giovedì 2 aprile 2020

Una costa sconosciuta

Corfù - agosto 1976

Avevamo trent'anni, giovani e belli. Il sole caldo delle isole del Mediterraneo, l'aria piena di profumi, di essenze di origano e di mirto. Era l'alba ed il sole sorgeva prepotente dietro le montagne della costa albanese che stava lì di fronte a noi, così vicina che pareva potersi toccare solo allungando la mano. Seduto sulla roccia coperta di rovi la guardavamo come il luogo misterioso ed inarrivabile che era in quel momento, almanaccando come si potesse in qualche modo raggiungerla. Cosa è questa smania irresistibile che si agita dentro le persone, quando sei in un posto già di per se stesso bellissimo e che hai guadagnato a fatica, ma ti fa desiderare di andare più in là, oltre, di superare una barriera immaginaria o reale per andare a vedere cosa c'è, a scoprire scenari che immagini ancora più stupendi ed imperdibili? Perché quella certezza che se c'è un luogo proibito o irraggiungibile, di certo questo nasconde la bellezza assoluta e quindi diventa oggetto di desiderio irrealizzato e frustrante? Eppure quanti di questi momenti nella vita di chi ha questo malessere impiantato nel DNA, o forse semplicemente costruitosi nel tempo per casuale affastellarsi di avvenimenti, letture, conoscenze. Avrei dovuto aspettare 38 anni per scavalcare quella barriera e percorrere le montagne selvagge del paese delle Aquile e guardare finalmente proprio da quelle creste, l'isola finalmente di fronte a me; ma allora seduto su quella scogliera, mentre la brezza del mattino me ne portava i profumi lontani, ho sognato a lungo cosa si nascondesse dietro quella quinta scura di montagne segrete e misteriose, prima di scendere alla spiaggia di sabbia fine dove crescevano i gigli bianchi e delicati della nostra gioventù. 


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mercoledì 1 aprile 2020

1 aprile



Pesce d'aprile 2020: immagini e scherzi/ Foto, messaggi, idee per ...

Accidenti oggi è già il primo aprile, giorno che da anni dedico, come certo ricorderanno quei pochi che ancora hanno la bontà di seguirmi, al classico pesce, attività che deliziava la stanca meninge e che generalmente preparavo con giorni di anticipo, lambiccandomi il cervello alla ricerca dei più sofisticati ami che potessero segnalare la presenza del pesce, se pure il più possibile nascosti e difficili da individuare. Ci crederete che oggi non ne ho per niente voglia, non mi è venuto in mente nulla e la inutile chiacchierata di oggi esulerà completamente dall'argomento. Il fatto è che sono veramente indignato. Di cosa, mi chiederete, visto che sono talmente tanti i motivi per essere indignati, anzi incazzati neri! Ve lo dico subito, sono indignatissimo del fatto che tutti siano così genericamente e tuttologicamente indignati. Oramai ci si indigna per qualunque cosa, è diventato anzi per molti una vera e propria professione. Seguo con una certa attenzione antropologica soprattutto facebook, perché ritengo questo social, uno spaccato molto realistico della società attuale e di quello che pensa davvero la gente, una vera e propria vetrina sul mondo che ci circonda. Non di quello che dice ufficialmente, ma proprio di quello che pensa, perché è proprio dietro quello che è il presunto o frainteso anonimato della tastiera, che la gente dà fondo ai suoi istinti reali, i peggiori, quelli che albergano in fondo all'anima e che, almeno una volta ci si vergognava a mostrare pubblicamente. 

Appositamente ho tra i circa 1000 contatti che tengo con grande attenzione, persone di ogni tipo, dalla destra più estrema, ai veterocoministi più intransigenti, passando per tutto quello che una volta si definiva arco costituzionale. Gente che vomita sul web tutta la propria rabbia inespressa, tutto il livore e la cattiveria che difficilmente produrrebbe vis à vis, per decenza, per decoro, per semplice buonsenso. Li tengo tutti assieme per radunati come un tesoretto prezioso, per vedere dove riesce ad arrivare l'abisso dell'animo umano e nel contempo dove sta andando a parare il mondo. Oltretutto molti di questi, che conosco anche personalmente, sono anche delle brave persone, nominandoli per così dire, da vivi, ma non si sa come, in fondo ad ognuno di noi c'è un qualche cosa di inspiegabile, che vorrebbe liberare tutta la propria rabbia e che viene in generale sfruttata per dare la colpa agli altri e per sfogare la propria indignazione, naturalmente secondo il mio insindacabile e assolutamente giusto giudizio (la mia dote principale, come immaginerete, è la modestia, nulla se mi considero, tanto se mi confronto), sbagliatissime. Voglio farvi soltanto un piccolissimo esempio di questa insensata indignazione (che mi indigna a morte) e che mi impedisce oggi di pensare a qualche divertente pesce d'aprile. 

Porto alla vostra attenzione due fatti avvenuti a poca distanza l'uno dall'altro. Qualche settimana fa, tre al massimo, all'inizio del dispiego della pandemia, ricorderete sicuramente che la bieca Germania (quanto odio inutile e totalmente male indirizzato, verso questo paese) aveva bloccato l'invio di una partita delle famose mascherine che noi avevamo comprato e pagato regolarmente da una azienda tedesca. Apriti cielo, cosa non è stato detto sui biechi crucchi insensibili ed egoisti che ci rifiutavano cose a noi indispensabili e pure pagate, per pura e nazista malizia. Non vi nego che l'indignazione montava sorda anche dentro di me, per questa indecente mancanza di rispetto e considerazione e le male parole indirizzate nella direzione della culona, hanno affollato il web in maniera compulsiva. E va bene. Altro fatto. La scorsa settimana, la guardia di finanza ha beccato una azienda, mi sembra del centro Italia che stava esportando verso la Grecia, una partita di materiali sanitari, mascherine e respiratori di varia tipologia. Apriti cielo, qui l'indignazione è salita davvero alle stelle, ma come, siamo in piena emergenza nazionale e tu lurido speculatore, togli il pane dalla bocca, anzi i tubi dai polmoni esausti dei tuoi compatrioti per mandarli a quei pezzenti ellenici? 

Ma proprio non c'è limite al peggio. E qui davvero l'indignazione è salita alle stelle, mentre una Barbara D'Urso basita e con gli occhi sgranati, assentiva applaudendo al capitano della Guardia di finanza che mostrava il bottino sequestrato. Bravo, bravo, dalli al maledetto speculatore. Ho cercato a lungo nel web, anche nei giorni successivi. Ebbene vi assicuro che non ho trovato, da nessuna parte il minimo cenno alla evidente discrasia di giudizi, all'incoerenza totale che anche la mente più debole dovrebbe rilevare di primo acchito, al mettere insieme le due notizie. Ma come, in un caso vorresti impiccare chi ha impedito l'esportazione del materiale verso di noi e nell'altro caso, esattamente speculare, vuoi fucilare chi invece l'esportazione la vuole fare verso l'esterno? L'indignazione monta alle stelle una volta verso una parte della barricata e la seconda volta verso l'altra? Ma il senso del ridicolo dove è finito ? Sono indignatissimo.
Quello di oggi non è un pesce d'aprile, oltretutto c'è un invito ufficiale proprio da parte dell'odiata Germania a non fare pesci d'aprile sul coronavirus per non ingenerare ulteriore panico e diffusione di fake che ce ne sono già abbastanza.


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martedì 31 marzo 2020

Recensione: S. Zweig - Momenti fatali




Un autore importante, Zweig, storico, oltre che scrittore e poeta, in fuga dal nazismo e suicida in Brasile nel '43, che ha lasciato parole premonitrici, oggi tremendamente attuali: "Il grande monumento dell'unità spirituale d'Europa è andato in rovina, i costruttori si sono smarriti, esistono ancora i suoi merli, ancora si ergono sopra il mondo confuso i suoi codici invisibili, tuttavia senza lo sforzo comune, manutentore e perseverante, essa cadrà nell'oblio", e già allora la gente invece di rimanere inorridita da questa prospettiva ne gioiva stolidamente. E poi ancora "l'Europa ha sconfitto la ragione lasciando trionfare la brutalità selvaggia: La vera patria che il mio cuore si era eletto, l'Europa, è perduta". Era stato abituato a vivere nella Austria felix, colta e serena del fine '800 nella quale: "Era dolce vivere in una atmosfera di tolleranza, dove ogni cittadino, senza averne coscienza, veniva educato a essere supernazionale e cosmopolita". Cento anni dopo tutto si sta ripetendo con incredibile implacabilità, mentre folle sempre più folte ululano la loro adesione fatta di assenza di dubbi, sotto i balconi virtuali dei social, le nuove casse di risonanza dell'idiozia generalizzata, Eco docet. La macchina della propaganda più becera, le varie Bestie sono in azione sistematica da tempo e gli utili idioti ne moltiplicano all'infinito le fake sempre più sofisticare, in modo che l'avvelenamento dei pozzi contamini sempre di più la popolazione del villaggio globale, ottenebrando le deboli menti. 

Da vecchio bolso sono trascinato a dire, come capita irrimediabilmente di pensare a chi raggiunge l'età mentale del catastrofista, mala tempora currunt, ma non vorrei cadere in questa trappola, Accadrà come sempre quello che deve succedere e tra qualche decennio si scriverà, ma come poteva la gente non sapere, non capire, quando tutto era lì sotto gli occhi, evidente e spaventoso. Mentre meditate su tutto ciò, se vi capita, date un'occhiata a questo lavoretto di Zweig, pubblicato nel '43 poco prima del suo suicidio: Momenti fatali, in cui esprime bene la sua vena di scrittore storico. Si tratta di quattordici quadri storici di momenti topici della vita di personaggi famosi, che ne hanno sublimato l'esistenza, radunando in pochi giorni o addirittura ore, un momento fondamentale nel loro passare alla storia e nel modificarne il suo corso generale. Si va da Balboa che raggiunge il Pacifico, a Napoleone a Waterloo, al ritorno di Lenin in Russia, alla fine di Tolstoi o all'arrivo di Scott al Polo sud. Ognuno di questi sottolinea l'unicità del momento che consegna all'universalità storica, un gesto, un'idea, la perseveranza irremovibile che muta per sempre il destino di un'uomo e dell'Uomo. Lettura interessante in questi momenti di grandi cambiamenti.



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lunedì 30 marzo 2020

Recensione: G. Durrell - La mia famiglia e altri animali

La mia famiglia e altri animali


Il libro del '56, è il primo di una trilogia nella quale lo zoologo Durrel racconta della sua infanzia trascorsa nel '35 nell'isola di Corfù, dove la famiglia,dopo la morte del padre si trasferì dall'Inghilterra. E' un elegiaco raccontare della scoperta della natura e al nascere della sua smodata passione per gli animali di ogni genere, dai cani agli insetti, che ha poi contribuito a segnare il futuro dell'autore e a portarlo ad occuparsi di animali per il resto della sua vita. Divertente soprattutto nella caratterizzazione dei vari personaggi principali e secondari, visti con l'occhio del bambino affascinato dal mondo nuovo che lo circonda. L'opera è assai famosa e da questa è stato tratto un film nel 2005 e una fortunata serie televisiva già al quarto anno. Devo dire che non essendo il mio genere, ho fatto un po' fatica a entrare nel mood, poi mi ha abbastanza acchiappato soprattutto per lo stile british alla Jerome e per il racconto dell'isola, che mi ha riportato ad una mia lontana estate, del '76, in particolare il capitolo della spiaggia dei gigli nella laguna di Antiniotissa che è rimasta indelebilmente impressa nella mia memoria assieme a quella di Paleocastriza. Piacevole lettura per sognare mondi lontani, giornate di luce chiara, mare di cristallo, rimpiangendoli assai, in questi momenti un po' bui.



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domenica 29 marzo 2020

Annapurna sud

Annapurna - Nepal - Gennaio 1976
Mamma mia come ero giovane! A trenta anni, neanche ancora compiuti, pensi di poter spaccare il mondo e allora 44 anni fa, di mondo da spaccare ce n'era così tanto. Dalla balconata naturale di Ghandruk, la cima dell'Annapurna è lontana all'incirca cinque chilometri e con il suo vicino minore, l'Himachuli ti guarda con quell'occhio tumido della bella che sembra volerti dire, sono qui, prendimi se sei capace. Io non ho mai avuto le velleità della vetta, però stare sotto a questo gigante ti dà una scarica di emozioni che poche altre volte. Ce l'hai proprio lì a portata di mano, quasi che allungando la tu la possa afferrare, quella montagna immensa che torreggia sopra di te, anche se sei già tu così in alto, quasi a 4000 metri, da sentire il fiato mozzo per la fatica del camminare su un banale sentierino. Erano straordinarie giornate di gennaio, col cielo terso  color cobalto che pareva un tappeto di velluto. L'aria frizzantina, ma non fredda ancora a quelle quote, che dobbiamo considerare basse se proporzionate a quello che avevi davanti. 

Avevamo lasciato il villaggio da poco per raggiungere questo punto di osservazione prima discendere poi e attraversare la valle, un su e giù, già allora mortale per le mie gambe sedentarie, ma rimanemmo seduti a lungo a guardare questo spettacolo sbocconcellando un chapatti che ci aveva regalato una donna, che li stava cuocendo su un fuoco davanti alla sua casa di pietra. Mi sembrava vecchissima, ma forse le rughe potenti che le solcavano il volto erano il frutto di quel sole feroce che mordeva la pelle. Il marito invece pareva ancora atletico mentre spaccava legna, con un lungo coltellaccio, protetto da un vecchio maglione sdrucito, residuo di quando ancora militava nei Gurkha dell'esercito inglese. Gli unici rumori erano quei colpi sul ceppo ed il crepitare del fuoco sotto la piastra di ghisa. Poi solo il refolo di vento che muoveva le foglie degli alberi di rododendro portando in alto il profumo dei fiori. Non ho mai visto altri 8000 così da vicino, perché non è mai stato nelle mie priorità; io preferisco le pendici, l'ambiente che circonda il santuario e soprattutto la gente che le abita. 

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sabato 28 marzo 2020

La slitta



Che giornate del cavolo. E' pur vero che alla fine ci è stato chiesto di salvare il paese stando seduti sul divano e non di andare in trincea sotto le bombe, ma queste giornate malinconiche scivolano via silenziose lasciandosi dietro una bava di lumaca sdrucciolevole e velenosa. Dal televisore è tutta una litania di morti e di contagiati, se non peggio e ti tocca anche di subire gli sproloqui di chi, odiando il suo paese e cercando tutte le strade per farlo cadere nel burrone per poi prendere il potere e chi se ne frega dei cocci, lancia maledizioni su tutti minacciando appena potrà di uscire da quell'Europa che lenta e miope, bisognerebbe invece ricondurre, con lungimirante intelligenza e con paziente lavoro ai fianchi, e mai momento è stato più propizio di questo, visto che siamo in buona compagnia, sulla strada della graduale eliminazione dei sovranismi. Così restiamo in attesa di vedere, quando finirà il momento della conta dei morti, quale sarà l'entità del disastro economico che si preannuncia epocale. Ce n'è davvero tanta per cadere in depressione, anche da sdraiati sul divano ad aspettare che passi e certo non aiuta vedere la dolente figura del Papa solo, in una piazza mai così nuda, livida e piovosa, che benedice muto una folla che non c'è più, forse ansimante sulla paglia di uno dei tanti lazzaretti sparsi per il mondo. Pure l'auspicio bisogna farlo. Che chi può, visto che non è stato fatto, ma qualcuno si può permettere di gettare la croce su chi doveva prevedere e non ha previsto, avrebbe dovuto fare e non ha fatto, in una situazione così unica, nuova ed inaspettata e che, se mai per illuminazione divina, avesse fatto, sarebbe stato criticato ancor di più, preso come pazzo, visto che altrove hanno sentenziato proprio così, benché ormai fosse chiaro quanto stava succedendo, che chi può, dicevo quindi, abbia la chiarezza di visione di programmare il futuro in maniera acconcia, non solo il prossimo ma anche quello un po' più lontano, cosa difficile certo da chiedere ad un politico,  lo capisco. Che faccia quello che bene illustra un antico proverbio russo, che mi ha ricordato ieri l'amico Gianni, compagno di merende di quei tempi lontani, quando ancora calcavo le steppe della Sarmazia. La slitta si prepara in estate. Cià, faccio ancora un solitario e poi finisco di controllare le bozze del mo ultimo libro sulla Cina, e non si tratta di un instant book.


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giovedì 26 marzo 2020

Cronache di Surakhis 88: L'amore ai tempi del virus

Viaggio al centro del virus: com'è fatto SARS-CoV-2 Università ...
Immagine dal web

Paularius raccolse sulle ginocchia la grande e caldissima coperta di pelo vulvare, ricordo dei bei tempi in cui era responsabile generale e pontefice massimo di tutti i bordelli del sistema di Arcturus. Aveva ricominciato a fare freddo su Surakhis e ancora di più sulle montagne della cordigliera, dove si era ritirato subito dopo lo scoppio dell'epidemia. Come tutte le altre, era arrivata sottotraccia, forse da qualche pianeta secondario di quei bracci periferici di Andromeda da dove saltavano fuori tutte le porcherie dell'universo, schiavi che scappavano dai commercianti di organi, gentaglia che voleva sottrarre i nipoti dal pagamento dei debiti dei bisnonni, femmine di ogni specie renitenti al periodo obbligatorio di leva nei diversi templi del sesso, asociali insomma di tutti i tipi, gente che turbava l'armonia della società, rompendo le scatole a tutti e a tutto. Il virus aveva però avuto una penetrazione strana, colpendo dapprima i lavoratori delle miniere a cui faceva cadere i tentacoli, dando così la scusa a quegli scansafatiche di non lavorare, ma poi si era esteso rapidamente a tutta la società, uccidendo con sistematica precisione tutti quelli che beneficiavano dell'assistenza sociale, la famosa scodella di acqua e materiale organico, un sottoprodotto delle centrali a merda che per fortuna continuavano a funzionare, pur se a singhiozzo. 

Le Felpe Verdi che avevano preso il potere tra le ovazioni della folla, lo avevano lasciato circolare liberamente, convinti che questa decimazione sarebbe stato uno straordinario regalo per l'Istituto Nocumento Perpetuo della Socialità, che si incaricava della distribuzione, che finalmente avrebbe potuto utilizzare quei crediti per ristorare un poco le finanze delle Partite Istituzionali del Volere Astratto, una congregazione, esentata da sempre dagli obblighi fiscali, ma che si riteneva comunque ingiustamente vessata dall'obbligo di giustificare ogni mese le attività in nero con una autodichiarazione. Quando però il contagio si diffuse a macchia d'olio e anche gli aracnidi di Betelgeuse, diventavano verdi e cominciarono a perdere le zampe davanti, chi poteva se la filò nelle valli più nascoste della montagna e anche Paularius pensò che era arrivato il momento di levare le tende. Tuttavia continuava a tenere le fila del potere a distanza, maneggiando tramite la rete a 12G un androide che lui chiamava Mullet eye al quale faceva sparare a muzzo belinate sovraniste, spargendole coi droni nell'atmosfera,nella speranza che mescolandosi al virus entrassero meglio nella testa delle persone, tanto per mantenere alta la tensione. Aveva purtroppo perso definitivamente il controllo del suo altro androide preferito, a cui un algoritmo impazzito faceva fare dichiarazioni opposte un giorno sì e l'altro no.

Il giovedì bisognava chiudere tutto, mentre il giorno prima bisognava aprire anche le case chiuse, cosa che aveva provocato anche grande sconcerto tra le maestranze, in alternanza gli avatar dell'androide stesso dicevano alternativamente il contrario di quanto sbandierava lui. Il difetto dell'algoritmo era che questo dava la prevalenza al fatto che facendo allo stesso tempo dichiarazioni opposte, si aveva sempre ragione. Paularius, dapprima si era innervosito con i progettisti e ne aveva fatto impalare un paio, ma poi, quando aveva constatato che questo modo di ragionare aveva grande successo tra la folla che più cazzate diceva, più ne faceva crescere il consenso, aveva lasciato fare, anche perché essendo scemato l'interesse per le astronavi-barcone di Andromediani che ormai arrivavano sempre più di rado, mettendo anche in crisi il mercato degli schiavi, non c'erano più argomenti per fomentare la folla, dopo che anche le scie luminose che rendevano ciechi avevano perso di interesse. Così si sistemò meglio la coperta e si mise a guardare vecchie serie di ologrammi, bisognava lasciar fare al virus, quando la popolazione si fosse ridotta del 90% avrebbe pensato a come ricucire le fila del discorso e ci sarebbe stata meno gente da convincere. Suonò il campanello per richiamare le sue due multivulvate di Capella IV e si versò un succo di mango, di quelli più succosi, quelli della varietà Mamela da freira.


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Inchieste

martedì 24 marzo 2020

Un po' di geopolitica



Finirà, finirà anche questa, tutto finisce e poi si ricomincia, tuttavia con quella scia di dolore inestinguibile per chi dovrà piangere i suoi morti e per chi si troverà di fronte alle macerie economiche che tutto questo avrà lasciato. Tutto il resto, come il supposto disagio di starsene a casa sul divano, è noia direbbe Califano. Tuttavia posto che alla fine stare sdraiato tra i guanciali non è poi così diverso che stare sdraiato su una spiaggia dei mari del sud, cosa che avevo giusto programmato per oggi, al di là del giramento di cabbasisi per il grano perduto, conduce alla possibilità dell'utilizzo del neurone che ancora ti rimane attivo, ancora per poco certo, in un lavoro di speculazione filosofica o di problematica generale, legate naturalmente a quanto ci sta accadendo  in questo momento. Detto in soldoni, via libera alla chiacchiera da bar, in solitudine naturalmente visto che al bar non ci si può andare. 

Dunque veniamo al punto, dopo un terremoto di questo genere, lasciando stare la parte medica e morale, quale potrebbe essere la situazione geopolitica di questo mondo, dopo? Non si tratta di un aspetto secondario, perché finita la conta dei morti e subito dopo quella dei soldi persi, ci si ritroverà circondati dai cocci di una economia in frantumi su cui lavorare e a questo punto poi sapete che, come in tutti i dopo tragedia, guerre, calamità naturali, terremoti, accanto ai disastri, nasceranno anche montagne di nuove opportunità che i più bravi a riconoscerle o i più pronti e forti, potranno cogliere contribuendo poi alla fine alla rinascita generale, certo magari con dei cambiamenti di equilibri. 

Facendo allora un discorso macroeconomico, possiamo senza dubbio confermare che gli attori mondiali in gioco siano ancora gli stessi tre. Gli Stati Uniti, che anche se fiaccati dall'approccio miope del biondo, rimangono sempre la potenza numero uno del mondo. Una potenza che tuttavia ha mostrato negli ultimi anni una tendenza irrevocabile a piegarsi su se stessa, a richiudersi sempre di più in un solipsismo disinteressato alle realtà del resto del mondo, convinta di essere sufficiente a se stessa e con la sola eventuale necessità di difendersi da minacce esterne (e il fatto di averlo votato sottolinea che questa è il reale pensiero dell'americano medio). Questo atteggiamento è di norma sempre perdente e comunque destina chi lo persegue ad un irreversibile declino, sia che duri anni o decenni, spostando il centro del mondo verso altri lidi. E' accaduto per tutti gli imperi in tutti i tempi, la fase di decadenza è sempre coincisa con il richiudersi in se stessi, sia che questo sia successo per volontà propria e illanguidimento delle proprie forze come all'Impero Romano, sia quando questo ripiegamento sia avvenuto per preponderanza di forze esterne come per l'impero Britannico, sia per cedimento della forza propulsiva interna come per gli imperi Mongoli o quello di Alessandro Magno, che basavano  il loro successo sulla forza di pochissimi. 

La seconda potenza mondiale è inoppugnabilmente la Cina, quella che più prepotentemente e più rapidamente è riuscita a risalire dal fondo della classifica in cui era finita nell'800 e che dall'orlo del quarto modo, dove l'aveva spinta l'ideologia maoista, che negli anni '60 aveva prodotto decine di milioni di morti per fame, in 50 anni, liberatasi nella pratica dall'orpello ideologico, mantenendo invece il controllo totalitario più completo e applicando una pragmatica economia di liberismo primario, unito ad un efficacissimo dirigismo centralistico, l'ha portata ad essere l'economia più vivace ed innovativa esistente. Sottovalutata da tutti, ricordate quando si diceva che era gente solo capace a copiare (qualcuno ingenuamente lo crede ancora adesso), ha lavorato duro e al momento si stava preparando al sorpasso definitivo, apertissima soprattutto all'esterno, esattamente al contrario degli USA, proprio come è accaduto in passato a tutte quelle economie che poi hanno dominato il mondo. Ma dopo il virus? Beh, bisogna dire che il paese, dopo i primi tentennamenti propri dei regimi totalitari, ha reagito benissimo, non solo essendo prossimi, forse alla soluzione del problema, ma anche essendo forse il primo paese ad uscirne. Questo potrebbe provocare una serie di combinazioni molto favorevoli che metterebbero la Cina ancor di più in corsa per il sorpasso definitivo. Avere, forse risolto questo dramma, nel sentiment generale, cancellerà o attenuerà di molto gli errori iniziali ed al contrario contribuirà a dimostrare che il sistema generale cinese, punto di critica fondamentale da parte del resto del mondo, a causa delle deprivazione delle libertà per noi irrinunciabili, risulta vincente nelle situazioni di crisi ed è superiore al nostro. Inoltre la ripartenza economica del paese, che sarà, vedrete, imponente, contribuirà a far guadagnare ulteriore spazio dappertutto, proprio perché di fronte si troverà le nostre indebolitissime economie, molto ben disposte ad afferrare qualunque mano, anche se avvelenata, sia loro tesa per agganciare qualsiasi segnale che porti ad una timida ripresa, proprio mentre l'avversario numero uno continua a ripiegare su se stesso, ritirandosi, anzi spesso scappando dalle caselle del Risiko che prima occupava in forze, vedi tutto il settore mediorientale, avendo già da tempo rinunciato all'Africa e all'Asia. 

La terza potenza mondiale, se pur così distaccata da non poter neppure pensare allo scudetto, è la Russia. Il paese, un tempo secondo assoluto, pur a distanza siderale dalla vetta, anche se si illudeva di esserne alle calcagna, dopo essersi autoprecipitato nel baratro per almeno un ventennio, ben aiutato a farlo da mani "amiche", si è messo nelle mani di una dittatura "semidemocratica", sull'invidia della vicina Cina, ma mancando completamente della dedizione umana del suo ingombrante vicino, è riuscita a mantenere la posizione, un po' perché mancano altri attori di quella rilevanza e un po' grazie alla inesauribile disponibilità di materie prime, grazie alle quali riesce a mantenersi malamente a galla e mentre la Cina conquista spazi, invitata e blandita da chi ne è poi invaso, il suo tentativo di riprendere rilevanza in quei territori perduti al tempo del disfacimento, ha successo solo con l'uso della forza e delle armi, vedi Ukraina, Caucaso, Siria. Questo metodo la condanna ad un sempre esagerato spreco di forze, già scarse e all'irrilevanza nell'economia secondaria e terziaria. 

Rimarrebbe un quarto attore in questo teatro, l'Europa. E si tratta di un attore che avrebbe tutti i mezzi per partecipare alla recita. La storia e le capacità delle sue genti, la struttura economica produttiva e finanziaria, il livello della sua qualità e innovazione, la dimensione, l'esperienza ed il numero di abitanti. Come mai invece, non solo non sembra neppure partecipare alla corsa, ma ne vuole rimanere ostinatamente fuori? Nel momento della sua creazione, i padri fondatori, gente di grande lungimiranza, miravano certamente a diventare protagonisti assoluti e la strada era stata tracciata con una certa perspicacia, attraverso step successivi che dovevano condurre ad una unificazione graduale con progressiva cessione di sovranità, che avrebbe dovuto condurre, attraverso il progressivo miglioramento economico e alla successiva abolizione delle frontiere ad una completa e definitiva Unione, che avrebbe avuto tutte le armi per poter primeggiare di fronte alle altre. Cosa si è messo di traverso a procurare quello che potrebbe condurre al fallimento di questo sogno? Non si è fatto conto purtroppo della pochezza della natura umana del popolo, degli egoismi interni, dei via via crescenti nazionalismi, che si credevano ingenuamente morti dopo il grande conflitto e che invece sono via via risorti, conducendo ad una crescita imperiosa di quegli ideali sovranisti, vero cancro indistruttibile dell'umanità, che uscendo dalle fogne della storia dove erano stati cacciati, hanno cominciato ad erodere sempre di più le fondamenta della costruzione. Chi poteva facilmente distruggerli ai loro albori, procedendo a tappe forzate lungo il cammino, non li ha subito stroncati alla nascita come sarebbe stato necessario, timoroso, di perdere consensi da un lato e dall'altro perché anche lui aveva nelle vene questo virus malevolo che ha impedito di proseguire lungo la strada tracciata dai padri, proseguendo con unità fiscali, in materia militare e in tanti altri settori, che avrebbero segnato la strada per le definitive e sacrosante cessioni di sovranità che i nazionalismi avrebbero ucciso nella culla. Così ci troviamo a questo destino di decadenza irrimediabile, spezzettati in paesetti, alcuni un po' meglio messi, altri con le pezze al culo, ma tutti ugualmente irrilevanti nello scacchiere mondiale, governati da ominicchi e quaquaraquà. Il dopovirus potrebbe aprire a nuovi scenari? Certo, ma ci vorrebbero uomini di grandi idee che segnassero una strada di prospettive ambiziose fregandosene del voto di domattina o di quello che gridano nelle piazze sollevate dai populismi più beceri. Invece, temo, si cercherà di dare un colpo al cerchio e uno alla botte, facendo qualche concessione da una parte, sempre timorosi che i vari Felpa Pig, Occhi di Triglia e Tronco di Pina, sparsi in tutta l'Europa, non prendano troppo spazio, condannando quindi il sogno europeo alla morte oppure ad una lunga ed irrilevante agonia, mentre l'impero di mezzo governerà il mondo.


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