lunedì 19 novembre 2018

Oman 19 - Wadi Shab


Wadi Shab

L'ingresso
L'accesso a wadi Shab comincia proprio sotto il ponte dell'autostrada vicino alle ultime case del paesino di Tiwi. Le acque che filtrano dalle montagne retrostanti hanno formato qui un delizioso laghetto ricoperto di erbe palustri che devi attraversare con una barchetta. Sarà un percorso piuttosto faticoso, per fortuna in ombra all'andata, una passeggiata di circa un'oretta per risalire il greto secco del torrente tra due ali di roccia a strapiombo, quindi è bene raccogliere le forze prima della partenza facendo un pieno di insalata di polipo e frittate varie, più che altro per mantenersi in forma. Poi zaino in spalla e avanti, un piede dietro l'altro, sbuffando un po' e cercando di conservare il fiato per i momenti più faticosi. Già perché noi siamo un po' fatti così, se le rogne non ci capitano tra capo e collo, ce le andiamo a cercare col lanternino, dicono i mandrogni. Ogni volta, al ritorno, ci diciamo, adesso basta, non ci caschiamo più, da adesso in avanti solo spiagge, bordi piscina, amache e frullati di mango ghiacciati e invece rieccoci in fila indiana, con gli zaini affardellati e i piedi già sudati e gonfi come zampogne prima di cominciare, smadonnando sulle ginocchia imbolsite dal tempo e tenute insieme solo più dall'acido ialuronico. Teste da ricovero, eppur bisogna andare, dicevano gli alpini. A parte la mia Tiziana, naturalmente, che non molla il punto neanche se tira gli ultimi e anzi, è sempre troppo poco. Ma si sa l'età (mentale) conta molto, mentre l'anziano ama piangersi addosso, ma non vuole rinunciare, se no poi si lamenta ancor di più.

L'oasi

Comunque gambe in spalla e cominciamo una faticosa risalita del greto asciutto dello wadi. Il paesaggio è grandioso, ma forse l'ho già detto. Ieri sera, dando un'occhiata alle varie scemenze che ho scritto in questi ultimi anni mi sono accorto che esagero continuamente con la sequela degli aggettivi magnificativi e bellissimo, e meraviglioso, straordinario (alla Alberto Angela), fantastico e via discorrendo. Delle due l'una o sono proprio di bocca buona oppure bisogna davvero concludere che il mondo è di una bellezza difficile da descrivere e che alla fine ti mancano proprio gli aggettivi. E qui a wadi Shab siamo di nuovo daccapo. Attorno a te le pareti di roccia dorata, illuminate dal sole fanno da quinta che delimita un cammino che si contorce sempre di più, risalendo la valle, mentre in alto i bordi si restringono fino a mostrare un fazzoletto di cielo sempre più piccolo. In molti punti il torrente ha lasciato pozze di acqua o di semplice umidità che consentono una vegetazione rigogliosa, che ha permesso anche l'insediamento di qualche casa circondata da palme, l'embrione finale di minuscole oasi che l'aumento graduale delle temperature cerca di uccidere, mentre la vena di acqua sempre più esile, riesce a mantenerle invita. L'uomo nei secoli è riuscito ad adattarsi anche qui, ed ecco che lungo i fianchi del torrente, seguendo percorsi tortuosi ma dalla pendenza costante ed attentamente studiata, corrono i falaj, fossati artificiali le cui pareti rialzate, costantemente mantenute in efficienza, portano il filo d'acqua ai fazzoletti di terra assetata, dove qualche ortaggio la riceve benedicendola e restituendo subito frutti rigonfi di soddisfatta sazietà.

Nel canon
C'è anche qualche capra smunta che si muove sulle rocce in cerca di erba fresca e un piccolo asino che sorveglia il sentiero senza neppure avere la forza di ragliare al tuo passaggio. Lo stradino si arrampica seppure con dolcezza su rocce grandi e lucide, quasi volesse aggiungere difficoltà al tuo cammino reso duro dalla calura che sale. Passo dopo passo avanziamo, mentre i goccioloni di sudore colano dalla fronte come lacrime di coccodrillo, a punirti della tua temerarietà. Non profferisci più parola, ufficialmente basito dalla severa bellezza del luogo, in realtà per conservare il poco fiato che ti è rimasto. Solo le ragazzine sgarzoline saltabeccano da una pietra all'altra come camosci, resi garrule e beate dal minor peso degli anni, che Allah le conservi. Siamo saliti un po' e adesso la strada si ferma ad un piccolo spiazzo circondato da massi giganti. Al di là, il sentiero scompare, coperto da una serie di pozze di acqua verde smeraldo che si susseguono verso il monte. Bisogna lasciare qui tutto quanto vuoi riparare dall'acqua se desideri avanzare lungo questo cammino di sofferenza verso l'agognata meta finale, premio mistico del pellegrinaggio. E qui hai modo di fare un'altra importante considerazione su questo paese, così diverso da tanti altri. Tu come molti altri, perché questo è un luogo piuttosto frequentato anche in questo periodo che non è ancora stagione piena, lasci sopra una pietra completamente incustoditi, macchine fotografiche, documenti e anche soldi, non molti per carità e nessuno si preoccupa del fatto che quando ritornerai tra un'oretta potresti non ritrovarli!

Piscine naturali
Sembra, ed ognuno di quelli che vivono qui te lo confermerà, non si ruba, ma non per timore delle pene, che pur è severa o per la certezza della stessa, ma proprio per tradizione. Questa gente che pure ha avuto un passato di schiavisti, considera l'appropriarsi delle cose altrui una cosa così disonorevole da non essere neppure pensata o prevista. Così tutti lasciano le cose in macchina senza neanche chiuderla o gli zaini sul cassone del pickup, certi che all'uscita del ristorante li ritroveranno. Per carità, ogni luogo ha sempre aspetti positivi e altri accanto negativi, ma questa cosa dà una gradevole sensazione di sicurezza e come si sa bene, quella avvertita è la più importante psicologicamente. Sia come sia, lasciamo qui tutto, vestiti e materiali e, debitamente costumati, i bikini si svelano magicamente come una liberazione sessuale programmata, ci immergiamo nell'acqua fresca, che subito ti dà una sensazione di benessere di cui si sentiva assolutamente il bisogno. Però accidenti, le pozze non è che siano delle regolari piscinette da bagno termale per riabilitazione infermi, ma innanzitutto il fondo è estremamente irregolare e soprattutto scivoloso come una saponetta, trappola vera e propria per anziani malagevoli ed inoltre dopo pochi metri sprofondano nelle viscere delle rocce e per procedere devi essere un buon nuotatore per non scomparire definitivamente nella palude dell'Averno, ça va sens dire, senza più riemergere.

Avifauna
Per fortuna la sapiente organizzazione ha pensato anche ai più handicappati tra i partecipanti e, dopo averli muniti di appositi giubbotti galleggianti da profugo in cerca di salvezza, li ha anche convinti psicologicamente, con un duro e sapiente lavoro, che non c'è nulla di cui aver paura. Qui non è mai affogato nessuno, almeno negli ultimi tempi. Quindi eccomi qui, tricheco claudicante e pesantissimo, con costume fantozziano ascellare e infagottato da un arnese di salvataggio arancione, di cui naturalmente ho faticato ad avvolgermi, causa dimensioni dell'epa prorompente, varato nel liquido verde, immerso fino al collo con la testa terrorizzata che emerge, tenuta fuori dalla garrota di lacci e lacciuoli, in questo caso salvifici, che procedo tentando faticosamente di nuotare verso monte. La fatica è improba, tento con goffi movimenti a rana, con i quali non si procede affatto, poi tento di allungarmi sbattendo disperatamente i piedi, ma il lentissimo avanzare mi toglie subito il fiato. Il giubbotto intanto, pur strizzandomi gli amici di Maria, mi tiene a galla come un turacciolo, evitandomi di ingollare golate d'acqua, ma la fatica è improba, adesso di certo verrò preso da crampi terribili e rimarrò qui in mezzo alla pozza ad aspettare di essere ripescato come un tonno nella tonnara. Invece a poco a poco si avanza, in uncorridoio di rocce a picco, se uno non avesse paura, sarebbe una cosa magnifica a vedersi, questo labirinto di pietre levigate e di superficie a specchio resa verde da un alga sottile e carezzevole, che ti nasconde la parete, di certo abitata da esseri malevoli e pericolosissimi.

Ilwadi
Avanti, avanti, la bellezza che ti circonda uccide la paura ed anche la fatica, a poco a poco trovi un tuo ritmo per procedere nella forra fatta di strettoie improvvise e di slarghi successivi dove l'occhio corre in alto a cercare l'azzurro. Arrivi al fine ad un  laghetto che di certo sarà profondissimo, ma di cui per fortuna non si vede il fondo, nell'acqua opaca e spessa di verde cupo, come un fondo di bottiglia. Pensi che sia finito e già la soddisfazione della meta raggiunta ti rincuora e invece no. Niente affatto, il bello deve ancora venire. Michela che, decisa e paziente guida la truppa, indica una fenditura nella roccia, anzi più che uno spacco, si tratta di un buco quasi occluso dall'acqua nel quale passa a mala pena la testa. Qui si tratta di non mollare, ormai fin qui siamo arrivati e potrebbe anche bastare. Ma non sia detto che si arriva a Roma senza vedere il Papa. Michela si infila nel buco facendo strada, poi tocca a me. Cerco di nuotare sgambettando come una papera disperata inseguita da un'aquila rapace, per avanzare nella strettoia. Si tratta di una decina di metri, sufficientemente alta tuttavia per non costringere a dover tenere la testa sott'acqua. La sensazione, per me che non so nuotare e galleggio come un ferro da stiro, è davvero incredibile. Un misto di terrore per la situazione in cui mi sto trovando e assieme di stupita meraviglia per la bellezza di quello che mi circonda e che prevale su ogni timore, tanto, ragionandoci bene, sono assicurato sul rientro della salma. 

Nella caverna (dal web)
Ancora un paio di metri e poi il soffitto si alza all'improvviso e lo spaziosi apre in una grande caverna, illuminata completamente da una apertura sulla sommità. La luce è verde intensa e dal'alto diuna roccia verticale cade una cascata d'acqua che si abbatte in basso con uno scroscio potente. C'è da rimanere senza fiato e forse non si tratta neanche della fatica fatta; intanto arriva Tiziana e poi tutti gli altri. La dolce Roberta in fondo alla fila si occupa di non lasciare indietro cadaveri, ma di raccogliere e tenere unito il nostro piccolo gregge belante in cerca di incoraggiamento. Dentro il tempo si è fermato, il posto è sicuramente magico e al momento ci siamo solo noi qui dentro a goderci l'attimo fatato. Davvero non vorresti più venire via. Siamo tutti senza parole e al momento di ritornare attraverso il buco e poi giù, lungo il dedalo di acqua in mezzo alle rocce, qualcuno, quasi privo di forze si lascia addirittura trascinare giù come un paralitico nella piscina di Lourdes, miracolato dalla meraviglia e dallo stupore di avere fatto una esperienza così bella e impossibile se raccontata prima. La discesa è lenta, ma quello che abbiamo vissuto oggi, ce lo ricorderemo per un po'. Forse per qualcuno è banale. Ma per me è stata una grande esperienza che non avrei mai pensato di poter fare nella vita e diciamola tutta, mela sono davvero goduta un mondo. Grazie Miki e Roby!

Torre di osservazione a Tiwi

SURVIVAL KIT

Una pozza
Wadi Shab - Altro topic tra i più frequentati dal turismo in Oman. E' preferibile andarci un po' fuori stagione per evitare la folla. L'ingresso al wadi è a metà strada tra Muscat e Ras al Hadd ed a soli due chilometri da Wadi Tiwi, tanto che se non fate il trekking completo e vi accontentate (scioccamente a mio parere) di veder solo la parte iniziale pur bella e selvatica, per chi ha fretta e buona gamba è possibile farli entrambi nello stesso giorno, ma è meglio prendersela comoda e goderseli entrambi con calma facendo due escursioni separate. Il punto di partenza è dallo stagno sotto l'autostrada dove ci sono anche le toilettes ed un ampio parcheggio dove tutti lasciano la macchina. Bisogna attraversare lo stagno con una barchetta che staziona sul bordo in attesa di clienti. Meglio partire dopo mezzogiorno per evitare il sole diretto, al pomeriggio, larga parte dello wadi è in ombra. Obbligatorie scarpe da cammino, meglio se impermeabili in modo da non doverle togliere nei tratti in acqua, niente infradito comodi ma piuttosto pericolose, se scivolate,cosa facilissima,mettete a rischio il viaggio per una stupidaggine. Costume da bagno, cappellino e soprattutto acqua da bere perché fa molto caldo. Nella parte finale si è sempre nell'acqua quindi niente macchine fotografiche se non la Gopro o similari. Se non sapete nuotare prendete con voi un giubbotto e fatevi aiutare da chi vi accompagna perché è una esperienza imperdibile. In caso anche remoto, di prevista pioggia, rinunciare assolutamente all'escursione perché può essere pericolosissimo. Per il percorso di andata, calcolate circa un ora prendendola con calma per godersi il paesaggio circostante. Da non perdere assolutamente! 

L'inizio di wadi Shab


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Airone grigio

domenica 18 novembre 2018

Oman 18 - La dolina di Bimmah


La dolina di Bimmah


Dall'alto
Eccoci qua più o meno a mezza strada sulla costa tra Muscat (che poi non è chiaro se si debba scrivere così o Mascat o Masqate, anche se la pronuncia è la stessa) e Ras al Hadd, per vedere uno dei luoghi più noti del paese, a quanto si dice, il più fotografato in assoluto: la dolina di Bimmah, detta anche The sinkhole.  L'area ha un'apparenza desertica, anche se si trova tra le due cittadine di Bimmah e Dibab, a soli 600 metri dalla spiaggia più vicina. Per preservarla dall'assalto dei visitatori è stata racchiusa in una sorta di parco nel quale si tenta di far crescere in modo del tutto innaturale, una sorta di giardino di alberi e prato, l'Havaiyat Naym park, che significa La stella caduta, in quanto la credenza popolare vorrebbe che questa cavità si sia formata a causa di un meteorite precipitato dal cielo. Si tratta invece di una meravigliosa dolina carsica, una caverna sotterranea enorme, il cui soffitto, di natura argillosa, via via resosi più sottile per l'erosione delle acque sotterranee, è crollato portando alla luce una grande pozza di circa 40 metri di diametro, secondo il ben noto meccanismo dei chenotes dello Yucatan messicano. La sua profondità non è mai stata investigata e si dice che il fondo sia direttamente collegato al mare. A causa di ciò deriverebbe lo spettacolare colore smeraldino delle sue acque a metà strada tra un laghetto alpino e le lagune dell'Oceano Indiano.


Verso la spiaggia
Dopo aver dato un'occhiata dallo strapiombo, una scaletta ripida ti porta una trentina di metri più sotto fino alla superficie dell'acqua che è piacevolmente fresca, ma non troppo cosicché farci il bagno è una vera delizia. Tutti quelli che arrivano qui ci si buttano, anche i gatti di marmo come me, perché nella parte più interna, quella dove probabilmente giacciono i residui del soffitto crollato, l'acqua è bassa e si tocca, anche senza spostarsi verso il bordo estremo dove l'acqua sprofonda e lo smeraldo si trasforma in zaffiro blu scuro, mentre la sensazione di fondo scompare nelle pieghe dell'Averno. I più arditi salgono il costone di roccia per portarsi su dei trampolini naturali a cinque o sei metri di altezza, prima di tuffarsi nell'acqua profonda con grandi spruzzi e grida soddisfatte. E' abbastanza presto e di turisti ce ne sono ancora pochi. Scende  con attenzione una coppia di cinesi, evidentemente ricchi, eleganti e dotati di attrezzature costose, che mimano le pose più classiche per ogni selfie che si rispetti. Poi arriva un gruppetto di ragazzi al seguito di una fatina americana, che cominciano ad elaborare un servizio fotografico vero e proprio; la ragazza debitamente acconciata si appoggia con diletto alle rocce, si sdraia sui sassoni, entra nell'acqua con gridolini di piacere e nuota giuliva, secondo una precisa scaletta, l'incaricato fotografa, l'altro filma, poi parte il drone (se non hai un drone, oggi, nel campo della fotografia non sei proprio nessuno) e scatta dall'alto. Insomma un set fotografico di tutto rispetto.


Gruppo vacanze mandrogne + una romagnola
Roberta che ci accompagna, evidentemente esperta del ramo, dice che le sembra di riconoscere nella ninfa del lago, una nota influencer, o instagrammer che sia, americana, che evidentemente monetizzerà gli scatti nella maniera dovuta. Che invidia, ma possibile che anche io non possa divertirmi come sto facendo e allo stesso tempo far su un po' di soldini per autofinanziarmi il successivo godimento? Forse sarà per la pancia? Può essere, intanto faccio anche io i miei poveri scatti per documentare la mia presenza ai miei venticinque lettori, che ancora hanno la pazienza di seguirmi. Intanto mentre faccio tra me e me queste elucubrazioni, approfitto, con i miei sodali, di un'altra delle mirabili caratteristiche di questo luogo. La piscina naturale è popolatissima di una miriade di quei deliziosi pesciolini, lunghi pochi centimetri che hanno la curiosa e gradevolissima abitudine di avvicinarsi senza timore a qualunque arto venga immerso nell'acqua, specialmente se si tratta di odorose estremità, e qui col caldo che fa e con le classiche scarpe di gomma, capirete che si va a nozze e cominciare un attento lavorio di mordicchiamento per asportare le cellule di pelle morta che le caratterizzano. Lo stesso procedimento che ho già testato, ma a pagamento in Cambogia e in Vietnam, dove però vengono organizzati appositi locali, oppure panche direttamente sul marciapiede, con vasche-acquario dove immergere i piedoni per 5/10 minuti, per il cosiddetto feet massage.


The sinkhole
Qua invece, mentre sei seduto su una delle tante pietre che ungono da naturali sgabelli, l'orda di pesciolini ti assale senza limiti di tempo, mordicchia e gratta gratis, dando una strana sensazione di solletico, che qualcuno trova insopportabile, ah le pelli delicate e sensibili delle fanciulle in fiore, mentre altri se ne beano fino alla stordimento. Una vera goduria.  Certo che il luogo è davvero piacevole; mentre la temperatura esterna comincia a farsi rovente, ricordiamoci che qui siamo sempre in mezzo ad un deserto della penisola arabica, il forno del mondo, stare in questa acqua trasparente è davvero piacevolissimo, checché sene dica, tanto che fatichi a tirartene fuori, sia pure coi piedi inteneriti dal lavorio ittico. Poi devi solo aspettare quei pochi minuti per asciugarti e infine, con una certa fatica, risalire la scala che riporta fuori dalla caverna. Arrivi su che ti sei già perso tutto il beneficio del bagno ristoratore, ma la vista dall'alto compensa, almeno in parte, la fatica di issare verso l'alto il peso complessivo del tricheco panciuto. Ragazzi cosa non darei per perdere quella trentina di chili che ho pazientemente raccolto negli ultimi decenni! Ancora un attimo per godere della vista dall'alto e da ogni angolo, poi che già che ci siamo converrebbe riposarci almeno fino ad ora di pranzo sulla vicina White beach che si dice essere una delle più belle dell'intero paese, lontana soltanto una dozzina di chilometri, un paio a sud di Fins.

Fenicottero
Lungo la strada sfiori piccole lagune dove scorgi molta fauna avicola, cavalieri, aironi, ibis, fenicotteri che non hanno ancora assunto il classico rosa dovuto alla dieta di gamberetti. La spiaggia è davvero bella, anche se completamente senza  ombra, a causa dell'assenza di una costa rocciosa alle spalle, come la Pabble beach vicina a Tiwi di cui vi ho già relazionato. Ma qui la sabbia è morbida, anche se bollente e il mare leggermente più mosso dei giorni scorsi. Ma se superi l'onda, l'acqua sa accoglierti sempre con il suo abbraccio materno e delicato, alla faccia dei barracuda e degli altri mostri che ci saranno appena un poco più in là. Un'oretta la merita tutta questa lunga spiaggia che le onde del golfo accarezzano, lambendola con cura con lingue di schiuma che si ritirano poi con sensuale lentezza, lasciando una superficie liscia e morbidissima nella quale affondi, appena prima di risalire la riva. Qualcuno si spinge fin sotto la bordura di roccia che la delimita a nord; acque ricche di pesci colorati, che anche la vista abbia il suo piacere e ne sia soddisfatta. Ala fine bisogna andarsene anche da qui perché la parte più interessante della giornata deve ancora venire. Ci portiamo quindi un'altra quindicina di chilometri più a sud dove comincia un'altra delle meraviglie dell'Oman: le spettacolari gole di Wadi Shaab. Ma di questo ed altro parleremo domani, che per oggi vi ho già tediato abbastanza.

La spiaggia



SURVIVAL KIT

White beach
Dolina di Bimmah - Parco naturale, sulla costa a 150 km a sud di Muscat a poche centinaia di metri dall'uscita autostradale. Ingresso a pagamento (mi sembra 1 OR). Potete fare solo qualche foto dall'alto o scendere giù, con una comoda ma brutta scala in muratura e fare il bagno senza limitazioni o solo immergervi i piedi per il fish massage. I cartelli ammoniscono che arrampicarsi sulle rocce per tuffarsi è pericoloso e sconsigliato, ma lo fanno tutti i nuotatori. Acqua tiepida e piacevolissima. Cercate di arrivarci la mattina, il più presto possibile per evitare la folla dei turisti, che in stagione potrebbe essere notevole, visto che questo sembra essere uno dei luoghi più visitati. Qui è possibile stare in bikini senza problemi. All'ingresso del parco, comode e nuove toilettes, per evitare di farla nel lago, mi raccomando, non fatevi riconoscere.


White beach - Elencata come la più bella spiaggia dell'Oman, ma a mio parere alla pari di molte altre, parimenti bellissime. Appena prima di Fins, si arriva con la macchina fino sulla spiaggia, ma è consigliabile fermarsi appena prima, in una sorta di spiazzo-parcheggio, per evitare di insabbiarsi. Tenete conto che non c'è ombra se volete organizzare un pick nick. Di norma queste visite vengono abbinate alla vicina escursione/trekking di Wadi Shaab o di Wadi Tiwi, rispettivamente a 15 e 20 km più a sud, che occupano ciascuna, un pomeriggio.

La costa a Fins




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sabato 17 novembre 2018

Oman 17 - Sugar dunes

Sugar dunes

Tiziana
Le immagini dell'isola perduta di Masirah sono ancora lì negli occhi, come un visore virtuale che non riesci a toglierti e invece ormai sono rimasti impiantati nella tua mente, nei tuoi ricordi, un patrimonio inestinguibile, che ormai non andrà più perduto, anche se arriveranno le più tremende tempeste solari a cancellare definitivamente tutta la digitalizzazione di questi anni. Le eliminerà soltanto l'ultimo evento notevole della storia di ogni uomo, o forse chissà neppure quello, c'è qualcuno che spiega come forse qualcosa comunque rimanga e come tutto ciò si possa dimostrare anche scientificamente. In questo momento che la scienza e la sua credibilità è in netto chiaroscuro, non è comunque poco. Ma bando alla filosofia d'accatto, qui bisogna andare avanti, riattraversando quel lago salato di cui non vedi la fine, un bianco brillante che riflette la luce del sole fino a far male agli occhi. E poi, abbandonata la strada, via sempre, ancora verso sud lungo la spiaggia che la marea ha lasciato larga e umida, popolata dai gabbiani in attesa come avvoltoi della corsa delle tartarughe verso la salvezza. L'auto corre decisa lasciando sulla battigia tracce che l'onda successiva si affretta a cancellare, quasi che la spiaggia stessa sia infastidita dal tuo passare e che voglia negarla il più presto possibile e ritornare vergine e pura.

Roberta
Viaggi per chilometri in mezzo al volo dei gabbiani che si sollevano appena di un paio di metri e ritornano immobili sulla sabbia, quando sei passato. Un tunnel vivente di sbattito d'ali che impressiona, con uno stridio incessante che ti precede e ti segue in continuo come nel famoso film di Hithcock, uno dei suoi migliori a mio parere. Poi arriva il momento di lasciare la costa, che alle spalle ha aperto la barriera di roccia dando spazio a piste contorte e difficili, che salgono verso l'interno. Qui è più difficile percorrerne i solchi cercando di distinguere le tracce e gli avvallamenti dove la sabbia è più tenera e dove è più facile affondare. Bisogna tenere alti i giri del motore, il più possibile e mantenere una certa velocità per non piantarsi, oltretutto il mio mezzo non ha più le ridotte disponibili, per lo meno fino a quando non lo faremo vedere da uno che ci capisca qualcosa. Comunque tra mille sobbalzi siamo quasi fuori dalla parte più difficile e vi assicuro che guidare in mezzo a questi spazi di sabbie insidiose è davvero divertente. Rimane ancora un chilometro al massimo poi il terreno diventerà più consistente e solido, quindi posso quasi rilassarmi, seguendo con tranquillità la macchina di Iapo che fa strada, avanti di un centinaio dimetri. Infatti dopo una curva stretta lascio che il motore perda un po' di giri e finisco in una buca insidiosa e poco visibile e mi pianto irrimediabilmente.

Insabbiati!
Accidenti, ne eravamo quasi usciti. Inutile far girare le ruote, si affonda sempre più irrimediabilmente. Niente paura, arriva Iapo con la pala, scaviamo un po' davanti e dietro le ruote, poi prendo un po' di abbrivio e la macchina mostra tutto il suo orgoglio ed esce subito dalle panie, portandosi sul terreno solido. Tutto fa parte del divertimento. Procediamo così di conserva ancora per qualche chilometro poi davanti a noi si alza una barriera di basse rotondità, sono le Sugar dunes, una delle meraviglie del deserto bianco al centro della regione di Al Sharqiyya. Ci buttiamo in mezzo alle dune candide, le auto si impennano per cavalcarle; incredibilmente il terreno è più compatto di prima e la superficie delle grandi ondulazioni, levigate dal vento, dove la sabbia ha formato un susseguirsi di linee regolarissime, permette evoluzioni continue. Si risale lungo pendenze paurose per poi buttarsi giù a capofitto oltre il bordo, fino al fondo dell'avvallamento, per risalire poi sulla duna successiva in un percorso tortuoso e divertentissimo, deciso solo dalla fantasia dell'autista, col fine ultimo di raggiungere una delle dune, che anche da lontano appare come una delle più alte. In cima ad essa ci si ferma. Finalmente si spegne il rumore del motore e se ti giri nell'altra direzione eccoti di fronte al nulla assoluto, una serie di ondulazioni di un biancore abbacinante di cui non puoi scorgere la fine.

Un passaggio?
Rimani lì a guardare, con gli occhi ridotti a fessure per l'offesa del sole che, di certo, non ha piacere di vederti in quel luogo nemico della vita. Per questo fingi di non sentire il caldo opprimente. Non capisci se salire lungo il lato ripido della duna sia così faticoso per i piedi che affondano irrimediabilmente nella sabbia facendoti fare un passo avanti e due indietro o se la calura che marcia verso i 40° ed oltre non stia cercando di ottenebrarti anche la mente, di cuocerti il cervello, facendoti procedere sempre più avanti in quel bianco candido nel quale cominci a non distinguere più i bordi e le linee, confondendoti la vista in un unico telo senza increspatura, dove perdere definitivamente anche il tuo corpo. Il luogo è di una bellezza senza pari. Il paesaggio già di per se stesso magnifico, del deserto di sabbia è qui accentuato da questo colore non colore, assolutamente puro e senza macchia. Sarebbe davvero un peccato rimanere qui per sempre, corpi estranei, destinati a corrompere se stessi e l'ambiente con la loro presenza inutile, macchie nere e rinsecchite lasciate lì a deturpare irrimediabilmente questo spazio di bianco assoluto che il codice RGB segnalerebbe come 0,0,0. Non avevo mai visto niente di simile e anche se la via di gettarsi giù dalle dune, rotolandosi nella sabbia fine, è forte, vorresti al contrario sederti lì sulla sommità più alta a goderti il silenzio, incurante della calura opprimente, quasi in uno stato di grazia.

Sabrina fotografa
Sabrina fotografa le curve perfette delle colline in distanza, attraverso una palla di vetro che capovolge le immagini. Roberta la appoggia un attimo per godersi il panorama ad occhio nudo. Solo pochi secondi e la palla, che funziona anche come lente, ha già fuso la plastica delle scarpe, tanto per ricordare quali siano le temperature che picchiano sul coppino. Restiamo ancora un po' a farci inutili selfie, a fotografare l'infinito, a guardare senza parlarci. Alla fine bisogna pur andare, anche se vorresti rimanere lì a goderti il silenzio assoluto, musica dolce che si stende su questo mantello ondulato di sabbie bianche come la neve. Pulita. Usciamo dalle dune e dopo poco raggiungiamo la strada asfaltata. Un piccolo paese, quattro case dalle imposte chiuse, il solito meccanico bengalese dove gonfiare di nuovo i pneumatici e poi la strada del ritorno, che attraversa diritta il territorio verso nord, mostrando anch'essa i diversi volti del deserto, le immense distese dove la sabbia è già diventata limosa e compatta, i campi di piccoli monticelli sopravento a cespi di erbe aridofile che paiono piantate apposta, tanto sono regolari e ben disposte, le piane rocciose ricoperte di ciotolame spezzato, il deserto che più respinge, privo anche di quei radi fili di erba secca che consentono la sopravvivenza ad un paio di selvatici dromedari, secchi anch'essi come fantasmi. 300 chilometri con pochi gruppi di case sparsi lungo la costa. Quando arriviamo a Ras al Hadd, la notte è già scesa. 

Tramonto con benzinaio


SURVIVAL KIT

Deserto bianco
Sugar dunes - Quando finisce la strada che attraversa il lago salato, attorno al molo di Shannah (circa 10 km), si prende una pista che va verso sud e raggiunge una lunga spiaggia di circa altri 10 km, dalla quale si risale fino a raggiungere il deserto bianco. Da qui si ritorna sulla strada asfaltata che torna verso la costa per risalire fino ad Ras al Hadd (circa 300 km). In questa zona non ho visto indicazioni, per cui mi sembra indispensabile farsi accompagnare da qualcuno che conosca l'area. Fa molto caldo, per cui non dimenticate di portare con voi cappellino, creme solari e occhiali da sole, perché il riverbero è molto forte e soprattutto acqua a volontà. All'incrocio con la 32 e anche a Shannah c'è un benzinaio. E' un'area poco battuta dal turismo, che ben si abbina all'escursione con l'isola di Masirah e io se avete i giorni a disposizione, non me la perderei assolutamente. Difficilmente incontrerete altre comitive di turisti, anche in stagione piena.


Selfie tra le dune

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venerdì 16 novembre 2018

Oman 16 - Tranci di ricciola alla yemenita


Una tartaruga morta sulla spiaggia


Un picknik
La sera a Masirah è quanto di più calmo e riposante si possa immaginare. Qualche luce illumina ancora la via principale e la gente, gli uomini intendo, è in giro solo perché l'ora che volge al desio è decisamente la più fresca della giornata e stare sdraiati sui cuscini dei vari locali a fumare narghilè alla mela è quanto di più piacevole si chieda dopo una giornata di spiaggia. Anche il nostro elettrauto, si fa trovare, nonostante sia venerdì sera, giorno dedicato al riposo ed alla preghiera, più al riposo per la verità. Ma stante il fatto che è il migliore dell'isola, ci apre l'officina e ci riconsegna la macchina, alla quale praticamente non si è potuto fare nulla, ma, sapete com'è, con tutta questa elettronica chi ci capisce più niente, bisogna portarla direttamente alla Nissan per vedere se ci ricavano qualcosa. A mio modestissimo parere si trattava solo di una spia che si accendeva senza reale motivo, ma meglio andarci coi piedi di piombo, che qui, se rimani a piedi nel deserto, poi son cavoli amari. Intanto bisogna calmare i morsi della fame che si fanno via via più prorompenti e qui, abbiamo l'occasione di visitare il ristorante dello yemenita, uno dei più reputati del paese. Ci accomodiamo sul grande palchetto esterno, seduti a terra su stuoie e cuscini; alla sera fuori si sta decisamente meglio che presi alla gola all'interno da un'aria condizionata che toglie il respiro.

Sulla spiaggia
Attorno a noi gruppi numerosi di locali provenienti dalla vicina base militari, che visto e più che altro sentito, l'arabo fluente di Iapo, vogliono subito sapere tutto di noi e della nostra provenienza, soprattutto come mai troviamo anche noi, lo stesso piacere e soddisfazione che evidentemente provano anche loro, nel trascorrere del tempo su questa isola nuda e solitaria, così lontana dal loro concetto di turismo occidentale, fatto di resort con beveroni ghiacciati a bordo piscina. Il nostro entusiasmo per quello che invece offre l'isola, in particolare il nudo isolamento delle sue spiagge vergini, li stupisce ma ci mette in una luce molto positiva nei loro confronti a cui si aggiungono gli apprezzamenti di un gruppetto di kuwaitiani, che, lasciato in porto il loro, probabilmente, lussuoso yacht, preferiscono trascorrere qualche giorno tra la sabbia di un vecchio barasto di famiglia, sulla costa est. Questo ritorno alla vita nel deserto, fatta di primitiva bellezza anche se di scomodità e privazioni, sembra essere un richiamo irresistibile per molti abitanti di questi paesi, abituati da generazioni a vivere tra le  sabbie, cosa della quale, pur potendosi circondare degli agi della vita moderna, amano tornare, proprio nel tempo libero. Forse è lo stesso concetto che ci faceva andare con nostalgia ai ricordi delle villeggiature nelle scomode cascine dei nostri nonni, nelle quali,andare nella tampa dell'orto a fare i bisogni o prendere l'acqua dal pozzo nel cortile, invece che antipatica costrizione diventavano (solo nel ricordo beninteso) una dolce malia del come si stava bene una volta.

La famosa ricciola
Intanto lo yemenita arriva a prendere la comanda, è un minuto ometto dal volto scavato e rugoso, anche se non vecchio, viene da Taiz e si stupisce che io ci sia stato oltre quaranta anni fa, quando probabilmente lui non era neanche nato. Bei tempi, anche lui volge gli occhi al cielo alla ricerca di un passato sognato, popolato da ogni delizia e che oramai non esiste più, adesso con la guerra di quei dannati sauditi poi. In realtà mi sembra di ricordare che anche allora non erano tutte rose e fiori e che non eravamo riusci ad arrivare a Sada'a nel nord proprio a causa dei disordini continui. La gente girava già a quel tempo, con mitra a tracolla e pistola nella fondina, quindi diciamo che è sempre stato un paese alquanto difficile dal punto di vista turistico, anche se una dei più affascinanti che abbia mai visto. Ma veniamo alle cose importanti, pare infatti che il nostro amico abbia come piatto forte il trancio di ricciola alla griglia del quale subito ordiniamo una generosa porzione, unitamente ad un bel cefalo di grandi proporzioni, perché siamo pur sempre in sette e di buon appetito, tranne mi sembra, la dolce Sabry dalle porzioni morigerate, compensata però da Roby che riequilibra le dosi. Per quanto riguarda noi, di fronte al piatto che ci si presenta, non ci tiriamo indietro, tra la generale approvazione degli astanti, che vogliono sapere proprio tutto su di noi, nei più minuti particolari, chi siamo, da dove veniamo, quanto e dove stiamo, dove andiamo.
Dallo yemenita
Sarà vero, quanto ci dice il nostro duce, che alla fine, ogni Omanita è un informatore del governo e data la scarsità delle presenze extra turismo dei resort, tutto deve essere tenuto sotto massimo controllo e ogni qualvolta si vede qualche cosa di anomalo in giro, tipo un gruppetto di occidentali con un telo su una spiaggia solitaria, una cosa inusuale e non prevista dai crismi dell'ufficialità, si chiacchiera con loro, si raccolgono informazioni e poi si telefona subito all'apposito ufficio a relazionare. Saranno di certo tutte fisime e complottismi, ne sono sicuro. Finita la strippata, intanto, salutiamo tutti con grande trasporto e ci avviamo alle macchine. Mentre saliamo a bordo, in fondo al dehors, l'uomo che ha chiacchierato con noi più a lungo e più volentieri, ha già il telefono in mano e parlotta a lungo con un interlocutore lontano. Forse avrà chiamato la moglie per dirgli che arrivava tardi e di non aspettarlo alzata, è sicuro. Intanto noi ce ne andiamo a nanna che domattina ci si alza presto. E' bene infatti arrivare prestissimo all'attracco, perché il traghettone a buon mercato parte subito. Fedeli alla consegna, al mattino ci presentiamo al molo alle 6:30. Peccato il naviglio aveva già fatto il pieno ed era partito da dieci minuti. Tanto vale che ce la prendiamo comoda e torniamo dall'indiano per una calma ed abbondante colazione, si sa il pesce della sera prima per quanto abbondante si digerisce in fretta, al massimo rimane un po' il gusto dell'aglio, per il resto thé, biscotti, uova strapazzate e paratha bollenti e croccanti come se non ci fosse un domani.

Il traghetto dei dannati
Poi torniamo con calma al porto e accidenti anche il secondo traghetto è già quasi pieno e io con la seconda Nissan riesco a salire per ultimo con alcune acrobazie in retromarcia, quando ormai temevo non ci fosse più posto, ma qui riempiono anche i buchi più impensati. Questo non è il traghetto dell'andata e i passeggeri (tanto non sono paganti, il biglietto vale solo per le auto) si sistemano ala meglio sul ponte della cabina timoniera. Ci sono famigliole gremite di bimbi vocianti, che si ammutoliscono non appena scorgono le straniere bionde che esibiscono le capigliature al vento e le guardano con curiosità insistente. Un gruppo di camionisti invece è intento a scambiarsi informazioni varie. C'è qualche ragazzo prestante che esibisce le proprie dishdasha candide, tacchinando le turiste con l'offerta di datteri talmente dolci che tutti andiamo subito in visibilio. Alla fine prima di scendere, le male arti delle nostre compagne di viaggio, li abbindolano definitivamente e andandosene ci regalano l'intero sacchetto. La realtà è che questa gente è incredibilmente gentile ed ospitale, sarà la tradizione o l'abitudine dei popoli del deserto tutti, ma qui ognuno ha verso lo straniero che capita lì come visitatore, un grande senso di accoglienza disinteressata e sempre, dovunque tu vada, soprattutto se in piccole realtà o in zone spopolate, rimedi continuamente inviti e offerte di cibo. Alla fine tutto ciò è sempre una bella sensazione. Intanto la terra è raggiunta finalmente e possiamo sbarcare.




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