sabato 30 maggio 2020

Luoghi del cuore 4: Cascate d'Islanda


Svartifoss

Dettifoss
Avevamo preso in affitto una piccola Skoda gialla, che costava un botto, come tutto del resto. La terra d'Islanda a causa del suo naturale isolamento ha avuto sempre prezzi esagerati, ma in quell'agosto tutto sommato non troppo umido, anche questa una anomalia per quel paese, navigavamo di conserva e al massimo risparmio, dormendo nelle scuole che d'estate si convertivano ad ostelli per viaggiatori dal portafoglio sottile. Era un andare per terre desolate, ma di un impatto visivo assolutamente straordinario. Si può dire che sicuramente l'Islanda sia la terra d'Europa più straniante ed esagerata in assoluto. I suoi paesaggi estremi non hanno rivali per il nostro continente, dove la natura è stata da tempi immemorabili piegata alle necessità umane. Lì invece l'uomo data la sua scarsissima presenza è soltanto uno dei tanti minuscoli episodi, al pari delle folaghe chiassose, dei puffin che sbattono forsennatamente le corte alucce, delle rondini di mare starnazzanti alla difesa dei nidi nell'erba della brughiera. Tuttavia lo spettacolo più esagerato di questa terra è costituito, a mio parere, dalle cascate, i salti d'acqua che si trovano da ogni parte di questa isola di ghiacciai, di vulcani, di acque turbinose, di mare in tempesta costante. Un'isola di fuoco e di acqua, di ghiaccio e di polvere nera, di roccia contorta e di erba bassa schiaffeggiata dal vento. 

Skogafoss
E' una terra recente, costruita da pochi milioni di anni e per questo le sue sporgenze non sono morbide ed arrotondate come quelle dei mondi levigati dagli elementi atmosferici da ere immemorabili. I suoi territori sono tutti a salti scoscesi e interrotti, squarciati dai terremoti e dalle eruzioni di lava che si condensa in lame taglienti, creando salti, scoscendimenti, balze ripide e insuperabili che i fiumi grossi e violenti si impegnano a superare, scavando vie improbabili e tortuose. L'Islanda è tuttavia soprattutto terra di acque, dal mare che la circonda, ai fiumi imponenti, che nascono dai suoi ghiacciai e l'attraversano furiosi prima di gettarsi nell'oceano e piove, piove molto, tanto che un amico che c'era stato l'anno prima mi disse di fare attenzione che a lui erano ammuffiti gli scarponi tanto era piovuto in quell'agosto. Noi fummo più fortunati e possiamo dire che i raggi del sole facevano capolino quasi tutti i giorni tra le nuvole gonfie di voglia di lacrimare.  Così si sono formate cadute d'acqua di proporzioni maestose, ma soprattutto di bellezza immaginifica, set straordinari per film fantasy ambientati su mondi alieni, tutte diverse, tutte spettacolari. Ogni punto dell'isola ne presenta almeno una, tutte maestosamente uniche, imponenti, diverse. Vicino alla capitale la serie delle Gullfoss, la cascata d'oro, per il colore che assumono le acque quando vengono sfiorate dai raggi del sole, che scende attraverso balze successive generando un gran fragore. 

Selialandfoss
Poi la Svartifoss, uno stupendo salto d'acqua a velo di sposa, all'interno del parco del Vatnajokull, che scende in un piccolo anfiteatro scavato in una cerchia di basalti a canne d'organo che ne formano uno sfondo decisamente d'effetto. La Skogafoss è una delle più belle in assoluto con il suo salto netto di una sessantina di metri da cui scende un velo di acqua vaporosa che forma mille arcobaleni, estremamente scenografica, con la possibilità di aggirarla da dietro entrando nella grande caverna che ha formato alle sue spalle. A nord dell'isole le due più imponenti: la Dettifoss,  la cascata dell'acqua che rovina, quella con la maggiore massa d'acqua d'Europa (fino a 1500 m3 al secondo) che si getta in una vasta fenditura ruggendo, segnalata a distanza da una nuvola di vapore che si alza alta nel cielo tra cento arcobaleni e dal suo brontolio simile ad un rombo di tuono e la Godafoss, la cascata degli dei, vicino a Mivatn, con la sua maestosa forma a ferro di cavallo che si può ammirare da ogni punto di vista seguendo il sentiero del circolo di Diamante. La Selialandsfoss è una delle più affascinanti, anch'essa aggirabile da ogni lato coni suoi 60 metri di altezza ed il mare a poca distanza che si intravede di lontano. Solo ancora un cenno alle Hjalparfoss, le cascate gemelle sul fiume Fossa che si uniscono graziosamente alla base prima di procedere verso il piano. E poi decine di altre ognuna delle quali sarebbe meritevole di menzione. Davvero un privilegio vedere questa terra estrema, secondo me, la più potente d'Europa dal punto di vista naturalistico, impossibile da dimenticare. 
Hjalparfoss



Gullfoss
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Parga

venerdì 29 maggio 2020

Luoghi del cuore 3: Il monastero di Lamayuru


Lamayuru- Ladakh -India - agosto 1978

La valle perduta
   L'aereo è senza ombra di dubbio il mezzo che più ha cambiato le possibilità di vedere il mondo in tempi accessibili a tutti, dandoci in questo modo opportunità nuove. Soprattutto raggiungere in un attimo luoghi a cui prima era faticoso, a volte impossibile accedere, se non con voglia vera, tempo a disposizione e volontà di adattamento. Un miglioramento imprescindibile che ha concesso a tutti progettualità nuove, momenti di conoscenza senza prezzo che un tempo erano negati ai più. Chissà se riusciremo ad avere indietro questa possibilità avuta dalla nostra generazione, per la prima volta nella storia. Tuttavia in qualche caso ha anche tolto qualche cosa. Infatti per raggiungere luoghi lontani ed isolati ai quali adesso potevi accedere, è il caso di dirlo in un battito d'ali, anche se di robusto acciaio, erano necessari giorni di faticoso percorso, che però consentivano di transitare in luoghi altrettanto se non più ancora dimenticati ma spesso ricchi di caratteristiche assolutamente uniche, che invece il nuovo mezzo ti fa irrimediabilmente perdere definitivamente. Oggi infatti a Leh, la capitale del Ladakh, quello scampolo di territorio indiano politicamente, ma tibetano nella sua essenza e nella sua cultura, arrivi facilmente con un volo da Delhi o da Srinagar, in un'oretta. 

Giovani turisti al Namika-la

Allora, quando la valle nascosta che penetrava le montagne tra Karakorum e Himalaya, la dovevi percorrere con un autobus scassato dalle fiancate coloratissime, carico di fagotti e stie di polli, con la scritta Horn please, vergara a caratteri cubitali sul retro e guidato da un robusto sikh dall'imponente turbante rosso scuro, ci volevano tre giorni, percorrendo uno stradino tortuoso, interrotto frequentemente dalle frane estive, con strapiombi ai lati di mille metri, sul fondo dei quali brillavano le lamiere di qualche mezzo precipitato dopo qualche imprudente manovra e che risaliva la montagna con passi superiori ai 4000 metri. La strada attraversava la zona del Jammu fino a Kargil, in un territorio contestato che da decenni deve assistere a scaramucce sanguinose tra India e Pakistan fino al passo del Namika-la e dopo una trentina di  chilometri da percorrere in una oretta, arrancando su per le balze scoscese della montagna, il Fotu-la a 4108  metri, dove lasci definitivamente la terra dell'Islam per entrare in quella del Buddha. Prima i paesini abbarbicati sugli speroni ai bordi della strada erano segnati da piccole moschee dalle pareti dipinte di verde con minuscoli e sottili minareti che ne contrassegnavano l'identità religiosa, con qualche scritta in urdu sull'ingresso.

Monastero di Lamayuru

Poi sulle pareti della montagna o sui picchi isolati che delimitavano la strada trovavi altorilievi di dei terrifici a protezione della montagna o bianchi chorten incoronati di bandiere di preghiera che il vento teso della valle portava fino al cielo, ad ogni passo sempre più tinto di un blu cobalto punteggiato di riccioli bianchi, sbuffi di nuvole uguali a quelle che ornavano i gli affreschi delle tankhe antiche appese alle pareti dei templi. Dopo il passo, la strada precipitava per qualche centinaio di meri in una valle larga e gialla di campetti di orzo maturo, in una serie di tornanti e controcurve talmente serpeggianti da rendere obbligatoria anche al bus di linea, una fermata per ammirarne la incredibile grafica. Poi al massimo sopo una decina di chilometri, uno sperone roccioso che si elevava a lato di un gruppo di case bianche dai tetti rossi, con le finestre contornate per evidenziarle meglio, nel caratteristico stile tibetano. sopra il quale si elevava in un tutt'uno con la tenera roccia circostante, il monastero di Lamayuru. La valle appariva stranamente silenziosa, quasi nessuno in giro, neppure nei campi lontani. Qualche bimbo sulle soglie delle case, ma senza le consuete grida dei giochi di una infanzia segnata da uguali e chiassosi stilemi in ogni parte del mondo. 

La strada dopo il Fotu-la
Lasciato il bus che proseguiva verso il cielo, scendemmo lentamente il sentiero che portava al portale del monastero apparentemente deserto, quando un suono cupo e forte salì da dentro le mura rotolando giù per le balze della valle per raggiungerne i suoi più lontani e reconditi angoli, come un brontolio sordo e gorgogliante, di pancia, una sorta di borborigmo ripetuto e continuo che tentasse di risvegliare spiriti addormentati o di liberarli da catene infernali che li tenevano prigioni nelle profondità della terra a causa di qualche incantesimo maligno. Guardando meglio scorgemmo su un terrazzino interno che sporgeva tra le torri della lamaseria, un gruppo di tonache rosso mattone, due delle quali brandivano lunghissime trombe con le bocche appoggiate fino a terra e nelle quali soffiavano con forza gonfiando le guance in maniera visibile, davanti, un monaco più giovane che li aiutavano a tenerle in equilibrio sostenendole con una corda, mentre successivamente arrivarono un paio di altri con grandi piatti di ottone che sancirono il termine della performance con grandi e sonori sbattimenti. Una scena primordiale alla quale era necessario e doveroso, oltre che davvero coinvolgente, assistere in un silenzio assolutamente religioso, seduti su un rilievo di terra, anche perché, io per lo meno, avevo il fiato mozzo per l'altitudine e quasi non riuscivo più a respirare. Passammo diverso tempo ad ammirare i fantastici affreschi che decoravano le pareti dei porticati interni. Un monaco artista, giovanissimo, ne stava finendo alcuni nella galleria inferiore. Aveva al suo fianco un libro con schizzi e disegni da cui evidentemente prendeva ispirazione. 

Pagine 
Ci sorrise, poi puliti i pennelli li depose in un piccolo astuccio di legno e si alzò per accompagnarci nelle sale interne del tempio, così ricco di stoffe colorate, di dipinti antichi, di statue ricoperte di ori e vermiglione, di altari ricchi di offerte. Banconote di piccolo taglio erano infilate alla base delle statue, tra le mani fissate in gesti dal profondo significato religioso. Al fianco la sala della biblioteca in cui erano ammucchiati un po' disordinatamente centinaia di libri sacri, costituiti da fogli staccati, uniti gli uni agli altri da un filo nero centrale e racchiusi tra due tavole di legno scolpito finemente e colorato di rosso. Ce ne mostrò alcuni, le pagine scritte nella elegante grafia tibetana, alternata a miniature raffinate che raccontavano storie religiose, la cui sola vista invitava al raccoglimento più profondo. Il monaco artista sembrava rapito dalla profonda spiritualità del luogo. Tra quelle mura sante non potevi essere sfiorato da pensieri che non fossero legati alla preghiera e dalla lontananza dalle vanità del mondo. Con sguardo dolce e comprensivo, il religioso prese uno dei fogli di un libro aperto in un canto della stanza, che recava una bella miniatura di un Buddha del futuro benedicente e me la diede con un leggero inchino facendomi cenno di metterla nello zaino che affardellava le mie spalle. Sempre con occhio benedicente infilò nelle pieghe del saio marrone la banconota da cento rupie che gli avevo porto e ci riaccompagnò verso l'uscita, guardandoci risalire faticosamente il sentiero che riportava alla strada. 

Donna ladakhi

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Parga

giovedì 28 maggio 2020

Luoghi del cuore 2 : Parga


Parga - Grecia - agosto 1976


Parga
Avevo appena cominciato a mettere il naso fuori dai confini, anche se avevo capito da tempo quale fosse quel fuoco che si agitava dentro di me, ansioso di scoprire cosa ci fosse di là del mare. Così decidemmo di passarlo quel mare misterioso per raggiungere le coste omeriche. Appena passata Corfù e non ancora arrivati ad Itaca, sulla strada che conduceva il Laerziade a casa, non certo definitivamente come vuole la vulgata successiva, si percorreva una costa ancora piuttosto selvatica e poco investigata da un turismo ancora bambino. Così quando si aprì davanti a noi il piccolo golfo di Parga con i suoi tre archi lunati di spiaggia successivi, sottili strisce bianche che scandivano il verde dei pini dal blu scuro del mare, rimanemmo quasi immobilizzati dalla sua bellezza tenera e primitiva. Anche la spiaggetta antistante l'abitato era semi deserta nonostante l'agosto caloroso e potevi starci la mattina, quando ancora il sole non era troppo feroce, per andare a cercare poi tra i vicoli una taverna dove avevano già imparato a servire grandi orate che sapevano di mare pulito, mentre il retsina spargeva profumi di resine antiche nell'aria a mitigare l'odor di fritto ed a pulire la bocca dai lasciti delle mussacà e degli involtini di foglie di vite. Poi ti arrampicavi sui sentieri, appena fuori del paese per arrivare sul punto più alto del promontorio che si allungava sull'acqua dominando da su lo zaffiro scuro che ti circondava. Rimanevi allora a lungo seduto sulle mura dirupate di un antico castello a guardare lo specchio del mare.

La spiaggia
In mezzo all'insenatura due piccole isolette, che poi a ben vedere erano una sola, collegata da un basso istmo quasi invisibile dalla riva, coperte di macchia mediterranea fitta, quasi inestricabile. In mezzo una chiesetta bianca con uno puntone di campanile sulla minuscola facciata, solo un sostegno per una campana anch'essa minuscola, che suonava una volta al giorno, forse proprio per ricordare al mondo la sua esistenza. Ci si poteva arrivare facilmente a nuoto, dato che l'isolotto non dista dalla riva che un paio di centinaio di metri, sempre troppi però per il ferro da stiro che è in me, tuttavia ugualmente raggiungibile tramite l'affitto di un pedalò azzurro che un vecchio dalla pelle rugosa , un pescatore prestato temporaneamente a quella attività che sarebbe col tempo diventata primaria, affittava con sussiego al mattino presto. Raggiunta la spiaggetta sassosa e compiuti pochi passi lasciavi alle tue spalle anche quel minimo senso di civiltà che davano le case bianche ammassate dietro il molo e ti perdevi in quel Mediterraneo primordiale cantato dall'Odissea. Procedere oltre la riva non era facile, i sentierini poco o nulla percorsi erano cosparsi di rovo, ma che profumi c'erano nell'aria, di origano selvatico, di lentischi, di resina che colava dai tronchi dei pini che allungavano i rami sull'acqua. Poi si tornava a riva e si stava a lungo in quell'acqua fresca, blu e verde carico,  comunque ristoratrice, nonostante ci fosse il caldo agosto della Grecia ad arroventare l'aria. Ci rimanemmo per tre o quattro giorni indimenticabili.

Dal castello

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mercoledì 27 maggio 2020

Luoghi del cuore 1: Il lago Dal


Lago Dal - Kashmir - India - agosto 1978

Srinagar
Il Kashmir ha sempre avuto per l'India una valenza particolare, luogo di bellezze e di delizie, dove il soggiornarvi equivaleva a ritagliarsi un breve scampolo di vita nel paradiso. Ora voi direte, non esageriamo, ma per le élites che vivevano per tutto l'anno in un paese la cui climatologia è sempre piuttosto estrema, con calori infernali alternati a piogge catastrofiche e comunque esagerate, vivere un periodo dell'anno in questa terra dai rilievi pronunciati, con le montagne innevate sullo sfondo ed una temperatura mite e carezzata da refoli di venti gentili, significava trovare la possibilità di godere dei piaceri della vita, considerato anche il fatto che chi poteva farlo, apparteneva ad un ceto sociale di nullafacenti che si poteva permettere stuoli di schiavi che a vario titolo lavoravano al posto suo. Quindi dai re e poi i maharaja del passato, procedendo successivamente con i dominatori inglesi e quindi infine alle orde dei turisti occidentali il cui differente potere di acquisto li rende possibili improvvidi fruitori di questo nuovo stile di vita, questa terra è stata eletta come uno dei posti più interessanti del subcontinente in quanto a piacevolezza di vita. 

Una casa galleggiante
Vicino a Srinagar, la capitale, luogo scelto da secoli dove ambientare fastosi palazzi e piacevoli luoghi di soggiorno c'è un lago  bellissimo dove la foresta si incontra con acque placide e azzurre, che non ha neppure quell'atmosfera cupa che incita al suicidio di tanti altri ambienti lacustri, solitari e spesso tetri, chiuso a nord da una cortina lontana di vette himalayane, corona magistrale imposta da una regia che evidentemente aveva la vista lunga. Il lago Dal, ricoperto lungo le rive da tappeti di piantagioni di loto e da ninfee dalla larghe foglie galleggianti da cui emergono fiori sontuosi, è davvero un luogo magico dove passare serate di placida tranquillità ad ascoltare il silenzio della superficie a specchio sotto di voi, rotta solamente dal lievissimo sciabordio di un'onda leggera. Le acque sono solcate da piccole imbarcazioni che trasportano le persone al di qua ed al di là delle sponde, le shikharas, dalle prore slanciate con un barcaiolo a poppa che le spinge con un corto remo che affonda nell'acqua con una curiosa pagaia a forma di cuore,mentre canta una canzone d'amore. Le rive della parte più bella del lago sono o almeno erano popolate da case galleggianti costruite di odoroso legno di sandalo. 

Braccio secondario del lago
Luogo ideale, con la loro piccola terrazza posteriore volta ad occidente dalla quale, alla sera guardare lo spettacolo gratuito del sole che tinge il cielo mentre scende dietro i monti lontani. Tuttavia come sempre, non è chiaro se per un germe maligno impiantato geneticamente e quindi inestirpabile, come in tanti altri luoghi di straordinaria bellezza, anche qui si agita un male oscuro che spinge fazioni diverse ad agitarsi ed a combattersi ferocemente in nome di una primazia pretesa dagli uni e negata dagli altri. Come sempre la responsabilità del male va alle religioni, cancri inestirpabili che di questa violenza sono le responsabili primigenie, la creano e la alimentano appositamente, proprio sulla base che le costituisce, quella, peri loro adepti, di essere gli unici possessori della verità assoluta e della altrettanto assoluta necessità e giustezza di sopraffare con la violenza tutte le altre. Qui non si fa eccezione a questo assioma, anzi, atti terroristici, guerre e battaglie di ogni tipo hanno sempre sporcato questa terra rendendola per interi decenni chiusa alle visite dall'esterno. I  cancelli del presunto paradiso, insomma devono spesso rimanere sbarrati. Allora, era uno di quei radi periodi in cui una sorta di tregua delle volontà politiche, forse la stessa necessità delle genti, stanche di barbarie e nauseate dal sangue, ne consentiva l'accesso. 

La moschea di Srinagar
Il gruppetto a cui mi ero aggregato per risalire le valli ladakhe, da due anni aperte agli stranieri, popolava per intero una di quelle case galleggianti e aveva portato con sé, timoroso forse di morire di fame, viveri di sussistenza, blocchi di parmigiano e addirittura mezzo prosciutto, che un tizio con un affilato coltello, come avrà fatto a trasvolare il continente, ma forse allora i controlli erano più laschi, ogni sera tagliava con attenzione in fette sottili che venivano distribuite con cura certosina. Ce ne andammo dopo qualche giorno, dopo aver visitatola città ed i dintorni, ebbri di quell'atmosfera di giardino delle delizie che il lago aveva lasciato nelle nostre menti. Fui l'ultimo a lasciare la barca e buttai un occhio all'indietro quasi per fissare un'ultima volta l'immagine di quel luogo le cui pareti di legno chiaro profumavano intensamente di quel sentore esotico. Così potei anche vedere l'inserviente che si era precipitato, appena noi eravamo usciti, con uno straccio ed un bottiglione di alcool, a disinfettare con cura, sfregando furiosamente le pareti ed i ripiani del frigorifero dove era stato messo il prosciutto, contaminandole definitivamente.

Il terrazzino



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martedì 26 maggio 2020

Scent of virus



Fiore di cactus
Cresce di già il tepore
Discende il virus

lunedì 25 maggio 2020

Plastika monouso

Stop plastica usa e getta, il Consiglio Ue approva i divieti in ...
dal web

Dai che prendo fiato. Anche perché questi quasi tre mesi di anossia, mi hanno un po' deteriorato le già poche sinapsi e mi accorgo di non ragionare più logicamente e mi è aumentata la tendenza alla stizza e all'ira compulsiva. Vero è che il virus oltre che a fare strage tra i vegliardi come me, ha anche fatto giustizia di un sacco delle cazzate modaiole che giravano da anni. Per esempio tanto per essere polemico, vi ricordate ancora di quando la plastika (con la k) era il problema assoluto, l'inquinatrice principe, da eliminare, da tassare, da mettere all'indice e scomunicare in favore di fratelli vetro e alluminio e sorella carta (materiali assolutamente più inquinanti nella loro vita complessiva di imballaggio, ma santificati grazie a lobbies potentissime)? Bene col virus abbiamo assistito ad un ritorno prepotentissimo del monouso (prima da bandire assolutamente) e anzi, all'indignazione assoluta perché i nostri magazzini improvvidi non erano riempiti di miliardi di mascherine, guanti, camici, tamponi (ricordate la polemica sui cotton fioc, che sono uguali ai tamponi dei test, i più inquinanti tra i dispositivi monouso?). 

Oggi invece eccoli qua tutti scandalizzati perché non ci vengono riversati a cascata sopra la testa montagne di mascherine, pare ne servano almeno da 10 a 100 milioni al giorno, da 1 a 10 miliardi o più per i prossimi tre mesi, che poi non essendo neanche di plastica non possono neppure essere riciclate, ma devono essere smaltite come rifiuti speciali, mentre invece vengono abbandonati per strada, ce ne sono già i fossi pieni e lì altro che 100 anni perché si degenerino, ma chi se ne frega,tanto mica è plastiKa. Naturalmente nessuno se ne fotte se andranno a soffocare altrettanti milioni di pesci, delfini e tartarughe varie o se trasformate in micropezzi ce li rimangeremo col tempo. Tutti bravi a fare gli ecologisti con  la borraccia di alluminio in mano, col virus degli altri, insomma. Nessuno vuole accettare che non è la plastica o la mascherina il problema, ma soltanto l'incivile comportamento di chi la usa e la getta a mentulae canis e che nessun divieto comunque renderà più degno di vivere accanto agli altri in una comunità. 

Basterebbe il riconoscimento di quale sia la base del problema e poi facilmente, interessi lobbistici controllati, si arriverebbe a capire che la plastica (questa volta senza Kappa) è stata la più grande invenzione del XX secolo, il materiale in assoluto più economico, che ha reso accessibili a tutti una multiformità pressoché infinita di prodotti, il più plastico in assoluto, da cui il nome, con il quale è possibile davvero produrre qualsiasi cosa ed al tempo stesso (e questa è la cosa più importante) il più ecologico in assoluto, perché il più facilmente ed economicamente riciclabile per riprodurre se stesso, cosa facilmente dimostrabile coi numeri alla mano, quando lo si paragona con i suoi omologhi concorrenti, carta, vetro, alluminio. Se le persone si fermassero solo un momento a pensare la quantità di petrolio equivalente (Tep) necessaria per costruire una bottiglia di vetro, trasportarla, lavarla e rilavarla, con altro enorme inquinamento delle acque, ritrasportarla e quindi riciclarla a fine uso e scoprirebbe che è molto più alto di quello dell'analogo contenitore in plastica. E basterebbe che la gente fosse civile e non se ne troverebbe negli oceani neppure un microgrammo. Chissà che il coronavirus potrà insegnare qualche cosa di utile al riguardo. 


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domenica 24 maggio 2020

Oasi



Oasi di Al Harma - Oman - 2018

Oasi di Bidiyah - Oman - 2018
Ve l'ho tirata avanti per un mesetto e abbiate pazienza, ma il problema è che stando in casa isolato come un panda tra i bambù qualche cosa bisogna pur rimuginare nel testone che diventa sempre più vuoto al continuo rimescolamento di un passato che si fa ogni giorno un pochino più lontano e quindi forzatamente sempre più ammantato nel ricordo di aloni di meraviglia e di stupori che vanno al di là del reale. L'alternativa sarebbe stata che vi sareste dovuti beccare una trentina di post di haiku stiracchiati a commento di qualche foto cinese, mentre io invece, dovevo, accidenti, essere impegnato in un giro causasico che avevo programmato da quasi un anno e che mi ispirava moltissimo e che invece è stato riposto nel cassetto in attesa di essere ripescato, forse il giorno di San Maipiù, come si dice dalle mie parti, complice l'età, naturalmente, perché è ovvio che prima o poi tutto ripartirà più o meno come prima. Tuttavia volevo fare una ultima elucubrazione sul tema: perché questo concetto di oasi è così affascinante per la maggior parte della gente ed in ogni caso perché viene così raccontata. L'oasi è in effetti una categoria della mente così come il porto per la gente di mare. Un luogo mistico dove arrivare dopo la traversata di un non luogo, il deserto, che può essere delle forme più varie, fatto di dune sabbiose, onde di un mare cristallizzato e tinto dalle sfumature più varie a seconda dell'inclinazione del sole, oppure di pietra, una spianata senza fine cosparsa di ciottoli o coperta di una patina piatta di sale bianco infiocchettato da merletti di luce ingannevole.

Oasi di Rissani - Marocco - 1984
Oppure ancora fatto di roccia viva e scabra con valli e wadi che ne disegnano serpentine sinuose con formazioni di roccia che l'erosione ha reso esposizione di una statuaria naturale degna di grandi musei. Insomma nell'andare per questo mondo solitario e assoluto per dirigersi verso un altrove sognato, una meta ultima da raggiungere e che fino a pochi decenni fa si faceva soltanto per ragioni commerciali. Era il mercante che aveva inventato la carovana, per andare al di là di qualche cosa, dove c'era qualche altra cosa di raro e prezioso per il di qua e che laggiù invece era comune e poco costoso da scambiare con il viceversa che qui aveva, a sua volta, le medesime caratteristiche. Prendere il sale che costa solo il lavoro per raccoglierlo da terra e portarlo qui dove è bene prezioso, magari mettendoci dentro le acciughe così poi qualcuno inventa la bagna cauda. Ma se esiste la carovana col suo concetto errante di carichi che si spostano, deve esistere anche il concetto di oasi, col suo bravo caravanserraglio, il porto sicuro, dove arrivare e sostare, trovare cibo e rifornimenti, soprattutto l'acqua, il bene più prezioso nel deserto, che per il diritto arabo è "libera", a disposizione di tutti. Credo che il concetto di privatizzazione dell'acqua faccia rimescolare il sangue ad ogni beduino che si rispetti. Dove riposare difeso dalle mura sicure del caravanserraglio, terreno neutro dove predoni si mescolano a mercanti senza aggredirsi a vicenda. Qui ci si riposa, si riprendono le forze, alla battaglia ci si penserà fuori, lontano; l'oasi è pace, scorrere di ruscelli, datteri dolci e ospitalità. 

Oasi di Touggourt - Algeria - 1978
L'oasi può avere caratteristiche fisiche diversissime, ampia valle, depressione dove l'umidità si raccoglie per decine di chilometri creando un ambiente ideale per lo svilupparsi del palmeto, oppure un ristrettissimo spazio dove occasionalmente le geologia ha consentito il formarsi di sorgenti o la falda quasi affiora e si riesce a costruire un pozzo, che permette la vita, l'abbeverata per uomini  e animali, dove la poca acqua scorre preziosa a nutrire piccoli terreni, nei quali la terra fertilissima, fa nascere verdure, mitiga la torrida vampa di calore che soffia da fuori. L'oasi è sicurezza e riposo, è nutrimento del corpo e dello spirito. Tra le palme più esterne sorgono le tende nere che danno albergo alle notti fredde e dal giorno infernale. Su morbidi tappeti ci si sdraia a bere thè alla menta colato da sinuose cuccume di rame dai lunghi becchi arcuati, si ringrazia la divinità e si raccontano storie di donne meravigliose, di ladri e di Jinn che vivono nelle profondità della terra. Come il deserto rappresenta la categoria del sublime assoluto che raccoglie lo sguardo nell'infinito, lo straniamento dell'animo umano di fronte ad una dimensione così grande da non essere misurabile dal metro comune, così l'oasi è il benessere della quotidianità, il coccolarsi col piacere dell'intimità minimalista, della infinita piacevolezza dell'essere tranquillo e sicuro, protetto dalla furia del mondo esterno, dai suoi pericoli, dalla sua ostilità. Così l'oasi è diventata simbolo di ospitalità pura, di vita semplice e serena che tuttavia bisognerà al fine lasciare prima o poi per riprendere la traversata verso quella meta ultima e definitiva.


Oasi di Hadda - Yemen - 1977


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Wadi Shab
Tar
Namib
Petra
Dakhla
Kharga
Tozeur
Chebika

venerdì 22 maggio 2020

Oasi perdute 18: Wadi Shab


Wadi Shab - Oman - ottobre 2018

L'ingresso
Tanto per chiudere questa piccola serie sulle oasi dimenticate che ho avuto la ventura di vedere, visto che di quelle yemenite ho parlato troppo recentemente e di altre mi sfugge il ricordo, vorrei finire con una oasi omanita che mi ha particolarmente colpito, forse per la gradevolezza della compagnia, forse perché con l'età si apprezzano sempre di più certi momenti. Quindi riprendo un pezzo di un paio di anni fa per raccontare della particolarità di alcune oasi omanite nascoste all'interno di stretti wadi. L'accesso a wadi Shab comincia proprio sotto il ponte dell'autostrada vicino alle ultime case del paesino di Tiwi. Le acque che filtrano dalle montagne retrostanti hanno formato qui un delizioso laghetto ricoperto di erbe palustri che devi attraversare con una barchetta. Sarà un percorso piuttosto faticoso, per fortuna in ombra all'andata, una passeggiata di circa un'oretta per risalire il greto secco del torrente tra due ali di roccia a strapiombo, quindi è bene raccogliere le forze prima della partenza facendo un pieno di insalata di polipo e frittate varie, più che altro per mantenersi in forma. Poi zaino in spalla e avanti, un piede dietro l'altro, sbuffando un po' e cercando di conservare il fiato per i momenti più faticosi. Già perché noi siamo un po' fatti così, se le rogne non ci capitano tra capo e collo, ce le andiamo a cercare col lanternino, dicono i mandrogni. Ogni volta, al ritorno, ci diciamo, adesso basta, non ci caschiamo più, da adesso in avanti solo spiagge, bordi piscina, amache e frullati di mango ghiacciati e invece rieccoci in fila indiana, con gli zaini affardellati e i piedi già sudati e gonfi come zampogne prima di cominciare, smadonnando sulle ginocchia imbolsite dal tempo e tenute insieme solo più dall'acido ialuronico. Teste da ricovero, eppur bisogna andare, dicevano gli alpini. A parte la mia Tiziana, naturalmente, che non molla il punto neanche se tira gli ultimi e anzi, è sempre troppo poco. Ma si sa l'età (mentale) conta molto, mentre l'anziano ama piangersi addosso, ma non vuole rinunciare, se no poi si lamenta ancor di più.

L'oasi

Comunque gambe in spalla e cominciamo una faticosa risalita del greto asciutto dello wadi. Il paesaggio è grandioso, ma forse l'ho già detto. Ieri sera, dando un'occhiata alle varie scemenze che ho scritto in questi ultimi anni mi sono accorto che esagero continuamente con la sequela degli aggettivi magnificativi e bellissimo, e meraviglioso, straordinario (alla Alberto Angela), fantastico e via discorrendo. Delle due l'una o sono proprio di bocca buona oppure bisogna davvero concludere che il mondo è di una bellezza difficile da descrivere e che alla fine ti mancano proprio gli aggettivi. E qui a wadi Shab siamo di nuovo daccapo. Attorno a te le pareti di roccia dorata, illuminate dal sole fanno da quinta che delimita un cammino che si contorce sempre di più, risalendo la valle, mentre in alto i bordi si restringono fino a mostrare un fazzoletto di cielo sempre più piccolo. In molti punti il torrente ha lasciato pozze di acqua o di semplice umidità che consentono una vegetazione rigogliosa, che ha permesso anche l'insediamento di qualche casa circondata da palme, l'embrione finale di minuscole oasi che l'aumento graduale delle temperature cerca di uccidere, mentre la vena di acqua sempre più esile, riesce a mantenerle invita. L'uomo nei secoli è riuscito ad adattarsi anche qui, ed ecco che lungo i fianchi del torrente, seguendo percorsi tortuosi ma dalla pendenza costante ed attentamente studiata, corrono i falaj, fossati artificiali le cui pareti rialzate, costantemente mantenute in efficienza, portano il filo d'acqua ai fazzoletti di terra assetata, dove qualche ortaggio la riceve benedicendola e restituendo subito frutti rigonfi di soddisfatta sazietà.

Nel canon
C'è anche qualche capra smunta che si muove sulle rocce in cerca di erba fresca e un piccolo asino che sorveglia il sentiero senza neppure avere la forza di ragliare al tuo passaggio. Lo stradino si arrampica seppure con dolcezza su rocce grandi e lucide, quasi volesse aggiungere difficoltà al tuo cammino reso duro dalla calura che sale. Passo dopo passo avanziamo, mentre i goccioloni di sudore colano dalla fronte come lacrime di coccodrillo, a punirti della tua temerarietà. Non profferisci più parola, ufficialmente basito dalla severa bellezza del luogo, in realtà per conservare il poco fiato che ti è rimasto. Solo le ragazzine sgarzoline saltabeccano da una pietra all'altra come camosci, resi garrule e beate dal minor peso degli anni, che Allah le conservi. Siamo saliti un po' e adesso la strada si ferma ad un piccolo spiazzo circondato da massi giganti. Al di là, il sentiero scompare, coperto da una serie di pozze di acqua verde smeraldo che si susseguono verso il monte. Bisogna lasciare qui tutto quanto vuoi riparare dall'acqua se desideri avanzare lungo questo cammino di sofferenza verso l'agognata meta finale, premio mistico del pellegrinaggio. E qui hai modo di fare un'altra importante considerazione su questo paese, così diverso da tanti altri. Tu come molti altri, perché questo è un luogo piuttosto frequentato anche in questo periodo che non è ancora stagione piena, lasci sopra una pietra completamente incustoditi, macchine fotografiche, documenti e anche soldi, non molti per carità e nessuno si preoccupa del fatto che quando ritornerai tra un'oretta potresti non ritrovarli!

Piscine naturali
Sembra, ed ognuno di quelli che vivono qui te lo confermerà, non si ruba, ma non per timore delle pene, che pur è severa o per la certezza della stessa, ma proprio per tradizione. Questa gente che pure ha avuto un passato di schiavisti, considera l'appropriarsi delle cose altrui una cosa così disonorevole da non essere neppure pensata o prevista. Così tutti lasciano le cose in macchina senza neanche chiuderla o gli zaini sul cassone del pickup, certi che all'uscita del ristorante li ritroveranno. Per carità, ogni luogo ha sempre aspetti positivi e altri accanto negativi, ma questa cosa dà una gradevole sensazione di sicurezza e come si sa bene, quella avvertita è la più importante psicologicamente. Sia come sia, lasciamo qui tutto, vestiti e materiali e, debitamente costumati, i bikini si svelano magicamente come una liberazione sessuale programmata, ci immergiamo nell'acqua fresca, che subito ti dà una sensazione di benessere di cui si sentiva assolutamente il bisogno. Però accidenti, le pozze non è che siano delle regolari piscinette da bagno termale per riabilitazione infermi, ma innanzitutto il fondo è estremamente irregolare e soprattutto scivoloso come una saponetta, trappola vera e propria per anziani malagevoli ed inoltre dopo pochi metri sprofondano nelle viscere delle rocce e per procedere devi essere un buon nuotatore per non scomparire definitivamente nella palude dell'Averno, ça va sens dire, senza più riemergere.

Avifauna
Per fortuna la sapiente organizzazione ha pensato anche ai più handicappati tra i partecipanti e, dopo averli muniti di appositi giubbotti galleggianti da profugo in cerca di salvezza, li ha anche convinti psicologicamente, con un duro e sapiente lavoro, che non c'è nulla di cui aver paura. Qui non è mai affogato nessuno, almeno negli ultimi tempi. Quindi eccomi qui, tricheco claudicante e pesantissimo, con costume fantozziano ascellare e infagottato da un arnese di salvataggio arancione, di cui naturalmente ho faticato ad avvolgermi, causa dimensioni dell'epa prorompente, varato nel liquido verde, immerso fino al collo con la testa terrorizzata che emerge, tenuta fuori dalla garrota di lacci e lacciuoli, in questo caso salvifici, che procedo tentando faticosamente di nuotare verso monte. La fatica è improba, tento con goffi movimenti a rana, con i quali non si procede affatto, poi tento di allungarmi sbattendo disperatamente i piedi, ma il lentissimo avanzare mi toglie subito il fiato. Il giubbotto intanto, pur strizzandomi gli amici di Maria, mi tiene a galla come un turacciolo, evitandomi di ingollare golate d'acqua, ma la fatica è improba, adesso di certo verrò preso da crampi terribili e rimarrò qui in mezzo alla pozza ad aspettare di essere ripescato come un tonno nella tonnara. Invece a poco a poco si avanza, in un corridoio di rocce a picco, se uno non avesse paura, sarebbe una cosa magnifica a vedersi, questo labirinto di pietre levigate e di superficie a specchio resa verde da un alga sottile e carezzevole, che ti nasconde la parete, di certo abitata da esseri malevoli e pericolosissimi.

Ilwadi
Avanti, avanti, la bellezza che ti circonda uccide la paura ed anche la fatica, a poco a poco trovi un tuo ritmo per procedere nella forra fatta di strettoie improvvise e di slarghi successivi dove l'occhio corre in alto a cercare l'azzurro. Arrivi al fine ad un  laghetto che di certo sarà profondissimo, ma di cui per fortuna non si vede il fondo, nell'acqua opaca e spessa di verde cupo, come un fondo di bottiglia. Pensi che sia finito e già la soddisfazione della meta raggiunta ti rincuora e invece no. Niente affatto, il bello deve ancora venire. Michela che, decisa e paziente guida la truppa, indica una fenditura nella roccia, anzi più che uno spacco, si tratta di un buco quasi occluso dall'acqua nel quale passa a mala pena la testa. Qui si tratta di non mollare, ormai fin qui siamo arrivati e potrebbe anche bastare. Ma non sia detto che si arriva a Roma senza vedere il Papa. Michela si infila nel buco facendo strada, poi tocca a me. Cerco di nuotare sgambettando come una papera disperata inseguita da un'aquila rapace, per avanzare nella strettoia. Si tratta di una decina di metri, sufficientemente alta tuttavia per non costringere a dover tenere la testa sott'acqua. La sensazione, per me che non so nuotare e galleggio come un ferro da stiro, è davvero incredibile. Un misto di terrore per la situazione in cui mi sto trovando e assieme di stupita meraviglia per la bellezza di quello che mi circonda e che prevale su ogni timore, tanto, ragionandoci bene, sono assicurato sul rientro della salma.

Nella caverna (dal web)
Ancora un paio di metri e poi il soffitto si alza all'improvviso e lo spaziosi apre in una grande caverna, illuminata completamente da una apertura sulla sommità. La luce è verde intensa e dal'alto di una roccia verticale cade una cascata d'acqua che si abbatte in basso con uno scroscio potente. C'è da rimanere senza fiato e forse non si tratta neanche della fatica fatta; intanto arriva Tiziana e poi tutti gli altri. La dolce Roberta in fondo alla fila si occupa di non lasciare indietro cadaveri, ma di raccogliere e tenere unito il nostro piccolo gregge belante in cerca di incoraggiamento. Dentro il tempo si è fermato, il posto è sicuramente magico e al momento ci siamo solo noi qui dentro a goderci l'attimo fatato. Davvero non vorresti più venire via. Siamo tutti senza parole e al momento di ritornare attraverso il buco e poi giù, lungo il dedalo di acqua in mezzo alle rocce, qualcuno, quasi privo di forze si lascia addirittura trascinare giù come un paralitico nella piscina di Lourdes, miracolato dalla meraviglia e dallo stupore di avere fatto una esperienza così bella e impossibile se raccontata prima. La discesa è lenta, ma quello che abbiamo vissuto oggi, ce lo ricorderemo per un po'. Forse per qualcuno è banale. Ma per me è stata una grande esperienza che non avrei mai pensato di poter fare nella vita e diciamola tutta, me la sono davvero goduta un mondo. Grazie Miki e Roby e grazie all'amico Iapo che ci hanno concesso tutto ciò!

Torre di osservazione a Tiwi


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giovedì 21 maggio 2020

Oasi perdute 17: Le oasi del Tar

Etnia Jat


Pastore Jat
Ma ci sono altre oasi perdute, in deserti lontani e meno noti. Quello del Tar, in terra di India, nota per monsoni e jungle, che qui chiamano Great Rann, appare in teoria meno credibile eppure a pari degli altri ospita tra le sue desolazioni altri piccoli scampoli di vita, dove ancora l'uomo resiste e mostra ancora una volta la sua adattabilità. Così se percorri, dopo aver penetrato a fondo anche questo deserto, una stradina dissestatissima che l'ultimo monsone ha quasi completamente portato via, per raggiungere l'isolata area di Fakhirani dove vive l'etnia mussulmana dei Jat, una tribù di allevatori molto riservata. Tutta questa zona sarebbe proibita senza permesso, ma l'ufficio è chiuso e sembra che in questo caso l'obbligo non valga. Saroda è uno dei villaggi più grandi dell'oasi, più o meno 2000 persone e 5000 bufali. Il paese, fatto di capanne sparse su un'area piuttosto ampia, ne è letteralmente assediato tanto che devi farti largo tra le varie mandrie per arrivare nella zona centrale, una sorta di piazzetta davanti ad una casa, luogo comune di ritrovo degli anziani e forse degli sfaccendati del paese, dove si raccoglie il latte in attesa che arrivi un camioncino a portarlo via. . Questo non è zona di artigiani, per cui non avendo niente da vendere, i Jat sono un pochino più scontrosetti, nel senso che non ti oscurerebbero le statue nude per intenderci. 

Donne Jat - Foto ML Raviol
Insomma il gruppetto di vecchi che sta seduto davanti a questa specie di negozio tuttofare, non sembra abbia particolari entusiasmi al vederci calare dalla macchina con bellicosi zoom pronti a fare fuoco. Meru è hindù harijan e quindi tiene un po' la testa bassa e non si fa avanti più di tanto. Per fortuna il nostro Mohammed  li apostrofa subito con il consueto baishan, "fratello" che pare il giusto approccio in uso tra correligionari. I visi si spianano e il capo del villaggio si alza per accoglierci con i modi previsti dalla ospitalità consueta. Dopo averci dato il benvenuto ed essersi dichiarato onorato per la nostra visita, comunica che ci accompagnerà in giro per il villaggio dove possiamo visitare a nostro piacimento e fotografare ogni cosa desideriamo, sottolinea, indicando la serie di fotocamere pronte a sparare, purché, e qui la cosa viene rimarcata con una certa intensità, non si fotografino le donne. Accidenti, in verità il motivo principale per cui questo posto è particolarmente interessante è proprio il particolare modo di ornarsi il volto delle donne Jat, che consiste in una sorta di enorme e pesantissima staffa di ottone agghindata di stoffe colorate che le signore si appendono al naso facendolo passare attraverso la narice sinistra. 

Foto ML Raviol
Dato che l'enorme peso strapperebbe definitivamente il lembo di pelle, la soluzione è stata trovata legando la stoffa ad una ciocca di capelli che scende dalla fronte, cosa che permette un certo equilibrio alla costruzione. Diamo ampia assicurazione masticando amaro, vuol dire che cercheremo di rubarne qualcuna di soppiatto. Intanto ci facciamo largo tra torme di bufali di ogni dimensione seguite da da decine di ragazzini che si mettono subito in posa, c'è anche la scuola dove vanno in 250. Davanti alla piccola moschea, costruita dopo il terremoto (per questa i soldi sono arrivati, ma non per la strada purtroppo), il gruppo si schiera e si eseguono le foto di rito. Intorno, nelle aie tra le capanne le donne occhieggiano dandosi di gomito. Cerchiamo di risalire il sentiero e arriviamo in un cortile tra due case piuttosto grandi, una di moderna muratura, l'altra una semplice capanna fatta di bastoni ricoperti di stracci e teli di juta, ricordo della vita nomade di qualche decennio addietro. Le donne fingono ritrosia, in realtà si accalcano per mettersi in mostra nonostante l'occhio severo degli esponenti maschili che controllano soprattutto le mani in corrispondenza delle macchine fotografiche. 

Foto Tiziana Sofi
Mandiamo avanti le nostre femmine in avanguardia, che famigliarizzano immediatamente con le loro controparti, mentre noi mostriamo il massimo disinteresse. C'è una gran voglia di comunicare evidentemente e si capisce subito che le ragazze non aspetterebbero altro che gli uomini si togliessero dai piedi per mettersi in posa. Dai grandi veli colorati spuntano occhi che ridono, capelli corvini, corpetti variopinti e bracciali pesanti. Mancando la lingua comune ci si tocca, si fanno gesti, si magnificano ornamenti e vesti, è davvero facile comunicare quando si vuole e sottomano ci scappa anche qualche click. I cerberi severi poi ci portano via verso gli stagni dove i bufali dalle corna ritorte se ne stanno a mollo quatti quatti. Un luogo davvero poverissimo, senza nulla su cui costruire futuro, perduto nel nulla del deserto. Fuori dell'oasi, altra gente, ai margini della palude, ancora più povera e deprivata di tutto, sono Harijan senza casta, zingari che devono rimanere fuori dal villaggio. Vivono sotto tende lacere e sporche, sono essi stessi neri e caliginosi. A loro è concesso solo di bruciare in grandi cumuli gli arbusti che crescono ai margini della palude e che vengono ammonticchiati sotto grandi coni di terra. 

I carbonai Harijan
Sono carbonai che poi girano di villaggio in villaggio o stazionano sulle strade per vendere i sacchi di carbonella. Tra le tende arrivano bambine con otri di plastica sulla testa, l'acqua per la sera prelevata dallo stagno vicino, è ancora lontano il momento del gran secco. Lasciare questo non luogo è difficile, costa fatica, sotto sguardi muti che forse faticano anche a capire i perché. Come mai questa gente arriva fin qui e cosa vuole, perché rimane un po', gira intorno e se ne va senza lasciare  o prendere niente, su grandi auto che non trasportano nulla, arrivano dal nulla e verso il nulla se ne vanno? Alieni insensati che all'apparenza hanno tutto per starsene lontano da qui, in luoghi impossibili  da immaginare, difficili  anche da sognare. Una bambina saluta con la mano. La strada però va sempre più a fondo nel deserto. Diventa dritta e taglia come una lama nel burro. Cessa anche quell'icona di vegetazione che allude alla vita. 



Nel white desert
La piana è perfettamente rettilinea, il terreno liscio e senza confini sempre più bianco sporco, i ciottoli si trasformano in pietroline sparse, poi tutto diventa solo una distesa di sale con qualche traccia di acqua spessa e azzurra. E' il deserto bianco. Una sorta di molo lungo oltre un chilometro penetra in questo nulla candido, in cui si inoltra una fila di ammirati visitatori. Famigliole con torme di bambini su carretti trainati da dromedari, gruppi di ragazzi e ragazze rigorosamente separati che schiamazzano correndo verso il punto estremo, singoli in cerca di incontri, venditori di frutta e souvenir, insomma un sacco di gente che in verità turba un poco la sacralità del luogo, soprattutto sfinendoti con una continua richiesta di foto  e selfies. Deve essere dura la vita delle star. Intanto il sole a poco a poco scende dietro l'orizzonte perfetto, colorando di rosa la spianata. L'ora è tarda, si torna al campo, passiamo dal gabbiotto dei poliziotti, ma non ci ferma nessuno.





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