
Ventidue anni fa; come passa in fretta il tempo. Faceva un caldo becco in quel paesino vicino al mare a pochi kilometri da Mangalore, nel profondo Sud del Karnataka. Un paesino, Ullal, dove l'India più dura, quella degli slum delle megalopoli sembrava lontana, di un altro mondo. Ci eravamo lasciati alle spalle la confusione di Bombay, il caos del suo traffico di taxi Fiat e di Apecar puzzolenti, dove avevamo risolto, ma con fatica, alcune pratiche di ordinaria buracrazia al consolato italiano e che ci avevano obbligato a prolungare la sosta in città per un paio di giorni. La stagione secca era alle porte. Il cielo, sempre sgombro di nubi, era riempito da un sole feroce che picchiava in testa senza tentennamenti, per farti capire che se sei uno di quelli che non ha disponibilità di acqua, comincia una stagione difficile. Dove non si parla in termini di PIL, di reddito, dove non circolano soldi, ma solo prodotti strappati alla terra, l'acqua vuol dire vivere o sopravvivere. Senza l'acqua in India, la terra diventa secca e arida, non si mangia, si beve roba fangosa che bisogna andare a prendere qualche kilometro più in là. Lì, invece, sul mare, le sensazioni erano diverse. Il Summer Sun, un alberghetto di vacanze, spingeva i suoi bungalow spartani fin sulla spiaggia, circondati di palme e di buganville. Anche ad aprile era tutto un rigoglio di vegetazione, quella lussureggiante del sud indiano, dove poco più in là cominciano le backwaters del Kerala ed il susseguirsi di spiagge solitarie popolate solo dalle barche dei pescatori, piccoli gusci neri che scompaiono tra le onde dell'oceano per ricomparire sulle alte creste spumeggianti, mentre con fatica, cercano di riguadagnare la riva. Su quella spiaggia, seduti su qualche stuoia di fortuna, stavamo provando le emozioni più forti della nostra vita, previste certo, ma così potenti e decise da rendere ogni angolo, ogni pianta, ogni pietra, ogni persona presente in quel luogo unica e indimenticabile, per sempre. Separato da un basso muretto di pietra, proprio di fianco ai bungalow del Summer Sun, il rigoglioso giardino, pieno di palme e di ibiscus fioriti, del Nirmala Social Centre. Così, scombussolati e quasi storditi, trascorremmo una settimana, tra la spiaggia e le piccole casette, con al collo appesa la nostra bambina, che appena arrivati, Suor Maria Grazia, una delle persone più straordinarie che abbiamo mai conosciuto, ci aveva messo in braccio, in quell'incontro che ha segnato il nostro futuro. Certo, mentre passavano i giorni in attesa di definire le pratiche col tribunale, abbiamo visto il paese e le sue botteghe, l'azienda agricola, dove i lebbrosi guariti, altrimenti emarginati, hanno una vita normale e vivono dignitosamente del loro lavoro, l'ospedalino della missione, così efficiente da attirare le partorienti ricche dal paese vicino, l'orfanotrofio con la fila dei bimbi schierati e concentrati, seduti sul vasino o la scuola del centro con le ragazzine per terra, una di fianco all'altra nel giardino con la divisa pulita, gonna blu e camiciola bianca, a studiare silenziose. Ma è stato un po' come un sogno, mentre la nostra realtà diventava sempre più concreta. La nostra bambina, si sentiva sempre più parte di noi, anche se piangeva tanto di notte, ma rideva allegra di giorno, gattonando sulla spiaggia o tra le piante di papaya davanti alla casetta dove dormivamo, già mostrando con decisione il peperino che sarebbe diventata. Ancora un giorno di viaggio e poi saremmo stati a casa, ad imparare a fare gli errori che tutti i genitori devono fare.