venerdì 20 luglio 2018

Etiopia 29 - Dal lago Margherita al lago di Awasa


Lago Margherita all'alba


Il Dorzé Lodge
Ormai sta scendendola sera. Scendiamo un poco di quota fino a raggiungere una spettacolare costa che emerge dalla foresta. Proprio davanti il lago Margherita (Abaya lake), scoperto durante la famosa spedizione di Bottego nel 1896 e così battezzato in onore della regina di Savoia, si stende in tutta la sua lunghezza a circa 1300 metri di quota. Il panorama da questo sperone roccioso che emerge tra gli alberi è davvero unico. Siamo su una balconata naturale attorno ai 2000 metri e la montagna scende scoscesa sotto di noi, tuttavia verdissima e coltivata negli spazi lasciati liberi dal bosco. Ai limiti degli spazi aperti, le capanne dei Dorzé, dalle quali emergono fili leggeri di fumo. La temperatura è scesa e le notti sono fresche in altura, ecco a cosa serve la tanta legna portata a spalle dalle donne che tornavano dai mercati. Poi un altro balzo e il dirupo si nasconde alla vista per riemergere più lontano in una striscia di piano, coperto di canneti, che arriva fino al lago. Al di là, catene di monti senza fine, che la luce che scende, rende cerulee per la distanza. Le nuvole coprono i rilievi trasformandosi talvolta in sottile nebbiolina umida che infradicia le ossa. L'albergo ricavato sull'orlo del dirupo ha una decina di bungalow spartani, ma rimanere su un'amaca a guardare questa vastità selvaggia è davvero emozionante. Chissà se il nostro grande esploratore nella sua spedizione alla ricerca delle foci dell'Omo, arrivò proprio da nord lungo questa collina, trovandosi di fronte alla vista di questo fantastico lago.

Marabù
Ne sarà rimasto stupito, ammirato o orgoglioso dell'essere arrivato fin qui, primo bianco nella storia, senza sospettare che neanche due anni dopo, proprio in queste terre avrebbe peso la vita? Che avventure, eppure sono passati poco più di cento anni e adesso qui ci arrivi in macchina e ti lamenti che è andata via la corrente e la birra non è fresca, anche se forse l'emozione però rimane uguale, impagabile e stordente. La notte è circondata dai rumori del bosco, ma è solo il chiarore dell'alba che ti sveglia. Le nubi sono più alte e leggere ed il sole dell'aurora colora di rosa la superficie del lago lontano facendo spiccare le sue tante isolette che ne punteggiano la superficie. Mi sarebbe piaciuto rimanere qui tutto un giorno a stordirmi di questa cartolina unica, guardando dall'alto il volo lento dei rapaci che ruotano sotto di me e quella piccola figura nera e lontana che traccia un solco arcuato nella terra scura con un aratro a chiodo, trascinato con fatica da uno zebù dalle grandi corna lunate. Inutile recriminare, il turista ha la condanna del programma da seguire e da eseguire, senza tentennamenti. Così si torna fino alla strada principale che costeggia il lago e tira decisamente verso nord. Traversiamo un territorio ben coltivato, la terra non è più rossa e sterile, ma di un bel colore scuro, grasso che promette quella fertilità così cercata e preziosa e che consente una vita meno vincolata ai morsi della fame e per questo più popolosa e contesa.


Pulizia del pesce
Ibis
Molti sono i piccoli insediamenti che costeggiano la strada, capanne semplici circolari col tetto di paglia a cono. Ormai ci avviciniamo ad un territorio più popolato e ricco di città più importanti. Anche le strade che si attraversano diventano più grandi e maggiormente curate. Il traffico è maggiormente intenso, oggi è domenica e sono parecchie le auto ed i mezzi di trasporto collettivi fino agli autobus di tutte le dimensioni che vanno verso la città carichi di gente, molti con bandiere e simboli di appartenenza. Il mistero è presto spiegato, come si capisce anche dalle magliette a colori verdi e gialli dei molti ragazzi appesi ai predellini dei pullman. Oggi è domenica ed infatti in città c'è una partita importante e tutti vanno a tifare la squadra del cuore. Qui il calcio è molto seguito, pare, e l'entusiasmo sportivo è un placebo sicuro che contribuisce in tutti i paesi poveri a riempire le pance e a calmare gli animi. Quando arriviamo ad Awasa è già pomeriggio. La città si stende davanti al suo lago omonimo con larghi spazi. Arriviamo attraversando viali di jacarande e siepi di bouganvillee colorate fino alle rive basse e paludose. Qui c'è un grande mercato del pesce, che i pescatori di prima mattina riportano a riva dopo essere rimasti sull'acqua tutta la notte. Una grande baracca di legno sembra l'antro di satana. Su larghi banconi vengono gettate le ceste del pescato, principalmente tilapia e pesci gatto, già suddivisi per tipologia e pezzatura.


Street food
Una schiera di ragazzi con coltellacci pesanti, aprono, squarciano, tagliano, sezionano. Da un lato secchi di interiora, più in là montagne di teste e poi le parti nobili, i filetti o i pesci interi già puliti che finiscono in altri contenitori e che i compratori ritirano. Tutto intorno una serie infinita di baracche ristorante che offrono zuppa e pesci fritti. Dai pentoloni ribollenti risale un fumo odoroso che nasconde la spessa broda dove galleggiano pezzi di polpa, lische, teste e molto altro. Sulle panche molta gente che pesca da scodelle ripiene. Ma la cosa più impressionante è la quantità di marabù che volteggiano intorno per poi planare sulla riva e partecipare all'orgia di un banchetto infinito che prosegue per tutto il giorno, pulendo accuratamente la montagna di scarti che si vanno via via producendo. C'è una puzza infernale di pesce marcio, mentre cerchi di farti largo tra gli uccellacci che zampettano tutto intorno per cercare i bocconi migliori, venendoteli a becchettare anche tra i piedi senza timori, anzi con una certa aggressività se non ti levi a tempo. Naturalmente i pochi turisti che arrivano fin qui sono oggetto di attenzione di chi si offre per lanciare pezzi di interiora ai macabri avvoltoi, che voltano in giro la testaccia rognosa, puntando il lungo becco verso le prede, per farli alzare involo e consentire foto maggiormente ad effetto. Ci sediamo ad un banchetto che offre pesci fritti croccanti. Meglio non guardare troppo il bidone dell'olio che sfrigola, d'altra parte lo street food è così di moda... Però in fondo non sono male, sarà pur vero che fritta è buona anche una ciabatta.


Ippopotamo
Meglio proseguire sul lungo lago, che infondo è anche un grande parco cittadino, frequentatissimo dalla gioventù locale. La città è anche sede universitaria e al pomeriggio, c'è davvero una gran massa di ragazzi e ragazze che passeggiano tra gli alberi, bevono e mangiano nei tanti locali o camminano mano nella mano, guardandosi negli occhi come tutte le coppiette del mondo. Prendiamo una barca per fare un giro lungo la riva appena fuori dell'abitato. La fauna avicola tra le erbe acquatiche che emergono alte, è imponente. Aironi di tutti i tipi, gruppi di pellicani starnazzanti e piccoli cormorani neri che asciugano le ali allargandole al sole della sera. Poi tra il canneti tante papere, svassi, magnifici ibis, cavalieri e oche del Nilo grasse e ciondolanti che cercano la riva. Minuscoli martin pescatori sbattono le ali rimando quasi immobili come colibrì a pochi metri dal pelo dell'acqua, poi d'improvviso, chiudono le ali e si lasciano cadere come missili sotto la superficie e riemergono dopo un attimo con qualcosa che guizza ben fermo nel becco, ingurgitandolo in fretta prima di mettersi di nuovo in posizione per ripetere l'operazione. Più avanti anche un bel gruppo di ippopotami immersi fino al collo, aspettano l'oscurità per risalire sulla riva a foraggiare. Ci passiamo giusto in mezzo e solo qualche maschio più nervoso degli altri emerge fino ad allargare le fauci minacciose prima di lasciarsi cadere pesantemente tra le acque, dopo aver rumoreggiato furiosamente. Troppa fatica per protestare ancora, gli altri lo guardano in tralice senza fare ulteriori cenni. Poi mentre scende il sole rientriamo verso l'approdo prima che la luce cali completamente.

Marabù

SURVIVAL KIT

Dorze lodge - Ad una trentina di km da Arba Minch, circa 10 km sulla pista prima di Chencha. In una posizione spettacolare. Circa 30 Euro per un bungalow spartano a 4/5 posti. Letti con zanzariere. Luce dalle 18 alle 22. Acqua corrente, fredda solo al mattino dopo le 7.  Cena a buffet, soliti spaghetti al pomodoro, injera, verdure e carne. Colazione con molta frutta. La vista sul lago è assolutamente spettacolare. Possibilità di fare una piccola passeggiata sulla cresta dentro il bosco fino ad un belvedere sulla valle. Magnifica l'alba. Un posto caro in proporzione al servizio, ma assolutamente unico nel suo genere e da non perdere. Di qui organizzano escursioni nei dintorni, trekking, visite ai villaggi Dorze e al mercato di Chencha (martedì e sabato), e al lago.
Ibis in volo

Awasa - Città sul lago omonimo a circa 250 km da Arba Minch. Da non perdere il mercato del pesce (ingresso 20 birr), meglio al mattino quando arrivano i pescatori a scaricare. Si può mangiare buon pesce fritto dalle bancarelle se vi fidate. Attenzione ai tanti agganciaturisti che si propongono per girare il mercato e lanciare cibo ai marabù. Cercate di non avere necessità della toilette, perché quella in zona è quasi inavvicinabile. Bella la passeggiata lungo lago con molti localini anche discreti. Qui c'è un piccolo imbarcadero col banchetto che propone diverse tipologie di giri in barca. Per un giro lungo di circa 2 h. bisogna prendere tutta la barca. Costo 500 birr dopo trattativa. Vale la pena e si vedono un sacco di uccelli e ippopotami.
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giovedì 19 luglio 2018

Etiopia 28 - I Dorzé di Chencha


Portare il fieno

Dik dik
Vedere coccodrilli al sole e ippopotami in acqua fa venire fame, quindi una sosta premiata in uno dei migliori alberghi di Arba Minch, è proprio quello che ci vuole. Un sacco di gente che mangia, segno che qui viene la parte più danarosa della città, ma soprattutto la migliore pasta al tonno che abbia divorato durante il viaggio. Mentre un sussiegoso cameriere mi porge il piatto, ecco comparire tra i tavoli del giardino due dik dik che si aggirano qua e là come cagnolini in cerca di cibo gentilmente offerto dai commensali. E' tutto uno sporgere subito pezzetti di pane e altro, ma le gazzelle mangiano il pane? Pare di sì, anzi rimangono lì in supplicante attesa, si fanno accarezzare, mostrando gli incisivi brucanti, come se ridessero, alla faccia della timidezza cronica con cui sono universalmente noti. Dik dik assolutamente domestici insomma, poi se ne vanno lentamente quando hanno capito che non casca più nulla dal piatto. Un buon caffè, bisognerà riparlarne prima o poi di questo argomento, fondamentale per l'Etiopia, e poi via verso la montagna, oggi saliremo piuttosto in alto. Una quarantina di chilometri tutti a curve di uno sterrato che alterna salite rabbiose a serpentine nella foresta, tra scarse radure di piccoli appezzamenti coltivati. E' piovuto da poco ed il terreno è piuttosto scivoloso, l'auto arranca un po' mentre si prende quota. L'abitato di Chencha si raggiunge dopo una quarantina di chilometri, ma l'altitudine raggiunta è di circa 3000 metri e l'aria, quando scendi dal mezzo è diventata subito frizzantina.

Trasporto legna
L'abitato costituito principalmente di baracche di legno e lamiera è sparso su una vasta area collinare tutti intorno, ma la parte più importante è decisamente il grande spiazzo all'aperto dedicato al mercato. L'area è affollatissima e completamente ricoperta di teli sui quali genti coloratissime offrono le loro cose. Gli spazi ristretti tra le merci sono ininterrottamente percorsi da una processione di persone che guardano, contrattano, comprano e si portano via le cose comperate o scambiate in grossi pacchi o cesti, sotto le braccia o sulla testa. Questa è la terra dei Dorzé, coltivatori delle montagne, che portano poi i loro prodotti in questo mercato bisettimanale, anche se quello del sabato è ilpiù frequentato. Un altro materiale molto scambiato, date evidentemente le temperature che a queste altitudini scendono di parecchio la notte, è la legna da ardere. Qui si rimane impressionati dai carichi che certe donne in arrivo dalle strade laterali, portano sulle spalle o sulla testa prima di arrivare al loro punto di raccolta dove viene scaricata sulle cataste che già fanno bella mostra di sé prima di essere ammucchiate per dimensioni e tipologia e offerta in vendita. Gli uomini e le donne che affollano la piazza hanno caratteristici cappellini rossi e gialli dai disegni complessi che esibiscono con orgoglio. Il rasta che ci accompagna in giro magnifica le merci in vendita e quindi tenta di farmi assaggiare l'alcol offerto negli appositi strambugi ai lati del mercato, una specie di idromele che dicono delizioso.

Patate di montagna
La gente appare comunque piuttosto cordiale e saluta al passaggio, in particolare i venditori di frutta, che offrono a piene mani, speranzosi di qualche affare. Sarei invece curioso di mangiare queste patate, che data la quota di coltivazione, devono avere caratteristiche speciali, si sa con la patata di montagna il gusto ci guadagna. Uscendo dal mercato e lasciando la cittadina, incroci file di donne che tornano verso casa, ormai siamo nel tardo pomeriggio, trascinando sulle spalle carichi dalle dimensioni impressionanti, anche se spesso si tratta solo di foraggio o di sterpaglie. Lungo la strada del ritorno si incrociano diversi sentieri laterali che portano a microscopici villaggi di poche capanne nascosti nel bosco. Entrare in un villaggio Dorzé è una esperienza quasi mistica. Ci si aggira tra capanne altissime fino ad una dozzina di metri, dalla forma globoidale, assolutamente inusitata; pare di trovarsi in un pianeta alieno. Le grandi costruzioni, pesantemente ricoperte dalle foglie essiccate di ensente, il falso banano, sono recintate da siepi di bambù ed ogni capanna ha una sorta di protuberanza anteriore che ricopre l'ingresso che le dà la forma di un gigantesco elefante, con due finestrelle a simulare gli occhi. L'interno è suddiviso in diversi ambienti, uno più largo per gli animali, che producono anche il riscaldamento necessario, in modo per così dire molto naturale, mentre nella parte anteriore ci sono piccoli spazi per gli eventuali ospiti. Più all'interno un ambiente comune e spazi per la famiglia; dappertutto sono appesi strumenti, recipienti, zucche, vassoi e masserizie varie.

Tessitore Dorzé
I letti sono rialzati per creare maggiore spazio. Nel cortiletto antistante un anziano è al lavoro nell'attività tipica di molti uomini Dorzé, l'uso di un telaio che pur essendo molto artigianale, è piuttosto complesso con molte possibilità di alternanza di movimenti dell'ordito. L'uomo maneggia con destrezza le trazioni con le dita dei piedi prima di lanciare la spoletta con grande velocità e precisione. Le donne invece filano soltanto il cotone necessario alla tessitura, che viene considerata un'attività esclusivamente maschile. I lavori di questa tribù, scialli, teli, coperte e stoffe colorate,  sono molto apprezzati nel paese per la complessità e la bellezza dei loro disegni, che si vedevano anche esposti al mercato. In generale gli adulti sono in giro nei campi che, debitamente terrazzati, coltivano con cura ed abilità. Producono cereali, sorgo, frumento, mais e tef, patate, ortaggi e fagioli ed anche tabacco, cosa che si nota dalle grandi pipe che tutti fumano, mentre fanno trattative nel mercato. Ma la cosa più nota e unica di questo popolo, che è quello che vive più a nord tra le tribù della zona dell'Omo, è la produzione di uno speciale pane, prodotto con una specie di farina ricavata dalle foglie di ensente. Un paio di ragazze ci mostrano come avviene l'operazione. Tutto si svolge nel cortiletto dietro le capanne, completamente circondato da alberi di falso banano.

Produzione del kotcho
La guida rasta
La ragazza, con una tavoletta di legno sfibra con cura le foglie ad una ad una, raccogliendo una pasta molle e appiccicaticcia che poi viene ammassata e sepolta in una buca del terreno, avvolta accuratamente in altre foglie, in modo che non sia sporcato dal terreno. Qui l'impasto fermenta per quasi un mese, poi viene estratto piuttosto indurito, sminuzzato in piccoli frammenti e quindi mescolato con acqua per formare un nuovo impasto con il quale viene allargata la consueta piadina (tipo quella dell'injera) che viene quindi cotta su una piastra direttamente sul fuoco, da entrambi i lati. La galletta che ne deriva, detta kotcho, viene quindi utilizzata come pane e mescolato a salse piccantissime a base di peperoncino e mangiata coi vari alimenti o anche col miele di cui i Dorzé sono grandi produttori. Naturalmente bisogna assaggiare il prodotto appena ottenuto, se no le ragazze si offendono e devo dire che col miele non è affatto male, soprattutto se subito dopo si butta giù, tra le ovazioni degli astanti ed una serie di oi oi oi, che incitano ad inghiottire senza pensarci troppo, un bel bicchiere di areké, una fortissima grappa di sorgo, fornita ad uso idraulico liquido. Per il tabacco purtroppo non fumo e quindi non posso concedermi questa esperienza, anche dietro pressante insistenza. Alla fine uno sciallino bisogna pure comprarglielo, dopo che si sono smazzati a a farci girare tutta la loro casa e tutto il resto. Gente tutto sommato molto simpatica e per niente aggressiva. E' ora quindi di salutare e di andare a trovare un tetto per la notte.


Capanna Dorze
SURVIVAL KIT

Ristorante Tourist Hotel - Main street Arba Minch -  In un bellissimo giardino con i dikdik che pascolano liberi. Buon servizio, soprattutto piatti validi, sicuramente i migliori mangiati durante il viaggio. Prezzi più o meno come dalle altre parti, forse un po' più cari vista la location. Pesce (120 birr) e ottimi maccheroni al tonno (70 birr). Birra alla spina ottima 12 birr. 


Il mercato di Chencha

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Tavolino

martedì 17 luglio 2018

Etiopia 27 - Sul lago Chamo


Flamingo in volo

Pescatore
Le rive del lago Chamo, come quelle della maggior parte dei laghi africani sono completamente deserte; la presenza umana non si avverte; nessuna costruzione è visibile, neppure qualche sparsa capanna. Di norma l'uomo quaggiù non costituisce gruppi abitativi vicino all'acqua. E' troppo pericoloso. La superficie liquida, seppure così ammiccante e tranquilla rappresenta sempre una sorta di trappola, sovente mortale. Animali pericolosi di ogni genere popolano le rive di fitti canneti e nascondono ogni genere di insidie, che si celano sopra o sotto la superficie e quando questi non sono presenti, altre minacce esistono anche quasi invisibili, zanzare, moscerini, altri minuscoli esseri viventi a loro volta portatori di parassiti quasi sempre mortali. Ecco perché i centri abitati, anche piccolissimi, sorgono sulle alture collinari, nel tentativo di avere quantomeno la protezione della distanza dalle grane più grosse. Questo rende i laghi africani particolarmente affascinanti e li avvolge di un'aria di mistero che la presenza umana intensiva rovinerebbe senza rimedio. Invece questo senso di estraneità, di pianeta disabitato, di eden primordiale li carica di una malia avvincente che attira in maniera morbosa. Il Chamo non fa eccezione. Ci vuole almeno una mezz'oretta di macchina per scendere da Arba Minch e raggiungere un piccolo imbarcadero nascosto tra le erbe alte. 

Segnali stradali
Un cartello arrugginito, issato su un palo che sta per cadere, recita: Nech Sar National Park ed è il solo segnale che ti lascia capire di essere ormai all'interno di questa area piuttosto selvatica su cui sopravvivono alcuni insediamenti di Oromo e di Kore, piccoli agricoltori e pescatori che da circa mezzo secolo, vengono alternativamente cacciati dal parco per proteggerlo, quando era stato creato o riammessi perché lo proteggano meglio essi stessi, avendo un qualche interesse economico a gestirne il pur scarsissimo flusso turistico. In ogni caso le rive del lago, completamente ricoperte di fitta vegetazione acquatica sono diventate un rifugio per un gran numero di specie avicole. Nel fitto del bosco che cresce sull'istmo (il cosiddetto ponte di Dio) che lo separa dal suo vicino e gemello Abaya, vivono, poco visibili, gruppi di antilopi, kudu, gazzelle di Grant e dik-dik e qualche mandria di zebre delle steppe, anche piuttosto numerose, vista la scarsità di nemici naturali. Vicino alla riva, dove le acque non sono ancora profonde passano quasi l'intera giornata gruppi di ippopotami, in attesa del calar della notte e della temperatura, per risalire nelle erbose radure retrostanti a foraggiare la gran quantità di materia verde che è necessaria ogni giorno al loro sostentamento. Ma la cosa più notevole del luogo è il grande numero di coccodrilli del Nilo, di grandissime dimensioni anche oltre i cinque metri, che passano la giornata nel fango delle sponde, tra canneti e massa verde marcescente o rimanendo col gigantesco corpo seminascosto sotto il pelo dell'acqua da cui emergono solo narici ed i globi dei gialli occhi sporgenti, in attesa della possibilità che qualche vittima passi incautamente nelle vicinanze. 

Airone maggiore
La nostra barca prende il largo con calma, muovendosi leggera sulla superficie liscia sulla quale la completa assenza di vento non provoca la minima increspatura. Saliamo verso nord, scorrendo la costa sulla quale la vegetazione diventa sempre più impenetrabile. Al di là del leggero scoppiettare del nostro piccolo motore, non si sente il minimo rumore. Poi, dietro una ansa appena accennata avverti uno sguazzar di ali e zampe. E' un folto gruppo di pellicani bianchi che litigano per uno spazio sul microscopico spazio di terraferma lasciato libero dalla vegetazione. Alzano al cielo i grandi becchi gialli mostrando la membrana del collo gonfia e ciondolante, Il loro gragra riempie l'aria tutto attorno e quasi non fai caso a quella specie di tronco la cui ruvida corteccia galleggia appena sul pelo dell'acqua blu scura. Poi, mentre la barca compie un piccolo spostamento per passargli ad una certa distanza, capisci che non si trattava di un albero marcio alla deriva, caduto per caso nelle acque, ma di un grande coccodrillo, di certo più lungo del nostro guscio, che, pur essendo di metallo, non sarebbe certo contento di ricevere una bella scodata di fianco. Si muove lentamente, quasi non scorgi le iridi gialle degli occhi semichiusi. Quella che avevi scambiato per ruvida corteccia sono le scaglie grandi del dorso, di un mimetico color verde marrone che lo confonde nell'acqua bassa. Procede molto lentamente tanto da sembrare immobile, eppure si sposta adagio a poco a poco allontanandosi da noi e procedendo verso riva come davvero fosse un tronco spinto dalla corrente. 

Il pasto dell'aquila
Lontano, quasi in mezzo al lago, una sagoma piccina manovra una lunga canna infilandola nelle acque per spingere una sorta di zattera fatta di tronchetti e fasci di canne. E' l'imbarcazione di un pescatore che va a gettare un corta rete nelle acque più profonde. Sembra che i coccodrilli ne rovescino una decina all'anno di questi barchini, divorandosi allegramente il pescatore che sta in bilico su di essi. Tra le erbe della riva emergono grandi alberi morti con i rami rinsecchiti che si levano al cielo come dita scheletriche in cerca di salvezza, su cui si appoggiano enormi aquile pescatrici dalla testa bianca, qualcuna intenta a divorarsi un pesce che ancora guizza, trattenuto tra gli artigli, mentre di tanto in tanto con il rostro ne stacca un brano quasi con rabbia, prima di inghiottirlo con un rapido movimento verticale del collo che scompiglia le penne. Intanto con l'occhio severo continuano a controllare il territorio circostante, quasi a sorvegliare chi passa. Più in basso aironi bianchi altissimi allungano il collo verso il cielo e piccole egrette stanno immobili tra i canneti. Un picchio marrone saltella tra le rocce in cerca di qualche tronco da scavare. La barca procede lenta fino ad arrivare ad una lingua di terra scura che emerge dall'acqua scendendo da una proda ripida e come scavata da qualche pioggia battente che ha tolto il terreno anche tra le radici dei tronchi più vicini all'acqua, come per cercare di scalzarli via e richiamarli a sé in un abbraccio mortale. 

Airone cinerino e coccodrilli
La lingua nera è coperta di corpi giganteschi immobili. Sono coccodrilli grigi, almeno una decina che giacciono immobili al sole. Paiono come imbalsamati, uno con la bocca spalancata verso l'alto, addossati gli uni sugli altri, con le lunghe code rostrate che si incrociano. In mezzo, altrettanto immobile, un airone cinerino rimane con lo sguardo fisso al cielo, come se, capitato in quella compagnia per caso, non volesse farsi notare, mostrandosi come un oggetto inerte e non degno di attenzione. Non si sente il minimo rumore. Anche la nostra barca, a motore spento rimane immobile a far parte del quadro, in una situazione irreale. Dopo un tempo che appare lunghissimo, uno dei rettili ha un leggero movimento della cosa e continuando a mantenere gli occhi chiusi, si muove dapprima impercettibilmente poi con uno scarto più lesto e scivola verso il fango un poco più liquido come lasciandosi andare verso l'acqua. Dopo un attimo scompare sotto la superficie, forse è sotto di noi. Ci allontaniamo allora a bassa velocità quasi di soppiatto senza farci notare. Tutto il resto del quadro rimane identico, immobile. Procediamo verso riva. In una grande ansa si sentono movimenti scomposti. Un branco di ippopotami, sta immerso nelle acque circostanti, occupando completamente un largo spazio. Ce ne sono almeno una ventina visibili. Anche questi mostrano soltanto occhi e narici sulla superficie, ma di tanto in tanto qualcuno emerge con il testone girandosi intorno per far notare a tutti che ci tiene a non essere disturbato. 

Ippopotami
Poi se qualche suo compare è sconsideratamente troppo vicino, allarga la bocca mostruosa mostrando i dentoni al malcapitato. Ruggisce (non so come si dica il suo rauco berciare, ma fa un chiasso infernale), guadandosi intorno con occhio cattivo. E' una minaccia inequivocabile, vattene fuori dai piedi che questo è il mio territorio, poi si alza ancor di più fuori dalle acque, porge con sussiego le terga alla comunità ed emette una nuvola di sterco semiliquido che ruotando velocemente il corto codino come una pala di girandola, spruzza tutto intorno per dare chiara dimostrazione di essere l'unico accreditato ad occupare quella porzione di territorio. Poi chiarita la posizione di chi comanda, si riimmerge, offeso e con disdoro nelle acque del lago. Le madri con il piccino, che poi piccino non è proprio, ma grosso come un vitellone della coscia, stanno alla larga, inutile cercarsi grane coi maschi prepotenti o, soprattutto per proteggere la prole. Stiamo alla larga anche noi, anche se staresti a guardarli per ore, d'altra parte sembra che gli ippopotami, assieme ai bufali siano gli animali africani più pericolosi in assoluto. Sfiliamo ancora lungo la riva, dove altri coccodrilli si infrattano, nascondendosi tra il fango e tra i tronchi marcescenti. Poi è ora di risalire sulla terraferma. In alto all'orizzonte una lunga fila di flamingos ruotano incerti sul luogo dove ammarare. Il lago, dietro, adesso sembra davvero deserto.

Picchio


SURVIVAL KIT

Lago Chamo e il suo parco - A pochi chilometri da Arba Minch, occupa tutto l'istmo tra i due laghi. L'escursione più semplice è quella di un paio d'ore che si svolge con dei barchini di metallo abbastanza sicuri. Vengono organizzate senza problemi dai vari alberghi. Più complicato girare sulle piste interne del parco molto fangose e selvatiche. Merita assolutamente per questa sua caratteristica di luogo spopolato e solitario.

Aquila pescatrice in volo



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lunedì 16 luglio 2018

Etiopia 26 - Arba Minch

Lago Chamo


Arba Minch significa 40 sorgenti ed è una cittadina posta in una invidiabile posizione su una specie di balconata naturale su un istmo che separa i due laghi di Chamo e di Abaya, detto anche lago Margherita, due splendidi specchi d'acqua che fanno parte di quella serie che prosegue lungo tutta la parte nord della Rift valley, come una meravigliosa collana di perle azzurro cielo, che sa adornare della sua bellezza un territorio altrimenti selvatico e misterioso come solo la terra d'Africa può offrire.  E' un punto di sosta davvero gradevole lungo la strada che riporta verso Addis Abeba e che invita a rimanere a lungo, per riposarsi delle fatiche di un viaggio tutto sommato piuttosto faticoso. Questa in effetti, grazie al clima gradevole ed alla posizione naturalmente favorita, è un luogo scelto da molti per fare una pausa e per questo la presenza di alberghi e di soluzioni per la notte è abbastanza ricca e per tutte le tasche. La presenza di molta acqua, come si evince dal nome, rende la cittadina fresca e piacevole anche alla vista e quasi ogni albergo ha giardini a disposizione dove sostare per tirare un po' il fiato. Nel nostro Forty Spring puoi dunque accasciarti, per riposare la schiena piagata da chilometri di piste malagevoli e berti una birra sotto alberi fronzuti di grandi dimensioni e puoi anche rimanere ore soltanto per osservare le centinaia di uccelli gialli che costruiscono nidi senza sosta.


Vanno e vengono con minuscoli stecchi nel becco e poi con grande cura, li sistemano per arricchire le future abitazioni, rendendole sempre più grandi ed accoglienti, prima di cominciare i rituali nuziali di accoppiamento. Le femmine, dal piumaggio meno sgargiante sostano in disparte in sussiegosa attesa che i maschi abbiano finito il lavoro grosso per poi scegliere quello che ha saputo fare meglio. Insomma un atteggiamento abbastanza comune in tutto il regno animale, tanto per dirne una. Facciamo un giro per le strade del paese, tutte ancora rigorosamente in terra battuta, fino a raggiungere la balconata che dà sul lago. Sullo sfondo ciclopiche costruzioni, in via di completamento anche se pare che i lavori siano fermi; non si capisce bene se siano impianti sportivi, palazzetti o gigantesche hall per pubbliche manifestazioni, ci dicono comunque trattarsi di opere ordinate da politici locali con intenti celebrativi, chi sa, forse elettorali, tutto il mondo è paese. A fianco, uno degli alberghi più noti il Bekele Molla, il cui bar è frequentatissimo grazie alla sua posizione che permette di godere di una vista assolutamente spettacolare dei due laghi sottostanti. Sedersi, sotto gli alberi alla balconata bevendo una birra ghiacciata ed aspettare il tramonto non ha prezzo; anzi veramente ce l'ha e per l'Etiopia direi anche piuttosto alto, ma davvero questo spettacolo, tra babbuini e facoceri che pascolano liberi attorno, ha pochi uguali.


Evidentemente non siamo in alta stagione, né in un periodo di festa, perché oltre a qualche romantica coppietta che si gode la vista facendosidue coccole, l'albergo è davvero semideserto. Il Chamo, che qui viene detto la tazza da thé più grande del mondo, appare come un grande tondo dalla superficie immobile che man mano scende la sera, prende un tono ambrato, via via più brillante, fino a diventare oro puro liquefatto in un crogiolo gigante, pronto per lafusione da parte dei titani dei gioielli degli dei nascosti di questa terra fatata. L'Abaya, più lontano, appare come un dipinto di quei paesaggi immaginari che solo gli angoli segreti della mente sanno popolare di animali sconosciuti ed esotici. Le montagne attorno formano una quinta naturale, quasi a voler racchiudere un ennesimo Jurassic park, questa volta non più immaginario, ma ben vivo e reale. Il tutto in una atmosfera di silenzio immoto in cui nulla sembra muoversi e nel quale anche le scimmie sgranocchiano i loro resti senza fare rumore, per rispetto all'ambientazione. Davvero sembra di essere in un set de La mia Africa e voglio aggiungere altro per non turbarmi questo ricordo ineguagliabile. Tornare in hotel è una fatica mentale, vorresti rimanere lì più a lungo anche quando è scesa la sera ed i coni delle montagne sono diventati soltanto silhouette nere e la luce della luna, filtrando tra le nubi, saltella sull'acqua in un baluginare quasi artificiale e creato ad arte, per stupire lo spettatore.


Ricoverarci nel nostro albergo, anche se poco lontano, diventa così una fatica, trovarci qualche cosa di mangiabile ancora di più. Bisogna proprio dire che l'esperienza gastronomica etiope, in particolare nelle sistemazioni turistiche mette a dura prova anche la migliore predisposizione. Devo confessare che raramente mi sono scontrato con una sedicente bistecca così coriacea e faticosa da scalpellare, per non parlare degli spiedini di pollo, così rinsecchiti da non poter essere masticati. E dire che l'attesa di quasi due ore per avere il piatto sembrava fatta a bella posta per mettere nelle condizioni l'avventore di trovare buona qualunque cosa gli fosse stata messa dinnanzi. Alla fine non rimane che consumare la frutta provvidenzialmente approvvigionata lungo la via. Comunque anche questa è l'Africa e non siamo certo qui per trovare piatti gourmet. Fatti contenti da questo ragionamento consolatorio non rimane altro che raggiungere le silenziosissime stanze per la notte. Anche gli uccellini operosi hanno cessato di volare avanti e indietro con i loro materiali da costruzione ed a quest'ora sicuramente riposano. Domani ci aspetta un contatto diretto con il Nechisar National park e la fauna del lago, per cui, ben protetti da una provvidenziale zanzariera è ora di coricarsi e spegnere la luce; ah, dimenticavo che a quest'ora va via da sola.


SURVIVAL KIT

Arba Minch - Città di circa 100.000 abitanti posta sulla nazionale che porta dall'Omo ad Addis, comodo e ben sserito punto di sosta. Molti glialberghi ele sistemazioni per tutte le borse per cuiavrete solo l'imbarazzo della scelta. Qualcuno si ferma più giorni per godere dei parchi naturali posti intorno ai due vicini laghi vulcanici, che consentono vari tipi di escursioni che tutti gli hotel organizzano.

Forty  Spring Hotel - Sheicha - L'hotel, di tipo economico, è molto datato e avrebbe bisogno di una buona ripassata e messa a punto. Camere normali ma un po' male in arnese conii vari difetti della mancata manutenzione. Tuttavia tranquillo e senza rumori. Bel giardino dove si può stare al fresco tra gli alberi. Ristorante pessimo, due ore di attesa per piatti di carne quasi immangiabile (tra i 150 e i 200 birr). Questo lo sconsiglierei decisamente. Wifi praticamente non funzionante. 

Bekele Molla Hotel - Apparentemente doveva essere un hotel di standard elevato, ma attualmente sembra completamente decaduto e avrebbe bisogno di una forte ristrutturazione. Noi abbiamo frequentato solamente il bar, buon servizio e soprattutto vista spettacolare sui laghi di fronte. Consigliato venire qui a godersi il tramonto bevendosi una bella birra ghiacciata.




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