sabato 17 novembre 2018

Oman 17 - Sugar dunes

Sugar dunes

Tiziana
Le immagini dell'isola perduta di Masirah sono ancora lì negli occhi, come un visore virtuale che non riesci a toglierti e invece ormai sono rimasti impiantati nella tua mente, nei tuoi ricordi, un patrimonio inestinguibile, che ormai non andrà più perduto, anche se arriveranno le più tremende tempeste solari a cancellare definitivamente tutta la digitalizzazione di questi anni. Le eliminerà soltanto l'ultimo evento notevole della storia di ogni uomo, o forse chissà neppure quello, c'è qualcuno che spiega come forse qualcosa comunque rimanga e come tutto ciò si possa dimostrare anche scientificamente. In questo momento che la scienza e la sua credibilità è in netto chiaroscuro, non è comunque poco. Ma bando alla filosofia d'accatto, qui bisogna andare avanti, riattraversando quel lago salato di cui non vedi la fine, un bianco brillante che riflette la luce del sole fino a far male agli occhi. E poi, abbandonata la strada, via sempre, ancora verso sud lungo la spiaggia che la marea ha lasciato larga e umida, popolata dai gabbiani in attesa come avvoltoi della corsa delle tartarughe verso la salvezza. L'auto corre decisa lasciando sulla battigia tracce che l'onda successiva si affretta a cancellare, quasi che la spiaggia stessa sia infastidita dal tuo passare e che voglia negarla il più presto possibile e ritornare vergine e pura.

Roberta
Viaggi per chilometri in mezzo al volo dei gabbiani che si sollevano appena di un paio di metri e ritornano immobili sulla sabbia, quando sei passato. Un tunnel vivente di sbattito d'ali che impressiona, con uno stridio incessante che ti precede e ti segue in continuo come nel famoso film di Hithcock, uno dei suoi migliori a mio parere. Poi arriva il momento di lasciare la costa, che alle spalle ha aperto la barriera di roccia dando spazio a piste contorte e difficili, che salgono verso l'interno. Qui è più difficile percorrerne i solchi cercando di distinguere le tracce e gli avvallamenti dove la sabbia è più tenera e dove è più facile affondare. Bisogna tenere alti i giri del motore, il più possibile e mantenere una certa velocità per non piantarsi, oltretutto il mio mezzo non ha più le ridotte disponibili, per lo meno fino a quando non lo faremo vedere da uno che ci capisca qualcosa. Comunque tra mille sobbalzi siamo quasi fuori dalla parte più difficile e vi assicuro che guidare in mezzo a questi spazi di sabbie insidiose è davvero divertente. Rimane ancora un chilometro al massimo poi il terreno diventerà più consistente e solido, quindi posso quasi rilassarmi, seguendo con tranquillità la macchina di Iapo che fa strada, avanti di un centinaio dimetri. Infatti dopo una curva stretta lascio che il motore perda un po' di giri e finisco in una buca insidiosa e poco visibile e mi pianto irrimediabilmente.

Insabbiati!
Accidenti, ne eravamo quasi usciti. Inutile far girare le ruote, si affonda sempre più irrimediabilmente. Niente paura, arriva Iapo con la pala, scaviamo un po' davanti e dietro le ruote, poi prendo un po' di abbrivio e la macchina mostra tutto il suo orgoglio ed esce subito dalle panie, portandosi sul terreno solido. Tutto fa parte del divertimento. Procediamo così di conserva ancora per qualche chilometro poi davanti a noi si alza una barriera di basse rotondità, sono le Sugar dunes, una delle meraviglie del deserto bianco al centro della regione di Al Sharqiyya. Ci buttiamo in mezzo alle dune candide, le auto si impennano per cavalcarle; incredibilmente il terreno è più compatto di prima e la superficie delle grandi ondulazioni, levigate dal vento, dove la sabbia ha formato un susseguirsi di linee regolarissime, permette evoluzioni continue. Si risale lungo pendenze paurose per poi buttarsi giù a capofitto oltre il bordo, fino al fondo dell'avvallamento, per risalire poi sulla duna successiva in un percorso tortuoso e divertentissimo, deciso solo dalla fantasia dell'autista, col fine ultimo di raggiungere una delle dune, che anche da lontano appare come una delle più alte. In cima ad essa ci si ferma. Finalmente si spegne il rumore del motore e se ti giri nell'altra direzione eccoti di fronte al nulla assoluto, una serie di ondulazioni di un biancore abbacinante di cui non puoi scorgere la fine.

Un passaggio?
Rimani lì a guardare, con gli occhi ridotti a fessure per l'offesa del sole che, di certo, non ha piacere di vederti in quel luogo nemico della vita. Per questo fingi di non sentire il caldo opprimente. Non capisci se salire lungo il lato ripido della duna sia così faticoso per i piedi che affondano irrimediabilmente nella sabbia facendoti fare un passo avanti e due indietro o se la calura che marcia verso i 40° ed oltre non stia cercando di ottenebrarti anche la mente, di cuocerti il cervello, facendoti procedere sempre più avanti in quel bianco candido nel quale cominci a non distinguere più i bordi e le linee, confondendoti la vista in un unico telo senza increspatura, dove perdere definitivamente anche il tuo corpo. Il luogo è di una bellezza senza pari. Il paesaggio già di per se stesso magnifico, del deserto di sabbia è qui accentuato da questo colore non colore, assolutamente puro e senza macchia. Sarebbe davvero un peccato rimanere qui per sempre, corpi estranei, destinati a corrompere se stessi e l'ambiente con la loro presenza inutile, macchie nere e rinsecchite lasciate lì a deturpare irrimediabilmente questo spazio di bianco assoluto che il codice RGB segnalerebbe come 0,0,0. Non avevo mai visto niente di simile e anche se la via di gettarsi giù dalle dune, rotolandosi nella sabbia fine, è forte, vorresti al contrario sederti lì sulla sommità più alta a goderti il silenzio, incurante della calura opprimente, quasi in uno stato di grazia.

Sabrina fotografa
Sabrina fotografa le curve perfette delle colline in distanza, attraverso una palla di vetro che capovolge le immagini. Roberta la appoggia un attimo per godersi il panorama ad occhio nudo. Solo pochi secondi e la palla, che funziona anche come lente, ha già fuso la plastica delle scarpe, tanto per ricordare quali siano le temperature che picchiano sul coppino. Restiamo ancora un po' a farci inutili selfie, a fotografare l'infinito, a guardare senza parlarci. Alla fine bisogna pur andare, anche se vorresti rimanere lì a goderti il silenzio assoluto, musica dolce che si stende su questo mantello ondulato di sabbie bianche come la neve. Pulita. Usciamo dalle dune e dopo poco raggiungiamo la strada asfaltata. Un piccolo paese, quattro case dalle imposte chiuse, il solito meccanico bengalese dove gonfiare di nuovo i pneumatici e poi la strada del ritorno, che attraversa diritta il territorio verso nord, mostrando anch'essa i diversi volti del deserto, le immense distese dove la sabbia è già diventata limosa e compatta, i campi di piccoli monticelli sopravento a cespi di erbe aridofile che paiono piantate apposta, tanto sono regolari e ben disposte, le piane rocciose ricoperte di ciotolame spezzato, il deserto che più respinge, privo anche di quei radi fili di erba secca che consentono la sopravvivenza ad un paio di selvatici dromedari, secchi anch'essi come fantasmi. 300 chilometri con pochi gruppi di case sparsi lungo la costa. Quando arriviamo a Ras al Hadd, la notte è già scesa. 

Tramonto con benzinaio


SURVIVAL KIT

Deserto bianco
Sugar dunes - Quando finisce la strada che attraversa il lago salato, attorno al molo di Shannah (circa 10 km), si prende una pista che va verso sud e raggiunge una lunga spiaggia di circa altri 10 km, dalla quale si risale fino a raggiungere il deserto bianco. Da qui si ritorna sulla strada asfaltata che torna verso la costa per risalire fino ad Ras al Hadd (circa 300 km). In questa zona non ho visto indicazioni, per cui mi sembra indispensabile farsi accompagnare da qualcuno che conosca l'area. Fa molto caldo, per cui non dimenticate di portare con voi cappellino, creme solari e occhiali da sole, perché il riverbero è molto forte e soprattutto acqua a volontà. All'incrocio con la 32 e anche a Shannah c'è un benzinaio. E' un'area poco battuta dal turismo, che ben si abbina all'escursione con l'isola di Masirah e io se avete i giorni a disposizione, non me la perderei assolutamente. Difficilmente incontrerete altre comitive di turisti, anche in stagione piena.


Selfie tra le dune

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16 - Tranci di ricciola15 - L'isola che c'è

venerdì 16 novembre 2018

Oman 16 - Tranci di ricciola alla yemenita


Una tartaruga morta sulla spiaggia


Un picknik
La sera a Masirah è quanto di più calmo e riposante si possa immaginare. Qualche luce illumina ancora la via principale e la gente, gli uomini intendo, è in giro solo perché l'ora che volge al desio è decisamente la più fresca della giornata e stare sdraiati sui cuscini dei vari locali a fumare narghilè alla mela è quanto di più piacevole si chieda dopo una giornata di spiaggia. Anche il nostro elettrauto, si fa trovare, nonostante sia venerdì sera, giorno dedicato al riposo ed alla preghiera, più al riposo per la verità. Ma stante il fatto che è il migliore dell'isola, ci apre l'officina e ci riconsegna la macchina, alla quale praticamente non si è potuto fare nulla, ma, sapete com'è, con tutta questa elettronica chi ci capisce più niente, bisogna portarla direttamente alla Nissan per vedere se ci ricavano qualcosa. A mio modestissimo parere si trattava solo di una spia che si accendeva senza reale motivo, ma meglio andarci coi piedi di piombo, che qui, se rimani a piedi nel deserto, poi son cavoli amari. Intanto bisogna calmare i morsi della fame che si fanno via via più prorompenti e qui, abbiamo l'occasione di visitare il ristorante dello yemenita, uno dei più reputati del paese. Ci accomodiamo sul grande palchetto esterno, seduti a terra su stuoie e cuscini; alla sera fuori si sta decisamente meglio che presi alla gola all'interno da un'aria condizionata che toglie il respiro.

Sulla spiaggia
Attorno a noi gruppi numerosi di locali provenienti dalla vicina base militari, che visto e più che altro sentito, l'arabo fluente di Iapo, vogliono subito sapere tutto di noi e della nostra provenienza, soprattutto come mai troviamo anche noi, lo stesso piacere e soddisfazione che evidentemente provano anche loro, nel trascorrere del tempo su questa isola nuda e solitaria, così lontana dal loro concetto di turismo occidentale, fatto di resort con beveroni ghiacciati a bordo piscina. Il nostro entusiasmo per quello che invece offre l'isola, in particolare il nudo isolamento delle sue spiagge vergini, li stupisce ma ci mette in una luce molto positiva nei loro confronti a cui si aggiungono gli apprezzamenti di un gruppetto di kuwaitiani, che, lasciato in porto il loro, probabilmente, lussuoso yacht, preferiscono trascorrere qualche giorno tra la sabbia di un vecchio barasto di famiglia, sulla costa est. Questo ritorno alla vita nel deserto, fatta di primitiva bellezza anche se di scomodità e privazioni, sembra essere un richiamo irresistibile per molti abitanti di questi paesi, abituati da generazioni a vivere tra le  sabbie, cosa della quale, pur potendosi circondare degli agi della vita moderna, amano tornare, proprio nel tempo libero. Forse è lo stesso concetto che ci faceva andare con nostalgia ai ricordi delle villeggiature nelle scomode cascine dei nostri nonni, nelle quali,andare nella tampa dell'orto a fare i bisogni o prendere l'acqua dal pozzo nel cortile, invece che antipatica costrizione diventavano (solo nel ricordo beninteso) una dolce malia del come si stava bene una volta.

La famosa ricciola
Intanto lo yemenita arriva a prendere la comanda, è un minuto ometto dal volto scavato e rugoso, anche se non vecchio, viene da Taiz e si stupisce che io ci sia stato oltre quaranta anni fa, quando probabilmente lui non era neanche nato. Bei tempi, anche lui volge gli occhi al cielo alla ricerca di un passato sognato, popolato da ogni delizia e che oramai non esiste più, adesso con la guerra di quei dannati sauditi poi. In realtà mi sembra di ricordare che anche allora non erano tutte rose e fiori e che non eravamo riusci ad arrivare a Sada'a nel nord proprio a causa dei disordini continui. La gente girava già a quel tempo, con mitra a tracolla e pistola nella fondina, quindi diciamo che è sempre stato un paese alquanto difficile dal punto di vista turistico, anche se una dei più affascinanti che abbia mai visto. Ma veniamo alle cose importanti, pare infatti che il nostro amico abbia come piatto forte il trancio di ricciola alla griglia del quale subito ordiniamo una generosa porzione, unitamente ad un bel cefalo di grandi proporzioni, perché siamo pur sempre in sette e di buon appetito, tranne mi sembra, la dolce Sabry dalle porzioni morigerate, compensata però da Roby che riequilibra le dosi. Per quanto riguarda noi, di fronte al piatto che ci si presenta, non ci tiriamo indietro, tra la generale approvazione degli astanti, che vogliono sapere proprio tutto su di noi, nei più minuti particolari, chi siamo, da dove veniamo, quanto e dove stiamo, dove andiamo.
Dallo yemenita
Sarà vero, quanto ci dice il nostro duce, che alla fine, ogni Omanita è un informatore del governo e data la scarsità delle presenze extra turismo dei resort, tutto deve essere tenuto sotto massimo controllo e ogni qualvolta si vede qualche cosa di anomalo in giro, tipo un gruppetto di occidentali con un telo su una spiaggia solitaria, una cosa inusuale e non prevista dai crismi dell'ufficialità, si chiacchiera con loro, si raccolgono informazioni e poi si telefona subito all'apposito ufficio a relazionare. Saranno di certo tutte fisime e complottismi, ne sono sicuro. Finita la strippata, intanto, salutiamo tutti con grande trasporto e ci avviamo alle macchine. Mentre saliamo a bordo, in fondo al dehors, l'uomo che ha chiacchierato con noi più a lungo e più volentieri, ha già il telefono in mano e parlotta a lungo con un interlocutore lontano. Forse avrà chiamato la moglie per dirgli che arrivava tardi e di non aspettarlo alzata, è sicuro. Intanto noi ce ne andiamo a nanna che domattina ci si alza presto. E' bene infatti arrivare prestissimo all'attracco, perché il traghettone a buon mercato parte subito. Fedeli alla consegna, al mattino ci presentiamo al molo alle 6:30. Peccato il naviglio aveva già fatto il pieno ed era partito da dieci minuti. Tanto vale che ce la prendiamo comoda e torniamo dall'indiano per una calma ed abbondante colazione, si sa il pesce della sera prima per quanto abbondante si digerisce in fretta, al massimo rimane un po' il gusto dell'aglio, per il resto thé, biscotti, uova strapazzate e paratha bollenti e croccanti come se non ci fosse un domani.

Il traghetto dei dannati
Poi torniamo con calma al porto e accidenti anche il secondo traghetto è già quasi pieno e io con la seconda Nissan riesco a salire per ultimo con alcune acrobazie in retromarcia, quando ormai temevo non ci fosse più posto, ma qui riempiono anche i buchi più impensati. Questo non è il traghetto dell'andata e i passeggeri (tanto non sono paganti, il biglietto vale solo per le auto) si sistemano ala meglio sul ponte della cabina timoniera. Ci sono famigliole gremite di bimbi vocianti, che si ammutoliscono non appena scorgono le straniere bionde che esibiscono le capigliature al vento e le guardano con curiosità insistente. Un gruppo di camionisti invece è intento a scambiarsi informazioni varie. C'è qualche ragazzo prestante che esibisce le proprie dishdasha candide, tacchinando le turiste con l'offerta di datteri talmente dolci che tutti andiamo subito in visibilio. Alla fine prima di scendere, le male arti delle nostre compagne di viaggio, li abbindolano definitivamente e andandosene ci regalano l'intero sacchetto. La realtà è che questa gente è incredibilmente gentile ed ospitale, sarà la tradizione o l'abitudine dei popoli del deserto tutti, ma qui ognuno ha verso lo straniero che capita lì come visitatore, un grande senso di accoglienza disinteressata e sempre, dovunque tu vada, soprattutto se in piccole realtà o in zone spopolate, rimedi continuamente inviti e offerte di cibo. Alla fine tutto ciò è sempre una bella sensazione. Intanto la terra è raggiunta finalmente e possiamo sbarcare.




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15 - L'isola che c'è

mercoledì 14 novembre 2018

Oman 15 - Masirah, l'isola che c'è

On the beach

Una spiaggia a Masirah
Masirah raccontata, sembra un'esagerazione della fantasia, invece è un'isola che c'è, esiste materialmente, basta avere la voglia di andarci. Senza il paesotto vicino alla base militare sarebbe una lingua di terra deserta, lunga una quarantina di km dove un tempo approdava qualche barca di pescatori, visto che qui intorno il mare è pescosissimo, per il resto solo sabbia a piccoli monticelli creati dal vento attorno a ciuffi di erba dura e già secca prima di nascere, che tentano di resistergli. Una dorsale centrale di colline di roccia scura, glabra e tagliente, la percorre tutta e impedisce di traversarla per il lato corto. La pista che permetteva di farne il perimetro, di una sessantina di km, ora è stata asfaltata e ti consente di percorrerne tutta la costa al completo, apprezzandone, ogni caletta, ogni scogliera, ogni spiaggia. Tranquillo, non incontrerai nessuno o quasi, nelle sabbie lontane dalla riva, qualche barasto abbandonato dove di tanto in tanto una famiglia locale va a trascorrere un paio di giorni "come una volta", tra grigliate di pesce e di montone, e qualche capanna di pescatori sulla riva. Per tutta la costa, bassa e contorta, il colore del mare ti lascia senza fiato. In alcuni punti è ricca di scogli, rocce taglienti e anfratti in cui l'onda si infila con mille spruzzi bianchi, in altri la rena pastosa ed immacolata, scende con pendenza impercettibile e si allarga sempre di più via via che la marea scende. 

Gabbiani
La posizione stessa dell'isola che si allunga da nord a sud, fa sì che ci siano due lati esposti al vento, che arriva alternativamente da terra o dall'oceano, per cui puoi sempre scegliere quale dei due lati preferire, per fermarti qualche ora senza essere costretto a subire la forza del vento che a volte può essere anche forte e fastidioso. Noi scegliamo una delle prime che ci capitano a tiro, una larghissima distesa di sabbia candida circondata da due promontori di basse rocce nere. Qui sei davvero solo di fronte ad una natura che finge di non conoscere l'uomo, di non calcolarlo affatto, continuando ad occuparsi delle sue eterne incombenze, la moltiplicazione delle specie, il cambiamento lentissimo della superficie del pianeta ad opera delle forze naturali, acqua, vento, temperatura. Qui senti che lo scorrere del tempo non si misura in giorni o anni, ma in millenni o meglio in milioni di anni. Se ti abbandoni all'abbraccio dell'acqua, molti pesci ti circondano senza paura, al di là delle rocce poi il fondale stesso è ricco di colori e di vita. Mi riesce davvero difficile raccontare le mie sensazioni in questo posto. Lo avverti evidentemente diverso dagli altri anche simili che hai avuto modo di vedere, lo senti come un luogo lontano e non disturbato dalla presenza di altri tuoi simili, anche se non sei nato ieri e sai bene che anche qui la gente arriva, e senza problemi, tranquilli, ma non lo avverti ecco, ti sembra di essere il solo ad averlo trovato, a goderne, a poterlo fare tuo per primo.

Granchio fantasma
Eppure se cammini a lungo per la spiaggia, trovi tracce inequivocabili della presenza umana, ami ed esche arrugginite, frammenti di reti sdrucite, tracce di manufatti umani ormai corrose e a malapena riconoscibili, come se fossi calato in un pianeta lontano, abbandonato da tempo dalla tua razza trovi vestigia di un'altra consimile, di cui puoi scorgere ancora tracce, ma chissà di quanto tempo prima, forse millenni. Una scarpa sdrucita su cui non vedi più loghi, un frammento di cassa di Coca e infine la cosa impesta ormai ogni luogo del mondo, anche il più sperduto e lontano, la maledetta plastica, odiata e calunniata da tutti eppure inconsapevole ed innocente, materia inerte e capro espiatorio allo stesso tempo, comodo colpevole della polluzione planetaria, messa sul banco degli imputati proprio da chi la trasforma da straordinario materiale, con cui è possibile costruire la metà delle cose che ci circondano a prezzi alla portata di tutti, anche dell'africano più miserabile, in male assoluto, gettandola senza freno e senza vergogna, a terra, liberandosene nei fiumi, disperdendola in mare. Così questo materiale così straordinario, una delle più grandi invenzioni dell'uomo, che più di ogni altro potrebbe essere completamente riciclato e riutilizzato, con il minor consumo di energia tra tutti, diventa per l'ignavia colpevole di chi per primo la critica, uno dei problemi di questo mondo. 

Resti di un pesce palla 
C'è poco da fare, anche qui lontano da tutto e da tutti, in uno dei luoghi più solitari del pianeta, trovi frammenti dispersi tra la sabbia, tra gli scogli e in mare che andranno a costituire pericolo e morte per le tante creature incapaci di distinguerli dal cibo di cui sono perennemente in cerca. Difficile trovare soluzioni a questo problema, anche se la sensibilità aumenta, ma di certo, per molto tempo vedrai volare, tra le dune di un deserto lontano sacchetti di polietilene blu spinte da un vento anch'esso rabbioso per questo sfregio. La cosa che viene alla mente è quella più facile: vietare. Vieti il coltello convinto che così non sarà ficcato nella pancia di qualcuno, anche se poi, chi vuol ferire lo farà con altro. Punisci il mezzo con cui si fa il danno non potendo punire chi il danno produce. Anche questo è un modo di procedere. Noi siamo qui invece a passeggiare sulla rena che scrocchia e brucia sotto i piedi. Ecco una carapace a pezzi di una tartaruga morta chissà quando, lische di pesce bianche, scheletri di esseri che il ciclo della vita ha condannato a finire su questa spiaggia battuta dal sole e dal vento, conchiglie corrose che che hanno ormai perso il colore, altre invece ancora lucide e vive, più in là carcasse di pesci a imputridire. Abbandonato tra gli scogli che l'onda non riesce più a raggiungere, giace la parte ossea di un pesce palla che ancora mostra le spine dure e puntute, che niente hanno potuto contro lo scorrere del tempo.

Al tramonto
Che bello questo luogo dove senti soltanto il leggero ritmo della risacca, dove tutto è come deve essere. Le ragazze sono distese sulla spiaggia a crogiolarsi, Iapo ha finito i suoi racconti di vita omanita e del suo sogno di fare quaggiù un distaccamento di casa Oman, un luogo di ritiro per gente che voglia per qualche giorno andare alla ricerca del non essere, un posto di meditazione sibaritica sospeso tra mare e cielo. Chissà, un giorno forse lo farà davvero. La giornata è passata quasi completamente, eppure non abbiamo fatto assolutamente nulla, se non entrare ed uscire dall'acqua. Raccogliamo minuziosamente i resti della nostra presenza e arriviamo che è quasi sera alla punta estrema dell'isola, battuta da un vento forte e fastidioso, dove un barasto e qualche cammello segnalano la presenza, nella stagione più affollata, di qualche amante del kytesurf e della solitudine assoluta, che viene fino a qui per lasciarsi andare e trascinare via dalla forza del vento sulla cresta delle onde. Un vecchio pakistano lasciato di guardia a questa fortezza Bastiani, ci serve un thé forte e profumato. Poi raggiungiamo l'estremo lembo di sabbia sulla spiaggia infinita per guardare il sole che cala lentamente sulla linea dell'orizzonte. Mentre rientriamo, l'ombra della sera avvolge la sabbia ed i rilievi lontani. Non abbiamo scorto esseri viventi in tutto il giorno. Cerchiamo allora di vedere per primi le luci del paese ancora lontano. Che bello il mondo!

Sulla spiaggia





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lunedì 12 novembre 2018

Il Duomo di Parma



Parma - La piazza della Cattedrale
 
La cupola del Correggio

E’ una giornata bigia ed uggiosa, ma cammino ugualmente soddisfatto per le vie di una città che comunica a pelle un senso di gioiosa serenità. Non so perché, ma un centro così ben mantenuto, bei negozi, mancanza di affanno in un traffico tutto sommato scorrevole, vie laterali che invitano a percorrerle alla scoperta di angoli piacevoli, colpi d’occhio appaganti, su palazzi nascosti e portoni semiaperti che danno su cortili e giardini segreti, che parlano di un passato nobile e ricco, come il presente del resto. E negozi che grondano della ricchezza gastronomica di questa area, con montagne di parmigiani, gronde di culatelli e salami di Felino che invogliano all’assaggio, all’acquisto, al godimento, che permea fino in fondo questa città sensuale e corposa. Ma senza dubbio la perla più bella della città è la sua piazza centrale, circondata dalle quinte che ne fanno una delle più belle d’Italia. Il palazzo del vescovo, squadrato e preciso nella sua rinascimentale bellezza di fronte ad una delle più belle facciate romaniche del nostro paese, la Cattedrale con il suo splendido sipario a capanna, contornato da una serie di colonnine che scandiscono una serena armonia di vuoti e di pieni, evidenziati anche da questo minimo raggio di sole che accentua anche il rosa del materiale in cui è costruita. Gli imponenti leoni che sorreggono le sottili ed eleganti colonne del protiro, ne sottolineano ancor di più se possibile, il valore artistico. Il severo e snello campanile, con l’angelo dalle ali aperte lontano sulla cima, anticipa l’altro lato della piazza, dove giganteggia il capolavoro dell’Antelami, il battistero, con la sua invenzione costruttiva ottagonale che nasconde la grande cupola interna, ripartita a sua volta in sedicesimi e trentaduesimi successivi. 

Il vescovado
La sua decorazione sontuosa ti fa rimanere a bocca aperta con la testa all’in su, ad interpretare le storie e le figure che si susseguono nelle vele sottili, che un impegnativo restauro ha restituito  al suo antico splendore anni fa. Certamente è la statuaria ed il lavoro degli altorilievi dello straordinario maestro che ha segnato il punto di passaggio tra la scultura medioevale a quella che poi sfocerà nei fasti rinascimentali, a stupire maggiormente, le lunette degli ingressi, la serie di statue all’interno e le grandi figure agli angoli, che puoi vedere in originale, al riparo degli agenti atmosferici, nell’interessante museo diocesano all’angolo opposto della piazza stessa. Se le scruti con attenzione puoi scorgere ancora tracce della ricca decorazione policroma che le ricopriva, che il medioevo era tutto un fulgore di colore e non certo il grigio spoglio delle tante pareti scrostate che ingannevolmente ci sono rimaste. Una lunga sosta all’interno delle imponenti navate della cattedrale, salendo lo scalone del transetto per arrivare più vicino agli affreschi della cupola con le infinite spirali di angeli e beati che paiono sfondare la parete per arrivare all’azzurro del cielo, l’invenzione prospettica del Correggio che tanto affascinò i suoi contemporanei, sta lì a rapirti la vista verso l’alto, assieme a tutto il resto naturalmente. Insomma un insieme di pezzi unici che vale la pena ogni tanto di ripassare. Se poi alla fine per ristorarti, metti sotto i denti qualche pezzo di torta fritta e con un po’di Langhirano e due fettine di Felino tagliate un po’ spesse, la giornata non è stata spesa invano, ve lo posso garantire.

I leoni del protiro


SURVIVAL KIT

Complesso del Duomo - Costituito dalla Cattedrale, Battistero e Museo Diocesano, tutte e tre sulla stessa piazza, Ingresso 9-18 - 8 Euro - ridotto 6 inclusa audioguida.


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domenica 11 novembre 2018

Oman 14 - L'isola di Masirah


Duna

Mappa dell'isola
Alla fine si è deciso per il traghetto dei ricchi, visto che il pontone low cost era pieno a metà e fino a quando non si riempie completamente, come vi ho detto, non c'è trippa per gatti, si aspetta. Seduti comodamente sulle poltrone della zona passeggeri, tra signore coperte di nero e mascherina allegata, la linea orizzontale e bassa dell'isola che si avvicina sembra essere una delle tante lingue di terra appena fuori della costa. Ma l'isola di Masirah è del tutto particolare, nota già da secoli ai grandi viaggiatori. Ecco cosa ne racconta Ibn Battuta, passato da queste parti poco dopo Marco Polo, 700 anni fa: - Da Hasik (nel Dhofar) navigammo con forti venti fino a Masirah, dove la poca gente che la abita mangia solo pesci e cormorani. - Infatti questa isola lunga una quarantina di chilometri ed assolutamente desertica, come la costa che la fronteggia, è sempre stata quasi completamente spopolata, tranne pochi pescatori che dovevano accontentarsi di ciò che offriva il mare, visto che a terra non sopravvivono neppure rade palme, che agonizzerebbero per mancanza di acqua. Oggi che ospita una base militare, c'è sulla punta nord un paesotto di quasi 5000 abitanti, ma per il resto puoi percorrere il periplo completo dell'isola sulla inutile strada che lo completa senza incontrare assolutamente nessuno. La classica isola deserta insomma della quale poter apprezzare le qualità e le privazioni.

Il traghetto della mutua
Siamo arrivati al calar della sera e intanto bisogna andare a cercare un elettrauto per controllare un problemino ad una delle due macchine e già qui il rimando da uno all'altro è piuttosto divertente. Nessuno, d'acchito, sa metterci le mani, in realtà quando si tratta di elettronica e queste macchine moderne e complicate sono una vera iattura per chi è abituato a sporcarsi le unghie col grasso delle officine. La lasciamo in ostaggio a quello che viene spacciato per il meglio e si vedrà domani. Intanto andiamo a prendere possesso delle camere in un albergotto appena costruito, al centro del paese che testimonia di come ormai la gente vada dappertutto, anche nei luoghi più sperduti, anche se adesso il neo hotel risulta quasi completamente deserto al pari del resto dell'isola. In realtà il paese, che è cresciuto soprattutto grazie alla base e alle nuove attività di pesca, ed il centro, costituito dalla via principale che lo attraversa, è abbastanza vivace con negozi e attività varie, tra le quali appunto due o tre fabbriche del ghiaccio, legate alla conservazione del pescato, di cui approfitteremo domani per riempire la nostra borsa frigorifero. Come in tutto il resto dell'Oman anche qui, le costruzioni sono tutte recenti, nessuna ha più di venti anni e quindi la sensazione generale è di un luogo ancora pulito e funzionante, senza viuzze antiche e maleodoranti, proprie dei paesi di lunga tradizione.

Duwwah, l'abitato di Masirah
Le ragazze intanto vanno a fare un giro per negozi a caccia delle solite creme miracolose che facciano sparire rughe e acciacchi vari, prodotte dovunque, con grande successo, sfruttando la brama femminile per l'eterna giovinezza estetica. Qui ci sono piante esotiche di ogni tipo, mirra, incenso e chi più ne ha più ne metta. Come rinunciare; d'altra parte, se gli egizi ci mummificavano i corpi, vuol dire che un qualche effetto conservativo ce lo devono pur avere, non vi pare? I maschi invece, seguono Iapo, verso quella che lui definisce la vera esperienza mistica dell'isola, impossibile da perdere, il barbiere pakistano. Naturalmente lui è ben conosciuto, infatti viene accolto nel salone con grandi saluti e subito andiamo a prendere posto sulle poltrone del barbitonsore, che comincia la sua lunga e delicata operazione con una cura da delicato operatore orientale della bellezza, quale noi in effetti ci meritiamo. Tutto il viso,  fronte, spazi attorno agli occhi e soprattutto le roride e paffute gote del sottoscritto, vengono a lungo manipolate, vezzeggiate e schiaffeggiate, in un massaggio dai multiformi aspetti che mette la pelle nelle migliori condizioni per il trattamento, che viene effettuato successivamente con almeno cinque prodotti, lozioni, talchi differenti, dalle profumazioni leggere e non invasive, una per ogni diversa operazione. Poi si passa alla lama che rade con cura ogni pelo sporgente, incluso quello dei vari orifizi disponibili a vista, nari e orecchie intendo, ovviamente.

Dal barbiere filosofo
Poi ancora con l'uso di un filo si strappa l'ulteriore peluria disponibile si aggiustano le sopraccilie, infine si passa ad un massaggio completo della testa, sviluppato con una sorta di macchinetta martellatrice che agisce sul cuoio capelluto attraverso la mediazione della mano del sacerdote, che continua l'officio passando al collo ed alle spalle che distende con sapiente lavoro dei palmi e dei polpastrelli. Insomma un trattamento benessere di tutto rispetto e diciamolo pure di grande goduria. Poi un'ultima attenzione ai particolari delle varie rifiniture di barba, baffi e capelli. Ravviatura e pettinatura con spargimento di ulteriori prodotti, a volte spruzzati, altre soffiati, altri ancora aspersi con sapienza ed il lavoro è fatto, per un totale di 1 omani real, circa 2 euro. Bisogna che gliela racconti al mio tonsore abituale, questa esperienza da beauty farm. Ormai ho capito che bisogna avere fede assoluta in quanto propone Iapo, conoscitore globale del paese. Non puoi perderti una goduria del genere, suvvia, fatti non fummo a viver come bruti. In verità e per conoscenza eventuale del mio pubblico femminile, se no che blog di servizio sarebbe questo, il nostro pakistano offre i suoi apprezzatissimi servigi di massaggio, anche alle signore, che a mio parere ne trarrebbero sicuramente grande giovamento; tuttavia è bene precisare prima, che nel servizio è incluso obbligatoriamente un costante, previsto e sincero palpeggiamento delle tette, per cui astenersi contrarie e perditempo, nel senso sapevatelo prima.

Persa nel deserto
Comunque, tanto per cambiare è venuta l'ora della cena e qui c'è l'obbligo di provare un Indiano amico di Iapo, che fa una cucina "fusion", che si distacca abbastanza dai forti e a me sgraditi sentori del subcontinente, mediandoli con la dolcezza di questo paese. Una cucina tranquilla e non aggressiva che invita a non farsi prendere troppo dal panico e dalle angosce del vivere quotidiano, ma ad abbandonarsi a quelli che possono essere anche i piccoli piaceri che se cerchi con attenzione, trovi dappertutto. Dunque ecco arrivare seppie in umido, gamberoni ben torniti e straccetti di pollo con i classici e deliziosi paratha indiani caldi e croccanti, questi assolutamente interessanti e superiori ad altri provati qua e là. Un masala delicato e non aggressivo per le nostre esauste papille. Si mangia di gusto circondati dalle attenzioni degli astanti sempre volenterosi di ben figurare di fronte a chi arriva da lontano. Un cameriere sta parlando in videochat con la moglie in Kerala e ce la fa salutare, tanto per capire come è cambiato il mondo. Quando viene l'ora di andare a letto, ben pasciuti e bellissimi, l'aria della sera sembra quasi fresca. La notte è buia se appena calano le luci del paese e la stellata sopra di noi davvero esaltante. L'elettrauto ha già chiuso e domani è venerdì giorno di festa, per cui non si lavora. Speriamo bene. Le ragazze si sacrificano di nuovo e stanno sul cassone del pickup, sperando che la polizia non ci fermi perché non si potrebbe. L'albergo, in fondo è solo a poche centinaia di metri.

On the beach


SURVIVAL KIT

Sul traghetto
Serabis Hotel - Vicinissimo al porto di arrivo del traghetto ed anche al centro del paese. Sembrerebbe attualmente l'unico dell'isola o per lo meno uno dei pochissimi (ma Tripadvisor ne cita anche altri), la mia vecchia Lonely, non ne elenca nessuno e prevede per questa area solo campeggio libero. Essendo nuovissimo, camere belle ampie, pulite e con bagno ben funzionante. AC, acqua calda, e varie commodities. Personale gentilissimo. € 55 circa la doppia senza colazione. Buona base per poi partire alla scoperta dell'isola. 

Al Jazeera restaurant - Nella via centrale. gestito da indiani, ma con sapori più sfumati e cucina non troppo piccante. Il masala delle seppie e del pollo non è aggressivo e si usa poco chill e coriandolo (a me sgraditissimo). Eccellenti i paratha. Personale gentile, porzioni molto abbondanti.  12 OR in 7. Ci abbiamo fatto cena e colazione. Valido e consigliabile


Tramonto a Masirah

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sabato 10 novembre 2018

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La solitudine dei numeri primi

Il brunch
Dopo una breve sosta per calmare i crampi della fame che ti prendono allo stomaco e non ti lasciano ragionare lucidamente, terminato una sorta di brunch a base di insalata fredda di farro e frutta a go go, banane e datteri succulenti, quelli non mancano mai, ci si prepara a ripartire. Consideriamo che stamattina siamo già alla terza fermata gastronomica. Questa sarà una delle costanti per tutto il resto del viaggio. Iapo ha una sorta di horror vacui, per i momenti morti. E' psicologicamente turbato dal fatto che qualcuno dei suoi ospiti rimanga senza mangiare o che non si provino tutte le cose migliori che offre in paese in materia edibile, per cui ogni sosta è buona per testare qualche cosa e in mancanza, per sopperire con la cassa viveri fornita dalla cucina di casa, che sempre in attività. Una delle certezze di questo viaggio, dunque, è che non moriremo di fame. Lasciamo la spiaggia deserta per risalire con fatica in un passaggio che traversa la falesia rocciosa che la delimita verso terra. Dopo poche centinaia dimetri si levano subito alte le dune delle ultime propaggini delle Wahiba sands, anzi se butti l'occhi un po' più in là vedi le avvallature ocra chiaro, quasi rosate adesso che il sole le illumina dall'alto, che arrivano fino all'Oceano, anzi superano la costa dove il vento le aveva spinte, per essere tagliate di netto dal lavorio delle onde. Amo i deserti. Tutti quelli che ho visto in giro per il mondo hanno la stessa, straniante caratteristica, il silenzio aperto che li avvolge costantemente e la sensazione di essere comunque in un luogo vivo, del quale non riesci però a scorgere movimenti segreti.

Granchi
Sono proprio le dune ad avere questa anima interna, quasi fossero animali fatati spinti, invece che dal mulinare del vento, da una loro forza interna che le muove, le sposta, in maniera impercettibile ma in realtà veloce, che fa di questi non luoghi, spazi sempre diversi, tali che non potresti riconoscerli se non genericamente ad una tua eventuale prossima visita. Se il tuo sguardo vaga lontano, tutto ti sembra una ondulata superficie scolpita in un materiale plastico che si arrotonda in maniera naturale ed elegante, ma se appena l'occhio ti casca sul vicino margine della duna che calpesti, ecco che proprio sul crinale, dalla parte più arrotondata, noti un leggero scorrere dei granelli di sabbia, sollevati di pochi centimetri dal vento leggero, che si precipitano dall'altra parte, quella ripida, aumentandone ancora di più l'altezza ed il taglio netto e deciso. La superficie stessa della sabbia diventa una splendida tela su cui si esercita il vento, disegnando una serie di ondulazioni successive, segni di grafica naturale, difficilissimi da riprodurre o anche solo da immaginare artificialmente. E' un luogo straordinario, consentitemi questa espressione alla Alberto Angela, ma qui cista proprio, anche soltanto da osservare, seduti sul bordo della duna più alta che riesci a raggiungere, godendo dei disegni delle ombre e delle linee, costruite dal vento nel suo lavoro continuo. Ma oggi anche solo arrivarci è una emozione fortissima.

Sgonfiare le gomme
La pista infatti cessa improvvisamente alla base delle dune più basse e non avete idea del divertimento che si prova a lanciare la macchina lungo i lati più erti delle stesse, risalendole a fatica per poi precipitarsi giù dall'avvallamento successivo, sbandando di lato nella sabbia soffice, col motore che ruggisce al massimo dei giri per non insabbiarsi. E' una vera goduria. Le nostre due macchine si rincorrono a lungo cercando ad occhio le superfici più solide dove le ruote pur sgonfie, affondano meno. Compiamo ancora un bel po' di evoluzioni per raggiungere un punto più elevato da cui l'occhio corre all'intorno per lungo spazio. Ci spargiamo qua e là, senza dir nulla, ognuno cerca quel momento di magica solitudine da assaporare con se stesso, seduto sul sif, l'orlo estremo della duna, ...sedendo e mirando interminati spazi di là da quella, e sovrumani silenzi e profondissima quiete... così tra questa immensità si annega il pensier mio e il naufragar m'è dolce in questo mare. Rimaniamo a lungo qui, per non perdere nessuno dei vari topics del caso, oltre alla sosta della solitudine, la corsa sulle dune, il salto ed il successivo rotolamento giù dalle stesse, la sagra dei selfie e delle foto e così via, tutte le classiche nefandezze, innocue, per carità, del turista. Siamo tutti più o meno attoniti, senza sapere bene dove girare lo sguardo, Lina e Tiziana sono senza parole, le giovani Roberta e Sabrina stanno lì affascinate dallo spettacolo messo in scena dalla natura, immagazzinando bellezza, da portarsi via, assieme alla bottiglietta di sabbia rossa, per conservarla dentro di sé, patrimonio che rimarrà per sempre tuo e che mai nessuno riuscirà più a toglierti. 

Formazioni di sabbia
Forse questo è anche uno degli scopi inestimabili del viaggio. Le cime delle dune formano linee nette tracciate da geometrie perfette, parabole, iperboli e sinusoidi che paiono tracciate da un computer di altri mondi. Il colore della sabbia, qui ocra leggero, ha pur sfumature diverse a seconda del declivio e dell'esposizione dei versanti. Poco più in là, un fenomeno naturale ed inatteso. Qui la sabbia, non si sa bene per quale bizzarria naturale o meteorologica, si è addensata irrigidendosi in lastre compatte accumulatesi le une sulle altre, alle quali il vento ha limato ed arrotondato i bordi così da formare ammassi che potresti comparare ad enormi conchiglie abbandonate di bivalvi mostruosi di un oceano seccato e popolato di esseri giganteschi. Ne guardi ogni aspetto, senza più riuscire a stupirti, tanto è l'accavallarsi delle immagini, delle emozioni. Riprendere le auto per scendere da questa meraviglia alla ricerca di un passaggio verso la strada, è fatica per lo spirito, che vorrebbe fermarsi ancora a lungo a goderne il più possibile. Quando arrivi al nastro asfaltato che i tempi nuovi hanno voluto tracciare in questo mondo estraneo, ne senti maggiormente l'ostilità che non appariva evidente tra le alte dune. Qui la sabbia tenta, spinta da un vento invisibile, di riguadagnare lo spazio perduto, lambisce dapprima la striscia grigia, come per corteggiarla, poi appena riesce la scavalca e tenta in ogni modo di ricoprirla, per cancellarla, per ucciderla, per riaffermare il suo diritto ad essere l'unica padrona di questo spazio vuoto. 

Wahiba sands
Però, nel breve almeno, vince il più forte e la riga nera procede salva, dopo qualche sussulto, anche quando la sabbia finisce e si tramuta in piana terrosa, una bassa infinita sulla quale un leggero velo di acque salse, via via sempre più visibili, mostrano subito l'affermarsi del biancore abbacinante del sale, nemico della vita e dell'uomo in particolare. Uno spazio enorme ricopre questa superficie ondivaga a metà strada tra mare e terra, dove tuttavia, la mala bestia dell'uomo è già presente, come in ogni luogo possibile. Vedi qualcuno infatti lungo i bordi che ammonticchia monticelli di sostanza bianca, qualcuno, sotto il sole implacabile riempie sacchi (e quanto sa di sale lo pane altrui, specialmente in questi climi!). Un camioncino è fermo sulla strada a caricarli. Questa specie, assieme a topi e scarafaggi è davvero la più resistente del pianeta ed è riuscita a colonizzare ogni possibile areale, anche quelli dove la vita, in linea teorica sarebbe negata. Ed ecco in questo luogo assolutamente inospitale, ottimo set per qualche film da ambientare su qualche estremo pianeta alieno, dove la laguna finisce, un ultimo braccio di strada da percorrere che si protende attraverso il mare fino ad un molo al largo, che consente il pescaggio di navigli di più grandi dimensioni. Di qui parte il traghetto per l'isola di Masirah, che scorgi lontana e piatta qualche chilometro al di là della costa. Appare come una terra incognita nel tremolio dell'umidità, che la temperatura ormai vicino a ai 40°C, solleva dalla superficie immobile dello stretto.

Roby in estasi

SURVIVAL KIT


Il mare a rovescio
La strada per arrivare all'isola di Masirah, la più grande del paese, corre lungo il mare verso sud per oltre 200 km da Ras al Hadd. Per evitare un lungo giro nell'interno occorre fare almeno una cinquantina di km sulla spiaggia rettilinea nella zona di Ghalat che comincia una cinquantina di km dopo Al Ashkharah. E' obbligatorio il 4x4 con le ruote sgonfie per non insabbiarsi. Finita la spiaggia, risalite l'interno e dovrete attraversare ancora l'estrema propaggine del Wahiba sands che termina nel mare. Dopo, raggiunta la strada, rigonfiate i pneumatici e ci sarà ancora una ventina di km di strada asfaltata che attraversa la laguna per arrivare al molo dove parte il traghetto. Qui c'è un benzinaio dove ricontrollare la pressione dei pneumatici (o farseli gonfiare se non avete con voi il compressore). C'è un traghetto molto economico dove paga solo l'auto, ma parte solo quando è pieno di macchine e quindi si possono perdere anche diverse ore nell'attesa che si riempia; l'altro molto più costoso, pagano sia l'auto che i passeggeri che però hanno una sala con comode poltrone, parte a orari quasi fissi, una volta all'ora. La traversata dura tra 1 h e 1,5 h.

Le Wahiba sands finscono in mare




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