vocina non doma che ci gridava : - Pire, pire, pire!- Comprammo le pere, poi scendemmo verso l’afa della pianura. La diversificazione dell’offerta cominciava ad essere il segreto dello sviluppo economico.

venerdì 10 aprile 2009

Emergenza referendum

In questi giorni tristi, bisogna dare atto che tutto il meccanismo dell'emergenza ha funzionato bene, all'altezza di un paese civile. Adesso però, bisogna pensare in solido a chi ha perso tutto e siccome di soldi ce ne sono pochi, la prego, signor Capo dell'Italia, non sprechiamo anche quei pochi. Io non so niente di politica e non ho capito nemmeno bene Lei, a quale partito appartenga, ma so che è completamente dalla parte del Popolo che tanto la ama e la adora. Allora, la prego, non butti via quei 500 milioni per il referendum, che servirebbero così tanto. Mi sembra che qualcuno abbia detto che bisogna comunque gettarli nel cesso per far fallire il referendum stesso. Ma perchè? Non bisogna avere timore del risultato. Lei che tutto può, lo lasci fare nell'election day, intanto, poi, con un apposito provvedimento si potra fare come per il finanziamento dei partiti o come per il nucleare, ed eliminarne facilmente gli effetti.

giovedì 9 aprile 2009

La stagione secca.


Ventidue anni fa; come passa in fretta il tempo. Faceva un caldo becco in quel paesino vicino al mare a pochi kilometri da Mangalore, nel profondo Sud del Karnataka. Un paesino, Ullal, dove l'India più dura, quella degli slum delle megalopoli sembrava lontana, di un altro mondo. Ci eravamo lasciati alle spalle la confusione di Bombay, il caos del suo traffico di taxi Fiat e di Apecar puzzolenti, dove avevamo risolto, ma con fatica, alcune pratiche di ordinaria buracrazia al consolato italiano e che ci avevano obbligato a prolungare la sosta in città per un paio di giorni. La stagione secca era alle porte. Il cielo, sempre sgombro di nubi, era riempito da un sole feroce che picchiava in testa senza tentennamenti, per farti capire che se sei uno di quelli che non ha disponibilità di acqua, comincia una stagione difficile. Dove non si parla in termini di PIL, di reddito, dove non circolano soldi, ma solo prodotti strappati alla terra, l'acqua vuol dire vivere o sopravvivere. Senza l'acqua in India, la terra diventa secca e arida, non si mangia, si beve roba fangosa che bisogna andare a prendere qualche kilometro più in là. Lì, invece, sul mare, le sensazioni erano diverse. Il Summer Sun, un alberghetto di vacanze, spingeva i suoi bungalow spartani fin sulla spiaggia, circondati di palme e di buganville. Anche ad aprile era tutto un rigoglio di vegetazione, quella lussureggiante del sud indiano, dove poco più in là cominciano le backwaters del Kerala ed il susseguirsi di spiagge solitarie popolate solo dalle barche dei pescatori, piccoli gusci neri che scompaiono tra le onde dell'oceano per ricomparire sulle alte creste spumeggianti, mentre con fatica, cercano di riguadagnare la riva. Su quella spiaggia, seduti su qualche stuoia di fortuna, stavamo provando le emozioni più forti della nostra vita, previste certo, ma così potenti e decise da rendere ogni angolo, ogni pianta, ogni pietra, ogni persona presente in quel luogo unica e indimenticabile, per sempre. Separato da un basso muretto di pietra, proprio di fianco ai bungalow del Summer Sun, il rigoglioso giardino, pieno di palme e di ibiscus fioriti, del Nirmala Social Centre. Così, scombussolati e quasi storditi, trascorremmo una settimana, tra la spiaggia e le piccole casette, con al collo appesa la nostra bambina, che appena arrivati, Suor Maria Grazia, una delle persone più straordinarie che abbiamo mai conosciuto, ci aveva messo in braccio, in quell'incontro che ha segnato il nostro futuro. Certo, mentre passavano i giorni in attesa di definire le pratiche col tribunale, abbiamo visto il paese e le sue botteghe, l'azienda agricola, dove i lebbrosi guariti, altrimenti emarginati, hanno una vita normale e vivono dignitosamente del loro lavoro, l'ospedalino della missione, così efficiente da attirare le partorienti ricche dal paese vicino, l'orfanotrofio con la fila dei bimbi schierati e concentrati, seduti sul vasino o la scuola del centro con le ragazzine per terra, una di fianco all'altra nel giardino con la divisa pulita, gonna blu e camiciola bianca, a studiare silenziose. Ma è stato un po' come un sogno, mentre la nostra realtà diventava sempre più concreta. La nostra bambina, si sentiva sempre più parte di noi, anche se piangeva tanto di notte, ma rideva allegra di giorno, gattonando sulla spiaggia o tra le piante di papaya davanti alla casetta dove dormivamo, già mostrando con decisione il peperino che sarebbe diventata. Ancora un giorno di viaggio e poi saremmo stati a casa, ad imparare a fare gli errori che tutti i genitori devono fare.

mercoledì 8 aprile 2009

La premiazione.



Ecco qua, come promesso siamo arrivati al termine del grande concorso internazionale "Togliti lo sfizio di svelare l'indizio", riferito al post del 1 aprile. Come segnalato per facilitare la ricerca anche a coloro che mi vedevano già in saio conventuale, ecco l'elenco dei 22 indizi:

1 - La data 1 aprile
2 - Il titolo, anagramma di: -Occhio al pesce d'aprile
3 - Il mosaico coi pesci
4 - Citazione della Moltiplicazione di pani (e pesci)
5 - Il pescatore di tiberiade
6 - Il pescatore di anime
7 - Per primo apri le porte ...
8 - Luca (1. 04)
9/10/11/12/13 - Amo (ripetuto 5 volte)
14 - Una pesca
15 - Le canne
16 - Il manto argenteo di Menaksi (la Dea indiana dal corpo di pesce).
17 - Pesca(sseroli)
18 - Fischer
19 - P.Oisson
20 - El estudio sobre la mosca (inteso come pesca)
21 - P.E. Scadò. (pescado è pesce in spagnolo)
22 - Ribov (De Pesci in russo)
23 - La pesca sul lago col buco
24 - Sì Yuè Yú (pesce d'aprile in cinese)
Come vedete, non fidandomi troppo ne avevo messo due in più per i più acuti e questo era il 25° e più complesso pesce (a parte forse quello di Menaksi che ritenevo alla portata di Niki e Tutto qua). Comunque proclamo insindacabilmente vincitore Silvia, che ne ha segnalati 14 e non venitela a menare che li avevate visti tutti, dovevate comunicarlo in tempo. Adesso è tardi ed a Silvia va il primo ed unico premio in palio, che come si vede dall'immagine consiste in un mastello da 5 Kg di Nutella. Come avevo chiarito a suo tempo il premio è del tutto virtuale. Io mi sono già abbondantemente smazzato a farmelo comprare con la scusa del mio imminente compleanno, a fotografarlo e adesso dovrò anche dopo averlo virtualmente condiviso con voi (ma sì ce n'è anche un po' per tutti gli altri lettori, Silvia non se ne avrà a male), cucchiaiata dopo cucchiaiata mangiarmelo tutto. Vi prego apprezzate almeno gli sforzi che faccio per voi.

martedì 7 aprile 2009

Lastra tombale.

Che soddisfazione sciorinare parole proprie di settori specifici, perfettamente conosciute dagli addetti ai lavori, ma misteriose, quando non fuorvianti per gli estranei. Parole come imbutire, soffiaggio della preforma, lardone, il crodo, vibratori (e non pensate subito male!). Qualche volta le esamineremo con calma. Pensate piuttosto alla lingua cinese, in cui i caratteri specifici delle varie professioni non sono quindi conosciuti se non dagli addetti ai lavori. Qui almeno le possiamo leggere queste parole (anche se non sappiamo cosa vogliono dire, però, magari possiamo intuirne il significato). Ad esempio, molta ilarità suscitò nel nostro ufficio, la fornitura di una bisellatrice, assieme ad altre macchine (incluse due spaccatrici) di una linea completa che fornimmo a Sverdlosk 44, una piccola città sovietica sugli Urali non segnata sulle carte, perchè era una città segreta, di quelle circondate dal filo spinato, da cui nessuno poteva entrare od uscire senza uno specifico permesso speciale. Non abbiamo mai saputo, perchè quella fosse una città chiusa (come le chiamavano allora), forse roba nucleare o missilistica, fatto sta, che superare i reticolati per entrarvi fu piuttosto emozionante, anche se il Sindaco ed il Presidente della fabbrica furono molto cortesi e cercarono di metterci a nostro agio il più possibile, senza lesinare sulla vodka e gli shashliky, anzi ci assicurarono che gli abitanti erano contentissimi di essere, per così dire protetti con quella barriera, dai pericoli del mondo esterno. Sostenuto nel morale anche da Ste. che tra l'altro mi fu di fondamentle sostegno per risolvere alcune situazioni imbarazzanti che non sto qui ad approfondire, ci godevamo la città, che era sul bordo di un lago con le foreste di betulle bianche che si confondevano col bianco della superficie ghiacciata in gennaio, dove pochi pescatori solitari passavano il loro pomeriggio a guardare il loro buco nel ghaccio in attesa di qualche pesce. In fabbrica ci furono grandi festeggiamenti quando, qualche mese dopo la firma del contratto arrivarono le grandi casse di legno che contenevano le macchine, tra cui appunto le spaccatrici e la modernissima bisellatrice, quella più ambita. Queste furono subito collocate all'interno del capannone, dove il tecnico appositamente giunto dall'Italia cominciò il montaggio, occupandosi sia della parte elettrica che di quella meccanica e pneumatica, tra lo stupore di tutte le maestranze locali, abituate ad una ferrea suddivisione dei compiti e meritandosi anche un articolo di elogi sul giornale locale. Grandi feste con conseguenti sbronze colossali all'inaugurazione, quando finalmente la linea sfornò i primi prodotti. C'era commozione ed il Sindaco ci abbracciò più volte calorosamente. C'era gratitudine, c'era affetto in quegli abbracci, c'era amicizia. Guardate che vendere qualcosa in Russia, non è come farlo da altre parti, c'è un coinvolgimento speciale, da parte di tutti (forse anche per la quantità di vodka che si utilizza). Ho capito, volete sapere cosa è questa cavolo di bisellatrice e a cosa serve il bisello. Calma, adesso vi accontento. Come avevano tenuto a dirci al momento della richiesta, quella zona degli Urali produceva una quantità di marmo di varietà e colori tali che a quello di Carrara gliene facevano un baffo e di conseguenza, per aderire alle richieste che dalla nuova Russia si sarebbero manifestate prepotenti, assieme col nuovo benessere, era necessario rimodernare la fabbrica per produrre dai marmi stessi, piastrelle, lastre, gradini, davanzali di ogni tipo e soprattutto tombe. Ma ogni pezzo finito di questi, prima di passare alle lucidatrici per la messa a punto finale, necessita di un leggero smusso agli spigoli, che, lasciati tal quali, facilmente sarebbero intaccati dal più leggero urto o colpo ricevuto. Ecco quindi il leggero smusso a 45° che dicesi bisello, da cui la bisellatrrice, macchina di alta tecnologia, in cui tanto per cambiare, noi italiani siamo maestri, fondamentale per la perfetta qualità finale delle piastrelle. Ecco dunque nell'immagine, la piastrella in un meraviglioso Dorato degli Urali, un marmo dalle venature delicate, recante la scritta: A Enrico Bo primo Italiano giunto a Nova Uralsk (perchè allora c'era il vezzo di cambiare nome alle città, visto che era cambiato il regime). La prima piastrella ottenuta dalla linea e relativa data. Adesso avete imparato una cosa nuova. Quello era il mio primo contratto nella Santa Madre e anch'io lì, ho imparato un sacco di cose.

domenica 5 aprile 2009

Semi di trifoglio

Com'è dolce e suadente il dialetto veneto, così morbido da scivolare via leggermente, arretrando, quasi facendo un piccolo inchino, senza gridare, quasi a volersi scusare. Mi ricordo quando, tanto tempo fa, quasi in un altra vita, ero un tecnico sementiero. Si frequentava allora, per acquistare o vendere la produzione, o anche semplicemente per essere aggiornati sui prezzi, il mercato di Milano che si teneva ogni mercoledì pomeriggio in Piazza degli Affari, oggi credo piazzetta Cuccia, ma un po' defialto a sinistra e fuori del palazzo della Borsa, quasi come un fratello minore che si vergogna a fronte del maggiore, ricco ed importante. Così verso l'una e mezza arrivavano i primi, a passo lento, intabarrati in inverno, più sciolti in estate, ma sempre con giacca e cravatta di rigore, mentre gli ultimi lasciavano l'angolo verso le cinque e mezza, quasi svogliatamente dopo aver sentito l'ufficialità del listino prezzi, che la commissione aveva appena stilato all'interno di uno stanzone, anch'esso laterale al palazzo. Gli importanti operatori che uscivano dalle grandi porte centrali dopo aver trattato pacchetti di Generali, Fiat ed Alleanza, invece, non poggiavano neppure lo sguardo su questa, all'apparenza, dimessa umanità, ma se ne filavano via dritti nel primo pomeriggio. Si ritrovava qui, dunque, un po' tutto il mondo economico-agricolo padano che con fare un po' schivo, si scambiava derrate per miliardi con una stretta di mano. Operatori, come me, dei Consorzi Agrari, a comprare o vendere sementi, cereali o altre materie utili all'agricoltura (indicate con apposita sigla: MUA), mulini e mangimisti, acquirenti, commercianti, ammassatori di sementi e cerealie e oltre a qualche raro grande agricoltore, che veniva soprattutto ad informarsi dei prezzi, molti mediatori. Era questa un po' la figura fondamentale del mercato, che si aggirava qua e là tra gli altri operatori, che stavano tendenzialmente fermi in un loro posto fisso, consolidato nei lunghi anni di militanza, con passo lento i più anziani e famosi, di gran carriera e frenetici gli altri, quasi a voler conquistare spazio, marcare il territorio. Avevano tutti un calepino nero in mano ed una matita piccola con cui annotavano vorticosamente affari nelle paginette stazzonate, quintali, camionate, prezzi, tutti accettati con un piccolo cenno del capo. I contratti scritti arrivavano nei giorni successivi, magari dopo la consegna della merce e nessuno poteva venir meno a quegli accordi, bastava una volta ed eri messo fuori dal giro, come un appestato, nessuno avrebbe più fatto niente con una persona non "seria". Serietà, era la qualità che definiva positivamente chi si presentava sul mercato; senza quella patente, inutile presentarsi, non ti dicevano neanche qual era il prezzo del granone quel giorno, mentre intorno giravano vorticosi gli affari. "Guardi che sale, diceva un grasso mediatore al dubbioso , ne prenda almeno due mezzi treni". Non ho mai capito questa unità di misura, perchè non si potesse dire un treno di orzo, ma tutti trattassero uno o due mezzi treni. Ma non si pensi che gli affari venissero in un bailamme caciarone e chiassoso come accadeva nel palazzo, intorno alla corbeille dei titoli, con gente assatanata a fare segni, gridando, compro, vendo. Tutt'affato, sulla strada regnava un rispettoso bisbiglio, i prezzi e le quantità venivano sussurrate avvicinandosi con le teste, con pudore, come per non volersi far udire dai vicini. Un gesto furtivo, una mano scivolava nella tasca del pastrano ed un pacchettino avvolto nella carta da zucchero blu, il "campione", cambiava di tasca e diventava la prova inviolabile della qualità della merce. Solo i saluti , approccio rituale in cui si parlava del tempo, che in campagna è di importanza globale, erano fatti a voce normale. Poi, il mediatore invariabilmente, se eri venditore, faceva una faccia un po' desolata sottolineando che il mercato era molto, molto debole, ma forse lui aveva un compratore disponibile e le proposte scivolavano così, con gli occhi bassi dei più astuti, con la testa dritta e l'occhio severo di chi voleva rimarcare "guarda che non mollo". Gli operatori più importanti e famosi, arrivavano sempre in ritardo e difficilemte si buttavano nel centro del gruppo, rimanendo ai lati, in posizione distinta, fermi in attesa di venre avvicinati, come ragni al centro della tela. Qualcuno si portava dietro il figlio o il nipote, che stava lì senza parlare, mai interpellato, in attesa, con gli anni, di capire il mercato e guadagnare autorevolezza. Era uno tra questi, forse il più importante commerciante di semi da prato italiano, che verso le tre arrivava con passo lento e si posizionava sull'altro lato del marciapiede (chissà perchè gli scalini dei marciapiedi sono così ambiti per segnalare, con quei quindici centimetri in più, l'importanza di chi ci sale) subito circondato da una coorte di clientes con i pacchettini in mano.Lui sembrara un satrapo che amministrasse la giustizia, questo prendeva, l'altro, dopo uno sguardo al campione, allontanava con un cenno della mano, altri non badava quasi sdegnoso, chè forse si erano mostrati poco "seri" in passato e pur si presentavano forse sperando in una dimenticanza o in una insperata o almeno provvisoria riammissione a corte. Era certo finanziariamente il più potente ed anche il più astuto e capace, sempre border line con le disposizioni legislative in materia sementiera, e sempre il più veloce a capire il vento dell'andamento dei prezzi per cogliere per primo le occasioni. Camion e treni (pardon mezzi treni) di semi di erba medica, trifoglio e loietti, non avevano misteri per lui e gli altri, invidiosi si accontentavano delle briciole. Così un certo suo concorrente veneto, detto dai maligni Busìa, per la sua tendenza a dissimulare la qualità della sua merce, guardandolo con malevolenza dall'altro lato della strada, mi sussurò un giorno all'orecchio questa frase indimenticabile:" 'l ga fatto tanto mal quel sior lì, che se il Signore se lo toésse...." , così, lasciando in sospeso, con le mani appena giunte e gli occhi volti al cielo in una preghiera accorata, da politico democristiano di seconda fila, che rubava, sì, ma poco e quasi chiedendo scusa.

sabato 4 aprile 2009

Cronache di Surakhis- 12: Decisioni fatali.

L'evento era assolutamente eccezionale. Gli imperatori delle venti galassie più importanti dell'universo si riunivano questa settimana, proprio a Surakhis. I destini dell'universo e quelli delle mille razze pensanti e non, potevano dipendere in larga misura da questo incontro. Paularius, grazie alla sua posizione, poteva vedere il tutto da un punto di vista privilegiato, si era infatti autoappaltato il catering di tutto il meeting e in questo non aveva lesinato nelle spese, facendo arrivare persino dei rarissimi mobu vivi da Sirkis e ovuli appena fecondati di cui era ghiotto l'imperatore di Andromeda. L'aver dovuto sacrificare tremila femmine di Sol 3, gli era costato un occhio della testa, anche perchè la cosa non era molto legale e non tutti i mariti erano stati disposti a cedere le femmine per un contributo in crediti. Si erano dovuti quindi usare metodi un po' più coercitivi, ma questo non era affar suo, ma dei predatori di organi a cui aveva appaltato il lavoro. Pualarius pensava solo a tutti i crediti che aveva dovuto sborsare perchè il suo imperatore facesse buona figura. Il quale, tra l'altro era in splendida forma. Dopo l'ultima revisione fisica, era ormai il più alto ed imponente tra tutti i suoi colleghi ed i boccoli biondo platino che gli scendevano fin sulle spalle, incorniciavano il largo sorriso che era anche il suo logo ufficiale, anche se nessuno sapeva dei 4 denti soprannumerari che si era fatto impiantare per renderlo più smagliante. Negli ologrammi appariva sempre alle spalle degli altri, come a sovrastarli con la sua imponenza e la sua travolgente simpatia, come un buon padre severo ma giocoso, pronto a dimostrare di essere l'unico a cui si potevano affidare le sorti dell'universo intero. Il reggente di NCG351, timido e un po' burbero ne era quasi sopraffatto e tentava invano di scivolare via dall'abbraccio, approfittando della viscidezza dei suoi tentacoli, ma era bloccato dalla maschia stretta sorridente e in tutti gli ologrammi ufficiali appariva un po' triste e strizzato. Un malaugurato incidente al trasportatore psicotropico aveva fatto vaporizzare il principe di M42, così non ci sarebbero state opposizioni troppo forti, tipiche di quel piantagrane, e le decisioni sarebbero state prese collegialmente ed in completa armonia. I cortei di protesta dei fabulatori che, illegalmente, erano riusciti ad arrivare su Surakhis con i mezzi più vari , erano stati facilmente bloccati fuori della capitale, chiudendo subito dalla centrale i loro contatori di aria, con la scusa che non erano pervenuti i pagamenti delle ultime bollette. Da quando l'aria era stata privatizzata infatti, questo metodo, anche se paralegale, era usato con molta frequenza ed il loro capo, un certo Cricket, si sgolava a denunciarlo, ma da quando gli erano state resecate le corde vocali in un normale controllo di polizia, era meno ascoltato. Come dono di benvenuto il nostro, che conosceva i suoi polli, ben consigliato da Paularius, che ne traeva anche un piccolo profitto personale, aveva preparato ad ognuno un set di concubine specializzate nelle arti sessuali, in modo che tutte le razze dell' universo fossero rappresentate, dalle anfibie millebocche di Capella VI, alle fantasime di Horus che, con le loro estroflessioni dematerialzzate, agivano direttamente sui centri cerebrali del piacere. Così tra banchetti e piacevoli sedute di riposo, non rimase molto tempo per discutere i punti del programma di interventi per risolvere la terribile crisi che stava dilaniando il mondo intero ed il piano fu approvato rapidamente con tutti i punti fondanti che il nostro aveva inserito tra le righe. La sera stessa gli olografi di tutto l'universo mostravano il sorridente e glabro portavoce del governo che ufficializzava il risultato del vertice: il nuovo campionato di switchball avrebbe avuto nuove regole di ingaggio, senza moviola in campo e gli arbitri che avessero preso decisioni sbagliate, sarebbero stati sacrificati direttamente dopo ogni partita, prolungando così i palinsesti di almeno due ore con grande giubilo dei pubblicitari, la cui lobby aveva spinto molto su questo punto.

venerdì 3 aprile 2009

Lo zen e la pressa ad iniezione.

L'altro giorno, per trovare i vecchi amici che mi allietavano le ore lavorative un secolo fa, sono andato alla fiera delle macchine per la lavorazione della plastica. Un rutilante mondo fatto di presse, stampi, soffiatrici, estrusori e compagnia cantando, che voi umani non potete neanche immaginare. Giovani studenti e compratori da tutto il mondo si aggiravano tra gli stand ammirando con occhi incantati, gigantesche macchine che sfornavano pezzi come fossero cioccolatini. Forse non lo sapete, ma l'Italia se la lotta con la Germania per il primo posto al mondo nella tecnologia di questi balocchi e qua e là si sentivano parlare tutte le lingue, arabo, cinese, russo e chi più ne ha più ne metta. D'altra parte chi può non rimanere incantato davanti ad una pressa ad iniezione? La macchina che è, essa stessa, l'essenza zen della creazione, il tao fatto meccanica. Per chi non ne conoscesse il funzionamento, voglio qui riassumerlo in pochi tratti, per farvene meraviglia e stupore. Tutto ha inizio dall' alimentatore che con un leggero fruscio fornisce il granulo di polietilene alla vite, la cui coclea, con un lento ma costante girare lo fa avanzare dentro sè stessa, mentre le resistenze lo scaldano dolcemente, fino a che il granulo si fonde e si confonde con i suoi vicini in una comunione spirituale in cui i molti diventano uno solo, con un solo intento: avanzare come uno spermatozoo verso l'ovulo per creare nuova vita. Quando finalmente il punto critico è raggiunto, una perfetta e sempre uguale quantità di magma bollente esce dall'ugello per essere iniettata nello stampo, che la pressa, deus in machina, tiene ermeticamente chiuso con una pressione di 400 tonnellate. E chi la apre! La plastica liquida scorre in mille rivoli lungo i canali dello stampo che, mantenuti caldi dalle resistenze, si suddividono in passaggi sempre più piccoli, ma sempre in totale armonia con tutti i parametri della creazione. Forza, calore, movimento, volume. E finalmente il liquido viene iniettato nelle 64 femmine, disposte armoniosamente ad accoglierlo, che penetrate da altrettanti maschi generano la forma magica del tappo di una bottiglia di acqua minerale. Quanto studio, quanta tecnologia attorno ad una capsuletta che tutti voi, con noncuranza, svitate e gettate nella spazzatura (senza riciclarla come sarebbe facile fare, ma questa è un'altra storia di cui magari un giorno parleremo)! Ecco, le cavità sono piene e attraverso altri canaletti, senza confusione ma con precisione costante, un flusso di acqua gelata avvolge l'esterno e l'interno delle cavità, passa, raffredda, scambia, porta via il calore e la plastica, questo materiale magico, a poco a poco si rapprende, si condensa, si solidifica ed i tappi consolidano la loro forma definitiva. Quando è avvenuta la magia, la pressa lo sente e i suoi muscoli oleodinamici fanno cessare come per incanto la mostruosa pressione, la ginocchiera si muove, lo stampo si apre, gli espulsori effettuano un piccolo ma calcolato movimento, un leggero soffio vitale di aria ed avviene il miracolo. Come una piccola cascata di montagna in una notte lunare del Tien Shan, come una pioggia leggera all'inizio di primavera sul monte Fuji, 64 tappi, cadono all'unisono verso il basso, ontologicamente perfetti nel loro essere tappo, predestinati nel loro destino di tappare, psigologicamente pronti ad eseguire la loro missione tappologica. Come il ticchettio dell'orologio appena carico, pigolano come pulcini appena schiusi, percuotendo il nastro trasportatore che li porta verso lo scatolone, verso lo svolgersi del loro ciclo di esistenza appena sbocciato. L'olio si comprime, la ginocchiera si muove, lo stampo si richiude ed il ciclo ricomincia, tutto questo in 4,2 secondi, 14, 28 volte al minuto, 857,1 volte all'ora, 20.571,4 volte al giorno, 7.405.714 volte all'anno, all'infinito. Un movimento sempre identico a sè stesso, perfetto nella sua essenza, preciso nelle sue finalità. Non c'è niente di più zen della pressa ad iniezione, nulla che concentri di più in sè i princìpi del Tao. Shui, l'acqua che percorre i suoi canali per raffreddare e controllare Huǒ, il fuoco che dentro le sue viscere costituite da Jīn, il metallo, l' acciaio temprato forma e produce tutto quello che si identifica e sostituisce Mù, il moderno legno rinnovabile all'infinito per poi lasciarlo al suo uso, a Tǔ, la terra. Non pensa la pressa, non è turbata dai problemi dell'esistenza, dalle passioni che travolgono la mente compresa com'è nella perfetta sfera di equilibrio dello Yin delle 64 femmine e nello Yang dei 64 maschi. Ha forse raggiunto l'illuminazione?

giovedì 2 aprile 2009

Ventidue indizi

Bene, cari amici, dopo il post di ieri ho avuto il record di contatti (a dire il vero sollecitati con apposita mail personalizzata, accidenti!). Quale non è stato il mio stupore nel ricevere anche alcune lettere di accorata partecipazione, che mi hanno veramente commosso (anche se sospetto il contropesce, ehehhee). Ho risposto a tutti personalmente con compunzione, sottolineando il fatto che avevo cosparso il post di indizi esagerati; il tutto voleva essere solo un'esercitazione stilistica, ma visto che la cosa ha preso questa direzione vi dirò che a tutto ciò è legato un grandioso concorso a premi (sottolineerei virtuali) con opportune segnalazioni a chi segnalerà tutti gli indizi (incluse le ripetizioni) che per la verità mi sembrano abbastanza evidenti, tranne forse uno ma internet aiuta... Nel caso sarà premiato chi ne avrà segnalate di più. Vi darò tempo qualche giorno, anche ai più pigri non possono essere negate le opportunità. Per ora c'è già chi è a 14, quindi forza e coraggio.

mercoledì 1 aprile 2009

O chi predica alle scope?

Cari amici, chi mi conosce da molti anni avrà notato in questi ultimi tempi un cambiamento
piuttosto profondo nel mio modo di agire e di pensare. Avrà visto che sono più distaccato dalle cose del mondo e la mia tendenza ad isolarmi si è fatta più severa. Forse il momento fatale, in cui qualcosa ha fornito la spinta definitiva è stato in questo viaggio, a Tabgha, nella chiesa della moltiplicazione dei pani, di fronte a questo mosaico, vicino al luogo dove Pietro fu trasformato da pescatore di Tiberiade in pescatore di anime. "Per primo, apri le porte al messaggio" Luca (1.04).Adesso, molto più di prima, amo la solitudine, amo cogliere una pesca dall'albero, amo ascoltare il vento che spira tra le canne della palude. In India (chiedo conferma a Tutto qua) quando un uomo ha compiuto i suoi doveri verso la famiglia e la società si ritira per dedicarsi alla cura della sua anima, a cercare la sua interiorità. Quanti ne ho visti al tempio di Menaksi, ispirarsi al manto argenteo della dea per capire l'essenza della vita e anche il senso di questo post. Mi ritirerò quindi in un piccolo monastero che ho visto molti anni fa, vicino a Pescasseroli, con la silenziosa compagnia di altri monaci portando con me solo i libri che amo di più: L'ermeneutica della mente di Fisher, Les pensées di P. Oisson ed il curioso ma affascinante El estudio sobre la mosca di P. E. Scadò (Skacchina che è una esperta, approverà senz'altro le mie scelte). Non cercatemi, vi prego, lasciatemi alla vita contemplativa che ho scelto, come negli stupendi versi della lirica del grande poeta russo Ribov che amo più di tutti:
Sul lago ghiacciato.
Sul grande piano bianco
l'inverno gela i pensieri.
Davanti a un buco nella neve,
solo,
per ore in attesa,
anche il pensiero si ferma.
Allora a tutti un ultimo saluto consueto delle liriche Tang che tante volte vi ho propinato:
Sì Yuè Yú ( )

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