giovedì 23 maggio 2013

Haiku nuvoloso.





Morbide gemme.
Risalendo la Valle
bramo l'estate.



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Tarda primavera.

mercoledì 22 maggio 2013

Mì shū.

mì shū

Accidenti, ma come sono complicati questi cinesi. Secondo la nostra linea di pensiero hanno proprio una mentalità distorta e farraginosa. Ma sarà poi vero? Giudicate voi. Vi propongo oggi l'esame di una parola apparentemente semplice e vedrete quali arzigogoli di ragionamento dovremo fare per arrivare a spiegarne la complessità degli ideogrammi che rappresentano il concetto. Partiamo dal secondo carattere, per fortuna molto semplice: Shū - 书 , che significa Libro. Si vede chiaramente la serie delle pagine, piegate da una parte, con un bel segnalibro che immaginiamo rosso, il colore della bellezza, che le attraversa e la piccola gocciolina in alto a destra, forse a indicare il polpastrello che gira le pagine stesse. (In realtà qui ho volato di fantasia, in quanto, quando è stato creato il carattere, i libri erano sotto forma di rotoli e quindi meglio si attaglia una descrizione del bastone verticale centrale attorno a cui i rotoli stessi erano arrotolati e le due linee orizzontali con voluta, simboleggiano proprio due giri avvolti, mentre il segnetto potrebbe essere un prezioso sigillo di chiusura. Ma veniamo al primo carattere. Di norma questo è parte di una parola moderna bisillabica, Mì Mì - 秘密, i cui due caratteri, il primo composto di due ideogrammi più semplici, il secondo da tre, più o meno dallo stesso significato, si rafforzano l'un l'altro per meglio chiarire il concetto. 

Veniamo al primo. Il radicale di sinistra (quello che serve a fare la ricerca sul dizionario), da solo si pronuncerebbe Hé - 禾 -Pianta di cereale, di riso. Il segno orizzontale è la linea del suolo, sotto ci sono le radici, la verticale è lo stelo e sopra si vede la spiga, graziosamente chinata perché ormai matura, pronta a diventare cibo essenziale, spesso unico, in Cina, ecco perché in questo segno è racchiuso anche il concetto di importanza, cosa senza la quale è impossibile vivere. Il secondo Bì - 必, è un cuore (si vede la forma dell'organo con le tre goccioline di sangue sopra) cancellato, barrato da un segno diagonale tracciato con forza, come a voler dire che bisogna scordarsi dei sentimenti, dimenticarli e infatti significa: Obbligo, dovere, necessariamente, essere obbligato a, bisogna che (notate sempre che ogni segno rappresenta un concetto mentre sono labili i confini tra forma verbale, sostantivo, avverbio che separano invece i vocaboli nelle nostre lingue). Dunque l'unione dei due caratteri semplici in un unico ideogramma rappresenta il concetto di dovere obbligato, senza possibilità di trascuratezza. Il secondo carattere (Mì - 密) è formato da tre caratteri semplici sovrapposti. Sotto la montagna, disegnata con una base e tre picchi, in mezzo di nuovo il nostro Bì - 必, Obbligo, entrambi sotto un Tetto, che si vede bene, raffigurato da una copertura orizzontale, due ripari laterali e il segnetto in mezzo, il colmo del tetto stesso. 

Dunque Un obbligo pesante come una montagna da mantenere al riparo, nascosto. Assieme al primo carattere, Mì Mì - 秘密: Ciò che di importante si deve necessariamente mantenere protetto e nascosto: dunque Il Segreto! Anche la pronuncia di entrambe le sillabe con il quarto tono discendente, breve e secco contribuisce al concetto di parola pronunciata in fretta, che nessuno la senta. E torniamo alla nostra parola iniziale, in cui per brevità e concisione si elide il secondo Mì,  facendo così rimanere solo Mì Shū - 秘书: Si leggerebbe dunque il Libro dei segreti, ma in realtà significa Segretario! E infatti cosa non è questa figura se non il depositario di tutte le carte più segrete e nascoste del suo superiore, quello/quella che a un cenno del capo, corre nel suo archivio e tira fuori quella famosa carta che nessuno deve vedere e che ben custodisce, quello/quella tenuto alla più stretta riservatezza su tutto quanto riguarda l'ufficio e che tutto conosce, anche quelle cose che magari il direttore non ricorda più bene o trascura. Che contorsione di pensate, direte voi. Ma, un momento, badare che anche in italiano, la parola Segretario arriva dalla stessa fonte, il latino Secretum, dunque il cerchio si chiude, forse la testa degli uomini anche se nascono così lontani gli uni dagli altri, sotto un altro cielo, non è poi così diversa.


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martedì 21 maggio 2013

Il salice ritorto.

Ormai è un tarlo fisso. Ogni volta che lo chiamano e se ne va in giro sulle carrarecce fangose, tra queste colline piemontesi che l'autunno colora di rosso e la primavera riveste di tutte le sfumature del verde, cerca quella concentrazione assorta che in fondo non sa descrivere a chi gliene chiede spiegazione e che forse non è altro che un'assenza di pensiero, un lasciarsi andare al contatto con la terra, l'unire il proprio essere a qualcosa di più grande a comprensivo, ma quell'idea ansiosa non lo lascia mai, turbandone la tranquillità necessaria alla ricerca e ad ogni anno che passa diventa più forte ed imperiosa. A chi passare il dono. A Giuseppe, che tutti in paese chiamano Pinotu, lo aveva passato la zia, tanti anni fa in una afosa mattina d'estate, quando le spighe nei campi erano ormai rosso bruciato e gridavano la voglia di essere raccolte, falciate, affastellate in covoni a completare la loro agonia nei campi riarsi. Era vecchia, zia Manin, o forse, lo sembrava soltanto, così curva nei suoi vestiti neri e lunghi, come portavano allora le donne nei paesi più isolati, i capelli grigi raccolti a chignon e la pelle rugosa, forse per il sole feroce delle campagne, forse perché parlava poco con tutti. Viveva sola da quando erano morti i vecchi ed i fratelli si erano sposati ed aveva tutte le caratteristiche per avere il dono, anche se nessuno sapeva davvero chi glielo avesse passato. Era nata settimina intanto e poi non si era mai sposata, non aveva mai conosciuto uomini e questo la rendeva adatta al compito. 

Così, senza che nessuno ricordasse come la cosa si era risaputa, quando serviva, venivano a chiamarla anche da lontano. Lei si metteva un pastrano pesante se faceva ancor freddo e tirava quel vento da neve dall'alta valle o così com'era se era ormai estate, saliva dietro sul biroccio, lasciandosi portare sul posto dal dondolio lento del cavallo, senza lamentarsi dei sobbalzi dei sentieri segnati dai passaggi precedenti. Arrivati, guardava il cortile o il campo e i suoi occhi azzurri si perdevano quasi all'orizzonte, lontano come se cercasse qualcosa nell'aria, poi tirava fuori da sotto il grembialone bigio, un ramo di salice sottile, e cominciava a camminare lentamente, tenendo allargata con le due mani la biforcazione della forcella. Sembrava odorare l'aria o qualcosa di più profondo, muovendosi senza mai parlare, fino a che non si fermava di colpo e il rametto tra le sue dita sembrava prender vita propria e si torceva con forza verso il basso, prepotente ad indicare imperiosamente qualcosa. "A l'è sì ch'à iè l'aqua" diceva allora con forza insospettata in quel corpo magro e all'apparenza fragile, pronunciando le parole nettamente come se non ci fosse possibilità di disaccordo. Una verità inoppugnabile da non discutere. Così mentre cominciavano a scavare il pozzo se ne tornava a casa, e dopo un po' l'acqua invariabilmente saltava fuori. Certo i maligni dicevano che in tutta la zona, la falda era a una ventina di metri e l'acqua c'era dappertutto. 

Sarà, ma intanto se si doveva fare un pozzo, nessuno si sarebbe sognato di cominciare a scavare senza avere prima l'assenso di magna Manin. Quando passò il dono al nipote, in quella estate lontana, non ci furono annunci, ma non si sa come, la voce girò in un attimo e da quel momento tutti sapevano che bisognava andare a chiamare Pinotu per avere il servizio. Da quel momento Manin, la videro in pochi, solo quando andava a messa la domenica mattina presto, poi, scivolava via quasi senza farsi vedere e spariva nella grande casa vuota in fondo al paese. Morì poco dopo. Pinotu ha fatto il suo dovere per tanti anni, anche lui non si è mai sposato e l'acqua l'ha sempre trovata, anche se adesso bisogna andare molto più giù per farla saltar fuori. Sarà che quando lo chiamano al telefonino, ne ha uno vecchio coi numeri grandi, perché non ci vede più tanto bene, che gli ha regalato il fratello, prende la sua vecchia Simca 1000 per andare sul posto, di birocci col cavallo ormai non ce ne sono più. Lui è un po' più chiacchierone, è sempre stato di carattere gioviale e gli piace rassicurare chi lo chiama: "Sta tranquil, ch'à la truvuma l'aqua" dice sempre prima di cominciare. In verità lo chiamano più per tradizione che altro, magari per non dispiacere ai vecchi, sembra che porti male scavare il pozzo se non lo chiami prima di cominciare. Ma da un po' di tempo Pinotu si è messo in cerca di qualcuno a cui passare il dono. 

Pare l'abbia individuato in un nipote, un ragazzo abbastanza giovane che vive vicino a lui, Angelo, forse anche il nome ha la sua importanza. Quando va a mangiare da lui, nel pomeriggio, lo porta nel campo dietro casa, gli mette in mano il ramo di salice e lo fa camminare lentamente qua e là. Ma zio, non sento niente, come devo fare? "Sta tranquil, Angilìn, pensa nèn, camina piàn, che po' t'la senti l'aqua ". Angelo gira un po' di qua e un po' di là con l'aria dubbiosa, poi rientrano assieme in casa, lui con gli occhi abbattuti e quasi infastidito da questi continui fallimenti. Pinotu invece non demorde, forse sente qualcosa di più, avverte potenzialità ancora nascoste da coltivare. D'altronde rabdomanti si nasce non si diventa. Forse è difficile portarle allo scoperto, sarà il disturbo dell'smartphone, che Angelo tiene sempre in mano o lo schermo al plasma, che occupa tutto lo spazio sulla credenza, dove una volta c'erano i piatti di peltro della nonna, o forse sarà perché Angelo è già sposato, con una di città per di più, anzi ha addirittura un figlio, che quando lo zio tira fuori il ramo di salice, scappa di là e tira fuori la Playstation.


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lunedì 20 maggio 2013

Salone del libro 2013.


Si chiude oggi, quindi chi c'è, cè. tanto per dirne una. Ho finito per andarci sabato con acqua a catinelle, tanto per scegliere un giorno giusto. Bene, sotto la pioggia battente, c'erano 10 file gremite di quasi un'ora alle biglietterie, di gente, in massima parte giovane, che armeggiava continuamente su e-reader e tablet, che aspettava chiacchierando il turno di versare 10 euro per entrare a vedere una fiera di bancarelle piene di volumi. Ma allora forse non è vero che con la cultura non si mangia, che i libri sono morti o comunque destinati all'estinzione, che i ragazzi non leggono a giocano alla playstation e stanno su facebook tutto il giorno. Alla fine se non sbaglio, ci passerà molta più gente che alle varie fiere dell'elettronica piena dei gadget più accattivanti e divertenti che si possano pensare o alle sagre di banchetti strabordanti cibi biologici e teodinamicizzati, (garantiti no OGM) e farciti di fuffa, pur dai colori così marketizzati e accattivanti. Bisognerebbe rivedere certi luoghi comuni che abbiamo in testa. Comunque per i larghi corridoi facevi fatica a farti largo tra la gente e, i vari appuntamenti e presentazioni, erano gremiti di persone; posti in piedi dappertutto. Code davanti agli autori per far autografare i volumi appena comprati e alla fine tutti se ne vanno a casa con qualche libro nella sporta. L'occasione comunque è stata colta per poter istituzionalizzare un minincontro di blogger, che mi ha consentito di incontrare direttamente Juhan del Tamburo, (da cui frego una foto) cosa che alla fine a noi anziani che abbiamo ancora una stonata nostalgia del reale in contrapposizione al virtuale, fa molto piacere. Speriamo in un prossimo appuntamento di essere molti di più. (Anche se sono darwinianamente perplesso.)


Foto benignamente concessa da Juhan



venerdì 17 maggio 2013

Il Bar Baleta: Slim.

Slim il piccolo - (gent. concessione Gino "Baleta" Gemme).
Il nostro bar era comunque una accozzaglia di alessandrini purosangue e come si sa, questa è per sua natura brutta gente. Gli insulti della storia li hanno fatti così, una città di frontiera, senza difese dove passavano gli eserciti, così si è dovuti forzatamente diventare, furbastri, infidi e cattivelli (al soldato nemico non opporti, ma, acquattato tra i cespugli, attendi il passar degli ultimi ed il più debole colpisci con la marra, ma in testa, per non rovinar la giubba, così si consigliava nel "Regalo del mandrogno" libro storico locale degli anni '40). Siamo sarcastici, criticoni, incostruttivi e amanti della burla cattiva e feroce. Però in fondo, per quanto spietato, lo scherzo si fa alle persone che consideri ed alle quali vuoi bene (chissà a quelli a cui vuoi male, direte voi). Così il bar era teatro di continui sfottò e di scherzacci  piuttosto pesanti, alcuni anche studiati a lungo dai Senatori, il gruppo di potere, dato dall'anzianità di frequenza e dal rispetto dovuto al carisma dei personaggi stessi. Dopo che Angelo, l'aiuto barista, si era pensionato per darsi al 100% al ciclismo della terza età, era subentrato, come si usava una volta nelle aziende, il figlio, detto Slim, giovane ed ingenuo sebbene, bravissimo e volenteroso. Come tutti i neo assunti, la sua gavetta consistette nel sottostare soprattutto alle angherie nonnistiche ed ai lazzi a cui era sottoposto dagli abitué del bar. Ad un certo punto, visto che il ragazzo cominciava a sopportare le prese in giro con una certa nonchallance e sembrava essere ormai entrato a pieno titolo nello spirito del bar, il gruppo degli anziani, decise di sottoporlo alla prova suprema. 

Lo scherzo crudele. Cominciarono a girare nel bar strane voci, di clienti che si lamentavano della sua scarsa efficienza e delle sue capacità di servire con i dovuti modi i vari clienti, soprattutto quelli più importanti. Gino avallava la cosa confermando con sguardo grave che le lamentele crescevano di giorno in giorno e che i clienti cominciavano ad essere davvero irritati e premevano perché si facesse qualche cosa, per non macchiare il lustro e la storia del bar. Slim un po' turbato, si affannava nel tentativo di esaudire i desideri più strani e anche palesemente vessatori degli avventori, quando arrivò strisciante la notizia che c'era un ragazzo di eccezionali capacità, un barista dal curriculum eccezionale, che aspirava al posto, tale Raf. Ogni volta che il povero Slim, sempre più preoccupato, girava per la sala a portare vassoi di caffè e passava di fianco ad un tavolino di giocatori di carte, allungava l'orecchio e sentiva inequivocabilmente che si stava parlando delle indiscusse capacità di questo Raf, mentre gli astanti subito si zittivano quando lui arrivava, posando le tazzine sul tavolo, subito criticato perché non le aveva posizionate bene, infastidendo i giocatori. Se passava nella sala biliardi, subito sentiva accenni alla grande simpatia ed efficienza di Raf, mentre tutti cambiavano discorso mentre, con gli occhi bassi, posava biglie e ometti sul panno verde. 

La cosa andava avanti da un paio di settimane, quando un gruppo di clienti di peso si presentò da Gino in maniera ufficiale, mentre il povero Slim era affaccendato a sistemar bicchieri e pareva non sentire, chiedendo che il malcapitato fosse sostituito definitivamente per scarso rendimento, alla faccia dell'articolo 18. Gino con la faccia scura decise che le cose dovevano avere una loro ufficialità e dopo aver parlato al ragazzo disperato, decretò che si era addivenuti alla decisione di fare un referendum tra i clienti, poiché risultava che alcuni, invece si erano schierati a suo favore. Il clima di attesa montava ed era continuamente annunciata la venuta del mitico Raf a perorare la sua campagna elettorale, ma gli appuntamenti erano continuamente disattesi. I più cattivi  lanciavano battute del tipo: Fammi un caffé buono che intanto ne hai ancora per poco e si giravano dall'altra parte, mentre chi faceva la parte del buono gli sussurrava: Dai che non è detto ancora, intanto Raf non si è visto neanche stasera, forse lo prendono in un bar di Montecarlo. Slim era davvero preoccupato ed il giorno del referendum, un'apposita urna fu predisposta al centro del bar, dove i clienti depositavano la scheda, che riportava i due nomi, dopo averla crociata debitamente, con molto sussiego, proprio sotto gli occhi del preoccupatissimo Slim, che continuava a servire caffé e Campari soda. Alla sera, chiuse le votazioni ufficialmente, nella sala carte si dispose lo scrutinio. Furono avvicinati tre tavoli, il gioco sospeso e condotto da un gruppo di serissimi Senatori, cominciò l'operazione. 

Neanche quella sera Raf, pur preannunciato si era fatto vedere. Slim era stato comandato al bancone, da dove non vedeva ma poteva sentire lo spoglio delle schede, naturalmente tutte fasulle, che venivano aperte e lette con voce stentorea, Raf, Raf, Slim, Raf, Slim e così via. La tensione cresceva di minuto in minuto e il povero Slim non resistendo più all'angoscia, si affacciò alla porta proprio mentre si arrivava all'ultima scheda. Tra la costernazione generale, il presidente del seggio disse: Signori, i voti sono al momento 42 per Slim e 42 per Raf, rimane ancora una scheda, quella decisiva. Conscio dell'importanza del momento, aprì il foglio che era stato ben ripiegato, si aggiustò meglio gli occhiali, poi controllò con cura lo scritto aggrottando gli occhi, quasi non comprendesse bene quanto vi era riportato, infine in un silenzio perfetto, alzò la testa e disse: Qui c'è scritto solo: Coglione. Slim inquadrato dalla porta lanciò un urlo: Sono io, ho vinto, ho vinto! tra le risate, gli sghignazzi ed infine gli abbracci di tutti i clienti che in fondo gli volevano bene. Stette al bar diversi anni, poi ebbe l'occasione di entrare nei pompieri per fare il militare e se ne andò, ma si dice che il virus del barista lo avesse contagiato per sempre, anzi qualcuno incrociandosi in piazzetta, afferma che abbia aperto un bar da qualche parte e che ormai non più giovanissimo, rinverdisca quelle esperienze dietro un bancone lucidissimo.

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giovedì 16 maggio 2013

La peonia appassita (Yu Xuan Ji - 844-871 d.C)

YU Xuanji - dal web

Vi avevo parlato di Yu Xuan Ji, la poetessa triste della dinastia Tang, epoca particolarmente raffinata nelle arti e nella poesia. Essendo lei, un'etera e riguardando la sua poetica soprattutto i temi amorosi, vi avevo sottolineato come i suoi versi fossero considerati particolarmente crudi e realistici, tali da essere giudicati molto scandalosi a quel tempo e quindi recitati con diletto in quelle che all'epoca, potevano essere considerate come cene eleganti, ma che poi finivano tutte alla stessa maniera, come si può ben capire. Per soddisfare dunque la vostra prurigine maliziosa, ho tentato di tradurre, con gran fatica in verità, uno dei componimenti della nostra sfortunata Yu, giustiziata a meno di 30 anni con un'accusa probabilmente falsa (ah, la malagiustizia e i giudici politicizzati...). Si tratta di una breve composizione di due quartine, nella classica forma di versi di sette caratteri. E' uno struggente lamento verso il tempo che passa irrimediabilmente e che rende ordinario quello che la bellezza della gioventù aveva etichettato come prezioso e quasi irraggiungibile. Rimango in attesa di eventuali osservazioni e correzioni, da parte di qualcuno che il cinese lo sappia davvero.


卖残牡

临风兴叹落花频
芳意潜消又一春。
应为价高人不问
缘香甚蝶难亲
红英只称生宫里
翠叶那堪染路
及至移根上林苑
孙方恨买无因


La bella vende una peonia appassita.

Emette sospiri nel vento, come petali che cadono e cadono,
Profumati pensieri che svaniscono e scompaiono ad ogni nuova primavera.
Nessuno chiede il prezzo, troppo alto da accettare,
anche le farfalle sono respinte da un profumo troppo prezioso.
I fiori rossi devono essere cresciuti solo nei palazzi più ricchi,
le foglie verde smeraldo non sopportano di essere imbrattate dalla polvere della strada.
Se solo ne fossero spostate le radici in un giardino regale,
anche i più nobili rampolli si dispiacerebbero di non poterli comprare.



Come potete ben vedere, si tratta di metafore e riferimenti talmente arditi e volgari da far arrossire qualunque gentile signorina del tempo, mentre si prestava di certo agli sghignazzi nascosti ed al darsi di gomito dei giovani perditempo e degli studenti che frequentavano assiduamente le case da thé della capitale. Gli accenni alla peonia ed ai fiori rossi era decisamente troppo audace per essere sopportato nelle severe case confuciane, per non parlare delle foglie imbrattate dalla polvere, una autentica ed insopportabile volgarità. Eppure questi farfalloni che sono attirati morbosamente dall'irresistibile aroma della sensualità, sono icone presenti in ogni epoca e sotto ogni cielo. Scusate dunque la nostra bella e la sua audacia triste, a meno di trenta anni si sentiva già vecchia e non più sufficientemente desiderabile per le cene dell'imperatore, che certo ricordava con rimpianto, soprattutto per le congrue prebende, dovendo ridursi obbligatoriamente per campare a qualche ospitata in discoteca.       


Refoli spiranti da:  C. Leed - Storia dell'amore in Cina - SEA -1966


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Yu Xuanji.
Caldo.        

martedì 14 maggio 2013

Il Bar Baleta: Rural Day

 Il mercato del grano - (gent. concessione Gino "Baleta" Gemme).

Vi ho detto che il Baleta era un locale esclusivo, un ritrovo per abitué dove non entravano praticamente mai avventori di passaggio, ma come ogni legge, anche questa aveva la sua brava eccezione. Infatti c'era un momento topico in cui le cose si capovolgevano ed il bar era addirittura invaso da estranei. Il lunedì mattina, tra le 10 e la mezza nel breve tratto di via Alessandro III che arrivava in piazzetta, proprio davanti al portone che celava l'ingresso nascosto del bar, si svolgeva il cosiddetto "mercato" delle derrate agricole. Un numero consistente di agricoltori, operatori commerciali, mediatori, fornitori di materiali agricoli, si ritrovavano per comprare, vendere o semplicemente informarsi del prezzo delle granaglie. Qualche centinaio di persone si aggirava nella strada e nella piazzetta, chiacchierando, contrattando e formando capannelli in continua discussione. Tutti si conoscevano tra di loro. Sobri saluti, preliminari di facciata in cui si asseriva con gravità della assoluta necessità di pioggia o degli aiuti all'agricoltura che l'infame governo non approvava mai nella giusta misura. Poi dalla tasca dei pastrani spuntava un cartoccetto di carta marrone spessa e ruvida, che veniva aperto con devozione mostrando un mucchietto di frumento o di orzo o di granturco. Veniva soppesato con cura, commentato, l'offerente ne prendeva un pizzico facendolo ricadere nel mucchio come a mostrare la qualità inappuntabile dell'intera partita. 

Il mediatore, allora si prendeva il pacchetto e andava da un altro capannello a mostrarlo ad un probabile acquirente e le discussioni riprendevano sull'ultimo attacco di piralide alle pannocchie di mais, non ancora seccato per la troppa pioggia, in anticipo quell'anno. La Banca Commerciale sull'angolo, in quelle ore apriva addirittura una saletta con qualche tavolo per dare modo, nelle giornate più fredde, di poter effettuare le contrattazioni al riparo. Tutto questo movimento continuava da anni senza sfiorare minimamente la vita del bar segreto e nascosto, a pochi metri da quel continuo andirivieni. La cosa non turbava minimamente il vecchio Baleta che anche in quelle ore continuava ad asciugare bicchieri e tazzine, allineandole sul bancone di un bar solitamente semideserto al mattino presto. Ma l'allora giovane Gino, che stava prendendo nelle mani la guida del locale, incurante del padre che continuava a dirgli "Ma lasa chi vagu al Moderno", da buon commerciante, guardava a quel gregge di potenziali clienti che pascolavano al di là del portone, come un lupo famelico che brama condurre le pecorelle nella sua grotta e friggeva, cercando di studiare qualche idea per attirare quel numero sterminato di avventori che, per prendere un caffè dovevano attraversare la piazza per andare fino al Bar Moderno di fronte. Un bel giorno ebbe l'idea fulminante. Il lunedì mattina arrivò al bar con un pacco di volantini che portavano il suo disegno con lo slogan: Per i vostri contratti, da Baleta! 

Un ragazzino fu incaricato della distribuzione ai villici che stavano arrivando e da quel momento qualche timido operatore varcò la soglia del bar, facendo da apripista ai gruppi sempre più numerosi di agricoltori, che presero possesso del locale ogni lunedì, per tre ore, da quel momento in avanti. Gli abitué stavano alla larga. Qualcuno si rintanava dai biliardi, ma ai tavolini della sala carte, ingombri di tazzine di caffè, in quello spazio/tempo off limit vedevi solo pacchetti di granaglie che passavano di mano, pacche sulle spalle e strette robuste a suggellare contratti sulla parola. Io posso orgogliosamente affermare la mia conoscenza diretta dei fatti, in quanto, come responsabile commerciale del Consorzio Agrario, ho frequentato come parte in causa, quegli eventi per più di vent'anni. Come capirete, posso quindi parlarne a pieno titolo e per conoscenza diretta. Dopo la mezza, il locale tornava deserto e qualche cliente abituale si riaffacciava dalla porta del vicolo dicendo:"Gino, è finito il rural day?". La solita gente riprendeva possesso del locale e tra Gino, che per tutta la mattinata aveva mantenuto un inappuntabile aplomb di cortesia professionale da barista di alto livello, e i soliti, riprendevano le bonarie e scanzonate prese in giro, le arguzie mordaci, gli sfottò mille volte ripetuti, ma sempre nuovi.


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lunedì 13 maggio 2013

Shell, via Torino, Alessandria

Vi racconto un fatto, tanto per sapere cosa ne pensate. Qualche giorno fa, di domenica, ho pensato di fare il pieno come mio solito al distributore Shell della Bennet di cui ero fedele cliente, un po' attirato dal prezzo leggermente scontato e un po' per la comodità della concomitanza col supermercato. Introdotti i primi 10 Euro nella colonnina, la macchina si è inceppata, dando un messaggio di malfunzionamento che non ricordo con esattezza. Si è trattenuta la banconota e dopo un po' di inutile attesa per vedere se sputava un qualche tipo di scontrino (capirete, sono macchine), me ne sono andato altrove. Il giorno successivo sono tornato a comunicare la cosa, ma l'addetta, dopo aver distrattamente dato un'occhiata al monitor mentre serviva gli altri clienti, ha dichiarato che non si evidenziavano malfunzionamenti nel giorno precedente e pertanto la cosa non era un suo problema. Un po' irritato, ho restituito con stizza la tessera fedeltà (che ci volete fare sono fedele per natura) e me ne sono andato a scrivere un reclamo al servizio clienti Shell. Dopo una corretta attesa di 24 ore in cui mi è stato comunicato che si sarebbero esaminati i fatti, la risposta è stata che non essendo io in possesso di alcun titolo corrispettivo (scontrino che avrebbe dovuto dare la colonnina in caso di guasto) e poiché la macchina stessa non risultava guasta, in aggiunta inoltre al fatto che una regolare manutenzione viene fatta alle colonnine stesse, "a termini di legge" non avevo diritto ad alcun tipo di accettazione del reclamo in qualsiasi forma. Correttissimo in termini legali. 

Ora, io mi sono occupato per tutta la vita di attività commerciali ed ho imparato una regola fondamentale: conquistare un cliente è una cosa difficilissima e ci puoi mettere tempo e fatica, devi sacrificarti con sconti, blandizie e assicurazioni, mentre per perderlo basta un attimo, anche se hai ragione tu e che in ogni caso quando sorge un problema è sempre bene fare un calcolo accurato di quanto ci puoi rimettere a non accontentarlo, anche se avesse torto. Spessissimo un cliente, per una ragione di principio, quando si sente raggirato o anche semplicemente non preso in considerazione o non creduto, ti molla per sempre e in qualunque occasione futura parlerà male di te in ogni occasione. Cosa pensate voi di un servizio di customer care che per 10 miserevoli euro, pensa come prima cosa di mettere le mani avanti e comunicarti chiaramente che dal punto di vista legale hanno la ragione dalla loro parte? Pensavano forse che avrei fatto loro causa in tribunale? Ma è il responsabile di questa politica di relazioni col pubblico che da questo tipo di input (avrà fatto un master in pubbliche relazioni speciale?) o si tratta peggio ancora di una risposta automatica? Ma non pensa costui che (anche se le compagnie dichiarano di guadagnare pochissimo su ogni litro di benzina) li avrebbero recuperati in un paio di pieni? E' tutto molto strano, intanto io ho scoperto che un paio di distributori prima, sulla stessa strada, la benzina costa ancora meno. Mi dispiace per la Bennet che incolpevole, ha perso un cliente fisso. Voi fate come volete, ma attenti alle colonnine che, pur perfettamente manutenute, presentino qualche malfunzionamento, si sa son macchine.

sabato 11 maggio 2013

Farsene una ragione.

Il tragico evento occorsomi e la probabile perdita irreparabile di circa un anno e mezzo di lavori, foto, filmati, documenti, tabelle e presentazioni, mi obbligano ad una riflessione, resa ancor più lunga e prolungata, non solo dalla concatenazione inevitabile dei fatti (ripresa e ricerca del salvabile sparso su chiavette, dischi dispersi in giro, indirizzi compitati malamente a mano qua e là) ma anche da quella stasi inebetita a cui sono in parte costretto, nell'attesa che il Master of Ring, rigiri nel suo antro cavernoso, il disco morto nella speranza che frugando tra le sue spoglie si riesca a recuperare qualcosa. Quindi son qui che mi aggiro davanti ad un monitor privo di icone, tutte mangiate dal mostro, ragionando sulla caducità della vita. Ma davvero nel giro di pochi anni ci siamo ridotti a dipendere in modo così morboso da questa macchina? Accidenti qui non si può fare più niente senza ricorrere al web. 

Così sono rimasto isolato, sotto il banyan ad astrarre la mente, a respirare portando la concentrazione sul flusso del chi che  penetra il mio corpaccio pesante ed incongruo. Ora è meglio che le onde del pensiero si acquietino, che la fluttuazione agitata delle preoccupazioni si plachi definitivamente. Quel che deve avvenire accadrà comunque. Intanto esco e vado a pagare direttamente un po' di bollette, visto che non posso farlo via web e magari colgo l'occasione di passare al paradiso del cioccolatomane, il Caffé Antonella, a sorbirmi un marocchino sontuoso, oggi deve essere il giorno che sfornano le famose brioches limited edition, solo una volta al mese, occasione da non perdere, una sfoglia leggerissima e friabile che freme tra le tue dita, ripiena di crema pasticcera alla vaniglia e crema gianduia, ricoperta di glassa alla nocciola e gemma di cioccolato amaro come sigillo (sballo garantito). Non di solo computer vive l'uomo. Forse.


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venerdì 10 maggio 2013

Tutto è perduto? I dolori della tecnologia.

Beffato e deriso, sono qui nella mia valle di lacrime a mandare maledizioni a chi ha inventato i computer e a tutto il mondo connesso, cercando attraverso questo contatto fortunoso di alimentare la mia dipendenza. E' un po' come il metadone per un eroinomane, così lento e complicato da ottenere che a momenti ti scappa la voglia, ma poi la scimmia che hai sulla schiena si fa viva e non ti permette di passare avanti e devi alimentarla in qualche modo. Chi avrebbe detto che mi sarei ridotto così, uno zombie con sguardo opaco che si aggira per la casa in cerca di qualche succedaneo che mi permetta la connessione, mi lasci aspirare qualche pagina di Wikipedia, che mi consenta qualche goccia di FB, che mi lasci lanciare un tweet. Eppure avevo detto, tanto posso smettere quando voglio. Mai parole più infauste. Ieri sera non ho resistito e mi sono trascinato fino all'antro del mago dove è ricoverato il moribondo. Era là sul tavolaccio d'acciaio, immobile, sventrato come un incidentato ancora forse vivo, a cui una organizzazione criminosa stia per predare organi vitali, indifeso e alla mercé di chi volesse approfittare della sua impotenza. 

Il suo disco fisso passato a miglior vita stava a lato, zeppo e rigonfio di ogni ben di dio e pur incapace di restituirlo a chiunque. Che triste fine, certo i pezzi si cambiano facilmente in questo mondo, dove se non servi più vieni rottamato senza pietà. Certo avrai fatto i tuoi errori, ma ti devi dimettere sbeffeggiato e sputato da tutti? Pronti, ecco la poltrona libera, vediamo se farete il vostro bravo backup tutte le sere. Mi direte subito, va be' ma almeno una volta al mese. Va bene, lo farò e forse stasera riporterò a casa il trapiantato. Sarà dura farlo riprendere a poco a poco; avendo perso, lui, la memoria, dovrò a poco a poco fargli ritornate tutti i ricordi; giorni di lavoro e tante maledizioni da lanciare. Intanto lo stomaco enfio, la cima alla genovese ripiena, l'otre delle meraviglie che era l'organo asportato, 400 G di ricordi irripetibili e lavori di pazienza, dati e immagini, rimarrà là per un'altra settimana, non è detto, forse qualche cosa, pagando, si può ancora recuperare, ha detto il mago sotto il cappello a punta con voce melliflua e suadente. Vi farò sapere.