martedì 11 dicembre 2018

Oman 33 - Al Hamra e le oasi di montagna


Case di Al Hamra

Nizwa - Mercato del venerdì
Io, avendo dentro di me l'animo del mancato viaggiatore, ci sarei stato tutto il giorno tra i vecchi con le barbe fluenti ed i ragazzi nelle eleganti dishdasha candide a contrattar capre, commentando tra vicini, sulla lunghezza delle corna e le dimensioni delle mammelle, ma la vita del turista è dura e segnata da scalette imprescindibili. Bisogna alzarsi ed andare senza troppi pentimenti, due datteri, un'altra piccola sorta per permettere a Iapo di ingollare un tre etti di tonno al vapore per colazione e per un ultimo giro nel suk, un mercato calmo e tranquillo con poca gente che gira tra i negozi, dove stanchi gestori sorbiscono tazze di thé sorridendo distrattamente all'eventuale avventore che si aggira buttando occhiate di convenienza alle scansie di oggetti di provenienza per lo più orientale. Tuttavia non puoi negarti una sosta prolungata al cortiletto dove si svolge il mercato dei piccoli animali, conigli, polli, cavie e soprattutto uccelli colorati, esposti in minuscole gabbiette attorno alle quali si affollano uomini dai cappellini ricamati, calcati fino alle orecchie o di sghimbescio sul cocuzzolo, che osservano e scrutano con interesse quelli dalle piume più smaglianti o che sembrano cantare le canzoni migliori. Forse anche quaggiù tra le sabbie del deserto o nei gazebi tra le case, la sera, mentre l'ombra della notte avanza, portando con sé la frescura della brezza marina che subentra alla soffocante calura pomeridiana, è dolce fumare il narghilè alle note flautate dell'usignolo, mentre qualcuno ti racconta storie di terre lontane.

Misfat al Abryyn
Lasciamo la città nello scarso traffico di metà mattina, uscendo dal grande parcheggio del mercato tra altri pickup, carichi di capre appena acquistate o di balle di fieno, che tornano ai vari villaggi e riprendiamo vie tortuose che vagano nell'ampia vallata ai bordi delle alture fatte di rocce aguzze e taglienti, tra ciuffi di acacie e palmizi rigogliosi della serie di piccole oasi che si susseguono sfruttando l'umidità dei terreni pedemontani. Passiamo ancora una volta nei pressi della caverna di al Hoota ed infine dopo Al Hamra prendiamo uno stradino laterale che si inerpica per uno stretto vallone di rocce strapiombanti. In cinque o sei chilometri siamo già a mille metri di altezza e dopo un ultimo costone, tra le tante sfumature di ocra che colorano la valle, compare una macchia verde di palmizi arroccati su una serie di terrazzini che occupano tutto il bordo della montagna ed i suoi anfratti. Ad una prima occhiata quasi non noti le case così mimetizzate e dello stesso colore dei monti circostanti. Siamo arrivati all'oasi di montagna di Misfat al Abriyyn. Questo, come pochissimi altri insediamenti vicini, è rimasto quasi completamente integro a rappresentare quello che era il volto dell'Oman del passato. Anche qui, un paio di decenni fa, gli abitanti hanno cominciato ad abbandonare il villaggio per trasferirsi nelle nuove e comode case che il sultano aveva costruito per loro più a valle ed anche questo abitato antico era destinato, come gli altri a cadere in rovina.

Nell'oasi di montagna
Lo ha salvato il turismo, che ha cominciato ad arrivare da queste parti, affamato di sapori antichi e di vedute da cartolina. Così qualcuno ha cominciato a ritornare ed a risistemare le case che oggi forniscono ancora un colpo d'occhio notevole e testimoniano uno stile di vita basato sullo sfruttamento estremo ed intelligente del pochissimo disponibile. Ricorda un poco quelle oasi di montagna dell'Atlante tunisino, come Mides, incuneate tra le spaccature dei monti scavati da wadi turbinosi, che hanno lasciato nel monte, sorgenti nascoste. Ma la terra a disposizione è pochissima e, nei secoli è stato necessaria un'opera costante e faticosissima per costruire una serie infinita di microscopiche terrazzine collegate da scalinate scoscese e da una inestricabile rete di falaj che portasse l'acqua dalla fonti lontane, più a monte. Così l'abitato e gli orticelli, anche di pochi metri quadrati, si dipanano per più di duecento metri di quota lungo i fianchi del canon, alternati alle casette, molte delle quali, adesso, ancora abitate. Anche se il caldo meridiano è forte, siamo sempre in quota e l'ombra dei palmeti è amica, permettendoti di girovagare a lungo per queste balze ripide e labirintiche. Ad ogni svolta un nuovo punto di vista, tra quinte di antichi muri, ponticelli sospesi o improvvisi slarghi tra gli alberi che mostrano la valle lontana e avvolta nella nebbiolina azzurra della calura che la avvolge. 

E' terra di silenzio, rotta forse soltanto da qualche raglio di un asino, disturbato e distolto dal mucchio di fieno che riempie una greppia fatta di legni corrosi dal tempo. Qualche bambino, ce ne sono ancora anche qui, corre nella polvere, ma circondato da un silenzio surreale. Potresti arrivare fino in fondo alla spaccatura, dove ormai le case non ci sono più, perché i saggi sanno che ogni tanto, anche se sempre più raramente, arriva qualche pioggia rovinosa e dall'alto del monte scenderà una massa di acqua e fango incontrollata a cancellare, soffocandolo, il lontano greto del wadi sottostante e che spazzerà via tutto quello che trova portandolo nel cono di deiezioni, laggiù nella piana, che sia uomo, bestia, pianta o soltanto massa di pietra trascinata lungo il precipizio dalla furia degli elementi. Cammini invece tra le case di fango e pietre, qualcuna un po' cadente, altre rimesse in sesto a rammentare cosa era il paese di un tempio. Quasi in cima, un negozietto è dotato di un ampia terrazza, ideale per una sosta davanti ad un vasto panorama sulle rocce digradanti al'infinito. L'amico di Iapo, sta lì apposta ad aspettare i radi, per lo meno in questa stagione, visitatori, tutto è pronto per riposarsi un poco sui cuscini, sorbendo un thé profumato, gustando qualche dolce dattero di montagna e soprattutto provando le diverse varietà di miele che il luogo mette a disposizione. Insomma anche qui le api operose fanno il loro mestiere e l'assaggio è un'operazione quasi obbligatoria che fa parte del piacere della tranquillità che ti circonda. E'di certo più faticoso risalire sulle auto per riguadagnare il piano, che da qui sembra potersi toccare soltanto allungando un braccio.

Vie di Al Hamra
Ma appena arriva sotto, devi fermarti ad Al Hamra, che avevi solo sfiorato salendo, la città di terra, forse l'unica rimasta ben conservata che mostra per intero la sua caratteristica bellezza. Quasi tutte le case sono state abbastanza bene mantenute. Questa era una località piuttosto importante lungo la via interna del nord e le case del centro sono alte anche due o tre piani e le vie strette e contorte riescono a mantenere un'ombra benedetta che ti consente anche nelle ore centrali della giornata di passeggiare agevolmente tra le alte case in pisé, la terra cruda mescolata a paglia e qualche pietra, tipica delle architetture dei deserti. Oggi non c'è quasi nessuno in giro, potresti avere la sensazione di vivere questo luogo all'indietro di uno o due secoli se non fosse per qualche filo della luce che passa in alto da una casa all'altra, veri e propri palazzi, e qualche auto parcheggiata negli anfratti dietro gli angoli, quasi ad ostruire completamente le vie. Questo è l'Oman del passato, quando tutte le città del paese erano costituite da un insieme di case castello di ocra chiara che si confondeva col colore del deserto, circondata dal verde polveroso del palmeto. E' una sensazione di antico che puoi provare soprattutto se ci arrivi nelle stagioni di mezzo, quando il caldo è ancora forte ed il turista merce rara. Diverso forse l'impatto, se ti devi fare largo tra le folle di Natale e Capodanno. 

Per le scale
Proprio in mezzo alla città il Bait al Safah, il palazzo più imponente e meglio conservato, che ospita una sorta di museo vivente delle tradizioni. E' una casa conservata perfettamente con tutti i suoi arredi che puoi vedere un ambiente dopo l'altro. Salire le strette scale di terra dagli alti gradini ti porta ai piani superiori, dove si aprono ampie sale coperte di tappeti. Alle pareti foto sbiadite di tempi ormai scomparsi, uomini dai grandi turbanti, gli alberi genealogici della famiglia, masserizie ed oggetti di uso comune sparsi come se la casa fosse ancora abitata attualmente. In una sala laterale, una donna spreme con fatica l'olio dai semi della moringa, una pianta che abbiamo già conosciuto in Etiopia, poi tosta i chicchi del caffè con rudimentali strumenti, infine cuoce un pane stendendo una sorta di piadina sull'apposito attrezzo. Come sono simili, gesti e forme di luoghi tanto lontani nello spazio. Le mani schiacciano la pasta e la rivoltano a lungo per renderla più morbida e collosa. Potrebbero essere quelle coperte di bracciali di avorio di una donna rajastani o quelle nocche ossute che ho visto sugli altipiani Abissini, ma anche le dita grassocce di qualche rasdora emiliana, alle prese col bolo da tirare a sfoglia. Il mondo delle donne è così uguale dappertutto e lo stesso è l'amore che le unisce, nell'impasto che diventerà cibo per i suoi cari, per fare crescere una successiva generazione e questo per secoli e secoli. Forse oggi si è rotto un ciclo ma l'impasto, però, continua a farlo il Bimbi di là nella nostra cucina, certo più bianca e luminosa.

Preparando il caffè
Il ragazzo che ci racconta queste ed altre storie, è gentile e apparentemente contento di spiegarle a gente che arriva da lontano, ma anche lui appartiene già ad un altro mondo, che queste storie non le vive più, ma può solamente narrarle. Di certo non sarà romantico ma sicuramente per lui è meglio così. Questo passaggio è sempre accaduto fin dalla notte dei tempi, oggi tutto ciò è molto più rapido e avvertibile, ma segue un filo consueto e naturale. Questa rapidità per certi versi angosciante, fa sì che ce ne accorgiamo, spesso, a torto, ce ne crucciamo, ma la storia va avanti comunque, bisogna farsene una ragione. Certo che è bello rimanere qui sdraiati a terra su cuscini e tappeti, nella penombra colorata dai vetri delle finestrelle in alto, mentre l'aria traspira tra le persiane di legno socchiuse e l'aroma del caffè esce dal bricco. I datteri sembrano più dolci, le parole più leggere, gli affanni rimangono fuori, anche loro asciugati dal caldo e dall'afa del giorno. Le spesse mura di terra isolano dal resto del mondo, puoi parlare a lungo, sottovoce, di palmeti e bestiame, di dromedari da corsa, allevati nel deserto per il piacere della gara. Oppure puoi spiegare al nuovo amico, che sogna soltanto di venire a visitare l'Italia, cosa non perdere in un paio di settimane serrate tra Firenze, Venezia, Roma e Napoli, perché ormai il tempo corre per tutti, per i dromedari nel deserto, come per le auto che devono tornare verso la capitale, e non lo misura più il sole che scende dietro le dune, ma soltanto le lancette di un orologio cinese.

Una sala del Bait al Safah

SURVIVALKIT

Lungo le scale di Misfat al Abryyn
Valle di Nizwa - Questa è l'area che presenta i maggiori interessi dal punto di vista della storia recente del paese e dove si possono ancora vedere i paesaggi e le architetture ormai scomparse nel resto del paese. Dopo Nizwa e il suo castello ormai completamente moderno ed il marcato del bestiame del venerdì, procedete nella valle verso nord dove incontrerete prima Tanuf, a una ventina di km, poi Al Hamra dopo altri 20. Questa città, la più completa e ben conservata old city del paese, ha ancora tutto il vecchio centro costituito dalle vecchie case in argilla, che sono veri e propri palazzi e danno l'idea reale di quello che erano le città omanite, soltanto pochi decenni fa, prima dell'arrivo del petrolio. Non dimenticate di visitare la casa museo Bait al Safah, interessante anche per le dimostrazioni che figuranti in costume mostrano all'interno. Da qui procedendo verso monte per una stretta stradina di 6 km, a destra, raggiungerete l'oasi di montagna di Misfat al Abryyn, dove c'è attualmente una piccola guest house che vi permetterà anche di soggiornare in loco e se ne avete voglia, di fare uno dei molti trekking ben segnalati sulle montagne circostanti. Dopo un'altra ventina di km arrivate a Jebel Sham di cui abbiamo già parlato, il gran canon dell'Oman e punto più alto del paese. Prima di Al Hamra, invece, girando a sinistra verso sud arriverete a Bahia e al suo famoso castello la cui ricostruzione è piuttosto discussa. Comunque tutta l'area è ricca di piccoli paesi e oasi nascoste ed è una delle maggiori produttrici dei famosi datteri omaniti.

Eventualmente se servono

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Preparando il pane




domenica 9 dicembre 2018

Oman 32 - Il mercato del bestiame


Trattative al mercato di Nizwa


Tinduf
La luce dell'alba colora la cresta degli strapiombi del wadi dando all'ocra quella sfumatura di rosa comune in tutte le latitudini. Quando ti allontani dal mondo moderno, segui inevitabilmente i ritmi naturali, così al primo calare della notte vai a dormire e ti svegli col chiarore del giorno imminente e anche se non sono ancora le sei, ti accorgi di avere dormito più che a sazietà, anche se hai lasciato che i tuoi pensieri vagassero a lungo prima di addormentarti, per le balze contorte di questi monti. Una sensazione, mal riposta, di gioventù perduta, mentre ti lavi alla meglio con la bottiglietta di acqua, come ai tempi andati, e poi, radunate tutte le masserizie si esce con comodo dalla spaccatura tra le montagne. Di giorno l'aspetto circostante è molto più amichevole. L'uomo è un animale diurno e le ombre della notte nascondono insidie e paure che nella realtà sono annidate nel profondo del suo animo contorto. Quando la luce si dispiega, invece, hai sempre una sensazione di luminosa pulizia, di piacevole positività. Il paese nuovo di Tinduf si dispiega appena all'uscita del canon, ma verso monte, ancora più abbarbicato alle alture del wadi, puoi ancora vedere le rovine della vecchia Tinduf, che si stanno sciogliendo anno per anno, ritornando alla terra della quale le case erano state costruite, manutenute per secoli ed infine abbandonate per le nuove costruzioni in mattoni e cemento, moderne.

Tra le case
Certo adesso ci sono tutte le comodità possibili, elettricità, acqua corrente, gas, telefoni, antenne paraboliche e chi più ne metta che il Sultano, che Allah lo conservi, ha donato a tutti nella sua munifica ed intelligente distribuzione della ricchezza nazionale. Il passato delle antiche case in pisé, la terra cruda, mescolata alla paglia ed alle pietre del greto del wadi, bisogna dimenticarla, significa ristrettezza, povertà, fatica di vivere, anche se forse non infelicità. Ma inutile recriminare, nelle comodità si sta meglio, anche se magari non le usi, ma basta che tu possa mostrale e dire che le possiedi. Intanto, camminando tra i muri sbriciolati del paese vecchio, riconosci ambienti, stalle, case che dalle dimensioni mostrano una certa importanza. Qualche muro più robusto ha ancora resistito ed esibisce un margine di piccoli merli delicati ed eleganti, al di là vedi ancora la sagoma delle cupole di una antica moschea. In fondo, l'abbandono non risale a più di due o tre decenni, ma mostra come anche in un clima come questo, dove la pioggia è evento raro, questo tipo di tecnica costruttiva sia deperibile e passeggera. Ancora qualche decennio, poi rimarrà solo qualche spuntone qua e là, qualche piramide di terra, fino a che non scomparirà definitivamente tutto, uniformandosi in qualche monticello mescolato alle pietre che qualcuno scambierà per rimescolamento del terreno per le improvvise piene periodiche del wadi. 

Rovine
La memoria della povertà sarà definitivamente cancellata e scomparirà anche la memoria del passato. I nuovi nati potranno credere che la TV al plasma sia sempre esistita e che l'acqua sgorghi da sempre dai rubinetti del bagno, invece di essere incanalati in falaj contorti e serpeggianti tra le palme. Nel punto più centrale del vecchio abitato, dove i vicoli tracciati si fanno più stretti le case sono ancora sufficientemente sane per darti l'immagine di cosa era questo paese cinquanta anni fa. Una favola d'Oriente ormai perduta per sempre. Come tante cose in giro per  il mondo, per carità, tutto cambia e mai così velocemente come oggi. Chi riconoscerebbe il centro della Pekino di oggi, se avesse vissuto negli anni '60, anche solo una settimana negli hutong della città vecchia? O avesse potuto vedere uno dei nostri borghi nel Medioevo. D'accordo lì si tratta di secoli, ma tutto cambia in fretta e forse per fortuna, ma qui sono passati non più di quaranta anni e la nostra generazione, avrebbe potuto farcela a vedere con i propri occhi due mondi completamente diversi tra di loro, uno straordinario privilegio, certamente. Ce ne andiamo con lentezza e nostalgia, riottosi a lasciare queste rovine piene di fascino antico, dove tra i muri sbrecciati indovini una cavità che forse nascondeva un vecchio focolare o sopra i soffitti crollati spuntano contorti tronchi di acacie spinose che lottano per avere il sopravvento. Come ovvio è un sentimento soltanto nostro, di occidentali viziati che apprezzano le oleografie dei passati di povertà, naturalmente altrui, pronti a tornare al più presto alle nostre comodità usuali.

Il mercato
Tuttavia pronti ad aderire subito però a battaglie ecolochic per salvare le foreste dall'invadenza della palma da olio e chissenefrega se è l'unico modo per certi paesi di uscire dalla miseria; noi se potessimo guidiamo due auto contemporaneamente ma ci innervosisce che qualcuno dall'altra parte del mondo aspiri ad avere almeno un motorino o possa bere un bicchiere di acqua fresca di frigo, anche lui. Comunque, per carità, ognuno faccia le battaglie che crede, come vedete sono estremamente democratico. Noi intanto andiamo avanti, che c'è da partecipare il mercato del bestiame del venerdì a Nizwa che ci aspetta. Arriviamo sulla grande piazza davanti alle mura della città e la troviamo già quasi completamente piena di macchine e di ogni altro tipo di mezzi che hanno durante la notte trasportato merci e bestie per arrivare tra i primi questa mattina, quando alle prime luci dell'alba si sono aperte le danze. Il luogo dove avvengono gli scambi è di fianco ad una delle torri, sotto una grande tettoia circolare, bordata da una larga striscia di terra dove faranno la loro passerella gli animali messi in vendita. I compratori ed i curiosi, si dispongono all'interno del cerchio o tutto intorno all'esterno, formando così una sorta di passaggio circondato da due cerchi concentrici di folla, seduti sui muriccioli o all'impiedi che si sporgono accalcati per vedere meglio.

Gli uomini sono tutti elegantissimi con le dishdasha candide. Molti gli anziani con turbanti colorati, che rappresentano una passerella unica di volti interessantissimi e scavati dal tempo. Ci sono anche parecchie donne, alcune stanno in disparte a gruppetti, forse in attesa che i loro uomini facciano il loro affare, altre, partecipanti esse stesse alle trattative. A tutte, sotto le abaya nere, traspaiono coloratissimi vestiti, ma tutte sono completamente coperte dal niqab con la lunga pezzuola nera penzolante, che mostra solamente gli occhi, in alcuni casi addirittura seminascosti dalla mascherina, nera o vezzosamente imbrillantata, cosa che segnala la provenienza delle stesse dalle tende del deserto. Intano all'interno del recinto, sfilano gli animali, in generale capre di ogni genere, col vello ben pettinato, alcune enormi, altre da sole, in coppia o in piccoli gruppi, che i proprietari conducono in tondo per mostrarne agli astanti le caratteristiche più notevoli e soprattutto la bellezza. Le capre belano e sfilano, i padroni si guardano intorno gridando il prezzo preteso ai quattro venti. Qualcuno li ferma, per guardare meglio gli animali, come ogni allevatore che si rispetti alla fiera d'Muncalé, li tocca, con fare esperto palpeggia il tasto della grassella tra coscia e ventre o quello del sottocoda.

Ahi, ecco che tornano improvvidi, dal mio lontano passato i ricordi dell'esame di zoognostica, dove per altro avevo preso un misero 18, e poi tratta il prezzo con discrezione oppure lascia andare padrone e bestie con un gesto di noncurante diniego con la mano in attesa di capi migliori. La giostra continua ininterrotta, sollevando polvere e grida, tra uno sventolio di falde bianche e di strisce di turbanti colorati. I giovani ridacchiano, chiacchierando tra di loro, i vecchi sono più silenziosi ed interessati al mercato ed agli affari. Tu puoi sederti in mezzo a loro e rimanere ad osservare, senza essere oggetto di osservazione insistente, ma come se fossi uno di loro, eventualmente commentando la bellezza degli animali, cosa assai apprezzata dagli astanti. E' un rito antico e molto accattivante, da assaporare seduti e con i suoi ritmi. Rimane il fatto che per gli amici fotografi, qui si possono fotografare i visi più interessanti del paese. Si va via con dispiacere, ma il vicino negozio dove si assaggiano i datteri, nonostante il saccheggio della sera precedente è una delle giuste ragioni per lasciare lo spiazzo e fare ulteriori danni. La giornata è ancora molto lunga ed il passato dell'Oman, quello che è ancora visibile per lo meno, è quasi tutto da queste parti e aspetta di essere esplorato. 



Mandando whatsapp

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venerdì 7 dicembre 2018

Oman 31 - Notte nel wadi Tanuf


Il castello di Nizwa


Nizwa - Una torre
E' una legge matematica, oltre che dovere morale, anche se pieni all'inverosimile di datteri, che, essendo etichettati come i migliori del mondo e quindi anche questi ingurgitati per obbligo etico e logistico, si debba andare a cena, ma essendo noi in questo momento a Nizwa, patria riconosciuta anche degli spiedini di montone, è necessario procedere dunque ad un, come vogliamo chiamarlo, aperitivo. Al fondo della piazza davanti alle mura della città, c'è infatti una sorta di chioschetto specializzato in questa benemerita manifattura e quindi ecco che si procede alla fermata d'obbligo. La vulgata parla di soste particolarmente premiate in passato, in cui, un componente della comitiva, e io so chi è, se ne trangugiò una quarantina senza battere ciglio; ma queste forse sono soltanto leggende, anche se per la verità l'accoglienza dello spiedinaro ed i grandi saluti con cui siamo ricevuti, segnala una certa predisposizione a definirci come clienti noti e consumatori di riguardo. Mentre le mura della città davanti a noi risplendono di luce aranciata ed i camioncini che trasportano di che rendere attivo il mercato di domani mattina, dalla griglia gigante si sprigionano fumi che in realtà sono aromi di grasso che si scioglie e va direttamente ad infiammare la carbonella sottostante, con un eccitante sfrigolio. 

Il ristorante Al Zuhly a Nizwa
Poi l'attesa è premiata ed arrivano i piatti coi piccoli stecchi di legno sui quali i minuscoli pezzi di carne sapida si sono abbrustoliti con calma. Sono così piccini che, anche se già sazio, ti convincono senza fatica all'essere portati alla bocca, staccati con delicatezza e mandati a riempire quel cavo orale dove si sciolgono lentamente durante una breve masticazione, con un profluvio di aromi e di spezia, in un espandersi di sapida delizia che inebria la papilla a lungo, prima di essere finalmente inghiottita. Diciamo pure che se passate di qui non dovrete mancare questo piccolo stop, seduti nella semioscurità della notte incombente, con gli occhi socchiusi a delibare bontà. Ma passiamo oltre, non c'è pace tra gli ulivi, chi si ferma è perduto ed il ristorante appena dietro chiama a raccolta, per l'ultima fatica prima della notte, con un delicatissimo hummus e una dadolata di kebab di pollo, roba leggera insomma, tanto per finire in gloria. La sera è il momento più bello della giornata, la temperatura è mite e seduto, hai il tempo e l'attitudine a ragionare su quanto hai fatto e visto. Le gambe sotto il tavolo ti rendono più incline alla positività di giudizio, sei più disposto a minimizzare la difficoltà se ci fosse stata o il disagio delle temperature. Tutto è piacevole otium nelle notti d'Oriente. Comunque viene anche il momento di salutare il kebabbaro e di procedere verso Tanuf e il suo wadi secco e pietroso,per continuare a filosofeggiare. 

Wadi Tanuf
Usciamo dalla città dove torneremo domattina di buon'ora e ci dirigiamo verso nord per strade laterali, in una notte buia e tempestosa. Veramente è di certo buia, ma non si può dire in nessun caso tempestosa, anzi piuttosto calma e tiepida, ma mi sono permesso questa citazione letteraria, perché questa notte mi sento molto bracchetto davanti alla tastiera. Subito dopo il paese, prendiamo una pista che ci manda diritti nel corso del wadi, un ampio greto dove il segnale del sentiero serpeggia tra montagne di sassi portati a valle dalla passata furia delle acque, che da queste parti, se mai piovesse, trascinerebbe a valle montagne di materiale. Il cielo è un mantello di velluto nero trapuntato di paillettes luccicanti e quasi non avverti la sensazione di solitudine e di lontananza dal mondo abitato. Qui sei comunque in un mondo deserto di uomini e forse anche di bestie, per lo meno speriamo. Trovato un posto sufficientemente piano, cominciamo a scaricare dai pickup le tende e i vari materiali utili al bravo campeggiatore. Predisponiamo prima grandi stuoie su di una zona morbida e sabbiosa davanti ad una fila di vegetazione stentata ma sufficiente ad indicare che qui, di tanto in tanto, arriva qualche valanga di acqua per poi lasciare l'umidità necessaria alla vita vegetale. Il montaggio delle tende non richiede particolare perizia e quindi con una certa celerità ci si può preparare per la notte. 

Il campo a wadi Tanuf
Un enorme masso erratico occupa un largo spazio proprio al centro del greto e l'area alle sue spalle fungerà egregiamente da zona toilette. A poco a poco ci si sistema, una dopo l'altra si spengono le torce e il silenzio di cui siamo circondati si prende tutto, anche se il sonno non arriva. Puoi rimanere a lungo disteso sulla stuoia col naso in su a sentire il cielo, buio e vivo soltanto di una sottile falce di luna, alla fioca luminescenza delle stelle, che riescono ad evidenziare solo ombre vaghe ed, apparentemente almeno, immobili ombre più cupe tra lo strapiombare delle pareti di roccia. Non c'è alito di brezza, i rami del palmeto lontano rimangono immobili e silenziosi anch'essi. Le pietre poi non ne parliamo. Al massimo qualche scricchiolio dei passi attenti di qualche ritardatario che torna dalla zona dietro il masso. Quasi completamente deprivato del senso principale della vista, cerchi di aumentare la portata degli altri, tendendo l'orecchio che tenta di estrapolare dal silenzio qualche vibrazione segreta soltanto amplificare l'acufene normalmente ignorato. Odore di pietra asciutta e senza vita, quasi metallica e ostile di un pianeta diverso di quello al quale sei abituato. Forse, aumentando l'attenzione, par di udire, lontano, una sorta di frusciare, di tremito debole ed appena avvertito, forse due caprette solitarie ancora in cerca di un cespo di erba secca e ruvida non ancora uccisa dalla terra seccata o forse altro chissà, predoni delle montagne in cerca di vittime predestinate o leoni di terra d'Arabia in caccia, feroci fiere in cerca di carne tenera e succulenta. 

Luna sulle mura di Nizwa
Beh quelli almeno non dovrebbero esserci più, li abbiamo già sterminati da tempo. Rimane soltanto spazio per lasciare libero il pensiero, che vada ad indagare cosa ci spinge ad arrivare fin qui ed in cerca di cosa. Per alcuni è difficile cercare le motivazioni corrette, per molti addirittura non ce ne sono affatto, per lo meno a livello conscio. Sarà forse una deformazione, una tara genetica, che certamente correggeranno appena saranno capaci di farlo, che sta lì, spesso dormiente, ma pronta a risvegliarsi, feroce con la necessità obbligata di soddisfare una dipendenza alla quale non puoi sfuggire. E' un problema serio, una scimmia sulla spalla che ti obbliga a ripartire continuamente, per qualunque dove, senza darti tregua, per annusare questa aria lontana ed apparentemente amica anche se sconosciuta. Difficile darsi risposte, anche se ci si gira intorno, come già avrete capito, allungando il brodo per finire il pezzo, ma forse è bello così, una chiacchiera intima con se stessi, tanto per aspettare che arrivi il sonno, perché in fin dei conti non è obbligatorio fare sempre pensieri sensati, visto che in fondo siamo ragazzi che vogliono ancora provare emozioni, come questo senso di solitudine che puoi assaporare qui in fondo ad un wadi solitario tra le montagna d'Arabia. Intanto, lontanissimo, par di sentire un soffio sospeso, quasi un debole ululato. E' soltanto la voce della notte? Forse è meglio chiudere la zip della tenda.

Il venditore di halwa





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