sabato 30 maggio 2009

Shí


L'ideogramma "shí" significa mangiare. E' di capitale importanza in Oriente dove non si fa nulla di importante se non a tavola. mangiando, si chiudono i contratti, tutte le cerimonie religiose e non, dalla nascita alla morte. Seguendo il discorso d ieri sul naturale o non naturale, si può dire che rispetto al cibo i cinesi siano piuttosto pratici, giudicando mangiabile tutto quello che si muove, che nasce e cresce sulla terra e sotto e nonostane questo la cucina cinese è una delle più famose, varie ed interessanti del mondo alla faccia del glutammato e di chi lo ritiene quasi mortale, come ogni parola che abbia un sound kimico. Nell'ideogramma si nota , sotto il segno di insieme, quello di una pentola coperta e sotto un mestolo a chiarire che "mangiare" non è il solo atto fisico e animalesco dl nutrirsi, ma significa ritrovarsi con qualcuno nella casa di chi sta cuocendo il riso e partecipare ad una mensa comune. Mangiare assieme è partecipare alla società civile. Se accanto a questo mettiamo l'ideogramma di "parola - Yan" abbiamo il significato di mentire, mangiarsi la parola, usare la parola per trarre in inganno, per spostare la mente del più debole verso il falso. Così oggi molti giocano sulla parola per confondere le idee e tornando al discorso di ieri, per giocare coi termini classificandoli a priori come buoni e cattivi, incasellando i concetti per prevenire una tesi già data per dimostata. Per rafforzare tale assunto, riporterò qui un breve fatto di vita vissuta raccontata dal mio conterraneo Martino Benzi, che riporta il seguente dramma accadutogli personalmente e che di conseguenza ha tutta la mia e credo anche vostra partecipazione: - Oggi mio figlio compie tre anni. Ieri sera la disgrazia: stavamo giocando allegramente nella sua cameretta quando, tragicamente, ha subito una forte contaminazione da solfuro di idrogeno. Potete immaginare la mia preoccupazione, direi addirittura terrore, perché - cito da wikipedia - questo terribile composto -è considerato un veleno ad ampio spettro, ossia può danneggiare diversi sistemi del corpo. Ad alte concentrazioni paralizza il nervo olfattivo rendendo impossibile la percezione del suo sgradevole odore e può causare incoscienza nell’arco di pochi minuti. Agisce come l’acido cianidrico inibendo la respirazione mitocondriale. Un’esposizione a bassi livelli produce irritazione agli occhi ed alla gola, tosse, accelerazione del respiro e formazione di fluido nelle vie respiratorie. A lungo termine può comportare affaticamento, perdita dell’appetito, mal di testa, disturbi della memoria e confusione. È altamente infiammabile, altamente tossico e pericoloso per l’ambiente; i prodotti industriali che lo contengono devono riportare gli avvertimenti "R12-26-50» e «S1/2-9-16-28-36/37-45-61".- Stavo correndo a prendere le chiavi della macchina per portarlo in ospedale, sperando di giungere in tempo, quando è entrata mia moglie con una pila delle sue magliette appena stirate. “Ha ricominciato a fare quelle scorregge puzzolenti?”, ha chiesto “Dobbiamo dargli di nuovo l’enterogermina, domani va’ in farmacia a comperarla.” Allora mi sono calmato ed abbiamo continuato a giocare, questa mattina era ancora vivo. -

venerdì 29 maggio 2009

Naturale?

Mi sto appassionando alla discussione che si dipana man mano sul blog tecnico di Bressanini su ciò che è naturale e ciò che è innaturale. Avevo già tentato qui questo argomento più volte suscitando solo commenti stizzosi e inviperiti. Lo so, sulla religione non si scherza ed i credenti specialmente gli adepti dell'ultimora non sono disponibili a confrontarsi, non parliamo di chi su queste cose ci campa. Voglio comunque ritornare sull'argomento ribadendo che io credo che la valenza positiva che ormai il comune sentire dà al “naturale” venga dalla concezione naif che ha inventato il mito del buon selvaggio, amico della natura e difensore inconscio della stessa. Quello che fa la natura è bene, quello che fa l'uomo è male (a parte il buon selvaggio di cui sopra che è ormai parte della natura stessa, quando non è stato sterminato). Pochi si vogliono rendere conto che l’agricoltura, in concetto e in sostanza, è completamente e totalmente artificiale. Nessun organismo animale o vegetale è anche lontanamente simile a 10.000 anni fa, quando più o meno l’uomo da cacciatore- raccoglitore divenne agricoltore - allevatore. Le piante (e gli animali) sono stati modificati in tutti questi anni da un lento ma continuo lavoro di miglioramento genetico, anche inconsapevole o casuale, fino ad arrivare agli organismi che oggi arrivano sulle nostre tavole attraverso oltretutto, a tutta una serie di trattamenti altrettanto “innaturali”. E' naturale fare il vino o un prosciutto o il parmigiano? Ma avete visto un campo di frumento, ma vi sembra una cosa naturale la presenza, l'una accostata all’altra, di quasi 800 spighe per metro quadrato e praticamente nessun altro vegetale? Nessun tipo di coltivazione esisterebbe in natura così come la vediamo. Qualcuno sa che in un solo anno, se non ci fosse l’intervento umano la specie mais scomparirebbe? Il mais (che essendo estremamente plastico è una delle specie più manipolabili) in alcune migliaia di anni è stato trasformato dall’avere 4 o 5 semi sul cosiddetto pennacchio a produrre centinaia di chicchi in una sola spiga così ravvicinati che, cadendo a terra naturalmente, non sarebbero in grado di sviluppare un' altra pianta. Ma questo non interessa molto. Oggi se non cavalchi la tigre del biologico o ti metti contro questa religione, perdi soldi. Come ha già spiegato Dario nel blog, citando un esperimento condotto con criteri scientifici (a doppio cieco per intenderci), se dai alla gente del pane e dici che è bio, lo trova migliore di quello dichiarato non bio, anche se sono perfettamente uguali. Allora, se sei un pocofacente come me, se ne può discutere, se invece vendi prodotti, dai quello che vuole il cliente, arrenditi al bio e vendi a tutto il mondo, agli inglesi, agli americani, ai giapponesi dove dire biodinamico ormai equivale ad un passaporto di eccellenza; anche se il tuo vino non sarà buonissimo o con qualche difetto, lo venderai meglio. Il mondo va in questa direzione. Ho già detto, ma voglio sottolinarlo ancora che, quando qui ho tentato di affrontare l’argomento in modo pacato, i sacerdoti della biochiesa mi hanno subito aggredito stizziti ed ho cambiato argomento, tanto contro la religione non hai armi. Ho visto in TV una signora a cui veniva proposto in regalo un peperone dichiarato OGM, è corsa via per paura di essere contaminata dalle radiazioni, chissà cosa avrebbe detto se avesse saputo che il 90% del grano duro italiano con cui si fa la pasta viene da varietà ottenute negli anni 60/70 (quando in Italia si faceva ricerca in campo sementiero) che sono state prodotte con modificazioni genetiche mediante raggi gamma. Ahahahah, chissà che spaghetto (in tutti i sensi), bisognerebbe passare la notizia a Striscia o alla Gabanelli……

giovedì 28 maggio 2009

Bollicine 3: non di solo pane...

Tirato per i capelli da un gruppo di fedeli lettori, ormai appassiona-tisi alla saga dello champagne degli Urali, vado a stendere la terza e ultima puntata, un prequel che illustra la fase preparatoria della spedizione dei materiali e i fatti immediatamente successivi. Infatti, come si suol dire, è facile firmare i contratti e incassare i milioni di dollari, il problema è che poi qualcosa che funzioni bisogna pur spedirlo e montarlo, se no, non ti lasciano tornare a casa. Mettere insieme un impianto di queste dimensioni, assemblando macchine comprate in mezza Italia, non è semplice e la logistica della spedizione, una volta affittati i giganteschi Antonov che dovevano contenere nei loro ventri capaci delle preziose attrezzature che avrebbero trasformato il vinotto di Crimea, opportunamente sposato ad acqua, alcool, aromi e CO2, in nettare frizzante, prevedeva la formazione di una brigata di una ventina di tecnici montatori al seguito. Questo gruppo disomogeneo, ma motivatissimo dai racconti di qualche veterano, sulle delizie che avrebbero lenito la permanenza sul suolo della Santa Madre Russia, era formato da un gruppo di veneti, alcuni emiliano-lombardi e uno zoccolo duro di piemontesi dell'area del moscato, coordinati da una Stefi motivata al massimo. Ma, come sa chi si è occupato di maestranze in terrae incognitae, per tenere alto il morale della truppa, oltre alla promessa delle delizie di cui sopra, sono necessarie delle razioni di sussistenza che, calmando lo stomaco, rendano più fioco il richiamo della patria lontana. E' quindi vitale aggiungere alle macchine, uno o meglio due bancali di materiali mangerecci tipici, montagne di spaghetti (n.5), sughi e salumi, proporzionati alla durata presunta della permanenza in cantiere. Stefi, pur vecchia del mestiere, era opportunamente stimolata dal capo cantiere, un gentile personaggio a cui Pecèèètto Torinèèse aveva dato i natali, oltre ad un fortissimo accento gianduiofono, il quale, inviato a controllare la chiusura definitiva delle gigantesche casse che contenevano l'intera linea (si dimentica sempre qualcosa), arrivò in ufficio di corsa a chiedere udienza con occhio umido. Era il momento più temuto, forse mancava un pezzo importante della gabbiettatice o i ricambi della nastracartoni o la mano di presa del depallettizzatore o peggio di tutto, il famoso carrello dei ferri, un pozzo di San Patrizio di chiavi inglesi di ogni tipo, chiavi a pappagallo, tirabulloni del 12 e ogni altro ben di Dio da officina che era proverbialmente guardato con bramosia feroce dalle maestranze locali e che, al termine del montaggio, per tradizione, veniva lasciato rubare per un tacito accordo, previsto nel caso nulla fosse stato rubato prima. Ma c'era tutto, qual'era la mancanza dunque? Il nostro pecettese si avvicinò e con cortesia, ma a bassa voce, per non disturbare troppo esalò: "Ma, Stèèèfi, non abbiamo pensato al parmigiano". C'era, c'era naturalmente, una mezza forma che per sfuggire agli occhiuti doganieri era stato sapientemente occultato da Pavarotti (vi ho parlato precedentemente di questo buon Reggiano) all'interno del Cip, un grande contenitore di acciaio che era stato opportunamente riempito anche con centinaia di bottiglie di lambrusco, carburante indispensabile ed apprezzato anche dalla schiera veneta e celate con cura in anonimi cartoni perchè non sbattessero troppo. Gli aerei decollarono portando con sè anche i due tecnici delle etichettatrici, al battesimo del volo, ben legati nei seggiolini tra le casse. Uno in particolare, di giovane età e di poca esperienza, si rifiutava assolutamente di partire ed era stato convinto dopo un testa a testa con un veterano che gli aveva illustrato con dovizia di particolari i lati piacevoli della terra degli zar; al termine fu dura costringerlo a tornare a casa, ma i giovani si sa, son facili agli innamoramenti improvvisi. Effettuato lo sbarco, prese le teste di ponte possesso del territorio, sfuggite le masserizie principali agli uomini della dogana che si aggirarono per un paio d'ore alla ricerca di qualcosa di interessante, sviate da una Stefi ormai usa a questi depistaggi, si prese possesso del campo di lavoro, dove gli acquirenti avevano pensato a tutto per redere più gradevole la permanenza agli amici italiani, incluse due toilette nuove di zecca rivestite di piastrelle e sanitari provenienti direttamente da Sassuolo. Purtroppo, il primo giorno di lavoro, uno dei dei componenti della brigata dei muratori russi, non conoscendo l'uso del suddetto ambiente, riempì entrambi i buchi di cemento a presa rapida, vanificando il bel gesto di benvenuto. Per tutto il tempo si dovette quindi utilizzare il locale raffigurato a lato, tirato su in fretta e furia, mentre per i primi giorni ci si dovette arrangiare alla belles etoiles. Il vantaggio fu che le permanenze in loco erano brevissime per evitare di cadere tramortiti nella cavità. Del muratore non si seppe più nulla, né nel gulag dove ancora oggi probabilmente sverna.

mercoledì 27 maggio 2009

Cercare casa.

Scorrendo l'interessante blog di Simone (ma perchè se un ragazzo italiano vuole fare il ricercatore, è costretto ad andare ad Hong Kong e come mai, se tutti pensano che i cinesi sono così stupidi, si prendono i nostri ragazzi più svegli?) vedo che cambia di nuovo casa e lascia Mong Kok, zona di cui avevo già parlato qui. Questo peregrinare qua e là mi ricorda che il mio amico Nunzio faceva un po' la stessa cosa quando stava laggiù. Prima se ne stava a Lamma Island, fuori dal bailamme della città tentacolare e caotica; un' isoletta tranquilla dove trascorrere un rapporto con la vita più umano e proprio per questo più coinvolto con l'Oriente. In ogni caso rapportato con le tariffe di Hong Kong, assolutamente a buon prezzo. Poi, quando cominciò a lavorare per noi, ebbe l'esigenza di spostarsi sull'isola principale per essere più vicino al gorgo lavorativo che lo stava travolgendo. Cominciò quindi a cercare casa, stordito dai prezzi mirabolanti che gli venivano richiesti e finì per trovare, non lontano da Victoria Park, un micro appartamento in un palazzo stretto ed altissimo (non si può chiamarlo grattacielo perchè aveva soltanto 25 o 30 piani) costituito da un ingresso living, un vano cucina, una camera che conteneva il letto, uno spazio in cui stava una scrivania (one man office), uno sgabuzzino (stanza tuttofare) e il bagno, in tutto una ventina di metri quadri o poco più a soli 2000 dollari (USA) al mese, in cui per la verità stava da papa. A Hong Kong le dimensioni percepite sono diverse da quelle reali e soprattutto sono diverse da quelle che ha in mente un Europeo ed un Italiano in generale (correggimi Simone se sbaglio). Da qui poteva veramente avere in mano la città e quando io ero lì si andava a piedi al parco a vedere gli anziani e anche gli impiegati in giacca nera che posavano la 24 ore a terra per fermasi a praticare il Tai Ji prima di andare in ufficio e farsi riprendere dal ritmo della città. Un ritmo davvero altalenante che ti spiazza, se arrivi da fuori. Una frenesia assoluta, quasi che se non si riesce a diventare milionario entro la fine dell'anno si è morti e poi, alla fine della linea della metro, il ritmo lento delle isole minori o anche dei quartieri liberi dai turisti con i piccoli mercati con l' andamento "cinese" rilassato, che così bene descrive Simone. Forse è questo che mi attrae irresistibilmente verso questa città unica e imperdibile, in cui vorrei essere almeno una volta all'anno ed in cui non riuscirei mai a vivere. Uno strepitoso mix di attrazione e repulsione. Però il nostro Nunzio, prima di trovare questa soluzione, girò a lungo in cerca di un posto decente che non gli portasse via tutto quello che gli davamo. Ne vide di tutti i colori, tutto in linea con la città, ma soprattutto utile a capire la mentalità cinese (vedi qui il decalogo per capire la Cina). Il fatto che più può aiutare in questo intento gli occorse quasi al termine della sua ricerca, quando quasi esausto, prima di cedere alle esose richieste di agenzie ingorde, rimase accalappiato da un annuncio trovato sul giornale. Infatti si offriva un appartamentino di tre camere in una zona interessante a soli 1000 Dollari al mese, una cifra assolutamente modesta per la soluzione proposta. Subodorando l'inghippo, andò all'appuntamento solidamente prevenuto e deciso a investigare a fondo prima di farsi fregare. Il palazzo però era assolutamente decente, oltre ad essere nella zona promessa. Sempre più insospettito salì al piano; anche le scale erano in linea con lo standard igienico locale ed entrati, l'appartamentino non sembrava far balzare all'occhio nessuna magagna. Sempre più sospettoso, decise di non farsi abbindolare dalla loquela sciolta dell'accompagnatore e cercò di indagare più a fondo. A poco a poco le sue difese si allentarono e i controlli cominciarono a sfaldarsi anche perchè tutto sembrava a posto, c'era persino un balconcino di un metro quadrato coperto di erba finta, che gli fu magnificato a lungo come un plus decisamente esclusivo! Stava per cedere, quando l'inconscio prevenuto gli disse di fare un ulteriore controllo. Acqua e gas nel cucinotto c'erano e parevano funzionare assieme all' elettricità, giacchè si accendevano le luci, una cameretta che conteneva a malapena il letto anche, un salottino in cui ci stava pure un divanetto, il bagno....un momento dov'era il bagno? Dopo aver rifatto il giro della casa (otto passi in tutto), rivolse dunque lo sguardo interrogativo al suo accompagnatore, che già stava preparando la penna per la firma del contratto. Alla perentoria richiesta ricevette in risposta uno sguardo dapprima imbarazzato (come possono essere imbarazzati gli sguardi cinesi), poi le fessure degli occhi si fecero ancora più sottili e il sorriso sempre più largo, aprendosi man mano alla confessione. "In teoria il bagno non ci sarebbe, ma abbiamo una convenzione con il ristorante qui sotto che è aperto 24 ore su 24 e ci potrete andare ogni volta che vorrete senza problemi e hanno anche una piccola doccia, ehehehe" aggiunse con fare complice. Povero Nunzio, un poeta che ho costretto a vendere pezzi di acciaio per fare pezzi di plastica.

martedì 26 maggio 2009

Notti bianche.

Godendomi questa immagine di pane che ho preso a prestito dall'interessante blog di Bressanini, che si sta facendo alfiere di un movimento per abolire la parola naturale dal vocabolario agricolo-eno -gastronomico -alimentare di cui vorrei farmi parte attiva, non poteva tornarmi alla mente un particolare del mio passato legato al pane di cui passo a farvi menzione. Come ho già avuto modo di raccontare, in URSS abbiamo venduto un po' di tutto nei tempi eroici, così oggi mi punge la nostalgia di quando sono stato panettiere (o quanto meno ho dato il mio contributo laterale alla crescita dell'arte bianca, come si suol chiamare). Una importante fabbrica di vodka (tra le poche attività che erano cariche di cash in quel periodo, eheheheh) aveva deciso di differenziare la produzione, un sano principio economico incentivato dalla perestroika, che li aveva portati alla decisione di aprire un panificio da 30 quintali di pane al giorno. Come sempre ci prendemmo l'incarico di trovare tutte le macchine necessarie. Sì, il pane non si fa impastando amorevolmente la farina e l'acqua con le manone forti di un omone sporco di bianco, ma con tutta una serie di macchine in acciaio inox, setacci, impastatrici a pianeta, spezzatrici, filonatrici, e molte altre fino ai forni finali. Lo so che disturbo una visione bucolica, ma se volete mangiare in maniera decente e igienica, si fa così, anche se qualcuno sogna e descrive con rimpianto malghe boschive in cui ci si fa largo tra le cacche delle pecore. Mentre si montava l'impianto, come da contratto, arrivò in Italia l'atteso responsabile del futuro panificio di cui avevamo richiesto tassativamente la presenza per un training di una settimana presso un nostro panettiere, affinchè, sapendo cosa si dovesse fare praticamente, non mandasse subito tutto in vacca. Avevamo trovato un gentile signore che, coi due figli gestiva un panificio tra Verona e Vicenza. Così in un mezzodì autunnale, eccoci a Linate ad aspettare l'arrivo del tecnico, io e Stefi che l'avrebbe affiancato per superare lo scoglio russo-veneto, un gap insormontabile per la famigliola tecnicamente preparatissima, ma che si esprimeva solo in un veneto strettissimo. Aperte le sliding doors degli arrivi, dopo che tutti i passeggeri se ne erano andati, rimase, ultimo il nostro uomo. Come si dice di solito, perchè al nostro occhio pur abituato, comparve una sorta di Tamara Press completamete inguainata in strettissimi fuseau fosforescenti che accentuavano indecorosi rotoli, testimoni di una pervasiva dieta di votka, patate e burro, sormontata da una complessa incastellatura bionda, studiata con cura per le grandi occasioni. Stupiti ma non troppo, la accogliemmo con i consueti baci ed abbracci, anche se, avendo al seguito solo un piccolo beauty case altrettanto fosforescente, aveva risposto alla nostra meraviglia che vestiti, scarpe, mutande ed altro li avrebbe comprati direttamente in Italia, dove era d'altronde venuta apposta. Ignorata la minaccia latente nella dichiarazione di intenti, ci dirigemmo verso il luogo di lavoro, dove la famigliola ci attendeva festosa per iniziare l'addestramento, inclusi i figliuoli, particolarmente garruli, in quanto preavvertiti dell'arrivo di una Russa in carne ed ossa. Il fatto che il lavoro iniziasse verso mezzanotte proseguendo fino alle otto di mattina, ora in cui padre e i due figli crollavano di stanchezza per lasciare il posto alla mamma che, nel negozio, faceva fuori tutta la produzione notturna nel resto della giornata, per ricominciare la sera, lasciò interdetta la nostra Tamara, che si attendeva al più qualche ora di spiegone dei libri di istruzione, accuratamente tradotti dalla stessa Stefi, la quale, se pur intimorita dal pallore mortale dei due giovani figli che non vedevano la luce del sole da anni, si integrò subito nella situazione , dettando con cura i tempi di lavoro. Inizio alle 23:00 con studio delle macchine, preparazione del pane fino alle 5 di mattina , cottura e sfornamento, gestione del prodotto finito e infine meritato riposo per i previsti 7 gironi di contratto. L'occhio spaventato della nostra amica si aggirava qua e là, mentre il corpaccio si faceva largo tra l'acciaio impersonale del panificio e io li lasciai così, una povera matrioska basita e quasi avulsa, presa tra il pigolare veneto dei panificatori e l'allegria dinamica di Stefi che ormai sguazzava tra michette e grissini (sì c'era anche la grissinatrice tra le macchine fornite). Giocoforza dovevo andare verso altri importanti incarichi e sarei venuto a ritirarli terminata la settimana di duro training. Come prevedibile, Tamara scoppiò dopo la seconda notte e, lasciando nello sconforto i panificatori, disperati di non aver potuto trasmettere i loro segreti pastari, pretese di essere portata a Venezia, sogno imprescindibile di ogni Russa che si rispetti, dove si lasciò trascinare lungo i canali avvolti nella incipiente bruma autunnale, in una gondola in odore di affondamento ad ogni colpo del remo sullo scalmo, mentre a poco a poco l'occhio sognate e amoroso, scordava l'insulto delle notti bianche (per la farina e per la mancanza di riposo). Ripartì serena, carica di scarpe, vestiti, mutande e gondole da comò ma non la rivedemmo all'inaugurazione.

lunedì 25 maggio 2009

Vivere in comunità.


Dai cassetti di Feisbuc, saltano fuori cose come queste. Nei nostri vent'anni i ragazzi andavano in giro in giacca e cravatta, ma erano più o meno minchioni come quelli di oggi. In attesa di un radioso futuro, vivevamo in un appartamento di via Ormea in quattro, ma con gli amici che giravano da quelle parti eravamo sempre in tanti. Si usciva poco e la maggior parte del tempo si passava a cazzeggiare in discussioni infinite ,su argomenti di grande leggerezza. Ore, quando non notti, passate a disputare su calcoli improbabili, come in quanto tempo una mucca avrebbe riempito di cacca una piscina olimpionica. Eravamo tutti portati per inclinazione e per gli studi in corso ai ragionamenti scientifici. Stranamente, dati gli anni, non si parlava quasi di politica. Nessuno andava a Palazzo Campana (ora Palazzo Nuovo) ed i cortei di protesta arrivavano sfilacciati fino alle facoltà scientifiche. In genere si esaurivano a Medicina. Ad agraria, il palazzo successivo ed ultimo della serie delle facoltà, in via Giuria, non arrivava mai nessuno. La contestazione era attutita. Ma nell'appartamento c'era comunque grande vivacità retorica. Le discussioni infinite. Si leggeva il Mondo di Pannunzio, mentre la letteratura era limitata alla serie di Urania, un cult del periodo. Praticamente non si studiava mai, in quattro in tre stanze più gli amici, non c'era neanche lo spazio fisico, non considerando il tempo. Tra le lezioni al mattino, qualcuna al pomeriggio, la cucina e gli indesiderati ed odiosi turni di lavaggio piatti, le interminabili discussioni serali, non c'era materialmente il tempo. Eppure ci siamo laureati tutti, quelli della foto, e non è che allora te le tirassero dietro le lauree, non so come sia stato possibile. Una delle cose che non era sottoposta ai turni era il portare giù i sacchetti dell'immondizia; probabilmente si era valutato che, siccome tutti prima o poi scendevano, non sarebbe stato un problema lo smaltimento del materiale. Una vera e propria falla del sistema. Chissà perchè, nessuno si ricordava di uscire con il sacchetto al seguito. Così le buste piene si accumulavano a poco a poco sul balcone; evidentemente contavamo che il gelido inverno torinese bloccasse gli effluvi ed anche il probabile percolato, ma quando inevitabilmente il gelo si mutava in fresca brezza primaverile certi problemi non potevano più essere rimandati a lungo. Seguivano quindi lunghe discussioni su chi dovesse farsi carico dello smaltimento, credo calcolando con il regolo, le diverse quantità relative prodotte dai singoli. La capacità retorica di tutti (eppure nessuno sarebbe diventato avvocato) produsse un tragico impasse da cui sembrava impossibile uscire, quando la soluzione del problema venne inaspettatamente dai signori del piano di sotto, (come mi ricorda Diego) i mitici coniugi Collo, lui ragazzo del '99, capocasa e addetto alla "caloria" cioè a controllare il carico di carbone per la stagione e fare le divisioni per appartamento, che, pur fiaccati ma non domi, per le nostre lunghe nottate di discussioni, vennero a pregarci, con molta cortesia torinese, a voce bassa e gentile, che se avessimo potuto liberare il balcone dalla massa semiputrefatta, tutto il vicinato ci sarebbe stato grato. Così, vergognosi, calammo il tutto velocemente come una squadra di disinfestazione e rientrammo nel consorzio civile. Che comunque, all'interno della casa, aveva sempre un andamento particolare; come quando uno degli abitanti, sorpreso ad usare un altrui asciugamano per asciugarsi le parti meno nobili del corpo, investì il proprietario, che iniziava una serie interminabile di giaculatorie, con la famosa frase "Se sei schizzinoso, stai a casa" , zittendo così definitivamente il maldestro tentativo di difesa della proprietà. Il destino delle comuni cominciava a mostrare le prime incrinature.

domenica 24 maggio 2009

Zhèng

L'ideogramma che esaminiamo oggi ci può essere molto utile per comprendere come, sempre, il modo di scrivere questa lingua sia molto descrittivo della mentalità e della cultura del paese. Come la maggior parte dei caratteri cinesi è composto da due segni più semplici. Quello di sinistra significa "raddrizzare, correggere", mentre quello di destra, che rappresenta una mano stilizzata che tiene un bastone (pu) è il concetto di "battere, picchiare" ed è presente in molti altri ideogrammi. Ad esempio unito a maestro e allievo dà "insegnare, istruire" (Jiao) in quanto si ritiene che il solo modo utile per il docente di fare assimilare i concetti allo studente sia quello di dargli delle mazzate in testa. Tanto per capirci. Ma torniamo al nostro Zhèng. Cosa significherà mai "picchiare col bastone per correggere, raddrizzare (le idee ed i comportamenti naturalmente)" ? Ma non è difficile arrivarci. Significa pari pari "governo" o come concetto "l'arte di governare, politica, buona amministrazione". Un governo saggio e buono, per ottenere buoni risultati, deve usare il bastone (senza carote, non sono previste, per questo si usa un altro ideogramma) per correggere e raddrizzare le schiene dei sudditi birichini che pretendono cose che il buon governo non può dare. Sicurezza sul lavoro, dignità sociale, soluzioni ad un precariato mortificante e così via. Bastone, anzi, ronde con il manganello per dare più sicurezza, dare in testa ai clandestini (quei pochi che si vedono e quindi possono dare testimonianza, delle migliaia di altri chi se ne frega), privatizzare l'acqua (tanto chi se ne accorge), inserire con emendamenti nascosti nelle leggi un bavaglio alla libertà di internet, pericolosissimo elemento difficilmente bastonabile, tanto i parlamentari votano tutto senza discutere se no non verranno più cooptati (nei tempi antichi si eleggevano scegliendoli, come dire si esprimeva una preferenza). Anzi, visto che sono inutili, tanto varrebbe ridurli a un centinaio (o anche eliminarli completamente, no?). Ah! questi cinesi....

venerdì 22 maggio 2009

Superenalotto

Ragazzi, ho vinto al Superenalotto! Va bene, sono solo 70 euri, ma non è questione di soldo bruto, è che ti da un'allegria inconsueta, un' euforia inspiegabile. Eppure non c'è merito in ciò, anzi è un arricchimento assai poco morale, non hai faticato per guadagnartelo, calvinisticamente è una cosa insensata e riprovevole. Sarà forse proprio per questo motivo? E' questo il vero meccanismo che porta la gente a pagare quella che è sempre stata definita la tassa dei fessi, quella che si paga gioiosamente e volentieri? E' un contributo che fluisce a rotta di collo nelle esangui casse statali e che i rinforza vieppiù quando aumenta vertiginosamente un montepremi impossibile da raggiungere. Ma è di giusta applicazione la tassa sui fessi? Io penso assolutamente di sì. Non tanto perchè viene pagata su base volontaria, che già sarebbe un buon motivo, ma per quanto ti dà in termini psicologici. Infatti tutti sanno che, in termini di restituzione effettiva è il gioco meno conveniente in assoluto. Lo stato biscazziere è un vero furfante che sarebbe certo bastonato dai giocatori se fosse una persona fisica, restituendo agli stessi più o meno la metà dei soldi giocati. A confronto il casinò, luogo di perdizione, che restituisce sulla roulette i 36 trentasettesimi della puntata è un convento trappista. Però, e qui sta il bello, non c'è nessuno che in cambio di un euro ti venda per due o tre giorni un sogno, una possibilità talmente immaginifica e straodinaria da rendere difficile fantasticare sul futuro. Un euro in cambio di 60 milioni di euro, di cui nessuno riesce ad immaginare cosa fare esattamente, come comportarsi, addirittura come prenderli. Non un cambio di vita, ma uno stravolgimento mentale che distruggerebbe molti, forse la maggior parte delle persone; che invece tutti pensano di poter gestire, che per la maggior parte diventerebbe una iattura incontrollabile che spazzerebbe via ogni cosa, forse ogni residua umanità. Eppure rimangono un sogno per tre giorni. Direte, ma tutti sanno che è un sogno impossibile, quasi impossibile perchè in fondo a qualcuno capita. Con un euro hai una possibilità su 300 milioni di fare sei. Infinitamente di meno che morire colpito da un fulmine mentre si esce a fare una passeggiata. Più o meno le stesse possibilità che ha uno spermatozoo di arrivare a creare la vita. Una su 300 milioni. Questo è il punto. Quando siamo nati abbiamo già fatto sei al nostro personalissimo superenalotto. Abbiamo avuto una possibilità unica di gestire questo strepitoso jackpot che è la vita. Certo, tutti questi milioni bisogna saperli investire bene, se no diventa un inferno.

giovedì 21 maggio 2009

Matematica.


La scorsa settimana se ne andata anche l'ultima (credo) dei professori storici che ho avuto nel mio Liceo Classico. Insegnava matematica, la Professoressa Morato, e non è mai stata molto amata dagli studenti. La sua stessa figura altissima e la sua rigidità anche fisica le conferivano l'immagine di grande severità ed inflessibilità. Non si parlava molto durante le sue lezioni per non essere fulminati dalle sue occhiate algide che promettevano sfracelli nell'interrogazione successiva. Aveva, primo esempio nella mia memoria, istituito il moderno e costituzionale metodo delle giustificazioni programmate, due per trimestre e senza motivazione specifica, includente quindi anche quella che ieri non avevo voglia di studiare e ho cazzeggiato tutto il giorno, terminate le quali, non c'erano santi, nonne morte, madri all'ospedale che tenessero, si veniva interrogati senza pietà. Le annotava con calligrafia minuta su un quadernetto dalla copertina gialla all'inizio di ogni lezione. Alzava la testa, sempre perfettamente curata sopra il lunghissimo collo modiglianesco, e, sirena imperturbabile, lanciava l'irresistibile richiamo: "Chi si giustifica?". Nelle prime lezioni del trimestre avveniva allora una specie di reazione a catena, mentre si alzavano le prime mani, il panico cominciava a serpeggiare tra gli alti banchi di legno scuro intagliati dai graffiti di generazioni, in quanto, diminuendo la base interrogabile, aumentavano proporzionalmente le possibilità di essere pescato (è matematico, appunto). Così l'insicurezza spingeva altre mani ad alzarsi fino a coinvolgere quasi tutta la classe. Rimanevano invariabilmente due o tre interrogabili, i sempre preparati, Marghe, Gianmaria e pochi altri. Presa debitamente nota, chiudeva il quadernetto e annunciava con una piccola vena di sadismo: "Oggi allora non interroghiamo e andiamo avanti col programma." Invariabilmente nelle prime lezioni se ne andavano tutte le giustifiche e eravamo quindi pronti per la macelleria. Il suo grande senso di giustizia le faceva utilizzare, nella scelta degli interrogandi, l'uso della sorte. Apriva infatti a caso la pagina di un libro, sommando le cifre fino ad ottenere un numero corrispondente ad un candidato. Il sistema penalizzava fortemente quelli che come me avevano, data l'iniziale del cognome, un numero basso, che venivamo dunque interrogati più volte di altri. Quindi sempre pronto al cimento, anche se eri stato interrogato il giorno prima. Era stato tentato un correttivo ed il capoclasse fu incaricato di preparare un sacchettino contenente tutti i numeri dei discenti, ma dopo che scoppiò lo scandalo (il capoclasse infatti, non aveva artatamente inserito il suo numero, qualcuno si ricorda se ci fu una punizione oltre all'esposizione al pubblico ludibrio?), si ritornò all'ingiusto metodo tradizionale. Però la matematica l'ho imparata e me l'ha fatta anche piacere evidentemente, se, nonostante il classico ho scelto una facoltà scientifica come molti altri miei compagni. Credo anche che avesse una certa simpatia per me, diversamente avrebbe preso dei provvedimenti in linea con i tempi, quando la cinghia di gomma avvolgilibri, che avevo teso, legandola attorno al banco per trarne vibrazioni sonore come la corda di una cetra, si spezzò e preso il volo, andò a colpire la parete dietro la sua testa schivandola di poco. Roba da mettere subito su Youtube, ma non fecero a tempo a filmare col telefonino, magari solo perchè non immaginavamo ancora che potesse esistere. Forse mi assegnò solo un piccolo penso, tipo un centinaio di esercizi per la lezione successiva, tutta roba utile alla causa. L'ho rivista qualche anno fa, accompagnata, che camminava a fatica; non credo mi avesse riconosciuto, ma, quando le strinsi la mano, nei suoi occhi era brillata subito la luce di soddisfazione di tutti i professori quando vengono avvicinati da ex allievi. Siamo il prodotto della loro fatica, nel bene e nel male. A Roma, la scorsa settimana, come nei raduni di reduci, abbiamo parlato anche di lei, con con una melanconia che veniva da lontano, proprio mentre se ne andava.

mercoledì 20 maggio 2009

Diari della motocicletta.

Per quasi tutti, c'è stato un momento nella vita in cui è scattato il desiderio di vedere cosa c'è al di là della collina. In generale è una bramosia giovanile. A qualcuno come a me, rimane per tutta la vita come una malattia che da acuta che si manifesta, a poco a poco e invece di guarire, si cronicizza fino a diventare un malessere che cova sotto le cenere e salta fuori a tratti in maniera più o meno virulenta. Gli anni del liceo fecero smuovere questo tarlo a me come a molti e voglio ricordare, che, contrariamente a quanto si può credere, a quei tempi muoversi per il mondo e soprattutto attraverso le frontiere era paradossalmente assai più facile di ora. Dal nostro mitico bar (vero Gino?), ogni estate c'era chi, senza fare notizia partiva per itinerari oggi difficili o improponibili. Chi andava con la vespa a Capo Nord, chi a Gerusalemme con la 500 e l'anno successivo a Mosca; altri affrontavano con una sgangherata Fiat 1500 la via delle Indie, attraversando senza problemi Iraq, Afganistan e Pakistan per arrivare a Katmandu, ritornando attraverso l'Iran. Magari arrivavano a casa dopo un anno e si ritrovavano già laureati, in quanto, in loro assenza, il loro "gruppo di studio" aveva finito di dare gli esami, ma alla fine il loro percorso di vita è risultato magari migliore di quello di altri. Anche noi, più modestamente però, volevamo esplorare le terrae incognitae che ci circondavano e che cominciavano al di là di Montecastello. Così cominciammo a muoverci in tre, con due improbabili scooter, un Galletto Guzzi e un malandato Vespone 150. Io bramavo il possesso di un attrezzo del genere e risparmiavo in segreto sul budget dei gelati, prendendo il cono da 20 invece che lo scodellino da 50 Lire, ma non raggiunsi mai la cifra necessaria anche ad una attrezzatura di terza categoria. Partivamo così, un po' alla ventura, un po' determinati ad esplorare circolarmente il territorio, conoscendo finalmente il mare. Allora si passava l'estate dai nonni in campagna e questo elemento semovibile, come dicevano Cochi e Renato era sconosciuto ai più e visto come possibilità misteriosa e fonte di immaginifiche possibilità di divertimento. Rotonde sul mare, dove le orchestre (non il dj, personaggio non ancora apparso alla vista) suonavano sotto luci soffuse e promettenti di ghiotte possibilità, contatti con alieni e aliene parlanti lingue sconosciute (tutte), stare a bagno nell'acqua (quasi nessuno sapeva nuotare, qualcuno aveva imparato alla meglio nel fiume, qualcuno ci aveva addirittura lasciato la pelle), un insieme infinito di novità a cui il mezzo di trasporto ti dava accesso. E infine il Viaggio, inteso come raid per raggiungere un punto definito a priori, ma senza un piano preciso, così per partire verso quello che pareva ignoto, da scoprire. Quella volta lasciammo al città di mattino presto. Le autostrade, quasi inesistenti allora, non facevano comunque parte di un itinerario serio. Io mi alternavo sui due sellini posteriori, sul vespone in salita, sul Galletto giallo nelle discese, chè diversamente non ce l'avrebbe fatta. L'idea era quella di circumnavigare il lago di Garda in tre giorni. Sirmione, carico di rimenbranze classiche, ci lasciò basiti e proseguimmo verso il nord. Arrivati a Torbole, che doveva significare meta raggiunta, non ci bastò, volevamo osare di più e proseguimmo fino al lago di Caldonazzo, che mi è rimasto nella mente con una immagine vividissima, blu scuro circondato di verde mentre divoravamo il panino seduti su panchine di legno grezzo, prima di girare i manubri e tornare. Ma mentre Andrea e il Carle saltavano sulla pedivella per accendere il motore (chissà perchè erano sempre ingolfati quei motorini) io guardavo dietro ed ero roso dalla voglia di vedere cosa c'era dietro quelle montagne, così alte, così misteriose.

martedì 19 maggio 2009

Bollicine 2: la vendetta.


Il contratto fu firmato e allora via, in giro per l'Italia a cercare le acconce autoclavi, filtri, mixer (appunto per mescolare acqua, vino e alcool), un impianto completo per purificare l'acqua, un laboratorio analisi, riempitrice gigante isobarica, etichettatrice, depallettizzatore per le bottiglie vuote e pallettizzatore per quelle piene e così via cantando. In pratica dalla pressa e stampo per fare il tappo (rigorosamente di plastica) al pallet di cartoni di bottiglie avvolto di cellophan. Un impianto colossale, che data la fretta (ci misero mesi a decidere, ma poi vollero tutto e subito) doveva essere spedito via aerea. Pensate a tre colossali autoclavi che a malapena stanno su tre TIR! Ci vollero due enormi Antonov (tipo quello che cadde a Torino) che portavano cadauno l'equivalente di 12 camion (o 8 carri armati a scelta) e un Iliuscin più piccolo con le macchine minute che partì da Genova con un piccolo gruppo di tecnici. Ricordo Stefi nel posto del mitragliatore quello tutto di vetro sotto la carlinga e poi sotto una scaletta di legno che portava alla stiva, e Beppe su un sedile di fortuna di fianco alle reti che trattenevano le casse con la 24 ore sulle ginocchia, come un para in attesa del lancio su Guadalcanal. Solo il saturatore per produrre CO2 (per le famose bollicine) dovette essere inviato via terra, sugli aerei non ci stava. Lo stabilimento che avrebbe ospitato l'impianto era colossale, pari a 22 campi di calcio coperti; pare avesse ospitato una fabbrica di carri armati, ma nel disfacimento sovietico bisognava produrre roba più utile e le bollicine sono particolarmente richieste tuttora in Russia. Il nostro impianto pur enorme, sembrava sorprendentemente piccolo, quasi perso in quegli smisurati saloni in cui si concludeva la ristrutturazione. Mentre sorgeva a poco a poco e le macchine prendevano forma, la brigata delle muratrici sovietiche finiva di imbiancare i soffitti; le ragazze, in gran parte di generose dimensioni, appese precariamente con corde come salame da sugo, agitavano i lunghi pennelloni schizzando a destra e a manca i nostri valenti montatori, distratti soltanto da quelle di forme più umane che passavano con le latte strabordanti colore come le occhiate infuocate che lanciavano in tralice transitando tra motteggi misurati. La linea pian piano prese forma; infine, a macchine pronte cominciò a scorrere il liquido vitale, il nettare prezioso ragione stessa della fatica, preparato con cura e inviato verso la sua destinazione naturale, la bottiglia. Ai nostri uomini vennero dunque affiancate le maestranze locali per addestrarli alla conduzione delle macchine. Precisato che il prodotto in questione era ed è perfettamente conforme alla legislazione russa in materia, il suo cammino verso la bottiglia è giocoforza lungo e tortuoso. Dopo la lunga e accurata preparazione (le famose 12 ore in autoclave) i prodotti erano amorevolmente mescolati, aggiunti di zucchero, aromi e bollicine per andare direttamente alla riempitrice. Ora, è risaputo il rapporto di amore e fratellanza che lega queste genti della steppa ai liquidi di ogni genere con percentuali alcooliche, per cui il cannello di pescaggio della riempitrice agiva come un richiamo irresistibile per alcuni di loro, specialmente i più vicini. In particolare l'addetto all'etichettrice, di tanto in tando riteneva indispensabile controllare la costanza di flusso alla macchina, che come si sa non è bene far girare a vuoto, e transitava con costanza nei pressi della stessa succhiando dal cannello per assicurarsi della presenza di liquido. Certo dopo poche ore il rendimento del suo lavoro diminuiva verticalmente e il numero dei suoi controlli aumentava in proporzione. Preso più volte ed ammonito col cannello in bocca, mentre guardava con occhi spalancati a dire che doveva pur controllare che tutto fosse in regola, fu licenziato con disonore, ma dopo poco obbligammo il direttore, preso anch'egli in un rarissimo momento di lucidità, a riassumerlo in quanto era l'unico che aveva capito il funzionamento dell'etichettatrice, macchina delicata che vuol essere trattata da mani amorevoli e competenti. Comunque a poco a poco il progetto andò in porto, le bottiglie arrivavano, i tappi erano stampati, l'acqua depurata, lo "champagne" prodotto, i cartoni costruiti, riempiti di bottiglie, nastrati e pallettizzati, mentre nel cuore dell'impianto, il riempimento, l'ideatore della macchina, un caro amico, che ormai da qualche anno riempie bottiglie per chi non ha più sete (ma anche lì avra trovato qualcosa da imbottigliare spero), chiamato dai russi Pavarotti per la sua somiglianza strutturale, dirigeva l'orchestra dettando i tempi ed il dipanarsi dei ritmi musicali del flusso ininterrotto delle bottiglie. Che suono avvolgente. Il tintinnio delle bottiglie che incolonnate, sbattendo leggermente tra di loro si avviano alle macchine col sottofondo ritmato della pressa che snocciola tappi; il nastro scivoloso che avvia i soldatini al riempimento, mentre il liquido, spumeggiante appunto, fluisce festoso al serbatoio della macchina che in un continuum spazio-temporale, lava, riempie e tappa. Poi la schiera prende un altro ritmo, più concitato, prima la gabbietta, poi il capsulone poi lunetta, etichetta e controetichetta, mantre a lato il suono profondo della formacartoni allarga, forma, inserisce, infine colma di bottiglie e porta al gran finale rossiniano dove tutto si fonde nella sinfonia del grande pallet che ruota vorticosamente avvolto e infine deposto assieme alle centinaia di suoi fratelli nel grande magazzino in attesa di essere caricato. Il lavoro era finito ed emergeva uno dei problemi principali dell'impresa, i furti. Così l'azienda aveva previsto 50 uomini per la produzione e 150 per la security e ogni sera, quando il bus ci riaccompagnava in albergo al passaggio del gate, barriere e filo spinato con sentinelle armate, veniva perquisito in cerca di preziose bottiglie fraudolentemente carpite dagli amatori. Festeggiammo a lungo in albergo anche se la prima bottiglia stappata, quasi provocò una vittima. Le bottiglie infatti, provenienti da una vetreria del Caucaso (altri 3000 km di viaggio) avevano un collo di dimensioni alquanto variabili ed i tappi erano venuti un po' troppo grossi, così che quel maledetto primo tappo non voleva venir fuori a nessun costo, per quanto mani robuste tentassero di estrarlo. Poi, a forza di scuotere qella benedetta prima bottiglia, il manufatto plastico partì come un proiettile ed passando dalla finestra aperta andò a colpire un passante sul marciapiede opposto che, benchè offeso fu convinto a non sporgere denuncia in nome dell'amicizia internazionale. Bollicine a fiumi quella notte, il nettare sublime era stato chiamato Monferrat, come recitava l'ambiziosa etichetta e pare che, specie nella versione alla banana, circoli ancora nella Russia liberata dalla tirannide.

lunedì 18 maggio 2009

Bollicine

Le quattro del pomeriggio di febbraio a Mosca, significano già notte fonda. Un buio un po' caliginoso, non tossico per i camini, chè il caldo viene totalmente distribuito in teleriscaldamento, ma per il cattivo carburante incombusto delle auto, attutito dalla luce giallastra e fioca dei lampioni ottocenteschi. Così tra radi fiocchi di neve, mentre discutevamo animatamente della fiera conclusa da poco, suonò alla nostra porta Victor. Aveva un cappottino liso che sembrava difenderlo poco dal vento gelato che tirava in Vortnikosky Periulok, ma non sembrava soffrirne mentre entrava, scrollandosi di dosso l'umidità e sbattendo gli scarponi inzaccherati dopo aver attraversato il cortile pieno di auto Zhigulì arrugginite. Ci guardò un po' di sbieco con uno sguardo interrogativo, ma era una falsa impressione data dagli occhi alquanto divergenti tra di loro. Si sedette dopo i saluti di rito e venne subito al dunque. Avendo avuto informazione da amici, che la nostra era una karoshaija firma, una buona azienda, leggesi affidabile in quel periodo, era stato incaricato di richiederci un' offerta per un grosso impianto. A quel tempo, per una azienda a Mosca, non era importante quale tipo di impianti facessi, bastava sapere che tu facevi impianti in generale. Anche se la dimessa figura che avevamo davanti non prometteva molto, ci predisponemmo ad ascoltarlo di buon grado, anche se la necessaria premessa "Dienghy iest", i soldi ci sono, che era stata immancabilmente pronunciata, data la sua ovvietà, non garantiva come sempre che poi ci fossero davvero. Veniva da Celijabinsk, una grande città siberiana al di là degli Urali. Partì subito con decisione. "La nostra azienda vuole un grosso impianto completo per fare lo Champagne" e come per aggiungere il carico da undici, proseguì : "24.000 bottiglie all'ora". La richiesta cadde nel silenzio, mentre valutavamo l'ennesima perdita di tempo, quindi, essendo l'unico che, in base alle esperienze pregresse e non solo per averlo bevuto, aveva un minimo di conoscenze enologiche, cercai di spiegare che produrre champagne non è una cosa semplicissima e che, come prima cosa, bisognava avere le uve a disposizione. Prima ancora che cercassi di spiegare le problematiche del remouillage e del degorgement, abbinate ai kilometri di cantine necessarie a quella produzione di circa 200 milioni di bottiglie all'anno, mi guardò con il tono commiserativo dell'esperto e per zittire subito le mie remore, estrasse un fogliettino dal taschino della giacchetta di pelle nera e, con la gravità che i russi usano quando vogliono dare ufficialità alle richieste, pronunciò la famosa frase: "No, è piuttosto semplice, un mio amico mi ha anche dato la ricetta". Allungammo il collo verso il centro del tavolo per ascoltare meglio e spiegato il foglio di quaderno emersero le seguenti indicazioni. "50% vino, 12% alcool, acqua q.b. (quanto basta), zucchero, aromi, perchè lo vogliamo anche alla frutta, alla banana, alla ciliegia, ecc. e anidride carbonica per le bollicine, perchè lo sapete che lo champagne deve avere le bollicine per essere buono, no? E noi vogliamo fare un prodotto di qualità." Mentre cercavo di riprendere fiato, aggiunse anche che per il vino non c'erano problemi, certo , negli Urali non c'erano vigne, ma lo avrebbero comprato a treni interi da certi amici in Crimea e ci schiacciò l'occhio, quello che guardava un po' più a sinistra, con fare complice. Pensando che la fermentazione in autoclave del peggiore Charmat richiede tra i trenta e quaranta giorni, gli chiesi a quanto avevano pensato per questa fase, per calcolare la capacità dei contenitori, data la ingente quantità di prodotto. Dodici ore, rispose con la noncuranza di chi sa le cose e cerca di farle entrare in zucca ai poco informati e calcando aggiunse: "Io sono l'enologo". Capimmo allora che si poteva fare. Nacque così, quasi per caso, condito di incredulità, il più grosso contratto della nostra azienda nelle gelide terre del nord. Una avventura densa di ulteriori aspetti esilaranti che magari racconterò in un'altra puntata e che ci fu di grande insegnamento. Il cliente, se paga, specialmente se paga in anticipo, ha sempre ragione.

domenica 17 maggio 2009

Cronache di Surakhis 14: ordine e sicurezza.

La notte scende di colpo su Surakhis. Un attimo di luce ciano nel cielo dopo che è spuntata la prima luna, poi qualche baluginio di indaco violaceo ed è subito buio. La temperatura scende rapidamente e la gente scompare in casa prima che cominci a flocculare dal cielo il metano. Paularius si preparava con calma, aveva ancora più di un'ora di tempo. La nuova divisa delle Ronde della Sacra Gilda della Separazione Fisiologica gli piaceva moltissimo, con gli alamari neri, gli antichi simboli sul braccio, la fondina per il manganello storditore. Gli aveva apportato una piccola modifica, illegale ma tollerata. Ogni colpo stordiva di certo, ma definitivamente. D'altra parte la sicurezza deve venire prima di tutto, solo quel coglioni di Morigeratores si perdevano nei dettagli. La legge non era abbastanza severa, questo lo dicevano tutti e le astronavi smandrappate dei traghettatori, passavano lo scudo temporale con facilità irrisoria. Andromeda era così vicina e si sospettava che il loro imperatore chiudesse un occhio sui campi di raduno in alcuni pianeti secondari, dove si ammassavano gli andromediani non atti alla schiavitù per tentare il salto. Si diceva che in cambio chiedesse un paio di figli per le cave di zunbo di cui la galassia era sempre affamata. Così, le astronavi stipate, ma in fondo, se allineavano bene i tentacoli, non ci si stava neanche scomodi e c'era aria a sufficienza se la traversata usava la curvatura regolare, prendevano il volo e nonostante i pirati di organi, che ne intercettavano parecchie e gli errori di rotta, almeno il dieci per cento riusciva ad arrivare. Ecco perchè ci si trovavano le strade piene di questi viscidi octopoidi puzzolenti buoni solo ad occupare spazio. Si aggregavano per loro naturale propensione nella zona della colossale centrale a merda che era sorta nei pressi della capitale. Certo la puzza era terrificante, ma per quel ciarpame l'aria era fin troppo pura. La maggioranza di questi lavorava illegalmente badando ai vecchi di Surakhis a cui la lunga esposizione all'atmosfera acida copriva spesso il corpo di piaghe, in quanto le secrezioni di quei viscidoidi le guarivano rapidamente. Naturalmente appena schiattati i vecchi, i nipoti si affrettavano a consegnare gli illegali alla forza pubblica che li eliminava rapidamente, ma anche questo era un costo a carico della società, anche se sembrava che non importasse a nessuno. Ecco perchè finalmente erano state autorizzate le Ronde dei privati cittadini. Un poveraccio non poteva andarsene in giro tranquillamente senza essere continuamente disgustato dalla puzza che emanavano questi individui. Ordine e sicurezza, ecco cosa chiede la gente. Paularius si aggiustò il cinturone e calzò con cura la maschera mentre gli amici suonavano alla porta. Usci quasi di corsa unendosi alla allegra brigata. Il dovere è dovere, ma se ci si diverte anche un po' che male c'è.

venerdì 15 maggio 2009

Al fin la premiazione

Oggi corre l'obbligo di por fine al concorso a premi intitolato Forteza Genovese. Ebbene, come giustamente indicato da Laura, il luogo si trova in Ukraina, più precisamente in Crimea, sulla costa del Mar Nero, tra Feodosia e Yalta nei pressi della cittadina di Sudak. E' anche vero che, come ha confessato Laura stessa, in tempi di internet non è difficle svelare l'arcano, ma mi sarebbe piaciuto che si arrivasse a tanto solo se, bruciate tutte le possibilità della conoscenza pregressa e tuttavia morbosamente interessati a giungere alla soluzione, si considerasse questa alternativa come l'ultima spes. Così è stato e non me ne dolgo, a riconferma dell'utilità e della bontà del mezzo per arrivare al fine. Ovviamente mi avrete scusato se ci ho messo alcuni giorni per esaminare tutte le risposte, valutare le sfumature delle varie proposizioni, prima di decidere il vincitore definititivo. Ebbene habemus papam finalmente e questi è la stessa già citata Laura che, pur essendo stata l'unica concorrente (devo ammettere un minimo di delusione) ha indicato con precisione la location in questione. E' una bella cinta di mura ben conservata a guardia della costa, eretta dalla Repubblica di Genova nel XII secolo a difesa dei mercanti e base commerciale, evidentemente allora assai frequentata, date le dimensioni. Di qui passarono certamente i fratelli Polo nel loro primo viaggio, come descritto nel Milione. Un avamposto di Europa in terra di barbari predoni (vero Ferox?) dove l'acume e l'arguzia italiana facevano quello che gli Italiani hanno sempre saputo ben fare, vendere a tutto il mondo le eccellenze prodotte dalla loro capacità ed intelligenza. Questo è sempre stato l'unico modo per allontanare la decadenza. Ricerca del nuovo, produzione di qualità, capacità di illustrare e vendere il proprio prodotto. Meditate gente, meditate. Ma bando alle ciance, si assegni quindi il premio virtuale mostrato dall'immagine a Laura che lo ha ben meritato, anche solo per la voglia di lasciare un commento (ho notato una certa pigrizia in tale senso tra i miei lettori; ragazzi non mi fate un dispiacere se lasciate qualche osservazione, arricchirebbe il dibattito). Non posso quindi assegnare secondo ed il terzo posto, che avrebbero avuto diritto ad una cucchiaiata di prodotto, per mancanza di concorrenti. A questo proposito, segnalo un problema a chi di dovere, nel mastellino di Nutella da 5 KG sunnominato. Quando si supera la metà del contenuto, diventa difficile pescare nel magma pastoso, non dico col dito o col tocco di pane, ma anche con il cucchiaino, rendendo necessario ad una più agevole pescaggio, quanto meno un cucchiaione dal manico allungato (da affogato per intenderci) o quanto meno un lungo grissino (ma di dura consistenza al fine di evitare una sgradevole rottura con conseguente abbandono nelle sabbie mobili odorose, indicherei il rubatà di Chieri come idoneo alla bisogna), pena l'imbrattamento della mano lungo le pareti laterali, che necessiterà quindi per essere forbita di un complesso anche se non sgradito lambimento circonferenziale. Mah, son problemi, comunque io li pongo, ai tecnici il cercare la soluzione. Potrei suggerire di allegare alla confezione un attrezzino apposito dal lungo manico ricurvo, ricavabile col tappo in fase di stampaggio? Che ne dice Davide il mago dello stampo?

giovedì 14 maggio 2009

Ancora in Terrasanta

Il Papa in Israele. Le morbose attese per le sue dichiarazioni. Ogni parola esaminata e sezionata con cura per trarne vantaggio alla propria parte. Così il rabbino capo è innervosito dal fatto che non è stata sufficientemente ricordato il nazismo, e l'autorità palestinese che non sia stato riconfermato il diritto dei profughi dei campi al ritorno sulle loro terre. I cristiani sono a loro volta delusi per l'insufficiente difesa di una appropriazione paritaria di Gerusalemme e dei luoghi santi. Attraverso questa stretta porticina che avrete visto nei vari telegiornali (per chi ancora li guarda), il Papa è entrato in quella che si identifica con la grotta di Betlemme. Come si vede è stata rimpicciolita ad arte e ci si entra solo chinandosi, per impedire che le orde turche entrassero nel luogo a cavallo in segno di estremo dispregio. E' questo il modo classico degli atteggiamenti interreligiosi. E' proprio dell'ontologia fideistica manifestare sprezzo o quanto meno fastidio per l'altro, atteggiamento che sta alla base di tutte le violenze provocate e santificate dalle religioni. Ecco il senso di insofferenza e di antipatia o quantomeno il motteggiare derisorio che esprimono persone apparentemente sensibili, nel vedere una donna velata o al sentire il richiamo del muezzin, al ciondolare simmetrico degli ultraortodossi al Muro, alle barbe o ai turbanti Sigh, quasi che fossero diverse espressioni dagli ossessivi segni di croce o dal mangiare ostie. Ecco perchè è così difficile che su questa terra cali la pace tra la gente che a solo questo ambirebbe. Ecco perchè, come non bastasse il fuoco che cova all'interno, dall'esterno tutti soffiano forte non appena i tizzoni sembrano rischiare di spegnersi, anche se le dichiarazioni ufficiali sono di segno opposto. Se non è sufficiente l'estremismo proprio di ogni religione, aiuteranno le mille divisioni interne tra le medesime in lotta tra loro più ancora che con le altre, per affermare una supremazia che significa potere e incremento dell'influenza sulle coscienze. Così la sottolineano e la incrementano i giornalisti, che partono gonfi di preconcetto e vedono quello che già sono predisposi a vedere, sottolineando quello che già avevano deciso di dire prima della partenza, come il vedere i cristiani di Terrasanta stretti ed oppressi in maniera paritaria da Ebrei e da Musulmani. Come dice Padre Rael di Taybéh, vengono, guardano e non capiscono niente di questa realtà. Qui Musulmani e Cristiani convivono senza problemi da quasi 1400 anni. Questi luoghi sono stati periodicamente e alternativamente devastati da gente che arrivava da fuori per liberare (leggi appropriarsi) popolazioni che non sentivano nessun bisogno di essere liberate. Oppure chi decide che questa tera è sua perchè glielo ha detto la sua divinità e tutti gli altri devono scomparire, levarsi dai piedi, non disturbare con la loro indesiderata presenza. I villaggi stanno l'uno a fianco all'altro ed i ragazzi dell'Islam vanno nelle scuole cristiane senza attriti; si gioca al pallone assieme e si litiga solo perchè l'arbitro non ha dato il rigore. I problemi li portano quelli che arrivano da fuori, che vogliono stabilire delle regole per ricordare a tutti le differenze (buone le proprie, cattive quelle altrui) e soprattutto chi comanda.

mercoledì 13 maggio 2009

Yuán

Se non ricordo male, l'ideogramma Yuán, è l'unità di misura del denaro, l'altro nome del RenMinBin per intenderci, e siccome mi pare che significhi anche anello, cerchio, oso spiegare, ma è una mia interpretazione, che vorrei confermata da qualche fine conoscitore della lingua come Ferox, che questo bisenso sia dovuto al fatto che esistevano un tempo monete circolari con un buco un mezzo per tenerle infilate ad una cordicella, appunto fatte ad anello. Inoltre azzarderei che la grafia del carattere richiami un'altra forma tipica delle monete antiche, in cui venivano coniati i pezzi d'argento. Ma non voglio spingere troppo in là le mie elucubrazioni di semantica sinoetimologica, quanto sottolineare la radicale importanza del denaro e della ricchezza per il cinese tipo. Questa prevalenza, condiziona comportamenti ed etica in generale e cambia anche, come logico, data la distanza tra le culture, anche i comportamenti commerciali. Ricevo infatti da Stefano, che è un esperto del ramo, il seguente decalogo per il mercante che va in Cina.

Ten Golden Rules of China

1.Everything is possible in China.
2.Nothing is easy.
3.Patience is key to success.
4.The answer ‘yes’ is not necessarily an indication of agreement or confirmation.
5.‘You don’t understand China’ means disagreement.
6.‘Provisional regulations’ mean the rules can change at any time – even retroactively.
7.‘Basically no problem’ means a BIG problem.
8.Signing a contract means the beginning of the real negotiation.
9.When you are optimistic, think about rule No. 2.
10.When you are pessimistic, think about rule No. 1.

Mi riconosco perfettamente in questa disamina, che vale per tutti i contratti. In particolare ricordo bene quello che fu uno degli affari più grossi che chiudemmo alla fine degli anni 90 dopo aver pazientato per mesi attorno alle specifiche tecniche come contro un muro di gomma. Ogni volta tutto era OK, e al successivo incontro si ricominciava daccapo. Alle nostre rimostranze, ci veniva sempre ricordato che non conoscevamo abbastanza la Cina ed il suo modo di pensare. Si passavano pomeriggi a discutere di nulla bevendo litri di thè, facendo domande a cui nessuno dava risposte, poi di colpo, si cambiava discorso e si riprendeva un punto che pareva ormai acclarato ed accettato. Ogni volta che tutti i problemi sembravano risolti, spuntava un nuovo ed insormontabile scoglio, messo lì quasi con distrazione.Quando tutto sembrava definitivamente arenarsi in infinite sabbie mobili, veniamo convocati in albergo a Milano per l'ennesima disputa tecnica. Cediamo ancora per sfinimento su alcuni punti secondari, poi, improvvisamente il negoziatore dice che dobbiamo andare su in camera. Lo seguiamo, ormai preparati ad una ulteriore richiesta ed invece troviamo, seduto sul bordo del letto disfatto il Presidente in persona, ciabattato e scatarrante (pare fosse uno dei tipi più ricchi della Cina) a cui la factotum personale in tubino bianco con prorompenti spacchi laterali e viso indecifrabile, fa firmare velocemente le pagine del contratto e ci rimanda a casa attoniti. Naturalmente da quel momento in poi cominciò l'applicazione della Rule No.8.


martedì 12 maggio 2009

O Roma o morte!


Il binario infinito, metafora della mente, mi ha riportato a casa. In un attimo, cosa è il tempo per il rincorrersi contorto del pensiero, il cerchio si è chiuso ed il ritorno tra le mura domestiche mi è apparso così rapido da far mettere in dubbio il fatto che la nostra primavera romana sia avvenuta davvero e che non sia stato soltanto un sogno delicato, l'espressione di un desiderio, una fantasima di ricordi letterari, una galleria di immagini virtuali. Invece no. Scacciate le tensioni di una alluvione scampata, questa breve vacanza capitolina è caduta come un delicato antipasto a futuri e succosi incontri. In una bella e chiara primavera, passeggiare sul lungotevere ed inoltrarsi nel cuore della Roma più nota, travolti dalla disputa tra Bernini e Borromini, poi in luoghi più silenziosi, quasi appartati e poi ancora uno sguardo fugace, di chiesa in chiesa a quella più importante, più totalizzante. E la calma domenica di Trastevere, dove invidiare gli abitanti nascosti dietro le piccole finestre, per allontanarsi dalla città fino ai castelli, all'Abbazia di San Nilo, a noi ignota e pur così piacevole. Tutto bello certamente, ma solo e soltanto sterile giro turistico sarebbe stato, se alla base della costruzione non ci fosse stato il nostro ormai consueto piacere di ritrovarci tra amici e compagni usciti di nuovo alla luce da un passato lontano che ci aveva visti vicini sui banchi di scuola ed ora felici come ragazzini di ritrovarci insieme, in molti e inseguiti dal rammarico di chi avrebbe voluto essere con noi a richiamare il ricordo del professor Angelino o del preside Mulas, del 7 in condotta, marchio dell'infamia che aveva colpito alcuno e penalizzato altri con maggiori pene, i pensi infiniti che ancora adesso sappiamo recitare a memoria. Che bello, dopo 45 anni stare a casa di Peppino a goderci un aperitivo e passeggiare con Claudio. Certo non di solo spirito vive l'uomo, anche di cultura, cultura gastronomica intendo. Ecco allora che gli amici ci hanno preparato un incontro particolare con la gioia di vivere della romanità, che con religioso desiderio di capire, di comprendere nelle sfumature più nascoste, abbiamo indagato con attenzione dedicata. Così abbiamo dapprima esplorato una serie di fiori di zucchina in pastella, frittatine e bruschette calde, seguite subito senza interruzione di continuità, da fagioli con le cotiche (di grande intensità), trippa al verde e coratelle in umido. Non poteva mancare un approccio seppur solo sfiorato con la tradizionalità dei primi piatti, così abbiamo incontrato, in un breve ma significativo avvicinamento i maltagliati con fave ed asparagi al guanciale croccante e gli spaghetti all'amatriciana. Infine il gioco si è fatto duro, ma resi forti dall'esperienza e dalla determinazione, abbiamo affrontato con decisione il sapido, ma di morbidezza difficile da definire, guanciale al vino e la gloria di uno strepitoso abbacchio al sentor di limone che ci ha definitivamente conquistato. Il dolceamaro del ramolaccio selvatico e le piccole ma sincere e croccanti patatine al rosmarino, hanno chiosato il concerto degli strumenti di accompagnamento col sottofondo di un casalingo vino dei castelli, colorito ad oltranza da una corposa presenza polifenolica, oltre che non troppo moderatamente alcoolico. Non potevamo finire che con un tiramisù angelico, che tutti hanno mangiato, nonostante dinieghi e dichiarazioni ferme di impossibilità a poter ingurgitare altro che non fosse un ostia sacra. E qualcuno ha fatto anche il bis. Adesso non ci resta che meditare sull'esperienza in tutti i suoi aspetti. Grazie amici romani.

venerdì 8 maggio 2009

Un treno nella notte.

Saranno anni che non prendo un treno. Un mezzo così evocativo e possente. Dal primo che mi ricordo, quando avevo cinque anni e i miei mi portarono a vedere il Carnevale a Viareggio, di cui non mi è rimasto assolutamente nulla, se non il viaggio in cui vomitai anche l'anima; ero uno dei pochi bambini che vomitava anche in treno. E pensare ch era la prima volta che vedevo il mare. Buio assoluto, solo nausea e odor di treno che mi perseguitò per anni fino all'università, con le continue andate e ritorno da Torino, in cui a poco a poco mi riconciliai col mostro che lentamente diventava più affettuoso e domestico, quasi romantico, come diceva il mio amico kendoka e macchinista, mostrando l'orgoglio futurista del locomotore lanciato a fari accesi nella notte sul binario infinito. Massa boccioniana in movimento inarrestabile e travolgente. Ma il conclusivo e coinvolto fascino del treno, l'ho subito definitivamente attraversando le sconfinate pianure sarmatiche, dove il tempo e lo spazio non si misurano. Cento anni non è un tempo, cento kilometri non è distanza laggiù e quante stazioni a Mosca con i grandi treni in attesa lungo le grandi banchine. Perchè questa senzazione di tutto così grande, sarà per lo scartamento maggiore; già, il famoso cambio degli assi con le ruote a Chop, il confine dei due mondi ferroviari. Come ce lo immaginavamo in ufficio il valico di Chop, questo nodo vitale dove nessuno era mai stato, popolato nel nostro immaginario da migliaia di vagoni in attesa di attraversare la cortina, emigranti muti, rigonfi di merci, di ghiotte casse di buon legno che una volta svuotate del loro contenuto tecnologico, sarebbero state litigate dai vari riceventi per costruirsi la dacia campagnola. Poi da Mosca, il mitico vagon coupè, dove farsi il nido per trascorrere il tempo infinito che mancava agli Urali, mentre scorreva il deserto bianco della pianura senza confine visivo. I meno 20° esterni coi + 35° interni, i finestrini bloccati e l'odore di treno russo, dolciastro di notte trascorsa in tuta, misto di calore, sudore, pesce secco, thé caldo nei bicchieri di vetro dentro il portabicchiere col manico di finto argento portato dalla dejiurnajia, una per vagone, grassa e vecchia, con gli occhi tristi a chiedere indisky ily kitaisky chay? Il tavolinetto con una tovaglietta, le tendine marezzate che sembravano quelle di un' isba di campagna mentre le foreste di betulla scorrevano veloci. La sosta di mezz'ora quando si arrivava in una città, con l'improvviso popolarsi di venditori abusivi che invadevano i corridoi con cibarie improbabili, pesci secchi, kolbasà rossi, samagon in bottiglie di vodka riciclate, smietana golosa e poi man mano che crollava lo stato, i piccoli segni dell' agognato liberalismo, ingenui giornaletti porno, barrette di Mars e Snickers, chewing gum e la valanga di vestiario cinese che colossali matrioske strette in maglie di angora pelose a coprire strizzandole, imponenti rotondità, andavano a procurarsi in grandi sacchi al confine con la Mongolia e a poco a poco smerciavano lungo la Transiberiana, arrivando a Mosca con i teli vuoti. Contatti umani in tuta lungo i corridoi nella notte nera, scandita dal movimento costante ed ondulatorio fino all'ultimo minuto, per andare a prepararsi per l'arrivo, che come in tutti i luoghi in cui c'era stato un Lui, avveniva in orario spaccato. Che pace, giocare a scacchi con Eugenio, o chiacchierare con la controllora che non riusciva a tenere la stoppa dei capelli sotto la visiera del cappello, riponendo la pinza obliteratrice negli informi pantalonacci della divisa, mentre ci chiamava Italjianzy, lasciando la parola in sospeso, con occhio sognante e ci raccontava di un suo fidanzato di Rimini, ormai perduto per sempre. Lara, oh Lara, che ti allontanavi nella notte, con la ciocca un tempo bionda, ciondolando il culone informe e nostalgico lungo il corridoio puzzolente. Adesso vado a prepararmi perchè tra un'ora vado, dopo molti anni, a prendere un altro treno, per arrivare alla capitale. Non vomito più adesso, sono cresciuto, la nausea mi prende per altri motivi, in casa, davanti al telegiornale. Avanti, o Roma, o morte.

giovedì 7 maggio 2009

Alla Forteza in Pobieda

Stavo sisteman-do qualcuna tra le oltre 20.000 vecchie diapositive stipate nello sgabuzzino (ma riuscirò mai a risolvere questo recupero?), quando mi salta all'occhio questa, così mi è venuto in mente un altro concorso a premi. Nel senso che mi è rimasto ancora (quasi) mezzo barattolo di Nutella, circa 2 kg, come sempre virtuale, da mettere in palio. Dove è stata scattata questa foto? Per aiutarvi vi dico che il paese si chiama Forteza genovese (sic). Il vincitore sarà premiato al mio ritorno dalla capitale, dove sono chamato per affari urgenti, di cui vi relazionerò la prossima settimana. Naturalmente non basta la nazione, ma ci vuole la localizzazione esatta e sono esclusi dal concorso i residenti in zona e chi conosce il personaggio di cui vi farò cenno. Valentino appunto. Era stato, se pur ancor giovane, colonnello dell'esercito, ma gli eventi politici avevano pressocchè dissolto questa istituzione e come tanti era stato messo in onorata pensione. Poteva essere una soluzione serena, per godersi una onorevole vecchiaia, ma era subito subentrato un piccolo problema, infatti a causa di imprevedibili stravolgimenti economici, la sua pensione equivaleva a 20 dollari al mese. Anche la moglie ex-bibliotecaria, godeva di pensione, un po' più bassa ovviamente, circa 10 dollari al mese e quindi anche sommandole, c'erano diverse difficoltà di sopravvivenza, stante che al mercato, a quel tempo, un pollo andava via a 5 dollari contanti. Il paese, che come tutti quelli che seguono facili derive populiste, aveva scelto la strada della separazione, tra le ovazioni degli sciocchi convinti a gridare in piazza "Libertà, libertà", stava sprofondando nella miseria più cupa ed il nostro Valentino, tolte le medaglie dal petto si propose a noi come procacciatore di affari. Giravo con lui per fabbriche e kombinat fatiscenti, che si sfasciavano sotto la morsa della ruggine. Strutture vecchie di decenni che tentavano di produrre decimali del vecchio splendore, di produzioni già all'inizio indecenti qualitativamente. Allevamenti di polli semiabbandonati e latterie sociali senza più latte, tutte alla ricerca di nuovi macchinari per riuscire ad uscire dalla crisi, sempre senza un dollaro vero da spendere. Giravamo inutilmente sul territorio con la sua Pobieda, un colossale macchinone degli anni quaranta, una brutta copia di una Packard anteguerra, che a suo dire marciava con qualunque carburante, dagli alcool distillati dalle bucce di patate o altri liquidi improbabili, urina, a suo dire, compresa. Un pezzo raro. Cercava inutilmente di venderla però, per raggranellare un po' di soldi a qualche ricco collezionista europeo, come sognava lui. Rideva di gusto Valentino, con ingenuità, quando partivamo dalla sua Feodosia su strade tutte buchi, per arrivare ad un allevamento di maiali che aveva soldi, questo era certo, e che voleva comprare macchine per fare salami su scala industriale. Aveva lo sguardo più triste, quando la sera ce ne tornavamo con le pive nel sacco ed in tasca l'ennesima proposta di una joint venture norcinesca. Per questo, una domenica mi portò fino a Forteza genovese, a guardare il mare dall'alto, con la testa lievemente piegata , pensando ad un passato appena trascorso, diverso. Rimase poco con noi, senza aver concluso alcun contratto; troppo difficile passare dall'esercito alla bottega.

mercoledì 6 maggio 2009

Oro

Guardavo con attenzione questa foto inviatami da Diego, e in un lampo mi sono rivisto attorno a quel tavolo dalle parti di Taskent o giù di lì. La signora era tosta e serissima. La trattativa andava avanti da settimane e quell'incontro che avevo sperato fosse conclusivo, si stava arenando nelle panie dei dettagli. L'offerta dell'impianto era dettagliatissima, ma lei continuava ad esaminare con cura gli schemi ed i layout con la disposizione delle presse. Poi, quando sembrava conclusa la parte tecnica, ricominciava la estenuante battaglia dei prezzi. Gianni, maestro di trattativa, spalmava grasso virtuale sotto le ruote del contratto per farlo lentamente scivolare verso il porto sicuro della firma, ma come sempre tutto si rivelava più duro del previsto. La madama era una roccia, continuava a fare emergere dubbi, quando vedeva la nostra irremovibilità sulla cifra totale, ritornava sulla parte tecnica, chiedendo più uomini per l'avviamento. Verso le sei eravamo stremati; mentre fuori calava il rosso e polveroso tramonto uzbeko, la presidente, con gli occhi che erano ormai fessure tagliate nel cuoio, manteneva le pieghe della bocca girate verso il basso. Poi la svolta, il ricordo di Venezia, richiamato nel momento giusto da Gianni accompagnato da un congruo arricchimento della lista ricambi, ebbe ragione del carapace inattaccabile e la mano, fece scivolare la penna lentamente ma inesorabilmente verso la sigla del corposo fascicolo. Girata finalmente, l'ultima pagina della terza copia, con l'apposizione (conditio sine qua non) del famigerato timbro rosso rotondo, avvenne il miracolo. L'imperatrice baffuta sciolse la rigidità, le pieghe della bocca si girarono magicamente verso l'alto e le labbra si aprirono come il coperchio di uno scrigno fatato mostrando una splendida, completa, sfavillante ed orgogliosa chiosa di 32 o più zanne completamente ricoperte d'oro massiccio, che arricchivano la risata cristallina in modo solido e concreto. Oro, ricchezza esibita con orgoglio, eterna fonte di potere, distinzione dal volgo e solido investimento al riparo da derivati e subprimes. Un forte abbraccio, in cui sentii con un misto di timore e rispetto, le fauci digrignate e pericolosamente vicino al mio orecchio e poi gran finale al ristorante, dove la vodka contribuì solidamente a farci partecipare ai balli tradizionali di gruppo. L'oro baluginò a lungo per tutta la lunga serata di festa.

martedì 5 maggio 2009

La gavetta delle Indie

Siccome sono al corrente che le migliaia (o sono decine di migliaia?) di lettori di questo blog sono in parte anche grandi viaggiatori, voglio fare assolutamente una marchetta di cui chi avrà la ventura di usufruire, mi ringrazierà pubblicamente. Si tratta tanto per cambiare di un ristorante (guardate che ho consigliato anche musei, quindi bando alle solite battute). Non è proprio dietro l'angolo, ma per chi avrà l'occasione di passare da Katmandu (Nepal) non perda l'occasione. Generalmente, il problema di questi posti è che i neofiti vogliono provare il colore locale e finiscono per passare gran parte della vacanza seduti sulla tazza, ma, attenzione, da queste parti, ci sono difficoltà anche a trovarla. L'altro problema è che se vuoi sfamarti in maniera decente, vieni giustamente spennato in quanto turista. Ecco allora la soluzione a Katmandu:
Ristorante Mammamia, gestito da un'amica italiana, pulitissimo, (verdura , cibi non cotti e uova vengono lavati e disinfettati, cosa non secondaria per non rovinarsi la vacanza). Sembra un ristorante di lusso, ma qui c'è la sorpresa, ha prezzi molto economici. Servono piatti di cucina italiana oppure indiana a scelta, questi ultimi ancora più economici, per fare un esempio ottime lasagne abbondantissime a 270 rupie (2,7 euro). Tanto per fare il Raspelli, antipasti con panzarotti e bruschette, pasta al forno anche vegetariana per chi ricerca il suo karma, ravioli ai funghi o spinaci o panir, tagliatelle e uno strepitoso cacciucco di ceci! Poi pollo al prosciutto o in salsa vellutata di spinaci. Dolci e pane fatto in casa in forno a legna (il migliore di Ktm), e per chi non ne sa fare a meno anche pizza. Solo ingredienti freschissimi e di ottima qualità, incluso olio d'oliva e non porcheria rifritta cento volte. Un angolo di cucina amica con sentori esotici. Se ci andate salutatemi la Niki, una simpaticissima italiana che ce la mette proprio tutta per fare funzionare questa questa avventura. Se non ci andate, ditelo ai vostri amici!
Mammamia
Tridevi Marg, all'inizio del quartiere turistico di Thamel
Telefono: 21 91 729
Mail : nikitesoroni@yahoo.it

lunedì 4 maggio 2009

Febbre suina

Non poteva essere diversamente; come un vento rapido e sconvolgente, il contagio si diffonde a macchia d'olio ed in modo irreparabile in tutto il mondo. E' questione di ore, di qualche giorno e ogni angolo del pianeta ne è stato colpito. Né noi potevamo rimanere immuni. La febbre del suino ci ha colpito tra i monti, dove, sciocchi, pensavamo di rifugiarci in attesa che il contagio passasse e ci lasciasse indenni. Una sorta di spazio asettico dove svolgere il nostro annuale Decameron montano, dove dipanare il nostro piacevole novellare cortese, dandoci il buon tempo della lunga amicizia. Ma il virus malefico si è insinuato per vie non prevedibili, attraverso quello che doveva essere il nostro baluardo di difesa primario ed in particolare, il tragico e definitivo passaggio è avvenuto non già dal previsto porcello, ma da chi da esso doveva primariamente difenderci, sia per le conoscenze specifiche, sia per la fiducia che in essi avevamo riposti. Così attraverso questa perfida mediazione dell'avvocato, che doveva rappresentare la nostra guida legale al virus e tramite il veterinario, che era per noi il controllo ultimo al male, è giunto a noi il materiale che ci ha travolto definitivamente sottoforma di capocollo e luganega valtellinese. Nel luogo ameno prescelto per il sabba, sono state trasportate quantità acconce dei suddetti materiali che già nella tarda mattinata facevano mostra di sè, in ranghi serrati, su una poderosa griglia, accompagnati, per non rimaner soli, da folte rappresentanze di wurstel tedeschi. Il solo sfrigolio, lento e costante sarebbe stato sufficiente a contagiare senza rimedio tutta la compagnia del morbo fatale, ma è stato il capocollo a fungere da icona epifanica attraverso il quale il virus si è definitivamente incistato dentro ognuno di noi. Solo chi ha assaporato la gustosità sapida e la inaudita morbidezza del pezzo in questione, cotto al punto giusto e strappando con le mani le tenere rotondità dei fasci muscolari marezzati di dolce grasso quasi sciolto dal calore della pietra rovente, dopo aver scartato con disdoro l'offensiva lama di un arrogante coltello, può capire le tragiche conseguenze. Chi viene colpito dal virus suino, non ha speranze di guarigione, checchè ne raccontino i media per non aumentare il panico tra la popolazione. Ormai il male oscuro del capocollo ci ha presi tutti e a poco sono valse le cure immediate, bottiglie di Aglianico del Vulture e Cannonau come se piovesse, il liquorino di erba cedrina di Franca, le verdure grigliate di Carla per rallentare il male; i tripudi di dolciumi, incluso il tradizionale salame dolce di Tiziana, per rendere meno invasivo il virus. Anzi a rafforzarlo ulteriormente contribuivano le coppe ed i salami di Beppe e le braciole di Giulio. Ci siamo lasciati andare allora, senza più combattere, arrendendoci alla malattia, lasciandoci scivolare in quel limbo privo di sogni, popolato di fantasmi di capocolli e salcicce che è il pomeriggio successivo alla grigliata del primo maggio.

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