venerdì 20 novembre 2009

Fermatemi, voglio scendere!

Cari amici, a volte le cose incredibili accadono. E' passato più o meno di un anno e mezzo da quando Adri mi ha trascinato in questa avventura e devo riconoscere che la cosa mi ha preso un po' la mano. Oltre 350 post, brodo e miele che si allungano sempre di più, contatti più disparati, nuovi amici, anche se solo virtuali, ma accanto anche a quelli reali. Lo so, non riesco ad essere stringato, serio, efficace, mi piace raccontare la favola del lupo e ricamarci sopra. Qualcuno mi dice che lo apprezza anche, così non riesco a smettere o a moderarmi. La bramosia di aumentare il numero dei lettori, mi costringe addirittura a rompere le scatole per richiamare l'attenzione. Ho capito che qualcuno si è anche irritato, ma non osa dirmelo, essendo amico. Va bene, mi modererò, settimanalizzando la newletter dedicata che adesso era quasi giornaliera. Ma come si fa a resistere! Eh sì, perchè è successa una cosa che ancora stento a credere, come penso voi. Questo blog campagnolo, è stato addirittura recensito; sì, avete capito bene, una recensione in piena regola, come le cose serie, da Annarita su Web 2.0 and something else, che vi invito ad andare a vedere (eheheheheh) anche perchè è pieno di interessantissimi punti di vista e consigli vari sul mondo del Web. Poi quando le cose cominciano a precipitare, il gorgo ti assorbe inarrestabile e da lì voglio mostrarvi dove siamo arrivati. Date allora un'occhiata al filmato che allego qui sotto, ben comprensibile anche se non avete una perfetta conoscenza del francese e ditemi qualcosa. Fermatemi vi prego!

giovedì 19 novembre 2009

Tempus fugit






Quando ci siamo incontrati, aveva gli occhi pieni di sospetto, ma fermi, la nostra bambina, quasi come se temesse le prove della vita, ma avesse comunque deciso di affrontarle, di superarle. La sua debolezza e il suo bisogno di amore lo sentivi però, altrettanto pressante, quando, anche mentre dormiva, ti stringeva forte con le sue piccole braccia come per non lasciarti scappare, come se avesse paura di perderti.


Ieri si è laureata, la nostra bambina. Un traguardo raggiunto, una prova superata. Tanti auguri Dottore, che tu possa vincere le prossime prove che la vita ti imporrà, che tu possa superare i nuovi traguardi che ti vorrai scegliere, con serenità.









martedì 17 novembre 2009

Una conversione difficile.

Il giorno dopo Alexiej, non si sa se per il freddo preso rientrando a casa dopo il teatro, era sempre più costipato e camminava un po' ingobbito, avvolto in una spessa sciarpa di lana nera stringendo le spalle nel paltò leggero. Mi aveva portato una serie completa dei Kuponi, tipo Monopoli, per la mia collezione, incluso quello da 3, residuo della mentalità sovietica da cui era così difficile sgravarsi. Zhenija invece manifestava non curanza per le sue placche bianche anginose che gli devastavano le tonsille ed esibiva a unica protezione, un foularino di poliestere colorato, che usciva dalla camicia a difendere la nuda e delicata gola. Era in programma un incontro importante, con una azienda profumiera che intendeva inscatolare i propri prodotti in modo assolutamente occidentale e necessitava oltre che delle scatole e relativo design, di apposite macchine di confezionamento. Assicuravano finanziatori tedeschi affascinati dalla squisitezza delle loro essenze. Ci incontrammo in un condominio un po' cadente dove avevano piazzato i loro uffici. Non so oggi, magari Ferox o Xescochef potranno essere precisi al riguardo, ma in quel tempo era facilissimo capire se una casa era stata costruita prima o dopo la rivoluzione, indipendentemente dallo stile. Infatti dopo il '17 si era persa una conoscenza fondamentale dei mastri muratori. La capacità di calcolo dell'altezza dei gradini delle scale. Infatti in ogni casa costruita dopo la morte dello zar, tutte le rampe di scale finiscono invariabilmente con un mezzo gradino di dimensioni varie, ma diverso dagli altri, per poter arrivare al piano. Questa capacità non dovrebbe essere impossibile da recuperare, perchè forse non è stata perduta per sempre come il secondo libro della poetica di Aristotele, ma questo era lo stato dell'arte allora, a meno che l'uso fosse invalso in spregio al lusso capitalistico e il fare i gradini tutti uguali, non fosse visto dal KGB come una attività decisamente antirivoluzionaria. Sta di fatto che inciampai come un babbaleo nella trappola dell'ultima rampa e per poco non ci lasciai la caviglia. I nostri profumieri ci aspettavano ansiosi, anche se i tedeschi avevano annunciato un forte ritardo, ragion per cui furono subito tirate fuori vettovaglie di ogni tipo per ingannare l'attesa mentre esaminavamo i campioni. Salumi, cetrioli, biscotteria varia erano come di consueto, in minoranza rispetto alle bottiglie di vodka. Arrivò anche il direttore generale, un giovine di belle speranze (tutte queste nuove attività sembravano gestite da giovani biznezmieni vestiti con eleganza) che portava con sé una grossa tanica da benzina, cosa non insolita in quel periodo di ristrettezza. Ma subito, tra il tripudio generale, accantonati i campioni, la tanica venne posata al centro del tavolo e si cominciò a mescere un liquido ambrato in grossi boccali, opportunamente forniti da pigolanti assistenti. Si trattava di una birra fatta in casa dalla famiglia dello stesso direttore, che ci teneva nel modo più assoluto a farci apprezzare la bevanda, a dimostrazione di grande considerazione nei nostri confronti. Cercammo di fare onore, in attesa dei tedeschi, uccel di bosco, che arrivarono verso mezzogiorno, assonnati e cisposi come dopo una notte di bagordi. La nostra offerta, però, piacque molto, sia dal punto di vista tecnico che da quello economico, non c'è santo, nessuno è come gli italiani, sentenziò il più anziano dei crucchi. A poco a poco, si trattava di arrivare al dunque per stringere qualcosa tra le mani nei tre giorni spesi a Kharkhov. Non appena scavammo nella polpa, saltò fuori, con nostro crescente orrore che i tedeschi erano di una ditta ex-Germania Est e che gli unici capitali disponibili era mazzi di Kuponi non convertibili che schifavano ormai anche i vicini Bielorussi. Lasciammo la compagnia al suo destino, mentre Zhenija continuava a cazziare il povero Alexiej, reo di non aver effettuto i controlli necessari. Eravamo ancora troppo in anticipo per gli affari buoni. Ci aspettava un altra notte in treno prima di raggiungere Kiev. Il vagone non era riscaldato e il nastro adesivo con cui sigillammo gli spifferi non bastò a riscaldare i topi morti che avevamo sullo stomaco.

lunedì 16 novembre 2009

Libiamo ne' lieti calici.

Kharkhov era allora una città sonnecchiosa. Noi la attraversavamo con una traballante Zhigulì bianca, passando sotto le cupole delle tante chiese ortodosse, tutte rigorosamente aperte e frequentatissime, accompagnati dal frenetico concerto dei colpi di tosse di Alexiej, più gravi e catarrosi e quelli più secchi e frequenti di Zhenija, che però, assicurandomi che si trattava di broncopolmonite, ma in forma lieve e che quindi stava benissimo ed era perfettamente efficiente, manifestava una insolità allegria nel constatare il degrado economico e di qualità di vita che ci circondava. Il fatto che gli chiedessero rubli al posto dei cuponi lo metteva di buonumore, una rivincita netta del suo status di russo così compromessa dal disfacimento dell'URSS che si avvertiva ogni giorno di più. Passammo in un supermercato, una mia fissa, quando sono in un posto che non conosco. E' sorprendente quante cose si capiscono della situazione di un paese, nei luoghi di commercio, guardando le pubblicità in TV o semplicemente osservando le vetrine dei negozi. Comprai tre rasoi elettrici per un totale di quattro dollari, utilizzando lo spread tra la velocità dell'inflazione e la lentezza della burokratija sovietica nell'aggiornamento dei prezzi, mentre le commesse mi blandivano in quanto italiano. Si era già sfruttata questa opportunità a Teberda quando per un dollaro ci eravamo comprata l'opera completa di Majakovsky, rilegata in nero, per Stefi, lasciando per probabile mancato utilizzo, delle belle mazze da hokey che venivano via a 20 cents cadauna. Altro che derivati. Il nostro ossuto Caronte per tre giorni, ci traghettò da un incontro all'altro, tutti con una caratteristica comune, la più totale e completa mancanza di soldi veri. C'era evidentemente, un notevole fermento di iniziative commerciali, con nomi fantasiosi come il grossista "O la borsa o la vita" o la gioielleria Ukranian Beauty ed anche le fabbriche come quella dei rasoi di cui ho già parlato o gli inscatolatori di interiora di pesce macinate e colorate di nero a simulare malamente un improbabile caviale. Erano tutti convinti che il commercio fosse una fonte miracolosa di montagne di dollari. Se era considerato un criminoso mezzo di arricchimento fino a pochi anni prima, significava che bastava aprire una attività commerciale per vedersi piovere addosso cascate di denaro facile. Ognuno che aprisse una rivendita di cioccolata o di televisori era certo, in qualche mese, di poter aprire una banca, perchè anche lì era chiaro che così sarebbero poi arrivati i soldi veri. Ma la realtà è sempre un po' più dura e complessa. Ad esempio alla fabbrica di gioielleria dove si contava di piazzare un ordine di scatolette, si accorsero che queste costavano più dei "gioielli" stessi e così ce ne andammo anche da lì sperando in un futuro migliore. La zhiguly esalò l'ultimo respiro e contemporaneamente bucò squarciando una delle gomme, liscia come la pelle di un neonato. Attraversammo allora il Gorky park a piedi nella neve poco profonda, calpestando le tracce lasciate dagli sci di fondo che percorrevano i lunghi viali di alberi carichi di bianco. Si sentivano solo le nostre risate ed i colpi di tosse dei malati che arrancavano con fatica. La luce gialla e bassa dei lampioni rischiaravano un poco l'oscurità del pomeriggio invernale, ma per la serata Alexiej ci aveva preparato un coup de théatre in senso letterale, infatti, preso il filobus di ordinanza, eccoci davanti all'Opera dove si rappresentava la Traviata. Che bello vedere la gente di un paese dove mancano anche i soldi per riscaldare le case, che non rinuncia comunque alla cultura, che non pensa solo ad aprire rivendite, a scambiare soldi, ma si veste nella maniera più elegante che gli consente la situazione e si siede nelle poltrone di un teatro, ascoltando con con commozione e applaudendo senza riserve. Anche i calici che l'ukraino stretto aveva trasfomato in bakaly erano levati al cielo tra le dorature dei palchi liberty. Fuori la notte era ormai fredda e gelata.

sabato 14 novembre 2009

Buchi nella neve.

Alexiej era di una magrezza preoccupante. Ne avevo già parlato nel Rasoio a due teste, ma la sua somiglianza a come mi figuravo il Raskol'nikov di Delitto e castigo era talmente perfetta da lascire senza fiato. La barbetta rossiccia, le guance incavate, gli zigomi alti e sporgenti e gli occhi soprattutto, infossati e neri, come febbricitantinell'ansia di mettere in piedi un affare, un contratto, qualcosa che producesse almeno una piccola prebenda per uscire da una evidente indigenza, segnalata dal baschetto sdrucito di pelle nera e dal cappotto liso col bavero alzato per ripararsi dal gelo che a fine febbraio mordeva duro. Era lo specchio di quella Ukraina ormai tecnicamente indipendente che la stupidità della folla osannante chi predicava le divisioni, stava indebolendo allo stremo. Era l'unico paese dove il rublo che ormai dappertutto era considerato carta straccia, faceva premio sulla moneta locale, anzi su quello che rappresentava la futura moneta , la grivna, non ancora pronta e che gli ukraini favoleggiavano fortissima e già stampata per essere distribuita a breve a copertura di uno strepitoso benessere collettivo. Così circolavano i cosiddetti Cuponi, dei rettangoli in tutto simile ai soldi del Monopoli per dimensione, colori e tipo di carta. con la sola differenza che erano stampati da due parti. In poche settimane erano scesi a un cinquantesimo del loro valore iniziale e nessuno li voleva. Alexiej me ne fornì una serie completa da 1 a 200.000, un bigliettino giallo con cui pagammo il caffè con un biscotto sabbioso con cui tentammo di rifocillarci subito dopo l'arrivo. La barista, che appoggiava sul bancone sporco la sua ottava abbondante, a cui osammo se era buono, ci guardò con curiosità. Arrivavano pochissimi stranieri a Kharkhov, fece un sorriso triste e dichiarò che nel paese da cui venivamo non lo avrebbero dato neanche ai maiali e portò via il suo peso consistente, assieme ai 200.000 cuponi, ciabattando lungo il corridoio. Mentre giravamo da un incontro all'altro, la città si spiegava davanti a me, indifesa nella sua debolezza di economia ferita, in stato preagonico. Un vecchio centro con antichi palazzi ottocenteschi e grandi viali privi di macchine dove sbuffava qualche camion fumoso e qualche raro filobus affollatissimo. Davanti alle molte chiese, le piccole piazze disegnate con cura da architetti di un tempo, erano spesso occupate da residuati bellici, autoblindo e carri coi cingoli rotti, muti testimoni di una ferita mai chiusa , di una guerra che ha ucciso qui come in nessun altro posto; un ricordo che ancora faceva chinare il capo al solo accennarne. E qui file di vecchie donne con la mano tesa in silenzio a chiedere un elemosina da chi forse non aveva di che sfamare esso stesso. Il nostro Alexiej aveva sempre in tasca un mazzetto di cuponi da 5 e da 10 e li distribuiva lentamente, uno per ogni vecchina, che gli facevano un cenno di benedizione con la mano, mentre dall'interno della chiesa saliva forte la voce salmodiante del pope. Tutti i pochi rumori della città erano comunque attutiti dalla neve che continuava a scendere piano e il grande lago del parco centrale, coperto di puntini neri, lontani, i pescatori che rimanevano ore su uno sgabellino davanti ad un buco nel ghiaccio, pareva una immensa, bianca stuoia di feltro dove le nostre suole faceva scrocchiare la neve ad ogni passo. Alexiej aveva una voce bassa e profonda e parlava lentamente, scegliendo con cura le parole; tossiva spesso, girandosi di lato come per scusarsi, con gli occhi tristi, febbricitanti. Pensai che non avrebbe passato l'inverno. Mi hanno detto che adesso è proprietario di cinque farmacie e rappresenta una multinazionale del farmaco e va in vacanza in Sardegna, quando può.

venerdì 13 novembre 2009

C'è grip sulla pista.

Il 1833 fu per Alessandria l'annus horribilis e scorrendo i cartolari del Conte Civalieri di cui vi ho già parlato in Un blogger alessandrino, si assiste con un brivido al crescendo rossiniano delle paranoie del Governatore Galateri, personaggio ossessionato dalla sicurezza e delirante che multava di Lire 25 il Tesoriere Provinciale per aver dato un ballo nonostante le sue proibizioni e la cui ferocia culminò nel giugno con la fucilazione di Andrea Vochieri. Ma mentre continuavano imprigionamenti ed esecuzioni, ecco il post del 13 settembre 1833 del nostro Conte blogger, arguto e indagatore:


Un influsso quasi che generale regna da due mesi in questa città ed è una specie di costipazione che chiamasi il grip , detto anche influenza, malattia conosciutissima in Francia ed in Germania, laddove è passata nelle nostre regioni e che nell'estate scorsa ha regnato assai in Milano, in Genova ed in Torino. Essa incommincia col male alla gola, produce l'estinzion della voce, quindi una forte tosse ed accompagnata da leggiera febbre, e poi riducesi a raffreddor di testa, il tutto nello spazio di cinque o sei giorni per la cui guarigione si adopera da' medici de' purganti, od una qualche volta il salasso..... Supponesi che essa sia prodotta da stravaganti fenomeni dell'atmosfera accaduti nell'ultime due passate stagioni, in cui ha quasi di continuo piovuto e da un mese in qua il tempo è bellissimo e dolce.

Dunque, come vedete tutto ritorna nella storia e sempre con le stesse modalità, ma cosa cambia allora? Forse un comportamento diverso dei media, che c'erano anche allora naturalmente e magari anche a quel tempo, al soldo di qualcuno o spudoratamente di parte o semplicemente ignoranti, battendo facili grancasse relative all'audience, si sbizzarrivano nell'aumentare la preoccupazione e i timori nella folla acefala? Oggi le cose sono più raffinate e il tambureggiamento giornalistico è più battente e mirato, tale da far sospettare interessi specifici. Ormai non ti puoi più fidare della TV, che elenca il numero dei morti come un rosario, mentre lo scorso anno che erano cento volte di più, neanche ne parlava, né dei giornali che sparano intere pagine sulla necessità di consumare un vaccino che regolarmente acquistato e pagato dalle esangui casse della sanità, rimane intonso nei depositi, neanche i medici se lo fanno e verrà probabilmente gettato via o regalato al terzo mondo dove si muore invece di malaria e di AIDS. Non ci si può fidare più di nessuno. Internet che era la nuova frontiera libera dell'informazione, ormai è piena di bufale indistinguibili dalla realtà. Pensate, l'ultima che gira sul Web, insinua addirittura che la moglie del nostro ministro della sanità sia anche direttore generale di Farmindustria, quasi a voler, malignamente come al solito, insinuare connivenze nel pompaggio della paura a fini di basso interesse, un business di miliardi! Non c'è limite alla calunnia, magari quella povera donna, invece, fa la maestra elementare o la casalinga. Io per parte mia, non leggo più nulla e chiuso nella solitudine della mia biblioteca, poichè la febbre suina non è né sustanzia, né accidente me ne impippo allegramente e se domani mattina, dopo una notte tormentata dovessi svegliarmi ricoperto di sozzi bubboni di un livido paonazzo, pazienza.


giovedì 12 novembre 2009

Il thé georgiano.

Eccoci di nuovo al treno, la costante dei grandi spostamenti di questo immenso paese. Sarà lo scartamento maggiorato rispetto al nostro che lo fa apparire più grande e più misterioso, sarà che arriva(va) sempre in orario, ma al contrario dell'aereo, che da noi è sempre stato considerato un trasporto di elite, lì il treno era per così dire un trasporto più aristocratico con i suoi coupé con le tendine e i vasetti con i fiori di plastica. Andrej mi abbracciò sulla banchina e mi fece scivolare nella tasca della dublijonka una piccola bottiglia di kognàk Ararat di 25 anni, aveva capito le mie debolezze o aveva qualche cosa da farsi perdonare. Chissà che cosa. Lo capimmo appena saliti sul vagone n. 13 del treno di mezzanotte per Kharkhov. Il maledetto aveva comprato due biglietti di terza classe (disse poi che si non era scovato di meglio) e ci trovammo catapultati nel bailamme della lotta proletaria per prepararsi in modo dignitoso alla lunga notte incombente. Zhenija, che era chiaramente fuori di testa, terrorizzato che la preziosa persona a lui affidata (cioè io), subisse disagi imprevisti, forieri quindi di future punizioni e processi, saltava qua e là come un ossesso creando confusione e ulteriore irritazione nella massa dei viaggiatori. Scavalcando montagne di bagagli, balle di masserizie e animali vivi, raggiungemmo a fatica la nostra area, una specie di scompartimento a otto posti con pancacce di legno, già completamente invase di bagagli. Cercai di infilarmi in un angolo per creare un microhabitat accettabile al fine di trascorrere alla meno peggio le dodici ore che ci attendevano, abbandonando la gestione dei nostri altrettanto ingombranti bagagli. Davanti a me due enormi bionde baffute in stile Irina e Tamara Press, praticamente senza bagagli, che risultarono essere dirette in Polonia per uno shopping tour, il commercio fai da te, che stava prendendo piede con la liberalizzazione, grazie al quale la gente si spostava verso i confini cinesi o europei per tornare ai propri paeselli carichi di merci da rivendere. Stavano sulla loro, anche se erano ben disposte ad attaccare bottone ma stringevano inesorabilmente verso l'angolo, grazie alla loro prorompente massa specifica una vecchina col colletto di pizzo e camicetta bianca di poliestere inamidata che tornava dal sanatorj di Kislovodsk, quello tanto sognato da Zhenija. Forse non aveva visto i tempi prerivoluzionari, ma di certo sembrava uscita dallo Smolnij di San Peterburg e questo mondo, anche per lo schiacciamento provocato dalle sorelle, le stava di certo stretto. Stava così muta e con l'occhio basso cercando di occupare meno spazio possibile e quando le offrii un amaretto, della scorta di cui mi aveva amorosamente dotato Tiziana, per i momenti di saudade, lo scartò con meraviglia e lo masticò adagio regalandomi con gli occhi una sensazione di piacere tale da farmi dimenticare la situazione di disagio. Le bionde invece lo divorarono con furia intente a pensare, golose, ai futuri guadagni. Di lato una famiglia di mongoli aveva disposto diverse balle di cotone ed altre masserizie nel passaggio centrale per guadagnare spazio e preparare una specie di giaciglio per la notte incombente e intanto avevano estratto una serie di beni di consumo da una sporta capiente. Stesero giornali da cui erano emersi due grossi pesci secchi e, mentre li sbranavano di gusto, cominciarono a sgusciare un numero consistente di uova sode, dopo aver aperto e posto sul tavolinetto in equilibrio precario un grande recipiente di cetrioli in salamoia e un paio di bottiglie di vodka. Al mio fianco un orco ceceno, con una imponente barbaccia nera si era già accoccolato, reclinando il testone dalla mia parte e aveva cominciato a russare. Non riuscivo a capire dove sarebbe riuscito a mettersi Zhenija, non appena fosse ritornato dalla missione esplorativa di cui lo avevo incaricato, quella di trovare una sistemazione appena più decente, con la forza del danaro, cosa che ci dava un innegabile vantaggio rispetto ai nostri concorrenti. Intanto arrivò una bigliettaia camurriosa che pretendeva da me qualcosa che, a causa della mia povertà di comprensione non riuscivo a capire; che volesse controllare i biglietti o la nostra prenotazione? Mistero, fatto sta che capii che voleva farmi sloggiare dalla mia tana, per sistemare una coppia di banditi caucasici dalla faccia scura e decisi a conquistarsi il loro posto al sole, figurativamente parlando. Tutti nello scompartimento presero parte attiva alla discussione, sembrava il processo di Biscardi, che ricordo allora era già alla 14° edizione; per fortuna ritornò Zhenija con gli occhi spiritati che gli schizzavano dalle orbite per la tensione. Come gli avevo imposto, aveva tentato di comprare lo scompartimento privato della capavagone che pretendeva 10.000 rubli, circa 15 dollari, per cederlo e voleva l'autorizzazione all'enorme esborso. Lo maledissi per il cronico e ormai geneticamente incistato rifiuto di responsabilità e lo rimandai di corsa a bloccare l'affare, prima che un'altra coppia distinta che stava risalendo il vagone in cerca di occasioni, ce lo fregasse. Andò di corsa e tornò raggiante e vincitore, interrompendo la diatriba con la bigliettaia che cominciava a spazientirsi, come del resto i ceceni. Trasportare i nostri bagagli nella nuova accogliente sistemazione fu un sollievo e la notte buia e tempestosa calò con mano plumbea sulle nostre nuche assieme al torpore della tensione dissolta. Venimmo svegliati al mattino dalla cortese dezhurnaija che portava due bicchieri colmi di profumato thé georgiano forte e ruvido; la potenza del rublo le apriva completamente la chiostra dei denti ricoperti di acciaio, il sorriso metallico ma sereno di chi si era guadagnato la giornata. Anche Zhenija era di buon umore, così le cose dovevano marciare in un paese serio e anche se la tensione ed il sudore gelato gli aveva provocato una fortissima tracheite, sorbì il suo thé con voluttà assicurando che non ci sarebbero stati problemi e anche se la broncopolmonite avesse preso il sopravvento (come sembrava probabile) avrebbe tenuto bordone fino alla morte. Ci teneva molto a dimostrare la sua affidabilità a quello che ancora riteneva uno spietato supriore, al vertice della sua visione gerarchica e ci vollero mesi a farmi considerare come un amico oltre che un collega. La sconfinata pianura del Donbass coperta di neve, scorreva intanto lenta al nostro fianco. Ancora thé indiano medio forte e Zhenija, vista la disponibilità della vagonaia, ordinava senza vergogna; gli bruciavano i 10.000 rubli comunque, ma i continui accessi di tosse catarrosa scemarono di intensità mentre il treno entrava in stazione, ovviamente in orario. Sulla banchina, sull'attenti, la figura barbuta e paurosamente magra del dostovieskiano Alexej, ci aspettava come la grande mietitrice per l'appuntamento fatale.

mercoledì 11 novembre 2009

Incontri del terzo tipo.

Non voglio farla più molto lunga; a questo punto bisogna restringere il brodo e anche quella volta urgeva la voglia di andare a riprendere il treno per il nord, ma devo ancora ricordare una piccola galleria di personaggi che incontrammo nei giorni rimanenti e che possono aiutare a capire la situazione confusa di quei giorni di cambiamento, in un paese che era rimasto immobile per settanta anni. C'era di tutto in giro, a cominciare dal primo viceministro agroalimentare, con una interminabile fila di questuanti in attesa che superammo tra i mormorii, ma si sa agli stranieri era concesso tutto e che ci ricevette con grande pompa e mi insignì direttamente di un corno istoriato di qualche animale, come segno di importante considerazione da parte dell'amministrazione locale; secondo Zhenija, un KGBista classico nei modi e nell'aspetto. Poi, al kolkhoz Patria e libertà, un colossale direttore della vecchia guardia, che aveva pienamente compreso l'avvicinarsi della fine di un sistema e che davanti a noi staccò dal muro il ritratto di Lenin, maledicendo Gorby e Elzin allora ancora compari, prima del fratricidio, seguito da un lacrimoso elogio di quando c'era Lui e del bene che aveva fatto al mondo agricolo con tutti l'annesso show delle disgrazie dei poveri contadini, grandine inclusa. Era però un ambiente che mi era consueto, a causa del mio precedente lavoro, a contatto con la stessa tipologia di persone, stessi lamenti, stesse nostalgie, anche se il ritratto lo avevano staccato molti anni prima. Così mangiammo uova sode e peperoni in composta, tra grandi brindisi a base di Stalichnaija, inneggianti all'agricoltura negletta in tutte le parti del mondo. Io guardavo Andrej dall'altra parte del tavolo che cercava di trattenere i sogghigni malevoli, senza partecipare all'ordalia che incluse una serie classica di proverbi contadini e l'elogio della fratellanza tra i popoli. E ancora l'incontro a Stavropol, in un fantomatico ente di sviluppo economico con un trombone prepotente che volle spiegarci a tutti i costi, come quello che stava accadendo fosse tutto un "gomblotto" dell'occidente per mettere in ginocchio il paese più ricco ed efficiente del mondo, una Russia dove il sottosuolo ospita tutta la tavola di Mendelejev (frase ricorrente nei panegirici tromboneggianti) e che presto avrebbe visto un cambio di dieci dollari contro un rublo, mentre il suo scherano continuò per quasi un'ora a fare cenni di approvazione con la testa, incontro che si concluse con la eventuale richiesta di prebende su fantomatici fumosi affari da concludere in futuro. A seguire, la visita a Lermontov, una delle tante città che non esistono sulle mappe, a fianco ad una montagna zeppa di uranio e segretissima sulla carta. Adesso c'è, ho controllato su Google maps, ma non ci si avvicina più di tanto , subito compare "siamo spiacenti ecc.". Con la sua fabbrica di concimi all'apparenza innocua. Chissà come, ma in tutti questi affaire di uranio, c'è sempre una fabbrica di concimi; comunque questa produceva effettivamente urea che voleva esportare in occidente, uno dei grandi affari del momento. Infine l'ultima cena nel locale dove ci facevamo le nostre colazioni e che scoprii essere un night club di nuova generazione, anche se la mise mattutina della tenutaria, qualche sospetto me lo aveva già provocato. Qui venimmo avvicinati da due personaggi molto equivoci che parevano usciti da un serial di terz'ordine sulla mafia. Grandi e grossi, col gessato di ordinanza, gonfio sotto l'ascella sinistra, che si qualificarono come i proprietari del locale e che, avendo saputo della nostra qualifica di bizniesmeny (plurale russo di businessmen), ci proposero di aiutarli in una loro attività parallela di produzione di parquet di lusso. Declinammo l'offerta, in ogni senso lontana dal nostro settore di attività, ma i due ci vollero raccontare a lungo dei loro interessi e delle difficoltà che c'erano a far partire nuovi affari in un paese ancora con poche certezze e soprattutto con nuove imposizioni fiscali. Io raccontai delle tasse che anche da noi chiedono alle imprese oltre la metà dei profitti, loro ribatterono che, nella nuova Russia le tasse sulle loro imprese (?) erano del 90%, ma bastava non pagarle. Ce ne andammo, ancora una volta unici clienti, salutati con affetto da tutte le maestranze del locale, sulla claudicante e stracarica Prinz di Andrej che ci portò fino alla stazione di Nievinominsk, dove su un treno cupo e fumante, ci attendeva una lunga notte prima di entrare in Ukraina.

martedì 10 novembre 2009

Neve bianca.

Torniamo allora nel Nord del Caucaso, dove nel frattempo era arrivata la domenica di meritato riposo. Il pulmino ci passò a prendere la mattina presto con Andrej e la moglie Larisa che, benchè gradevole, amava definirsi una staraija kuritza, una gallina vecchia (infatti la mollò qualche anno dopo, appena messi insieme quattro soldi, in cambio di una slavata segretaria di primo pelo). La strada prese subito una lunga e selvatica valle laterale, verso le montagne sotto una fitta nevicata, mentre Zhenija si era messo dietro a sonnecchiare; aveva l'occhio sorridente, di certo sognava un soggiorno premio a Kislovosdk a riposare, steso sulle poltrone del sanatorj, bevendo Barjomj la regina delle acque minerali, salata e lassativa come nessuna altra. Sul fianco della montagna, una piccola cappella ortodossa abbandonata dominava la valle dove il torrente Teberda scivolava sotto la neve. Forse un tempo ci abitò qualche monaco, poi spazzato via dalla rivoluzione o più semplicemente dall'inedia. Ci fermammo ad una cava di marmo di cui si aveva notizia che avesse bisogno di macchine per il taglio delle pietre per unire comunque l'utile al dilettevole. In una baracca di legno un vecchio guardiano stranito ci accolse timoroso, continuando a ripetere una litania di "non so". Il direttore, se mai avesse messo piede in quel angolo perduto, se l'era filata a Mineralnije Vady, terrorizzato di incontrarci e di compromettersi in buono stile sovietico. La cava in pratica era abbandonata, con qualche vecchio macchinario ad terminare di arrugginirsi sotto la neve e una montagna i cui filoni erano stai devastati dalle esplosioni. I furbacchioni, non avendo più macchine per il taglio, avevano minato quasi tutta la montagna per sbriciolare il marmo in pezzetti da quattro/sei centimetri per fare dei piastrelloni di conglomerato. Non era più possibile ricavare marmo sano, la cava era irrimediabilmente rovinata. Il guadiano ci guardò ripartire prima di tornare a dormire nella sua branda con la bottiglia di vodka che gli avevamo lasciato. Arrivammo in un paesotto alla fine della valle, fino a poco prima era una piccola stazione sciistica, si intravedevano ancora lo scheletro di una seggiovia monoposto e un piccolo skylift. Tutto fermo e fuori servizio. Andrej era deluso, voleva mostrarmi le bellezze della zona e parve spiaciuto di tanta desolazione. Invece il posto era straordinario, completamente selvatico ed abbandonato con la neve che cadeva leggera sulla parete ripida della montagna, chiusa sul fondo della valle solitaria, con le immense foreste di pini che scendevano fino al torrente dove c'erano tracce di cervi, che forse all'alba erano scesi a cercare qualche ciuffo di erba secca risparmiato, lungo i massi della riva. Si sentiva solo il rumore dei fiocchi che si depositavano adagio e l'odore della neve. Anche i cetrioli salati e i pomodori bulgari in scatola che Larissa aveva portato per il picnic, parevano buoni e saporiti, così stesi su una fatta di pane nero e gustoso. Sognava di andare all'estero, Larisa, ma era stato solo in Bulgaria e come si diceva allora nell'URSS, - Kuritza nié ptiza, Balgarija nié za granìza- la gallina non è un uccello, la Bulgaria non è estero, rispondendo con commiserazione, anche se con un po' di invidia repressa, a quanti riuscivano ad avere una putijovka di due settimane sulle spiagge del mar Nero. "Ocin kushna" le dissi con complicità; non perdevo occasione di sciorinare le poche parole che cominciavo a mettere insieme. Sembrò contenta, anche se non aveva negli occhi quella luce bramosa che le era brillata quando le diedi la scatola di profumo di Armani che avevo portato con me dall'Italia, assieme ad altre cosette da regalare qua e là. Tornammo a valle mentre l'oscurità scendeva di colpo e la nevicata si faceva più fitta.

lunedì 9 novembre 2009

Il rosso e il grigio.

Altro break, dovuto. Ieri sono passati venti anni. E' stato un fatto storico, non c'è dubbio. Al di là del tromboneggiamento delle rievocazioni, non è poi così semplice esaminare l'avvenimento. Io c'ero stato tredici anni prima dietro a quel muro, spinto come sempre dalla voglia di vedere con i miei occhi, con il desiderio di capire qualcosa di più di quanto ti raccontano. L'occasione era stata curiosa. Ci eravamo uniti ad un gruppo di vigili urbani di San Marino che ogni anno avevano diritto, per meriti politici, ad un viaggio premio di quattro giorni per vedere un primo maggio in una delle capitali dell'est. Credo che queste iniziative fossero fosse esiziali per la fede politica dei partecipanti, ma ci aggregammo al volo data l'esiguità dei costi, in più avremmo potuto assistere alla famosa parata, in posizione di privilegio. Così ci trovammo oltre quel muro che pareva invalicabile, mentre sfilava quasi l'intera città davanti a noi, gruppo dopo gruppo con migliaia e migliaia di bandiere rosse. Praticamente nessuno assisteva o guardava o applaudiva, sfilavano tutti a ranghi serrati ed ordinati se appartenevano a corpi ufficiali, in ordine sparso se erano cittadini comuni, ma non c'era gente per le strade, salvo la colossale tribuna d'onore, dove i prescelti stavano per ore a sventolare piccole bandierine.
Il tutto avveniva in un silenzio di tomba. Anche il brusio, tipico delle processioni era quasi assente. Durò quasi tutto il giorno, poi, quando il rosso accecante dei vessilli che per un giorno aveva dominato orgoglioso, si spense, il colore della città riprese il sopravvento. Berlino era una città in bianco e nero, mancava ogni segno di colore, ma anche inaspettatamente mancava anche il bianco ed il nero puri, solo una variegata, infinita scala di grigi. Il grigio antracite dei cappotti della gente che ritornava nelle case dopo aver avvolto le bandiere in grigi contenitori, il grigio spento dei parallelepipedi dei falansteri prefabbricati che bordavano i grandi viali, il grigio pesante del pur spledido museo delle antichità, la grigia pavimentazione della quasi deserta Alexanderplatz, il grigio dell'asfalto dei grandi corsi privi di auto grigie, il grigio piombo del cielo nuvoloso che non aveva voglia di piovere, il grigio chiaro della pagina inferiore delle foglie della Unter den linden che terminava davanti al grigio tetro della porta di Brandeburgo dove dietro, il grigio del muro si intravedeva appena; il muro grigio che cercai di fotografare di lontano, facendo subito scivolare in tasca il rullino, mentre al Vopo che arrivò di corsa nella sua uniforme grigioverde a cui mostrai la macchina aperta e vuota, non restò che lasciarmi andare dopo avermi ammonito col dito. Come ci rimase male. Si respirava un'aria di indifferente rassegnazione, come di chi non ha comunque parte attiva nel processo. Non il sotterraneo brusio carbonaro che avevo sentito in Polonia tra gli studenti, una decina di anni prima o il senso di attesa che c'era a Praga una decina di anni dopo, o lo squallore privo di speranze della Romania di Ceaucescu o il senso incombente della fine dell'impero nella Leningrado degli anni ottanta. Disinteresse quasi.
Quando cadde la barriera, qua il senso percepito era di una folla che finalmente anelava alla libertà, invece la maggioranza era fatta solo di ragazzi che volevano jeans, hamburgher, coca cola e musica rock e di adulti che volevano gettare la Trabant ed avere una Mercedes oltre che cambiare i marchi cattivi con quelli buoni. La gente, escludendo una sparutissima minoranza, se ne strafotte della libertà di espressione, dei diritti civili, della possibilità di votare, vuole solo più beni di consumo. Tranne chi queste cose le ha già. Così va il mondo. Le cose sono sempre semplici, poi qualcuno sale in un punto un po' più elevato, un balcone, il cingolo di un carro armato, un predellino e la folla non aspetta altro, si beve qualunque cosa gli venga detta e manzonianamente acefala, osanna l'oratore e lo segue, verso nuovi orizzonti, nuove vittorie; i più deboli pagano, i furbetti cambiano la foto attaccata al muro, grigio.