mercoledì 27 maggio 2020

Luoghi del cuore 1: Il lago Dal


Lago Dal - Kashmir - India - agosto 1978

Srinagar
Il Kashmir ha sempre avuto per l'India una valenza particolare, luogo di bellezze e di delizie, dove il soggiornarvi equivaleva a ritagliarsi un breve scampolo di vita nel paradiso. Ora voi direte, non esageriamo, ma per le élites che vivevano per tutto l'anno in un paese la cui climatologia è sempre piuttosto estrema, con calori infernali alternati a piogge catastrofiche e comunque esagerate, vivere un periodo dell'anno in questa terra dai rilievi pronunciati, con le montagne innevate sullo sfondo ed una temperatura mite e carezzata da refoli di venti gentili, significava trovare la possibilità di godere dei piaceri della vita, considerato anche il fatto che chi poteva farlo, apparteneva ad un ceto sociale di nullafacenti che si poteva permettere stuoli di schiavi che a vario titolo lavoravano al posto suo. Quindi dai re e poi i maharaja del passato, procedendo successivamente con i dominatori inglesi e quindi infine alle orde dei turisti occidentali il cui differente potere di acquisto li rende possibili improvvidi fruitori di questo nuovo stile di vita, questa terra è stata eletta come uno dei posti più interessanti del subcontinente in quanto a piacevolezza di vita. 

Una casa galleggiante
Vicino a Srinagar, la capitale, luogo scelto da secoli dove ambientare fastosi palazzi e piacevoli luoghi di soggiorno c'è un lago  bellissimo dove la foresta si incontra con acque placide e azzurre, che non ha neppure quell'atmosfera cupa che incita al suicidio di tanti altri ambienti lacustri, solitari e spesso tetri, chiuso a nord da una cortina lontana di vette himalayane, corona magistrale imposta da una regia che evidentemente aveva la vista lunga. Il lago Dal, ricoperto lungo le rive da tappeti di piantagioni di loto e da ninfee dalla larghe foglie galleggianti da cui emergono fiori sontuosi, è davvero un luogo magico dove passare serate di placida tranquillità ad ascoltare il silenzio della superficie a specchio sotto di voi, rotta solamente dal lievissimo sciabordio di un'onda leggera. Le acque sono solcate da piccole imbarcazioni che trasportano le persone al di qua ed al di là delle sponde, le shikharas, dalle prore slanciate con un barcaiolo a poppa che le spinge con un corto remo che affonda nell'acqua con una curiosa pagaia a forma di cuore,mentre canta una canzone d'amore. Le rive della parte più bella del lago sono o almeno erano popolate da case galleggianti costruite di odoroso legno di sandalo. 

Braccio secondario del lago
Luogo ideale, con la loro piccola terrazza posteriore volta ad occidente dalla quale, alla sera guardare lo spettacolo gratuito del sole che tinge il cielo mentre scende dietro i monti lontani. Tuttavia come sempre, non è chiaro se per un germe maligno impiantato geneticamente e quindi inestirpabile, come in tanti altri luoghi di straordinaria bellezza, anche qui si agita un male oscuro che spinge fazioni diverse ad agitarsi ed a combattersi ferocemente in nome di una primazia pretesa dagli uni e negata dagli altri. Come sempre la responsabilità del male va alle religioni, cancri inestirpabili che di questa violenza sono le responsabili primigenie, la creano e la alimentano appositamente, proprio sulla base che le costituisce, quella, peri loro adepti, di essere gli unici possessori della verità assoluta e della altrettanto assoluta necessità e giustezza di sopraffare con la violenza tutte le altre. Qui non si fa eccezione a questo assioma, anzi, atti terroristici, guerre e battaglie di ogni tipo hanno sempre sporcato questa terra rendendola per interi decenni chiusa alle visite dall'esterno. I  cancelli del presunto paradiso, insomma devono spesso rimanere sbarrati. Allora, era uno di quei radi periodi in cui una sorta di tregua delle volontà politiche, forse la stessa necessità delle genti, stanche di barbarie e nauseate dal sangue, ne consentiva l'accesso. 

La moschea di Srinagar
Il gruppetto a cui mi ero aggregato per risalire le valli ladakhe, da due anni aperte agli stranieri, popolava per intero una di quelle case galleggianti e aveva portato con sé, timoroso forse di morire di fame, viveri di sussistenza, blocchi di parmigiano e addirittura mezzo prosciutto, che un tizio con un affilato coltello, come avrà fatto a trasvolare il continente, ma forse allora i controlli erano più laschi, ogni sera tagliava con attenzione in fette sottili che venivano distribuite con cura certosina. Ce ne andammo dopo qualche giorno, dopo aver visitatola città ed i dintorni, ebbri di quell'atmosfera di giardino delle delizie che il lago aveva lasciato nelle nostre menti. Fui l'ultimo a lasciare la barca e buttai un occhio all'indietro quasi per fissare un'ultima volta l'immagine di quel luogo le cui pareti di legno chiaro profumavano intensamente di quel sentore esotico. Così potei anche vedere l'inserviente che si era precipitato, appena noi eravamo usciti, con uno straccio ed un bottiglione di alcool, a disinfettare con cura, sfregando furiosamente le pareti ed i ripiani del frigorifero dove era stato messo il prosciutto, contaminandole definitivamente.

Il terrazzino



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martedì 26 maggio 2020

Scent of virus



Fiore di cactus
Cresce di già il tepore
Discende il virus

lunedì 25 maggio 2020

Plastika monouso

Stop plastica usa e getta, il Consiglio Ue approva i divieti in ...
dal web

Dai che prendo fiato. Anche perché questi quasi tre mesi di anossia, mi hanno un po' deteriorato le già poche sinapsi e mi accorgo di non ragionare più logicamente e mi è aumentata la tendenza alla stizza e all'ira compulsiva. Vero è che il virus oltre che a fare strage tra i vegliardi come me, ha anche fatto giustizia di un sacco delle cazzate modaiole che giravano da anni. Per esempio tanto per essere polemico, vi ricordate ancora di quando la plastika (con la k) era il problema assoluto, l'inquinatrice principe, da eliminare, da tassare, da mettere all'indice e scomunicare in favore di fratelli vetro e alluminio e sorella carta (materiali assolutamente più inquinanti nella loro vita complessiva di imballaggio, ma santificati grazie a lobbies potentissime)? Bene col virus abbiamo assistito ad un ritorno prepotentissimo del monouso (prima da bandire assolutamente) e anzi, all'indignazione assoluta perché i nostri magazzini improvvidi non erano riempiti di miliardi di mascherine, guanti, camici, tamponi (ricordate la polemica sui cotton fioc, che sono uguali ai tamponi dei test, i più inquinanti tra i dispositivi monouso?). 

Oggi invece eccoli qua tutti scandalizzati perché non ci vengono riversati a cascata sopra la testa montagne di mascherine, pare ne servano almeno da 10 a 100 milioni al giorno, da 1 a 10 miliardi o più per i prossimi tre mesi, che poi non essendo neanche di plastica non possono neppure essere riciclate, ma devono essere smaltite come rifiuti speciali, mentre invece vengono abbandonati per strada, ce ne sono già i fossi pieni e lì altro che 100 anni perché si degenerino, ma chi se ne frega,tanto mica è plastiKa. Naturalmente nessuno se ne fotte se andranno a soffocare altrettanti milioni di pesci, delfini e tartarughe varie o se trasformate in micropezzi ce li rimangeremo col tempo. Tutti bravi a fare gli ecologisti con  la borraccia di alluminio in mano, col virus degli altri, insomma. Nessuno vuole accettare che non è la plastica o la mascherina il problema, ma soltanto l'incivile comportamento di chi la usa e la getta a mentulae canis e che nessun divieto comunque renderà più degno di vivere accanto agli altri in una comunità. 

Basterebbe il riconoscimento di quale sia la base del problema e poi facilmente, interessi lobbistici controllati, si arriverebbe a capire che la plastica (questa volta senza Kappa) è stata la più grande invenzione del XX secolo, il materiale in assoluto più economico, che ha reso accessibili a tutti una multiformità pressoché infinita di prodotti, il più plastico in assoluto, da cui il nome, con il quale è possibile davvero produrre qualsiasi cosa ed al tempo stesso (e questa è la cosa più importante) il più ecologico in assoluto, perché il più facilmente ed economicamente riciclabile per riprodurre se stesso, cosa facilmente dimostrabile coi numeri alla mano, quando lo si paragona con i suoi omologhi concorrenti, carta, vetro, alluminio. Se le persone si fermassero solo un momento a pensare la quantità di petrolio equivalente (Tep) necessaria per costruire una bottiglia di vetro, trasportarla, lavarla e rilavarla, con altro enorme inquinamento delle acque, ritrasportarla e quindi riciclarla a fine uso e scoprirebbe che è molto più alto di quello dell'analogo contenitore in plastica. E basterebbe che la gente fosse civile e non se ne troverebbe negli oceani neppure un microgrammo. Chissà che il coronavirus potrà insegnare qualche cosa di utile al riguardo. 


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domenica 24 maggio 2020

Oasi



Oasi di Al Harma - Oman - 2018

Oasi di Bidiyah - Oman - 2018
Ve l'ho tirata avanti per un mesetto e abbiate pazienza, ma il problema è che stando in casa isolato come un panda tra i bambù qualche cosa bisogna pur rimuginare nel testone che diventa sempre più vuoto al continuo rimescolamento di un passato che si fa ogni giorno un pochino più lontano e quindi forzatamente sempre più ammantato nel ricordo di aloni di meraviglia e di stupori che vanno al di là del reale. L'alternativa sarebbe stata che vi sareste dovuti beccare una trentina di post di haiku stiracchiati a commento di qualche foto cinese, mentre io invece, dovevo, accidenti, essere impegnato in un giro causasico che avevo programmato da quasi un anno e che mi ispirava moltissimo e che invece è stato riposto nel cassetto in attesa di essere ripescato, forse il giorno di San Maipiù, come si dice dalle mie parti, complice l'età, naturalmente, perché è ovvio che prima o poi tutto ripartirà più o meno come prima. Tuttavia volevo fare una ultima elucubrazione sul tema: perché questo concetto di oasi è così affascinante per la maggior parte della gente ed in ogni caso perché viene così raccontata. L'oasi è in effetti una categoria della mente così come il porto per la gente di mare. Un luogo mistico dove arrivare dopo la traversata di un non luogo, il deserto, che può essere delle forme più varie, fatto di dune sabbiose, onde di un mare cristallizzato e tinto dalle sfumature più varie a seconda dell'inclinazione del sole, oppure di pietra, una spianata senza fine cosparsa di ciottoli o coperta di una patina piatta di sale bianco infiocchettato da merletti di luce ingannevole.

Oasi di Rissani - Marocco - 1984
Oppure ancora fatto di roccia viva e scabra con valli e wadi che ne disegnano serpentine sinuose con formazioni di roccia che l'erosione ha reso esposizione di una statuaria naturale degna di grandi musei. Insomma nell'andare per questo mondo solitario e assoluto per dirigersi verso un altrove sognato, una meta ultima da raggiungere e che fino a pochi decenni fa si faceva soltanto per ragioni commerciali. Era il mercante che aveva inventato la carovana, per andare al di là di qualche cosa, dove c'era qualche altra cosa di raro e prezioso per il di qua e che laggiù invece era comune e poco costoso da scambiare con il viceversa che qui aveva, a sua volta, le medesime caratteristiche. Prendere il sale che costa solo il lavoro per raccoglierlo da terra e portarlo qui dove è bene prezioso, magari mettendoci dentro le acciughe così poi qualcuno inventa la bagna cauda. Ma se esiste la carovana col suo concetto errante di carichi che si spostano, deve esistere anche il concetto di oasi, col suo bravo caravanserraglio, il porto sicuro, dove arrivare e sostare, trovare cibo e rifornimenti, soprattutto l'acqua, il bene più prezioso nel deserto, che per il diritto arabo è "libera", a disposizione di tutti. Credo che il concetto di privatizzazione dell'acqua faccia rimescolare il sangue ad ogni beduino che si rispetti. Dove riposare difeso dalle mura sicure del caravanserraglio, terreno neutro dove predoni si mescolano a mercanti senza aggredirsi a vicenda. Qui ci si riposa, si riprendono le forze, alla battaglia ci si penserà fuori, lontano; l'oasi è pace, scorrere di ruscelli, datteri dolci e ospitalità. 

Oasi di Touggourt - Algeria - 1978
L'oasi può avere caratteristiche fisiche diversissime, ampia valle, depressione dove l'umidità si raccoglie per decine di chilometri creando un ambiente ideale per lo svilupparsi del palmeto, oppure un ristrettissimo spazio dove occasionalmente le geologia ha consentito il formarsi di sorgenti o la falda quasi affiora e si riesce a costruire un pozzo, che permette la vita, l'abbeverata per uomini  e animali, dove la poca acqua scorre preziosa a nutrire piccoli terreni, nei quali la terra fertilissima, fa nascere verdure, mitiga la torrida vampa di calore che soffia da fuori. L'oasi è sicurezza e riposo, è nutrimento del corpo e dello spirito. Tra le palme più esterne sorgono le tende nere che danno albergo alle notti fredde e dal giorno infernale. Su morbidi tappeti ci si sdraia a bere thè alla menta colato da sinuose cuccume di rame dai lunghi becchi arcuati, si ringrazia la divinità e si raccontano storie di donne meravigliose, di ladri e di Jinn che vivono nelle profondità della terra. Come il deserto rappresenta la categoria del sublime assoluto che raccoglie lo sguardo nell'infinito, lo straniamento dell'animo umano di fronte ad una dimensione così grande da non essere misurabile dal metro comune, così l'oasi è il benessere della quotidianità, il coccolarsi col piacere dell'intimità minimalista, della infinita piacevolezza dell'essere tranquillo e sicuro, protetto dalla furia del mondo esterno, dai suoi pericoli, dalla sua ostilità. Così l'oasi è diventata simbolo di ospitalità pura, di vita semplice e serena che tuttavia bisognerà al fine lasciare prima o poi per riprendere la traversata verso quella meta ultima e definitiva.


Oasi di Hadda - Yemen - 1977


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venerdì 22 maggio 2020

Oasi perdute 18: Wadi Shab


Wadi Shab - Oman - ottobre 2018

L'ingresso
Tanto per chiudere questa piccola serie sulle oasi dimenticate che ho avuto la ventura di vedere, visto che di quelle yemenite ho parlato troppo recentemente e di altre mi sfugge il ricordo, vorrei finire con una oasi omanita che mi ha particolarmente colpito, forse per la gradevolezza della compagnia, forse perché con l'età si apprezzano sempre di più certi momenti. Quindi riprendo un pezzo di un paio di anni fa per raccontare della particolarità di alcune oasi omanite nascoste all'interno di stretti wadi. L'accesso a wadi Shab comincia proprio sotto il ponte dell'autostrada vicino alle ultime case del paesino di Tiwi. Le acque che filtrano dalle montagne retrostanti hanno formato qui un delizioso laghetto ricoperto di erbe palustri che devi attraversare con una barchetta. Sarà un percorso piuttosto faticoso, per fortuna in ombra all'andata, una passeggiata di circa un'oretta per risalire il greto secco del torrente tra due ali di roccia a strapiombo, quindi è bene raccogliere le forze prima della partenza facendo un pieno di insalata di polipo e frittate varie, più che altro per mantenersi in forma. Poi zaino in spalla e avanti, un piede dietro l'altro, sbuffando un po' e cercando di conservare il fiato per i momenti più faticosi. Già perché noi siamo un po' fatti così, se le rogne non ci capitano tra capo e collo, ce le andiamo a cercare col lanternino, dicono i mandrogni. Ogni volta, al ritorno, ci diciamo, adesso basta, non ci caschiamo più, da adesso in avanti solo spiagge, bordi piscina, amache e frullati di mango ghiacciati e invece rieccoci in fila indiana, con gli zaini affardellati e i piedi già sudati e gonfi come zampogne prima di cominciare, smadonnando sulle ginocchia imbolsite dal tempo e tenute insieme solo più dall'acido ialuronico. Teste da ricovero, eppur bisogna andare, dicevano gli alpini. A parte la mia Tiziana, naturalmente, che non molla il punto neanche se tira gli ultimi e anzi, è sempre troppo poco. Ma si sa l'età (mentale) conta molto, mentre l'anziano ama piangersi addosso, ma non vuole rinunciare, se no poi si lamenta ancor di più.

L'oasi

Comunque gambe in spalla e cominciamo una faticosa risalita del greto asciutto dello wadi. Il paesaggio è grandioso, ma forse l'ho già detto. Ieri sera, dando un'occhiata alle varie scemenze che ho scritto in questi ultimi anni mi sono accorto che esagero continuamente con la sequela degli aggettivi magnificativi e bellissimo, e meraviglioso, straordinario (alla Alberto Angela), fantastico e via discorrendo. Delle due l'una o sono proprio di bocca buona oppure bisogna davvero concludere che il mondo è di una bellezza difficile da descrivere e che alla fine ti mancano proprio gli aggettivi. E qui a wadi Shab siamo di nuovo daccapo. Attorno a te le pareti di roccia dorata, illuminate dal sole fanno da quinta che delimita un cammino che si contorce sempre di più, risalendo la valle, mentre in alto i bordi si restringono fino a mostrare un fazzoletto di cielo sempre più piccolo. In molti punti il torrente ha lasciato pozze di acqua o di semplice umidità che consentono una vegetazione rigogliosa, che ha permesso anche l'insediamento di qualche casa circondata da palme, l'embrione finale di minuscole oasi che l'aumento graduale delle temperature cerca di uccidere, mentre la vena di acqua sempre più esile, riesce a mantenerle invita. L'uomo nei secoli è riuscito ad adattarsi anche qui, ed ecco che lungo i fianchi del torrente, seguendo percorsi tortuosi ma dalla pendenza costante ed attentamente studiata, corrono i falaj, fossati artificiali le cui pareti rialzate, costantemente mantenute in efficienza, portano il filo d'acqua ai fazzoletti di terra assetata, dove qualche ortaggio la riceve benedicendola e restituendo subito frutti rigonfi di soddisfatta sazietà.

Nel canon
C'è anche qualche capra smunta che si muove sulle rocce in cerca di erba fresca e un piccolo asino che sorveglia il sentiero senza neppure avere la forza di ragliare al tuo passaggio. Lo stradino si arrampica seppure con dolcezza su rocce grandi e lucide, quasi volesse aggiungere difficoltà al tuo cammino reso duro dalla calura che sale. Passo dopo passo avanziamo, mentre i goccioloni di sudore colano dalla fronte come lacrime di coccodrillo, a punirti della tua temerarietà. Non profferisci più parola, ufficialmente basito dalla severa bellezza del luogo, in realtà per conservare il poco fiato che ti è rimasto. Solo le ragazzine sgarzoline saltabeccano da una pietra all'altra come camosci, resi garrule e beate dal minor peso degli anni, che Allah le conservi. Siamo saliti un po' e adesso la strada si ferma ad un piccolo spiazzo circondato da massi giganti. Al di là, il sentiero scompare, coperto da una serie di pozze di acqua verde smeraldo che si susseguono verso il monte. Bisogna lasciare qui tutto quanto vuoi riparare dall'acqua se desideri avanzare lungo questo cammino di sofferenza verso l'agognata meta finale, premio mistico del pellegrinaggio. E qui hai modo di fare un'altra importante considerazione su questo paese, così diverso da tanti altri. Tu come molti altri, perché questo è un luogo piuttosto frequentato anche in questo periodo che non è ancora stagione piena, lasci sopra una pietra completamente incustoditi, macchine fotografiche, documenti e anche soldi, non molti per carità e nessuno si preoccupa del fatto che quando ritornerai tra un'oretta potresti non ritrovarli!

Piscine naturali
Sembra, ed ognuno di quelli che vivono qui te lo confermerà, non si ruba, ma non per timore delle pene, che pur è severa o per la certezza della stessa, ma proprio per tradizione. Questa gente che pure ha avuto un passato di schiavisti, considera l'appropriarsi delle cose altrui una cosa così disonorevole da non essere neppure pensata o prevista. Così tutti lasciano le cose in macchina senza neanche chiuderla o gli zaini sul cassone del pickup, certi che all'uscita del ristorante li ritroveranno. Per carità, ogni luogo ha sempre aspetti positivi e altri accanto negativi, ma questa cosa dà una gradevole sensazione di sicurezza e come si sa bene, quella avvertita è la più importante psicologicamente. Sia come sia, lasciamo qui tutto, vestiti e materiali e, debitamente costumati, i bikini si svelano magicamente come una liberazione sessuale programmata, ci immergiamo nell'acqua fresca, che subito ti dà una sensazione di benessere di cui si sentiva assolutamente il bisogno. Però accidenti, le pozze non è che siano delle regolari piscinette da bagno termale per riabilitazione infermi, ma innanzitutto il fondo è estremamente irregolare e soprattutto scivoloso come una saponetta, trappola vera e propria per anziani malagevoli ed inoltre dopo pochi metri sprofondano nelle viscere delle rocce e per procedere devi essere un buon nuotatore per non scomparire definitivamente nella palude dell'Averno, ça va sens dire, senza più riemergere.

Avifauna
Per fortuna la sapiente organizzazione ha pensato anche ai più handicappati tra i partecipanti e, dopo averli muniti di appositi giubbotti galleggianti da profugo in cerca di salvezza, li ha anche convinti psicologicamente, con un duro e sapiente lavoro, che non c'è nulla di cui aver paura. Qui non è mai affogato nessuno, almeno negli ultimi tempi. Quindi eccomi qui, tricheco claudicante e pesantissimo, con costume fantozziano ascellare e infagottato da un arnese di salvataggio arancione, di cui naturalmente ho faticato ad avvolgermi, causa dimensioni dell'epa prorompente, varato nel liquido verde, immerso fino al collo con la testa terrorizzata che emerge, tenuta fuori dalla garrota di lacci e lacciuoli, in questo caso salvifici, che procedo tentando faticosamente di nuotare verso monte. La fatica è improba, tento con goffi movimenti a rana, con i quali non si procede affatto, poi tento di allungarmi sbattendo disperatamente i piedi, ma il lentissimo avanzare mi toglie subito il fiato. Il giubbotto intanto, pur strizzandomi gli amici di Maria, mi tiene a galla come un turacciolo, evitandomi di ingollare golate d'acqua, ma la fatica è improba, adesso di certo verrò preso da crampi terribili e rimarrò qui in mezzo alla pozza ad aspettare di essere ripescato come un tonno nella tonnara. Invece a poco a poco si avanza, in un corridoio di rocce a picco, se uno non avesse paura, sarebbe una cosa magnifica a vedersi, questo labirinto di pietre levigate e di superficie a specchio resa verde da un alga sottile e carezzevole, che ti nasconde la parete, di certo abitata da esseri malevoli e pericolosissimi.

Ilwadi
Avanti, avanti, la bellezza che ti circonda uccide la paura ed anche la fatica, a poco a poco trovi un tuo ritmo per procedere nella forra fatta di strettoie improvvise e di slarghi successivi dove l'occhio corre in alto a cercare l'azzurro. Arrivi al fine ad un  laghetto che di certo sarà profondissimo, ma di cui per fortuna non si vede il fondo, nell'acqua opaca e spessa di verde cupo, come un fondo di bottiglia. Pensi che sia finito e già la soddisfazione della meta raggiunta ti rincuora e invece no. Niente affatto, il bello deve ancora venire. Michela che, decisa e paziente guida la truppa, indica una fenditura nella roccia, anzi più che uno spacco, si tratta di un buco quasi occluso dall'acqua nel quale passa a mala pena la testa. Qui si tratta di non mollare, ormai fin qui siamo arrivati e potrebbe anche bastare. Ma non sia detto che si arriva a Roma senza vedere il Papa. Michela si infila nel buco facendo strada, poi tocca a me. Cerco di nuotare sgambettando come una papera disperata inseguita da un'aquila rapace, per avanzare nella strettoia. Si tratta di una decina di metri, sufficientemente alta tuttavia per non costringere a dover tenere la testa sott'acqua. La sensazione, per me che non so nuotare e galleggio come un ferro da stiro, è davvero incredibile. Un misto di terrore per la situazione in cui mi sto trovando e assieme di stupita meraviglia per la bellezza di quello che mi circonda e che prevale su ogni timore, tanto, ragionandoci bene, sono assicurato sul rientro della salma.

Nella caverna (dal web)
Ancora un paio di metri e poi il soffitto si alza all'improvviso e lo spaziosi apre in una grande caverna, illuminata completamente da una apertura sulla sommità. La luce è verde intensa e dal'alto di una roccia verticale cade una cascata d'acqua che si abbatte in basso con uno scroscio potente. C'è da rimanere senza fiato e forse non si tratta neanche della fatica fatta; intanto arriva Tiziana e poi tutti gli altri. La dolce Roberta in fondo alla fila si occupa di non lasciare indietro cadaveri, ma di raccogliere e tenere unito il nostro piccolo gregge belante in cerca di incoraggiamento. Dentro il tempo si è fermato, il posto è sicuramente magico e al momento ci siamo solo noi qui dentro a goderci l'attimo fatato. Davvero non vorresti più venire via. Siamo tutti senza parole e al momento di ritornare attraverso il buco e poi giù, lungo il dedalo di acqua in mezzo alle rocce, qualcuno, quasi privo di forze si lascia addirittura trascinare giù come un paralitico nella piscina di Lourdes, miracolato dalla meraviglia e dallo stupore di avere fatto una esperienza così bella e impossibile se raccontata prima. La discesa è lenta, ma quello che abbiamo vissuto oggi, ce lo ricorderemo per un po'. Forse per qualcuno è banale. Ma per me è stata una grande esperienza che non avrei mai pensato di poter fare nella vita e diciamola tutta, me la sono davvero goduta un mondo. Grazie Miki e Roby e grazie all'amico Iapo che ci hanno concesso tutto ciò!

Torre di osservazione a Tiwi


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giovedì 21 maggio 2020

Oasi perdute 17: Le oasi del Tar

Etnia Jat


Pastore Jat
Ma ci sono altre oasi perdute, in deserti lontani e meno noti. Quello del Tar, in terra di India, nota per monsoni e jungle, che qui chiamano Great Rann, appare in teoria meno credibile eppure a pari degli altri ospita tra le sue desolazioni altri piccoli scampoli di vita, dove ancora l'uomo resiste e mostra ancora una volta la sua adattabilità. Così se percorri, dopo aver penetrato a fondo anche questo deserto, una stradina dissestatissima che l'ultimo monsone ha quasi completamente portato via, per raggiungere l'isolata area di Fakhirani dove vive l'etnia mussulmana dei Jat, una tribù di allevatori molto riservata. Tutta questa zona sarebbe proibita senza permesso, ma l'ufficio è chiuso e sembra che in questo caso l'obbligo non valga. Saroda è uno dei villaggi più grandi dell'oasi, più o meno 2000 persone e 5000 bufali. Il paese, fatto di capanne sparse su un'area piuttosto ampia, ne è letteralmente assediato tanto che devi farti largo tra le varie mandrie per arrivare nella zona centrale, una sorta di piazzetta davanti ad una casa, luogo comune di ritrovo degli anziani e forse degli sfaccendati del paese, dove si raccoglie il latte in attesa che arrivi un camioncino a portarlo via. . Questo non è zona di artigiani, per cui non avendo niente da vendere, i Jat sono un pochino più scontrosetti, nel senso che non ti oscurerebbero le statue nude per intenderci. 

Donne Jat - Foto ML Raviol
Insomma il gruppetto di vecchi che sta seduto davanti a questa specie di negozio tuttofare, non sembra abbia particolari entusiasmi al vederci calare dalla macchina con bellicosi zoom pronti a fare fuoco. Meru è hindù harijan e quindi tiene un po' la testa bassa e non si fa avanti più di tanto. Per fortuna il nostro Mohammed  li apostrofa subito con il consueto baishan, "fratello" che pare il giusto approccio in uso tra correligionari. I visi si spianano e il capo del villaggio si alza per accoglierci con i modi previsti dalla ospitalità consueta. Dopo averci dato il benvenuto ed essersi dichiarato onorato per la nostra visita, comunica che ci accompagnerà in giro per il villaggio dove possiamo visitare a nostro piacimento e fotografare ogni cosa desideriamo, sottolinea, indicando la serie di fotocamere pronte a sparare, purché, e qui la cosa viene rimarcata con una certa intensità, non si fotografino le donne. Accidenti, in verità il motivo principale per cui questo posto è particolarmente interessante è proprio il particolare modo di ornarsi il volto delle donne Jat, che consiste in una sorta di enorme e pesantissima staffa di ottone agghindata di stoffe colorate che le signore si appendono al naso facendolo passare attraverso la narice sinistra. 

Foto ML Raviol
Dato che l'enorme peso strapperebbe definitivamente il lembo di pelle, la soluzione è stata trovata legando la stoffa ad una ciocca di capelli che scende dalla fronte, cosa che permette un certo equilibrio alla costruzione. Diamo ampia assicurazione masticando amaro, vuol dire che cercheremo di rubarne qualcuna di soppiatto. Intanto ci facciamo largo tra torme di bufali di ogni dimensione seguite da da decine di ragazzini che si mettono subito in posa, c'è anche la scuola dove vanno in 250. Davanti alla piccola moschea, costruita dopo il terremoto (per questa i soldi sono arrivati, ma non per la strada purtroppo), il gruppo si schiera e si eseguono le foto di rito. Intorno, nelle aie tra le capanne le donne occhieggiano dandosi di gomito. Cerchiamo di risalire il sentiero e arriviamo in un cortile tra due case piuttosto grandi, una di moderna muratura, l'altra una semplice capanna fatta di bastoni ricoperti di stracci e teli di juta, ricordo della vita nomade di qualche decennio addietro. Le donne fingono ritrosia, in realtà si accalcano per mettersi in mostra nonostante l'occhio severo degli esponenti maschili che controllano soprattutto le mani in corrispondenza delle macchine fotografiche. 

Foto Tiziana Sofi
Mandiamo avanti le nostre femmine in avanguardia, che famigliarizzano immediatamente con le loro controparti, mentre noi mostriamo il massimo disinteresse. C'è una gran voglia di comunicare evidentemente e si capisce subito che le ragazze non aspetterebbero altro che gli uomini si togliessero dai piedi per mettersi in posa. Dai grandi veli colorati spuntano occhi che ridono, capelli corvini, corpetti variopinti e bracciali pesanti. Mancando la lingua comune ci si tocca, si fanno gesti, si magnificano ornamenti e vesti, è davvero facile comunicare quando si vuole e sottomano ci scappa anche qualche click. I cerberi severi poi ci portano via verso gli stagni dove i bufali dalle corna ritorte se ne stanno a mollo quatti quatti. Un luogo davvero poverissimo, senza nulla su cui costruire futuro, perduto nel nulla del deserto. Fuori dell'oasi, altra gente, ai margini della palude, ancora più povera e deprivata di tutto, sono Harijan senza casta, zingari che devono rimanere fuori dal villaggio. Vivono sotto tende lacere e sporche, sono essi stessi neri e caliginosi. A loro è concesso solo di bruciare in grandi cumuli gli arbusti che crescono ai margini della palude e che vengono ammonticchiati sotto grandi coni di terra. 

I carbonai Harijan
Sono carbonai che poi girano di villaggio in villaggio o stazionano sulle strade per vendere i sacchi di carbonella. Tra le tende arrivano bambine con otri di plastica sulla testa, l'acqua per la sera prelevata dallo stagno vicino, è ancora lontano il momento del gran secco. Lasciare questo non luogo è difficile, costa fatica, sotto sguardi muti che forse faticano anche a capire i perché. Come mai questa gente arriva fin qui e cosa vuole, perché rimane un po', gira intorno e se ne va senza lasciare  o prendere niente, su grandi auto che non trasportano nulla, arrivano dal nulla e verso il nulla se ne vanno? Alieni insensati che all'apparenza hanno tutto per starsene lontano da qui, in luoghi impossibili  da immaginare, difficili  anche da sognare. Una bambina saluta con la mano. La strada però va sempre più a fondo nel deserto. Diventa dritta e taglia come una lama nel burro. Cessa anche quell'icona di vegetazione che allude alla vita. 



Nel white desert
La piana è perfettamente rettilinea, il terreno liscio e senza confini sempre più bianco sporco, i ciottoli si trasformano in pietroline sparse, poi tutto diventa solo una distesa di sale con qualche traccia di acqua spessa e azzurra. E' il deserto bianco. Una sorta di molo lungo oltre un chilometro penetra in questo nulla candido, in cui si inoltra una fila di ammirati visitatori. Famigliole con torme di bambini su carretti trainati da dromedari, gruppi di ragazzi e ragazze rigorosamente separati che schiamazzano correndo verso il punto estremo, singoli in cerca di incontri, venditori di frutta e souvenir, insomma un sacco di gente che in verità turba un poco la sacralità del luogo, soprattutto sfinendoti con una continua richiesta di foto  e selfies. Deve essere dura la vita delle star. Intanto il sole a poco a poco scende dietro l'orizzonte perfetto, colorando di rosa la spianata. L'ora è tarda, si torna al campo, passiamo dal gabbiotto dei poliziotti, ma non ci ferma nessuno.





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mercoledì 20 maggio 2020

Oasi perdute 16: Oltre il deserto del Namib


Donne Himba - Namibia - agosto 2003
Passano gli anni e aumentano i chili. In un altro emisfero, l'incontro con le due donne Himba ci aveva lasciato le camicie sporche di rosso proveniente dall'impasto di grasso e sangue animale con la terra, di cui le donne si spalmano il corpo per proteggere la pelle dai parassiti e renderla più morbida,attraente ed odorosa. Da qualche ora la Toyota seguiva una pista bianca che da sabbiosa si era mutata nel deserto ciottoloso del nord della Namibia. Il confine angolano non era molto lontano, quando la notte ci piombò addosso in pochi minuti, silenziosa come un commando, buia e senza stelle, senza avvertire. Cercavamo un campo tendato che ci aspettava, forse, a un centinaio di chilometri a nord di Opuwo, sulle rive di un fiume in secca; una piccola oasi circondata da villaggi di capanne di paglia. Questo per lo meno, è quanto ci aveva fatto capire il nostro autista, un Botswaniano dalla pelle rugosa e cappellaccio da cacciatore bianco, poco loquace e quel giorno ancor più parco di parole. Mentre le due lame di luce fioca dei nostri fari, cercavano la strada, girava la testa qua e là stringendo le fessure degli occhi per interrogare il deserto, cercando indizi, segnali, risposte difficili da interpretare. 

Non riuscivamo a procedere a più di 20/30 all'ora, sia per la difficoltà della pista, che per l'oscurità che ci avvolgeva. Dopo un paio d'ore di caligine nel nowhere, la preoccupazione inespressa dei terzi trasportati, non usi alle incertezze africane, si faceva spazio con colpi di tosse, spostamenti nervosi e occhiate interrogative scambiate con sguardo dubbioso. Non appariva chiaro se era la pista a zigzagare nel bush o la macchina che tentava di trovare un appiglio conoscitivo tra le rocce tutte uguali, tra i bordi ripetitivi. Ad un ennesimo tentativo di interrogazione muta, l'autista bofonchiò un no problem per nulla rassicurante. La notte sconosciuta genera paure dimenticate, di altri tempi e di altri luoghi, raccontati o soltanto letti, di incubi lontani. Passò altro tempo, silenzioso e denso, quando d'un tratto in lontananza parvero comparire delle fioche luci tremolanti, come di fuoco da campo. Con un largo giro, la macchina si diresse decisa verso la speranza, assopendo il timore di uno sconfinamento in Angola, cercando comunque un punto fermo, per comprendere dove eravamo finiti, se ci eravamo persi o ritrovati. 

Man mano che ci avvicinavamo, scrutavamo lo sguardo del cacciatore, che rimaneva inespressivo o forse dubbioso, così almeno ce lo faceva apparire la paura. I fuochi erano più vicini e scoprivano masse scure inquietanti. Arrivammo vicini senza capire; era un campo e da un varco uscirono due sagome nere che si avvicinarono alla macchina, guadagnando terreno verso di noi che eravamo scesi titubanti. Guerriglieri, predoni? Uno dei due mi puntò una torcia in faccia e subito sentii una voce strozzata che diceva:-Ma, dottore, cosa ci fa qui?- Appena la luce scoprì anche il suo volto, rimasi interdetto. Lo sguardo sorpreso di un importante fornitore della nostra azienda mi colse nella situazione di "Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l'amico disperso in Africa?". Annaspai alla ricerca di una spiegazione e mi uscì soltanto un:- Ingegnere, avevamo urgente bisogno di una pressa da 200 tonnellate e la stavo cercando dappertutto!- Era il nostro campo e finì a spiedini di kudù e sidro namibiano attorno al fuoco. I leoni avrebbero aspettato almeno fino all'alba per attaccare.



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martedì 19 maggio 2020

Oasi perdute 15: Petra a cavallo


Il tesoro di Petra - Giordania - agosto 1977

Mamma mia quanti chili in meno. Io di certo, 30 esattamente, è stato il mio minimo storico alla fine di quel viaggio, tra il caldo assurdo di un agosto mediorientale, che si sa non è il periodo migliore, ma quando lavori o così o pomì. Però che entusiasmo nello scoprire quella civiltà di quell'oasi di pietra, annegata tra le sabbie. Il gruppetto di cavalcanti che stava appena fuori del sif, l'imboccatura del canyon, stretto ed altissimo, che ti porta alla valle segreta, stava lì a sonnecchiare anche se era mattino presto, dato che di turisti ne giravano pochissimi, un po' perché allora era così, un po' perché costava molto più caro di adesso muoversi in giro per il mondo. Però, pensate un po', allora quella era una delle aree più tranquille del mondo. Attraversavamo la Giordania per andare nello Yemen e incrociammo dei ragazzi austriaci che venivano dall'Iraq. Un posto talmente sonnolento da essere quasi noioso, dicevano, non fosse per quelle straordinarie rovine nel deserto. A quel tempo l'area del mondo davvero off-limit era l'estremo oriente, dalla Cina al Vietnam, tutta area interdetta al turismo, con Pol Pot che massacrava la Cambogia e tutta l'area coperta di mine e di bombe inesplose.

Pensavo che laggiù non avrei mai potuto metterci piede. Come cambia in fretta il mondo. In quel deserto di pietra invece, l'Arabia Petrea dei Romani, che fin lì c'erano arrivati a piedi, tanto per cambiare, ma forse allora faceva meno caldo, suppongo, anche i beduini sembravano immobili nel tempo e non ti rincorrevano per convincerti ad affittare il loro ronzino. Io poi, non avevo mai messo le chiappe su un quadrupede che non fosse quello della giostra viennese e pensavo fosse roba semplice. Mi ci issai sopra con una certa agilità, dati anche i trent'anni passati da poco e percorrendo la spaccatura nella roccia, caracollavo sereno. Quando arrivammo alla fine e dallo squarcio spezzato e scuro, comparve all'improvviso la visione abbagliante di quelle colonne dorate che sembravano il set di un film, tanto erano perfette e inverosimili, ne rimasi così stordito da non accorgermi .che il mio tenero fondo schiena, non abituato a quel tipo di stravizi, si era a poco a poco abraso in maniera preoccupante, provocandomi una piaga da decubito di non piccola proporzione. Ma che magico gioco di specchi!


Quando esci da una spaccatura nella roccia e ti si apre uno scenario inaudito seppure così conosciuto. Ci entri e da lì rivedi come in un reload fantasy la stessa ferita nella parete di roccia da cui sei appena uscito. Una serie di sfumature di rosa continue dal pallido velo dei petali al più intenso rosso mattone. Esci da un mistero della natura ed entri in un altro mistero costruito e pensato dall'uomo, entrambi si guardano l'uno di fronte all'altro. Da un lato distingui le tacche dei costruttori issati a forza di braccia sulla parete quando ancora era vergine, dall'altro le corrosioni del vento e di un'acqua antica svanita tra le sabbie. Quale è più vera, quale completa l'altra? E' solo un gioco di pensiero che devi attenuare fino a farlo scomparire. Qui davanti non si deve pensare, soltanto guardare controllando l'emozione e neanche le senti, le chiappe spelate! Feci la strada di ritorno a piedi, mentre il cavallo se ne andò sogghignando al trotto leggero inseguito di corsa dal palafreniere, speranzoso di fare due servizi nella stessa giornata.


Cavalli e cavalieri



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lunedì 18 maggio 2020

Oasi perdute 14: L'Egitto di campagna a Dakhla


Cittadella di el  Qasr - Oasi di Dakhla - Egitto - agosto 1999


Ilmercato
Risalendo ancora verso nordovest lungo l'antico corso del Nilo, dopo altri 200 chilometri circa al di là di Kharga, arrivi a Dakhla, un'altra grande oasi tra quelle che compongono una sorta di collana di perle dall'alto fino al basso Egitto e che raccontano la storia di una paese rurale, lontano sia dalla scabra notorietà monumentale faraonica, sia dalla mondanità delle spiagge colme di vacanzieri ansiosi di esplorare le meraviglie delle barriere coralline e di nuotare tra le razze ed i barracuda. Anche questa, lunga quasi 80 chilometri, si differenzia dalle classiche oasi da cartolina, ma è un vasto territorio verdeggiante punteggiato di paesini immersi in una sonnolenta vita di campagna. E' un Egitto molto vero e di grande interesse, così distante dalla confusione della capitale e dalle torme del turismo organizzato. Noi eravamo ospiti nella casa del nostro amico e trattati come si dice a pappa e ciccia, con tutta una serie di donne, mamma, zie, sorelle e altro parentame vario che ci accudivano amorevolmente rivolgendoci ogni genere di consigli e suggerimenti in arabo stretto, ma ci capivamo benissimo. Tra minestre piccanti e stufati di montone, si andava al mattino a fare un giro negli orti di famiglia, su un carretto tirato da un asinello volenteroso, passando da un fontanile ad una sorgente, dato che nell'oasi ce ne sono oltre 600. 

La fabbrica dei tappeti
Naturalmente ci sono un sacco di cose da vedere girando tra i paesetti, oltre alla necropoli di el Muzawaka e alla splendida cittadella di el Qasr che domina tutta un'altura ed è costruita su un precedente accampamento romano, tanto per cambiare e se pensate che questi benedetti Romani, fin qui ci sono arrivati a piedi, direi che l'impero se lo erano meritati davvero. E mi risulta che siano arrivati ancora più a sud al confine con quella Nubia dalla quale già allora i popoli del sud spingevano per entrare in questo territorio che era Terra romana a tutti gli effetti, già allora evidentemente giudicata il paese della cuccagna se si vuol dar credito agli ostracon trovati in zona, cocci di terracotta sui quali gli aspiranti clandestini scrivevano messaggi cercando di corrompere le inflessibili sentinelle a guardia del confine e tentare di acquisire in qualche modo quello status di cives romanus, evidentemente ambitissimo a quei tempi e che i Romani stessi concedevano con larghezza e lungimiranza, avendo ben compreso che assimilare era l'unico modo per legare l'impero in un tutto unico e funzionante, cosa che ha garantito secoli di benessere a tutti. Continuammo a girolare per l'oasi per un paio di giorni, senza trascurare il bel tempio di Bair el Hagar e perdendoci tra le viuzze di Al Balat, un paesino delizioso, dedalo di vicoli da percorrere tra passaggi coperti e zig zag di angoli retti per raggiungere il minareto che indica il centro del paese. 

Case di al Balat
Di nuovo il magnifico stile costruttivo sudanese di terra cruda impastata con la paglia a costruire muri inclinati e tenuti insieme da pali di legno che fuoriescono dalla facciate. E poi il piccolo ma interessante museo etnografico e la fabbrica dei  tappeti con decine di donne al lavoro per i quali l'oasi è famosa. Ci accompagnava un ragazzotto, parente anche lui, che subito mi raccontò di quello che era il suo desiderio più grande, il suo sogno inespresso e cioè quello di avere un telefonino, di qualsiasi tipo, purchessia. Anzi se, quando fossi tornato a casa, potevo spedirgliene uno, anche rotto o malfunzionante che ci avrebbe pensato lui a farlo riparare, sarebbe stato l'uomo più felice della terra. Capite bene quali siano davvero nel nostro mondo i bisogni primari. Certo che era sempre agosto e la temperatura a metà della giornata superava i 42°C, e quando ci fermammo da un vasaio che aveva appena aperto un forno per estrarre una serie di orci e altri recipienti di terracotta, ci parve di essere arrivati all'inferno. Insomma per cercare refrigerio dovevi spostarti nelle zone ombreggiate e protette dove si svolgeva il mercato, che tuttavia anche col caldo era sempre piuttosto popolato. Tra le altre cose mia figlia, che aveva allora 13 anni, aveva una febbre fastidiosa, che, data la temperatura esterna, non riuscivamo neppure a misurare con precisione. Rimase quindi tutto il giorno nella penombra della camera più fresca accudita dalle varie zie che andavano e venivano con succhi di arancia, datteri, carcadé e altre squisitezze varie. D'altra parte l'ospitalità delle oasi è cosa nota.  

Il campo del vasaio


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