giovedì 29 aprile 2010

Il Milione 13: Cotone e pistacchi.


Non c’è dubbio che il nostro Marco venne subito colpito (buon sangue non mente) dalle grandi possibilità delle merci disponibili in quei luoghi e appetite dai compratori di ogni parte e vedeva, con grande acutezza le possibilità che il commercio può produrre, spostando le cose nello spazio per far loro guadagnare valore e interesse. La globalizzazione non ha tempo ed è un concetto la cui limitazione è data solo dalla rapidità degli spostamenti. La Persia del tempo era veramente un centro di scambi con pochi rivali al mondo, dove tutto si incrociava alla velocità consentita dalle carovane e dalla sicurezza delle vie, ragione per la quale era assolutamente ben visto un dominio forte e sicuro, come quello costituito dall’impero mongolo la cui sola presenza istituzionale garantiva sicurezza agli spostamenti.
Cap. 32
In questo reame di Persia à molti begli destrieri di grande valuta e ne vegnono a vendere in India la magiore parte a 200 tornesi. Ancora v’à le più belle asine del mondo che vale l’una ben 30 marchi d’argento e bene corrono e ambiano. Si fanno drappi e quivi àe molta bambagia e abondanza d’orzo, di miglio e di tutte biade, di vino e di frutti.
Probabilmente era la prima volta che vedeva il cotone (bambagia) che già allora copriva campi sterminati con i suoi morbidi fiocchi bianchi, ma forse a lui interessavano solo le pietre preziose, le spezie, i tappeti. Sarà stato sulle sue sempre timoroso di essere raggirato oppure si sarà lasciato andare al dondolio della carovana? Certo una brutta avventura gli occorse da quelle parti.
Cap. 35
In quella piana no li scampa né uomo né bestia: li vecchi li uccidono, gli giovani ménagli a vendere per schiavi e messer Marco vi fu tal qual preso in quella iscuritade ma scampò a uno castello e de’ suoi compagni furo presi assai e venduti o morti.
Da cui si deduce che le carovane marciavano in convogli di molte persone per sicurezza e che le strade, lontane dal controllo del Gran Khan non erano molto sicure. Invece, l’unico contratto che chiudemmo in Iran fu con un personaggio di rara signorilità. Sembrava un principe persiano che parlava lentamente e con fare regale, quasi che il danaro fosse una cosa di secondaria importanza, di cui far trattare ai suoi sottoposti. Guardò con interesse il macchinario che gli proponevamo e accettò senza discutere le performances che davamo per certe. Annuiva lentamente col capo e lasciò il nostro stand nella fiera in Germania, salutandoci con un leggero cenno del capo. La settimana dopo arrivò l’accredito per l’acconto che avevamo richiesto e che lui aveva garantito sulla parola. Dopo un anno, in cui per problemi tecnici vari non avevamo potuto fare la fornitura, passò in Italia e chiese se, per favore, potevamo restituirgli l’acconto, così senza protestare né lanciare minacce. Portò a tutti un pacchetto di pistacchi di Yazd, i migliori del mondo, che a quelli di Bronte gli fanno un baffo. Chissà se allora ci avrebbe presi e venduti come schiavi sulla costa degli emirati?

martedì 27 aprile 2010

Pudore e imbarbarimento.

Sognare, dormire. Con il caldo tutto diventa un dormiveglia intorpidito che tracima nel sogno. Il sorriso di Rado, il mio traghettatore, quando gli ho dato la mancia dopo aver tirato sul prezzo, e' un piacere. Domani mi attende una lunga strada per un luogo selvaggio, solitario sicuramente, forse un posto ideale per unirsi alla natura, ma non troppo certo, come recita il libro sacro che consulto di continuo. Meglio non inoltrarsi troppo nel bosco, sia che si vogliano penetrare i segreti recessi del tempo per capire come mai la natura ha sempre la meglio sull'opera dell'uomo, bastano pochi decenni e anche la pietra piu' orgogliosa viene sopraffatta, sia che, piu' prosaicamente, si vogliano avvolgere di un pudore ancora presente anche se larvato, le debolezze di un corpo ormai in fase di disfacimento. Ne sono testimonianza inequivocabile le decine di orchestrine composte da gente senza gambe o braccia o ciechi, che raccolgono qualche soldo davanti ad ogni ingresso. Meglio stare attenti, inoltre pare che l'artiglio rovente di Volverine stia a poco a poco mollando la presa sul mio sigma dolente.

(Ancora in diretta; ah, la tecnica!)

Ban


Come abbiamo detto, le sillabe usate nella lingua cinese e che ricordiamo, da sole esprimono un concetto sono pochissime, poco più di 400 e anche calcolando i 4 toni con cui vengono pronunciate non arriviamo neanche a 1500 combinazioni, quindi i casi di omofonia con suoni uguali che significano cose molto diverse tra di loro, sono infiniti. In parte il cinese moderno viene incontro al problema adottando vocaboli formati da due o tre sillabe che, pur mantenendo ognuna un suo senso, chiariscono molto meglio gli equivoci, che però rimangono in gran numero tanto che non potete chiedere a un cinese cosa significa una singola parola, lui vi chiederà di inserirla in una frase o di scrivere l’ideogramma corrispondente, questo sì, sempre diverso (tranne alcuni rari casi). Infatti dato un ideogramma base con un suo significato, basta aggiungere un altro ideogramma semplice all’interno dello stesso per avere un nuovo carattere con la stessa pronuncia ma con significato diverso, se pur in qualche modo, magari alla lontana, legato al primo. Facciamo un esempio. Il primo carattere di oggi è Bàn - 半 che significa Metà. Questo trae origine dal carattere Niú 牛 bue, raffigurato di fianco, infatti si vede un solo corno (che come ricorderete abbiamo già visto essendo il segno zodiacale dell’anno appena passato), e dal carattere Ba - dividere. E' ovvio il riferimento alla macellazione, che consisteva nel tagliare in due il bue per lungo, quindi tra le corna chiaramente visibile assieme alla netta divisione delle due mezzene. Bene, questo ideogramma è base per moltissimi altri ad esempio se aggiungiamo davanti la chiave mano, otteniamo 拌 – mescolare, infatti per mescolare mettiamo le mani in mezzo all’impasto, aggiungendo dei Fili abbiamo 绊- inciampare, se in mezzo alla strada mettiamo un filo teso, si inciampa, con la chiave di Uomo, otteniamo un nuovo carattere: 伴 – Compagno che si pronuncia sempre allo stesso modo: Bàn. Che centra con metà? Beh, il compagno e' l' altra metà dell' uomo, con cui l' uomo condivide vita ed esperienze. E non e' facile trovare la propria metà, infatti un antico proverbio cinese recita: la tigre e il cervo non possono camminare insieme. E non venitemi a dire che c’è una larvata allusione al fatto che la tigre rappresenta la donna ed il cervo l’uomo!

lunedì 26 aprile 2010

Non ho l'eta'.

Eh, gia', non ho piu' il fisico di una volta, saranno gli anni, saranno i kili, sara' la testa, ma faccio una fatica boia! Intanto ci si mette anche il destino malefico. L'altro giorno complice il consiglio di un amico, ma adesso che lo so, lo curo, mi sono imbarcato su una lancia portabestiame su cui non potevo allungare neanche le ginocchia e dopo sette ore, dato che non c'era piu' acqua, (e' la dry season my friend) ci hanno scaricato in un campo dove, sul tetto di due pick up abbiamo fatto altre due ore di pista sconnessa. Io ero seduto male, non riesco piu' a muovermi velocemente, e adesso porto ancora sulla pelle due vistosi ematomi in un parte che non voglio meglio specificare. Poi e' arrivato ferale e non atteso il morbo del turista che benche' ricoperto subito di pasticche mi costringe a soste impreviste tra sacre mura, tra l'altro a rischio sacrilego. Ma la cosa piu' dolorosa e' che, d'accordo, a viaggiare da soli non si litiga con nessuno, ma quando sei davanti al sole che cala dietro le guglie, mentre cerchi di cogliere l'attimo fatale del raggio verde, non puoi neanche girarti verso qualcuno e dire: - Accidenti che meraviglia.- E' un po' triste. Ho provato con un monaco dalla faccia inespressiva che piantava bastoncini d'incenso davanti ad un Avalokiteshwara dallo sguardo beato. Lui mi ha guardato storto, ha messo via il telefonino con cui si baloccava e ha bofonchiato:- Make a donation please.-

(Questo e' in diretta eh!)

domenica 25 aprile 2010

L’oggetto misterioso 7: La linea di Wallace.


Un grande catamarano un po’ fetido solcava veloce lo stretto. Le acque sotto di noi erano blu scuro, quasi nere, certamente profondissime. Era la prima volta che passavo la linea di Wallace, che mi spingevo così ad est. Lontano, la sagoma scura della costa di Lombok occupava tutto l’orizzonte ed era come una promessa velata di nuove emozioni. Di certo quel viaggio indonesiano, ne aveva già regalato molte, ma poche terre come quella, sanno mostrare diversità imprevedibili e sconosciute al viaggiatore europeo. Ci eravamo lasciati alle spalle la cultura induista di Bali per passare all’Islam di questa isola così differente. Il cambiamento di clima è subito evidente e dimenticammo in fretta il lussureggiare delle coste piovose e coperte di risaie a terrazze, per passare ad un territorio più secco, più ruvido e coperto di una foresta rada e di alberi all’apparenza stentata. Lombok ha una dimensione decisamente più casalinga se la si raffronta alle folle balinesi di vacanzieri in cerca di spiagge assolate, ma non per questo è meno attrattiva, anzi, direi che, sia i piccoli paesi che i villaggi di pescatori della costa che circonda l’isola, sono molto piacevoli e vivibili e meno oppressi dalla sindrome dell’assalto al turista. Ce ne stavamo quindi facendo un piacevole giro nell’interno, percorrendo una zona naturalistica dove vedemmo qualche elefante intento a lavori nella boscaglia, quando ci fermammo lungo un corso d’acqua nascosto, cercando un po’ d’ombra, per sgranocchiarci la frutta comprata al mercato di Mataram, il piccolo capoluogo. Mentre eravamo intenti alla bisogna fummo circondati da un gregge di capre belanti che brucavano tutto quanto capitava loro a tiro inclusi i nostri zaini, che mettemmo subito in salvo, tra le risate del pastore. Ci guardava con interesse, stando in una posizione tipica, in piedi appoggiato ad un lungo bastone con la gamba sinistra sollevata ed il piede appoggiato al ginocchio destro. Aveva uno straccio bianco tuttofare avvolto attorno alla testa ed un altro attorno ai fianchi, una sacca sulla spalla ed il nostro oggetto misterioso a tracolla. Dopo un tentativo di approccio reso difficoltoso dalla mancanza di linguaggi comuni oltre a quello dei segni, simpatizzammo comunque e io tentai subito di capire quale era la funzione del marchingegno, che però fu subito evidente, non appena se lo tolse e me lo mise aperto tra le mani. Si trattava di un manufatto di legno chiaro lungo circa 15 cm con un inserto di legno nero. La chiusura scorrevole sulle cordicelle era una specie di riproduzione, con fini ornamentali, dei tetti delle case di diverse etnie indonesiane. Il tutto coperto da gradevoli intagli a formare un disegno geometrico, primitivo ma sufficientemente complesso. Mi conoscete a sufficienza per pronosticare che, dopo una breve trattativa l’oggetto traslò nel mio zaino per far parte della collezione della mia wunderkammer. Fate un piccolo sforzo intuitivo perché stavolta è proprio facile. Non vi risponderò subito in quanto come sapete non sono più tra di voi. Al mio ritorno (se ci sarà un ritorno) provvederò a soddisfare la vostra curiosità.

venerdì 23 aprile 2010

Ribuon Compleanno!

Ma di nuovo? Ma se abbiamo fatto auguri e festa appena ieri! Eh no, oggi tocca a me. Proprio così anche se sono lontano le mille miglia, anche se la crisalide del mio corpo è in meditazione nei templi dello spirito e sembro materialmente assente, in realtà il tempo è passato ed è ora di far festa e di ballare anche per me, almeno metaforicamente. Nunc est bibendum, nunc pede libero punsanda tellus. Fate pur festa per me per il numero rotondo che ho raggiunto. 26. Che numero perfetto, che emozione, intanto arrivarci, poi sperare che duri, infine poterne godere appieno. Allora mi offro una quartina di Omar Khayyâm
O cuore, fa' conto d'avere tutte le cose del mondo,
Fa' conto che tutto ti sia giardino delizioso di verde,
E tu su quell'erba fa' conto d'esser rugiada
Sgocciolata colà nella notte, e al sorger dell'alba svanita
.

giovedì 22 aprile 2010

Buon Compleanno!

Un compleanno è un compleanno. Bella tautologia. Però un conto è festeggiare un amico, partecipare a un suo momento particolare, con affetto e anche con calore; un’altra cosa è quando quella persona è per te qualcosa di speciale e di inscindibile, che è un’altra persona, certo, ma, allo stesso tempo è anche completamente una parte di te. Una persona che ti appare ovviamente straordinaria e della quale riesci con facilità a minimizzare i difetti e ad inorgoglirti delle qualità, dei successi, in maniera comune ed ingenua, ma così rasserenante, calda e piacevole. Una figlia è un dono incommensurabile e senza condizioni. Da amare e coccolare anche al di là di quanto sarebbe giusto per una corretta educazione. E chi se ne frega, d’altra parte nessuno riesce ad essere un buon genitore, secondo i canoni della perfezione nell’interesse del minore e blablabla. Una figlia è un privilegio raro e io voglio godermela così con i suoi 24 anni così teneri, così perfetti, così unici.
Buon compleanno Arathy.

martedì 20 aprile 2010

From another space.

Non siete soli, questo messaggio arriva da lontano, ma le vie della rete sono strane, tortuose, forse sono piu' vicino di quanto sembri. Sara' il caldo umido che mi ottenebra la mente, ma mi riesce difficile scrivere qualcosa di sensato, forse sara' anche per una tastiera piena di simboli strani, lettere curiose, arabeschi avvoltolati su se' stessi seppure eleganti, ma mi confondono le idee. Saranno le Apsaras che volteggiavano davanti ai miei occhi fino a poco fa, ma forse era soltanto un sogno. Ho fatto delle foto, vedremo se la luce pallida delle fantasime avra' impressionato il CMOS, a me hanno impressionato sicuramente. Mi attende una notte difficile, un sonno profondo mi avvolgera', spero subito essendo la sveglia prevista alle 5:30 per una nave fatata che scivolera' su acque torbide per portarmi ancora piu' lontano. Forse il vulcano ha capito che mi sono perduto in questo spazio\tempo e mi vuol convincere a non tornare. Chissa'?

lunedì 19 aprile 2010

Il Milione 12: Prelievo in banca.


Da qualche giorno ho perso di vista la nostra carovana, che ha ormai lasciato il Caucaso ed il Kurdistan per inoltrarsi in terra di Persia. Non è che vadano in fretta, ma sono io che me ne sono andato senza salutarli e adesso sono qui che li sto aspettando dall’altra parte del mondo, ma non so se arriveranno in tempo, le carovane hanno ritmi diversi dagli aerei e poi. Forse non avevano neanche la fretta di arrivare, bisognava fermarsi, osservare, capire se c’era qualche buon affare da combinare. E qui si cominciano a vedere cose interessanti.
Cap.25
Li uomini di qui vivono di mercatantia e di arti e sanno lavorare drappi a seta e oro ed è in loco sì buono che vengono d’India, da Baudac (Bagdad), da Mosul e di Creman (Kirman) e molto vi guadagnano; quivi si truova molte priete preziose. Atorno è belli giardini e dilettevoli di tutte frutte , ma li saracini di qui sono molto malvagi e disleali.
Certo da quelle parti girava un sacco di gente, probabilmente, neanche si aspettavano di trovare una società così cosmopolita e ricca ed inoltre sicuramente si facevano buoni affari, ma di certo non c’era l’abitudine a vedere tante facce nuove ed inusuali, così diverse da reputarle quantomeno pericolose, anche se è cosa comune che il nativo cerchi sempre di gabbare il forestiero, almeno quando si scatena la trattativa commerciale e forse qualche bidone se lo saranno preso anche i nostri cari Polo. Certamente è connaturato nell’animo umano, ma quando si vedono facce strane e diverse dalla nostra si teme subito il peggio e ci si mette subito sulla difensiva. Ero a Teheran, qualche anno fa e dopo un giro nel ricco bazar, dove interi vicoli sono un susseguirsi di negozietti ricolmi delle famose pietre che tanto avevano ammaliato Marco, dagli splendidi lapislazzuli alle turchesi d’ogni grandezza, dalle corniole delicate ai rossi granati, che ornavano bracciali, collane e altri monili di argento finemente inciso, quando ebbi la necessità di uno prelievo di contante, giacché, come sapete non so resistere alle sirene del mercato. Entrai così, dove al mio albergo mi avevano indicato la presenza di uno sportello, ma nella camera dove ebbi accesso non c’era nessuno. Dopo un attimo, alle mie spalle silenzioso come un gatto entrò un personaggio assolutamente inquietante. Era molto grande, con un ampia veste che mal nascondeva un corpaccione forte e di certo duro come la roccia. Una barbaccia incolta lo definivano di certo come un integralista tra i più feroci, come appariva evidente anche dagli occhi accesi e vivi, quasi febbricitanti incorniciati da cespugli incolti di sopracciglia da disboscare. La parte scoperta delle braccia pelosissime, poi, lo dichiaravano appartenente più alla natura orsina che a quella umana. Rimasi basito e senza parole attesi che facesse esplodere la cintura che di certo il terrorista teneva ben nascosta sotto le vesti, quando la fiera, con un piccolo inchino mi si rivolse con voce bassa e gentilissima, in un perfetto inglese, chiedendomi se come gli aveva segnalato il personale dell’albergo. Presa quindi la mia carta di credito effettuò rapidamente l’operazione e sorridendo si informò se mi stessi trovando bene nel suo paese, quasi scusandosi per gli inevitabili intoppi che avrei potuto trovare. Mi strinse quindi la mano e mi accompagnò all’uscita, augurandomi buon viaggio. L’essere prevenuti è comune a tutti, ma la paura è spesso cattiva consigliera.

sabato 17 aprile 2010

Peng Tiao

Si sa che non bisogna solo mangiare per vivere. Tutto quello che è nato intorno all’arte della cucina ed alla culinaria dimostra che c’è ben di più. Noi usiamo questa parola generica “cucinare” che non distingue in verità la necessità di assumere cibo dal piacere di renderlo gradevole, dell’accentuare sapori odori, finanche la soddisfazione della vista nella sua presentazione, dei colori, della disposizione sul piatto. Stimolare cioè tutti i sensi per accentuare il piacere del cibo trasformando quella che potrebbe essere una sgradevole necessità in una soddisfazione completa in cui impegnare tempo e interessi, facendone infine anche cultura. Noi italiani lo sappiamo bene e per questo la nostra è una delle cucine più famose del mondo, ma anche i cinesi ne tengono grande conto nella loro altrettanto famosa cucina, anzi cucine, come sarebbe più corretto dire, in quanto, come per l’Italia, esistono una infinità di cucine cinesi regionali che si differenziano tra di loro moltissimo, dando la possibilità di provare piatti diversi all’infinito. Come sempre i cinesi traducono questo aspetto anche nella lingua. Ecco dunque che la parola “cucinare”, pēng tiáo (烹调), costituita da due caratteri, come molte parole bisillabiche moderne (per evitare come ormai sapete i troppi bisensi) di cui il primo pēng significa Cuocere, la volgare funzione del rendere i cibi più commestibili, l’operazione che distingue l’uomo dagli animali. Se lo osservate bene il carattere è costituito da una parte inferiore (i 4 puntini) che sono una stilizzazione del segno Huo – fuoco, presente in quasi tutti gli ideogrammi che hanno a che fare con la cucina, e da una parte superiore Heng che significa “con successo, con risultato soddisfacente” (carattere che addirittura è sormontato da un segno che significa Coperchio, come dire finito e chiuso). Il secondo ideogramma invece, tiáo significa “armonico, che si combina bene”. Anche questo ovviamente e' un ideogramma composto, sulla parte sinistra c'è la chiave "parola", e sulla parte destra si nota l' ideogramma Zhou, che vuol dire cerchio, giro, ma anche "attento", "oculato". Pesare le parole con oculatezza significa fare le cose in modo misurato, armonioso. Quindi il tutto combacia perfettamente nell' arte di saper cucinare con le dovute proporzioni armoniche, che nella cottura a puntino, con le dovute proporzioni di ingredienti, trovano la risultante di un piatto prelibato, che non soddisfi solo palato (nella parte iniziale che attiene al piacere della gola) e intestino (nella parte finale che riguarda l’aspetto della salute), ma anche occhio, gusto e parola, che il saggio misurerà nell' espressione della frase che riassumerà in toto i significati di cui sopra, suggellando la materia e lo spirito in un'espressione di soddisfazione, che suonerà più o meno così: "Ciurbis, sa l'e' bun susì!" (grazie Ferox). Quindi in sintesi Pēng tiáo significa : Cuocere i cibi in modo armonioso. Ecco il senso di cucinare, non solo per nutrirsi ma per creare cultura e piacevolezza. Questa cosa dell’armonia è davvero una fissa per i Cinesi che la ricercano in ogni aspetto della vita, ecco perché è considerato scortesia, il contraddire, il chiedere insistentemente spiegazioni, il fare le cose in fretta e disordinatamente. La malattia è disarmonia, la contestazione è disturbo del corretto fluire dello Yin e dello Yang. Anche in cucina deve esserci armonia, se no il cibo non fa bene. Molte portate armonicamente presentate a gruppi di tre, numero assai armonico, con alternanza tra carne pesce e verdure. Sapori a loro volta ben mescolati, agro e dolce, sapido e amaro, umami (il glutammato, da noi il parmigiano, tanto per capirci), caldo e freddo. Tutto mai esagerato o troppo contrastante, ma armonioso. A tavola non si grida, non si parla di cose sgradevoli e in particolare di politica, si mescola il piacere del buon e bel cibo al piacere di stare insieme. Cari i miei ghiottoni e con questo siete anche filosoficamente e moralmente giustificati.

giovedì 15 aprile 2010

In un altro spazio.

E’ accaduto di nuovo. In questo gioco fantastico tra virtuale e reale e tra virtuale e meta virtuale, nulla è più chiaro, niente è più sicuro. Voi leggete queste cose, ma io non sono lì, la mia è una presenza/assenza, una fantasima di cui voi conoscete l’esistenza e su cui potete accendere le vostre fantasie più morbose, ma voi sapete che io sono in un altro luogo a scrivere queste cose che vivono solo nella possibilità di essere lette, per suscitare sensazioni, ricordi, commenti. Invece adesso non sono nemmeno laggiù, semplicemente non sono. Vivo in un altro spazio, forse in un altro tempo, ad altezza non immaginabile, puro spirito in una atmosfera rarefatta dove i corpi umani non possono sopravvivere. Lontano, anche se appaio presente, in una sorta di dimensione priva di riferimenti che mi farà andare avanti nel tempo, che confonderà la notte con il giorno, che mi darà sensazione di calore, mentre a voi sembrerà di avere freddo, di vedere la luce mentre la tenebra della notte avvolge il vostro sonno, muovendomi a velocità vertiginosa, mentre tutto mi sembra immobile. Non sono più su questa terra. O meglio dipende dal momento in cui state leggendo questo post. In realtà potrei già essere atterrato e disceso, stranito e spossato, fuori dal ventre del grande uccello di metallo, come sempre, preda del terrore ancestrale che prende noi, uomini primitivi, quando compiamo questo atto contro natura, volare dentro un oggetto che nessun essere di buon senso può credere di essere capace di sollevarsi da solo, così enorme, così disgustosamente goffo e pesante se raffrontato ad una affusolata cicogna o ad un’aquila possente. Va be’, avete capito che mi hanno dato di nuovo un permesso. Mi assento quindi per un po’, ma non temete, una serie di post di argomenti vari, di cui questo è solo il primo, è stata acconciamente preparata e la mia ghost writer, oltre ad avermi concesso la vacanza (di studio e di meditazione naturalmente) si è anche accollato l’onere di postare con regolarità certosina. Non turbatevi quindi se non risponderò subito ai vostri commenti arguti. Lo farò comunque al mio ritorno (se ci sarà un ritorno, naturalmente), ma non pensate di essere completamente orfani; le moderne tecnologie stupiscono ogni giorno di più e potrebbe anche darsi che, pur lontano e metavirtuale, possa insinuarmi nella rete per tenervi d’occhio. Viaggio leggero, ho con me solo un calepino e un mozzicone di lapis, per appuntare qualche pensiero, qualche sensazione, qualche immagine, nel timore di perderle. Ve ne renderò conto appena possibile.

mercoledì 14 aprile 2010

Il Milione 11: Petrolio, Arca e formaggi.

Mentre la carovana si avvicina al Mar Caspio, il nostro Marco, fa una notevole scoperta di cui non può valutare appieno la grande importanza; era troppo in anticipo sui tempi.
Cap.21
Di verso tramontana a confine con Giorgens (la Georgia) è una
fontana ove surge tanto olio e in tanta abbondanza che cento navi se ne
caricherebbero alla volta. Ma egli non è buono da mangiare ma sì da ardere, e
buono da rogna, e vegnono gli uomini molto da lunga per quest'olio; e per tutta
la contrada non s'arde altro.... e questo grande mare si chiama mare di
Geluchelan e gira 700 miglia e è lungi da ogni mare ben 12 giornate. E i
mercatanti di Genova navigano per questo mare.
Certo non erano ancora stati pensati motori od altri sistemi per utilizzare il petrolio, ma la sua funzione di ricavarne energia, luce e calore bruciandolo era già ben conosciuta; l'uso alternativo come cura della rogna si può peraltro definire interessante per chi oggi è sempre in cerca di rimedi alternativi. Quindi tutta l'area del mar Caspio (Geluchelan) era piuttosto popolata di mercanti in cerca di affari, in particolare gli odiati Genovesi, i primi concorrenti. Ma il nostro Marco descrive puntigliosamente queste zone, solo sfiorate dalla carovana, che ha una sua meta precisa e quindi deve giocoforza spingersi sempre più ad Oriente passando per la zona montuosa e selvatica che attualmente coincide con il confine tra Turchia ed Iran.
Cap. 21
Ancor vi dico che in questa Grande Arminia, ch'è tutta piena di montagne e
castella assai, è l'Arca di Noè in su una grande montagna nel confine di
mezzogiorno, in verso il levante presso il reame che si chiama Mosul. ...e vi
dimorano la estate tutto il bestiame de’ Tartari per lo buon pasco che v’è…

La leggenda che l'Arca di Noè si sia arenata sulle balze dell'Ararat ha radici antiche, intanto aumentata dall'isolamento della zona e dalla maestosità del monte. Noi arrivammo alle sue balze dopo aver percorso una difficile strada sterrata, proseguendo per alti pascoli fino a quando lo permettevano le due ruote motrici della nostra 127. Il paesaggio che dominava la pianura lontana aveva un aspetto maestoso. Avevamo lasciato dietro di noi la fortezza di Isaac Pashà, arroccata su uno sperone roccioso di selvaggia bellezza, punto di passaggio obbligato verso il confine iraniano. Lontano, verso monte, alcune tende di nomadi circondate da prati verdi cosparsi di armenti. Sullo sfondo la cima dell'Ararat, irraggiungibile, con la vetta, coperta di nevi perenni, nascosta dalle nubi a celare i suoi segreti. Raggiungemmo a piedi le tende tenendoci alla larga da cani che ululavano ferocemente. Uscirono delle donne, curiose della novità. Poi vista la esoticità dei nuovi arrivati, tornarono dentro e riemersero poco dopo portando in visione dei piccoli tappeti fatti su un rozzo telaio che ci mostrarono con orgoglio. Non erano belli, con colori sgargianti e a nodi grossolani e mal posti, ma dispiaceva lasciare quella gente che ci stava accogliendo senza diffidenza in quel modo asettico. Comprammo così un formaggio di capra da consumare nel viaggio, ma non vollero lasciarci ripartire senza avercene regalato un altro più piccolo. Ecco, uno dei primi contatti tra gente sconosciuta, è quasi sempre di natura mercantile; lo scambio è un atto di pace, di condivisione, di comprensione reciproca. Tornammo verso Isaac Pashà, solitario avamposto sul nulla, fortezza Bastiani che i Tartari avevano già fatto loro da secoli, dove forse i Polo avevano sostato per riprendere le forze prima di affrontare l'altopiano desertico del reame di Mosul, la porta della Persia.

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martedì 13 aprile 2010

Val Chisone in giallo.

Il fatto è che sono troppo buono. Avevo una domenica programmatissima, dovevo accompagnare la mia gentile signora ad una importante manifestazione di Country Dance, preparare una serie di post a futura memoria, dato che tra qualche giorno non sarò più tra voi (eheheheeh, per non lasciarvi in crisi di astinenza) e sistemare le cose che mi seguiranno in questa pausa meditativa, in un altro spazio terreno, ma quando mi telefona un amico, anche lui proveniente da un altro pianeta e mi chiede di dargli una mano, come si fa a dirgli di no. Dice:- Ho sei cinesi da portare in giro, per favore. - e zac, tutti i programmi a pallino. Così è cominciata una domenica di tregenda, perchè i sei che col mio amico Ping erano ormai i magnifici sette, avevano già in mente un piano preciso, incuranti delle previsioni meteo che pure internet segnalava con precisione. Così, di primo mattino, il pulmino (Xiao Ba) prendeva la strada delle montagne sotto un cielo in cui si addensavano nuvole minacciose. Ho fatto appena in tempo a caricare tre ombrelli, gentilmente forniti dall'albergatore in una hall invasa da un pulmann di spagnoli in visita alla Sindone (gli alberghi a Torino sono ormai fully booked) e il nostro mezzo si è avviato verso l'autostrada mentre cadevano le prime gocce. Tre dei trasportati avevano un k-way leggero su una camiciola estiva. Io ho predetto loro la morte certa per assideramento, ma nessuno ferma la determinazione dei sudditi dell'impero di mezzo, per questo, presto, comanderanno il mondo. Prima tappa, il forte di Fenestrelle, la grande muraglia piemontese. Per carità di patria non ho voluto paragonare il suo kilometro di mura con i 4000 della loro, ma ho puntato su storie di prigionieri e di guerre. In mezzo al piazzale della fortezza, sotto una pioggia ormai battente, ho fatto la mia concione raccontando la storia della Maschera di ferro e del Cardinal Pacca. A causa della nebbia fitta non si vedevano neppure i due palazzi della piazzaforte, ma gli amici si credono sulla parola e forse anche per questo, la descrizione delle balze fortificate e dei 4000 gradini della scala coperta più lunga del mondo sarà apparsa ancor più affascinante. Così almeno era la sensazione dei 14 occhi sgranati che avevano perduto ormai il caratteristico taglio mandorlato o forse a causa dei -2°C, l'immobilità estatica era causata dai primi sintomi del congelamento. Abbiamo allora ripreso la marcia. Sullo sfondo le Alpi Cozie innevate si intravedevano nella tormenta di fiocchi bianchi leggeri che aveva ormai avvolto turbinando, il nostro mezzo che arrancava nelle strette curve verso Sestriere. Breve sosta davanti ai trampolini di Pragelato ed ai simboli olimpici, argomento molto sentito dai nostri e poi via velocissimi verso la Francia per raggiungere una Briançon su cui, il mutevole tempo alpino ci ha regalato una passeggiata all'interno dei bastioni della cità vecchia, sotto un livido raggio di sole. Classica raclette per regalare una emozione di tipicità locale e poi via verso il ritorno, nuovamente sotto una bufera di neve che avvolgeva il Colle. A Fenestrelle, ancora uno stop per mostrare la mia casetta, investigata in ogni suo più segreto angolo, con curiosità tipica dei cinesi alle fiere (vorranno copiarla come modello per un villaggio alpino da fare vicino a Pekino?) e poi discesa a valle nella nebbia fitta per crollare in serata, finalmente a casa, stanchi ma felici della bella giornata trascorsa. Le mie predizioni si sono mostrate molto reali, uno ha vomitato l'anima lungo le curva della Coupura, altri due doloranti per una probabile congestione da freddo. Una vera strage. Forse non compreranno la Val Chisone per farci fabbriche da scarpe e magliette e aprire una serie di Sushi bar finto-giapponesi. Il mio amico mi ha ringraziato con calore. Il fatto è che sono troppo buono.

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lunedì 12 aprile 2010

Il barbiere del sud.

Non potete credere come possa essere divertente partecipare ad una riunione di ultranovantenni che si ritrovano una volta l'anno per rivedersi, raccontarsi un po' e contarsi anche. Si tratta di un gruppo di compagni di corso dell'Accademia Militare. Noi abbiamo portato il nostro che, tramite mail e telefonate varie è stato un po' l'organizzatore dell'evento (le mail se le fa da solo ovviamente, dopo aver preparato gli inviti con Power Point, aggiustato le foto con Photoshop e così via). Certo la cosa che più colpisce è la voglia che hanno di raccontare cose, fatti, eventi del loro percorso. Ovviamente la guerra la fa da padrona e come potrebbe essere diversamente visto che un fatto di una portata così devastante non può non avere segnato in modo decisivo chi l'ha vissuta in prima persona. Però vi assicuro che ascoltare i vari raccontini (certo se li sentite per la prima volta) è un vero spasso. Così il pomeriggio è trascoso tra scene da Mediterraneo nelle isole greche e lande desertiche del nord Africa dopo El Alamein. A titolo di esempio voglio riportarvene un fatterello che uno degli arzilli convenuti, ha infiocchettato con un buona attitudine affabulatoria nonostante i novantadue suonati. La scena si svolge in un paesino del sud durante l'avanzata degli alleati. Si sa che l'uomo è cacciatore e il militare in libera uscita ancora peggio. Dunque il prode capitano aveva un abboccamento fisso con una gentile signora del luogo che si era mostrata assai disposta a concedere i suoi favori, evidentemente stordita da fascino della divisa. Causa marito gelosissimo, gli incontri dovevano essere studiati con attenzione. Tra l'altro in quei tempi, non è che si andasse tanto per il sottile ed era facile che le pistolettate girassero con facilità. Per ingannare l'attesa, mancando ancora due ore al tete à tete che era stato preparato con cura in una accogliente e discreta casa fuori paese, decise di andare dal barbiere per presentarsi in perfetta forma. Il barbiere lo prese subito sotto le sue attente cure e nel classico chiacchiericcio che avveniva mentre la lama affilata del rasoio scorreva sulla sua gola offerta alla bisogna, estrinsecò la sua convizione di dover stare attentissimi alle proprie mogli, con un paese così popolato di soldati in cerca di facili avventure. L'occasione fa l'uomo, anzi la donna ladra, ma lui aveva quattro occhi e la sua la teneva ben guardata, ma di certo se l'avesse scoperta in una situazione appena discutibile, non avrebbe esitato a dare all'incauto la lezione fatale, ché da quelle parti così si usava. In quel mentre si aprì la porta della barberia ed entrò una signora di bellissimo aspetto, che altri non era che la moglie dello stesso barbiere che veniva a chiedere il permesso di poter fare visita ad una parente fuori paese nel pomeriggio. Subì un pressante interrogatorio, sulle reali necessità della visita, che troppo spesso era ripetuta, ma vista l'insistenza e le condizioni di salute della congiunta, il permesso venne concesso e la signora se ne andò a testa bassa. A tutti i presenti il buon barbiere fece notare il suo polso duro e indagatore, approvatissimo dal consesso; atteggiamento peraltro non rinunciabile dato il pericolo rappresentato da tutti quei militari in giro. Rassicurato riprese a passare con un sorriso soddisfatto, la lama sulla gola del nostro capitano che con la salivazione completamente azzerata non aveva fatto un cenno , né profferito parola. Infatti la signora, altri non era che l'oggetto delle sue attenzioni che stava recandosi con un po' di anticipo la convegno amoroso. La sorte aveva voluto che essendo di spalle non aveva avuto il tempo di rivolgerle un cenno di saluto e l'atteggiamento gelido e la scarna parlata della donna sull'attenti, era dovuta unicamente alla sorpresa dell'inaspettato incontro. Fuggì dal negozio quasi di corsa, appena tolto il grembiale bianco, ancora terrorizzato, ma poi, più dell'onor potè il digiuno e l'incontro giunse a buon fine, che, come si dice, la paura genera ancora maggiore soddisfazione. Certo che anche a questa età l'amore per i particolari non svanisce e devo dire che, avendo la certezza di arrivarci in questo modo, per altri trenta anni, firmerei subito.

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Torrone bianco.
Lacabon.
Che casino.

venerdì 9 aprile 2010

Il Milione 10: Il lago di Van.

Benché non sia trascorso ancora il primo anno di viaggio (ne restano solo altri 22), siamo già arrivati alla decima puntata e ormai la carovana ha girato decisamente verso Oriente, ma rimane ancora molta strada per arrivare alla Persia. I territori montuosi ed aspri allora chiamati Grande Armenia che occupavano tutto l'est anatolico fino al Caucaso, benchè sotto signoria Turcomanna, erano costellati di chiese e monasteri Armeni o Cristiani, dove la gente viveva pacificamente.
Cap. 22
…nella provincia hanno castella assai ed è tutta piena di grandi montagne…. e sonvi cristiani iacopini e nestarini con chiese assai…e quivi è lo monasterio di santo Leonardo, che d’una montagna viene uno lago dinnanzi a questo munisterio e lo lago non mena nissuno pesce se non di Quaresima (oggi il lago di Van).
Marco, che peraltro riporta le credenze locali, senza commentarle, da buon mercante che non vuole criticare troppo, non si stupisce certo di questa convivenza priva di problemi, allora c'era molto pragmatismo ed un senso di tolleranza forse oggi giudicato anomalo, ma di certo come me, sarà rimasto affascinato dalla bellezza del lago di Van, uno zaffiro blu incastonato tra le montagne, che nascondono in valli solitarie monasteri di straordinario fascino, abbarbicati agli anfratti dei costoni, seminascosti dal bosco per sfuggire a persecuzioni più antiche, quando erano i cristiani stessi a combattersi tra di loro per far trionfare l'una o l'altra delle fazioni, come quello di Sumela, che emerge tra gli alberi alto ed inaccessibile all'apparenza, con gli splendidi affreschi salvati in parte alla furia degli iconoclasti. Oppure il monastero di pietra dorata sull'isoletta al centro del lago, dalla cupola ottagonale, tipica dello stile armeno come quelle della vicina Ani, sul confine Georgiano (il regno di Giorgens per Marco). Nell'80 ci aggiravamo per questa città morta cosparsa di monumenti ben conservati. La vicinanza al confine, allora invalicabile, (che invidia nei confronti di Marco) rendeva obbligatoria la presenza di un militare armato che però sembrava soltanto interessato ad "aiutare" mia moglie a salire le strette scale spingendo sempre soltanto sulle stesse parti del corpo. Poi tornammo al lago dalle rive solitarie. Mentre riposavamo guardando lo spettacolo del sole che poco a poco scendeva tra le montagne, un ragazzo uscì dall'acqua, quasi completamente vestito e ci salutò con calore augurandoci buon viaggio ma aggiunse: "Ricordatevi che questo è Kurdistan e non Turchia". Ce ne andammo al vicino paese, in una piccola taverna. Non so se davvero, come riporta Marco, nel lago Van i pesci si pescano solo in tempo di Quaresima, ma noi mangiammo trote alla griglia saporitissime, melanzane e yogurth assieme a tutta la classica serie di mezé della cucina turca, prima di una monumentale fetta di anguria. Pagammo il solito conto irrisorio e uscimmo nella notte piena di stelle. Il mercante non deve mai mostrare stupore per il livello dei prezzi, solo valutare, paragonare e scegliere il meglio.


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giovedì 8 aprile 2010

Il Milione 9: Dormire al Caravanserraglio.

Cap. 20
Ed ora conterem di Turcomania ove è tre generazione di genti. L'una son Turcomani e adorano Malcometto; e son semplice genti e ànno sozzo linguaggio e stanno in montagne e in valli e vivono di bestiame. Gli altri sono armini e greci che dimorano in ville e castella e viveno di mercatantia e di arti. E quivi si fan li sovrani tappeti del mondo ed i più begli e altri lavori di seta e di tutti i colori...
La carovana fa qui una leggera deviazione verso nord ovest, probabilmente a causa di certe turbolenze che all'epoca erano scoppiate nell'area di frizione che corrisponde all'odierno confine tra Siria, Turchia ed Iraq, mentre quella che Marco chiama Turcomania è l'Anatolia centrale, in quel momento al suo massimo splendore sotto i Segiuchidi, con la sua capitale Konia dove era appena terminata la costruzione dello straordinario Mausoleo di Mevlana con le sue cupole verdi, in parte ispirate allo stile armeno. Qui era ormai in atto una commistione culturale tra la cultura armena, la raffinata e antica concezione bizantina e la forte e nuova linfa vitale turcomanna che si era ormai definitivamente impadronita di buona parte dell'impero di Bisanzio. Le diverse etnie si dividevano le aree di interesse economico, ma il paese era ricco di scambi e allo stesso tempo la spiritualità della ricerca filosofica dei Sufi lo rendeva centro culturale importante e conosciuto nel mondo antico. Si sarà interessato anche il giovane Marco, che, diciassettenne apriva gli occhi davanti alle meraviglie del mondo, alle raffinatezze del pensiero Sufi, della poesia di Rumi, padre dei Derviches Tourneurs che cercavano l'estasi nella rotazione ossessiva, morto a Konia proprio nel 1273, due anni dopo il loro passaggio o come padre e zio era solo interessato alle stoffe ed ai tappeti, meravigliosi manufatti che già allora erano apprezzatissimi e importati in Occidente? Pur definendoli "Genti dal sozzo linguaggio" (indendendolo come difficile da capire ed imparare) mi piace immaginarlo attonito, come me, di fronte allo spettacolo di una cerimonia dove le ampie gonne dei dervisci roteavano con eleganza senza fine in un arabesco infinito, fatto di movimento, di musica e di poesia. Poesia delle parole e poesia delle cose. Come non rimanere affascinati dalla scansione ossessiva racchiusa nel disegno geometrico di un tappeto che allora come oggi riempivano i mercati dei loro colori, con la loro presenza ricca e calda. Ne avrà comprato uno, bellissimo con un delicato fondo verde per ricoprire la sella della sua cavalcatura, come feci io, rimanendone poi così abbattuto quando anni dopo mi fu rubato assieme ad altri, perchè il tappeto diventa parte della tua casa, insostituibile nella sua unicità. Forse lo usava la sera per stendersi a terra e riposare, morbido e amico, nel bailamme del caravanserraglio, tappa serale, riparo dei carovanieri che andavano verso est. Sicuramente proprio qui a Sultanhani, costruito 40 anni prima del suo passaggio, quindi un buon albergo, nuovo, quasi un cinque stelle dell'epoca, mangiando magari un profumato börek al formaggio (gustatevene la ricetta da Acquaviva), avrà riposato pensando al suo futuro, alle terre lontane che voleva vedere, al benessere che il suo lavoro avrebbe portato alla sua famiglia, come me trenta anni fa, nello stesso caravanserraglio, miracolosamente e perfettamente intatto, con lo stesso delicato e saporoso börek tra le mani, sulle parole di una poesia di Rumi.

Un'amata chiese all'amante:"Chi ami di più, te stesso o me?".
"Dalla testa ai piedi sono diventato te.
Di me non rimane che il nome.
La volontà l'hai tu.
Tu sola esisti.
Io sono scomparso come una goccia d'aceto in un oceano di miele".


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mercoledì 7 aprile 2010

Il Milione 8: Raki e narghilè.


Accidenti, ci siamo presi qualche giorno di vacanza e mentre noi riposavamo oziosi, la nostra carovana dei mercanti, che non ha tempo da perdere (ci vorranno altri tre anni per arrivare al Grande Kane), se ne è partita in tutta fretta verso nord est, che il tempo è denaro. Hanno cinque giorni di vantaggio, ma cercheremo di raggiungerli in via, dato che i ritmi di viaggio di quel tempo erano piuttosto blandi e noi siamo in macchina, una 127 bianca scalcagnata, con la quale nell'80 attraversammo tutta l'Anatolia in lungo ed in largo.
Cap. 19
Egli è vero che son due Arminie, una Picciola e una Grande. Sappiate che sopra il mare è una villa ch'ha nome Laias la quale è di grande mercatantia e quivi si sposa tutte le spezierie che vengono, e li drappi di là e tutte le altre care cose e li mercatanti che vogliono andare infra terra prende via da questa villa.
Già si era visto che Alessandretta (Laias) era il punto di partenza per la via della seta e in questa grande concentrazione di mercanti e di affari, Genovesi e Veneziani si disputavano le merci orientali dalle preziosissime (per la cucina europea) spezie ed i famosi tessuti. Di qui le carovane procedevano attraversando l'Armenia che allora indicava tutti i territori orientali dell'Anatolia. La Piccola corrispondendo alla Cilicia, Cappadocia e nord della Siria, mentre la Grande si può identificare con l'area del Kurdistan fino al sud del Caucaso ed al Mar Caspio. Di certo i nostri amici attraversarono l'antico ponte romano sul Tigri nelle vicinanze del Nemrut Dagi, la montagna mausoleo di uno dei generali di Alessandro Magno, luogo di grande suggestione. Sta lì da duemila anni con la sua colonna a segnarne l'ingresso e tu calpesti le stesse pietre percorse dagli zoccoli di infiniti armenti e dai sandali di soldati che andavano a conquistare l'oriente frammisti ai mercanti di ogni tempo. Gli stessi odori e sapori, diresti, le stesse facce indurite dal sole forse oggi più povere di allora. Già a quei tempi però, era una zona abitata da genti dal carattere fumantino da cui era bene guardarsi, cercando di non correre grandi rischi.
Quivi or son tutti cattivi uomini, solo gli è rimasta una bontà, che sono grandissimi bevitori.
Ci misero tutti in guardia infatti, dall'attraversare queste zone, sempre in contrasto col governo centrale, desiderose di totale autonomia e mal sopportanti un'autorità esterna. Certo le facce non promettono bene, ma nella realtà trovammo sempre grandissima cortesia e gentilezza. A Dyarbakir, nelle vie del bazar popolato esclusivamente di uomini, ci fermammo in un locale e fummo subito invitati ad unirci ad un gruppo per bere un raki (il vizio di bere molto è senza dubbio rimasto) e ci fu offerto un narghilè alla rosa, mentre giocavamo a tavli sotto gli occhi divertiti del baffuto padrone del locale. Quando ce ne andammo, ci esortarono invece a stare attenti a quei farabutti di Turchi, a loro dire gente infida e traditora, visto che tornavamo verso Istambul. Il tuo vicino è sempre il peggior nemico.

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martedì 6 aprile 2010

Profumo di qumkat.

Mi sono accorto che, nella mia precipitosa fuga verso i monti, l'altro giorno, non ho neppure fatto gli auguri di Pasqua a nessuno. Sono proprio uno zotico senza la minima netiquette. Vuol dire che mi scuserete anche perchè ormai passata la festa con quel che segue. Però nella fretta mi sono anche scordato di darvi conto della tradizionale puntata rivierasco marzolina dai contenuti gastroculinari interessanti. Da qualche anno infatti è diventata gioiosa abitudine per un ristretto gruppetto di amici (che invito qui a commentare a loro volta con un supplemento di recensione culinaria) fare un salto primaverile nell'entroterra di Varazze nel periodo clou dei carciofi, per uniformarci ovviamente agli indottrinamenti sempre più insistenti della stagionalità a Kilometri zero. Quindi, invece di fare fare scioccamente (come ogni giorno insinua nelle nostre menti Slow food e compagni) tanta strada a un Tir di carciofi per arrivare sulle nostre lontane mense, abbiamo fatto noi un centinaio di kilometri con due auto per andarcene a mangiarcene un paio di kili. Questo è un po' il senso di quanto si sente oggi in TV, dove acuti giornalisti e interessati rappresentanti di associazioni varie osannano il successo di queste vacanze, in cui milioni di persone hanno percorso centinaia di km per andare in agriturismi a consumare cibi a km zero. Scusate se mi sfugge il senso globale della cosa, ma come sapete io, di agricoltura ci capisco poco e quando sento parlare di "naturale" mi viene subito l'orticaria, sono allergico si vede. Però questa è una scusa banale, in realtà il senso del post è che la segnalazione di questo posto la devo fare assolutamente. Usciti a Varazze prendete dunque la contorta strada per il Sassello e dopo circa 4 km girate a destra su una strada che risale il fianco della collina verso il piccolo abitato di Casanova. Arrivati alla chiesetta, seguite l'indicazione "La vecchia fattoria" che vi farà percorrere un viottolo per alcune centinaia di metri fino ad un poggio che domina tutta la valle. Qui, una trattoria senza pretese, dove non ci sono camionisti perchè i camion non ci passano, troverete (su ordinazione) la miglior combinazione agnello-carciofi che possiate immaginare ad un prezzo assolutamente contenuto. Sì lo confesso, punitemi pure, ho mangiato l'agnello tenerello e un po' me ne vergogno, ma fino a che non diventerò definitivamente vegetariano, lo equiparo al mite vitellino e al bravo e altrettanto buon maialino verso il quale ho ancora maggiore simpatia. Comunque, siamo subito partiti con delicati e profumatissimi ravioli di borragine al sugo di carciofi (nessuno del tavolo si è sottratto alla seconda razione, tanto per capirci) che hanno aperto la strada a grandi vassoi con piramidi di teneri tocchetti di agnello e carciofi, tenerissimi entrambi da cui, oltre ai profumi delle erbe liguri, che, sempre a km zero riempiono i vasi davanti al giardino della trattoria, siamo stati travolti per la impagabile scioglievolezza delle carni e dalla totale mancanza di fibrosità dei carciofi stessi. Una vera delizia, da non mancare. Abbiamo chiuso con crema catalata e creme caramel che come dicono in Piemente, disnausia. Un vinello leggero tanto per non bere solo acqua, ma come sapete, il carciofo è nemico del nettare di Bacco. Tutto a volontà, passeggiata inclusa sulla terrazza, per apprezzare una delle prime belle giornate di sole, guardando la valle, circondati dai profumi della Liguria e dal delicato agrodolce sapore delle piante di qumkat. Ognuno ha potuto così sgranocchiare il piccolo agrume direttamente dalla pianta (accentuandone fortemente la fragranza, addirittura col cm zero). Abbiamo già la prenotazione aperta per il prossimo anno (con gli auguri pasquali anticipati).

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Shi.
Anatra laccata.
Una valle occitana.

venerdì 2 aprile 2010

Il Milione 7: L'olio di Gerusalemme.

Cap 10
… Li due frategli istettero a Vinegia due anni e quando videro che il papa non si facea, mossersi per tornare al Grande Kane e menarno con loro il figliolo Marco, ma prima voleano mantener la sua parola d'andare a Gerusalem per portare de l'olio de la lampada e il legato gliene diede loro, quindi si partirono da Acri e giunsero a Laias.

Certo due anni ad aspettare son tanti, specie per un mercante per cui il tempo è denaro, ma intanto Marco è cresciuto e quando decidono comunque di ripartire, i due fratelli se lo portano dietro, l'occasione che cambierà la sua vita. Chissà quanto insistere o forse a quel tempo diciassette anni erano sufficienti per affrontare il mondo sconosciuto. Ma per tornare in Catai devono cambiare strada per ottemperare alla promessa. Prendono quindi la cosiddetta via della seta del Sud, quella che parte dalla Terrasanta. Le crociate erano finite e Gerusalemme era in mano ai Mussulmani, ma era in effetti terra libera dove i pellegrini ed i mercanti si muovevano senza vincoli. La città era aperta alle diverse religioni certamente molto più di oggi. La strada classica del mercante era via mare, più rapida e sicura da Negroponte (Eubea) dove i Veneziani avevano una base, Laias (Alessandretta) quindi Acri, ultimo avamposto rimasto ai Templari cristiani in cui risiedeva il Legato del Papa, prima di arrivare alla città santa. Questa doveva essere non molto dissimile ad oggi, un brulicare di genti, un melting pot straordinario convivente in un equilibrio precario a cui la storia ha dato di volta in volta la supremazia sulle altre. La differenza sta solo nel fatto che alcune si sono comportate in modo più tollerante di altre. I nostri tre di certo hanno girato per la città con le stesse curiosità e sentimenti di chi oggi visita i luoghi santi, avranno lasciato una preghiera nella chiesa crociata di Santa Anna, hanno percorso la spianata delle moschee di certo come me, stupiti dallo splendore delle cupole dorate e dalla vista sul monte degli ulivi, hanno camminato per la città vecchia calpestando le strade strette del decumano romano e le stesse pietre antiche; hanno percorso la Via Dolorosa che è poi la strada principale del bazar affollata di negozi e di gente vociante, se pur inframmezzata qua e là dai luoghi della Passione, dove gli inni sacri si confondono con le musichedella danza del ventre. Quando cammini tra i muri antichi di questa città, senti un fervore ed un' ansia di vita non comune, che ti infonde una sensazione unica di essere in un posto speciale, segnato dal destino e condannato ad essere una città di pace senza pace, dove storia, religione, affari, potere, voglia di trascendenza e sfruttamento della credulità e della superstizione, trasformano ogni pietra in occasione, per taluno di avvicinamento al divino, per altri di business, per altri ancora di momento per fomentare tensione. Sempre a metà strada tra terra e cielo, in costante disequilibrio tra serenità e violenza. Un alternarsi continuo di pellegrini e di mercanti, di gente comune che vive e di altra gente comune in cerca di trascendenza, gli uni che vivono grazie agli altri, destino simile a tutti i luoghi del mistero religioso. E' il fato millenario di questa città folle, crogiuolo di santità e di violenza, sempre pronta ad accendersi per una piccola scintilla così come l'olio della Lampada Sacra a cui attinsero i Polo prima di riprendere la via. Ma appena ripartiti ecco che arriva la notizia che il nuovo Papa è stato eletto ed è proprio quel Legato che è ancora ad Agri, dove subito ritornano e che, entusiasta dell'idea di evangelizzare il Catai, manda con loro ben due frati pronti ed ansiosi di martirio nelle terre dei selvaggi (invece dei cento richiesti, non si può avere tutto dalla vita e la Chiesa è sempre stata nota per la sua proverbiale prudenza).
Cap. 12
Data la benedizione a tutti questi cinque partirsi d'Acri e vennero a Laias, ma li due frati ebbero paura d'andare più innanzi e diedero le carte e li privilegi a li frategli e no andaro più oltra ma tornaronsine a lo Signore del Tempio.
Eh sì, dopo pochi chilometri al di là della giurisdizione dei Templari, i due bravi monaci terrorizzati, scappano e se ne tornano ad Acri, mentre la nostra carovana risale verso nord per andare ad Oriente. Non dimenticate di dare un' occhiata domani da Acquaviva, la vivandiera della carovana che ha preparato per noi una delle golosità che a quel tempo si potevano gustare nelle Terresante e fate anche voi assieme a me e ai Polo, un giro per la città vecchia fino al Santo Sepolcro in questo video che ho fatto laggiù lo scorso anno.





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giovedì 1 aprile 2010

Italian elections- Recensione

E' davvero incredibile come l'editoria moderna, quella anglofona in particolare, sia così rapida nel preparare e pubblicare libri su fatti ed eventi ritenuti di interesse per il grande pubblico. Testi evidentemente cotti e mangiati al volo, roba da consumare nelle fasi immediatamente successive all'evento che richiama l'attenzione. Così è appena comparso presso una piccola editrice inglese, la Teasing Ed., che con la ben nota e corrosiva attenzione che ha avuto negli ultimi anni il mondo britannico della politica italiana e dei suoi aspetti più divertenti e deteriori, un interessante volume che si legge in un attimo sulle elezioni italiane di pochi giorni fa. E' un tentativo irridente ma molto interessante di "afferrare la verità" che sta dietro alla nostra ultima tornata elettorale come recita il titolo (Italian Election - Catching the trout) e che va alla ricerca con spirito di osservazione acuto ma anche un po' irridente degli eletti meno presentabili e allo stesso tempo più improbabili e di uno in particolare su cui non mi soffermo per non rovinarvi la sorpresa. L'autore insiste sulla incredibile tendenza italiota al sostegno dei "figli di" e al termine della rapida lettura ci si porta dietro un banale senso di "ognuno ha quel che si merita". Certamente la prontezza della presentazione del volume nelle librerie ha lasciato spazio a qualche disattenzione e a qualche errore di stampa che si presta a divertenti equivoci, ma non fermatevi all'esteriorità, cercate di cavarne invece il meglio. Vi invito dunque a non perdere questa pubblicazione che ha il merito di sottolineare fatti reali e tra l'altro appena avvenuti sotto i nostri occhi e sotto quelli del mondo. Se volete approfondire l'argomento potrete avere ampi stralci della pubblicazione qui.


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