mercoledì 17 luglio 2019

E' uscita la 18° s-Guida sull'OMAN!

Ecco qua l'ultimo mio lavoro uscito dalla tipografia pochi giorni fa. E' stata data alle stampe, come di consueto, con Lulu.com la Diciottesima s-guida di viaggio che utilizza lo schema delle precedenti e cioè, con la scusa di dare informazioni utili a chi voglia programmare un viaggio sulla falsariga del mio itinerario, quindi indirizzi e giudizi su hotel, ristoranti, agenzie, escursioni varie, in realtà racconto sensazioni, emozioni, storie che mi sono portato a casa o almeno cerco di farlo. E' stato di certo un viaggio davvero interessante, sia per i luoghi visitati, sia per le esperienze vissute con l'auto della struttura Casa Oman in cui ho soggiornato e che vi consiglio ad occhi chiusi, come avrete modo di capire meglio leggendo il libro.

Il viaggio, anche se di sole due settimane mi ha consentito, con l'aiuto del mio amico Iapo, di avere una conoscenza abbastanza completa di questo interessantissimo paese, che vi invito a visitare, usufruendo anche dei consigli che ho dispensato a piene mani nelle pagine del libro. Penso che questo libro possa essere di qualche utilità per chi progetta un viaggio laggiù e anche per coloro che sono interessati solamente a leggere storie di mondi lontani.

E' disponibile sia la versione cartacea per gli amanti del solido che quella e-book ad un prezzo di affezione, cliccando sui due appositi bottoni sotto la copertina.




Per acquistare il libro, clikkare qui sotto


Support independent publishing: Buy this book on Lulu.

Per acquistare l'ebook clikkare qui sotto


Support independent publishing: Buy this e-book on Lulu.

Grazie a tutti.


Se  vi interessano gli altri date un'occhiata qui:


lunedì 15 luglio 2019

Central India 26 - Maheswar


Fedeli


Le basi  al tempio
Beh alla fine la festa si è sopita a poco a poco e tutti se ne saranno andati a dormire sposi compresi. Al mattino le uova strapazzate, anche se con un intenso gusto di coriandolo, che mi fa subito andare dio traverso la giornata, ristabiliscono il contatto sul mondo. Sul fiume grava una nebbiolina bassa che i primi raggi del sole non hanno ancora provveduto a fare scomparire. Mentre carichiamo la macchina, restituiamo i turbanti che ci avevano dato in dotazione ieri sera e che pensavamo improvvidamente di tenerci per ricordo e che invece un untuoso fattorino dell'organizzazione wedding planner/catering organizer, viene a richiederci con sussiego, sembra che qui tutto si affitti ai matrimoni, gioiellame e turbanti compresi. Poi direi che è venuto il momento di fare un salto al fiume cominciando dall'Holkar Fort che domina con la sua mole imponente la parte principale dei gath della cittadina. Al mattino presto non c'è ancora nessuno e all'interno del forte ti sembra diessere in un luogo senza tempo, senza auto e senza motorini, forse tra poco da una delle porte del pianterreno uscirà una principessa in veli trasparenti che vorrà scendere al fiume per fare le abluzioni del mattino. Vivere questi villaggi, al di fuori del clamore delle grandi feste, ha una valenza particolare che non bisogna sottovalutare quando programmi un viaggio. Certo bellissima è la confusione dei festeggiamenti, dell'Holy, dei grandi momenti religiosi, con la folla sterminata ed eccitatissima, ma anche questi altri momenti di calma assoluta,d avanti alla corrente del fiume che si muove lentamente, qualche vacca bianca che bruca negli angoli più nascosti, ha un suo fascino impagabile.

Il tempio interno
Il museetto del forte ha ben poco da dire, nel cortile ti fai largo tra il rigoglio tropicale della vegetazione un po'disordinata tra statuette colorate di Krishna che col suo flauto insidia le Ghopi e figurine smaltate di dee in groppa ai loro animali magici. Meglio scendere verso il grande tempio dedicato a Shiva che sovrasta i gath con una imponente scalinata. Ci arrivi dall'alto e ti compare innanzitutto il tetto slanciato verso il cielo, che quasi ti nasconde le acque del fiume più sotto. La pietra del tempio una volta ambrata, ora nera per la muffa umida che il monsone impietoso stende su ogni cosa, incute un senso di severa partecipazione. Attraverso il portale lobato penetri la stretta corte che circonda l'edificio centrale. Non c'è nessuno che si oppone al tuo essere parte di questo edificio, in una sorta di solitario incontro con la divinità nascosta nelle sue stanze segrete. I pilastri e le pareti sono completamente ricoperte di sculture a tutto tondo che raccontano le storie della divinità. I riquadri alle basi sono completamente ricoperti da un groviglio di cordami avviluppati in nodi inestricabili, scolpiti con tale precisione da sembrare assolutamente veri. Tutta le basi sono circondate da strisce dove si alternano teorie di danzatrici o battaglie di elefanti o processioni di offerenti. Le balconate che danno sull'esterno hanno balaustre traforate in mille motivi così fini e precisi da apparire lavori di legni leggeri invece che di pesante pietra.

Ai gath
Sugli stipiti dei portali eleganti, suonatrici di antichi strumenti mostrano sorrisi ammaliatori mentre delicati panneggi mostrano le forme sensuali dei loro corpi. Intanto gruppi di pellegrini stanno arrivando e oltrepassati i portali del tempio escono dalla parte del fiume percorrendo le scalinate che li portano fino ai gath, dove le acque lambiscono gli ultimi gradini. La temperatura è piuttosto fresca e la maggior parte di loro è avvolta in scialli pesanti, grandi turbanti avvoltolati attorno alla testa e le donne che dispongono solo di leggeri sari, se li avvolgono attorno, stringendosi l'una all'altra mentre scendono verso il fiume. Per il resto le gradinate a quest'ora sono quasi deserte, lasciando ben visibili i mille tempietti disposti lungo la riva, le piattaforme dove i sadhu si dispongono per le preghiere, le file di statuette di piccoli tori Nandi adoranti davanti ai lingam protesi verso il cielo. Il più isolato, nero e lucido, coperto di un bianco fiore di loto, forse l'ultimo posato il giorno precedente, sta in fronte al tempietto che emerge tra le acque in mezzo alla corrente del fiume che lo lambisce adorante  come in una offerta continua di liquido fertilizzatore. Qualche piccola barca colorata traghetta passeggeri al di là del fiume, verso altri luoghi di preghiera, più nascosti. Passa un gruppetto di donne europee ricoperte di candidi mantelli, con sguardo sognante e le mani in preghiera, vanno verso il fondo dei gath, dove si intravede in una grotta un santone immobile in posa ispirata. Ognuno cerca la sua via verso la salvezza, l'importante è esserne convinti.

Il bagno
Poi d'improvviso sentiamo un gran vociare. Dalla gradinata scende un gruppo di gente. Le donne bardate in vesti dai colori accesi, che ci fanno grandi segni con le mani. Sorpresa, sono parte del parentado del nostri ospiti del matrimonio di ieri sera, che ci hanno subito riconosciuto da lontano e che vogliono ovviamente socializzare. Parte subito l'orgia dei selfie e delle congratulazioni del ritrovarsi in questo luogo così sacro e favorevole ai buoni auspici della vita futura, Soprattutto il gruppo delle zie e delle varie parenti anziane sembra scatenato nel farci i migliori auguri. Qualcuna scende a bagnarsi nel fiume e ne esce sgocciolante come un pulcino, altre invece, ben riparati da vesti di maglina, si astengono, sarà pure una mano santa per lo spirito il bagno sacro, ma evitare la polmonite forse aiuta ad avere una vita migliore. Più avanti un gruppo di fedeli è seduto davanti ad un sacerdote che guida una preghiera collettiva, scandendo una serie di mantra cadenzati e suggestivi. Insomma staresti qui per ore a goderti il continuo spettacolo della religiosità che si dipana con lentezza davanti ai tuoi occhi di occidentale miscredente. Devo dire che questo è un luogo davvero avvincente con la sua atmosfera di campagna senza riferimenti temporali, dove potresti pensare di ritrovarti secoli addietro, avendo attraversato non la soglia del tempio di Shiva, ma un portale temporale misterioso, difficile da ritrovare per ritornare indietro.
Telai
Invece indietro ci ritorni con una certa facilità, basta risalire la lunga scalinata e rientrare nei canoni della città che ci circonda. Non bisogna dimenticare che questa zona è famosa per i suoi lavori in cotone e diversi laboratori mostrano schiere di telai con donne intente ad una tessitura complessa. Da qui vengono i sari tessuti a mano, si dice, più belli dell'India. La realtà tuttavia sembra essere leggermente diversa. Ormai anche qui nel terzo mondo, la manodopera è diventata troppo cara e pare che la maggior parte del cotone prodotto nelle campagne circostanti, prenda la via del Pakistan e del Balgladesh, dove si riesce a tessere a prezzi decisamente più convenienti. Non c'è niente da fare, c'è sempre un sud più a sud nel mondo, qualche luogo dove delocalizzare le produzioni per avere costi inferiori. E' una continua corsa al ribasso. E' una ruota che non si ferma mai, forse tra un po', continuando così, torneranno a delocalizzare da noi. Questo almeno ci confermano i responsabili di un centro di raccolta del cotone in cui ci fermiamo lungo la strada. Il prodotto si sta raccogliendo proprio in questa stagione. I carri arrivano e dopo la pesatura scaricano la massa bianca e soffice in montagne colossali, da cui poi lunghi nastri trasportatori la raccoglieranno e la smisteranno in capaci tramogge che infine la passeranno in macchine che la mondino dai semi in essa nascosti, fino a pressarla in grandi balle, ammonticchiate in ordinati muraglioni di prodotto, in attesa di essere caricate sui camion che li porteranno a destinazione. E' ragionando su questi argomenti che proseguiamo verso Indore, dove un lungo treno ci aspetta in stazione per la prossima meta.

Ammasso del cotone

SURVIVALKIT

Il Sadhu
Maheswar - E' una delle piccole tre città sacre (con Ujjain e Omkareshwar) in cui si alternano nei vari anni le manifestazioni meno importanti dei vari Khumba Mela. Vale la pena di essere visitata proprio per la sua caratteristica periferica e l'essere poco frequentata dal turismo internazionale, rimanendo un poco tagliata fuori dagli itinerari principali e per questo ancora più piacevole ed interessante. Troverete una città molto genuina, dove voi per primi sarete oggetto di attenzione. Oltre al piccolo e grazioso centro, perdetevi sui gath del Narmada river e godetevi le atmosfere oniriche dell'Holkar Fort e del bellissimo tempio sottostante, che offre una serie di pregevoli sculture.

L'ingresso al tempio

Se ti è piaciuto questo post, ti potrebbero anche interessare:

Il forte

sabato 13 luglio 2019

Central India 25 - Scene da un matrimonio

 
Invitati al matrimonio

Tramonto sul Narmada
La giovane Rupmati 600 anni fa, guardava il nastro d'argento del fiume Narmada che i raggi della sera facevano brillare in fondo alla pianura lontana e che forse le ispiravano versi delicati. Questa è una terra di poeti, che l'hanno cantata per millenni descrivendo battaglie di dei e di demoni, di fanciulle che si bagnano tra le acque e di principi che le spiano tra i canneti. Anche Maheswar, la piccola cittadina sul fiume che stiamo per raggiungere e che è stata capitale per qualche decina di anni del regno Malwa, è stata cantata nei maggiori poemi epici indiani ed oggi rimane importante meta di pellegrinaggio per l'hinduismo praticante. Ma la sua dimensione minuta, non più di20.000 abitanti, lontano dai flussi del grande turismo, la rendono un piacevole cameo, una piccola gemma preziosa, piena di genuina religiosità durante le feste, tranquilla e assolutamente bucolica nei periodi in cui la calca delle manifestazioni la abbandona e ne consente il godimento solitario. Ci arriviamo che è ormai calata la sera e nelle strade cittadine la gente è ormai rientrata nelle proprie case. Il nostro albergo, in questo periodo di bassa stagione sarà di certo semi deserto. Sarà sicuramente una serata morta in cui faticheremo a mangiare qualcosa nel ristorante semichiuso. Siamo comunque sul fiume ed il tramonto lo colorerà di sfumature rosso pastello. Prepariamoci ad una solitaria serata di meditazione davanti al lento flusso della corrente. 

Parenti
La sorella
In verità ci sono diversi capannelli di persone davanti all'entrata dell'albergo e alla fine si fa anche un po' di fatica a passare per arrivare nel grande cortile davanti alla reception. Tutto intorno festoni colorati, archi verdi  e vasi con piante e fiori. Alla porta una banda vestita di tutto punto con alamari e giacche rosse di ordinanza, sotto turbanti piumati, scatena una marcetta di benvenuto. Non è che aspettavano noi? Non sembra perché continuano a suonare anche dopo il nostro ingresso. Appena scaricati i bagagli emergono i dettagli della situazione. L'intero albergo è stato prenotato per un grande matrimonio e qui si svolgerà l'intera cerimonia con conseguente banchetto nuziale. Altro che serata tranquilla, ci sistemiamo velocemente in camera, doccetta e appena rassettati cerchiamo di fare capolino per dare un'occhiata senza dare troppo nell'occhio o sembrare invadenti. Eh, no, veniamo immediatamente adocchiati dai parenti della sposa e dagli organizzatori che a viva forza ci invitano a partecipare alla festa. Sembra brutto rifiutare a tanta insistenza e così eccoci prontamente imbucati nel matrimonio indiano. Gli ultimi invitati intanto arrivano alla spicciolata, le donne tutte elegantissime con sari ricoperti di disegni in oro e argento, cariche di gioielli di ogni tipo, al collo alle orecchie, al naso, alle caviglie; ognuna evidentemente mette in mostra il meglio della famiglia. Gli uomini tutti in abito da cerimonia, con giacche di raso e turbanti multicolori. 

Arriva lo sposo
Le signore, parenti e amiche della sposa, si prendono subito cura delle nostre, offrendo loro la possibilità di avere un sari, visto che molte evidentemente se ne erano portate qualcuno di ricambio che non si sa mai. Io e Pierangelo veniamo subito dotati di un turbante di ordinanza per non sfigurare di fronte agli altri ospiti. Un addetto si incarica di avvolgerlo attorno ai nostri testoni refrattari, con un certo successo. Sulla terrazza lungo il fiume intanto le ragazze stanno tutte attorno alla sposa facendola partecipare a giochi rituali in cui si avverte l'ingenua allegrezza delle vecchie tradizioni che ancora sono ben vive nell'India rurale e interna. Noi che intanto cerchiamo di guardarci intorno e partecipare a tutto quanto vediamo svolgersi, veniamo continuamente fatti oggetto di attenzioni e cortesie, chi ci offre un dolcino, chi ti infila in bocca una pastella sbriciolosa, chi ti mette un punto colorato sulla fronte. Le ragazze fanno a gara per farsi foto assieme a noi e anche le nostre signore sono piuttosto richieste dalla gioventù locale. Le zie della sposa, sempre numerosissime, poi attaccano bottone molto volentieri ma dato che in generale parlano tutte solo in hindi, la conversazione procede con una certa difficoltà. Intanto di fuori, la banda comincia una musica più serrata, i cembali e le trombe aumentano il ritmo di battuta. Una piccola processione si sta avvicinando. E' lo sposo, circondato dagli amici e da alcuni membri della famiglia che arriva sul tradizionale cavallo bianco con la scimitarra di ordinanza appoggiata però sulla spalla in maniera poco convinta e niente affatto marziale.

Gli sposi
Quando lo sposo raggiunge la piattaforma dove è stato eretto un grande gazebo foderato di stoffe, sete colorate e ricoperto di cuscini, viene raggiunto dalla sposa, il volto ancora coperto da un velo rosso semitrasparente bordato d'oro e la cerimonia, sotto l'attenta supervisione di alcuni religiosi, ha inizio. Sotto gli occhi festanti e commossi di parenti e amici, comincia una serie di canti, preghiere, alternati a un fitto salmodiare da parte dei sacerdoti e poi tutte le pratiche obbligatorie imposte dal rito, unzioni, benedizioni, distribuzioni di cibi rituali. Le mani degli sposi vengono legate assieme da un filo rosso, poi la coppia si alza e compie alcuni giri attorno al punto centrale del palco, insomma tutte quante le cose necessarie e previste. Intanto la sposa è stata scoperta perché tutti la possano vedere, in verità la poverina sfigura un po' se appaiata ad alcune splendide damigelle che le stann al fianco, piccola e cicciottella, così come per altro lo sposo, entrambi all'apparenza non più di primissimo pelo, insomma c'è tutta l'aria di un matrimonio combinato in extremis, l'ultima possibilità, per cui bisogna un po' contentarsi da una parte e dall'altra. Mentre tutti sono al massimo della eccitazione e della contentezza, tra risa, canti, frizzi e lazzi, infatti, entrambi gli sposi hanno un'aria un poco triste e rassegnata, sembrano proprio i meno entusiasti della festa, forse anche perché stremati dalla fatica e dalle attenzioni a loro rivolte per almeno due o tre giorni, a quanto si capisce. 

La sposa
Intanto terminata la parte religiosa con i due attori principali sempre seduti immobili e forse con gli arti completamente rattrappiti, i bramini se ne vanno e tutti si danno alle danze, che ovviamente coinvolgono anche noi. Le amiche circondano la sposa e le fanno festa. Lo sposo sembra un po' più lasciato in disparte, ma forse è soltanto una sensazione. Le nostre spose invece, trascinate nella mischia da madri e suocere che sembrano scatenate, si sa che qui la sistemazione matrimoniale dei figli è una delle più importanti crucci da risolvere al più presto possibile,si danno alle danze con la frenesia coreutica di chi ormai il suo dovere l'ha fatto e noi altrettanto, travolti dai maschi con-turbanti che ci coinvolgono in una sfrenata sarabanda attorno ai tavoli, non dico che si sia fatto il trenino, ma il senso è un po' quello. L'importante sarebbe mantenere un minimo di dignità e non farsi cadere il turbante dalla testa. Poi fuoco alle polveri col banchetto, i tavoli già allestiti di pentoloni di "prelibate" vivande a cui non puoi certo dire di no. Insomma si va avanti fino a tarda notte, mentre perdiamo definitivamente di vista gli sposi. Riusciamo ad una certa ora a sgusciare via, con molti ringraziamenti ai parenti e salamelecchi vari e finalmente si riesce a rientrare nelle nostre camere, non prima di avere restituito i turbanti, evidentemente dotazioni standard dell'organizzazione. A notte fonda i rumori di cembali e trombette continua a lungo, difficile prendere sonno sulle rive tranquille del Narmada.

Amiche con la sposa

SURVIVAL KIT

Narmada Retreat Hotel - In ottima posizione in centro al paese sulle rive del fiume, con grande giardino e una serie di bungalow disposti nel verde. Camere grandi bisognose di un po' di manutenzione ma ragionevolmente pulite. AC e stufetta elettrica, TV, acqua calda funzionante. Free wifi solo nella reception. Personale molto gentile, colazione standard. Doppie da 40 a 60 € a seconda delle camere.

La preparazione dello sposo



Il gazebo
Se ti è piaciuto questo post, ti potrebbero anche interessare:






Le zie della sposa



venerdì 12 luglio 2019

Central India 24 - Mandu


Jami Mashid


Jahaz Mahal
Ora di colazione, ho ancora tra le mani le palline bianche che una ragazzina mi ha regalato ieri dentro al tempio. Se sono le stesse che tre anni fa ci regalò una famiglia di sigh in un tempio dell'Assam, un'altro dei 51 dove era caduto dal cielo un pezzo del cadavere di Parvati (là però era caduta la sua yoni, cercate su wiki cosa è), potrebbe trattarsi di un dolcino di una pasta formata da ghee, burro chiarificato, zucchero e farina, naturalmente benedetto, che fa bene al corpo e all'anima. Tuttavia non ho cuore di mangiarli e li regaliamo a nostra volta ad una signora delle pulizie, che ringrazia con un cenno della testa, mentre aspettiamo il cambista in doppio petto azzimato coi fasci di banconote da 100 rupie che escono dalle tasche. Poi è ora di andare, tra Ujjain e Mandu  ci sono quasi 150 km, il ché significa almeno tre ore buone di viaggio e quando risaliamo le colline che circondano questa area straordinaria, penetrandovi attraverso una delle sue antiche porte di accesso, mi rendo conto di essere già stato in questo luogo. E' un po' la sensazione del déjà vu, un poco quell'aprirsi dei cassetti della memoria che si aprono all'improvviso riportando alla luce un vecchio documento che pur avevi presente per la sua incontrovertibile bellezza, ma che non riuscivi più a catalogare con un nome ed un luogo preciso. Sono passati 33 anni da allora, ma quando ci arrivi di nuovo tutto si riavvia nella memoria, come in quelle astronavi che vagano nell'universo spente e nelle quali, all'improvviso si accendono le luci.

Lo stesso posto 33 anni fa
Allora percorrevo queste vie in un'altra direzione, intento ad altri più importanti interessi, ma chi allora mi conduceva, un autista simpatico, anche se un po' troppo amante della bottiglia, non mi aveva di certo fatto perdere questo luogo, non troppo noto e, per la sua posizione, tagliato fuori dalle normali rotte turistiche. Mandu era una grande città fiorita sotto la dinastia Paramara nel IX secolo d.C. che vide però la sua massima potenza attorno al 1400 sotto l'impero Moghul, che ci ha lasciato i monumenti ancora visibili, sparsi in un area di oltre trenta chilometri di diametro, alcuni dei quali mostrano ancora ben chiari i segni dell'antico splendore, altri invece quasi in rovina e sperduti nella boscaglia, altri ancora che si indovinano sparsi all'interno dei paesini, cannibalizzati completamente  o che forniscono parti, muri, cupole di altri e più moderni edifici e case di abitazione. Quando ci arrivai la prima volta tutto ciò era in stato di totale abbandono, oggi alcune di queste costruzioni, le più importanti, sono state parzialmente restaurate e costituiscono un punto di partenza per rendersi conto della grandezza di questa antica capitale. Di certo l'area del Palazzo reale circondato da mura è quella in cui ti puoi rendere conto della qualità artistica di questa città morta. La grande costruzione che si incontra per prima è oggi in buone condizioni, con grandi giardini che ne ravvivano l'immagine regale davanti agli immensi serbatoi che lo circondano, dando l'impressione che galleggi sulle acque, da cui il nome di Jahaz Mahal, il palazzo a Barca e la sua grande terrazza a cui si accede tramite imponenti scalinate appare proprio come una tolda di nave da cui ammirare le acque che ti circondano.


Una finestra
Si dice che il sultano che lo fece costruire lo chiamasse il palazzo delle 15.000 vergini, avendovi situato il suo harem, anche se direi che il numero potrebbe apparire francamente esagerato. Subito dietro, l'Hindola Mahal, un palazzo dedicato alle feste e poi molte altre costruzioni, una moschea, un profondo pozzo, il bagno turco e tanto e tanto altro che è davvero inutile ridurre ad un lungo e tedioso elenco. Bisogna passeggiare, perdersi tra queste antiche mura, in cui massimamente sarete soli con voi stessi, senza il disturbo di alcuno. Svoltare da un arco e trovarsi in una grande sala, dove forse le famose vergini del sultano danzavano in veli trasparenti o scendere nelle piccole piscine lobate nascoste tra alti muri dove si bagnavano. Scendere gli scalini oscuri del profondo Baoli, quasi accompagnando una ancella a prendere l'acqua o incantarsi davanti al mirhab scortecciato della moschea. Percorrere gli spalti, guardare lontano un sari giallo che sventola alle folate di vento senza rivelare il volto della donna che ricopre, gruppi di vacche magre che brucano in un angolo dell'immenso serbatoio ormai in secca, sul suo fondo ormai fangoso. Passeggiare in questa reggia solitaria dove senti solo i sospiri del vento che sibila attraverso gli archi e le finestre ti allontana dal tempo presente, i giardini invece ancora ben curati vorrebbero raccontarti di una realtà ancora viva e reale, principi e bajadere che al momento dormono in qualche camera segreta, ma che da un momento all'altro potrebbero affacciarsi con grida argentine in cerca di giochi d'acqua. Il luogo è assolutamente unico, per la sua imponenza e per le visioni oniriche che produce.


Hoshang tomb
Appena fuori, la vita di un villaggio che forse, anche sullo scarso afflusso, comunque vive, con le sue bancarelle di frutta e di gadget per un turismo interno che comunque deve essere presente. Ma questo è soltanto uno dei punti focali dell'immensa area. Al centro, il paese principale, circonda e ingloba tre monumenti molto ben conservati, la Jami Mashid, con il suo bel giardino circondato da un bianco colonnato che ricorda i chiostri di tanti nostri monasteri e la vicina tomba di Hoshang, il primo Shah dei Moghul che costruirono la città ancora sotto i nostri occhi, un vero gioiello architettonico, ispirazione per il ben più famoso Taj Mahal di Agra. Appena di fronte i resti del palazzo Ashrafi, una residenza lussuosa di cui rimane una torre e la grande terrazza da cui ammirare il panorama circostante. Intorno la vita del paese, coi suoi negozietti ed i venditori di frutta e di dolcetti. I banchi di cianfrusaglie ed i loro gestori cercano di non perdere una delle poche occasioni della giornata e di non lasciarsi scappare i pochi turisti, per di più stranieri che passano a tiro e cercano di convincerti con i modi più affabili ed insistenti che gioielli, anche se di vile metallo, ma di quella qualità non avrai più occasione di trovarli, a questi prezzi soprattutto. Anche loro devono pur vivere tuttavia. Poi ancora stradine e sentieri per attraversare la valle che un tempo doveva essere popolata completamente dalle costruzioni della immensa città e dove adesso ci sono solo nella boscaglia capanne di paglia e legname della tribù Ghond.


Rupmati pavillion
In un punto lungo la strada c'è una pietra che pare come un piedistallo per esibire attività oratorie difronte alla foresta muta. Tra gli alberi qualche rudere, un paio di cappelle che mostrano cupole scrostate dal tempo e dal sole, sul bordo della strada, una tenda sotto la quale una vecchia offre frutti di baobab, questo sembra sia l'unico luogo dell'India dove crescono questi alberi africani. Siamo all'Eco point e da qui potrete urlare alla valle di fronte a voi, che amplificherà la vostra voce all'infinito rimbalzandola tra antichi muri e pareti di roccia. Ma la strada prosegue ancora verso sud, fino al punto estremo e più alto dove forse finiva la cerchia di mura e ancora ben conservatosi eleva il Rupmati's Pavillion, una sorta di padiglione, in realtà torre di osservazione, visto che da qui si vede quello che era la piana antistante le mura estreme della città, di certo da dove sarebbe arrivato il nemico, dopo aver attraversato in armi il nastro d'argento del fiume Narmada che si scorge lontano. E qui nasce la leggenda che ha dato il nome alla costruzione, quello della poetessa hindù Rupmati, donna di bellezza e capacità artistiche straordinarie che accettò di convertirsi all'Islam per sposare un principe, pazzo per la sua bellezza e l'armonia delle sue poesie, solo a patto che le fosse stato costruito questo sito dal quale potesse ammirare l'amatissimo fiume presso il quale aveva vissuto da ragazza. Mentre il vento scivola sotto gli archi delle volte, alla balconata opposta indovini una sagoma scura, completamente avvolta in un velo nero, sotto il quale traspare una figura snella che guarda verso l'orizzonte.


Costruzioni nel bosco
Stai un poco quassù tra le esili colonne del padiglione, anche tu ad ammirare il panorama e non fai fatica a credere alla leggenda e quasi ti pare di ascoltarli quei versi leggeri e suadenti. Nella corte un folto gruppo di studenti e studentesse nella divisa blu scura del loro college, stanno attorno al professore che racconta loro la storia, anche loro rapiti e silenziosi. La strada scende più in basso verso il bacino del Rewa Kund, dove qualcuno, nonostante la temperatura piuttosto rigida si bagna e puoi vedere ancora il bellissimo palazzo di Baz Bahadur, dove viveva il sultano, che lo aveva scelto come sua dimora perché proprio qui aveva conosciuto la bella poetessa che scendeva a prendere l'acqua e a bagnarsi. E poi ancora palazzi e tempietti, qualcuno perso nella foresta altri da raggiungere in forre attraverso ripide scale. Te ne vai da questa grande città ormai morta, occupata oltre che dalle vestigia del passato, soltanto più da villaggi di capanne e dal bosco che si è reimpadronito del territorio, attraversando il perimetro dove ancora scorgi le tracce delle antiche mura, da cui la strada precipita violenta più in basso.Alle tue spalle lasci i fantasmi di un passato di bellezza, di arte, di storia che a poco a poco la natura, insensibile all'uomo, incidente insignificante nella spirale del tempo, riconquista a poco a poco, cancellando tracce e nascondendo quel poco che cerca di resistere alla furia del tempo, trasformando pietre squadrate ed eleganti, capitelli scolpiti in leganti volute, colonne tornite e sottili, in rocce senza nome.

Il Baoli



SURVIVAL KIT

Palazzi
Mandu - Città capitale di questa area sorta oltre 1000 anni fa e poi passata all'impero Moghul. Delle centinaia di costruzioni che sorsero all'interno del perimetro di colossali mura che cingevano una altura larga nel punto massimo circa 35 km, rimangono oggi tre raggruppamenti principali, mentre tutte le altre sono disperse nella foresta a volte poco riconoscibili, altre volte riferimenti ben visibili che emergono tra gli alberi. E' una zona poco visitata dagli stranieri, molto dal turismo locale, per cui ci troverete atmosfere molto genuine ed apprezzabili. Si può dormire anche all'interno dell'area, ci sono diversi alberghi anche discreti. L'ideale è spostarsi col proprio mezzo perché l'area è molto vasta e dovrete percorrere decine di chilometri per visitarla tutta, anche se vi limiterete ai punti principali. Diversamente potrete affittare un tuk tuk per tutta la giornata, specificando bene cosa volete vedere (calcolate almeno 500/800 Rp più mancia). Comunque bisogna dedicare al sito almeno un giorno completo.

1 - Royal complex (ingr. 300 Rp.) - All'ingresso il Taveli Mahal che ospita un piccolo museo statuario, davanti il Kaptur tank, il grande serbatoio circondato dal giardino antistante al Jahaz Mahal. Poi l'Hindola Mahal circondato alte mura che ospitano anche la Moschea di Dilwar Khan, l'Hammam e il Champa Baoli, un profondo pozzo, poi un altro grande serbatoio e altri palazzi e costruzioni.

Baz Bahadur Mahal
2 - Gruppo centrale (ingr. 300 Rp.) comprendente la Jami Mashid, bella ed elegante moschea, la Hoshang's Tomb con la cupola centrale e l'Hasrafi Mahal dalla cui terrazza potrete ammirare un bel paesaggio. Intorno banchetti di street food dove ristorarsi o bere qualcosa.

3 - Zona attorno al Rewa Kund, (ingr. 300 Rp.) comprendente l'osservatorio del Rupmati Pavillon, il sottostante Baz Bahadur Mahal, con il serbatoio e poco più lontano il Nilakanth Mahal, un tempo palazzo oggi tempio di Shiva. A metà strada l'Eco point, dove c'è sempre qualche baracchetta di venditori di frutta in attesa dei turisti che si fermano.


Serbatoio

Se ti è piaciuto questo post, ti potrebbero anche interessare:

Lo scarico di una piscina

giovedì 11 luglio 2019

Central India 23 - Passeggiando per i Gath di Ujjain


Sui gath



Il Kaliadeh Mahal
Ujjain è una delle sette città sacre dell'India, quindi non appare strano che in giro per la strade, nei vicoli e nelle piazze e soprattutto nelle vicinanze dei moltissimi templi si notino gruppi di gente che si recano alle varie finzioni, con offerte tra le mani e la fronte coperta dai segni della devozione, il bianco tridente shivaitico o le strisce gialle orizzontali. Molti cantano inni sacri, altri semplicemente camminano verso la meta. Forse sono arrivati a piedi dai villaggi vicini, oppure in bus o con uno dei tanti mezzi di trasporto improbabili che vedi avvicinarsi alla città, anche da molto lontano, perché il pellegrinaggio è insito nella mentalità dell'uomo, percorrere una via, materiale ma spirituale allo stesso tempo, perché la fatica e la sofferenza, offerta alla divinità, rappresentano comunque un percorso di redenzione, per migliorare se stessi. Gruppi di uomini e donne, forse dello stesso villaggio marciano sereni, poi arrivati vicino al tempio del loro dio favorito si fermeranno intorno a riposare prima di entrare a svolgere le preghiere di rito, a ringraziare per quello che si ha avuto o a chiedere quello che si desidera. Tutto intorno è la sagra del mercante nel tempio, file di venditori, di fiori, di frutta, di altre simbologie divine da riportare poi a casa a ricordo dell'esperienza vissuta. Così tutte le città sante hanno questa economia fondata sul business del sacro, una sorta di vendita di indulgenze che si moltiplica all'infinito e fa campare la gente. 

Il tempio al sole
Alla periferia della città, sempre sul fiume, ci sono i ruderi di un palazzo costruito alla fine del 1400 dal sultano di Mandu, il Kaliadeh Mahal. Dopo un tentato restauro all'inizio del secolo scorso il palazzo è stato nuovamente abbandonato a se stesso e ora ne rimangono solo le massicce strutture che sostengono la cupola centrale di disegno persiano, davanti ai resti di un antico tempio dedicato al sole, circondati da grandi serbatoi per la raccolta dell'acqua. Come tante altre rovine della campagna indiana, qui si respira il consueto senso del libro della jungla, tra scimmie che fanno capolino tra i muri rovinati e vacche smagrite che si aggirano in cerca di qualche cumulo di immondizia da investigare. Entrare sotto gli archi pericolanti ti mette all'interno di larghe camere vuote, dove non riesci a ravvisare la grandezza di quel passato lontano. Gli echi dei passi smuovono al massimo qualche pipistrello che vola via, disturbato dalla tua presenza. Lontano nei campi vicini una figurina con un bacile di ottone in testa, colmo di acqua, sta tornando al villaggio; il vento le gonfia di lato il sari rosso che spicca come una fiamma sul sentiero tra il verde. Davanti a quello che era un ingresso fastoso, invece, due cani gialli e magrissimi, randagi dall'occhio triste ed acquoso che si tengono alla larga timorosi forse di qualche bastonata in arrivo. 

Un ingresso ai gath
Nall'acqua stagnante e verdastra dei serbatoi ancora colmi di acqua, qualche paperotta nuota tranquilla, una si affanna a far risalire sul ciglio del fossato una fila di piccoli batuffoli gialli, poi scompare tra le foglie basse. Si sente solo il gracidio di ranocchie nascoste. Le rovine dei tempietti si specchiano nell'acqua immobile. Non sarebbe strano se dietro quell'arco caduto comparissero le sfumature azzurre del dio Khrishna e il suo flauto, mentre le sue Gopi sedute nell'erba lo ascoltano rapite. L'India ha questo sapore di fondo che ti accompagna sempre come gusto spiccato del suo curry, sia che tu ti trovi nella campagna solitaria, sia che tu stia camminando pressato tra la folla invasata. Un sapore che ti impasta la bocca, un odore che ti stordisce i sensi, dandoti la sensazione di avere sempre quel lotano sottofondo di note del sitar, delle sue corde di metallo appena sfiorate che persiste nell'aria e si srotola sulle gradinate dei gath che scendono lungo le rive del fiume. Lo Shipra scorre lento attraverso la città e i suoi gath imponenti destinati a popolarsi di decine di migliaia di persone durante le grandi festività, adesso sono quasi deserte e si allungano per chilometri lungo la riva costellati di piccoli tempietti, di edicole, di altarini e piattaforme destinate ad ospitare la preghiera dei sadhu che volesse fermarsi lì ad onorare la divinità. Figure solitarie li popolano. Qualche vecchio seduto davanti ad un piccolo lingam di pietra, con gli occhi semichiusi. Un gruppetto di donne si è appena bagnato tra le acque. Sono emerse con i sari colorati che grondano ancora il liquido gelido del fiume. 

Aspettando la sera
Si asciugano il capo mentre il lembo estremo della veste rimane incollata alla fronte. Le lunghe trecce rimangono giù pendule e pesanti. Un paio stanno raccogliendo un poco di acqua in un pentolino, liquido prezioso e santo da riportare a casa con attenzione senza versarne una goccia. Ridono tra loro, felici della devozione compiuta e risalgono la gradinata completamente bagnate nell'aria fredda della sera. Il sole ancora si scorge dietro le alture della riva opposta. Nell'aria, quella luce magica che eccita i fotografi e che illumina i visi delle donne, accentua i colori, fa risplendere i riflessi. Forse qui intorno c'è davvero qualche cosa di speciale, di transnaturale, almeno molti sembrano crederlo. Camminiamo lungo i gath, per godere di questo paesaggio speciale, diverso ad ogni passo, con le guglie che fanno a nascondino tra di loro, con il mosso movimento delle gradinate che si alternano ad angoli svasati in diverse direzioni, seguendo l'andamento della riva. Anche qui un gran senso di pace. Ecco un tocco acuto di una campana. E' una donna che al tempietto in alto sopra di me ha battuto i tre colpi che segnalano la richiesta di una grazia col bastone di legno, poi lo appoggia allo stipite e rimane un attimo con la testa bassa a formulare il suo sogno. Chissà quale è la sua storia. Un bimbo malato, il marito che beve, un figlio lontano che non dà notizie, un matrimonio da combinare. Poi se ne va leggera, risalendole scale, il lembo viola acceso del sari striscia i gradini di marmo, poi scompare dietro un arco di mattoni rossi.

Le torri
Questo luogo mi affascina, rimarrei ancora lì a lungo a spiare i pochi che lo abitano, che li rendono vivi con la loro fede. La luce scende e c'è ancora un luogo da vedere, proprio dietro questi gath: il tempio Harsiddhi Mandir, costruito nel punto dove, secondo la leggenda, è caduto uno dei 51 pezzi del corpo di Parvati, la moglie di Shiva, sparsi per tutta l'India da Visnù che aveva sottratto il suo cadavere dalla macabra danza che stava effettuando il marito, reso folle dalla sua morte e che si sarebbe conclusa con la distruzione del mondo. Qui sembra che sia caduto un gomito, ben nascosto sotto questo piccolo tempio di pietra scura sormontato da un rosso vimana che punta al cielo. Davanti al portale, protetto da un leone giallo, due alte torri coniche nere, completamente ricoperte da centinaia di escrescenze che nascondono lampade ad olio. Appena scesa la sera, i sacerdoti si arrampicano fino alla cima, riempiono d'olio le lampade che vengono poi accese per rischiarare la notte di mille tremolanti fiammelle che segnano ai fedeli la strada per venire ad onorare il sacrificio della dea. Piccoli gruppi di uomini e donne, individui solitari con in mano corone di fiori, vecchi coperti per difendersi dal freddo, ragazzi con le magliette e gli occhiali a specchio, salgono la scalinata per arrivare all'ingresso del tempio. Sorpassano la soglia scavalcando il gradino di pietra e rimangono un poco davanti al simulacro, qualcuno si corica a terra in un estremo segno di devozione. Fuori, le prime fiammelle si accendono. Un'altra notte comincia ad Ujjain, per gli altri 84 Mahadev, piccoli templi sparsi per la città non c'è più tempo.

I gath

SURVIVAL KIT

Ingresso all' Harsiddhi
Kaliadeh palace - Rovine di un palazzo moghul a 8 km dalla città, situato sul fiume davanti alla sede di un tempio a Surya. Completamente abbandonato,sarebbe vietato entrare, in quanto classificato come pericolante, ma non è sorvegliato da nessuno. Atmosfera molto particolare.

Harsiddhi mandir - Tempio dedicato a Parvati/Sati alle spalle dei gath, famoso per le sue torri illuminate alla sera. Cercate di andarci dopo il tramonto. Teoricamente non si possono fare foto all'interno. Ma la zona delle torri delle lampade è "esterna".

Gath di Ujjain - Sono disposti per qualche chilometro lungo il fiume Shipra e quando non ci sono festività particolari sono abbastanza spopolati evi si respira un'atmosfera particolare,così come quando invece vengono invasi dalle folle del Mela. Comunque troverete sempre qualcuno che effettua le abluzioni sacre.

Shipra Residency Hotel- Vicino Madhav Club - Ujjain - 3 stelle statale abbastanza nuovo. Arredamento essenziale. Doppia sulle 2000 Rp. Bagni puliti. Frigo, AC, stufetta, TV, acqua calda funzionante. Free wifi. Personale molto gentile. Ristorante nella norma. Discreto il pollo fritto. 

Tempietto a Shiva



Se ti è piaciuto questo post, ti potrebbero anche interessare:


Al bagno

Where I've been - Ancora troppi spazi bianchi!!! Siamo a 110 (a seconda dei calcoli) su 250!