giovedì 25 dicembre 2008


...e BUONE FESTE A TUTTI....

mercoledì 24 dicembre 2008

Cronache di Surakhis: 4. Vigilia di Natale

Sono Zog, uno schiavo della miniera di Paularius. Come tutti gli altri sto scavando roccia nelle viscere di Surakhis, in un cunicolo basso dove passo appena trascinandomi il trituratore, inseguito dagli occhi stimolatori che controllano il mio ritmo di lavoro. Da quando Paularius ci ha impedito l'accesso telepatico ad Assbook per impedirci distrazioni , il rendimento è aumentato un po', ma siamo tutti un poco più tristi. Ero felice, quando vivevo sulla quinta luna di Auran IV, un mondo coperto di vegetazione, amato da tutti i cacciatori della galassia che ci vanno in vacanza per cacciare i Pulkis, gli stupendi uccelli piumati multicolori trasparenti. Me li portavano dopo la caccia ed io, nel mio piccolo negozio, li anestetizzavo per il trasporto. Per questa attività avevo impegnato tutto e quando la crisi aveva fatto crollare le cacce, avevo solo debiti e quando vennero a prendermi per portarmi al mercato degli schiavi, mi lasciai portare via come svuotato, senza volontà. Adesso sono qui da due anni e non so quanto resisterò ancora. Domani sarà il secondo Natale che passo nella miniera e non coincide certo con il giorno di riposo che abbiamo ogni mese, quando ci ammassiamo nella camerata a succhiare sbobba rinforzata da alcool di sorbo, aspettando le puttane che ci manda Paularius. Nessuno sa cosa significhi questa festa, ma è molto antica e si richiama in tutta la galassia alla pace, alla fratellanza, a lasciare da parte l'egoismo e le cose materiali; tutto un po' ridicolo per noi, qui che stiamo scavando. Adesso poi che hanno tolto tutte le sicurezze, ogni giorno aumentano gli incidenti. Come tre giorni fa, quando è franata la roccia sopra di me ed ho perso una gamba; ho dovuto staccarla con il trapanatore, mentre i Sardar di sorveglianza sghignazzavano incitandomi:- Forza che tanto ne hai altre sette e poi magari ti ricresce!- Noi aracnidi però soffriamo come gli umani.

martedì 23 dicembre 2008

Affanno

E' quasi Natale, se non ci sbrighiamo, si rischia che è già passato. Non c'è tempo per pettinare le bambole in questo Occidente ansimante, perciò oggi un haiku di Yosa Buson (1716.1783) vi sia sufficiente:

Tornando a vederli
i fiori di ciliegio, la sera,
son già divenuti frutti.


来て見れば夕の桜実となりぬ

lunedì 22 dicembre 2008

Ān

Chissà se è poi così vero che l'aggressività della specie umana sta tutta nella sua componente maschile? Questo è, quanto meno quello che si dice e la maggior parte dei fatti della storia lo conferma. Non c'è avvenimento tragico ed efferato del cammino umano che non ci racconti di impettiti uomini in divisa o di biechi personaggi acquattati nei loro palazzi a programmare stragi e violenze di ogni genere. Anche l'uomo singolo, il maschio, quando è solo, è quasi sempre aggressivo o comunque inquieto e si muove apparentemente senza senso alla ricerca di equilibrio o di un senso di completezza. La lingua cinese fa proprio questo concetto e lo definisce con il carattere Ān che significa: pace, serenità, quiete e come forma verbale: tranquillizzarsi, calmarsi. L'ideogramma è costituito dal segno di Tetto, sotto il quale vi è il segno che ormai vi è ben noto di Donna. Quindi: quando nella casa di un uomo c'è una donna, questo si calma, la smette di correre di qua e di là, diventa meno aggressivo; la sua serenità particolare si generalizza nella pace della comunità (a cui evidentemente non vengono più insidiate altre femmine). Questa attribuzione al genere femminile della responsabilità della serenità universale, forse è sopravvalutato, ma qualche cosa di vero ci dovrà pur essere, se nella progressiva maschilizzazione che il nostro modello di sviluppo attribuisce alle donne, questo lato diventa sempre più sfumato o per lo meno più trasversale. Attendo inferocite contestazioni a conferma di questo assunto.

domenica 21 dicembre 2008

Rosso rubino

"La place rouge était vide..." un ritornello che non riusciva ad andarsene. Che notti, quelle d'inverno a Mosca. Cominciano alle tre del pomeriggio a fine dicembre. Che pace andare a piedi verso la Piazza Rossa, dopo cena, da solo, con le suole spesse che fanno scricchiolare la neve nella immensa piazza deserta, mentre sotto i denti sentivi il gusto di ferro del freddo e dei fiocchi che non ce la facevano a cadere. Solo qualche sfarfallio, di tanto in tanto, a ricordare con qualche puntura sul viso la durezza morbida di quel mondo. Giravano pochi turisti allora e se ne stavano tutti rintanati all'Inturist, quando non se li trascinavano su vecchi torpedoni al Bolschoy o a Novodievicy. Sul grande spazio della piazza qualche guardia lontana, infagottata nel feltro sotto la shapka di ordinanza a far finta di non sentire il freddo, ad impedire che si attraversasse, chissà perchè, il grande spazio aperto. Sulla destra i magazzini GUM, che avevano chiuso appena uscita dalle sgangherate porte da cui usciva un soffio potente di calore teletrasportato, l'ultima truppa di matrioske che si erano aggirate tra i negozi che esponevano le ultime produzioni sovietiche, magari in fotografia , da prenotare. Il Cremlino incombeva sulla destra, quasi nascondendo l'incongruo mausoleo di Lenin dove le code di visitatori silenti si erano man mano diradate negli ultimi tempi, con la sua presenza silenziosa ma ammonitrice. Sull'alta torre Spaskaija, come mi ricordava sempre chi conosceva bene le cose, brillava comunque e forte la stella di rosso rubino. Ogni tanto si apriva lentamente il portale , le guardie si ponevano sull'attenti e dopo poco una Volga nera coi vetri scuri arrivava a velocità folle (chissà perchè poi) e si infilava senza rallentare sotto la torre scomparendo nei meandri del Politburò, forse a discutere dello sfacelo incombente, mentre i gerontocrati rimanevano fermi con l'occhio fisso ed il sorriso imbalsamato che li avrebbe dissolti. Che senso di immobilità statica nella grande piazza. In fondo, le cupole di San Basilio gigioneggiavano, fiamme multicolori a ballare il sabba dell'attesa di un evento prossimo. Poi, sazio, me ne tornavo al mostro ipertrofico del Rossia, una ferita inguaribile aperta poco lontano sui cadaveri di piccole chiesette ortodosse, percorrendo a piedi i larghi spazi deserti. Non serviva guardare attorno prima di attraversare; non passavano auto, non c'erano auto.

sabato 20 dicembre 2008

Il ventaglio Shan

Il Tai Ji Quan è una tecnica del corpo derivata da un’arte marziale cinese. Viene chiamata anche “meditazione in movimento” in quanto la serie di tecniche che vengono eseguite in sequenza, coordinate alla respirazione, sono finalizzate a dare al corpo equilibrio fisico e mentale e armonia di pensieri e di movimenti, secondo uno schema consueto in tutto l’Oriente, che non disgiunge mai l’attività fisica da quella spirituale. Il Tai Ji è una scansione continua di respiro e dinamica. Una simulazione di tecniche di lotta che nella realtà servono ad esercitare armonicamente ogni muscolo ed articolazione del corpo senza forzature o traumi. Ma il Tai Ji è anche uso simbolico della antiche armi cinesi. Nei luoghi dove era vietato portare armi, come nei palazzi imperiali, il guerriero teneva comunque con sé il ventaglio da guerra, uno strumento di cortesia trasformato in un’arma micidiale con stecche d’acciaio, fornita di lame affilate. Una cultura vecchia di millenni che ha sempre privilegiato la ricerca del'armonia fisica e mentale per raggiungere la serenità interiore, contrapposta ad un'altra cultura che ha messo al primo posto lo sviluppo, l'approccio analitico ai problemi, il benessere materiale e per questo è risultata vincente, tanto che ha travolto la prima avvolgendola in un abbraccio mortale. Ma se il benessere complessivo dell'individuo ne viene in effetti diminuito? Nei parchi delle città cinesi, solo anziani alle 6 del mattino praticano le forme del Tai Ji, abbarbicati per abitudine, non per convinzione, all'antico; forse irrisi dai giovani rampanti tesi a scalare le conquiste dei loro coetanei d'oltremare. Ma , Graecia capta ferum victorem cepit, e quindi un caldo grazie alle ragazze dell' Accademia Ohashikai ed alla loro Maestra Kinoué, che ieri sera, allo spettacolo organizzato dall' Associazione Il Melograno hanno dimostrato con grazia e tecnica il loro credere in una visione più completa della ricerca umana, muovendo con perfezione il ventaglio Shan, non per colpire alla gola un nemico reale, ma per affrontare e sconfiggere la parte oscura che è dentro di noi.

venerdì 19 dicembre 2008

Relatività e relativismo

Erano gli anni di piombo. In Italia si sparava per ideologia, ma ce ne accorgevamo solo dalla televisione e leggendo le pagine di giornali. A Sana'a, la capitale dello Yemen, invece avevano appena ucciso in un attentato il capo dello stato ed il paese era sull'orlo della guerra civile che dopo poco avrebbe portato alla riunificazione con lo Yemen del Sud. Per tradizione gli yemeniti vanno in giro armati e se non hanno armi da fuoco, il minimo che serve a dimostrare la loro mascolinità è la jambya, un grande pugnale ricurvo che viene donato al maschio appena raggiunge la maggiore età e che si porta triofalmente sul petto pronto alla bisogna.
Eravamo nella piazzetta centrale di Sana'a di fronte alla libreria internazionale che esponeva qualche giornale straniero e quasi senza che ce ne accorgessimo fummo circondati da una gruppo di uomini, chi più chi meno, tutti armati come si dice fino ai denti. Chi esibiva una pistola alla fondina, chi un kalashnikov appeso alla spalla con nonchallance, fino ad un alto vecchio con una lunga barba bianca che esibiva con fierezza un lungo moschetto. Mentre ci guardavamo attorno capimmo che si stavano commentando i titoli delle testate esposte all'esterno della libreria. Al centro, la famosa copertina del settimanale tedesco (Stern credo) che esibiva la pistola sul piatto di spaghetti e le foto del brigatista mascherato che dalla Vespa sparava al sindacalista genovese. Con grande cortesia, che subito dissolse le nostre perplessità, chi parlava inglese iniziò a dibattere con me (naturalmente nessuno si permise di interpellare Tiziana, bionda ed oltretutto neppure velata, come le rare figure oscure che scivolavano senza apparire rasentando i muri). Saputo che eravamo italiani, il più ardito, brandendo il mitra per avvalorare meglio il suo concetto, concluse la discussione dicendo: "Ma come potete vivere in un paese così pericoloso!". Era un ingeniere e qualche anno prima era passato dall'Italia per andare a Vienna e mi assicurò che le tre ore passate alla stazione Centrale di Roma erano state per lui una esperienza di terrore e paura che ancora ricordava. La compagnia si sciolse, era ormai sera. Tornammo al funduk che ci ospitava mentre le ombre che a quelle latitudini cadono improvvise come un sipario indaco, ci mettevano meno inquietudine del consueto.

giovedì 18 dicembre 2008

Cronache di Surakhis: 3. Risolvere la crisi

L'umore di Paularius era ondivago e su opposte estremità, come la dura climatologia di Surakhis. La crisi sembrava al suo culmine; nel cielo le tre lune erano completamente nascoste dalla spessa coltre di nubi color cyano, mentre la temperatura scendeva sotto i - 80°C e cominciavano a flocculare fiocchi di neve di metano. Le borse di tutta la galassia erano in picchiata, cominciava una deflazione incontrollata che faceva gioire solo i ricchi pensionati dell'Impero, le banche prestavano crediti solo a chi dava figli, mogli ed un proprio organo in anticipo a garanzia ed il mercato languiva. Per fortuna che, da quando l'80% degli schiavi si potevano avere in affitto, aveva potuto liberarsi di quei mangiasbobba a ufo. Le agenzie di affitto ne sopprimevano la maggior parte, certo non si poteva mica fallire per mantenerli con le mani in mano, e comunque di quella gente se ne trova sempre e quando ci sarebbe stata la ripresa si poteva sempre istituire qualche tipo di tassazione con l'alternativa di dare un figlio in schiavitù. Ma non era quello il momento di pensare a queste cose. Con una faccia da funerale e la rabbia impotente che gli covava in corpo misurava a larghi passi il salone deserto, gettando un'occhiata distratta ai fiocchi verde-azzurri che danzavano al di là dei finestroni stagni. In questi frangenti gli venivano in mente i suoi primi anni a Surakhis, quando si arrabattava per sistemare il suo futuro e non aveva tempo per niente che lo distraesse; a suo figlio, che era arrivato troppo presto, quando non avevano ancora né denaro, né tempo da dedicargli. Lo avevano fatto sopprimere, anche se Lilya era tendenzialmente contraria e adesso, quando ci pensava, in fondo un po' gli spiaceva. Non aveva nessuno a cui lasciare la miniera e tutto il resto. Non poteva spendersi tutto in professionali intersex vegane. Quella sera aveva disdetto le solite due che Lalumai gli mandava dopo cena. Gli piaceva lasciarsi andare tra quei tentacoli morbidi, farsi cullare dalle loro trifonie lente e dissonanti, sentirsi sollecitare dalle ventose voraci che sembravano desiderare il suo corpo flaccido e puzzolente (tanto le Vegane non hanno narici), ma quella non era serata. Non riusciva a vedere uscite dalla crisi e anche se l'imperatore dai boccoli d'oro predicava ottimismo, i suoi contatti gli davano previsioni sempre più cupe. Lo risvegliò dal torpore un interfono di Kzwkhz da Larus che lo avvisava delle decisioni subcoperte del governo centrale. Iniziare a coprire la colossale montagna di debiti governativa moltiplicando i crediti teorici futuri, che si sarebbero potuti ottenere impegnando figli, nipoti e 3 o 4 generazioni a venire. Provocare una svalutazione colossale che liberasse lo stato dai propri impegni e rialzare i prezzi delle materie prime con una guerra generale. Il nemico era già pronto; l'immigrazione da Andromeda era ormai insopportabile per tutti, gente sporca, violenta e attaccabrighe, con smanie religiose incongrue. Il partito delle Camice Viola della Lega Trisex aveva fomentato una corretta campagna di avversione e ne bastonava qualcuno di tanto in tanto tra l'approvazione generale. La Chiesa Universale del Buon Amore era d'accordo, avrebbe dato il Deus Vult ufficiale. Così si sarebbe approfittato anche per sistemare le piccole pendenze ed eliminare quei bastardi di Orchitoidi. Un lieve sorriso lo illuminò e si forbì il muco che gli colava col bordo della tunica di morbido pelo di slot. Quasi quasi era il caso di interfonare a Lalumai.

mercoledì 17 dicembre 2008

Rosso corallo

"Il rosso è il colore del corallo, è il colore della gioia, della bellezza. Di questo colore devono essere le labbra di una donna. E deve avere la bocca piccola, gli occhi rotondi e delicati piedi minuscoli." Questo mi ripeteva sempre Chen, a Xi An, quando andavamo a cena tra le bancarelle del mercato notturno. Guardava le ragazze, dietro i banconi con l'occhio pensoso del mandarino che sceglie le concubine per il figlio. Aveva conosciuto la fame, Chen; era piccolo durante la grande carestia che uccise in Cina più di trenta milioni di persone e mi raccontava di sua madre che andava lungo i fossati, in campagna a cercare erba e radici da far bollire per dare una minestra alla famiglia, catturando se aveva fortuna, qualche rana o altro che si muovesse tra le canne. Erano stati anni terribili, per questo guardava con occhi sereni e compiaciuti l'abbondanza di cibi e di merci che traboccano da tutti i mercati cinesi. Era magro, con le guance incavate e gli occhi lievemente inespressivi, imperscrutabili. La fame antica non lo aveva reso vorace come capita a molti che hanno avuto questa esperienza di vita, ma mangiava poco e lentamente, senza il consueto rumoreggiamento di risucchi; guardandosi intorno, osservando, apparentemente indifferente, con le labbra atteggiate ad un leggero sorriso. Orgoglioso, ma pacato, con un atteggiamento di nobiltà nei modi e nella postura che non si impara, ma ci si porta dalla nascita. Parlava un italiano perfetto, con termini ricercati e precisi ed una pronuncia inusuale per un cinese, senza confondere la r con la l, imparato in una dura scuola e proseguita in anni trascorsi all'Ambasciata in Italia con compiti sfumati. Sceglieva le parole con cura e le diceva a voce bassa e suadente, guidandomi nella tortuosità dei contatti e dei complessi schemi di cortesia del suo paese. Rideva, ma sommessamente, dei miei tentativi di compitare qualche semplice carattere o mentre modulavo le diverse tonalità della pronuncia cinese. "Hai detto cavallo, non madre, signor An Li Ke." e mi correggeva con delicatezza. Sembrava sorridere della mia frustrazione di aver speso giorni in una estenuante trattativa per un impianto per produrre yogourth non andata a buon fine. Era come estraneo alla concitazione del business ed alla furia affaristica che percorreva il paese. Troppo nobile per farsi coinvolgere, troppo Tao per agitarsi per gli insuccessi. Lo turbava solo la bellezza delle foglie giovani del bambù, la nebbia azzurra che saliva sulle colline lontane, il pallido sole del tramonto, le carpe dalle scaglie dorate del lago, il rosso corallo delle labbra ed i piccoli piedi delle ragazze. Rimase poco con noi, di corsa in un mondo che gli apparteneva poco. Aveva mani lunghe e sottili Chen di Xi An.


martedì 16 dicembre 2008

Nán


Il carattere Nán, illustra in modo specifico quanto la scrittura cinese sia basata dall'osservazione della vita dei campi in una società che fino a pochi anni fa era esclusivamente agricola. E' costituito, come molti altri, da due ideogrammi sovrapposti, quello superiore mostra una risaia vista a vol d'uccello dall'alto, visione che certamente riempie il ricordo di chi ha goduto dei paesaggi del sud della Cina, con le colline trasformate dalla fatica umana in sterminate distese di minuscoli quadretti argentei dove il riso cresce, un pallido verde oro intriso di sudore. Quello inferiore, appunto la forza o la fatica rappresentata secondo alcuni dalla stilizzazione del tendine che attaccato all'articolazione tende il muscolo o, secondo altri, una vanga bidente, strumento proprio della maledizione del contadino, curvo a configgere nel terreno l'arma che nutrirà la sua famiglia. Uniti significano "maschio", proprio chi, con la sua forza fisica, trae dal campo i suoi frutti. Non mi vorrei soffermare molto sul particolare che, nella realtà, chi tirava l'aratro nei campi (l'uso degli animali come forza di lavoro agricolo, è sempre stato secondario in Cina) erano le donne, mentre l'uomo guidava l'aratro, ma si sa che qualcuno deve pur assumersi il diritto-dovere di dirigere, se no va tutto a catafascio! Il carattere Nan è quindi contrapposto a Nu (donna) che abbiamo già visto, e consiglierei a tutti coloro che pensano di visitare la Cina di impararli bene, in quanto, se si troveranno al di fuori dei grandi alberghi, nella necessità di accedere ad una toilette (厕所- cè suó , facile , basta ricordare "cesso") troveranno questi due simboli fuori delle porte. E' meglio non sbagliare la scelta, evitando così di creare disagio, in quanto i bagni cinesi all'interno di queste porte, sono comuni e senza divisori, per così dire, la si fa in compagnia.
Per aiutarvi a ricordare la pronuncia, vi segnalo uno scioglilingua di saggezza cinese che recita:
Nan de bu wei, nu de bu ai
che significa :
Uomo non cattivo, Donna non ama.

lunedì 15 dicembre 2008

Il rasoio a due teste.

Era magrissimo il nostro contatto di Kharkov, secco e allampanato, il viso scavato con una barbetta semi incolta sugli zigomi appuntiti, gli occhi neri ed infossati ancor più evidenziati da spesse lenti. Pareva uscito direttamente da Delitto e castigo, con il suo cappottino nero, stretto e leggerissimo nonostanteil gelido inverno ukraino. Così quel mattino, stando impettito, con i folti sopraccigli aggrottati, ci annunciò, come sempre a bassa voce, che ci avrebbe ricevuto il direttore di un grosso Kombinat che aveva un progetto interessante per le mani. Uscimmo, calcandoci le schapke in testa, nel gelo sferzato dal vento teso della pianura, e in una mezz'ora una Zigulì malandata ci scaricò dentro la fabbrica. Il glavny ingenier ci fece fare il giro di ricognizione, mostrando anche quello che non poteva nascondere: montagne di materiali abbandonati, macchinari decrepiti, presse Quassy anteguerra, patina di ruggine a ricoprire ogni ferro visibile, maestranze qua e là assorte a fingere di lavorare. La fabbrica produceva rasoi elettrici (ne avevo appena comprato uno di campione ai magazzini Zum in centro al prezzo di circa un dollaro) ed il progetto, nell'ambito delle nuove possibilità previste dalla ventata di liberalizzazione economica della glasnost, era produrre un nuovo modello, copia esatta del Philips, da esportare in valuta, per cui occorreva la fornitura di una serie di stampi. Il direttore e il presidente in gran pompa ci spiegarono il progetto. Era gente giovane e tutto sommato sembravano determinati a entrare con decisione nel nuovo corso. Parevano decisi a cogliere le opportunità nel nuovo vento che irrompeva in una URSS squassata dai propri problemi profondi. Mentre ci illustravano minutamente l'idea, andammo nella stalovaija aziendale, dove in una saletta VIP, un rubiconda operaia travestita da cameriera ci servì i piatti più ghiotti della mensa, tra cui il famoso pollo alla Kiev, ripieno di burro fuso che morso con disattenzione colò improvvidamente a macchiarmi la cravatta tra l'ilarità generale. Ma nella trattativa commerciale, tutte queste cose fanno simpatia e infatti, terminata la bottiglia di vodka eravamo tutti molto in sintonia, tranne il nostro magrissimo Alexey che senza appoggiarsi allo schienale della sedia beveva con metodo, senza ridere, limitandosi di tanto in tanto a proporre una pridladjenija all'amicizia tra Italia e URSS, levando il bicchiere che poi beveva tutto d'un fiato con grande serietà. Aumentata la confidenza, andai più a fondo nel progetto, chiedendo agli aspiranti capitalisti che prevedevano di vendere il nuovo rasoio a 10 dollari (e già brillavano loro gli occhi, resi più tondi dai sorsi di vodka Gorilka) quali fossero i costi di produzione che avevano calcolato, per capire in quanto tempo potevano rientrare dell'investimento. Mi guardarono con occhio sospetto, poi, dopo una lunga pausa il Presidente sbottò: "Ma perchè, è proprio necessrio saperli questi dati?". Gli spiegai che se il costo fosse stato di 11 dollari forse il business non sarebbe stato molto valido. Lui ci pensò un po', poi guardando sconsolato il direttore, emise un lungo sospiro e si aprì la diga. "Gospadin Enrico (tovarish già non si usava più), noi cerchiamo di adattarci al nuovo corso, ma non è facile. Un tempo il piano ci diceva che dovevamo produrre 100.000 rasoi all'anno; ci mandavano tanta plastica, tanto filo di rame e tutto il necessario; noi li facevamo sempre uguali e qualcuno se li veniva a prendre e se li portava via, che funzionassero o no. Se la roba non arrivava in tempo o se non se li ritiravano e stavano a marcire sotto la neve , ufficialmente era come se li avessimo prodotti; mettevamo la foto degli operai meritevoli ogni mese nella bacheca e tutti erano contenti. Adesso tutti si lamentano; le operaie vogliono più soldi (e qualcuna fa anche difficoltà ad essere, diciamo così, gentile con i capi), bisogna preoccuparsi che arrivi la materia prima, studiare un nuovo modello come se quello vecchio non tagliasse la barba, vero Kolija che la taglia benissimo? -e il glavny ingenier assentiva col capo- preoccuparsi di venderlo e adesso arrivate voi e ci raccontate che bisogna anche preoccuparsi di quanto costa farlo. Darogoy Enrico, per noi è troppo dura, non so ce ce la faremo a star dietro a tutto questo". Ce ne andammo in un turbinio di neve guidati da un sempre più impettito Alexey, una figura nera e sottile che ci traghettava verso l'uscita, tra i capannoni del zavod. Quel rasoio mi sta funzionando ancora adesso, seppure in modo approssimativo e lascia le guance rosse e irritate come la carta igienica dell'epoca che si chiamava "la vendetta di Stalin", ma ultimamente mi faccio poco la barba.

domenica 14 dicembre 2008

La mandola

Un piacevole sabato passato con gli amici. Per il piacere che mi ha dato la loro compagnia voglio dedicare a loro queste parole di Li Po:

Ascoltando la mandola.

Ha una mandola il prete buddista di Chou:
Scende dalla montagna dei Sopraccigli
Verso Ponente, e la suona per me.
Suoni vibranti che somigliano al brusio
D’una foresta di pini mossa dal vento.
Come lavato dall’acqua del fiume
Il mio cuore si sente pulito.
Il dolce suono
S’unisce ai tocchi della campana lontana.
Insensibilmente scende la notte,
E i monti si smussano nella nebbia leggera.

venerdì 12 dicembre 2008

Gioventù bruciata

Erano appena avviati i fabulous sixties. Ma com'è che avevamo tutti quell'aria da James Dean, da gioventù bruciata? (io un po' meno per la verità, c'era già una lieve tendenza alla pinguedine e i grassi non sono mai maledetti). Qualcuno aveva sentito per la prima volta She loves you e diceva che la musica era cambiata anche se quando andavamo a ballare c'era l'orchestra (non si chiamavano ancora "complessi"), che Arturo Testa aveva una bella voce, ma stava passando. In effetti si avvertiva che qualcosa stava cambiando, che tirava un'aria diversa, ma chi poteva immaginare i cinquanta anni successivi. Se penso alle giornate passate seduti su una panchina a quello che si diceva dei giovani di allora, a tutte le nequizie che si pensava avrebbero commesso; vien da ridere. Gli anziani sono sempre gli stessi e dicono le stesse banalità da duemila anni. Ripetiamo oggi le stesse parole di Seneca e siamo convinti di dire grandi verità. Forse noi non abbiamo saputo cogliere l'occasione morale che veniva dal dopoguerra. La voglia di fare e di fare bene si è tramutata in una generazione che ha ammirato e praticato la furbizia come dote, ma il mondo andrà avanti come prima. Passerà la crisi, molti piangeranno, altri faranno soldi, a meno che il Grande Impero non decida di risolvere il problema, come sempre in passato, con una Grande Guerra, sperando di sistemare i suoi debiti con una colossale svalutazione. Del fatto che voleranno le atomiche, a chi comanda non frega molto. Anche dopo quelle, comunque il mondo in qualche modo andrà avanti e ci saranno sempre i ragazzi come te, Lauro, che passavano ore ad aggiustarsi il ciuffo e a farsi ammirare dalle ragazze. Per inventare Fonzie hanno copiato il tuo format.

giovedì 11 dicembre 2008

Hăo

In Cina in tutte le formule di saluto viene usato questo carattere, che significa "buono", un po' come da noi "salve", insomma un augurio o un auspicio che la persona che si saluta stia bene, fisicamente e moralmente. Dovunque andrete in Cina, vi sentirete sempre rivolgere con un sorriso un Ni hao (tu buono), un cordiale saluto valido per tutti. E' interessante esaminare l'ideogramma, che è composto da due caratteri più semplici. Quello a sinistra che abbiamo già visto (nǔ) significa "donna", mentre il secondo (zǐ ) significa"bambino". Ed in effetti che cosa c'è di più bello di una donna con un bimbo in braccio, due piccoli segni per illustrare la positività, che diventa augurio, serenità, tranquilla gestione di una quotidiana accettazione dell'essere. Affrontare il presente senza paure, reali o precostituite da chi ha interesse ad averci pavidi ed impauriti per poterci meglio imbavagliare. Forse proprio dalla tanto vituperata Cina, che peraltro ha situazioni e atteggiamenti per noi inaccettabili, ma assolutamente congrui ed indifferenti per la quasi totalità dei suoi abitanti, arriverà l'aiuto e la sponda per tirare fuori dal guano chi con spocchia e disprezzo aveva spiegato al mondo ignorante ed ossequioso quali devono essere le corrette procedure economiche.

mercoledì 10 dicembre 2008

Compagni di scuola

Cosa conduce un gruppo di over ... a sfidare le intemperie, le nevi della nuova glaciazione, ad abbandonare le tranquille serate accanto al caminetto con la copertina sulle ginocchia per ritrovarsi e raccontarsi il piacere di rivedersi di tanto in tanto? Certo qualcuno si dà malato, qualcun altro non si ricorda qual è la sera giusta (è vero che gli anni passano). Forse, però, è tutto racchiuso nelle parole che mi ha scritto l'altra sera Gian Maria e che vi riporto tal quale:

-E' tardi e domani devo alzarmi presto, ma voglio dirti che proprio in questo giorni credo che il periodo che abbiamo vissuto insieme a scuola ci abbia dato qualcosa di speciale. "I migliori anni" e mi sembra - anche adesso - che quei migliori anni siano continuati, anno dopo anno; i sogni ho continuato a farli e spesso si sono avverati; canto le canzoni di allora - ricordo i testi, le melodie, gli autori e i cantanti come se fosse oggi; ricordo le figurine di allora; gli autori latini, greci e italiani, la storia, la mitologia, l'onestà, il rispetto, l'educazione, il risparmio, lo studio, l'educazione civica e l'educazione fisica; la messa, la novena di Natale, Gelindo, la via crucis; l'esame di coscienza, l'esame di quinta ginnasio, la coscienza di zeno; la gita scolastica, la festa in casa di pomeriggio, col mangiadischi; l'università, il fidanzamento, il lavoro, la famiglia; la maturità (quella vera, non la fine del liceo), l'equilibrio, la riscoperta di certe cose; il sentire le stesse cose con le persone care; buona notte.-

martedì 9 dicembre 2008

Meno stato, più mercato?

Sono sempre stato attratto dagli scambi, dalla trattativa, dal fascino del mercato in quanto tale e dalla mentalità mediorientale che lo accompagna. Forse un'altra delle mie vite precedenti mi ha lasciato questo imprinting. Ero nato vicino alla costa in quella che i Romani, i nuovi padroni del mondo, chiamavano Arabia Felix. In realtà non ne sapevano quasi nulla e immaginavano che da noi venissero tutte le spezie che amavano molto e ci compravano in quantità. Io due volte all'anno risalivo la costa del mar Rosso con una piccola carovana carica di incenso che scambiavo con mercanti in arrivo da isole lontane dell'Oriente di cui i Romani non sospettavano neppure l'esistenza. Era autunno o primavera quando arrivavo a Petra. Che sensazione; si dormiva fuori città. Poi il mattino, fresco e pulito, con il mio vestito più bello, attraversavo il lungo sif di roccia che conduce all'ingresso e facevo il mio ingresso nella città davanti alla mia piccola carovana come un principe che arrivasse d'oltremare. Credo che fosse uno dei più grandi mercati del mondo ed era tutto un brulicare di mercanti, di faccendieri, soldati, profeti e adepti di sette religiose che fermentavano da quelle parti in maniera mai vista. Tutti predicavano la Verità, altri, i più scaldati del momento ce l'avevano con noi, i mercanti, che ci interessavamo più di affari che di filosofia. Ma di questa gente ce n'è sempre stata, mi diceva mio nonno, poi ogni tanto si decidono, ne fanno fuori qualcuno e non se parla più per un po', fino a quando non salta fuori un altro matto, che si tira dietro un po'di sfaccendati. Quella volta aspettai due giorni prima di incontrare Rufus Macrinus. Era sveglio, più degli altri Romani e non aspettava sulla costa l'arrivo delle merci, ma saltando un passaggio, arrivava fino a Petra ed era da anni il mio migliore cliente. Parlavamo la lingua franca del Mare Nostrum, ma lui intendeva perfettamente anche il Nabateo, anche se faceva finta di non capire. Ogni volta cercava di farmi raccontare da dove arrivava il mio incenso, poi faceva finta di credere alla storia che lo coltivavo io stesso nelle mie terre a sud di un deserto impossibile da traversare e non tirava neanche troppo sul prezzo e mi versava con sussiego aurea argenteaque sextertia (nel lavoro, se non ficchi qualche parola in latino qua e là, non sembri aggiornato, così, ut mercaturam adiuvare, facillime latinam linguam loquor). Non amano la trattativa questi Romani, hanno fretta di concludere, vogliono tornarsene a Roma. Questa città deve essere ben straordinaria, 50 volte più grande di Petra; mah, Rufus ama esagerare, specialmente quando racconta della sua città, dell'imperatore, delle ricchezze, dei palazzi e delle genti di ogni paese che la popolano. Vuole concludere in fretta caricare i sacchi di incenso sugli asini e raggiungere la costa e la nave che lo aspetta per tornare a tuffarsi nella confusione cosmopolita della sua terra. Cerca sempre di portarmi nelle nuove taverne di moda, che servono tutti cibi elaborati con quello schifo di garum che piace tanto ai Romani. Non apprezza il lento scorrere del tempo, bere con me l'infuso nero, amaro ma forte e profumato delle bacche di Kava che viene dalla mia terra e parlare un po' del senso della vita, prima di trattare le merci. Non apprezzerebbe certamente la solitudine del deserto del sud, delle grandi dune sabbiose con le sfumature di colori del tramonto che si perdono all'infinito. Le notti sotto il cielo stellato davanti al fuoco tra racconti di avventure e ricordi di mondi lontani e di ricchezze ancora da scoprire. Lui ama il fasto della città, mi racconta di grandi spettacoli, di arene con uomini che si combattono e si uccidono per il piacere della folla che urla, di eserciti che partono alla conquista del mondo, di dame carichi di gioielli che arrivano da luoghi che non ho mai sentito, vestite di damaschi e di tessuti costosissimi che arrivano dai Sini. Nel nostro ultimo incontro mi ha fatto capire che presto arriverà anche qui un grande esercito e che questa terra di teste calde sarà finalmente pacificata per sempre. Basta con questo bailamme di religioni che portano solo caos. Pax romana per tutto il mare nostrum e mai più teste calde in Palestina. Un gran sognatore, Rufus, intanto mi ha pagato l'incenso il doppio di sei mesi fa. Con la crisi che gira, il lusso tira sempre.

sabato 6 dicembre 2008

Concitazione

Non c'è più tempo, debbo partire , in fretta, le nevi non aspettano. Allora per meditare in questi tre giorni solo un piccolo haiku di Kobayashi:

世の中や蝶の暮らしも忙しき

In questo mondo
anche la vita della farfalla
è frenetica.

venerdì 5 dicembre 2008

Godere del sole

Una elegante quartina di Li Po dice:

Anche quel vecchio muro,
anche quel cane magro,
anche il gelo nel secchio
gode del sole, stamane.

Il tempo passa e mi pare che ogni giorno diminuisca il mio attaccamento verso gli oggetti. Il desiderio di possedere, per mettere lì, per avere in disponibilità; la voglia che ti prende quando vedi cose e le vuoi morbosamente, ti sembra di non poterne fare a meno, con l'appagamento di un'istante nel momento dell'entrata in possesso, che subito svanisce come il flash dello stupefacente. Molti indiani, giunti ad un crinale della vità davano le sostanze ai figli e si dedicavano alla cura dello spirito. L' auspicata vittoria dell'essere sull'avere. L'auspicato ed auspicabile predominio del pensiero sulla contabilità. Sempre meno mi interessa l'esaminare una cosa, coccolarmi nell'assunto che è finalmente mia, disporla o riporla nel mio territorio, difenderla psicologicamente da chi vuole privarmene; sempre più mi rincuora l'avvertire sensazioni, godere di profumi, sapori, sentimenti, osservare il bello e sentirmene appagato e quindi lasciarlo all'appagamento di altri che in questo modo nulla mi tolgono, magari mi arricchiscono nella condivisione. Questo è un grande dono che portano gli anni che passano.
Ciò detto, scusate ma devo lasciarvi, devo assolutamente andare daMediaword a vedere dei plasma da 52 pollici, dopo Natale certo ci saranno sconti epocali e me ne arraffo uno; ho già fatto posto nel tinello!

giovedì 4 dicembre 2008

Cronache di Surakhis: 2. Non si può aver tutto gratis

L'allineamento delle tre lune rendeva l'atmosfera elettrica come al solito. La crisi, già, la crisi, si faceva sentire anche su Surakhis e Paularius era preoccupato , ma fino ad un certo punto. La pietra di Baum era comunque un prodotto per ricchi e quindi il consumo era stabile, ma il prezzo della polvere di scarto, che era oltre il 90% della resa della miniera e serviva come incrementatore degli organi sessuali di oltre 80 razze in tutta la galassia, era crollato a minimi storici. La gente pensa meno al sesso durante le crisi, ma prima o poi i prezzi sarebbero risaliti, quello è un mercato che tira sempre in tutti i sensi, pensò sogghignando. D'altro canto anche il costo degli schiavi era sceso parecchio, specialmente i terrestri venivano via per niente; da quando era saltato il sistema dei mutui, metà del pianeta era in svendita e te ne davano tre al prezzo di due. Quindi bastava saper aspettare e lui il tempo l'aveva; intanto interfonò a Lalumai che gli mandasse due intersex di Vega, un po' formose come piacevano a lui, tanto per passare la serata. Si spostò nel taschino della cappa argentea il contatore dell'aria e si sdraiò sulle pelli di kavoki rilassato ad aspettarle. Era un gesto spontaneo ormai, nessuno ci faceva più caso. Già, da quando venti anni prima l'aria era stata privatizzata, a tutti era stato applicato alla mandibola il filo di lycron con il contatore e in effetti non dava fastidio per niente. Della cosa si era cominciato a discutere quando era diventato imperatore provvisorio del Sacro Impero il Piccolo e nonostante tutte le opposizioni fossero contrarie, ma si sa quelli sono sempre contrari a tutto, ma di proposte concrete non ne fanno mai, dopo circa un decennio un coraggioso pool di privati aveva fatto partire la prima di una serie di centrali di depurazione, che in un anno filtravano tutta l'aria del pianeta. E dire che prima toccava andare in giro con le maschere, eppure qualcuno aveva il coraggio di lamentarsi adesso per il contatore, che non dava nessun fastidio. Anche il costo era sopportabilissimo e poi bastava respirare piano con concentrazione zen per consumare di meno. La popolarità del Piccolo era salita molto con l'aria più pulita, tanto che era riuscito a farsi prolungare il mandato a vita e anche adesso che aveva più di cento anni e lo tenevano su con tubi e sonde, ma tra lifting e trapianti di pelle sembrava un giovanotto, i sondaggi dei suoi olovisori dicevano che era molto amato. Inoltre coi contatori si era risolto bene anche il problema della sicurezza, bastava regolare un po' gli erogatori dalla centrale e le teste calde si calmavano subito e se qualche criminale non stava a posto, un clic all'interruttore e il caso era risolto. Anche quello dei prezzi dell'aria era un falso problema. Certo, di tanto in tanto aumentavano un po, d'altronde gli azionisti dovevano pur essere compensati dell'investimento (anche lui aveva una piccola quota nella centrale di Lind), ma esistevano le protezioni sociali e le esenzioni. Se una famiglia non si poteva permettere la bolletta dell'aria, bastava dare un figlio in schiavitù o una figlia al Centro del Benessere Sessuale e ti esentavano per dieci anni. Certo non si può aver tutto gratis, gli schiavi esistono per questo e a loro non viene fatta pagare l'aria e non hanno neanche il contatore. Però per certa gente non va mai bene niente, sono pregiudizialmente contro il sistema e adesso ci si deve sopportare questi cortei di Orchitoidi dell'Aria Libera che vorrebbero l'abolizione universale dei contatori. Approfittano del fatto che non si possono deossigenare; quei puzzolenti bastardi respirano acido solfidrico.

mercoledì 3 dicembre 2008

Белые березы

Gli Urali del Sud non sono che alte colline dai profili arrotondati e coperti di fitti boschi di bianche betulle. In una valletta laterale, appoggiato al crinale, il gigantesco parallelepipedo sovietico dello Yangantau Sanatorij domina la gelida esse d'argento della doppia ansa del fiume, pietrificata dai -25% di un gennaio spalmato di perestroika. Il vento teso della Bashkiria è cessato e passeggiare nei boschi illuminati dal sole pallido è piacevole anche se la pelle è un po' intorpidita, anestetizzata. Eravamo arrivati la sera prima, per concludere un contratto per l' imbottigliamento dell'acqua mineral-solfo-ferro-iodo-radioattiva, comunque più miracolosa di quella di Lourdes, che sgorgava dalla sorgente termale della zona e a cui faceva capo un centro di "vacanza e benessere" zeppo di lavoratori meritevoli che trascorrevano lì la loro quindicina di riposo (in russo, essere in vacanza e riposare si traducono con la stessa parola). Dovevamo essere ricevuti dal direttore del complesso per avere l'autorizzazione ad imbottigliare la preziosa acqua, convincendolo che non sarebbe stato turbato l'equilibrio dell'ambiente. Così dopo un'abbondante colazione a cetrioli e panna acida, nella dacia di legno odoroso che ci aveva ospitato, io ed i colleghi ci avviammo verso l'ufficio del luminare, attraversando prima i giardini coperti di neve, poi la piscina terapeutica e l'ampio salone dove gruppi di matrioske insaccate in grandi divani di similpelle, ci guardavano passare con simpatia. "Balshaija Italijanskaja delegazija" mormoravano, commentando tra di loro l'inusuale avvenimento di cui l'intero complex era al corrente. La Delegazija, nell'URSS, dava sempre una sensazione di grande importanza ai fatti ed agli avvenimenti, che venivano di norma sanciti da grandi documenti con abbondanza di vistosi timbri, preferibilmente rossi e rotondi, con un finale di brindisi e abbracci. Lo scienziato aveva un assoluto fisique du role, magro e allampanato, barba imponente e occhio infuocato, dostoievskiano direi. Ci ricevette in un ufficio semplice, da studioso che ha dedicato la vita all'indagine dei benefici effetti che la Sua Acqua dava ai corpi malati. Lo lasciammo parlare a lungo con aria grave e convincente, gli demmo le necessarie rassicurazioni, ma prima di concederci il benestare, volle che, senza indugio ci sottoponessimo ai trattamenti idroterapici offerti dalla casa. Pur essendoci già dichiarati assolutamente convinti, non potemmo sottrarci alla prova e fummo quindi condotti in uno scantinato sulfureo dove scorreva l'acqua benedetta. Io, avendo ingenuamente dichiarato dolori ricorrenti alla schiena, fui sottoposto prima alla vista del figlio dello scienziato, studioso anch'esso e specialista di schiene, che mi manipolò a lungo, scrocchiandomi rumorosamente la colonna e sentenziandomi un futuro difficile con la necessità di costante terapia termale. Il mio collega, a cui era stato esaminato con cura un ginocchi dolente, fu quindi avvolto in candidi panni e introdotto in una sorta di lavatrice da cui uscivano vapori sulfurei, mentre io venni inserito nudo in una bara di similplexiglass, in cui veniva pompata dalle profondità della terra un soffio bollente e medicamentoso. Fummo abbandonati lì per circa un'ora, mentre il collega si lamentava di tanto in tanto e solo le nostre teste emergevano dai loculi danteschi, scambiandoci occhiate interrogative. Fummo infine liberati, il documento stilato, i timbri opportunamente apposti, forti abbracci e baci suggellarono la cerimonia. Terminammo la serata nella dacia con sashliki ben grigliati e una selva di bottiglie di vodka vuote e mentre Robert, il dolcissimo e gentile ingeniere (un vero amico) che sarebbe stato responsabile dell'impianto, che aveva ormai gli occhi sbarrati ed inespressivi dietro le spessissime lenti, ci guardava senza vederci. Lo mettemmo a letto e finalmente ci addormentammo. Il mattino dopo, mentre i raggi del sole doravano la crosta gelata del sottobosco, pur lamentandosi per il fortissimo mal di testa postsbronza, Robert ci accompagnò nella valle all'ufficio postale, dove avevamo prenotato 24 ore prima la telefonata in Italia per comunicare l'accordo. Versammo i 200 rubli pattuiti per tre minuti ed alle 9:30 come previsto, l'enorme addetta, una autentica Tamara Press della cornetta, ci indicò con gesto stanco una cabina, dove tentammo inutilmente di avere la linea. Delusi, tentammo di farci restituire il denaro, ma Tanija ci spiegò che noi avevamo pagato la "possibilità" di telefonare e se non c'era la linea non era certo colpa sua. Tornammo alla dacia con calma, i telefonini e Skype erano ancora di là da venire.

martedì 2 dicembre 2008

La scuola di Atene

Al termine di lunghi anni di studio, la scuola di retorica di Atene, poneva gli allievi di fronte ad un difficile esame finale, al fine di potersi fregiare del titolo di Oratore. Veniva data una tesi strampalata o palesemente falsa e lo studente doveva convincere il suo pubblico della assoluta coerenza dell'assunto e dimostrarne la veridicità. Solo se gli astanti si dichiaravano concordi nell'accettare la dimostrazione vi era la promozione. Naturalmente non era così semplice dimostrare che nel mare non c'è acqua o che piove all'insù, ma i bravi studenti avevano una tecnica derivata dai lunghi anni di applicazione da utilizzare. Si cominciava intanto con una lunga serie di verità inoppugnabili a sostegno dell'assunto (mai usare falsità per dimostrare una cosa falsa, si viene subito scoperti e si perde di credibilità), luoghi comuni e banalità varie, poi qualche mezza verità, e qualche balla bene infiocchettata e ben nascosta tra le cose vere, di cui nessuno di norma si accorge; poi si infarcisce il tutto con argomenti attinenti , ma che nulla hanno a che vedere con la veridicità della tesi, ma su cui ogni persona di buon senso non può che essere a favore (es. il cancro è una cosa dannosa e io sono per combatterlo! e chè, c'è qualcuno invece a favore del cancro?), infine si fa comparire chiunque obietti qualcosa, come un farabutto o quantomeno un cretino ignorante e il gioco è fatto. Ecco la sconcertante sensazione che ho avuto domenica sera guardando Report, dove la giornalista che ritengo migliore in assoluto, mi ha deluso profondamente. Gabanelli, in un Report sull' agricoltura ha utilizzato appieno questa tecnica e siccome è troppo brava, un paio di volte qua e là, ha anche smentito la tesi precostituita del servizio (che il mondo può essere salvato solo dall'agricoltura biologica impiegata al 100% su tutto il pianeta) dicendo ad esempio:- E' però vero che gli antiparassitari sono necessari e che bisogna usarli.- Ma lo ha detto così sommessamente e di lato, che certo nessuno se ne è accorto, perchè quando si celebra una Messa, gli adepti diventano molto nervosi con chi mette dubbi sulle Verità Rivelate. Una chicca straordinaria, poi l'utilizzo degli archetipi, dalla parte dei Cattivissimi inquinatori, un giovane manager rampante che difendeva l'indifendibile con sciocca arroganza e di un agricoltore inquinatore, alto, bello e ricco e sfruttatore dei poveri negri; mentre dalla parte dei Buoni, il contadino della favola, barba incolta, volto ingenuo sfatto dalla dura fatica di una terra avara, ma amico della natura e non del suo portafogli, coronato dalla sua scelta di abbandonare una città covo del Male. Ci ha risparmiato, la Gaba, un primo piano sul volto rugoso e cotto dal sole e sulle mani callose che tenevano la marra (non la vanga, strumento troppo moderno e già testimonial di un'Agrikoltura Cattiva, della Kimica, della Plastika). Che delusione dalla mia giornalista preferita! Sono certo che il governo, sentendo l'aria del consenso, varerà provvedimenti a favore e sostegno dell'agricoltura biologica (comincia a farmi orrore questo termine privo di significato), mentre toglie quelli a favore di chi investe in energia alternativa. Di questo non ne parla nessuno, si vede che non fa notizia.

lunedì 1 dicembre 2008

Davanti alle coppe piene

E' scesa ancora la neve. Cosa c'è di più piacevole che trascorrere la domenica con persone care che ti hanno preparato con affetto cibo e compagnia. Perchè l'età che avanza, alla maggioranza delle persone, invece della serenità della consapevolezza, induce tristi rimpianti di giovanilismo e splendori passati spesso sopravvalutati?

Dice ancora Li Po:

Davanti alle coppe piene

Lo zefiro in corsa verso levante ci visita;
Sfiora nei calici il vino che appena s’increspa.
I fiori aperti cadono dai rami;
Cullati dal vento amoroso abbracciano il suolo.
La bella s’inebria, il roseo volto s’arrossa;
Ahi, muore il fulgore del pesco e del pero!
Il tempo bugiardo nasconde le tracce e fugge;
Tu puoi danzare ma il sole s’inclina a Ponente.
Tu puoi serbare ancor la gaiezza dei giovani,
Ma i tuoi capelli sono già tutti bianchi
E ti lamenti invano!

Non so cosa avesse Li Po sul suo tavolo, ma io avevo:

Focaccia con crema di porri e sesamo, Belga con Fromage blanc
Insaccato di capocollo e salamella semipiccante di produzione familiare.
Lumache Bourghignonne
Sformatine di baccalà mantecato e riso Venere Nera
Plin alle erbette con ragù
Medaglioni di filetto ai carciofi e terrina di patate alle erbe fini
Semifreddo all'arancia maison
Kiwi del frutteto
Arneis 2007- Nebbiolo 2005 - Barbaresco 1977

Tutto il vegetale appena colto a Kilometri 0,015 essendo orto e frutteto a 15 metri (per soddisfare l'amico Merinos, anche se non era a km zero, mi scuserà, non si è potuto fare di meglio). Forse invece Li Po aveva soltanto vino di riso e involtini primavera in salsa di soia. Grazie ancora Dada!

sabato 29 novembre 2008

La lumaca

Per strada non si sente parlare che della tragica situazione economica in cui tutti si ritrovano a causa della crisi finanziaria che ha travolto le economie mondiali. Le casalinghe guardano con occhio flaccido i peperoni sulle bancarelle e i pensionati non trovano più cantieri sulle cui transenne appoggiarsi per criticare l'andamento dei lavori. Vogliamo esaminare con occhio obiettivo la situazione? Per la quasi totalità degli italiani questa congiuntura è nei fatti indifferente o addirittura migliorativa. Non vi sembra? Allora esaminiamo il fatto che rispetto all'ultimo anno i prezzi dei carburanti sono decisamente diminuiti, che le tariffe legate all'energia sono stazionarie o in leggera diminuzione, parimenti stazionari (stagnazione, non è questa la grande paura?) la maggioranza dei prezzi, immobili in calo del 10% e così via. Allora per 20 milioni di pensionati e per la quasi totalità del lavoro fisso dipendente, queste sono ottime notizie dopo anni di crescita del PIL (e di contemporanea diminuzione del loro potere d'acquisto) secondo un noto assioma per cui l'economia andava benissimo ma la gente stava peggio. Se non capitano cose apocalittiche (guerre globali o similia, per carità possibilissime e già accadute in condizioni simili quando sono i potenti ad essere nella cacca) gli unici a dover soffrire nei prossimi due anni saranno i precari e coloro che in seguito a questa mancanza di fiducia e calo dei consumi perderanno il lavoro. Una cifra ragionevolmente pensabile di un milione di persone. E' qui allora che un governo responsabile dovrebbe indirizzare ogni iniziativa (rilancio opere pubbliche) e ogni euro di aiuto, che sarebbe, visto il bisogno, immediatamente tradotto in consumi. Queste saranno le persone da aiutare veramente, le reali vittime di qusta situazione, che leggi mal interpretate e colpevolmente lasciate incomplete hanno dilatato. Tutti gli altri non hanno nessuna ragione reale di lamentela, anzi. Invece si sprecheranno risorse in mille rivoli e rivoletti, in elemosine da ritorni elettorali, lasciando nel bisogno i pochi che hanno veramente bisogno, dando retta ai piagnistei di chi sulla crisi ci marcia. Magari andando a coercire chi ha raddoppiato il prezzo di pane e pasta (dati ininfluenti sulla vita reale ma molto psicologici) e similari e non li ha riportati come prima, adesso che le materie prime sono ritornate ai prezzi quo ante. La vituperata globalizzazione aiuterà pian piano a rimontare la crisi e per tutti gli altri, stop al pianto greco, un po' meno corsa e un po' più di attenzione determinata non farà affatto male. A questo proposito, dopo questo pistolotto, vi voglio lasciare con un appropriato e delizioso haiku degli albori dell'800 di Issa Kobayashi .

Oh lumaca,
scala il monte Fuji,
ma piano, piano!

venerdì 28 novembre 2008

Da Mama Otìlia

Tra un po' ci sarà almeno un metro di neve. Fa venir voglia di sole e di gamberi in salsa creola. Di Brasile e di churrasco sulla spiaggia di Ipanema. Certamente l'esperienza della carne brasiliana è indimenticabile, ma in ogni paese ci sono aspetti della cucina che possono stordirci . Fernando, che mi aveva iniziato ai meandri della culinaria paulista, mi aveva parlato con cautela della feijoada, un piatto da iniziati, diceva, per palati particolari. Non mi arrendo facilmente davanti alle più importanti sfide della vita e pertanto dopo alcune insistenze e diversi distinguo si decise per l'avventura. E' un piatto povero, tratto comune a molte culture e ideato dagli schiavi che avevano a disposizione solo fagioli e scarti di maiale. La base è costituita da fagioli neri e uno stufato di orecchie, carne secca, coda, lardo, piedini, cotiche, pancetta ed altre parti meno nobili di cui non voglio sapere nulla di più, che in una giornata intera di cottura a fuoco lentissimo in una grande terrina di argilla si sciolgono quasi completamente fino a formare uno zuppone violaceo-marrone denso e promettente. Qui nascono i primi problemi. Infatti le poche cucine che si cimentano con la preparazione tradizionale, la propongono solo al venerdì in quanto sembra che dopo averne goduto, sia necessario almeno un intero week end di riposo e meditazione. Finalmente individuato il nostro luogo di perdizione, un profumato venerdì sera, Fernando ed io scostammo la tenda colorata che immetteva nella taverna di Mama Otìlia, un piccolo ambiente pieno di sentori e di risate leggere. Su un tavolo di legno scuro coperto di una tovaglia a quadroni, ci aspettava l'aperitivo fumante, il brodo di cottura dei fagioli servito in bicchierini di coccio con rondelle di banane secche. Saporito e intrigante aprì lo stomaco alla successiva delizia. Arrivò infatti una grossa zuppiera di terracotta posta su un fornellino, in cui sobbolliva lenta, la spessa se pur liquida zuppa bruna. La sua superficie veniva gonfiata da un lento fluire di bollosità profonde come in una pozza di fango bollente dei Campi Flegrei. Per arricchire ed addensare meglio l'ambrosia che a grandi cucchiaite ci versavamo delle ciotole di terra, ci fu fornita della farina di manioca e delle patate dolci bollite. Devo dire che raramente un insieme così ricco e completo di sapori e di sensazioni mi colpirono, dal fresco e smaliziato pizzicore del peperoncino, ai forti sentori del suino, al ricco sapore delle parti salate, alla croccantezza della pelle e delle cartilagini, alla consistenza sapida dei fagioli ormai consunti nel sabba orgiastico suino. Mangiavamo lenti ma con costanza, Fernando crollò presto; io invece non riuscivo a staccarmi da quell'ambrosia che continuavo a versarmi di tanto in tanto, rabboccando con un grosso mestolo di legno. Man mano che il tempo passava, sguardi di stupore provenivano non solo più da Fernando ma anche dalla imponente padrona del locale, ma era come una droga; non riuscivo a smettere di inalare aromi e a cessare quella dipendenza. Quando infine crollai, ci trascinammo verso il riposo del giusto con fatica. Fernando temette che non avrei superato la nottata. Fu un duro week end. Adesso, che dopo anni posso dire di avere completato la digestione, mi è rimasta la saudade di quel sapore e del sorriso di Fernando che come tutti i brasiliani parla sottovoce, perchè non si grida se si è sereni.

giovedì 27 novembre 2008

Un italiano vero

Karachaevo-Cherkesskaja è una piccola repubblica semiautonoma nel Caucaso del Nord a due passi da Ingushetia e Cecenia. I Circassi, una delle litigiose etnie montanare che la abitano, sempre in lite con i vicini, sono fieri e certi dei loro diritti (e quasi sempre armati, tanto per sostenerli meglio). Nel '92 l'URSS stava per tirare le cuoia, accartocciandosi sulla incapacità di rinnovamento della sua gerontocrazia (ehehehehe, bisognerebbe imparare dalla storia , anche recente) ed io, con l'amico Evghenij, ero a Cerkiesk per un bel contrattone in una fabbrica di vodka. Terminate le trattative, ce ne andammo a pranzo, ma a quel tempo i ristoranti erano rarissimi in Russia, tantomeno in quell'avamposto montanaro. Risultò che l'unica opzione era un locale notturno che aveva anche un servizio di ristorante. Data la scarsità di clienti avrebbe aperto solo per noi e quanto ci presentammo all'una, puntuali come gli storioni del Volga, le inferiate del bunker (questa almeno era l'apparenza) erano ancora chiuse. C'erano 15°C sotto zero e dopo aver suonato una campanella chioccia, battevamo i piedi sul cemento ghiacciato, io nella mia calda dublionka, invidiato da uno Zhenija imbozzolato in un impermeabilino leggero e una piccola shapka di similpelle in testa. Dopo poco si aprirono le sbarre e comparve un armadio in camicia nera e gessato grigio molto famiglia Soprano ed un preoccupante gonfiore all'altezza dell'ascella sinistra. Due fessure senza espressione al di sotto dell'unico sopraccilio che inquadrava la fronte rugosa ci esaminarono lentamente, poi le carnose labbra caucasiche bisbigliarono: " Italijanzi?". "Da" fu la nostra stringata risposta imposta dalla temperatura che consigliava di accelerare i tempi. Mentre la nostra preoccupazione aumentava, l'armadio si piazzò davanti alla porta con le gambe ben piantate per non perdere l'equilibrio e dopo averci fatto segno di non aver fretta, piegò il testone leggermente di lato, si mise una mano sul cuore, proprio sopra il gonfiore sopspetto e con voce stentorea cominciò in un italiano inficiato dal pesante accento : "Lasciatemi cantare, con la chitarra in mano, lasciatemi cantare, sono un italiano, ecc." La performance durò ben oltre i tre minuti canonici impiegati da Toto Cutugno e quando arrivò al termine il cerbero aveva le rosee gote imperlate di sudore nonostante la camiciola. Poi ci strinse a lungo la mano e ci accompagnò all'interno nei meandri del night club deserto. Mangiammo Italijanski salad , borsch e sashliki di barano molto teneri. Il montone del Caucaso è noto per la sua carne delicata.

mercoledì 26 novembre 2008

Il terrazzo



Il Tai Ji Quan viene definito anche come la meditazione in movimento. Quando si passava vicino ad un giardino pubblico in ogni città della Cina al mattino presto, si vedevano gruppi di persone, anziani con la giacchetta blu di Mao, ma anche giovani manager incravattati (ad Hong Kong) che, posata a terra la 24 ore si muovevano sincronicamente eseguendo le sequenze delle forme Yang. Per curare il corpo, la tonicità della muscolatura, la scioltezza delle articolazioni, la coordinazione del movimento, ma soprattutto l'armonia e l'equilibrio fisico e mentale. Una continua ricerca di sè che allontana la malattia, consueta nella ipocondriaca filosofia orientale. Così una sera, dopo una ossessiva giornata di lavoro in una stagnante umidità appiccicosa, seguii un mio amico che perfezionava il suo Tai Ji da un famoso maestro di Mong Kok. E' questo uno dei luoghi simbolo della fine dell'umanità per sovrappopolazione. Un quadrato di circa un kilometro dove vivono oltre un milione di persone. Un dormitorio di case di 25 piani con microalloggi, affastellate ordinatamente, in cui le persone si ammassano, cucinano, mangiano, dormono a rotazione, in un caldo da girone dantesco, su un pubblico palcoscenico di uno spettacolo giornaliero a cui nessuno fa caso. Un inferno orwelliano a cui l'uomo si abitua evidentemente. La palestra non era l'ombroso cortile di un tempio taoista, come nei film di Kung fu, ma la piatta cima di uno dei palazzi, da cui a stento si vedevano le luci della baia resa nera dalla notte senza stelle. Dai meandri venivano suoni di televisori al massimo del volume, voci di litigi, odori pesanti di pesce fritto nel wok, calore sudato di umanità stanca. Confluivano in lente volute sul tetto aperto e limitato da un basso parapetto su cui una decina di allievi perfezionavano i loro movimenti. Mi sedetti in un angolo cercando di non guardare sotto, osservando gli studenti maneggiare con perizia, la pesante sciabola o il lungo bastone. Uno provava e riprovava le posizioni di equilibrio della spada, mentre altri due con il mio amico eseguivano una sequenza a mani nude. C'era un'atmosfera di concentrazione nell'aria, ignara dell'umanità sottostante ed incurante della cappa umida e stagnante della notte. Il maestro, che aveva dato alcune distratte indicazioni all'inizio della lezione, era accosciato su un seggiolino sgangherato vicino al parapetto, appoggiato ad una tavola che sporgeva nel vuoto e scorreva con intensità le colonne di un giornale di scommesse dei cavalli, lanciando di tanto in tanto qualche occhiata distratta. Non mi stava facendo una grande impressione. Poi, posato il giornale con un grande sbadiglio, si alzò aggiustando il laccio dei pantaloncini e infilandovi il bordo della canottiera sudata. Era piccolino e grassoccio, quasi calvo, con la pancetta tipica del bevitore di birra. Nel momento in cui si alzava avvenne la trasformazione. Il suo passo era morbido, armonico, incongruo con la sua conformazione fisica. Passò da uno all'altro degli allievi, correggendo le posizioni, dimostrando i movimenti, eseguendo parti di sequenze con un equilibrio di postura ed una scioltezza del gesto che mi assorbirono completamente. Si sentiva il Qi fluire in lui con forza, ma ogni movimento appariva facile, leggero, fluido ed eseguito senza fatica, naturalmente come deve essere il Tai Ji. Una sensazione di armonia che annullava completamente l'ambiente circostante. La lezione finì e nel cigolante ascensore scendemmo lenti i 25 piani per andare al ferry che ci avrebbe riportati a Weng Chai. Il Tai Ji era ormai dentro di me. Il mattino dopo, alle 6:00, ero già nel Victoria Park a fare i primi movimenti.

martedì 25 novembre 2008

Fatalità

Natale si avvicina. Ieri le prime avvisaglie, con qualche spruzzo di neve attorno alla città. Le strade si accendono di luci, un po' più fioche degli anni scorsi, in verità e si deve sentire nell'aria un po' più di ottimismo consumatorio. Probabilmente, subito dopo Natale, oltre un milione di precari rimarranno senza lavoro e presumibilmente anche senza un soldo in tasca. Una tragica fatalità. Ma in parte si è già provveduto con la detassazione degli straordinari.

lunedì 24 novembre 2008

Pensiero in una notte quieta

Questa notte una spruzzata di neve ha imbiancato i tetti, leggera. I miei amici erano in montagna ieri e dalla loro finestra si vede il cielo. Così oggi ancora vena (o svenevolezza) poetica con una famosa quartina di Li Po, anche se la traduzione è un po' maccheronica.

床前明月光

疑是地上霜

舉頭望明月

低頭思故鄉

Davanti al mio letto il luccichio della luna
copre di brina il pavimento.
Alzo la testa e osservo la luce lunare,
abbasso la testa e ripenso al paese d'un tempo.

domenica 23 novembre 2008

Égarés


Le Temps nous égare
Le Temps nous étreint
Le Temps nous est gare
Le Temps nous est train.

venerdì 21 novembre 2008

La crisi

Oggi sono tutto scombussolato. E' da qualche giorno che non dormo più bene. D'altronde chi dormirebbe bene con questo tarlo che che rode, rode senza lasciarti tregua. Vorrei pensare ad altro, ma basta che mi guardi intorno e questo senso di incertezza mi coglie alla gola, mi prende dietro il collo, mi lascia esausto fisicamente come dopo un duro allenamento di Kendo. Quando l'opzione di scelta continua a manifestarsi davanti ai tuoi occhi, come decidere, se tutto questo potrebbe minare seriamente il tuo futuro, definire l'andamento delle soluzioni e del benessere di chi ti starà accanto. Milioni di persone, come me, in tutto il mondo devono affrontare un dilemma simile a questo. Anche dalle loro scelte può definirsi un futuro diverso per i mercati, movimenti economici in una direzione o nell'altra. Però il tempo dell'indecisione sta per scadere, comunque bisogna procedere, andare avanti, scegliere un'alternativa, un modo per affrontare ed aggirare la crisi, se ancora possibile, superarla. Ma quale opzione scegliere, difensiva o aggressiva? Non chiedo consigli perchè è anche difficile chiedere in queste cose, meglio sbagliare da solo, che pentirsi di aver dato retta agli altri. Mi prendo ancora un po' di tempo, poi tra poco uscirò e lì dovrò decidere il futuro mio e di chi mi sarà vicino. Vaschetta al fiordilatte o al limone per il sorbetto da preparare agli amici sabato?

giovedì 20 novembre 2008

Estinzione

Un amico mi manda questa testimonianza:

- Come forse qualcuno sa (perché me ne vanto spesso) ho una lavatrice vecchia di 15 anni che fa benissimo il suo dovere. Qualche giorno fa si è bloccata, e pensando fosse giunta la sua ora mi sono rassegnata a sostituirla.Vado da Trony, poi da Mediaworld. La scelta è fra decine e decine di lavatrici "moderne", piene di ogni sorta di ammennicoli, con mille programmi surreali quali "igienizzazione bavaglini" o "risciacquo fodere auto" o "delicato per sottovesti nere". Non mi servono, e non voglio microchip e schede che si sfasciano a guardarli. Chiedo all'addetto:"Mi mostra qualche lavatrice meccanica?"Risposta: "Mi spiace, sono tutte elettroniche."Io: "Ma mi va bene anche una cinese da 200 euro, o una Miele da 1400, basta che sia meccanica!"Lui: "Non esistono. Non le fanno proprio più." Torno a casa depressa, poi mi ricordo di un negozietto polveroso in zona, con l'insegna "Riparazione elettrodomestici". Vado, e conosco Fausto.
Ora so cosa immaginate: il vecchietto simpatico, portatore di un'antica sapienza artigiana ormai scomparsa, ultimo reduce della filosofia di vita dei nostri nonni. Invece no. Fausto ha il codino, l'orecchino, ha trent'anni ed è piuttosto incazzato per lo spreco che vede in giro. Mentre armeggia finalmente sulla mia lavatrice, mi spiega: "Le lavatrici elettroniche hanno schede che si rompono non appena prendono una bottarella. Il ricambio costa due o trecento euro, così conviene ricomprarla nuova. Ormai le lavatrici si cambiano ogni tre o quattro anni. Invece questa lavatrice che hai è eterna: ha pochi pezzi meccanici, quando se ne rompe uno si cambia con trenta o quaranta euro, va avanti decenni." Poi si ferma, e mi sussurra: "Ma se ti servirà una lavatrice meccanica, noi le abbiamo. Teniamo un'officina apposita: le ritiriamo, le rimettiamo a nuovo e le rivendiamo. Sono perfette, costano 150 euro." Quanto un'elettronica cinese. Non ci credo, mi viene la frenesia dello shopping, vorrei andare a scegliermi sottobanco una bella lavatrice "nuova" annata '99, magari con una centrifuga migliore... Ma non serve: Fausto ha finito, la vecchia Candy ha un tubo nuovo e torna a lavare perfettamente. Mentre esce mi avverte: "Ripariamo tutto, lavatrici, lavastoviglie, aspirapolvere, e anche i ferri da stiro". Lo vedo andare via con la sua cassetta dei attrezzi e il suo codino, e penso che un ferro da stiro nuovo costa appena 15 euro. Buona fortuna Fausto, nella tua resistenza quotidiana contro un sistema assurdo e molto più grande di te. E grazie per il servizio che rendi. -

Ora, come si fa a non sentirsi vicino a questi assunti. Anche io, d'istinto, con le lacrime agli occhi vorrei abbracciare il buon Fausto, ma cercando di andare oltre il sentimento e guardando un po' al di là della siepe, se si vuole con mente sgombra da preconcetto, bisogna considerare che il sistema su cui è fondata la nostra civiltà, a cui nessuno vorrebbe e nemmeno potrebbe rinunciare, è fondato e funziona sul consumo. Fa bene alla coscienza sognare che la via di Fausto ci salverebbe (specie se la percorressero quei rompiballe di cinesi), ma la crisi di questi giorni ci mostra l'evidenza che quando molla il consumo (perchè la gente non ha più i soldi per consumare, non certo perchè sceglie di non farlo) crolla il mondo, specialmente di chi già sta male; milioni di disoccupati, gente che perde la casa, il lavoro, tutto quello che ha e che non vuole perdere a nessun costo. Non credo che sia possibile scegliere, la nostra specie è destinata all'esaurirsi delle risorse ed all'autodistruzione secondo la sindrome pasquiana. Fausto nella realtà, col suo snobismo verso i prodotti cinesi, tipico del ricco che fa il naturale, il biologico, l'adoratore di un buon tempo che non è mai esistito, si è già estinto.

mercoledì 19 novembre 2008

Nostrano è più buono

Sono andato al mercatino dei contadini ed evitati accuratamente come di consueto, i banchetti che proponevano prodotti "biologici" e compagnia bella, mi sono lasciato incantare da dei bei peperoni rossi e delle magnifiche pere Abate. -Tutta roba nostrana, ehehe- mi dà di gomito il furbacchione dalla pelle bruciata dal duro lavoro dei campi, alleggerendomi in modo consistente il portafoglio -Mica roba che arriva dal sud...- e carca la dose. Mentre mi allontano non riesco a fare a meno di mettere in moto il cervello, spesso in stand by, un mio antipatico vezzo. Mi ricordo che tempo fa, proprio nel profondo Sud, avevo fatto un acquisto similare da un collega del sopradescritto agricolo e anche lui, con diversa intonazione vernacolare mi aveva sottolineato: -Tutta robba nos'trana ah, il megghio che ci sia.- Ma allora qual'è il nostrano migliore? Non c'è contraddizione di termini? Allora tutto è migliore (30 e lode politico) purchè sia a kilometri zero? Ma perchè mi volete sempre prendere per il naso.
Tutto questo mi riporta ad un fatto occorso ad una mia amica in Bretagna, terra nota oltre che per les fruits de mèr, anche per le mele ed il sidro delizioso. Bramosa di assaggiare le appunto saporite e giustamente famose pomacee, acquista al mercatino un paio di kg di mele, non grandi (giustamente) ma all'apparenza gustose. Ragazzi! Una squisitezza; raramente aveva assaggiato qualcosa di meglio. Profumate e dolci al punto giusto, croccanti al morso ma delicate e morbide al palato, tando da tornare due giorni dopo a ripetere il rifornimento. Orrore, un più attento esame della merce dello stesso banchetto evidenziava senza ombra di dubbio un cartellino seminascosto che recitava subdolo "Product of Argentina"! Che delusione. Subitaneo cambio di banco truffaldino e nuovo acquisto di mele finalmente garantite nostrane, appunto.
Immangiabili, una vera schifezza. Per forza che poi ci fanno il sidro.

martedì 18 novembre 2008

Dytiscus

Nel GuangDong l'autunno non porta colori forti e contrastati. La calura estiva si stempera a poco a poco nell'umidità arrogante ed intrusiva che incolla la camicia alla pelle. Anche le serate, se pure meno afose, invitano alla ricerca artificiosa di un'aria condizionata non troppo siberiana. Quella sera di ottobre, vicino a Guang Zhou, due importanti clienti mi avevano invitato a cena in un lussuoso ristorante del porto fluviale. Il mio amico che mi accompagnava, ci fece strada nella immensa hall luccicante al cui centro troneggiavano decine di acquari in cui nuotavano pigramente ogni sorta di pesci. Grassi branzini, orate colossali e molti altri a me poco conosciuti, assieme a molluschi di dimensioni inquietanti, abaloni dalla conchiglia iridescente, cetrioli di mare, vongole giganti, granchi rossi dalle chele mostruose. Al centro troneggiava un acquario con aragoste di dimensioni mai viste, cagnolini antennuti che muovevano pigramente le appendici. Pensai che si stava mettendo bene, ghiotto come sono di seafood e con il contratto già firmato in tasca. Ci accomodarono in un salottino riservato e dopo la consueta lunghissima consultazione per la scelta del menù, fanciulle in costume arrivarono con vassoi di antipasti. Dopo i consueti convenevoli e brindisi con vino di riso, cominciammo a girare la ruota centrale caratteristica dei ristoranti cinesi, per pescare dai piatti comuni. Gli appetizer non erano poi così allettanti, arachidi al curry, zampe di anatra bollite, ginocchia di pollo maniacalmente allineate, pelle secca di maiale in aceto, fettine di uova dei 100 anni dal tuorlo nero-blu, traslucide meduse in salamoia, insalata di alghe et similia. Piluccai qualcosa in attesa del piatto forte che tardava ad arrivare, tra sorrisi di circostanza. Finalmente due inservienti spalancarono la porta e una giovine con un bellissimo vestito rosso tradizionale fece il suo ingresso trionfale con un gran piatto che sistemò al centro della ruota del tavolo tra le manifestazioni di ammirazione dei miei anfitrioni. Fui colto di sorpresa, ma riuscii ugualmente a manifestare un senso di grata e consapevole approvazione. Al centro del maestoso piatto di portata, occhieggiavano in sostituzione delle sperate aragoste molte decine di grassi, tondi, neri e ben torniti scarafaggi fritti (Dytiscus latissimus). Concordo col fatto che fritta è buona anche una ciabatta, ma tentai di esimermi più volte, facendo girare la ruota per allontanare da me l'amaro calice, ma nessuno si serviva ed il piattone dopo aver girato si fermava invariabilmente davanti a me, mentre tutti mi guardavano sorridendo in attesa che l'ospite d'onore si servisse per primo. Cercai di dire che non avevo fame, che ero già satollo per le troppe zampe di anatra mangiate e che la pelle delle ginocchia di pollo mi riempiva molto, ma l'amico mi fece chiaramente capire che tutti si aspettavano le mie mosse e che non si poteva essere scortesi e fare figuracce. Così mentre sei fessure sottili seguivano con attenzione i miei movimenti, traslocai, usando con perizia le bacchette, una dozzina di animali nel mio piatto e, sotto osservazione continua, cominciai il fiero pasto forbendolo intanto delle zampine che, essendo fritte cadevano facilmente senza dare fastidio. Seguendo le istruzione aprii le elitre con cura e succhiai in modo avido, tra l'approvazione generale il contenuto giallognolo e sodo. A questo punto l'operazione era sdoganata e tutti si diedero un gran da fare per sbarazzare il piatto. Come per i gamberetti si lavora molto per mangiare poco, ma alfin giungemmo al termine e potemmo finalmente suggellare la serata con un bicchierino di grappa di riso in cui con grandi cerimonie venne sciolta una bile di serpente che diede al liquido un bel colore verde smeraldo. Un amaro deciso per digerire la cena. Salutammo i nostri ospiti cordialmente e ce ne tornammo in albergo dove tentai di riposare. Fu una notte inquieta, ma il mio amico Ping mi disse che per la mia salute quella cena sarebbe stata una mano santa.

lunedì 17 novembre 2008

Sekigahara

Mi domando spesso quale sia la ragione per cui sono sempre stato attratto dalla cultura orientale. Ho praticato tecniche del corpo, ho provato l'origami e ne ho tentato di approcciarne le lingue. Se uno ci credesse, una risposta potrebbe ritrovarsi in una vita precedente trascorsa come samurai. Erano gli anni del periodo Azuchi-Momoyama e fin da piccolo ero stato addestrato verso il mio destino, diventare un guerriero, un bushi. L'uso delle armi e delle forme di lotta a mani nude; l'arco, il cavallo e il terribile ventaglio da guerra, ma anche la calligrafia e la pittura, le peonie e i bambù in particolare che amavo stendere sulla carta sottile con larghi colpi del pennello a china. Ma soprattutto il bushido, la via, il codice di comportamento che un samurai deve tenere per il rispetto di sè stesso. L'arte che avevo studiato più a fondo era lo iaido; come estrarre la spada ed sferrare il primo colpo fatale il più rapidamente possibile. Il mio maestro mi aveva dimostrato più volte che l'abilità nel kenjitsu, la tecnica della spada, se pure importante diventava secondaria dopo che il primo colpo devastante era andato a segno. Erano tempi violenti e si intuiva nell'aria che stava sopraggiungendo un grande cambiamento.
Appartenevo al clan dei Toyotomi e se pur ancora giovane, avevo poco più di venti anni, con un gruppo di uomini fidati, avevamo dormito tra i canneti fangosi di Sekigahara alla base delle alte colline. In quell'autunno inoltrato, mentre le foglie degli aceri montani erano ormai rosso vivo, era piovuto per tutta la notte e le pesanti brume mattutine si muovevano lente, nascondendo uomini e cavalli, ma il senso di oppressione che era nell'aria, faceva presagire che quella sarebbe stata, forse la più sanguinosa battaglia della storia del Giappone. Non ero mai stato in battaglia, né avevo mai combattuto per la vita, ma non temevo di perderla. Era il mio destino e le lunghe ore quotidiane trascorse ad addestrare il corpo e la mente mi rendevano pronto e sereno. Arrivarono di colpo, uscendo come fantasmi dalla nebbia. Un gruppo di armati con le insegne di Toyotomi Hideyoshi si gettarono urlando su di noi con le katane alte sul capo in posizione jodan. Rimasi fermo, pronto ad estrarre, la mano sinistra sul fodero, la sinistra tenuta saldamente sull'impugnatura appoggiata alla tsuba. Potevo vedere quanto stava per accadere.
Mentre il primo uomo si scagliava su di me, il mio corpo si sarebbe spostato leggermente sulla destra mentre la lama sarebbe uscita senza fatica e con un leggero arco l'affilata parte terminale avrebbe colpito di netto al collo nello spazio libero dalla protezione dell'armatura, poi il colpo proseguiva mentre il mio corpo si spostava in avanti e affondava nel ventre del secondo guerriero, due passi indietro. Avevo provato quella tecnica migliaia di volte nel dojo del castello. Mentre la distanza tra di noi si faceva perfetta per il colpo, iniziai la tecnica. Ma il laccio che legava la mia akama da combattimento era troppo lungo e si impigliò per un attimo alla tsuba, la lama, dopo il primo piccolo tratto iniziale rimase ferma, bloccata, senza riuscire a compiere l'estrazione, la sua anima soffocata nel fodero, il suo desiderio frustrato. Sentii più che vedere l'acciao della katana del mio nemico che si abbatteva su di me tra il capo e la spalla. Il filo perfetto dell'arma che qualche maestro forgiatore aveva temprato a lungo nell'acqua gelata di un torrente tra i monti del Fuji, penetrò a fondo nel mio corpo. Così io, Minotori Katamatsu, non ebbi neppure il rammarico di morire.

domenica 16 novembre 2008

Competizione e competitività

Il competere è la grande maledizione dell'umanità. Da un lato non si può negare che sia stata la molla dell'evoluzione che ha fatto trionfare la specie e abbia fatto avanzare la civiltà. In ogni caso giustifica la sopraffazione di una cultura sulle altre, che poi a poco a poco, scompaiono o vengono assimilate. Il competere per arrivare primi o anche solo per essere più efficienti, è glorificato dal nostro modello di sviluppo. Bisogna correre, lavorare di più degli altri e meglio, per batterli, per sopraffarli. Questa necessità spinge inevitabilmente ad oltrepassare i nostri limiti e se non si riesce bisogna comunque farlo anche a costo di ricorrere all'illecito, nello sport come nel lavoro, perchè comunque battere gli altri è più importante della serenità del fare bene le cose. Tutto questo genera sviluppo e miglioramento della specie nel suo complesso, ma è fonte di infinita infelicità per il singolo. Genera solo e comunque insoddisfazione, risentimento, accidia e male di vivere. Vincente è bello, perdente è un insulto, un marchio di infamia. Ma tutti sono perdenti e infelici, uno solo vince e solo per un giorno nella maggior parte dei casi, poi anch'egli precipita nella massa e da effimero winner diventa loser, la banale normalità. E anche in quell'unico istante di supremazia, non c'è gioia, serenità, c'è solo il piacere infame della sopraffazione degli inferiori. Forse l'evoluzione ha connaturato questo elemento tragico nella nostra specie. Diceva Gengis Khan: - Non c'è nulla di più esaltante per un uomo, che vedere il nemico inginocchiato ai propri piedi, ucciderne i figli, violentare le sue mogli, rubare i suoi cavalli.- In tutto ciò è racchiuso il successo della nostra specie. Le culture che facevano della felicità dell'uomo il fine ultimo, sono state spazzate via e il diritto alla felicità esiste solo sulla carta della Costituzione Americana (vane ed inutili parole) e negli intenti del Re del Buthan, mentre l'Oriente, terra antica di compassione e di meditazione ha sposato l'idea occidentale vittoriosa del vincente, superandoci di slancio nella corsa appunto ad arrivare primi. Miliardi di nuovi infelici chini sui deschetti da lavoro senza fine, la cui efficienza è invidiata e posta ad esempio dai nostri pifferai. Droghe e stimolanti, presto distribuiti gratuitamente, ci aiuteranno ad aumentare la nostra efficienza, a dare un rendimento più alto, a lavorare più intensamente e più a lungo.
Ciò detto, vi lascio ad una serena domenica (spero per voi di lavoro). Io devo allenarmi per un gioco di destrezza sul web dove sono ad un passo dal primo posto e non ho quindi altro tempo da perdere.

giovedì 13 novembre 2008

Ài


L’ elegante ideogramma “Ài” aiuta a capire la delicatezza del pensiero cinese. E’ costituito da quattro caratteri semplici : Unghie, Tetto, Cuore, Amicizia e significa Amore, includendo il concetto verbale di amare. Cioè: Costruire faticosamente qualcosa con il cuore insieme a qualcuno. Questo concetto che l’amore sia una costruzione difficile che si fa in due e proprio per questo così fondamentale per l’uomo, mi sembra una osservazione importante per capire che il pensiero cinese ha fondamenti antichi e non si esaurisce nel copiare magliette. Unito a “Ren” (persona) significa “Coniuge” quindi - La persona con cui, con fatica, si crea la stabilità attraverso i sentimenti, l’amicizia, il rispetto reciproco-. Il nostro modello di sviluppo ci sta abituando ad una aggressività assolutamente letale per il concetto di famiglia e credo in generale per il benessere soggettivo e infine collettivo. Credo che sia importante pensarci e meditarci a fondo; intanto vado a vedere se la mia Ai Ren mi ha preparato la colazione.

***

Mmmmmm....marocchino schiumoso con cacao e cucchiaiata di nutella! Questo è vero amore.

mercoledì 12 novembre 2008

A Tan Chiu


Un mio caro amico mi manda questa bella foto delle montagne della Val Chisone che tanto ama e poichè so che vorrebbe starci molto più a lungo di quanto non riesca, gli dedico questa poesia del mio amato Li Po, noto come il Poeta Immortale della dinastia Tang,

A Tan Chiu

L’amico mio dimora
In alto sui monti dell’Est;
Gli è cara la bellezza
Delle valli e dei monti.
Nella stagione verde
Giace nei boschi vuoti;
E dorme ancora quando
Il sole alto risplende.
Un vento di pineta
Gl’impolvera maniche e manto;
Un ruscello ghiaioso
Gli terge il cuore e l’udito.
T’invidio! Tu che lontano
Da discorsi e discordie
Hai la testa appoggiata
A un guanciale di nuvole azzurre.

Sono certo che si identificherebbe volentieri nel Tan Chiu di 1.300 anni fa.




martedì 11 novembre 2008

Kilometri zero

Tra le molte cose su cui Carlin Petrini fonda la sua religione e su cui da buon agnostico non sono d'accordo, ce n'è qualcuna che invece mi convince o quanto meno mi attira. Ad esempio concordo assolutamente sul fatto che è molto meglio seguire la stagionalità consumando i vari prodotti nel giusto periodo dell'anno. Mi intrigava inoltre la teorizzazione del kilometro zero, sia per l'accorciamento della filiera che per un minore spreco di carburanti dato dalle immense distanze dai luoghi di produzione. Detto fatto, per non rimanere solo su di un piano di speculazione teosofica, in agosto fermavo la mia auto lungo la circonvallazione pinerolese attratto da un bel cartello che prometteva: Frutta. La rubiconda signora mi offrì delle pesche (bruttarelle invero) a 1,50 Euro e fichi (piccolini ma appena raccolti) a 4 euro (al kilo!). Poichè ormai mi ero fermato presi una cassetta di pesche e qualche fico nascondendo la mia irritazione, mentre la madama, essendo ormai l'una passata, si allontanava su un gigantesco SUV nero sbuffante che zigzagava tra due grossi atomizzatori per trattamenti antiparassitari. Irritazione mutatasi poi in nervosismo quando giunto nel paesino di montagna, al negozietto "la boutique della frutta" le pesche erano 1,49 e gli stessi fichi 2,80. La filiera l'ho accorciata, ma mi si è allungato qualcos'altro anche perchè parecchie pesche le ho buttate mezze marce (non riesco a mangiarne 10 chili in tre giorni). Inoltre ho fatto anche la seguente riflessione: -Se si va dal contadino (in media 40 km tra andata e ritorno) e si comprano (esagero) 30 kl di frutta, consumiamo circa 1 litro di carburante ogni 10 kl di frutta. Se invece un TIR porta 30 Tonn. di frutta da 2000 km di distanza, consuma 1 litro di carburante ogni 100 kl di frutta (circa, naturalmente).-
Dove sto sbagliando? Perchè devo continuare a farmi domande invece di adagiarmi tranquillamente e seguire l'onda?

lunedì 10 novembre 2008

Insiemi finiti

Isla de Pascua è una piccola isola del Pacifico di 163 km2 a oltre tremila km dalla più vicina terraferma. Poco prima dell'anno mille un gruppo di Polinesiani forse perdutisi nelle immensità del Pacifico la popolarono, trovando un piccolo paradiso interamente coperto di palme. Gli animali che avevano sulle piroghe, il mare pescoso e la terra fertile e mai sfruttata, consentì uno sviluppo straordinario di quel piccolo gruppo che raggiunse il suo apice nel sedicesimo secolo con oltre 20.000 abitanti. Un così grande numero di persone, con le sue necessità, consumò a poco a poco tutte le risorse dell'isola. L'ultimo albero fu abbattuto impedendo così la costruzione di barche e quindi la pesca; il terreno sfruttato (non avendo a disposizione concimi, eheheeh) si inaridì; cominciarono le lotte e le guerre tra gruppi rivali con scuse razziali e religiose. Arrivarono al punto di formare tribù diverse a causa della conformazione del naso o delle orecchie, accusandosi vicendevolmente di inferiorità e di ogni genere di nefandezze, trucidandosi l'un l'altro. A poco a poco la popolazione falcidiata dalle guerre e dagli stenti si ridusse sempre di più, dedicandosi infine all'antropofagia per sopravvivere. All'arrivo degli occidentali a bordo di sconosciuti oggetti naviganti, rimanevano pochissimi abitanti a cui diedero l'ultima botta; alla fine dell'800 erano presenti sull'isola poco più di 100 indigeni abbrutiti. A testimoniare quella piccola civiltà periferica solo i Moai, muti epigoni di un misero splendore passeggero di un luogo chiuso, finito nei suoi confini, condannato ad utilizzare solo le risorse che il luogo stesso era in grado di autoriprodurre. Gli abitanti non erano in grado di capire che la mancanza di questo autocontrollo li avrebbe distrutti, erano ignoranti, selvaggi, privi di sapienza, incapaci di speculazione filosofica e scientifica, non potevano possedere i dati e le conoscenze ad esempio che abbiamo noi e che sappiamo bene che un sistema chiuso e finito non può consumare una quantità di risorse superiore a quelle che è in grado di rigenerare. Lo sappiamo, vero?

venerdì 7 novembre 2008

Futuro duro (?)

In questi giorni non c'è media che non usi quasi tutto il suo spazio per commentare le elezioni americane. E allora perchè anch'io non debbo dire la mia banalità sull'argomento? Mi approprio di questo sacrosanto diritto, salgo sul palco del conferenziere e dichiaro quanto segue:
- Tutti sottolineano in particolare la negritudine di Obama mentre invece non è né nero, né bianco (e neanche abbronzato), secondo me la sua vera straordinaria forza è il suo melting pot, quel meticciato temuto da molti, aborrito da alcuni (non pochi; agghiacciante l'intervista di ieri sera al capo del gruppo Supremazia Bianca) che è la vera forza degli Stati Uniti. Pochi vogliono riconoscere che la mescolanza dà luogo ad un arricchimento fisico, culturale, morale e financo economico che è tipico di ogni manifestazione naturale (a chi piace questo termine). Il fenomeno biologico del lussureggiamento degli ibridi è ben conosciuto e la mescolanza dei popoli e delle culture è stato alla base dello sviluppo delle genti del Mediterraneo. Lo sviluppo si è fermato da ogni parte quando un gruppo si è chiuso in sè stesso barricandosi all'interno delle mura (vedi la Cina degli ultimi tre secoli). Adesso però bisogna passare dalle chiacchiere ai fatti. Se Obama si lascerà indurre in tentazione dalle spinte di chiusura e di protezionismo saranno acid dicks per tutti; ricordiamoci che l'ultima Grande Depressione è sfociata nella seconda guerra mondiale. Auguri Benedetto! -

giovedì 6 novembre 2008

Los mariachis

Oggi ho risentito dopo tanto tempo un amico conosciuto in Messico. Quando assapori il piacere di questi contatti, dopo un po' ripeschi tra i neuroni spaiati anche qualche brandello di ricordo spazio-temporale, come capita quando, alla mail con cui un vecchio amico che ti manda i saluti, si accompagna un allegato divertente. Infatti mi rivedo in un luglio caldissimo a San Luis de Potosì, seduto in una Cantina sul Zocalo di fronte alla chiesa in cui entrava una vaporosa e bianchissima sposa. Una torta alla meringa accompagnata da uno stuolo di damigelle festanti. Mentre sorseggiavo un margarita ghiacciato, il corteo sparisce nella fresca ombra delle navate, mentre fuori, nel pronao barocco rimane il gruppo dei Mariachi che continua a suonare in attesa della fine della messa, incurante della calura. Straordinari, grandi, grossi, grassi, strizzati nei costumi, tanto stretti da sembrare cuciti addosso. Col sudore che cola loro addosso dalle fronti rugose a macchiare di aloni le candide camicie mentre gli invitati li schivano per entrare in chiesa. Senza neanche il sombrero per ripararsi dal sole allo zenit. Altro che siesta messicana. Che s'adda fa' pe' ccampà!

Where I've been - Ancora troppi spazi bianchi!!! Siamo a 104 (a seconda dei calcoli) su 250!