sabato 31 gennaio 2015

La purezza della giada

Andando al lavoro


Un cliente al Jade Market
Se vuoi goderti il mercato della giada devi andarci al mattino presto, quando l'aria di Mandalay non è ancora troppo soffocante, anche se siamo ancora nei mesi "freschi" ed i pullman dei turisti sono ancora davanti agli alberghi in attesa che le colazioni siano servite, i pancake sbocconcellati e le banane sbucciate. I banchetti bassi ricoperti di pietre grezze sono già circondati dai compratori professionisti che si aggirano con aria furtiva qua e là, buttando occhiate fintamente distratte alla merce esposta. I venditori invece, fingono altrettanta noncuranza, come ancora intorpiditi dalla sveglia troppo precoce, in realtà, attenti come falchi a mettere in evidenza i pezzi migliori. Poi uno si siede e comincia a toccare le pietre con noncuranza, senza far capire bene quale gli interessa davvero, l'altro lo squadra cercando di capire se è davvero interessato o se curiosa soltanto, per carpire i prezzi, se se ne intende davvero o se gli puoi rifilare una giada di scarto a un buon prezzo facendogli credere di aver fatto un grande affare. Ma qui sono tutti professionisti. Tirano fuori le loro pilette per illuminare la pietra in controluce e calcolarne la trasparenza e il grado di lattiginosità, ne sfiorano le asperità, sembrano capire la qualità anche solo toccando la parte esterna, grezza delle pietre ancora da tagliare. Qualcuno ha con sé misure disegnate su carta, campioni di braccialetti o pezzi già lavorati, che sovrappone a quelle sui banchi per calcolarne la correttezza delle dimensioni volute. 

Un venditore del jade Market
I blocchi sono lì allineati, alcuni verde intenso, altri quasi bianchi con venature di un verde pallido e sfumato. In tutti però indovini quella sottile malìa della pietra rara che appare come sprigionare un anima interna, fatta di volute, di segni nascosti, di morbidezza incongrua alla materia stessa. Più oltre vedi semilavorati, palline catalogate per dimensione in cui puoi indovinare future collane o pezzi più minuti non ancora lucidati su cui incidere, ricavare oggetti minuscoli, bassorilievi di divinità o animali fatati. Altrove ci sono pezzi già nati con le contorsioni impresse nella pietra, già marchiata da colori e venature che ne percorrono le curve indicando a chi la lavorerà il suo destino, come se al suo interno si potesse già scorgere la figura futura, ormai indelebilmente presente, solo da far emergere con paziente lavoro di scalpellino e fresa. Bisogna valutare bene prima di decidere. In ogni caso ci vuole sempre parecchio prima che si passi alla contrattazione. Alla fine qualcuno se ne va a mani vuote o passa ad un altro banco, mentre altri caricano qualche pietra più o meno grande sul loro carretto o se la portano via a mano se la dimensione lo permette e la danza prosegue. Non c'è la confusione rumorosa degli altri mercati, tutto si svolge ad un tono più basso e anche i fasci di soldi passano di mano più furtivamente. 

Nel monastero

Più in là, verso l'ingresso principale, ci sono i banchetti per i turisti con gli oggetti lavorati ed i souvenir, altra clientela ed altro stile e anche più ragazze giovani alla vendita. I professionisti se ne vanno via alla chetichella dal retro prima dell'arrivo dei pullman. Quasi di fronte al mercato,  uno dei più grandi monasteri di Mandalay, il Ma Soe Yein Nu Kyaung, quasi una città con migliaia di monaci, pare sia un vero centro di pensiero, da cui partono anche campagne di opposizione e per questo è tenuto sempre d'occhio dal governo. Ci sono stati disordini e bastonature negli scorsi anni. Al mattino presto c'è già un gran via vai di giovani monaci. Non fosse per i sai rossi, sembrerebbe una qualunque università, con capannelli di studenti con fasci di libri sotto il braccio, che discutono tra di loro o si fermano a leggere i fogli appesi nelle grandi bacheche sotto la torre dell'orologio. In fondo spicca una nuova costruzione a molti piani. E' evidentemente il monastero del futuro, una sorta di grattacielo religioso. Anche lì lo spazio comincia a contare. Invece se vuoi incontrare una gran bella massa di fedeli, devi andare in periferia, nella zona degli scalpellini, dove sorge il grande tempio Mahamuni. Qui c'è una delle statue del Buddha seduto più venerate. Quattro metri di paciosità sorridente ultramillenaria, si dice trafugata a Mrauk U, che i fedeli hanno già ricoperto di uno strato di fogliette d'oro di oltre 15 centimetri di spessore. 

Lavacro dei Buddha
La  folla preme per arrivare al sancta sanctorum interno, ma, purtroppo le donne che non hanno diritto di applicare l'oro votivo e rimangono sedute nei lunghi corridoi che conducono ai quattro lati della statua a pregare, guardando la devozione estrinsecata dai loro compagni su grandi schermi al plasma appesi al soffitto. Al massimo per sfogare il loro fabbisogno di sacro, possono andare a lavare le file di statuette poste davanti alle fontane nei giardini. I maschi, invece, possono accedere, salendo alcune ripide scalette di ferro alla base della statua ed affollarsi attorno, attendendo il turno per scartare con cura il quadratino di carta dentro al quale è conservata la sottilissima foglietta di oro zecchino, che, appena inumidita, si applica al punto preferito della statua stessa premendola con attenzione, perché la sola pressione la faccia incollare sulle altre sottostanti. Solo il viso rimane libero, lavato e lucidatissimo ogni mattina alle quattro da un drappello di monaci che si dedicano con virtù a questo compito. Bisogna farsi largo e attendere pazientemente in fila per poter compiere questo atto di devozione, comunque lo strato di oro che ha ormai ha avvolto tutta la statua è davvero impressionante. 

Nei cortili del tempio
Poi, per uscire nei cortili, bisogna ancora farsi largo tra la folla, che è la parte più interessante del sito, composita e colorata con torme di ragazzini vestiti a festa che vengono qui condotti a festeggiare il raggiungimento della maggiore età. Tutti si aggirano nei cortili, ammirando i dipinti e le statue, incluso un gruppo di bronzi razziati ai Khmer ed esposti sotto una tettoia, enormi gong, statue hindu di Shiva, ahimé evirate o di Airawata, con alcuni punti lucidissimi a causa degli sfregamenti continui dovuti alla credenza di guarigione sicura per la corrispondente parte del corpo. Già che ci sei e che la schiena ti duole sfreghi anche tu, suoni un colpo di gong e via a socializzare con i gruppi e le famigliole che sostano seduti nei vari cortiletti a mangiare e a passare il resto della giornata. In effetti per il popolo birmano il pellegrinaggio e la visita ai templi è parte della vita e corrisponde in fondo ad uno svago e ad un passatempo gradevole perché si compie con la famiglia, come se fosse una qualunque scampagnata. Massimo vantaggio: si trascorre il tempo con gli amici ed i famigliari in allegria e si acquisiscono meriti morali. Poi si torna a casa. Meglio di così!

Incollando l'oro


SURVIVAL KIT

Blocchi di giada grezza
Jade Market - Sulla 87° street. Meglio andare al mattino presto per vedere il mercato vero, passando dal lato orientale. Più tardi, entrando nel mercato principale ingresso 1000 K. Se non ve ne intendete, evitate di investire grosse cifre, ci sono pezzi che a voi sembreranno più o meno uguali, che costano 10 $ o 1000$. Vedete un po' voi. La solita collanina o braccialettino circolare in cui vostra sorella a casa non riuscirà ad infilare la mano, da 5$ o poco più, saranno sufficienti a levarvi la voglia.

Le statue Khmer
Ma Soe Yein Nu Kyaung - 39° street - Il monastero più grande e politicamente più importante della città. Poco visitato dai turisti perché di scarso interesse architettonico, è non lontano dal Jade Market e ci si può vedere la vita quotidiana dei monaci giovani. Una specie di Università Buddhista  con edifici moderni.

Mahamuni Paya - nella zona sud della città. Sulla strada per Amarapura (si può unire a questa visita). E' uno dei templi più frequentati dai locali. Potrete (se siete maschio) cimentarvi nella coda per appiccicare foglie d'oro sulla statua bimillenaria al centro. Il resto del tempio è una specie di museo di statue antiche e affreschi delle guerre tra i re birmani. 


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venerdì 30 gennaio 2015

In giro per Mandalay

La Mandalay Hill vista dal fossato del Royal Palace




Kuthdaw Paya
Avevo letto da qualche parte che Mandalay è una città un po' grigia e caotica, tutto sommato non molto interessante. Alla faccia! Se ci fai un giro, anche solo per dare un'occhiata sommaria alle cose principali, devi prendere nota di tutto perché sono così tante che alla fine non riesci a ricordare tutto. E' un po' questo il problema di questi giri un po' affrettati. Si corre il rischio di fare confusione, di confondere le cose tra di loro, cose che se fossero viste con calma una alla volta, si apprezzerebbero meglio, ma questo è il barbaro destino del turista che pur avendo a disposizione un mese deve correre come un dannato e alla fine lascia indietro tante, troppe cose. Allora oggi vi accompagno come un cicerone a pagamento, mancia al vostro buon cuore, attraverso il più classico dei city tour, per cui saltate in macchina e seguitemi. Cominciamo dal palazzo reale che occupa il centro città per un quadrato perfetto di circa un chilometro quadrato a simiglianza di tante dimore reali d'oriente. L'esterno è così suggestivo di notte, quando nel buio cittadino si specchia con le sue luci incerte nel largo canale che lo circonda, quanto imponente di giorno con le sue mura rettilinee scandite dalle torri di guardia a distanza regolare. 

Kyaung Atumashi
La parte interna, un grande parco squadrettato da strade sul tipo dell'accampamento romano, è completamente a disposizione dei militari e solo il piccolo quadrato più interno è occupato da una ricostruzione degli edifici del palazzo, ricavati dai disegni a disposizione, dopo che i bombardamenti della guerra lo avevano completamente distrutto, ma che rimane comunque di grande suggestione, incluso il piccolo museo alla fine. Questo luogo è la classica location dove le spose della capitale più abbienti, che hanno ormai incluso una parte della cerimonia all'occidentale, vengono a fare le classiche foto di rito, in abiti sontuosi, per la gioia dei pochi turisti che passano di lì. Poco lontano ci sono gli interi quartieri a nord della città, occupati da imponenti edifici religiosi. Il tempo a disposizione vi sembrerà sempre troppo poco, per perdervi tra i 700 stupa bianchi della Kuthdaw Paya, che racchiudono migliaia di stele di pietra su cui  tentare di leggere  il libro scolpito più grande del mondo, rimanendo attoniti davanti all'enorme stupa centrale dorato o per salire le balze successive del Kyaung Atumashi , che pur essendo totalmente ricostruito esercita con la sua mole una grande suggestione. Ma le sensazioni più indimenticabili le avrete di sicuro di fronte allo Shwenandaw Kyaung, un tempio monastero interamente costruito in legno di tek ormai annerito dal tempo.

Shwenandaw Kyaung
Ogni punto, ogni pannello, ogni porta è completamente ricoperta di sculture e bassorilievi di una finezza tale da catalogarlo come un'opera d'arte davvero totalizzante in ogni suo punto distinto. Era stato costruito come palazzo destinato ad ospitare il re all'interno delle mura, ma il suo destino fu curioso. Morto il re alla fine del 1800, il successore non riuscì a sopportare di vivere nello stesso palazzo a quanto pare infestato dal suo fantasma, che non si decideva ad abbandonarlo. Così l'intero edificio fu smontato e ricostruito all'esterno delle mura e regalato ai monaci per divenire monastero. Questo lo salvò così dalla distruzione completa subita coi bombardamenti che devastarono completamente il resto del palazzo reale. Vorresti rimanere per ore a guardare ad uno ad uno i pannelli con i loro minuti bassorilievi e la trina delle sculture e dei fregi lignei che percorrono ogni tratto delle pareti e infine alzare gli occhi e rimanere incantati davanti alla selva di guglie intarsiate, che la pioggia ed il tempo a poco a poco consumano, corrodono, ingrigiscono, rendendo a poco a poco le figure più arrotondate e meno riconoscibili, dopo aver cancellato ogni traccia dell'oro con cui era completamente dipinto. Un capolavoro davvero imperdibile. 

La scala che sale alla Mandalay Hill
Fatichi ad andartene via perché non puoi avere visto ogni scultura, ogni pannello, ogni guglia mirabilmente scolpita, ma il tempo corre ed è ora di arrivare davanti alla collina della città, alla base della quale sorge la KyaukTawgyi Paya, una sfarzoso seguito di sale colonnate coperte di minuscoli pezzettini di vetro colorato che risplendono negli ambienti semibui con riflessi misteriosi, fino ad arrivare alla colossale statua centrale di marmo, un monolite trasportato con una operazione ingegneristica imponente attraverso un canale costruito allo scopo. Ma intanto si fa sera, è quindi il tempo di salire la collina su cui sorge il tempio che protegge la città. La scala coperta che la risale comincia proprio davanti a questo tempio con l'ingresso ben presidiato da due statue di leoni bianchi di proporzioni adeguate. Sono i chinte messi a guardia della strada dal nat Bobokyi, lo spirito che impedisce l'ingresso ai malintenzionati. Salire da questo lato, in una oretta circa, sarebbe senza dubbio interessante, tuttavia percorrere la strada in auto ha il doppio vantaggio di non far gonfiare i piedi e di permettere la visita di altri siti, disposti lungo la strada, come un magnifico monastero-tempio, con sale popolate di basse colonne ricoperte di sculture a viticci o una scuola religiosa dove le classi di ragazzi sono ancora intente a terminare i compiti della giornata. Finalmente si arriva al termine della salita e tutta la cima della collina è occupata da un tempio completamente ricoperto di specchietti, di luci colorate, di neon che sfavillano e che illuminano pulsando statue dorate e pilastri scintillanti. 

Un monastero sulla collina
L'ultimo tratto in verità si compie attraverso una serie di scale mobili molto poco dignitose per un santuario, oppure attraverso un apposito ascensore, altro schiaffo alla punizione del corpo. In cima, zampilli d'acqua e bancarelle, altarini e statue dove esercitare le proprie devozioni, oltre agli appositi luoghi in cui fare le offerte del caso o acquistare gli strumenti adatti. Il luogo è affollatissimo, anche perché qui si accumulano tutti i turisti presenti in città a vedere l'ultimo raggio di sole che illuminerà di rosso la pianura circostante e la città che si stende ai suoi piedi. Gruppi di giovani monaci fermano tutte le turiste, in particolare le più giovani, ma unicamente al fine di esercitare il loro inglese malfermo, questo è lo scopo ufficialmente accettato. Intanto la folla si ammassa sempre di più sulla terrazza ad ovest sgomitando per prendere una posizione adeguata. Compaiono corredi fotografici degni di migliore uso e non appena il sole si insinua gigione e intrigante tra le nubi, spargendo rosso carminio per tutto il cielo, comincia il crepitio degli scatti, un mitragliare compulsivo condito da improperi per chi ti sta vicino e spinge per conquistare posizioni migliori. Quando, tra le gomitate dei giapponesi e le occhiate storte dei tedeschi, ogni cosa finisce tra un oooh collettivo e liberatorio, è tutto un corri e fuggi per conquistare posizioni utili nelle code infinite che si formano subito per la discesa. Torni mesto in città, pensando a quello che sarebbe stato rimanere lassù la notte, quando la folla se ne è andata, a guardare dall'alto la città ormai buia, con il quadro perfetto delle mura reali che si specchiano nell'immenso fossato.



SURVIVAL KIT

Royal Palace
Per la visita di tutta l'area storico turistica monumentale della città si paga un ticket cumulativo di 10.000 K . Il biglietto viene richiesto all'ingresso dei monumenti principali. Questo giro si può fare, di corsa in mezza giornata.

Una scuola religiosa
Palazzo reale.- Al centro esatto della città. Circondato da un fossato di 90 metri di larghezza e con mura di 8 metri. Le singole costruzioni visitabili sono al centro. Tutte ricostruite dopo i bombardamenti della seconda guerra mondiale. Museo con ricordi degli ultimi re in fondo. Salire sulla torre dell'orologio, curiosa costruzione a pianta ovale, da cui si ha una vista complessiva degli edifici. La sala del trono e il palazzo di vetro sono gli edifici più maestosi. Il tutto è molto fotogenico, specialmente le mura con le torri di guardia di notte.  

Kuthdaw Paya- Assieme ad un altro tempio vicino è caratterizzato da una serie di stupa identici allineati in quadro, ognuno dei quali contiene una serie di lastre di pietra su cui sono riportati tutti i canoni sacri del Buddhismo. Pagoda dorata maestosa al centro.

Due sposi nel palazzo
Kyaung Atumashi - Monastero completamente distrutto dal fuoco alla fine dell''800 e ricostruito da una ventina d'anni. Imponente costruzione quadrata a gradoni scandita da una serie di porte dorate che spiccano su un biancore abbacinante.

Shwenandaw Kyaung - Il palazzo d'oro, in realtà completamente costruito in legno su una sorta di palafitta ad un piano. Forse la più bella costruzione lignea del paese. Interno a colonne dorate. L'oro dell'esterno è scomparso con le intemperie. Assolutamente unico.

KyaukTawgyi Paya - Davanti alla Mandalay Hill. Monastero ricoperto di specchi colorati all'interno. Statua ottocentesca di un Buddha di marmo di 8 metri da 900 tonnellate. Interessanti affreschi che raffigurano la visita del re Mingun.

Mandalay Hill - Salita a piedi o in auto(meglio). Diverse costruzioni da vedere lungo la salita. Arrivati in cima (la collina è alta 230 metri ed è il punto più elevato della pianura) splendido panorama sulla città ed il fiume. Posto classico per vedere il tramonto. Prendere posto davanti alla balconata per tempo.

Vcafè Sky bar 25th St at 80th StDi fronte al lato occidentale delle mura, molto comodo, cucina occidentale, BBQ anche ben presentata, piatti da 5/6000 K , birra alla spina buona ed economica.

Il tempio in cima alla Mandalay Hill

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giovedì 29 gennaio 2015

Mingun, l'incompiuta

In battello sul fiume


Sulle rive dell'Irrawady
Alla luce dell'alba la barca risale lentamente la corrente. E' grande, sproporzionata del tutto a trasportare due soli passeggeri. Siamo sul ponte superiore, su grandi sdraio di vimini e un cesto di banane dolcissime su un tavolinetto davanti a noi. Le rive di terra fine, con una piccola scarpata alta qualche metro che la corrente si mangia a poco a poco, scorrono con lentezza al tuo fianco concedendosi ad una osservazione attenta, che ti consente di spiare nelle capanne, che ti permette di guardare l'umanità che comincia la sua mattina sul fiume, uguale a tante altre giornate come questa. Qualcuno, dopo aver terminato le abluzioni personali, lava panni o stoviglie, altri raccolgono l'acqua in recipienti di metallo e risalgono la ripa, contadini portano i buoi che trascinano i loro carri ad abbeverarsi. Forse è così che bisognerebbe viaggiato per questo paese. Con la lentezza della corrente, come inglesi del secolo scorso. Godendosi le acque di questo fiume immenso, con i suoi isoloni di sabbia, terra mutevole che cambia di anno in anno e ad ogni stagione. Forse questo viaggio, con i suoi tempi, con il suo concedere spazio al puro osservare, è lo scopo stesso del suo esistere, forse non serve che al termine della risalita del fiume ci sia una meta da raggiungere; lo stesso brontolare leggero del motore del battello, accompagna il ritmo della respirazione, aiuta la formazione di un non-pensiero che permette di abbracciare l'orizzonte e di comprenderlo con lo sguardo, nello sguardo, senza ragionarci sopra. 

Mingun Paya
Rispondeva il Buddha a chi gli chiedeva cosa stesse facendo: Respiro. E tanto potrebbe bastare. però quando sullo sfondo dell'ansa, sulla bassa riva lontana compare la sagoma di Mingun, non riesci a rimanere staccato e indifferente, subito le forme che si disegnano all'orizzonte attraggono la tua attenzione in una sorta di spasmodica attesa dell'arrivo. Prima che la barca attracchi hai tutto il tempo per misurare con l'occhio la serie di costruzioni che seguono una dopo l'altra, spuntando tra gli alberi. Uno sguardo rapido  alla Pondaw Paya, tempio ancora in fase di rifinitura, modellino in scala di quello che sarebbe dovuto essere il tempio principale. Poi basta seguire il sentiero, quela fila di donne coi cesti sulla testa, mentre la costruzione senza senso che emerge tra gli alberi ti fa da guida sicura. Mingun Paya è un simbolo. Chiarisce alle genti quanto l'uomo vorrebbe fare e sogna di costruire, anche se poi la realtà lo rende a priori impossibile. Pure non si arrende e vuol cominciare l'opera che rimane così incompiuta a testimoniare verità popolari: chi troppo vuole...Oltre due secoli fa un re aveva un sogno, costruire la più grande pagoda del mondo. Era un periodo in cui, come in molti altri della storia, imperava l'amore per il gigantismo ed avere il merito di fare una cosa così grande da rimanere imperitura per la vista e nel ricordo delle genti, non aveva prezzo. Cominciò così il lavoro che dovette assorbire larga parte delle finanze del regno, ma quando la base della pagoda, già essa stesa da sola più grande di qualunque altra costruzione completa esistente fu terminata, il re morì, trenta anni dopo l'inizio della costruzione.

In cima
Forse anche i soldi erano terminati e la piramide incompiuta è rimasta lì, immenso scheletro a testimoniare quel vorrei ma non posso, che dovrebbe essere comunque utile insegnamento per i posteri. La costruzione quadrata, 72 metri di lato per 140 di altezza, appare così come una immensa piramide tronca, di cui si può solo immaginare come dovesse essere la pagoda da costruirvi sopra e può essere considerata come la più colossale pila di mattoni del mondo. Ma anche l'ironia della storia ha voluto aggiungere il suo tocco. Dopo un'altra ventina d'anni dall'interruzione dei lavori, un devastante terremoto aprì nei fianchi della costruzione paurose crepe, che pur senza fare crollare del tutto l'edificio, mostrano una situazione di precarietà quasi instabile che mette ansia al solo osservarla. Nessun ingordo cercatore di appalti avrà riso quella notte, perché non c'erano più appalti da assegnare. Però, lungo le crepe più grandi sono state costruite ripide scalette ed è così possibile raggiungerne la piattaforma sommitale, un punto di osservazione davvero unico per il territorio circostante. La fila dei pellegrini si inerpica lungo le ripide rampe tirandosi su per i mancorrenti; le pietroline dei mattoni rotti e la terra offendono i piedi nudi di chi sale, questo rimane pur sempre un luogo sacro e enormi parti di muri sembrano poter smottare da un momento all'altro, ma l'ascesa verso l'alto non si arresta, anche perché la coda dietro spinge. 

La salita
Non oso immaginare cosa sia questo percorso durante la stagione delle piogge, quando i rivoli di acqua fangosa scorrono lungo le spaccature dell'edificio e gli alti gradini sono coperti di fanghiglia rossa e scivolosa, ma tant'è nulla è vano se si anela all'iperuranio. In cima lo spettacolo è maestoso. Mandalay è una nube tremolante, lontana all'orizzonte, i paesi e la campagna si stendono verso lontanissime montagne, il grande fiume scorre davanti, disegnando come un pennello sulla sabbia mobile, sinuosi disegni sempre diversi, curve delicate che scivolano come vesti di seta sul corpo di una danzatrice. Sulla piattaforma una torma di giovani monache dai mantelli rosa e monacelli bambini ricoperti di sai rosso mattone, della stessa sfumatura dei mattoni sottostanti. Sono scuole religiose in visita al monumento. Il professore, un piccolo monaco con gli occhiali spessi, sta spiegando la storia del re pretenzioso, che voleva innalzare la sua personale torre di Babele, ma i ragazzi si guardano attorni attoniti per lo spettacolo straordinario che si stende attorno e sotto di loro, ritti sull'orlo del muraglione guardano la bellezza ed è questo che si porteranno questa notte nei loro dormitori e che non potranno più dimenticare. Poche centinaia di metri più lontano, una macchia di un bianco abbacinante, la Hsimbyume Paya, una costruzione dalle forme mirabili, inusuali, una serie di guglie concentriche per sette terrazze successive sino all'ago centrale, che rappresentano le catene montuose che circondano il sacro monte Meru, il centro del mondo. 

I ruderi degli elefanti guardiani
E' fatica ridiscendere lungo la scala, vorresti rimanere ancora a guardare il paesaggio e la la gente che lo guarda e se ne arricchisce. I fianchi dell'edificio montagna sono lisci, le porte che ne delimitano le viscere, con i loro altari, le statue, sono limiti di un mondo a sé. Tutto intorno il bailamme dei mercanti nel tempio, i carritaxi di buoi, le motorette scoppiettanti, la fila dei camion con i cassoni pieni di monaci ragazzini che arrivano o ripartono dopo la gita culturalreligiosa. Ancora una passeggiata fino alla campana più grande del mondo; provi a entrarci sotto per sentire il suo suono devastante, quando la percorrono, come Peppone prima che cadesse la sua, ma questa sembra rimanere ben salda al suo anello e risuona orgogliosa per chi ne percuote il bronzo spesso istoriato. Sta lì orgogliosamente appesa e funzionante, non come la sua collega che vegeta in un cortile del Kremlino forse un po' più grande, ma caduta a terra e rotta, ingloriosamente inutile, senza mai aver potuto dare un rintocco. Il parco sacro è grande e dovunque ti aggiri, sempre incombe l'immensa piramide di mattoni ferita. Dal basso, la costruzione ti impone lo stesso straniamento che dall'alto, anche se sei più distratto a schivare i venditori appostati tra i ruderi o tra i mattoni in rovina di quelle che dovevano essere due gigantesche chiappe degli elefanti guardiani. Quando riprendi il tuo barcone e scendi lentamente la corrente, la sua sagoma inconfondibile non ti lascia più. Rimane lì sull'orizzonte, utile simbolo dell'inutile, fino a che l'occhio la intravvede, per poi rimanere indelebile nel ricordo.
Hsinbyume Paya


SURVIVAL KIT

La Mingun bell
Mingun - Per arrivare a questa area archeologica (ingresso 3000 k + ticket foto, ma se entrate dalla Pondaw paya, 200 m a sud dell'entrata principale, nessuno chiede il biglietto) la strada migliore è la barca (25.000 K per tutta la mattina, circa 1 h per andare e un po' meno per il ritorno). Partenza dall'imbarcadero vicino al View point.. 

Cose da vedere: 

1 - Pondaw paya - pagoda in fase di rifinitura alta una ventina di metri che riproduce in piccolo quella che doveva essere la forma definitiva della pagoda di Mingun.

2 - Mingun Paya. Basamento di quella che doveva essere la pagoda più grande del mondo. Uno scatolone quadrato di mattoni alto 140 metri devastato dai terremoti. Scala per salire (senza scarpe) molto ripida e scivolosa, con mancorrenti, che si infila in una delle fenditure più grandi. Panorama in cima indimenticabile. 

Taxi a Mingun
3 - Mingun bell - La campana più grande del mondo in funzione. 90 tonn. con diametro di 5 m alla base. Ci si può andare dentro a sentire il rintocco che il vostro accompagnatore fa con apposito batacchio da fuori. 

4 - Hsinbyume Paya - Tempio stilisticamente bellissimo, tutto bianco a 7 gradoni, con serie di statue in cima. Molti ristorantini e bancarelle di frutta, souvenir e oggetti religiosi in tutta l'area. Volendo ci si può spostare in carro taxi trainato da buoi, una turistata come la carrozzella a Roma. 

Per questa escursione, comunque imperdibile calcolate mezza giornata. 

Monache in visita a Mingun

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mercoledì 28 gennaio 2015

Tramonto sull'Irrawaddy


Tramonto sull'Irrawaddy



Monache in città
Camminare a Mandalay è fatica. Non solo la cura costante di tenersi al riparo da motorini e traffico confuso e sbarazzino che si infila in ogni spazio percorribile, marciapiedi compresi, ma il tutto è un po' uno slalom tra i materiali accumulati sugli spazi normalmente dedicati ai pedoni, occupati da seggiolini e tavolinetti di bar improvvisati, merci scaricate di fronte a qualche magazzino ed infine area di parcheggio usale per ogni tipo di veicolo. Quando riesci a trovare un tuo personale itinerario, poi, devi fare i conti con le sconnessioni del terreno, lastre sollevate e buchi in cui precipitare per intero, tenendo conto che proprio sotto quei marciapiedi c'è quella ipotesi fognaria che le tue narici avvertono di continuo. Però una passeggiata dal centro verso il fiume rimane uno dei modi migliori per socializzare con la città. Facendo attenzione, un occhio a terra per non inciampare, l'altro alla strada per non farsi investire e il terzo occhio del buddhista che è in te, che spazia attorno per afferrare il senso di questa vita, ti puoi incamminare, a partire dal quadrato centrale che circonda il palazzo reale e avviarti verso il grande fiume, attraverso una serie di quartieri popolosi e ricchi di vita. Dietro ogni angolo c'è qualche sorpresa, mercatini affollati e viuzze tranquille dove passeggiano le monache, negozi di artigiani e ceramisti e piccole moschee o templi indù. Andando verso il fiume, dopo la torre dell'orologio, residuo coloniale comune a tutte le città birmane grosse e piccole, si traversa un quartiere occupato da molti spazi religiosi, pagode, templi e monasteri. Qui la città si calma, il respiro rallenta e tutto sembra avere un ritmo differente. L'Eindawya Paya è forse il tempio più importante della zona anche per ragioni storiche, luogo di rivolte dell'inizio del secolo scorso da parte dei monaci infuriati perché gli inglesi vi entravano senza togliersi le scarpe. 

Tra i rifiuti
Non ci crederete, ma i monaci da queste parti sono comunque piuttosto combattivi, per cui entrate a piedi nudi comunque per favore, vedrete gruppi di monachelle che producono ventagli e parasoli per gli altri monaci e poco più. Quando, proseguendo attraverso i vicoli, arrivate al canale collettore delle fogne della città, ve ne accorgerete senz'altro, siete ormai a pochi passi dal fiume, l'immenso Irrawaddy, di cui a stento riesci a vedere l'altra riva semideserta. C'è un destino comune nei grandi fiumi dell'Asia, quello di essere vie maestre fondamentali della storia dei paesi che attraversano e non potrebbe essere diversamente, visto che sono sempre stati le strade più facili per trasportare, uomini, merci ed idee attraverso spazi occupati da jungle, montagne o terre selvatiche e diversamente impenetrabili. Attorno alle loro rive sono nati e poi via via conquistati, distrutti e morti e infine rinati, imperi e regni . Qui sono nate leggende e si è costruita la storia di intere nazioni. La superficie di acqua è percorsa in lungo ed in largo da ogni genere di imbarcazione e lungo le rive principali e ancor di più, lungo quelle dei mille bracci secondari, vive un mondo che del fiume fa la sua vita, se ne nutre e da lì trae ogni genere di sostentamento. File interminabili di baracche si affollano tra le piante fin giù lungo le scarpate di terra che il fiume nelle sue piene stagionali ha scavato con lentezza inesorabile a volte, con violenza feroce in altre, ma attraverso le quali, non è mai riuscito comunque a deviare la pervicacia invasiva di un popolo che forse non avendo altre scelte di vita, ha sempre ricostruito con la pazienza delle formichine a cui viene distrutto il formicaio. 

Zattere sul fiume
E' il luogo in cui la città mostra il suo viso più misero e disperato, con le passerelle sbilenche che conducono a baracche malandate nascoste tra i cumuli di immondizie o tra masserizie e merci povere da lavorare, da trasformare e poi da caricare e trasportare altrove verso altre miserie, altre povertà di lavoro tribolato. Intorno ad ogni pontile, cataste di legname o sacchi di cereali ammassati, sottoprodotti di ogni specie, circondati da torme di genti che separano, scelgono, scartano, impilano, caricano su barconi e chiatte che infine,  lentamente si lasciano andare sulla corrente. Qui ci arrivi alla sera, giusto quando il sole cala dietro le alture basse della riva occidentale, sei appena in tempo per vederlo colorare tutto di rosso vivo, le acque scure, la terra delle rive, la polvere che si alza tra i bambini che si rincorrono vicino ai pontili., quasi un bagno di sangue purificatore, che tutto lava fino all'alba del giorno dopo. Un paesaggio vasto e quasi senza rumore perché la confusione rimane comunque lontana, attutita dalla distanza, quasi spenta dalla notte che arriva in un attimo, appena l'ultima curva gialla scompare dietro la linea ondulata della collina. E' già buio e ripercorrere le strade verso il centro è ancora più penoso. Solo quando arrivi di fronte al canale che circonda il quadrato del palazzo reale e rimani a guardare quasi attonito le mura appena illuminate che si specchiano nell'acqua ferma, cerchi di indovinarne l'angolo opposto, senza riuscirci tanto è lontano, come se si perdesse nelle pieghe del tempo e dalle torri che si levano sugli angoli ancora ci fosse una guarnigione di soldati a guardia dell'ennesima fortezza Bastiani, già vinti dall'inerzia e dall'inutilità dell'ennesimo muro.

La sponda occidentale dell'Irrawaddy a Mandalay

SURVIVAL KIT

View Point - Punto panoramico sul fiume dove andare per il tramonto, al termine di Pinya Street. Il bar citato sulla Lonely non esiste più e il luogo rimane piuttosto squallido. A questo punto meglio salire sulla terrazza del vicino nuovo albergo sul fiume, da dove si vede anche meglio. Qui è anche difficile trovare poi qualche taxi per tornare in centro, dopo il tramonto.

Eindawya Paya
Eindawya Paya - Nella zona dei monasteri prima di arrivare al fiume, traversando poi il monastero Khin Makantaik. Tempio molto quieto e poco frequentato dai turisti, con monache al lavoro. Ingresso libero. Grande stupa dorato al centro e negozietti di cose religiose intorno.

Restaurant BBB 292, 76th Street- Ristorante dalla pretesa occidentale, con piatti più curati e prezzo adeguato (6/8000K). Appena dietro il palazzo reale (angolo sud-ovest). Pesce, filetti e pollo alla griglia, se non ne potete più della cucina sinobirmana. Consigliabile assaggiare il vino rosso prodotto in Birmania, offerto anche a bicchiere (2.500K), tanto per provare, accettabile. Personale attento e gentile

Mandalay - Il palazzo reale

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