mercoledì 30 giugno 2010

Quarta giornata: I misteri del Beaujolais.


E siamo giunti anche all’ultima giornata di questo intenso viaggio di studio dell’Associazione Museo dell’Agricoltura del Piemonte. Studiare è faticoso, ma spesso piacevole, così per questo quarto giorno l’organizzazione puntuale della Italian Wine Travel ha predisposto una total immersion nei misteri del Beaujolais. Ancora una volta debbo ripetermi, ma mai come in questo caso si vede l’esemplificazione di come sia possibile che un territorio punti le sua carte su un punto di forza e di qualità, facendone traino per tutto un sistema.

Il Beaujolais non è un vino di altissima qualità come può esserlo il Borgogna o il Brunello o il Barolo, eppure è probabilmente il vino più conosciuto del mondo. C’è stato un periodo in cui il vino non andava, i prezzi scendevano, sembrava compromessa tutta la filiera che ruotava attorno a questo prodotto. Ebbene cosa hanno fatto i nostri bravi vignerons, si sono messi a piangere? Hanno invocato aiuti dallo stato per spiantare i vigneti salvo poi chiederne altri per reimpiantarli?

No, hanno pensato e si sono inventati il Beaujolais nouveau, attraverso una innovativa tecnica di lavorazione che ha rinnovato il prodotto, ma poi hanno saputo battere la grancassa a non finire a adesso dopo tanti anni, l’appuntamento alla mezzanotte del terzo mercoledì di novembre è atteso con ansia spasmodica in tutto il mondo. Attraverso feste, manifestazioni, eventi, sfilate di confraternite partono i camion carichi verso le destinazioni di tutto il mondo al grido magico di: -Le beaujolais nouveau est arrivé- Questa attesa creata ad arte per i dieci cru di questo vino valido, ma non straordinario, è riuscita a far conoscere in tutto il mondo un prodotto dell’intelligente marketing transalpino.

Basta visitare lo strepitoso museo del vino dell’Oenoparc Hameau Duboeuf, creato con mezzi moderni ed accattivanti nella vecchia stazione di Ronamèche Thorins che termina con una degustazione di qualche cru di questo vino piacevole e beverino nella grande sala degli organi meccanici dalle pareti rivestite di antichi manifesti, per rimanere attoniti e passare entusiasticamente alla sala vendita. E se non vi basta ancora, sostate come noi, alla Maison du Beaujolais a Belleville sur Saône per un pranzo d’addio dove gustare, assieme alla consueta salade con crostino al caprino tostato, prima del gran finale (sorbetto al cassis con marc de Beaujolais), uno strepitoso jambon au miel dalle suggestioni delicatissime.

Un Beaujolais village fresco e fruttato lo ha accompagnato nel più degno dei modi, lenendo così la tristezza del ritorno al pullman carico di bottiglie sulla strada di casa (per me una limitissima fornitura dei cru: Saint-Amour e Moulin à vent, necesse est). Bisogna saperci fare ragazzi. Stamattina ho visto del Chianti Gallo nero a 5 euro al supermercato, mentre il cru più scalcagnato di Borgogna non lo trovi a meno di 12 sul posto, potenza della comunicazione. Meditate e intanto, mentre approntate le bocche a cul di gallina per l’assaggio con gli occhi rivolti verso il cielo, date un’occhiata al bell’articolo sulle prove di giudizio alla cieca dei vini dal sempre ottimo Bressanini, da cui mutuo il sottostante video che non può essere meno calzante.





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martedì 29 giugno 2010

Terza giornata: Gran bollito.


Questo terzo giorno di vagabondaggio nella terra di Borgogna testimonia vieppiù, se ancora ce ne fosse bisogno, le capacità organizzative della Italian Wine Travel dell'amico Fassino nel preparare questi viaggi tematici (date un'occhiata al sito se vi interessano queste cose, non sarete delusi). Qui sta il centro produttivo della Charolaise, la razza bovina da carne più conosciuta della Francia. Dolci colline verdi ricoperte di pascoli, popolati senza affollamento da bianchi animali dalle forme rotonde ed aggraziate.

Niente mammelle mostruose alla Frisona o deformità indotte, solo magnifiche vacche e vitelli liberi e stabulanti su un territorio definito solo dai grandi spazi. Pare di vedere scorci di Millet e di Fragonard; radure solitarie, ruscelli canterini, siepi infinite a separare porzioni di pascolo di smeraldo, tra alberi fronzuti ai limitari di più fitte foreste di querce centenarie. Di nuovo possiamo assistere alla capacità commerciale e comunicativa di un paese, unito quando si tratta di promuovere qualcosa a beneficio di un sistema. Questa razza, infatti, non ha in effetti caratteristiche di eccellenza assoluta.

Le sue carni sono di certo più fibrose della Chianina e la sua resa in carne, assolutamente inferiori ala nostra Piemontese, ma qui tutto è organizzato per spiegarti che tutto questo è il meglio che tu possa avere al mondo se lo sai sfruttare nel modo giusto. Questa volontà e capacità di valorizzare quello che si ha a disposizione, illustrandone al meglio gli aspetti positivi e minimizzando i punti di debolezza, sono, a mio parere, la cosa più ammirevole e istruttiva di questo paese. Eccoci quindi alla Maison du Charolais , spazio dedicato alla promozione di questa razza. Museo in cui ne sono presentati i pregi, ristorante dove assaggiarne le preparazioni, presentazione dei tagli e le migliori ricette per sfruttarli al meglio, una modernissima cucina in cui ogni giorno scolaresche di bambini vengono addestrati a diventare assidui consumatori e a cui vengono fatte apprezzare il gusto ed il modo corretto di mangiarne.

Loro stessi durante la lezione preparano hamburger e verdure che al termine della mattinata mangeranno. Costruirsi i consumatori di domani, pare essere l'intelligente modus operandi dell'associazione. E guarda un po', la visita termina con una degustazione di carne, con relativa lezione sui modi per apprezzarne sapore, tenerezza, profumo e qualità. Sembra che anche i nostri siano venuti a vedere, per riprodurre qualcosa di simile da noi. Bisogna avere il coraggio di andare a guardare cosa di buono fanno gli altri e copiarlo, se valido, con umiltà cinese, perchè copiare le cose ben fatte significa soprattutto imparare. L' assaggio va bene, ma qui bisogna provare il materiale nella sua veste migliore. Quindi non perdetevi questo indirizzo: Ferme Auberge de Lavaux a Chatenay dove, entrati nella stupenda corte fiorita di questa antica fattoria (potrete anche vedere, a pancia piena la vicina Maison des vieux metiers) accederete alla grande e antica sala dove gustare uno strepitoso Pot au feu, un bollito generoso di carne Charolaise, dai grandi pezzi ricchi di connettivo, in cui affondare i denti per gustare fino in fondo una saporosità ricca e morbida al tempo stesso.

Il brodo spesso e scuro che lascerete sul fondo, vi farà lacrimare al pensiero di non poterlo utilizzare domani per un risotto dai profumi estivi. Un plateau di magnifici piccoli e stagionati chevre, deliziosamente ricoperti di grigia testimonianza di un lungo affinamento, precederanno una tarte aux fruit de saison che vi saprà intenerire. Prenotate una camera qui, non sarà una esperienza banale. E se ancora non vi basta tenete conto che siete a due passi da Cluny e la storia e da Taizé e la spiritualità. Ce n'è per poter meditare a lungo, altro che mondiali (come mai i francesi allargavano le braccia al nostro passaggio, come dire siamo nella stessa barca, sfondata?).

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Polli ruspanti.

Chablis e Romanée-Conti.

Aggiornarsi.

lunedì 28 giugno 2010

Seconda giornata: Tra Chablis e Romanée-Conti.


Questo secondo giorno è intereramente dedicato al Bourgogne, la nobiltà massima del vino francese e quindi del mondo. In questa terra, su queste colline maturano le uve su cui i monaci cluniacensi hanno fondato la moderna enologia. Qui il Pinot noir e lo Chardonnay (con una piccola percentuale di Aligoté, l'unico vitigno del territorio che non è diventato patrimonio mondiale) danno vita, grazie a terreni unici e particolari, uniti a microclimi diversi e favorevoli, ad una gran varietà di cru capaci di sopportare invecchiamenti prolungati, tra i più famosi del mondo. Ma la natura non basta, per fare le cose ci vuole capacità, tecnica naturalmente, ché senza valore intrinseco dopo un po' tutti riconoscono la fuffa, ma anche e soprattutto organizzativa e di comunicazione. Basta passeggiare nel piccolo centro racchiuso da antiche mura di Beaune, una cittadina di rara piacevolezza, passeggiando tra l'Hotel Dieu e la cave des Cordeliers, dove tutto richiama al vino, dove ogni forma e colore, dove ogni negozio, fosse anche la farmacia, ricorda le qualità superiori del prodotto locale, per capire che se si riesce a comunicare che in un posto c'è qualcosa che val la pena di vedere, di sentire, di assaggiare, la gente viene, spende, compra e fa prosperare una economia.

Dovunque trovi riferimenti al vino ed alla sua esclusività, così puoi arrivare a creare un mercato per gli Chablis e gli Chambertin. Bisogna capire che questo è l'unico modo per riuscire a far pagare una bottiglia di Romanée-Conti, 3.600 euro, ma ottenibile solo se acquistata, prenotando a tempo debito, con altre undici di qualità inferiore (pacchetto completo 8000 euro) e ringraziando per la concessione che ti viene fatta. Basta andare al Clos Vougeot, sede della Confrérie des Chevaliers du Tastevin, circondato da vigneti mirabili, pettinati come le chiome di una dea, perdersi nelle sue storie di monaci che hanno studiato tutti i segreti dell'enologia, guardare i torchi colossali, per essere trascinati inconsapevolmente in questa ordalia tutta tesa a dimostrare che quello è il punto top del mondo in questo settore. E dunque schiere di europei ed americani prima, seguiti da giapponesi, fino ad arrivare ai russi carichi di ricchezza mal guadagnata e domani da eserciti di cinesi, tutti con l'occhio sgranato per capire, per imparare per apprezzare. E' vera gloria? Di certo c'è la sostanza che permette unendo materiale di qualità a grande tecnica, di ottenere un prodotto di livello superiore, ma è anche certo che solo una grandissima capacità di comunicazione e di marketing permette di poter arrivare ad una valorizzazione così spinta e redditizia.

Dovunque avrete la possibilità di fare assaggi in cui riconoscerete questa qualità, ma se vorrete paragonarla ad una pari qualità di prodotti italiani, vi accorgerete che in media il prezzo che il vigneron francese ottiene dalle sue bottiglie è quasi doppio rispetto alla nostra produzione (sparandola alla grossa). Tutto merito della capacità di fare sistema, di valorizzare la filiera in tutti i modi, di lavorare tutti nella stessa direzione, barando il meno possibile, assoggettandosi a quote e limiti produttivi e rispettandoli, senza fare i furbi, ficcando vinotto nel Brunello, lamentandosi poi magari delle giuste multe, facendo sempre in modo che la quantità di prodotto offerto segua la richiesta. Alla fine tutti se ne vengono a casa con qualche bottiglia, anche se il prezzo sembra alto. E come non si potrebbe, scendendo da queste colline meravigliose, con le rotonde abbellite da torchi e da botti, per stradine curate dove le case si ambientano naturalmente al paesaggio senza sfregiarlo. Qui si dimostra che il portafoglio si riempie anche con la bellezza. Se poi volete, dopo un kyr a base di cassis locale, accompagnate un bicchiere di Aligoté ad uno Jambon persillé fresco e dalle delicate pastosità o un più corposo e meditativo Haute Cotes de Beaune, giusto accoppiamento per un classico Boeuf bourguignon, che vi vellicherà le papille attenuando e moderandone la sapida grassezza.

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Polli ruspanti.

Alla ricerca di una sede.

Arte storia e vino.

domenica 27 giugno 2010

Prima giornata: Polli ruspanti.

Non ci sono dubbi. Studio e meditazione sono la sola via per raggiungere l'estasi e la successiva pace interiore. Ecco perchè tutti gli anni mi ritaglio un piccolo spazio per partecipare al viaggio di studio dell' Associazione del Museo dell' Agricoltura del Piemonte. Questa volta un itinerario mirabile attraverso colline e pendii ricchi di storie di uomini che lavorano con intelligenza, sapendo valorizzare quello che hanno saputo mettere insieme in secoli di attività. Voglio mettervi a parte di alcune di queste cose, senza stare a farvi una relazione noiosa e puntuale del giro, trascurando le emozioni prodotte da alcuni luoghi pur di grande bellezza.

Oggi sarà quindi la giornata dedicata al pollo della Bresse, centro dell'attenzione attorno al quale ruota tutta l'attività di questa piccola regione francese non lontana da Lione. Una serie di basse colline percorse da fiumi lenti, che procedono senza affanno fino al Rodano, una campagna tranquilla che porta ancora su di sé vestigia di antichi cavalieri, segni di trovatori gentili, mura spesse, ville fortificate senza mostrare le unghiate feroci di moderne attività cementificatorie, avvolta in una luce chiara che preannuncia lo splendore del sud.

Lasciate alle nostre spalle le bianche pietre del monastero di Brou, che circondano e proteggono la triste storia di Margherita d'Austria, penetriamo questa regione dove il pollo trova la sua consacrazione meritoria. Non materiale svilito e di basso costo, come nel resto del mondo, costretto in spazi angusti, affastellato in milioni di esemplari a fornire cibo vile, fonte sospetta di malattie malefiche e prodromiche di epidemie temute, ma animale nobile ed ammirato, oggetto di monumenti e citato su ogni insegna o manifesto come punto di orgoglio valorizzatore. Beh, bisogna dire che il pollo della Bresse è un po' speciale. Un disciplinare severo prevede che abbia a disposizione 10 metri quadri di prato erboso a testa e gruppi di allevamento di non più di 500 capi.

Cresta rossa, penne bianche e zampe blu lo rendono non a caso rappresentante del vessillo nazionale e protagonista del Coq au vin, un labaro di orgoglio. Almeno quattro mesi di razzolamento su prato per raggiungere 1,7 kilogrammi consentono di rendere le carni sapide e consistenti, ma è sopratutto la capacità di costruire attorno a questi punti di qualità, tutta una operazione di immagine e di rilevanza che rende la cosa efficace e redditizia con una ricaduta sul territorio. Provare per credere e toccare con mano, solo così lo studio ha un suo senso. Così si proceda a quella che possiamo definire l'esercitazione pratica, presso la Ferme Auberge Grand Colombier a Vernoux. In una antica fattoria circondata da fiori, che vi consiglio assolutamente di inserire in un vostro futuro itinerario, comincerete la vostra fatica con una charcuterie e una terrine campagnard accompagnata da fragrante pane fatto nel forno in fondo al cortile, seguita da una grande insalata, arricchita da fegatini, lardons e crostini caldi in una vinaigrette resa mordente dalla senape della non lontana Dijon.

Ma ecco che arriva la ragione della nostra visita, il nostro oggetto di studio, il magnifico pollo della Bresse al forno, cotto lentamente e con sapienza. Le carni saporose e consistenti, la pelle croccante e senza grasso, invitano a pensare e a servirsi di un secondo pezzo, per saggiare le diverse sensazioni del petto e della coscia. Il gratin di patate che accompagna il nostro piatto forte, con la sua deliziosa crosta scura vi renderà sereni dell'esperienza e solo un po' dispiaciuti del non poter provare l'altra fondamentale variante, la pollastra alla crema (cinque mesi di stabulazione su prato, non so se mi spiego). Non avrete ancor terminato di gustare queste delizie quando il patron arriverà con un plaeau de fromage di rara consistenza. Un blanc fresco ma sapido, un delizioso e piccolo chèvre il cui affinamento è fonte di profumi coinvolgenti, un assolutamente superbo e indimenticabile Brillard Savarin cremoso, denso e ricco che vi coinvolgerà in un momento di rara commozione, seguiti da una toma gustosa, un Meurbier fine, per terminare con un bleu di Bresse non aggressivo ed equilibrato.

Una tarte à la creme delicatissima dalla pasta friabile e sottile ha costretto le signore presenti a rincorrere il padrone di casa per averne subitamente la ricetta, mentre gli altri terminavano la meditazione sui verdi prati che circondano le antiche costruzioni, disturbando gli amici polli che si spostavano becchettando al di la delle siepi e dello stagno. Vi ricordo che la fattoria alleva duemila polli, che utilizza totalmente in proprio. Una dimostrazione che il business è possibile anche su questi piccoli numeri se ci si sa fare. Il vicino Musée de la foret saprà spiegarvi la vita della Bresse, con i suoi ritmi apparentemente privi di ansia.
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Arte, storia e vino.

Aggiornarsi.

Alla ricerca di una sede.

martedì 22 giugno 2010

Frustrazione mondiale.

Leggo negli occhi che si vedono in giro, disperazione e sconforto. Dopo la partita con la Nuova Zelanda, è passata la voglia di accendere il televisore anche a chi si era comprato un gigaschermo al plasma per passare un mese completo dentro i mondiali in HD. Sono crollate anche le vendite dei kiwi. Eppure è strano che nessuno si renda conto che questo è quello che ci si deve giustamente aspettare. Anche la nazionale di calcio è lo specchio del paese che rappresenta. Un paese in pesante decadenza fisica e intellettuale. Mancano le forze, le idee e la volontà.
Rimane solo l'ottuso abbarbicarsi a quel poco che è rimasto, difendendo il fortino dalle mura sgretolate, cercando di innalzare barriere di cartapesta facendole sembrare duro acciaio. Siamo un paese di vecchi nemmeno più capace di riprodursi. Chiusi nelle stanzette dei nostri ricoveri maleodoranti di piscio e segatura, aspettiamo la fine liberatoria, ma ben attenti a non mollare nulla, rifiutando di ammettere la nostra colpa per aver lasciato andare tutto in malora, di continuare a indicare come nostri rappresentanti personaggi interessati unicamente a affari loschi e personali, avendo come sola scusante di essere gli unici interessati ad occuparsi della cosa pubblica. Vecchi biliosi che cacciano all'estero quei pochi giovani rimasti a far grandi gli altri paesi e se son femmine al massimo le assumono a metà prezzo.
Altri vecchi, tesi a impedire che chiunque penetri la loro ghenga, che si avvicini alla greppia, disponibili ad accogliere solo i loro clientes e sodali, che come topi famelici si aggregano per poter divorare le poche forme di formaggio sbocconcellate che sono rimaste in magazzino, lordando e mandando in malora tutto quello che non riescono a ingurgitare, tesi a dimostrare la loro potenza sessuale come bandiera di presunta gioventù, sventolando le loro conquiste prezzolate come dei misirizzi da sagra paesana. Gente che punta solo a sfruttare l'accidia e le paure dei vecchi che li circondano, vellicando i loro timori, assicurandoli che la colpa è di qualcun altro e che faranno cambiamenti diretti a far sì che nulla cambi.
Individui per cui istruzione, cultura e ricerca sono voci nella colonna delle spese, possibilmente da eliminare; per i quali ignoranza, precarietà e mancanza di regole sono valori da incentivare ed espandere. Questo non è un paese per giovani, ma per decrepiti che si cancellano le rughe per sembrare giovani, che consumano Viagra per mostrarsi potenti, che si disegnano i capelli in testa per mostrare la propria vitalità, per fingere di dimenticare che la fine prima o poi arriverà, inevitabile sul deserto che hanno lasciato, ebbri del potere di cui hanno vantato il diritto ad esercitare, scontando meriti figurativi, casuali o semplicemente presunti. E qualcuno si stupisce se i nostri atleti, con le teste pelate, le schiene rotte, i muscoli ormai imbolsiti stanno fermi in mezzo al campo mentre tutti gli altri corrono? Hanno dato quello che potevano, quello che la loro qualità poteva dare. Se qualche giovane c'era, lo si è lasciato a casa, che non turbasse la tranquillità della casa di riposo, dove si sa, tutto dà fastidio dal volume della televisione, al rumore delle trombette, anzi che si metta un filtro affinché non si senta più il rumore.
Niente gioia, niente festa, solo cupo risentimento. Ma che volevate? Abbiamo la nazionale che meglio ci rappresenta. A questo punto me ne vado. Non ne voglio più sentir parlare, emigro anch'io. Vado a meditare per qualche giorno dove spero di trovare concordia ed efficacia, dove si bada al risultato e chi comanda non si ammanta di arroganza e menefreghismo, dove si misurano le parole prima di dirle. Ho necessità di una pausa di studio e riflessione. Non per sempre. Andrò per qualche giorno in Francia, chissà se lì hanno gli stessi problemi. Ci sentiamo.
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sabato 19 giugno 2010

Ballo occitano al Tiglio.

Tanto per continuare le attività di servizio e anche perchè non vi lamentiate che io vado a divertirmi e trascuro i miei doveri, vi segnalo un evento interessante che vale la pena di non perdere. Come da locandina allegata, torna l'estate e con essa tornano le feste, quelle Occitane in particolare. Ecco quindi che da giovedì 8 a domenica 11 luglio a Miradolo, vicino a Pinerolo, porta della val Chisone e delle valli Valdesi, si scatenerà la Festa Del Borgo con quattro giorni di manifestazioni, musica e ovviamente mangiate e bevute, il tutto organizzato sapientemente dalla mia amica Bruna presso il suo agriturismo "Il Tiglio" che conduce con amore e saggezza.
Gli amanti della musica occitana, avranno l'occasione di godersi due gruppi veramenti interessanti, oserei dire da non perdere, i Roussinhol il sabato e i ragazzi delle nostre valli della Peiro Douso, la domenica. Al suono di pive e ghironde (ricordate sempre il motto "meno ronde, più ghironde" tanto per capire che la tradizione non ha mai significato ottusa chiusura), potrete fare scatenare le vostre donne in una sfrenata attività tersicorea nel grande prato a disposizione, che farà scorrere l'ormone e le metterà di buonumore, cosa della quale beneficerete anche voi successivamente e non sto a spiegarvi come e perchè, in quanto maggiorenni, lo capite anche da soli.
Non trovate la scusa che siete lontani, perchè la Bruna ha pensato di dare la possibilità di campeggiare con tende e campers, per permettere, anche a chi vive lontano da qui, di godere appieno di tutta la festa. Ci saranno naturalmente anche i famosi "gofri" della valle. Tanto per capirci e non cercare scuse fantasiose, l'entrata è come si dice ad Alessandria "a gratis" e non è poi cosa da poco considerando che i costi sono sempre più alti e gli sponsors sempre più...bassi! (se volete prenotare o avere info più precise date un occhiata al sito Il Tiglio)


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Delfini di Occitania.

Suoni tra antiche mura.

Chapatti, piadine, gofri.

venerdì 18 giugno 2010

Recensioni: Fred Vargas - La trilogia di Adamsberg.

Partiamo dal punto che questo è anche un blog di servizio. Quindi qualche consiglio, qualche indicazione, qualche parere bisogna pur darlo per questa estate in controtendenza al surriscaldamento globale. Dunque partiamo da Vargas, nota cantatrice di una giallistica un po' diversa e forse per questo di grande successo. D'accordo, se il consenso è grande un motivo ci deve essere e comunque merita di essere esaminato, almeno per poterne parlare, anche se non è assolutamente valida l'equazione: successo uguale validità, ne sia esempio il caso Dan Brown.
Comunque le prime pagine dell'ispettore Adamsberg di questi tre scritti raggruppati in un volume, mi avevano lasciato un po' interdetto. Uno stile scostante e un po' lontano dalle mie corde, tanto che a Natale lo avevo lasciato da parte dopo un paio di capitoli. Ora, complici le ore di gradevole ozio estivo (come se avessi da lavorare d'inverno) e la mancanza della tastiera, spiaggiato come un balenottero, me lo hanno fatto riprendere in mano deciso ad andare avanti.
Bene, dopo un po', devo ammettere che ti entra addosso e come in tutta la letteratura del genere vuoi vedere come va a finire, anzi il secondo libro, che ti sconta il modo di raccontare a cui ormai ti sei abituato, interessa più del primo e così via il terzo. Trame intricate con sorpresa finale obbligatoria. Insomma arrivi alla fine senza infamia e sanza lodo. Ma dai, se non avete di meglio da fare ve lo potete leggere anche voi, sempre che non vi aspettiate troppo, come lettura da ombrellone va benissimo, anche se a me attizza solo Montalbano.


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Italian Elections.
Il simbolo perduto.
Casualità e paranormale.

giovedì 17 giugno 2010

Il Milione 18: Una lama tagliente.

La carovana dei Polo ha ormai superato le grandi catene montuose e l'aria fine del Pamir. Davanti a loro le sterminate distese dell'Asia centrale con i loro deserti e le loro città carovaniere, ricche di traffici e di commerci. Kashgar era la porta del Xinjiang e forse il centro più importante sulla via della seta assieme con Urumchi, abitata oggi come allora dagli Uiguri, una popolazione dedita ai commerci che tante gatte da pelare dà al governo cinese a causa della apparteneza mussulmana. Appaiono decisamente male in arnese e sono adesso di certo la parte più debole della popolazione. Mali moderni, si dirà. Ma com'era la situazione allora? Vediamo come ce la descrive il nostro amico Marco.


Cap. 50
Casciar (Kashgar) fue un antico reame ove vivono di mercatantia e di arti. Egli ànno begli giardini e bambagie (cotone) assai, ma sono gente scarsa e misera chè male mangiano e male beono. Ora è al Grande Kane, ma adorano Malcometto.


Eh accidenti, la lingua ha otto secoli, ma la descrizione potrebbe essere stata fatta ieri, inclusa la sottolineatura del contrasto tra il dominio centrale e le spinte integraliste religiose che condizionano l'area. Qualche anno fa, vagavo per il bazar di Urumchi o Wu Lu Mu Chi come preferiscono chiamarla i cinesi. I venditori di origine cinese, se ne stavano tutti raggruppati in disparte, in generale occupandosi di alimenti e ristorazione o vendendo i grandi pani rotondi e dorati, tipici del Tukestan o confezionando noodles da servire al momento (date sempre un'occhiata alla ricetta di Acquaviva). Tutto il resto del mercato invece, era in mano agli Uiguri che se ne stavano accoccolati nei piccoli negozi su montagne di tappeti, tra le stoffe di cotone spesso e colorato o tra gli oggetti artigianali della loro ricca produzione. Guance magre e incavate, barbe lunghe, sguardi infossati. Un senso di attesa e una atmosfera densa, pesante, diversa dall'allegria caciarona caratteristica dei luoghi del commercio. Forse il caldo opprimente di quel luglio assolato, forse la mancanza di aria tra gli stretti passaggi coperti e gli spazi minuscoli tra i banchi, ma anche le trattative erano stanche e mancavano del fervore tipico del commercio asiatico.



C'erano coltelli magnifici, ben decorati e con incisioni di pregio. Di solito queste produzioni hanno come clienti i turisti e gli oggetti hanno una funzione più decorativa che di utilità pratica. Ne comprai uno che mi piacque subito per la sua impugnatura ergonomica e robusta. Il vecchio venditore aveva un grande cappello di pelo nonostante il gran caldo e fece un breve sorriso stringendo gli occhi quando mi mostrò la lama, che come tutte le altre attorno a lui, era tagliente come un rasoio.





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Chiappe grasse e telepatia.
Datteri e pesce secco.
Digiuno in alta quota.

mercoledì 16 giugno 2010

Back to the future.

Eccomi di nuovo qua. D'accordo mi sono preso una pausa meditativa senza avvisare. E che sarà mai! Non è così grave se uno decide di isolarsi dal mondo per un periodo di tempo indeterminato, senza motivi apparenti e poi riappare tra i suoi simili, così di punto in bianco, si guarda attorno con cautela, poi, tutto di un tratto si accorge che nessuno aveva notato la sua assenza, nessuno si era preoccupato, come per quei vecchi di cui scoprono il cadavere mummificato dopo mesi, abbandonati nella solitudine dei loro appartamentini sigillati e asettici. Nessuno dei vicini aveva notato, nessuno si era accorto; ma chi, quel vecchio tignoso che strascicava i piedi e non salutava nessuno? Ma no quello è morto due anni fa, era quel tizio silenzioso con gli occhiali spessi. Ah. Ma a che ora gioca stasera l'Italia?
Va beh, adesso non ve la faccio lunga, anche perchè non è che son tornato per la disperazione. In realtà devo confessarvi che sul litorale spaparanzato davanti all'onda che fa splashhhh sui piedi, ci stavo benissimo e ci sarei stato ancora un bel po'. Con un libro in mano e gli occhiali da sole; con una mano amica che mi spalmava di tanto in tanto unguenti preziosi (ma avete visto quanto costano le creme solari?) sulla mia delicata anche se vastissima (specialmente la zona ventrale) pelle di bimbo, vedendo cari amici che ti offrono il piacere della loro presenza, con cui rispolverare antichi ricordi e raccontare nuovi progetti. Sì, sì, ci sarei stato ancora a tempo indefinito da quelle parti, altro che pausa meditativa. Però, in fondo, in fondo, grattando sotto la scorza del cinico, di tanto in tanto affluiva in superfice, come un sottile malessere, un languore dispiaciuto, un vago senso di colpa.
La mia creatura, laggiù, lontana nel mondo virtuale che languiva senza nessuna mano carezzevole che ne sfiorasse i tasti, delicatamente ma con la decisione necessaria a lasciare una traccia, come una giovane sposa ancora intonsa, coperta di veli diafani in attesa dello sposo desiderato e allo stesso tempo temuto; nessuna mano caritatevole per lanciare una piccola bottiglia (di PET naturalmente) con un minuto messaggio nel grande mare virtuale in attesa che qualcuna la raccolga. Privo dell'attrezzo informatico ed informale, mi sono sentito monco, senza una appendice ormai naturalizzatasi nel mio corpo e nel mio sentimento. Adesso gli do un taglio, intanto voglio dare un po' di aria nuova e cambiare un po' l'immagine, ma è solo il fondo, la sostanza, ahimè rimane la stessa, a parte il fatto che prometto che non parlerò mai di Berlusconi (non c'entra nulla, ma un amico che se ne intende mi ha detto che basta scrivere il Suo Riverito Nome e automaticamente aumentano a dismisura i contatti nei motori di ricerca); più che altro per festeggiare il secondo compleanno che arriva tra pochi giorni.

martedì 8 giugno 2010

Il Milione 17: Digiuno in alta quota.

Ormai la carovana sale sempre più in alto verso il tetto del mondo. La strada è pericolosa e difficile e i sentimenti di chi le risale sono di certo uguali ora come allora. Mentre io percorrevo quella che dal Kashmir raggiunge, attraverso il Jammu, gli alti passi del Ladakh, mi giravo spesso a guardare, quasi mille metri più in basso le carcasse arrugginite dei pulmann precipitati in quell'abisso nel corso degli anni e là abbandonati. Forse Marco vedeva scheletri di asini o di altre cavalcature da trasporto, che avevano percorso il nostro comune cammino. Ma l'ansia di vedere, la voglia di conoscere cosa c'è oltre quel crinale, che ancora oggi separa la cultura di Maometto da quella di Buddha, è più forte di ogni cosa e una volta superati i passi, la bellezza delle montagne spoglie ed il cielo indaco con le piccole nuvole bianche che si stagliano come nei dipinti che ornano le pareti scure e coperte di nerofumo dei monasteri, ti toglie ogni altro pensiero. Lui, comunque un occhio alle opportunità lo buttava sempre.
Cap. 46
Quivi nasce le pietre preziose che chiaman balasci (varietà dello spinello simile al rubino), che sono molto care e da altre montagne si cava l'azzurro (i turchesi) e il blu (lapislazuli) il migliore e il più fine del mondo e è pena la testa per chi ne cavasse fuori dal reame, perciò che ve n'à tante che diventerebbero vile. E àvvi montagne dove si cava l'argento.
Intanto qui si chiarisce che i sistemi per mantenere alti i prezzi di mercato alla De Beer erano già ben conosciuti anche allora, ma di questa abbondanza di materiali preziosi, si avverte tuttora la presenza, soprattutto nei ricchi ornamenti femminili, in particolare il perak, una sorta di copricapo in cuoio dove ogni donna espone tutte le pietre (turchesi, coralli fossili e argenti) che costituiscono il suo avere personale, la dote e i lasciti di madri e nonne e che viene esibito nella vita quotidiana e mai abbandonato. I Ladakhi sono una popolazione montanara schiva e abituata a vivere con le poche cose che concede loro il territorio difficile e aspro, che si dipana tra le altissime vette tra Karakorum e Himalaya, alle soglie del Pamir. Un piccolo regno, dove la religione, come nel vicino Tibet è sempre stata il potere preponderante della società, dove i monasteri hanno sempre avuto la meglio sui castelli e sulle povere abitazioni di fango e pietre, in quanto i monaci hanno sempre saputo ammantarsi di un'aura di purezza e di lontananza dalle cose terrene, che hanno contribuito a rendere il clero proprietario di quasi tutte le terre coltivabili a disposizione.
Cap. 48/49
La gente dimora nelle montagne molto alte; adorano idoli e sono molto salvatica gente. Vivono delle bestie che pigliano e loro vestire è di pelli di bestie. E quivi àe molti romitaggi ove fanno grande astinenza, né fanno cosa di peccato, né che sia contro loro fede per amore di loro idoli che sono nelle badie e nei monisteri di loro legge.

Certo è la cosa che colpisce di più in queste popolazioni, che ancora oggi usano spesse giacche di cuoio e si coprono spesso con pelli di animali mal conciate, che conferiscono alla loro vicinanza un sentore particolare, che la scarsità di acqua accentua, probabilmente conferendo le incrostazioni di sporcizia antica a una abitudine indotta, più che ad una inclinazione naturale. Inoltre i monasteri arroccati sulle cime e nei luoghi più misticamente solitari portano il visitatore a stupirsi delle capacità dei monaci a sopportare lunghi mesi di digiuno, da cui tornano più tondi e grassocci di quando si sono ritirati in preghiera meditativa, anche se una corretta informazione porterebbe a constatare che il digiuno viene corroborato da una cinquantina di tazze giornaliere di thé tibetano, che consiste in una miscela al 50% di thé e di burro, la qual cosa rende il tutto più sopportabile e la quantità calorica ingerita addirittura sovrabbondante, ma quello che conta per il fedele credente è l'intenzione. (E se non è il thé, anche il pane al burro va ancora meglio, date un'occhiata a questa ricetta ladakhi di Acquaviva) E con questa amara considerazione vi saluto per un po'. Voglio anch'io meditare sul senso di questo scrivere, scrivere....


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lunedì 7 giugno 2010

Yi Quan

L’Yi Quan è una delle molte forme di lotta cinesi. Letteralmente significa La lotta (il pugno) dell’intenzione, dall’unione dei due ideogrammi che vi ho riportato. Il primo (Yi) che designa una attitudine dello spirito, come si nota infatti dal sottostante carattere che significa cuore, presente in tutta questa serie di parole legate ai sentimenti e il secondo (Quan) – pugno, (anche qui è ben chiara la parte inferiore dell’ideogramma che significa mano) alla base della denominazione di tutte le arti marziali cinesi. E’ definito anche come Da Cheng Quan ovvero Metodo del grande conseguimento e nacque all’inizio del secolo dagli studi del celebre maestro Wang Xiang Zhai che volle riportare il Kung Fu ormai troppo rigido, imbrigliato da regole eccessivamente teoriche e divenuto poco efficace, ad un metodo più moderno, istintivo e naturale ma allo stesso tempo più vicino allo spirito antico di questa arte marziale. In anni di studio e di confronti, questo grande maestro, che si dice sia rimasto imbattuto, ha tentato di integrare i principi vitali, sintetizzando l’essenza di tutti gli stili della tradizione cinese, badando soprattutto all’efficacia, non disgiunta da una grande bellezza stilistica. Nello studio di questa arte marziale, si tralascia quasi completamente la memorizzazione delle sequenza e delle forme , ritenendole inutili e distoglienti dalla concentrazione e dallo sviluppo dell’atteggiamento mentale e della qualità del movimento, con una conseguente perdita di efficacia. Sembra che chi pratica con costanza l’Yi Quan ritrovi gli atteggiamenti naturali del movimento e quindi, come accade per istinto agli animali, sviluppi le capacità innate di autodifesa e di reazione istintiva di fronte al pericolo.
Siete curiosi? Un’ ottima occasione è partecipare allo stage , aperto a tutti, il 19 giugno al Castello di Roddi (vicino ad Alba), tenuto dal maestro di Yi Quan, Luigi Pelissero, grande esperto di questa forma di arti marziali cinesi, che ho avuto modo di apprezzare in uno stage multidisciplinare, lo scorso anno.
Se volete maggiori informazioni date un’occhiata al suo sito :
http://www.scuoladelprincipiounico.it/
oppure mandategli una mail a:
luigi1967it@yahoo.com


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sabato 5 giugno 2010

Unità d'Italia: La mia famiglia ha partecipato!

Si sa che la storia la scrivono i vincitori. Quante cose perdute o manipolate magari al contrario per dimostrare il falso con arguzia maligna. Però di tanto in tanto saltano fuori fatterelli finiti nel dimenticatoio, anche perchè, in fondo la loro importanza è minimale, inutile a dimostrare alcunché, quindi sono stati giustamente accantonati in quanto non servivano nell'economia della memoria generale. Della mia famiglia, ho poca storia, addirittura non riesco ad andare al di là dei miei nonni; un po' pochino per cercare cose interessanti del passato, centrate su un piccolo sobborgo alessandrino, Valle San Bartolomeo, dove passavo i mesi estivi da bambino. Scioccamente non ho mai indagato con i miei, per avere racconti di episodi di quel tempo paracontadino, perchè già i miei nonni si inurbarono.

Faceva l'argentiere, nonno Pietro, che non ricordo, essendo lui morto quando ero piccolo, ed era tornato al paese con la pensione, una delle prime, a stare vicino al fratello cavallante e senza figli. Chissà quanti racconti perduti, quante storie curiose di paese e di una vita diversa. Mia nonna se ne è andata presto. Lei aveva visto Buffalo Bill e questa è l'unica cosa che mi ha raccontato, così proprio io che amo tanto le storie minime, sono rimasto privo di queste fonti inesauribili. Una volta i nonni non si occupavano dei nipotini, altri tempi. E' un po' una lavagna vuota questo tempo per me ed è un peccato. Così, quando qualche tempo fa, amici di allora ritrovati per caso, mi hanno raccontato un fatto che, pare, tutti i vecchi del paese conoscevano, sono rimasto quasi incredulo e ve lo rigiro tal quale. E' una di quelle storie di paese che forse si ripetevano all'infinito sulle panchine della piazza. Dunque sembra che il mio trisnonno, di cui per il resto non si sa nulla, avesse servito in qualità di aiutante o addetto al cavallo di Vittorio Emanuele II.

Alla fine di una vittoriosa battaglia risorgimentale, va a sapere quale è stata, il re e i suoi accompagnatori rimasero sotto un gruppo di alberi dopo la dura giornata, mentre il sole scendeva sul campo di battaglia. Il mio avo aiutò, come suo compito, il re a scendere da cavallo, per riposarsi su un sedile di fortuna. Questa vicinanza era evidentemente consueta, perché il sovrano si rivolse a lui dicendo: - Bo, damm 'na cica.- Lui, che evidentemente stava preparato alla bisogna, estrasse un sigaro dalla saccoccia e lo porse al sovrano:- Pronti, siur re.- Vittorio se lo mise in bocca, masticandone un poco l'estremità, poi sbottò: - Brav Bo. - Questa patente di efficienza, questa icona dell'estote parati, racchiusa in tre battute, venne evidentemente ripetuta all'infinito al paesello, sottolineando la stringatezza delle precise parole della conversazione, di certo allo scopo di rimarcare come la conoscenza diretta del suo nome da parte del re, dimostrasse una sua stretta intimità col sovrano assieme ad una permanente e certificata affidabilità. Chissà se ci è campato su questa medaglia virtuale. Però è l'unica cosa che mi è rimasta, del mio passato, di Unità d'Italia, di cui quindi, il paese mi è un po' debitore, va bene, diciamo in misura minima. Sarà anche un po' poco, in verità, ma si sa, la storia la scrivono i vincitori.


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venerdì 4 giugno 2010

Il Milione 16: Chiappe grasse e telepatia.

Ormai la carovana dei nostri amici deve lasciare i deserti ed inoltrarsi tra le montagne. E' un tratto difficile del cammino che li porta verso i passi più alti del mondo, ma è anche l'unica via per raggiungere il Katai da sudovest. Però rimane il tempo per darsi un'occhiata attorno e fare valutazioni merceologiche.


Cap. 45
...le montagne verso mezzo dì sono grandi e sono tutte sale e vengono da lungi a prenderlo perché è lo migliore del mondo ed è sì duro che no si può rompere se non con grandi picconi di ferro...
Forse l'ingenuo Marco non poteva valutare la possibilità di fare business con il sale rosa dell'Himalaya. I santoni della cucina moderna dovevano ancora arrivare, ma certo sorriderebbe anche lui, oggi al vedere i barattolini del suddetto prodotto venduto a peso d'oro per stupire il gastrosciocco, ma tant'è ogni epoca ha suoi feticci.


Cap. 46
...e le donne portano brache che v'è ben cento braccia di panno bambagino e questo fanno per parere che abbiano grosse natiche perché li loro uomini si dilettano in femmine grosse.
Qui si dimostra come in ogni latitudine, le donne ambiscano abbellire il proprio aspetto in funzione dell'apparire più desiderabili alla controparte. Il pantalone ampio rimane comunque ancora oggi un indumento costitutivo del guardaroba centroasiatico e la donna esile e magra è una novità occidentale peraltro poco spiegabile. Ma la strada per attraversare le catene di monti sfiora l'Indostan, su cui Marco fa ora solo un cenno, in quanto ne parlerà poi più a lungo quando la prenderà da sud.

Cap. 48
Chesimun (il Kashmir) è provincia che adorano idoli e àe lingua
per sé. Gli uomini son bruni e magri. Questi sanno tanto di incantamento che fanno parlare gli idoli, fanno cambiare lo tempo, movere gli animali e tali cose che non si potrebbe credere.

Il contatto con le realtà induista e buddhista che dominava le zone prehimalayane destò di certo meraviglie nel giovane Marco, che sopravvaluta le capacità extrasensoriali e paragnostiche dei vari monaci e brahamani con cui sarà venuto in contatto. La vista dei templi, con le loro statue strane o mostruose, in cui si consumavano allora come oggi cerimonie, all'apparenza esoteriche e segrete, sempre dense di sentori di incenso e di fascino, per chi ne è estraneo, le fa apparire come magiche e cariche di significati nascosti che l'esotismo trasforma spesso in espressioni di poteri paranormali. Chi non rimane attonito di fronte agli incantatori di serpenti? Tuttavia oggi, forse ancora più di allora, stuoli di occidentali vogliono credere a queste cose e corrono in queste terre alla ricerca di spiritualità diverse, di miracoli medicamentosi, di rimedi conosciuti solo dalla sapienza antica, di trasmissione del pensiero a distanza. Io non mi voglio sottrarre a tutto ciò anche perchè, non ci crederete conoscendomi sempre pervaso dal dubbio e dalla incredulità, ma ho avuto una prova diretta di questa ultima incredibile funzione, non solo, ma ho potuto anche documentare questo flusso di pensiero da parte di un vecchio monaco, probabilmente telepatico con una foto che allego qui sotto.





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e non dimenticate
la ricetta Kashmiri di Acquaviva


giovedì 3 giugno 2010

Tips to survive in Cambodja: How to cross the road

Rileggendo i post cambogiani, ho visto che mi ero scordato di dare un importante e credo utile spunto tecnico per chi intenda andare da quelle parti (il tutto valido anche per i paesi vicini che si trovano nella stessa condizione). Sarò breve, lasciando spazio alle immagini, così quelli che mi fanno notare che i miei post sono troppo lunghi e allontanano i lettori ( ma credi che dipenda più dal contenuto, perchè se scrivessi cose più interessanti, i lettori arriverebbero da soli), saranno più soddisfatti. Chiunque conosca anche solo sommariamente il sudest asiatico, avrà notato che un problema non secondario consiste nell'attraversare le strade cittadine a piedi, a causa dell'enorme numero di motocicli che, avendo sostituito ormai quasi al completo il precedente oceano di biciclette, occupano completamente la sede stradale quasi senza soluzione di continuità. Si assiste spesso a situazioni di panico in cui, il malcapitato attraversatore rimane per parecchio tempo su un marciapiede, guardandosi attorno interrogativamente, senza decidersi a compiere l'impresa, timoroso di muoversi. A volte tenta smaggiassamente di iniziare la traversata, per fermarsi subito intimorito, risalta con un balzo sulla passerella dove stava appollaiato, attende inutilmente un varco nel flusso di traffico o spera che il miracolo cali dal cielo. A volte rinuncia e, disperato, si allontana alla ricerca di un sottopasso o un ponte che gli consenta di raggiungere dopo un lungo giro il luogo desiderato. Ma in tutte le cose c'è una tecnica, che bisogna imparare e mettere in pratica. Appostatevi dunque di fronte al punto da raggiungere, attendete naturalmente un momento in cui vi sembra che il flusso cali un poco di intensità (senza sperare che cessi naturalmente, se no farete come quegli acquirenti di PC che aspettano sempre il modello più sofisticato che st aper uscire e così non comprano mai), evitate almeno gli elefanti, poi fate un bel respiro e manifestando con una postura decisa l'intenzione di attraversare, scendete con decisione in strada. Procedete con passo lento, ma assolutamente costante verso il versante opposto, ma muovendovi in leggera diagonale come per andare incontro alla fiumana a due ruote che vi assale dal lato destro e che sembra precipitarsi su di voi senza degnare la vostra presenza. Non scartate dalla linea, anche se vi parrà di essere sicuramente investito, ma procedete con sicurezza, in modo che le vostre intenzioni siano chiare. E' un po' come i leoni in Africa, se capiscono che non avete paura non vi mangiano (lo sapranno poi ? Mah...). Sembra che tutti conducenti di moto, motorini, risciò, tuktuk e altri mezzi a ruote, conoscendo questo assioma, interpolino automaticamente la vostra rotta con la loro, evitandovi magicamente. Ma non fate scherzi, se impauriti, vi fermate o cambiate direzione, timorosi che qualcuno sia in rotta di collisione con voi, sarà la fine; in molti non capiranno più le vostre indecisioni e inevitabilmente una massa di ferraglie contorte si aggroviglierà su di voi. Vi allego un breve video di Phnom Penh su come si debba svolgere l'operazione. Il traffico era scarso, ma vale in tutte le occasioni e ...buona fortuna.



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mercoledì 2 giugno 2010

Il mio amico Arnold.

Mi faceva morir dal ridere. Sono passati già una trentina d'anni, eppure quella faccetta di gomma nera che aveva delle espressioni talmente accattivanti che mi sorbivo degli insulsi telefilmetti come fossero capolavori shakespeariani. Credo che tutti se lo ricordino, agli inizi di quegfli anni 80 della Milano da bere. Qualche giorno fa se ne andato per caso, perseguitato dalla maledizione che ha accompagnato tutti quelli che partecipavano a quella serie. Todd Bridges che interpretava il fratello, fuori e dentro le galere, tra droga e compagnia; Dana Plato, che la sorellastra biondina e simpaticissima, morta di overdose e suo figlio, suicida qualche anno fa e lui Gary Coleman, sfortunato da subito. Per una disfunzione renale non ha mai superatio il metro e trenta, caduto nel dimenticatoio è finito in galera per violenza, ha tentato la carriera politica contro niente di meno che Swrzenegger, ma è arrivato ultimo su nove concorrenti, come potevi dare credito a quel facciotto rotondo quando ti diceva che avrebbe calato le tasse. Così è caduto da una scala, coma irreversibile, gli hanno staccato la spina qualche giorno fa. Lo aveva già scritto in quegli occhi birichini, ma in fondo un po' tristi.



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martedì 1 giugno 2010

Il milione 15: Banane di melone.

Dopo essere stati a controllare la situazione sulle coste del mar Arabico, i nostri amici, che non avevano poi molto tempo da perdere, che il Grande Kane non stava mica là a pettinare le bambole, prendono la via verso nord che li porterà con un cammino lungo e difficile, ma che purtroppo era l'unico possibile, fino al Katai. Riattraversano deserti sconfinati per arrivare fino alla Bactriana, l'odierno Afganistan.
Cap.37/39
...e per sette giornate non truova acqua, se non verde, salsa e amara e chi ne bevesse una gocciola, lo farebbe andare 10 volte a sella (e già sappiamo cosa significa) ... ed è tutto deserto, bestie non v'à chè non avrebbero da mangiare, poi per altre 4 giornate non si trovan che belle asine salvatiche... poi v'à un altro gran diserto per otto giornate con grandi secchitadi e bisogna portarsi da bere e di qui si parte una contrada che si chiama Milice ove àe bella gente e le femmine sono belle oltre misura. Quivi abitava il Veglio della montagna che chiamavasi Alooddin.
Come si nota, il buon Marco è sempre sensibile al fascino femminile e non può fare a meno di apprezzare la bellezza delle donne afgane, ma qui fa cenno soprattutto al famoso Alauddin Mohammed che nella prima parte del 1200 dominò l'area tra Afganistan occidentale e Iran, con la sua setta di Hasceisin (da cui "assassino" già usato nei trovatori provenzali per "fedele"), una milizia in cui veniva fatto pesante uso di droghe (hascish appunto) per renderli dipendenti e determinati. Come si vede nulla cambia col passare dei secoli.
Cap. 43
...quando si passa di questa terra , l'uomo cavalca per 12 giornate e non si truova nulla abitazione per paura de la mala gente e dopo altre sette giornate à terra di molti alberi con li migliori poponi del mondo e li tagliano attorno come corregge e fannoli seccare e diventano più dolci che miele.
A questo proposito ho un grande rammarico, perchè ho sempre presente che al termine dei fabulous sixties, era possibile andare, con una certa facilità dall'Italia fino in India, passando appunto per l'Afganistan. Erano i tempi degli esami di gruppo all'università e del sei politico e due amici fecero appunto questo viaggio con una vecchia Fiat 1300, stando via nove mesi. Narra la leggenda che quando tornarono a casa si trovarono laureati, in quanto il loro gruppo di studio aveva dato gli ultimi esami anche per loro, ma ebbero comunque il tempo per raccontare a noi che eravamo rimasti al bar, questo viaggio meraviglioso (che tra l'altro condizionò del tutto positivamente la loro vita). Il fascino afgano, il volo indietro nel tempo erano assolutamente affascinanti ed allora, vi assicuro, viaggiare era più facile di oggi. Così preparai un lungo giro da fare in quella terra fatata che mi attirava moltissimo. L'invasione russa, mise fine a quel progetto e da allora non c'è stato più modo di realizzare il sogno anche oggi, "per paura de la mala gente". Come la puntuale descrizione di Marco Polo, trovi ancora oggi una corrispondente verifica nei fatti e nelle cose, mi è stata costantemente presente quando per lavoro o divertimento ho girato attorno ai confini di questo martoriato paese. Al confine nord con l'Uzbekistan dove ho preparato un progetto per un impianto di essiccazione appunto dei famosi meloni (i più dolci del mondo, come assicurano ancora oggi), tagliati allo stesso modo, striscioline fatte seccare al sole (le famose banane di melone), o in un localaccio nepalese dove ho mangiato il Kabuli nan, una sorta di pizza ricoperta di yogourth, aglio e forse pezzetti di melanzana, perchè ricordo che la crema stesa sopra la pasta (una specie di chapatti), aveva lo stesso aspetto di queste melanzane afgane della nostra vivandiera Acquaviva. La voglia è rimasta ma si vede che non era destino.
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