venerdì 22 febbraio 2019

Bangla Desh 7 - Il lago Kaptai


Alba sul lago


Pescatori
Sono le sei del mattino ed è ancora notte sul lago Kaptai, anche se un lievissimo chiarore sembra arrivare da oriente. Un velo umido impedisce però di scorgere le sagome delle mille isole lontane che punteggiano lo specchio ora opaco, impastando i colori del quadro fino a mescolarli in un chiaroscuro nel quale non riesci più ad individuare linee fisse ed oggetti definiti. Scendiamo fino alla riva del lago, al piccolo molo. Una barca sottile con un barcaiolo piccolo e scuro, appollaiato sulla prora in attesa di partire. Imbarchiamo tre militari in mimetica blu, che poi tanto mimetica non è, dato il colore piuttosto brillante. In effetti uno solo ha un vecchio kalashnikov dal calcio logoro e malandato, gli altri due hanno soltanto due vecchi moschetti, che si vanno a sedere in fondo all’imbarcazione sonnecchiando. Quando lasciamo la riva procediamo nella semioscurità, verso il centro del lago, in una atmosfera irreale e fantastica. In sottofondo, solamente il leggero borbottio del motore mentre la barca scivola lenta sullo specchio argenteo, circondata dai rilievi scuri delle colline sui quali non riesci ancora ad indovinare il groviglio della foresta e di quello che nasconde. Intanto un’aura rosata comincia ad estendersi dietro le colline più alte sullo sfondo, fino a che una linea definita, seppure contorta prende forma delineando l’orizzonte. 

Dal tabaccaio
Il disco rosato emerge proprio dietro la cima più alta, un arco arancio che a poco a poco si stacca e diventa una sfera, che via via che procediamo diventa più luminosa svelando il panorama circostante. Lontane, nella nebbiolina azzurra, barche sottili di pescatori sembrano galleggiare in un limbo senza materialità, immobili, quasi irreali. Mentre procediamo risalendo il lago, aggirando capi popolati di alberi fitti ed anse nascoste, compaiono d’improvviso imbarcazioni con uomini che posano trappole per gamberi. Al centro del lago ecco una grande barca che emerge dalla nebbia come un drago in agguato che aspetta le sue prede. Sul fianco gli uomini hanno appena tratto a borde le reti. Sul fondo compare una massa guizzante di pesciolini minuscoli che si agitano impazziti alla ricerca di una salvezza impossibile prima di finire inesorabilmente in una cassa sottobordo, già mezza piena. Gli uomini ridono mostrando con orgoglio il risultato della loro fatica. Hanno i tratti orientali della vicina Birmania. Arrivano tutti dalle colline circostanti. La diga che ha creato l’immenso lago, modificando completamente l’ecosistema della regione, ha cambiato anche la vita di questa gente, spostando più in alto interi villaggi, cancellati dalla crescita delle acque e trasformando gli agricoltori in pescatori. 

Il fabbro
Credo che in queste aree remote nessuno abbia chiesto loro nulla, catapultandoli in questo cambiamento epocale, così di punto n bianco, senza concedere scelte. Dopo quasi un’ora arriviamo ad un promontorio che si prolunga verso il centro del bacino, mentre ormai il sole è salito sciogliendo la nebbia come per magia. Questo è uno dei punti topici dell’area, il mercato di Shuvolong, dove convergono tutte le genti dei villaggi circostanti, anche a decine di chilometri di distanza. Arrivano qui dopo aver camminato ore per i contorti sentieri che scavalcano le montagne vicine o con le barche che congiungono le tante insenature contorte che penetrano la montagna per lunghissimi tratti per portare in capaci ceste ed in pacchi trascinati in equilibrio sulla testa i prodotti coltivati nei piccoli appezzamenti strappati alla foresta. Il mercato occupa tutto il promontorio, pieno di baracche affastellate una sull’altra a formare vicoli contorti che disegnano i crinali fino ad arrivare all’acqua dove stazionano le barche con cui sono arrivati. Un vero e proprio paesino pieno di gente che vende, compra, commercia e vive scambiando cose e comprando quelle che qualcuno porta fin dalla lontana città. Botteghe di artigiani, fabbri, cestai, empori di attrezzi agricoli rudimentali e arnesi da cucina, pentoloni e contenitori di ogni forma e dimensione. 

Il pasticcere
Pescatore
Naturalmente molti forniscono viveri di consumo, bar e locande e file di preparatori di cibo di strada, fritti e dolciumi, piatti già pronti e veri e propri ristorantini. Prendiamo un thé col latte condensato e un paio di paratha caldi appena fatti, su quello posto sul punto estremo che domina la parte alta del mercato stesso. Da qui puoi vedere la vita frenetica che scorre sotto di te. Qualche soldato in una specie di torretta di guardia controlla quello che accade, una presenza del potere centrale. Non si vedono altri occidentali in giro. Qui non arriva molta gente estranea e lo si vede dalla curiosità con cui veniamo squadrati dalle ragazze che ci indicano a dito. Appese alle assi delle baracche, i manifestini delle elezioni appena passate, la maggioranza del partito della barca, quello di governo che, comunque vince sempre le elezioni e detiene la maggioranza assoluta. I visi che circolano hanno tutti tratti mongolici, niente a che vedere con i pochi commercianti bengalesi che arrivano da fuori e che noti subito, piccoli, magri e scuri. Qui l’etnia predominante sono i Chakma, dal viso largo, col naso schiacciato e gli occhi a mandorla, che ha popolato da millenni queste colline. Hanno costumi semplici e continuano a vivere nei loro villaggi di case di bambù, non adattandosi alla modernità che arriva anche qui risalendole strade nella foresta, unica eccezione, naturalmente il telefonino. 

Al mercato
Al bordo dell’acqua, vicino al ponticello che conduce alla piccola moschea, chiusa per la verità, in quanto nei villaggi sono tutti buddisti, c’è il mercato del bestiame come puoi vedere subito dall’affollamento di vacche e capre. Gli animali venduti vengono poi caricati su barche più grandi e se ne vanno verso il largo. La gente continua ad arrivare, sia in gruppetti di donne, che in singoli che portano merci da vendere. Si scelgono un quadratino libero e dispongono la loro merce, oppure si dirigono direttamente in una baracca più grande, quella del grossista a vendere direttamente tutto il prodotto. C’è davvero molta ressa dopo le dieci, quando sono quasi arrivati tutti. Ci si aggira qua e là rimanendo affascinati a guardare ogni singolo quadretto. Laggiù un fabbro che in una fucina minima, arroventa le barre destinate a diventare lame, mente un ragazzino si affanna a pompare con un mantice di cuoio sdrucito, per mantenere vivo il fuoco. Più in qua un vecchio dalla lunga barba prepara i dolci di inverno, impastando con le mani pasta di riso all’interno dei quali infila melassa e qualche altra squisitezza, di sicuro la sua ricetta segreta. E’ uno dei più bei mercati che abbia visto in oriente, potresti stare per ore seduto a guardare quello che ti accade attorno senza annoiarti, mentre la folla continua a muoversi come un rivolo d’acqua attorno a te. Poi Eusuf fa segno che è ora di tornare. Torniamo alla barca seguiti dai nostri tre militi, della cui presenza continuiamo a non capire il senso. Adesso il sole è alto e la superficie del lago è uno specchio luminoso. 



Mercato


SURVIVAL KIT


Al bar
Lago Kaptai - Il più grande lago artificiale del paese. Con partenza dalla base di Rangamati, è possibile fare molte escursioni e trekking bei dintorni. Qui vivono molte etnie originali di Adivasi che è possibile visitare accompagnati da relativa guida, militari e permesso. Una escursione classica è quella di una intera giornata attraverso il lago per arrivare fino al mercato tribale di Shuvolong, dove convergono le tribù dei dintorni a vendere e comprare i loro prodotti. E' sicuramente di grande interesse per la gente che si incontra ed è una visita imperdibile. Le barche partono dal piccolo molo vicino a Rangamati. Tutti gli alberghi organizzano il giro. Partenza al'alba, sia per godersi lo spettacolo del sole che sorge sul lago, sia per arrivare al mercato in tempo per vedere la gente che arriva con le masserizie. Al ritorno dal mercato, ci si può fermare a visitare uno o più villaggi che ci sono sulle rive del lago, il monastero buddista su una collina che sorge su una isoletta del lago e dalla quale si gode di un magnifico panorama e si può mangiare al Marmaid Café, locale caratteristico e molto elegante con terrazza sul lago.
escatore


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mercoledì 20 febbraio 2019

Bangla Desh 6 - Da Chittagong a Rangamati


Chittagong - Il lago delle tartarughe


Traffico urbano
E così a forza di code e di svicolamenti nel traffico siamo arrivati a Chittagong, la seconda città del paese, che sono sempre quasi dieci milioni di abitanti, tanto per cambiare, ma qui i numeri sono tutti grandi, come la confusione e bisogna farci l'abitudine. La città vecchia è quella più caotica con le sue viuzze strette e congestionate e rimane in netto contrasto con la cosiddetta città britannica, costruita con una certa regola attorno ad edifici più pomposi che tuttavia ormai sono stati anch'essi lasciati in balia degli agenti atmosferici e al consumarsi del tempo. La città moderna, chiamata anche Agrabad, invece ha avuto una crescita repentina e caotica e appare come un ammasso di edifici che di nuovo hanno ormai poco, anche se qui si addensano tutte le attività più moderne. Rumori di clacson e difficoltà a farsi largo tra i tuktuk che tuttavia presentano una caratteristica meno usuale del solito. Questo mezzo classico degli spostamenti cittadini in tutta l'Asia che a fattole fortune della Piaggio, è conosciuto soprattutto per l'essere aperto da ogni lato, in modo da poter essere preso al volo. Ebbene qui le aperture laterali sono chiuse da robuste grate, non è chiaro se per difendere i passeggeri da malintenzionati o per ragioni di sicurezza stradale. Ma sciamo stare e non indaghiamo oltre.

Donna Chakma
Intanto facciamo una sosta al museo antropologico per avere un'idea di base delle caratteristiche delle tribù delle colline tra le quali trascorreremo i prossimi giorni. Una signora di origini Chakma, la tribù principale della zona, adocchiati i quattro stranieri, evidentemente merce rara, ci prende subito in carico scarrozzandoci da una vetrina all'altra, evidenziando le diverse caratteristiche dei vari gruppi etnici che vivono in questa area di confine con l'India orientale e la Birmania. Anche un addetto ci segue con attenzione incitandoci a fotografare tutto quanto è possibile, anche se ci sono cartelli bene in vista che lo vietano tassativamente. Si vede che l'essere europeo dà privilegi particolari. Fuori poi percorriamo un affollato mercato per arrivare ad un grande lago artificiale al centro della città che ospita molte vecchie tartarughe a cui è evidentemente consuetudine portare cibo. Le scalinate circostanti infatti sono piene di persone, soprattutto di bambini che gettano nell'acqua limacciosa, biscotti e altri dolciumi, che rimangono a galleggiare nell'acqua stagnate e maleolente dove di tanto in tanto affiora il carapace gigantesco di qualche tartarugone, che poi rimane fermo a galleggiare. Uno, vicino alla riva mi pare addirittura morto, per quanto è immobile ed all'inizio della decomposizione. Ma nessuno pare avvedersene, a sentire i gridolini eccitati dei ragazzini. Forse è solo una mia idea.

Il laghetto
Vicino dovrebbe esserci la tomba di un santo sufi, certo Mazar Hazrat Bayzid Bostamy, ma non ho precise evidenze della cosa. Lasciamo la città e ci dirigiamo dunque verso le colline cercando di lasciare alle nostre spalle la confusione ed il caos della pianura. Passiamo diversi posti di blocco a cui si mostrano i permessi di accesso all'area. Si tratta del solito baraccotto, sotto una pianta, con qualche soldato stanco ed annoiato che deve registrare sull'ennesimo inutile registro polveroso, i passaporti e i vari dati e che svolge questa importante pratica con lena e percepibile passione. Poi alzata la sbarra, lasciando andare la pietra che fa da contrappeso, la macchina passa, con buona pace del milite che può tornare a sonnecchiare nella baracca. Bisogna subito sottolineare che con ogni probabilità questa è la zona paesaggisticamente più bella del paese. Una serie di colline scoscese coperte da una foresta fitta e rigogliosa che si estende a perdita d'occhio, con valli profonde e scarpate che si perdono nel verde. Qui, dopo la costruzione di una grande diga, si è formato un lago artificiale enorme, lungo più di cento chilometri che, data la particolare conformazione del terreno, penetra la foresta in mille anfratti ed ha creato un paesaggio di straordinaria e selvatica bellezza. Lungo le sue rive e nei dintorni si nascondono moltissimi villaggi tribali di popolazioni Adivasi, che popolano la zona da tempo immemorabile. 

In città
L'interesse a visitare l'area, oltre alla particolare bellezza paesaggistica, risiede proprio nel fatto di poter accedere a queste comunità che presentano ancora oggi modi di vita ancestrali. La vulgata ha messo in giro la voce che ci sia una certa misteriosa pericolosità ad aggirarsi da soli da queste parti, per gli stranieri, tanto che per arrivarci, come ho detto è necessario munirsi di un relativo permesso, da mostrare ai vari posti di blocco e successivamente, sussisterebbe l'obbligo di essere accompagnati sia nelle passeggiate nei boschi tra i villaggi, sia nei vari possibili giri in barca lungo il lago ed i corsi d'acqua, da un paio di militari armati di classici kalashnikov. Tuttavia la sensazione è di essere in uno dei luoghi più tranquilli e pacifici del mondo e l'obbligo, come ho cercato di appurare con i vari accompagnatori che abbiamo avuto, sembra motivato più che altro dalla necessità di dare occupazione ad un po' di gente, che tra mance e varie ed eventuali, sbarca il lunario. Quindi io non mi impressionerei troppo per questi "angeli custodi" che vi staranno sempre appiccicati ai fianchi, se non al momento di allungargli i classici 100 Taka di mancia al ritorno. Il luogo rimane comunque assolutamente delizioso. Arriviamo a Rangamati alla sera e la notte è ormai scesa sul bosco, che mostra tra gli alberi squarci sul lago sottostante, illuminati dall'argento della luna piena.

Market
Davvero un luogo idillico. Siamo collocati sulla cima di una collina, fuori del paese e tutto attorno è un risuonare di gorgheggi di uccelli e di frusciar misterioso. Tutto attorno il rumoroso silenzio notturno della foresta a lasciarti immaginare la vita che nasconde, quasi viene la voglia di fare due passi attorno non fosse che senza luce alcuna, magari si finisce in fondo a qualche spaccatura della collina. Meglio mettere sotto i denti qualche bocconcino di pollo fritto che inutilmente avrai chiesto di preparare senza traccia alcuna di spezia, pepe o chilly che dirsi voglia, e che ti  infuocherà la bocca al primo morso. E' più forte di loro, alla tua rimostranza dolente, allargano le braccia tra un ciondolio affermativo della testa, con il chiaro significato di: ma se no, non sa proprio di niente! Non c'è quasi nessuno nell'albergo, d'altra parte questa località è molto gettonata specialmente d'estate quandola pianura bolle della calura premonsonica e le famiglie abbienti vengono a cercare refrigerio fin quassù, posto che considerano il loro posto per le vacnze. Adesso godiamoci solo il mistero del buio che ci circonda, domani cercheremo di goderci il lago e quello che può offrire.

Viabilità
SURVIVAL KIT
Museo etnografico di Chittagong - Situato nella città nuova, è interessante per farsi un'idea dello stile di vita delle tribù che andrete a visitare nelle Hill Tracts. Ricca collezione di oggetti agricoli, musicali, rituali e tessili. Molte vecchie foto e alcune cartine per identificare le zone dove sono disposti i diversi gruppi. Biglietto per stranieri 200 Taka.  Calcolate un'oretta.

Oggetti Chakma
Rangamati- A 77 km da Chittagong, cittadina capitale del distretto delle colline e base per le escursioni ed i trekking tra le tribù della zona. Obbligatorio il permesso che vi procurerà l'agenzia. Per le escursioni, in barca od in macchina ed i trekking, programmati da chi vi accompagna od organizzabili nell'albergo dove risiederete, penserà chi vi accompagna a procurare i militi obbligatori di scorta. Voi dovrete preoccuparvi solo di pagare. 

Motel BPC Parjatan Holiday - Fuori dal paese qualche chilometro, ma in bellissima posizione sul lago in alto. Quindi per raggiungere il centro dovrete prendere un tuktuk. Abbastanza nuovo, pulito,personale gentilissimo, AC, TV, frigo, acqua calda. Noi abbiamo avuto una camera molto grande con bella vista sul lago. Colazione abbondante




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martedì 19 febbraio 2019

Bangla Desh 5 - I cantieri di Kumira

Una portaconteiner in attesa

La catena umana  (foto Hettwer - Nat. Geographic)
La N1 adesso corre verso sud, quasi vicino al mare. Dopo un centinaio di chilometri di slalom tra file di camion carichi all'inverosimile, alcuni viaggiano tutti storti, come piegati di lato dal peso di merci debordanti e stivate in maniera approssimativa e tale da consigliare il sorpasso dalla parte opposta all'inclinazione, non si sa mai, si arriva in uno dei luoghi classificati tra le prime posizioni tra i tanti inferni della terra. Il cimitero delle navi di Kumira. Bisogna sottolineare che, per la sua unicità ed essendo il più grande del mondo (ha credo un solo concorrente in India e uno in Cina), questo era considerato un tempo uno dei punti turistici più interessanti del paese, ma dopo che si prese a rimarcare le decine di morti che avvenivano di continuo in seguito alle condizioni di lavoro di questi cantieri, per non parlare ovviamente della percentuale di lavoro minorile, i proprietari hanno recintato l'accesso al mare per decine di chilometri e impediscono l'accesso a tutti. A far rispettare il divieto provvedono adeguate forze di vigilanza armata. Siamo su un tratto di costa liscio e degradante con regolarità, dove le maree consentono alle navi anche di grandi dimensioni, portaconteiner e petroliere a fine carriera, la cui manutenzione o pericolosità diventa troppo onerosa, di venire ad arenarsi facilmente per essere smantellate a mani nude, quindi a costi minimi, da un formicaio di esseri umani, che le smontano letteralmente pezzo per pezzo per rivenderne l'acciaio e il poco che se ne può ricavare, unico valore rimasto.

Il cantiere dall'alto (google map)
Naturalmente il tutto avviene senza il rispetto delle minime norme di sicurezza, per cui gli incidenti sono all'ordine del giorno, così come i problemi dei molti materiali inquinanti presenti e pericolosi per la salute. Si possono vedere bene dall'alto, ingrandendo le mappe di Google, la serie di carcasse allineate lungo una decina di chilometri di costa, nei diversi stadi di demolizione, alcune ancora intere, altre già monche e prive di parti importanti, altre ancora ormai scheletri o ridotte a parziali frammenti. L'unico punto accessibile per riuscire a vedere qualcosa da terra è appunto il pontile di Kumira, la cittadina che prospera su questa attività, da cui partono le barche ed i ferry per le vicine isole di Sandwip e degli altri frammenti di sabbia, naturalmente popolatissimi, che il delta in continua evoluzione ha creato nel golfo antistante. Anche qui c'è un grande andirivieni di folla che si accalca per salire sui barconi, carichi di masserizie di ogni genere. Ceste di polli accanto a file di balle di cotone, carichi di carbone e casse di bibite, scatoloni di cartoni acciaccati, merci con scritte cinesi, borsoni di frutta e verdura. Battelli più grandi caricano mezzi talmente malconci da far sembrare i barconi stessi meno malandati. Una sfilata di barili schiacciati di carburante è addossato al lunghissimo molo che fiancheggia il porto canale che porta fino al largo.

Nave incagliata
Al di là della lingua di sabbia che crea il canale, destinata a venire ricoperta dal mare non appena arriverà l'alta marea, due grandi navi sono piantate definitivamente nella sabbia della riva. Una è un mercantile dalle forme decrepite che deve essere arrivato da poco, perché puoi scorgerlo nella sua interezza, abbandonato qui perché evidentemente era stato progettato secondo logiche ormai superate dall'economia navale moderna, che ne rendeva quindi assolutamente antieconomica la sopravvivenza; poco più in là invece una portaconteiner già avanti nell'opera di smantellamento. Persa completamente la prora, quella che per prima era andata ad incagliarsi nella fanghiglia impregnata di nafta e detriti, nella sua ansia di ricerca di una soluzione finale, una sorta di suicidio rituale che comprende la dissoluzione completa, il ritorno alla non esistenza, se vogliamo umanizzarne la vita, ne vedi ormai solo più il lucido rivestimento interno, quasi avesse voluto, prima di scomparire definitivamente dal mondo, scoprire le sue parti più intime, mostrare al mondo la sua coscienza interiore, mentre già moribonda chiede il gesto pietoso di avere staccata definitivamente la spina. Attorno uomini al lavoro, che trascinano cavi, che si apprestano a staccare parti, a dissaldare lastre, a sezionare metalli per abbatterli definitivamente tra la fanghiglia del litorale, dove saranno poi portati via per l'ultimo recupero. 

Il molo
Tutto a mani nude, tutto a forza di braccia, le tonnellate di acciaio, in parti sempre più piccole lasceranno il mare. Di tanto in tanto qualche cosa va storto, qualche parte troppo pesante si abbatte su un gruppo di formiche, un corpo viene caricato su una barella e senza troppi problemi viene portato rapidamente via ricoperto di un telo sudicio come tutto quello che c'è qui intorno. Vite perdute, danni collaterali, insomma. Niente che debba essere troppo sottolineato, poi il lavoro va avanti. Non si può vedere molto di più dal molo di Sandwip e forse è già abbastanza. La macchina risale quindi la stradina contorta che abbiamo percorso per arrivarci. E' tutto  un affollatissimo mercato, che, vista la calca, sembra impossibile ripercorrere in senso inverso. Invece questa è evidentemente la prassi, piano piano si va avanti, la folla scorre intorno all'auto come l'acqua sporca che scivola verso lo scarico. Qualcuno equilibra meglio il sacco che porta in testa, qualcun altro sbatte qualche colpo sulla tua carrozzeria, per segnalare che non riesce a spostare di più il suo carretto, bloccato a sua volta da una massa di ceste di patate, ma senza nervosismo o rabbia. E' il vivere consueto. Allora tocca a noi deviare di un poco, costringere una bicicletta a muoversi, ad un risciò ad accelerare un poco e poi quando finalmente ha riguadagnato la strada principale, fare a nostra volta un pezzo di contromano in "autostrada", ma solo perché costretti dalla impossibilità di scavalcare lo sbarramento centrale.

Deposito carburanti
E' e sarà una costante del viaggio, questo senso di assoluto affollamento che aumenta progressivamente di anno in anno e che annulla ogni progresso economico, ogni miglioramento logistico e funzionale, non bastando questo mai, se pur avviene, a compensare la massa di nuovi bisogni che l'aumento della popolazione richiede. Rimane quindi comunque la costrizione obbligatoria di non andare troppo per il sottile su quanto riguarda i diritti umani, la cura della persona della salute e dell'ambiente circostante, perché ognuno di questi sacrosanti problemi diventa giustamente secondario e comunque posponibile difronte alla necessità di far sopravvivere un numero di abitanti sempre maggiore, che preme con violenza quelli che già ci sono, nella guerra continua di riuscire a non morire. Cosa volete che sia la possibilità di rimanere schiacciati da qualche lastrone di acciaio o di respirare fumi velenosi o polveri micidiali, di fronte alla necessità di portare a casa ogni giorno una razione per la propria famiglia, una nidiata di figli, di genitori non più in grado di lavorare magari a cinquant'anni, con visi da ottantenni, di una moglie di nuovo incinta. Prima pensiamo a questo, poi ci occuperemo delle corde di sicurezza e dell'acqua corrente. Non è che ci si può permettere di scegliere. E' come la strategia evolutiva di gruppo dei banchi di sardine, la maggioranza ce la fa e nel frattempo puoi sorridere alla vita che comunque hai davanti.

Il porto


SURVIVAL KIT

Navi in attesa di essere smontate
Cantieri di Kumira - Luogo assai noto a 130 km da Comilla in direzione sud, una trentina da Chittagong. Qui si smantellano manualmente nella più assoluta insicurezza le carrette del mare di tutto il mondo che vengono appositamente ad arenarsi grazie alla situazione del fondale e delle maree. Una situazione analoga, ma più frequentata di quanto avviene nel Gujarat ad Alang. E' una delle discariche di veleni del mondo, con la sua sovrabbondanza di vernici tossiche, gas letali delle stive, piombo, amianto e chi più ne ha più ne metta, oltre alla pericolosità delle operazione che vengono svolte senza protezioni o garanzie antinfortunistiche di sorta. Attualmente tutto l'accesso al mare per una decina di chilometri è recintato e controllato da guardie armate, per cui non è più possibile accedervi per nessuno. I visitatori e i curiosi, sono particolarmente malvisti e banditi. L'unico accesso è dal centro della città di Kumira girando a destra per chi arriva da Comilla, fino al ferry per le isole del delta. Di qui si possono vedere le navi arenate più vicino al porto canale. Per giornalisti intraprendenti che vogliano comunque mettere il naso più da vicino, però è abbastanza semplice noleggiare una barca di un pescatore e quandola marea è alta passare dalla parte del mare e aggirarsi attorno alle grandi carcasse lungo la costa, senza esibire troppo le macchine fotografiche. Lo dico per chi volesse fare qualche bel reportage sull'argomento, anche se se ne sono già visti parecchi.

Traghetto per le isole


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lunedì 18 febbraio 2019

Bangla Desh 4 - Comilla


Un guardiano

Scavi
Il traffico cala di poco anche se ci stiamo allontanando dalla capitale, anzi il problema dell'aumento relativo della velocità di percorrenza, va ad incrementare l'inquietudine per i mezzi che procedono contromano e che di volta in volta compaiono all'improvviso davanti, ma tutto sembra regolare al nostro valido ed abbastanza sportivo autista, che guida un po' come in un videogioco, facendo peli e contropeli ai vari veicoli da superare di volta in volta. Sarà per questo che le carrozzerie sono continuamente rattoppate da tutte le parti, eppure pensandoci bene non vedremo un solo incidente in tutto il giro, potenza delle difficoltà che abituano i guidatori a migliorare la loro capacità di guida, d'altra parte per gli americani che guidano sulle rotaie e a velocità quasi costante, aggirarsi al volante in una città italiana è terrorizzante. Insomma è l'abitudine che migliora le capacità generali. Intanto, mentre cala la sera, arriviamo a Comilla, una cittadina di oltre un milione e mezzo di abitanti, roba piccola insomma, un po' anonima pur essendo una delle più antiche del paese. Ma è così, quando esplode la sovrappopolazione, la crescita disordinata provocata dal bisogno si estende come una macchia di olio esausto e nero su tutto, cancellando o stravolgendo il passato fino a cancellarlo. 

Il palazzo della regina
Le poche vestigia residuali, confuse tra la massa del nuovo, già corroso a sua volta, da un clima perfido e dalla povertà, hanno difficoltà a far uscire la testa. Tuttavia anche se è passato solo un giorno da quando sono arrivato in questo paese, una caratteristica appare subito evidente. Nonostante gli enormi problemi che ho già sottolineato e che non possono che dare a questa gente una qualità di vita tra le ultime al mondo, respiri (oltre all'aria inquinatissima) una sensazione di serena gioiosità, di allegria contagiosa, di sorrisi continui, di bonomia generalizzata in ogni persona che incontri. Strano, no? Come mi hanno detto in molti, proprio come accadeva nella vecchia India, dove invece il tenore di vita e le condizioni, per lo meno nelle grandi città più ricche, sono oggi molto migliorate, ma dove, come mi ha detto un sacerdote incontrato in un tempio di campagna, la gente ha ormai perso il sorriso. Qui invece la gente appare molto aperta e contenta; e non voglio blaterare con la solita retorica della povertà gioiosa e dei soldi che non portano la felicità. Lo so che sono tutte balle e che con una casa decente stai meglio e più sereno  che in una capanna di fango e stracci, con un ospedale eventualmente a disposizione ed un lavoro che ti consenta di vivere, però forse sta nel carattere di questa gente, una tendenza a ridere e a gioire delle piccole cose. 

Tempio buddista e monastero
Il nostro Eusuf, tanto per dare ragione alla mia teoria, canta intanto per ingannare il tempo da trascorrere in macchina: gli piacciono le dolci canzoni d'amore che gorgheggia con occhio sognante. L'autista gli fa da spalla e sottolinea i ritornelli, che parlano di cuori infranti e di amori impossibili, si sa qui non è come da noi dove ognuno fa un po' come gli pare, ci sono regole familiari da rispettare, tradizioni imposte e le cose sono un po' più difficili da mandare avanti, anche se tra le rovine o nei parchi, noti sempre coppiette in cerca di spazi poco evidenti nei quali mimetizzarsi. Comunque l'albergo di Comilla tiene tutto un palazzo ed è di recente costruzione, pensato evidentemente per uno sviluppo turistico o commerciale imminente piuttosto speranzoso. Il proprietario stesso si fa in quattro per assicurarsi che la cena sia di nostro gradimento e richiede un selfie per sua futura testimonianza che stranieri (di qualità, ben s'intenda) abbiano scelto di soggiornare da lui. Dormo come un ciocco. La notte saltata si fa sentire e rimettersi in marcia la mattina non è più agevole come quando avevo cinquanta anni (bisogna spostare continuamente l'asticella, accidenti). Comilla è nota comunque per essere una città universitaria e quindi in giro è pieno di studenti, debitamente ingiacchettati che vanno a lezione.

Il tempio moderno
Naturalmente molte appartengono alle diverse confessioni religiose e a differenza delle costose università private, forniscono istruzione anche a chi ha meno disponibilità, naturalmente l'impostazione teologica è lo scotto da pagare. Passiamo davanti all'istituto buddista più grande del paese, circondato di giardini e dominato da una enorme statua di recente costruzione. Il gigantismo abbinato alla ricopertura giallo dorata è di certo una affermazione di presenza, che si possa notare anche da lontano, qui in terra di Islam. A fianco le vestigia di un grandissimo tempio del quale rimangono soltanto più le tracce, circondate da immensi giardini, molto ben tenuti. Dal punto più alto puoi vedere bene la gigantesca pianta dell'edificio e delle cento e più celle del monastero che lo circondava. Anche qui coppiette cercano di infrattarsi tra gli angoli nascosti dei muri coperti di muschio e appena arrivi a cercare di scoprire qualche punto di vista interno, si ritirano, un po' vergognosi del loro ardimento. Sempre fuori città, ma qui la distanza tra città e campagna è molto labile, tutto si confonde in una ruralità densa di case, baracche, capanne inframmezzate da stagni, pozze maleodoranti e canali che delimitano i pezzi di terra da coltivare, c'è un'altra oasi verde, tenuta con la piccata attenzione che la cultura inglese ha lasciato come tradizione: un piccolo cimitero di guerra, dove sono ospitate le vittime della guerra di Birmania, seguita all'invasione giapponese. 

War Cemetery
Come tutti questi luoghi, domina la pace che sembra possedere il sentimento comune dopo le carneficine della guerra. Le piccole tombe allineate, riportano solo un nome, la nazionalità ed il corpo di appartenenza. I giapponesi poco lontani dai loro avversari, africani, inglesi, australiani e indiani, ex nemici accomunati dalla stesso destino, quello dell'inutile morte causata dall'odio anonimo, creato dagli interessi economici di altri, in cui di tanto in tanto precipitano le nazioni, non appena dimenticano i disastri appena avvenuti. Non credo che molti arrivino fin qui a mettere un fiore sul prato verde che copre questi quasi mille ragazzi di venti anni o poco più, spinti fin quaggiù, non dal desiderio di vedere il mondo, ma dall'obbligo di sacrificarsi per altrui interessi. Per questo motivo questi luoghi, apparentemente sereni e di una loro limpida bellezza, mi appaiono sempre velati di un triste rammarico, per tante vite strozzate immeritatamente. Poco lontano il palazzo detto della regina, che presenta anch'esso soltanto più tracce di mura sbrecciate, più in alto un piccolo tempietto dedicato a Shiva, testimonia, l'incrocio di credenze che pervade questo territorio, anche se oggi si dichiara di maggioranza islamica. Di qui il tridente del dio sembra guardare alla cupola dirupata della pagoda a fronte, con aria di superiorità, ogni religione ha questo grande problema, il sentirsi superiore con la forza morale di sentirsi in possesso dell'unica verità, autonominandosi quindi predestinata ad imporla agli altri. Lontana la voce del muezzin canta la sua.

Il tempietto di Shiva

SURVIVAL KIT

Comilla - Città di passaggio sulla N1, a circa 90 km da Dacca, utile come posto di tappa verso il sud. Da vedere nei dintorni:

Ranir Bihar
Moynamoti war cemetery - Alla periferia della città. Oasi verde molto ben tenuta.
Moynamoti Ranir Bihar - Palazzo, a circa 500 metri dal cimitero, di cui rimangono poche vestigia scavate in un' ampia superficie e completate con un restauro conservativo che mostra la pianta complessiva. Vicino il piccolo tempio dedicato a Shiva.
Tempio buddista (Salban Vihara) - Anche di questo rimangono solo le tracce dei muri che mostrano la pianta del monastero con al centro il tempio. Qui vi era la sede della prima civilizzazione buddista tra il 7°ed il 12°. A fianco piccolo museo, che contiene la parte statuaria rinvenuta nella zona, belle terracotte. Di fronte la nuova statua gigante di uno standing Buddha. In giro ci sarebbero molte altre vestigia di templi buddisti minori da scoprire nella campagna, per chi si volesse fermare di più da queste parti.

JamJam Hotel - Shankarpur - Comilla - A 4 km dal centro. Struttura gigantesca piuttosto nuova. A noi è stato dato un intero appartamento di 3 ambienti all'ultimo piano. Bello pulito. Bagni nuovi, TV, frigo, wifi dichiarato ma non funzionante. Ristorante dell'albergo valido. Personale gentilissimo sempre a disposizione. Non saprei se a Comilla ci siano a disposizione sistemazioni migliori. Consigliato.

Meditando sulle rovine

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domenica 17 febbraio 2019

Bangla Desh 3 - Panam Nagor


Per le vie di Panam City


La strada prosegue imperterrita tra lavori, corsie ancora da costruire ed umanità che si sposta. Di tanto in tanto, ponti in perenne ammodernamento superano bracci di fiume di questo immenso delta senza confini, che solcano una delle pianure alluvionali tra le più densamente popolate del mondo. La quantità di mezzi che impegnano gli spazi liberi lasciano capire che anche quando l'opera autostradale sarà portata a compimento, rimarrà comunque largamente insufficiente ai bisogni che già si prevedono in continua crescita. La città l'abbiamo lasciata alle nostre spalle, ma lungo i bordi continua una sfilata più o meno densa di casupole, baracche, negozi dirupati che potremmo definire spazi commerciali, spazi di aggregazione di bus di ogni tipo, carrette, tuk tuk. Siamo in auto da un paio d'ore ma non abbiamo ancora fatto più di trenta chilometri e intanto si arriva a Sonargaon, una cittadina apparentemente anonima, eppure di notevole importanza storica. Era capitale, in epoca medioevale dell'impero Baro-Bhuyan ed è citata nei libri di Ibn Battuta e del grande esploratore cinese Zheng He, in quanto di qui partiva una via commerciale di grande importanza di oltre 2500 km, costruita dagli imperatori Pastun che arrivava  attraverso l'India, fino a Kabul, una sorta di meridionale via della seta  o delle spezie che dir si voglia. 

Ne parla anche il secondo italiano giunto nel sud est asiatico dopo Marco Polo, il mercante Niccolò De Ponti, nella prima metà del 1400, nel suo Il viaggio in India, che fu di grande utilità nella compilazione della famosa carta del mondo di Fra' Mauro del 1460. Cosa è rimasto di tutto questo dopo oltre 600 anni? L'affascinante città morta di Panam Nagor, un insieme di decine di palazzi e costruzioni in rovina, ma ancora perfettamente riconoscibili, dove intravedi con facilità, tutte le epoche storiche che ha attraversato l'area, dagli archi moreschi dei conquistatori Moghul che spazzarono via il precedente impero, all'arrivo dell'orda europea, prima dei Portoghesi e poi dell'impero britannico. Il luogo è estremamente affascinante proprio per quell'aura di disfacimento che deriva dall'abbandono progressivo dell'incuria degli uomini, al degrado degli eventi atmosferici, con i muri che fioriscono e si sbriciolano sotto l'azione impietosa del monsone, delle alluvioni, dell'umidità e della muffa e dell'azione colpevole di chi depreda il possibile, del vandalismo gratuito, delle occupazioni di un abusivismo bisognoso, che trova riparo, che costruisce e sviluppa su un monumento una sovracopertura di muri, verande, camere e chi più ne ha più ne metta, il tutto tollerato in quanto i problemi sono infinitamente più grandi per interessarsi di queste minuzie. Poi, quando la cosa è stata presa in mano, considerata l'importanza storico artistica del luogo, si sono lasciate sopravvivere molte cose; troppo complicato e forse impossibile spazzare via tutto.

Si è recintato, posto controlli, addirittura murati ingressi, come fosse comunque troppo complicato imporre divieti facilmente aggirabili che in ogni caso non si sarebbero potuti fare rispettare. Rimane il fascino del luogo; la sfilata delle costruzioni con le facciate rivolte all'arteria centrale ancora ben riconoscibile, con i fregi, gli elementi architettonici eleganti e complessi che ogni epoca ha lasciato a testimonianza del suo esistere, gli ambienti interni, in cui in molti casi è possibile penetrare, anche se a proprio rischio, per ammirare patii, scale e sale e soffitti sui quali spesso indovini ancora tracce di stupendi affreschi o dipinti, gli anelli a cui venivano appesi drappi, le canalizzazioni dove scorreva l'aria di ventilazione, le camere da letto e gli ambienti di piacere, in una sorta di Pompei spopolata dall'incuria invece che sepolta dalle ceneri di un vulcano malevolo. Ti puoi fermare un po' di più ad esplorare i meandri della casa di Ananda Mohan Piddar, la meglio conservata, girovagando per i molti ambienti, ammirando i soffitti in legno miracolosamente intatti, affacciandoti ai balconcini senza parapetti per sbirciare in strada e nei cortiletti più segreti. Per l'asse principale ed i vicoli tra le case, intravedi coppiette che cercano di nascondersi nel buio dei porticati segreti, scambiandosi timidi gesti d'affetto, saranno pure musulmani, ma i ragazzi di tutto il mondo hanno le stesse pulsioni, mi pare, gruppetti di ragazze pigolanti in cerca di vittime per i loro selfie, maschi alfa che guidano boriosi drappelli di studenti.

Qualcuno fa babau dietro una porta socchiusa per uno scatto imperdibile, sfiorando stipiti corrosi che sfioriscono sotto le dita. Negli ambienti più segreti in fondo a scale buie che conducono non si sa dove, odori di orina che illustrano il degrado meglio di ogni parola. Nessuna traccia di occidentali, questo sarà il il mantra ripetuto di tutto il viaggio. Proprio per questo le nostre figure anomale, saranno richiestissime per essere immortalate di continuo, trofei preziosi da mostrare agli amici dopo averle naturalmente postate su facebook. Di certo sono stato fotografato molte più volte di quanto non lo abbia fatto io all'intorno. E nessun problema con le ragazze velate, specialmente giovani che anzi si propongono per prime, spesso in maniera civettuola, mostrando di gradire l'attenzione. Ce ne sono due cicciottelle che non ci mollano più, ansiose di sapere di noi e di cosa ne pensiamo del loro paese e soprattutto, come mai lo abbiamo scelto per le nostre vacanze. Anche i rari custodi cercano un contatto umano, sciorinando le poche parole di inglese a loro disposizione, vogliosi di mostrare passaggi segreti e ambienti che sfuggono alla prima occhiata. Così puoi arrivare alle verande sui tetti dove il panorama intorno, il fiume e gli alberi del bosco circostante, nascondono alla meglio altre baracche lontane, prodromi dell'aggressivo formicaio umano che una rete metallica sfondata riesce a malapena a tenere a bada.

Poco lontano un'altra vestigia del passato che solo il rispetto religioso ha saputo mantenere un po' meglio, la moschea di Goaldi, mirabile esempio dell'architettura dell'impero Baro-Bhuyan, elegante nelle sue forme misurate ed armoniose e soprattutto ricca di fregi ben conservati. Le parti più importanti, nell'ingresso principale e attorno al mihrab, sono di pietra scura, cosa che viene fatta rilevare come di grande preziosità. Dobbiamo sempre ricordare che qui siamo in una pianura alluvionale dove il materiale da costruzione principe è il mattone, già importante se cotto e che la pietra, di qualunque tipo, è essa stessa una preziosa rarità, riservata alle espressioni architettoniche, anzi a piccole parti di esse, solo in casi rari e proprio per questo rimarchevoli. C'è un senso di antico attorno a questa costruzione che quasi nessuno visita, al suo interno scuro e freddo dove, sotto la grande cupola rimane come in una cripta segreta di una nostra chiesa medioevale. La luce penetra come un raggio da una alta apertura, lasciando quel senso di sacro dei dipinti rinascimentali. Nello stesso momento da un'altra moschea vicina, da un basso minareto dagli altoparlanti dipinti di verde, comincia l'invocazione del muezzin per la preghiera del pomeriggio. Ha la stessa valenza di un canto gregoriano che esca da un fondale di archi gotici di pietra grigia di una cattedrale del nord. L'uomo ha saputo creare il senso mistico con puntuale intenzione partendo da linee diverse, ma alla fine ha sempre utilizzato gli stessi elementi di base.

La moschea Goaldi



SURVIVAL KIT

Zona storica di Panam Nagar (Panam City) - Sul fiume Meghna, a circa 30 km da Dacca, sulla N1 in direzione di Comilla, rimane comunque proprio sulla strada verso Chittagong. Area museo recintata di quello che resta della capitale del regno bengalese medioevale. Visita che vi prenderà almeno un'oretta, molto interessante per la qualità delle architetture ancora visibili. Frequentata soprattutto da locali e scolaresche, rimane uno dei monumenti storici più importanti del paese. A circa 1 km in direzione ovest non dimenticare di visitare la piccola moschea coeva di Goaldi, esempio dell'architettura religiosa dell'epoca. Al momento il biglietto per stranieri era 100 Taka.




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