sabato 25 febbraio 2017

Madagascar 36: Tirando le somme.







Passeggiare per le strade in salita di Tana guardando dentro ai negozietti alla ricerca di qualche cosa per smaltire gli ultimi ariary che ti sono rimasti in tasca. E' il segnale che la vacanza è finita, il viaggio è finito, è ora di tirare presuntuosamente le somme. Per la verità è solo il momento di raccogliere le ultime impressioni, di incasellarle bene al loro posto nei cassetti del ricordo, ci sarà tempo a casa, con calma, di sedimentare, evitando di battere il ferro quando è ancora troppo caldo, cosa che dà altri risultati, anche questi però interessanti. Adesso che è ormai passato qualche mese, si può tentare di fare una disamina un poco più distaccata da quando hai ancora nel naso gli odori forti del mercato e negli occhi i colori decisi dei vestiti delle donne dietro i banchi. C'è la parte accattivante dell'immagine complessiva che ti offre il territorio. La terra rossa e unica, delle sfumature dell'altipiano, la foresta primaria e non, in tutti i suoi aspetti, quelli più umidi e quelli secchi con tutte le variazioni intermedie, i piccoli paesi che da lontano sono mattoncini di un Lego gigante, i villaggi di capanne che sfilano ai lati della strada, il mare che circonda quella che tutto sommato rimane un'isola, con le sue spiagge spopolate con corone di palme da cartolina e non aggiungo nulla su tutto quanto sta sotto alla superficie del mare e della barriera, di cui purtroppo, come già detto, non ho la gioia di usufruire. 

Tutto questo di per sé, darebbe da solo la motivazione dle viaggio. Poi c'è la flora rigogliosa ed esotica e soprattutto la fauna nei suoi aspetti unici come accade in tutti gli ecosistemi chiusi, dai lemuri a tutti gli altri piccoli animali, camaleonti, gechi e così via, che rimarresti a guardare per ore. Infine la gente con cui vieni a contatto, che, anche se snaturata dalla tua specificità di turista, rimane comunque una esperienza di grande piacevolezza, in ogni ambiente dove avviene. Siamo, con i dovuti distinguo, in Africa e le sfumature creole, come sempre arricchiscono invece di turbare il profumo del paese. Un paese che tuttavia rimane uno tra i più poveri del mondo, come molti suoi confratelli del vicino continente. Qui siamo a distanze siderali dalle realtà asiatiche rampanti, che negli ultimi decenni, per diversi motivi, hanno, chi più chi meno, fatto il salto di qualità, procedendo anche se a velocità diverse in un loop virtuoso di aumento progressivo del benessere dei suoi abitanti. Qui, per svariati motivi, non si riesce ad avere lo starter per un cammino che conduca verso un miglioramento acclarato e certo, non importa in quanti anni. Tutto questo provoca un malessere di fondo, una sorta di disturbo quasi inavvertibile ma costante, che percorre la società malagasy come un virus latente che rimane sonnacchioso nel corpo del paese e che potrebbe di colpo esplodere in una malattia devastante. 

Se parli con qualcuno della ristretta fascia di popolazione che ha un buon livello di scolarità e cultura, il sentimento che  traspare è sempre lo stesso. Un senso diffuso di frustrazione per la situazione generale, politica ed economica, dalla quale nessuno sa indicare una via di uscita. Si constata l'assenza quasi assoluta, accanto a pochi ricchissimi, di una fascia di classe media che riesca a far decollare il tessuto intermedio del paese. Tutto il resto della popolazione giace in una condizione di mancanza di mezzi quasi totale che impedisce anche a chi potrebbe avere un desiderio imprenditoriale, conoscenze culturali o semplicemente voglia di darsi da fare di creare qualche cosa, di emergere in qualche modo facendo partire la spirale della crescita generale. E' realtà che la quasi totalità della popolazione vive nelle campagne o nelle periferie di baracche delle città, dove la scolarizzazione è bassissima e la mortalità dovuta alle pessime condizioni ambientali elevata, ma anche i pochi che arrivano ad una istruzione media o elevata, non riescono poi a sfruttarla come si converrebbe. In questo modo, la gente è portata a trovare i colpevoli all'esterno. I più semplici ovviamente ricadono nel classico adagiarsi sul mantra dei politici ladri e corrotti che per barbaro destino continueranno a mantenere i loro privilegi. 

Quelli che vogliono spingersi un poco più a fondo vedono i gangli vitali del paese in mano a gruppi impenetrabili. Il commercio controllato dalle etnie indopachistane, le materie prime sfruttate fino all'osso da cinesi, dagli americani e da altri gruppi, visti non certo come occasioni di sviluppo, ma come predatori di ricchezza di cui nulla rimane al paese, se non qualche briciola per mantenere il potere; un moderno neocolonialismo di cui i francesi avevano a suo tempo tracciato la strada. La globalizzazione, che per l'Asia è stata la via dell'affrancamento dal sottosviluppo e dalla miseria endemica, viene qui avverita solo nei suoi aspetti negativi, sfruttamento dall'esterno, imposizione di schemi e prodotti alieni, non utili, spesso dannosi per il popolo. C'è insomma una sorta di risentimento verso l'esterno al paese, da cui arrivano in generale solo cose negative. Questo accresce la parte più negativa del sentire nazionalista convogliandolo verso un antimondialismo generico. Lo stesso sentimento di fondo è rivolto alle tante Onlus che operano a vario titolo nel paese. A queste viene rinviata in generale la critica di non fare nulla di realmente utile per lo sviluppo a lungo termine, ma solo operazioni di aiuti immediati e a breve respiro, destinati inevitabilmente al loro cessare, a lasciare tutto come prima, mentre la maggior parte delle somme investite sono utilizzate soprattutto per la gestione interna delle stesse organizzazioni. 

Insomma un senso di scontentezza diffuso a diversi livelli che non esplode solo grazie all'indole tranquilla e non troppo bellicosa di questo popolo gentile. Difficile giudicare quanto o se tutto questo risponde esattamente alla realtà, di certo bisogna sottolineare che gli investimenti esterni hanno sempre una logica predatoria evidente e come questa tendenza logicamente naturale, abbia pochi freni da parte delle istituzioni che questa tendenza dovrebbe moderare, tentando di carpirne la parte positiva, sfruttandone le ricadute migliori. La povertà è presente in maniera innegabile, il miglioramento da questo stato, non avvertibile, tranne nelle zone più squisitamente a vocazione turistica, aspetto che tuttavia non può diventare portante e primario per risollevare l'intero paese. Insomma una situazione non facile da definire, men che meno da etichettare con ipotetiche soluzioni. Purtroppo non esistono i politici santi che dedicano la vita al benessere del popolo e non basta, dovrebbero anche avere la capacità di trovare le soluzioni giuste per ottenerlo e di capitare nelle situazioni ideali per poterle sviluppare. Il mondo procede per tentativi ed errori, in alcuni casi scoppiail disastro, in altri prende una strada virtuosa che fa stare meglio la gente, ma senza che ci siano meriti specifici. Comunque, tirando per l'ultima volta le somme, il Madagascar rimane un paese bellissimo inchiodato ai suoi problemi endemici, che non risolverà a breve tanto facilmente. Insomma un invito alla visita, perché ne vale assolutamente la pena, anche se avrete trovato qualche altro paese africano, come il Sud Africa o la Tanzania, più interessanti. Una esperienza molto gradevole e senza problemi, facile da organizzare e anche abbastanza economica, comparata al resto dell'Africa. Buon viaggio allora.


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venerdì 24 febbraio 2017

Cronache di Surakhis 75: Movimenti intelligenti

Allenamento mattutino alla sede della setta degli scissionisti surakhiani

Quanto tutto era cominciato, faceva anche un po' ridere. Arrivavano da Trappist g emissioni video che raccontavano gustosi siparietti dove si parlava di mondi verdi ed autorigeneranti, di decrescite gioiose in cui gli escrementi della popolazione, invece di essere inquinanti erano trasformati in ottimo e anche gustoso alimento e la gente sghignazzava a quattro ganasce divertendosi a questi proclami, mentre nel cielo verde ciano di Surakhis si infittivano le scie chimiche di cui profeti lungimiranti prevedevano la pericolosità. Ogni mattina nei parchi della città le scuole di scissione continua si allenavano con costanza infergendosi colpi ai genitali con forza sempre maggiore. Così a poco a poco il virus si era insinuato nel DNA degli abitanti del pianeta,trasformandoli a poco a poco in grillosauri litigiosi e boccaloni. Quasi nessuno si era accorto della mutazione progressiva che deformava i volti aprendo le orrende cinque narici, tanto da farle ritenere come il normale visus delle persone per bene. Tutti si aggiravano per i vicoli scavati nelle immondizie uscendo dalle loro tane, per andare ad urlare il mantra: Oh n'està, Oh n'està! che naturalmente non significava nulla ma serviva a compattare la folla.

Ovviamente nelle proteste quotidiane la folla mirava a risolvere i problemi fondamentali per la vita sul pianeta, ultimo dei quali la costruzione del megacentro spaziale che doveva ospitare tutti i giochi circensi planetari. Le menti espanse dei dirigenti dei grillosauri, oscillavano avanti e indietro nella decisione se appoggiare o meno il progetto. Ogni volta si facevano e rifacevano i conti di quanti voti si sarebbero guadagnati con una scelta o con l'altra, rimanendo ogni volta nel dubbio. Come sempre si invocava l'arrivo del vate supremo Cricket I che, nella sua infinita sapienza prendesse una decisione per tutti, ma anche lui, continuava a tastare il terreno per capire da dove spirasse il vento del malcontento per guadagnare qualcosa dai miasmi che ne salivano, ma era difficile davvero capire cosa convenisse in termini di numeri. Intanto mandava i suoi rappresentanti in piazza a blandire la folla ogni volta che si manifestava per le più varie ragioni. Addirittura quando era esplosa la rabbia della potentissima lega delle fellatrici associate che lamentavano la concorrenza di un numero sempre crescente di abusivi che esercitavano ormai ad ogni angolo di strada, invece che nell'apposito tempio, accontentandosi, data la crisi, di buttar giù qualche cosa di caldo, senza nessuna garanzia per gli utenti di fornire un servizio certificato e di qualità, il grillosauro dalle orecchie appuntite (una particolare variazione genetica evolutasi nel tempo) responsabile della capitale, si era catapultato in mezzo alle sacerdotesse in corteo dichiarandosi pronto ad appoggiarle in tutti i modi.

Tutte volevano essere quantomeno rimborsate per le licenze acquistate a caro prezzo dalle Succhiatrici di Capella IV, quando avevano lasciato il pianeta ormai invaso dalla multivulvate clandestine che arrivavano da Andromeda sulle carrette spaziali, evitando facilmente le squadre delle Gilde dei Ruspanti che alla domenica andavano a caccia all'immigrato. Ma le cose continuavano a non marciare nel modo sperato ed ogni giorno portava nuove pene. Paularius se la rideva aspettando che tutto precipitasse  verso il suo baratro naturale. Sdraiato nel suo salone dei piaceri, circondato dalle sue Allietatrici, passava il tempo seguendo la cronaca televisiva sulla centoventesima scissione dei Poveri Dementi, una antica setta che aveva nel DNA profondo una automatica necessità di mitosi, non appena si ventilava la possibilità di diventare setta maggioritaria. La cerimonia si ripeteva quasi ogni giorno preceduta da esercizi spirituali comuni in cui gli adepti si autocolpivano ritmicamente i testicoli, con pietre e mattoni nella convulsa ricerca del piacere assoluto, il momento casuale in cui sbagliavano il colpo, cosa che accadeva molto di rado tra l'ilarità generale, essendo gli adepti in massima parte appartenenti a specie galattiche macrogonadiche e multitesticolate. Paularius se la faceva sotto dalle risate, intanto aspettava. Il momento del ritorno dell'imperatore poteva arrivare da un momento all'altro.


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Consegne

mercoledì 22 febbraio 2017

Madagascar 35: Antananarivo


Il palazzo della regina

Taxi 2CV
Così il cerchio si chiude, dalla capitale trovata all'arrivo, caotica e intasata, alla capitale ritrovata alla partenza, forse un poco più chiara e compresa, con la pretesa illusione di chi stando in un paese pochi giorni, ha la presunzione di aver capito qualche cosa. Il caos diventa colore d'Africa e la confusione è quel naturale meltpot creolo che mescola le anime di un'Asia lontana e delle  rive del vicino continente nero, amalgamandole nella salsa speziata dell'oceano Indiano. Ora il su e giù delle vie strette e contorte che si inerpicano sui colli, ricoperte di case e si precipitano subito verso la città bassa, occupate da bancarelle infinite che coprono l'ingresso ai negozietti, ti diventa più consueto ed accettabile. Insomma una città più amica in cui passeggiare, andare a guardare le rive del laghetto centrale sotto le jacarande che perdono il loro ultimo blu sui vialetti di ghiaia, tra i profumi forti del gelsomino e cercando di schivare i taxi 2CV che la popolano. Che tuffo al cuore guardare e poter servirsi di questi residuati della nostra giovinezza, ancora con lo stesso colore cachi, la ruvida semplicità a cui bramavamo, per poter, ancora ragazzi, finalmente varcare frontiere e percorrere quell'Europa che già ci sentivamo stretta. 

Capannelli
La città è assolutamente cosmopolita e per le strade vedi un po' di tutti i colori di pelle. Di quartiere in quartiere indovini le zone del commercio in mano a indopachistani, suddivise con altri occhi dal taglio orientale, mentre tra le insegne prendono spazio caratteri cinesi che cercano di soppiantare velocemente lessici anglofoni. Uomini d'affari dal passo svelto e completi scuri, camminano veloci schivando giovani mal messi appoggiati agli angoli in attesa di nulla e di nessuno. Mendicanti e gente in cerca di occasioni si aggirano ai margini dei cento mercati mescolandosi a chi compra e a chi vende. L'albergo sta appollaiato su un crinale che domina dall'alto tutto il centro cittadino. Qui siamo a un tiro di schioppo dal palazzo reale e la città alta dalla quale guardare in basso con un certo distacco. I rumori arrivano attutiti e man mano che scende la sera, le lucine fioche tra i tetti somigliano sempre di più ad un presepe esotico. La città è comunque in fermento più del solito. Domani si apre un grande evento, il 16° vertice internazionale della francofonia. Una manifestazione a cui partecipano capi di stato ed importanti funzionari di ben 80 paesi appartenenti in qualche modo a questa area linguistica. 

Il laghetto al centrocittà
Ovviamente la classe dirigente del paese la vede come una straordinaria occasione per mostrare al mondo la sua capacità di poter organizzare ed ospitare eventi di questa portata e questo potrebbe essere molto utile a lanciare finalmente il settore turistico che rappresenta già oggi forse la principale fonte di valuta straniera per il Madagascar. Insomma il potere si è attivato come sempre in fretta e furia, come capita dappertutto per cercare di fare un make-up convincente soprattutto alla capitale. Ieri è stata aperta la nuova arteria che collega l'areoporto al centro, fatta ovviamente dai cinesi, ma le malelingue predicono che è stata rabberciata alla meglio e che sarà richiusa subito dopo la conclusione del vertice per riadattamenti. Tutte le strade sono presidiate da militari, forse per dare una sensazione di buon controllo del territorio e, come mi si fa notare, i mille angoli più affollati della città, sono stati ripuliti con attenzione dai cumuli di immondizie che di norma si ammucchiano ammorbando i quartieri più popolari. Insomma comunque sia, l'evento è servito a far pulizia e a mettere ordine in città, per il resto sembra che ogni cosa segua le linee che utilizza ogni governo di ogni paese.
Il palazzo della regina
Da ogni punto della città comunque, se giri lo sguardo verso l'alto, hai un punto fisso da guardare, che funge da bussola per l'orientamento, il palazzo reale. E' una visita obbligata che serve a capire la storia ed anche un poco l'anima di questo paese, oltre che ad ammirare la città dall'alto. E' nato qui il concetto di Madagascar, quando nel XVII secolo nacque il regno Merina che inventò il nome della città che sarebbe nata. Antananarivo, la città dei mille guerrieri, quelli necessari a creare ed a mantenere saldo il potere del nuovo regno. Il luogo fu scelto secondo la locale filosofia delle tre città concentriche. Qui sulla cima della collina, una semplice palizzata circondò quello che sarebbe stata la casa del re. Poi nella seconda metà dell'800 con l'arrivo dei francesi, la nuova dinastia che si insediò creando il regno del Madagascar eresse quello che divenne il palazzo della regina, il potere vero di quel periodo storico, inmano a tre donne forti consecutive. Dapprima fu costruito in legno, poi, dato che qui brucia sempre tutto, fu incaricato un architetto inglese di erigere un palazzo vero e proprio in pietra dallo stile davvero europeo. Ma anche la pietra non è stata sufficiente a proteggerlo dalle fiamme e così nel 1995 fu anch'esso bruciato e depredato completamente in uno dei vari violenti rivolgimenti sociali che hanno funestato il paese.

Antico palazzo reale ricostruito
Oggi ne rimane lo scheletro annerito, una scatola vuota all'interno dove solo la pietra ha resistito alla furia violentatrice della rabbia popolare. Anche qui, aggirandoti nel giardino ordinato nelle piccole costruzioni accessorie che raccontano la storia passata e recente, leggi eventi cruenti e violenza latente, scontento e amarezze per occasioni presunte e perdute. Dall'alto vedi il nuovo stadio sportivo, monumento classico della serie panem et circensem, fatto gratuitamente dai cinesi in cambio di un intero quartiere della città, la nuova Chinatown in cui viene data mano libera di poter fare, costruire, disfare e sfruttare per 99 anni. Più in là il palazzo della francofonia, progettato per l'evento e rimasto a metà, causa i consueti ritardi di ogni regime. Insomma una visita che illumina di più che la lettura di molti libri e giornali. Poi puoi scendere giù alla città bassa per immergerti nel clima della vita di tutti i giorni e finire la giornata al mercatino fuori città, creato apposta per i turisti. Una fila infinita di centinaia di bancarelle con tutta la paccottiglia tipica che arriva da ogni parte del paese, dove lasciare un obolo per far girare almeno un poco il PIL locale, anche se quel poco che compri, lo fai più per divertirti alla battaglia infinita della trattativa per vedere se riesci ad arrivare al venti per cento del prezzo iniziale richiesto, che per il reale interesse sulla roccia lucidata o la collanina di legno il cui destino certo sarà il fondo di qualche cassetto.

La chiesa all'interno del palazzo

SURVIVAL KIT

Rova di Antananarivo - E' il piccolo parco che contiene il Palazzo della regina, bruciato ed in fase di restauro. Il museo contiene anche una grande casa in legno ricostruita a simiglianza della reggia dell'antico regno, il palazzo del primo ministro, la chiesa e altre costruzioni minori che illustrano la storia del paese. Ingresso mi pare 10.000 Ar. con guida che parla un buon italiano per circa un'oretta e vi racconterà molte cose sulla storia e sulla realtà del paese. Mancia 5.000 Ar. Bella la vista sulla città.

Panorama
Hotel Belvedere- Lot IF 27bis, Isoraka - Tana - Uno dei migliori avuti nel viaggio. Unico neo, è difficile da trovare perché nascosto all'interno di un dedalo di viuzze, ma in ogni caso vi ci porta il taxista o il vostro autista. Questo però garantisce tranquillità e assenza di rumore pur essendo in pieno centro. Gestito da italiani. Personale molto cortese e posizione bellissima sulla collina del centro città, con terrazze panoramiche. Da poco ristrutturato con cura italiana. Dotazioni ottime. Camere spaziose, pulite e bene arredate, bagni moderni e ben funzionanti. AC, TV e frigo. Free wifi potente anche in camera. Doppie a 123.000 Ar. con colazione ottima e ricca. Direi un ottimo rapporto qualità prezzo. Ottimo anche il ristorante con buona cucina italiana, molte paste gustore e ben servite (gnocchi alla panna, spaghetti, ecc) ottimi e teneri (finalmente) i filetti di zebù al pepe verde, i bocconcini di pollo al gorgonzola e anche il pesce. Piatti abbondanti attorno ai 15.000 Ar. Un hotel de charme, come si definisce, assolutamente da consigliare. Calcolate un oretta per arrivare all'aeroporto di Ivalo dato il traffico.

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martedì 21 febbraio 2017

Madagascar 34: Ritorno a Tana


Verso Tana

Un bar
La terrazza dell'hotel Betsiboka è proprio sull'incrocio centrale del paese. Devi per forza passare di qui. Già dalle 5 del mattino c'è un traffico potente. Mezzi di ogni genere che arrivano o sono in sosta col motore acceso in attesa di caricarsi dell'umanità che deve in qualche modo spostarsi. In questi luoghi capisci come l'uomo sia una specie in perenne movimento. La sua necessità di spostarsi nello spazio è ragione di vita e a volte fine ultimo dell'esistenza. La piazzetta è una specie di stazione libera dove ognuno arriva, si parcheggia nel primo spazio che trova, carica e riparte, tra strombettamenti e grida. I rumori sul terrazzo arrivano un poco più ovattati, ma intanto nelle camere fa così caldo che non riusciresti a resistere nel letto, tanto vale stazionare sotto il pergolato e guardarsi lo spettacolo. Il mercatino che si allunga come due lunghe ali per tutta la via, è anch'esso animatissimo. Una parte offre generi alimentari e cibo di strada pronto per essere consumato, le colazioni per i viaggiatori, insomma. Accanto alla solita gamma di fritti, qui si distinguono anche grosse bacinelle di quella che potremmo chiamare insalata russa, la cui superficie è campo di sfida per l'abilità decorativa delle venditrici che qui si sfogano disegnando ghirigori e fiori con la maionese, con ulteriori aggiunte di fettine di pomodoro, rapanelli, peperoncini e quanto di colorato offre l'orto. Altri offrono grandi vassoi ricolmi divari tipi di pasta fredda, spaghetti, rigatoni, fusilli.

Il panettiere
Molti ne comprano un cartoccio e se lo mangiano sul bordo della strada o lo ripongono per il viaggio. Allora, dopo aver mangiato una baguette croccante con marmellata di ciliegie, è proprio il caso di buttarsi nella mischia e farci un giro in questo mercato ruspante, per godersi da vicino la vita reale dell'Africa. In una via laterale si estende tutta la parte dedicata a scarpe e vestiti, con la solita massa di roba usata che arriva dall'Europa, poi tutti i materiali per la casa, una montagna di plasticume di provenienza cinese, la valvola di salvezza dei più poveri tra i poveri. Ovviamente non manca l'elettronica di serie B e oltre, con pezzi ammonticchiati di telefonini usati, di schede di cui non riconosci l'oggetto di partenza o di una massa di adattatori e caricabatterie buttati alla rinfusa, oltre ai pannellini solari di emergenza, si può dire adatti ad ogni capanna. Qui si aggiusta tutto, anche se non è chiaro da dove arrivano le competenze per farlo. Ma la zona più interessante è costituita dai banchetti al centro della piazzetta, che hanno chiaramente la posizione migliore e vantaggiosa. Sono piccolissimi con all'interno una o due persone al massimo. Niente merce esposta, ma sull'assicella che fa da banco c'è soltanto un bilancino elettronico da gioielleria. 

Un banco di compro oro
Come le zone che abbiamo visto al sud dove intenso era il commercio delle pietre semipreziose grezze, questa è la zona delle sabbie aurifere e questo è in luogo di raccolta dei grossisti e degli intermediari. Come laggiù, anche qui arrivano dai fiumi vicini dove tutta la famiglia setaccia la sabbia, a raccogliere il piccolo frutto di un intenso lavoro. Mi apposto vicino ad uno stallo dove una signora non mi guarda con occhi cattivi, ma anziquasi miinvita ad assistere. Dopo un po' arriva una ragazzina con una veste un po' stracciata di almeno tre taglie più larga e tira fuori da una tasca una fialetta che contiene forse un grammo o poco più, di una polvere fine color giallo sporco con qualche pagliuzza luccicante all'interno e lo porge alla compratrice che lo esamina in controluce, con una pinzetta scarta qualche minuscolo pezzettino di pietra che con occhio abituato ha subito individuato, poi pulisce con attenzione la superficie del bilancino e ne versa il contenuto sopra. Fa un grammo e dodici. Rappresenta il raccolto di un paio di giorni di quella famiglia. Da sotto la gonna tira fuori un fascio di soldi bisunti e senza discussioni o trattative, da qualche banconota alla ragazza che dopo esserli nascosti se ne va verso il mercato delle verdure. 

La N4
Evidentemente i prezzi sono ben conosciuti da tutti e non ci sono trattative, proprio come da un cambista di valuta. La donna, che ormai mi ha preso in simpatia, tira fuori un barattolino e mi mostra quanto finora ha comprato. E' un mucchietto di polvere d'oro, nel quale oltre a molte piccole pagliuzze, c'è qualche grumolo bitorzoluto di uno o due millimetri, sono le fantomatiche pepite. Solo una ha una dimensione tale che potrebbe pesare quattro o cinque grammi, il colpo di fortuna per chi l'ha trovata quel giorno e che tutti si augurano di veder spuntare tra le pietroline quando l'acqua nel setaccio ha tirato via tutta la sabbia ed il terriccio della palata. Diciamo che starei qui tutto il giorno a chiacchierare per capire meglio questa vita, un misto tra la pastorizia ancestrale e il liberismo del mercato globale, un segno di come mondi all'apparenza lontanissimi, poi si adattano secondo logiche locali. Ma il tempo passa ed è di nuovo la strada su altopiani che salgono costantemente verso il centro del paese. La terra è sempre più rossa, striata di erba secca gialla e macchiata dal verde acceso degli alberi raggruppati vicino ai corsi d'acqua in secca o nei punti più bassi, dove si indovina una presenza di umidità. Il paesaggio è ancora più maestoso, man mano che si sale. 

Villaggio di pastori
Sui colmi a cavalcapoggio conifere sparse che segnalano l'altitudine maggiore. Poche case sparse di pastori e su una collina vicina alla strada, compare all'improvviso un villaggio ordinato di casette disposte su un grande spazio quadrato. E' stato un tentativo dello stato di convincere i senzatetto della capitale di abbandonare la vita delle baraccopoli per una posizione lontana dalla città con una opzione di vita che potremmo chiamare di ritorno alla terra. Ovviamente l'operazione è fallita perché il fascino della città con le sue sirene di opportunità sembra vincere sulle difficoltà oggettive di vita. Poi lo scenario muta e le case si fanno sempre più frequenti fino a diventare paesi e cittadine quasi contigue che rappresentano la vera e propria periferia della capitale. Ormai siamo quasi arrivati e Congò, il nostro nocchiero abituato alla calma vita di Diego, non cessa di elencare consigli e ammonizioni circa la pericolosità assoluta delle capitale tentacolare con i suoi abitanti, che come tutti sanno sono un'accozzaglia di brutta gente, ladri e truffatori di ogni specie da cui bisogna diffidare e prendersi guardia. Ormai siamo arrivati alla tappa finale, Congò, con la sua risata larga e sincera sta per lasciarci al nostro destino e la folla cittadina ci abbraccia senza la ferocia temuta e sicuramente sovrastimata da chi vive nelle campagne.

Mercato di manghi


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