Visualizzazione post con etichetta Si Pha Don. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Si Pha Don. Mostra tutti i post

martedì 21 febbraio 2012

Lettere dal Laos 4: Templi e cascate.

La cascata di Li Phi.

Rimarresti tutto il giorno sull'amaca ad ascoltare il tempo che scorre. Qualcuno ha detto che la vita qui è così rilassante che se per magia le isole si muovessero andando alla deriva lungo il fiume fino alla Cambogia, nessuno se ne accorgerebbe, annichilito dal proprio torpore. Poi però, la voglia di esplorare prende il sopravvento. Il modo migliore per spostarsi sulle isole è la bicicletta, A Ban Hua, il piccolo villaggio sulla punta nord di Don Det, dove si ferma la maggior parte dei viaggiatori, tutti i bar e negozi hanno la loro brava rastrelliera di bici davanti alla porta e con 1 euro al giorno ti passa la paura. La stradina in terra battuta percorre tutto il perimetro dell'isola tra capanne spoglie, bambini che sguazzano nel fiume, pescatori che riparano reti, maiali che grufolano in cerca di cibo. Intorno il rigoglio della natura ti affascina e allo stesso tempo ti protegge dal sole che comincia a farsi sentire. Enormi alberi secolari trattengono la riva dal precipitare nel fiume con i loro poderosi fasci di radici fascicolate; altre volte invece, constati che non ce l'hanno fatta ed eccoli lì rovesciati di lato, dopo che l'acqua dell'ultima piena, maligna, ha scavato sotto di loro fino a farli rimanere nel greto, così, diresti a gambe levate, protendendo le radici innaturalmente esposte, ormai secche, verso un cielo pulito. Dopo qualche chilometro arrivi al vecchio ponte francese che unisce Don Det a Don Khon e, pagato il pedaggio, un fiorino, potrai lasciarti andare lungo il terrapieno in discesa che dopo un'oretta ti porta in vista delle cascate. 

E' incredibile che il Mekong , in questi tratti di pianura formi cascate così ricche violente, eppure sono lì davanti a te che puoi rimanere a guardare lo spettacolo e stupirti davanti all'entusiasmo di un monaco che non smette di scattare foto col telefonino, forse anche lui ammirato dalla bellezza della natura che circonda il luogo e ancora lontano dalla liberazione dalle passioni terrene. Chissà se anche lui crede che le cascate imprigionino gli spiriti cattivi del fiume e proteggano le isole? Fasci di bambù e palmeti proteggono la strada del ritorno. Poi tra le risaie e gli orti che tappezzano l'interno delle isole, si alzano le guglie degli stupa di un piccolo tempio lontano. La strada che segue diritta gli arginelli ti porta al cospetto di questa vecchia costruzione, rimaneggiata più volte anche di recente, fino a formare un strana commistione di stili, di colori, di spazi sacri. L'oro dei frontoni abbaglia e ti accorgi che il sole è ormai alto nel cielo e brucia. Il sudore cola in mille rivoli al minimo movimento. Al centro del cortile un immenso banian, il sacro albero della vita è circondato da una piattaforma rotonda così che ogni passante possa sedersi comodo, riposare, guardare quello che lo circonda con la stessa serenità che spira dai volti impassibili delle tante statue dorate che fanno capolino da ogni spazio, con il loro sorriso enigmatico che vuole farti riflettere, meditare, assorbire senza ragionamento il significato della vita. Così quando tornerai, non vorrai ad agitarti se non è ancora arrivata l'acqua per lavarsi o se l'elettricità è staccata fino alle 19.

Il tempio di Don Det.

Se ti è piaciuto questo post, ti potrebbero anche interessare:

lunedì 20 febbraio 2012

Lettere dal Laos 3: Segnali di fumo.

Ingrandire il menù in basso.

A Si Pha Don il grande fiume perde la sua anima e si trasforma da immensa via d'acqua in mille rivoli diversi e mutevoli. Le isole, che cambiano forma ad ogni piena, ogni anno, sono gemme verdi trovate sul greto e rimaste in vista in fondo al crivello del cercatore. Il Laos è un paese da assaporare  con lentezza ed attenzione. Devi amare i sapori delicati, i profumi appena espressi; devi saper apprezzare le piccole cose con la loro ingenua bellezza, con l'unicità imparagonabile delle perle di fiume che ti sanno affascinare per il loro tenue luccicore, anche se il loro valore materiale è minimo. Ogni canale, ogni braccio di fiume è diverso, ora calmo e tranquillo, ora ruggente di rapide e cascatelle. Puoi passeggiare lungo la riva dell'isola al mattino presto quando ancora il sole è debole e carezzante e colora il pelo dell'acqua di grigio rosato, oppure passare le ore più calde all'ombra di una delle tante palafitte, alte sul fiume ad ascoltarne il suo movimento. Ma è alla sera, dopo il tramonto, appuntamento imprescindibile che chiude i colori della giornata, che le stradine di Don Det si popolano di una umanità particolare, gruppi di ragazzi che vagano alla ricerca di un posto per finire la giornata. Backpackers svagati, giovani e belli che ti fanno apparire un po' fuori contesto. Ti siedi in uno dei tanti locali che sono cresciuti man mano, assieme alla popolarità crescente del luogo, intanto che il passaparola dei routards di tutto il mondo ha segnalato questo posto straordinario, dai un'occhiata alla lista per mangiucchiare qualcosa e magari bere un Lao Lao, il wiskhy locale e ti accorgi che, sdraiato sulle stuoie di fianco ai bassi tavoli orientali, tutte le portate e le bevande sono ordinabili anche nella versione "happy" con un piccolo sovrapprezzo. 

Per la verità lo stesso menù riporta in fondo la dicitura "per il fumo, rivolgersi direttamente al bancone del bar". In effetti, il buio della notte è percorso da risatine e da sguardi vacui, ma senza la ossessiva atmosfera freak che troveremo a Vang Vieng e tutto, a partire delle volute azzurrine del fumo, si muove senza esibizionismo smaccato. Gli anziani delle isole non sono molto contenti della piega che stanno prendendo le cose, d'altra parte questo è un luogo del tutto particolare, per viaggiatori, non per turisti, così lontano dal sentire dei gruppi del tutto compreso con aria condizionata e la costruzione di strutture adeguate snaturerebbe in modo fatale la straordinaria bellezza del posto. Bisogna lasciarlo a chi ama queste atmosfere rilassate  e serene, a  chi sa adattarsi una vita basica con meno di 10 dollari al giorno, senza l'assillo dell'aereo che parte, pronto ad andartene quando ti rimane ancora la voglia di rimanere un po', come quando hai la forza di alzarti da un tavolo ricco e goloso, con ancora un poco di appetito, cosa che ti farà rimanere indelebile nella testa, il ricordo di quanto hai lasciato e il desiderio di tornare. Allora, vi prego, venite ancora con me questa sera, su questa barchetta sottile a guardare, in silenzio, il sole che scende incendiando le acque, popolate dalle nere silhouettes dei pescatori che lanciano le reti.

Mekong


Se ti è piaciuto questo post, ti potrebbero anche interessare:

sabato 18 febbraio 2012

Lettere dal Laos 2: Si Pha Don, le isole dei lotofagi.

Si Pha Dong

La stazione dei bus di Sorya brulica di vita già alle 6 e mezza. La mattina sonnacchiosa che a Phnom Penh promette un'altra giornata calda e soffocante, qui è invece percorsa dal movimento affannato di un mondo alla ricerca del proprio mezzo di trasporto, tra montagne di pacchi, valigie e mercanzie di ogni genere. Un po' a lato, forse per distinguersi dalla babele degli autobus locali, il VIP International Luxourious Bus, si riempie a poco a poco di umanità varia. A dispetto del nome pomposo è piuttosto malandato e quando si avvia ansimando, lasciandosi alle spalle le strade ormai affollate della capitale, prende la via tra le risaie ancora verdi con tono svogliato e tossicchiante. Per fortuna è mezzo vuoto, concedendo un po' più di spazio vitale ai nostri strabordanti ed ipertrofici corpacci occidentali. Parla per te, direte voi, piccati, ma la sensazione è proprio questa, che i posti, da queste parti siano progettati a misure più ridotte, tanto sono minute le ragazze e gli omarini che salgono con le loro sporte, quelle sì, gigantesche. Di tanto in tanto si ferma a raccogliere qualche altro avventore isolato, saccopelisti in arrivo da Siem Reap con ancora gli occhi pieni dello splendore di Angkor Wat, in cerca di una misura più umana.

 E' una rotta poco battuta, questa che porta alla frontiera laotiana da un valico secondario, anche se privilegia un approccio ideale al sud del paese. Backpackers forzuti dalle braccia tatuate come paralumi giapponesi, esili ragazzine bionde con zaini giganteschi, isolati singoli che fanno indovinare soggiorni prolungati alla ricerca di sé stessi e di altro. La strada percorre per tutto il giorno la campagna piatta cambogiana, mentre le risaie si diradano gradatamente man mano che si procede nel Ratanakiri. Quando si avvista la sponda del Mekong che per un lungo tratto disegna la linea di confine tra i due paesi è ormai pomeriggio inoltrato. La frontiera arriva inaspettata sottoforma di un casotto di legno, una lunga sbarra di bambù rialzata da una corda e un paio di bandiere sbiadite che non riescono a muoversi nell'afa meridiana. L'animo dell'uomo dell'ovest è sempre agitato e timoroso di chissà quali difficoltà e si sa che le frontiere rappresentano sempre un punto critico e fastidioso, ma capisci subito che è tutto facile da queste parti, si può stare tranquilli, prendersi il giusto tempo, lasciarsi andare. 

Tutto funziona, lentamente ma senza traumi, alla fine si arriva. Un apposito omino si occupa direttamente, dietro mancia di 1 dollaro, di raccogliere i passaporti e andare direttamente a sbrigare la pratica, ritirare la foto, il modulo per i visti, i soldi della tassa variabile a seconda da dove arriviate e torna dopo un po' con la pratica sbrigata. Dei doganieri neanche l'ombra; il bus riparte e ti scodella all'imbrunire sulla riva del fiume, vicino al vecchio imbarcadero. E' qui a Si Pha Don che il Laos si presenta per quello che è veramente. Un paese dolce e tranquillo in cui adagiarsi con la voglia lasciarsi andare al lento scorre del tempo. Qui il grande fiume, anima e condizione allo stesso tempo, si allarga, si dilata mostruosamente, diventa un ipertrofico mare di cui non si può indovinare la sponda opposta ma popolato di grandi isole che ne fanno un arcipelago interno inaspettato ed insolito. Si Pha Don vuol dire appunto 4000 isole, anche di grandissime dimensioni popolate di rare capanne e di piccoli villaggi di palafitte che vivono sul fiume e del fiume, dove la vita prende un aspetto ed un ritmo suo particolare. 

Carichi le tue masserizie su barche sottili, dove l'equilibrio precario suggerisce movimenti controllati e attenti e ti fa guardare con occhio critico il colore dell'acqua che ti circonda, così scuro e marrone, imponendoti il pensiero delle centinaia di milioni di cinesi a monte che il fiume hanno già usato sotto ogni aspetto, ma forse sono solo le prime ombre della sera che scende in questo paesaggio senza rumori che non siano il motorino della barca o lo sciabordare di un remo lontano. Pochi minuti e la lancia sottile ti lascia su una spiaggetta in salita su cui trascinare il sacco e la valigia. Don Det, la prima isola ti accoglie con la sua atmosfera da terra dei mangiatori di loto, silenzio, rumori di campagna, capanne tra i palmeti. La basica guest house sulla punta nord dell'isola ti concede qualche bungalow con la veranda rivolta ad occidente; il fiume sotto di te appare immobile. 

Lampi rosso violacei strisciano le nuvole alte prima di superare le quinte delle isole vicine ed insanguinare le acque. Non fate troppo caso al fatto che non ci sia lo sciacquone e che l'acqua la devi gettare col secchiello o che la luce non funzioni e non ci sia acqua calda, tanto manca anche il rubinetto. Preoccupatevi unicamente che sulla veranda siano bene attaccate almeno due amache e date retta a me, lasciatevi andare, queste due parole le sentirete spesso in questo resoconto, è l'unica strada da praticare. I poteri taumaturgici di una BeerLao fresca di fianco a voi, un gruppo di bufali che giocano nell'acqua fangosa di fronte e il caleidoscopio mutevole dei colori della sera vi saranno spettacolo completo e totalizzante fino a che il nero della notte, non turbato da luci parassite non lascerà spazio al solo luccicore delle paillettes cucite su questo cielo sconosciuto, mai così numerose e tremolanti sul velluto. Poi potrete addormentarvi sereni, tanto saranno già almeno le nove.

Sera a Don Det


Se ti è piaciuto questo post, ti potrebbero anche interessare:



Where I've been - Ancora troppi spazi bianchi!!! Siamo a 121 (a seconda dei calcoli) su 250!