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martedì 2 giugno 2015

India: Passeggiando per Darjeeling

Ragazze di darjeeling


Il Ghoom temple
Certo tornarsene alla base con le pive nel sacco è un po' una delusione, ma che ci vogliamo fare, questo è il nostro karma evidentemente, come continua, con funzione consolatoria a ricordarci appunto il nostro Karma, con la K maiuscola, uomo uso alle alte vette che si è piegato in questo caso ad accompagnare vecchi e bolsi turisti su e giù per le alture prehimalayane, ma che di solito conosce solo l'aria fine dei campi base del Sikkim e del Nepal. Purtroppo non della Cina, in cui anelerebbe viaggiare, ma dalla quale gli è pervicacemente negato il visto di accesso, possedendo lui cittadinanza indiana e, si sa, India e Cina sono da sempre come cane e gatto, insomma non si possono vedere, quindi per ora non se ne parla. Però è ferratissimo su tutta la storia e le questioni religiose della zona di cui racconta a lungo e con competenza. Dunque prima di tornare in albergo ad affrontare una parca colazione, si impone una visita al gompa di Ghoom, dell'ordine GelugPa, i Cappello Gialli a cui appartiene anche il Dalai Lama, piccolo tempio importante soprattutto in quanto è l'unico di tutto questo nostro viaggio che consenta le foto all'interno. In effetti da queste parti non ci stanno a monetizzare, come sarebbe facile, questo aspetto del turismo, in nome soprattutto di un rispetto assoluto verso l'autorità religiosa e la religione stessa, cosa che impone ad esempio anche, sia per il Sikkim che per il Bhutan, il divieto di scalare le vette delle montagne, consentendo escursioni soltanto alle loro basi. 

Il Buddha Maitreya
Questo concetto ha consentito quindi una sorta di preservazione di queste aree, le cui cime innevate si possono dunque ammirare soltanto da sotto, sempre che il tempo lo consenta, con buona pace degli alpinisti incarogniti, che il Kangchenjunga lo possono scalare solo dal Nepal, altrimenti rimarrebbe l'unico 8000 inviolato, così come del resto lo sono tutte le altre vette minori posizionate all'interno dei due paesi. La pace del piccolo tempio è piacevole dopo la folla della Tiger hill, così affronti più serenamente la giornata che è tutta un su e giù lungo le stradine ripidissime di Darjeeling, che risalirai fin dal primo mattino, dalla confusione consueta del mercato, dalle viuzze tra i banchi, se possibile ancora più strette, alle vie del gioiellieri e degli innumerevoli negozi  di masserizie varie, vestiti, attrezzature elettroniche mescolate ad attrezzi agricoli e paccottiglia per turisti, quasi tutta importata dal vicino Nepal. Ma qui ormai siamo alle pendici dell'Himalaya e quindi una delle attrazioni della città rimane l'Istituto della montagne annesso allo zoo cittadino, dove si possono vedere i rari animali delle zone alte come il leopardo delle nevi, il furtivo e minuscolo panda rosso, molte specie di antilopi di alta montagna e soprattutto lo sfuggente e rarissimo leopardo nebuloso. 

Leopardo nebuloso
Il museo annesso che racconta delle scalate più famose e delle imprese degli sherpa e qui si dà giustamente spazio a questi formidabili scalatori, messi sempre in seconda fila nelle nostre cronache, è in realtà piuttosto polveroso, ma colpisce sempre il confronto tra le attrezzature usate un tempo per compiere imprese allora quasi impossibili  e che ora, coi nuovi materiali, consentono, pagando e profumatamente, anche a vecchi ricconi di essere praticamente portati in braccio sul tetto del mondo, salvo a volte lasciarci la pelle perché comunque il fisico li molla comunque per la via. Poi se hai voglia di farti una sgambata c'è sempre il campo dei rifugiati tibetani, che sono arrivati nel '59, guarda caso, immigrati clandestinamente, ce ne sono quasi un milione in India attualmente, che da quasi sessanta anni sono rimasti un po' nel loro ghetto, senza riuscire ad integrarsi realmente con la realtà indiana. Campano quindi della loro diversità, con lavori di artigianato e con il business revanscista che la loro condizione consente, ben tollerato dal governo a cui ogni cosa anticinese fa gioco. Ma il richiamo vero di Darjeeling è la coltivazione del thè, i cui cespi arrotondati da cui la vicina primavera fa spuntare le prime tenerissime foglioline di un verde più pallido e giovane, ricoprono in lungo ed in largo tutti ripidi fianchi delle colline attorno alla città. 

Cernita delle foglioline di thè
E' quindi tutto un susseguirsi di fattorie dove un esercito di donne, coi grandi cestoni o i sacchi di stoffa colorata portati di traverso alla schiena, è sparso in mezzo alla coltura, come tante formichine operose che strappano veloci, a due mani, le foglie apicali, per raggiungere la quantità minima giornaliera, i dieci chili canonici, che consente loro di essere richiamate al lavoro anche il giorno successivo. Nel capannone poi, c'è la selezione, con i lunghi banchi per la fermentazione e quindi la preparazione dei grandi contenitori, nelle diverse qualità per inviare quello che si autodichiara il migliore thè del mondo, ai centri di confezionamento. Rimane in fondo soltanto la polvere della raccolta, derivata dalle foglioline più secche e spazzate, lo scarto insomma. Niente paura anche questo viene raccolto con cura, servirà al confezionamento del thè in bustina, quello che la comodità occidentale ha scelto di usare prevalentemente, riuscendo ad elevare il peggio al meglio. E' una sorta di contrappasso inconsapevole, in cui il ricco lascia la qualità migliore al poveraccio perché non ha voglia di utilizzarla. 

Degustazione di thè al Golden Tips
Invece una delle esperienze più interessanti da fare in città è proprio una seduta di degustazione di thè da eseguirsi in uno dei negozi più forniti e preparati a questo tipo di cerimoniale gastrofighetto, proprio dell'occidente, così gradito ai nostri sedicenti raffinatissimi gourmet, che poi nella vita reale correranno a comprare le solite bustine di carta Lipton o Twinings. In una deliziosa sala dalle larghe poltroncine di vimini, in una atmosfera molto coloniale, ci vengono serviti, con le dovute spiegazioni e distinguo, cinque thè neri di differenti caratteristiche e qualità e due thè bianchi, il vero champagne di questo infuso. Noto solo in Cina come il thè dell'imperatore fin dal periodo Sung, questo thè viene raccolto solo due volte all'anno e per soli due giorni, quando le prime foglioline apicali più piccole stanno germogliando e non sono ancora dischiuse. Il prodotto delicatissimo, alla cui raccolta si deve rinunciare in caso di tempo avverso, non viene sottoposto ad alcun trattamento di fermentazione e per questo mantiene un aroma delicatissimo e particolare, oltre naturalmente a straordinarie peculiarità antiossidanti su cui si può ricamare a lungo. La verità è che questo costosissimo prodotto (si arriva fino alle 3000 Rupie all'etto) ha sfumature davvero tenui e particolari, che lo possono fare apprezzare dai grandi intenditori in cerca di sensazioni eleganti e rare.

Un negozio tra antico e moderno
Anche tra le tipologie del prodotto fermentato, di cui ci vengono proposte differenti opzioni, da quella più marcata e tannica, alle altre con sapori meno decisi e del tutto particolari, con sfumature di affumicato, la scelta non è facile per noi caffettari. Che volete in ogni cosa ci vuole esperienza, anche se, quando ti dicono che una cosa è buonissima, finisce che ci credi. Rimane una sensazione di piacere diffuso, di possibilità di sperimentare le possibilità che il mondo offre a chi non ha la necessità bruta di alimentarsi, ma che si può consentire il lusso di scegliere. Una opzione non da poco, che tuttavia non deve far confondere l'agricoltura vera che sfama il mondo, con la ricerca dei piaceri consentiti ad una fascia ristretta, naturalmente utile a far marciare l'economia, ma che rimane cosa filosoficamente diversa. Così con l'animo rappacificato e lo stomaco riscaldato dalla degustazione, potrai ripiegare dapprima sull'acquisto di prodotti più consoni al tuo portafoglio ed infine sederti, prima che la luce cali definitivamente su una giornata faticosa, sulle panchine del tempio di Mahakala, sulla cima del colle più alto che domina la città, soffocato di bandiere di preghiera colorate, tra suoni di campane, circondato da cento tempietti ed edicole dedicate alle più varie deità, tra buddhismo, induismo e sette varie, con la solita libertà ed il sincretismo che questa religione consente.

Le bandiere del Mahakala temple

SURVIVAL KIT

Ghoom gompa - Piccolo tempio a 8 km da Darjeeling sulla via per la Tiger hill, vicino alla stazione d'arrivo del Toy train. Ricordatevi che questo è l'unico tempio buddhista di tutta l'area in cui è consentito di fotografare (pagando un ticket di 100 R) all'interno, quindi sfogatevi pure. Di prima mattina, quando sarete di ritorno dall'alba su Kangchenjunga, c'è poca gente. Contiene una grande statua del Buddha Maitreya di quasi 5 metri, molto bella. Monaci simpatici e sorridenti.

L'altare di Kali la nera al Mahakala temple
Padmaja Naidu Himalayan Zoological Park - Contiene tutta la serie di animali dell'area himalayana, dagli yak, alle tigri, al panda rosso ed a differenti specie di leopardi, tra cui il raro leopardo nebuloso (Neofelis nebulosa) dalle grandi macchie, quasi scomparso. Non mancano grandi voliere con uccelli con il famoso bucero, non facile da vedere nei parchi.

Himalayan Mountaineering Institute -  Museo della montagna inserito all'interno dello zoo. Molto polveroso, magnifica soprattutto i grandi risultati ottenuti dagli sherpa nelle spedizioni più importanti del secolo scorso, inclusa la conquista dell'Everest da parte di Tenzing di cui il giardino ospita una statua. Molte fotografie delle diverse imprese e una esposizione dei materiali storici usati.

Mahakala temple - Sulla cima della collina proprio dietro la piazza principale sulla sommità. Molto suggestivo per la quantità di bandiere di preghiera che i fedeli continuano a portare ed a stendere nel giardino del tempio stesso. Dedicato a molte divinità diverse, ospita anche una piccola grotta con un lingam di Shiva, una costruzione dedicata a Sai Baba e diversi altri centri di devozione. Bella vista sulla città e luogo suggestivo.

Venditrice al mercato
Chowrasta - E' il mercato di Darjeeling, affollatissimo e molto particolare come sempre. Possibilità di acquisto di spezie. Ricordatevi che qui, benché i prezzi siano maggiori delle altre città indiane, sono sempre molto più bassi che in Sikkim o peggio in Bhutan. 

Tea Gardens - Tutta la città e le alture circostanti sono ricoperte da piantagioni ed è possibile visitare una di queste per capire la lavorazione del prodotto e soprattutto godere del panorama. In generale la visita è gratuita o sottoposta ad un piccolo biglietto di ingresso che dà diritto ad una degustazione di thè, ma non contateci troppo. In città ci sono comunque decine di negozi che offrono tutte le varietà e qualità possibili a partire da un minimo di 40 R a oltre 3000R/hg, inoltre è da sottolineare che la quantità venduta ogni anno nel mondo col marchio Darjeeling è quasi il doppio di quella effettivamente prodotta qui. In questa area vengono prodotte 40.000 Ton di thè all'anno e comunque il prodotto di queste montagne è uno dei più pregiati al mondo. Naturalmente anche qui è partito il trip del prodotto biologico (in inglese organic) con tutte le consuete ridicole manfrine, ma se siete dei credenti di questa religione avrete di che sfogarvi anche qui.

Golden Tips - Negozio specializzato in thè, sulla piazza alta di Darjeeling che offre l'opportunità di avere una degustazione gratuita di una mezza dozzina tra i thè più pregiati, con tutte le spiegazioni. L'atmosfera è molto interessante e l'esperienza gradevole. Poi vi sentirete naturalmente in obbligo di acquistare qualche cosa, ma potrete cavarvela anche un un pacchetto di un etto di thé da 100 o 200 R. Da provare e date un'occhiata al sito che è molto interessante.
Filatura per i tappeti al campo tibetano
Campo profughi tibetano - Interessante visita ad un centro sorto sull'emergenza del '59 dopo l'annessione cinese del Tibet e ormai diventato uno stanziamento fisso, in cui vivono i tibetani di Darjeeling. Laboratori di produzione di tappeti e tessuti e altri prodotti artigianali con annessi negozietti di souvenir. Interessante museo con le foto d'epoca dell'esodo. L'ingresso è gratuito.

KFC di Darjeeling - All'interno dellOld Bellevue hotel, questa nota catena americana è presente qui dal 2014 e offre la consueta gamma di prodotti che ruotano attorno al pollo fritto. Un po' indianizzato per quanto riguarda le spezie, anche se molti piatti sono in lista ma non sono presenti, offre a prezzi moderati una possibilità di fuga dai sapori della cucina indiana per chi proprio non la sopporta.

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lunedì 1 giugno 2015

India: La Tiger hill ed i meriti spirituali

Il Kangchenjunga (m. 8586) dalla Tiger Hill

Darjeeling
Cari amici, come promesso eccomi di ritorno dal giro umbro di cui vi relazionerò più avanti, con gli occhi ebbri di bellezza e lo stomaco appesantito alquanto, ma pronto a riprendere e a cercare di portare a termine, anche se siamo solo a metà, le mie storie himalayane. Dunque vi avevo lasciati alle falde delle alte colline di Darjeeling, proprio sulla balconata che da un lato si apre sulla rovente piana indiana e dall'altro apre piccole vie di risalita verso montagne selvatiche che contengono le più alte vette della terra. Una terra ballerina, come abbiamo avuto modo di sentire in questi giorni terribili, essendo proprio questo il punto dove la zolla indiana si infila sotto quella sinotibetana, sollevandola senza troppi complimenti. Certo questo luogo era un punto privilegiato, non così lontano da non poter essere raggiunto con relativa facilità dalle città coloniali, per sfuggire alla calura insopportabile della stagione estiva e del monsone e godere di una temperatura tutto sommato accettabile. Così era nata questa cittadina, progettata dagli inglesi per gli inglesi, con piccole case coloniali e servizi che prevedevano al massimo qualche decina di migliaia di abitanti nei momenti di punta, tra giardini montani, valli a precipizio e ripe scoscese ricoperte dall'ordinato cespuglio delle piantagioni di thè. 

Mercato dei legumi a Darjeeling
Come sempre poi, la storia prende un'altra strada. C'è stata l'immigrazione incontrollata, guarda un po', dei nepalesi in seguito alle guerre coi Gurkha e poi, negli anni '50, quella dei profughi in fuga dal Tibet dopo la riannessione cinese. Aggiungiamoci infine la crescita malthusiana incontrollata ed incontrollabile degli indiani ed eccoci alla situazione attuale, nella quale la città conta quasi 150.000 abitanti in continuo aumento, che può disporre di servizi si e no per un quarto di essi, soprattutto acqua, viabilità, fognature e possibilità di smaltimento di rifiuti che la vita moderna ha via via moltiplicato. Insomma un vero formicaio abbarbicato su colli ripidi, con vicoli esageratamente affollati, dove un traffico costantemente ingorgato si precipita in discese vertiginose e risalite malconce, il tutto con l'aggiunta dei turisti che qui arrivano richiamati da una fama tramandata nel tempo. La stagione, marzo, è ancora fredda, più che fresca e se esci alle quattro di mattina, quando ancora il buio della notte avvolge le montagne di un velo nero a coprire i tanti demoni sepolti sotto le mura protettive dei templi, fa freddo e devi stare coperto. C'è un picco a qualche chilometro dalla città, un tempo avvolto dalla foresta, oggi punteggiato da case e baracche che non hanno pietà per la sacralità dei boschi, intente come sono a prendersi un loro disperato spazio vitale. 

Foto di piccoli profughi tibetani all'apertura del campo nel '54
La stradina che ci arriva, si arrampica con rampe feroci e curve e controcurve continue, in cui le ruote stridono come soffrissero loro, al posto del motore che ansima cercando di mangiarsi quel poco ossigeno che c'è oltre i 2400 metri. Quando ci arrivi, sono da poco passate le cinque e solo un leggero chiarore da oriente fa capire da quale parte, tra un po', nascerà il nuovo giorno. Visto il luogo e l'ora, forse pensavi di essere solo a poter meditare sulle grandi domande della vita, così in alto, di fronte ad una natura severa e maestosa. Invece, tra le ombre del buio, tanto si muove nella notte; anzi una vera e propria folla di qualche migliaio di persone occupa spazi e postazioni, senza troppo rumoreggiare però, quasi che l'ora, la presunta sacralità del luogo o forse più prosaicamente, la mente assonnata di chi si è svegliato troppo presto, suggeriscano un atteggiamento discreto, un mutare le parole in bisbiglio, che tuttavia, dato il numero, rappresenta comunque una sorta di disturbo di fondo anomalo ed incongruo per quelle montagne. In realtà la cosiddetta Tiger Hill è uno dei belvederi più famosi del mondo, circondato com'è dalla corona di monti tra i quali spicca il Kangchenjunga, la terza vetta del mondo che costituisce il confine tra il Sikkim ed il vicino Nepal. 

Turisti alla Tiger hill
Quindi in pratica ogni mattina tutta la frotta dei turisti che traccheggiano nella zona, convergono qui per vedere l'alba, il momento in cui i raggi d'oriente del nuovo sole che sarà alle spalle, vestiranno di rosa la montagna di fronte, illuminandola gradualmente come un reostato gigante nelle mani di un tecnico delle luci che gestisce questo spettacolo che va in scena ogni giorno. La luce che scopre prima la punta in un rosa e arancio mischiati con perizia e quindi scende lenta lungo i fianchi della, montagna isolata, mostrando poi le cime vicine più basse, i settemila e poi le misere asperità di seimila metri, quasi fossero colline senza nome, mentre tutta l'aria intorno si rischiara  percorrendo le tonalità dell'iride, dal rosso fino all'azzurro pieno del momento in cui il sole sarà alto nel cielo. L'attesa è dunque forte ed il programma ghiotto, ragione per cui tutto viene preparato con cura e la grande costruzione a più piani che accoglie una parte dei turisti in attesa, si riempie rapidamente, anzi i piani più alti, riparati e coperti, che qui siamo a pochi gradi sopra lo zero, vanno prenotati per tempo se non si vuole scendere di livello o addirittura finire nella massa indistinta che alla fine, ritardatari o psicologicamente contrari a pagare per quanto la natura dovrebbe offrire a tutti senza distinzione di casta, si affolla sulla balconata esterna che anch'essa in poco tempo si affolla di gente di tutto il mondo con la faccia rivolta ad occidente in attesa che lo spettacolo vada in scena. 

La venditrice di caffè
La maggioranza è costituita comunque da indiani che hanno eletto ormai come propria abitudine e tradizione tutto quanto gli inglesi avevano imposto come obbligo di dominatore. In mezzo alla folla semiaddormentata intanto, un'altra folla si aggira, come una massa di tante formichine operose. Sono venditori di ogni genere, piccoli souvenir locali, oggettistica religiosa che ricordi comunque la sacralità del luogo, cartoline e vedute varie che magnificano le vette  in questione e naturalmente, generi di conforto che, data la temperatura, sono costituiti soprattutto da thè e caffè bollenti distribuiti da grandi thermos, che le venditrici mantengono in ceste approntate alla bisogna. Non mancano naturalmente dolcini indiani, laddoo, o ciambelline fritte e samosa piccanti, accanto alle confezioni di patatine e biscotteria varia, che si accoppiano orgiasticamente alle bevande in lattina del più prosaico occidente. Intanto, mentre altra gente continua ad affluire fino a che ogni spazio non sia completamente occupato, in India hai sempre questa sensazione della impossibilità di mantenere gli spazi vuoti, quasi fosse uno spreco di opportunità, l'aria intorno comincia a rischiarare contrastando la tenebra e tutta la folla, prima piuttosto immobile pare risvegliarsi dal torpore della notte. La luce si fa largo spingendo il buio di fronte a te verso la catena di montagne. Il cielo rischiara a poco a poco, anche se qualche cosa comincia a non girare nel verso giusto. 

Turisti indiani
Sopra ed intorno è sì tutto rosato e le piante che circondano il fabbricato cominciano a svelare un fogliame verde, non più quinte informe e nere, ma l'orizzonte non mostra segni di dettaglio, anzi tutto pare avvolto come da una nebbia lattiginosa e aranciata, una foschia che non si disperde ma che assume il sembiante di  un tutt'uno uniforme ed indistinto che ricopre il mondo come un velo di Maya ingannevole, quasi a dirti che dietro c'è molto, molto di più, ma che tu non sei ancora degno di vederlo. La luce aumenta e finalmente arriva il giorno pieno, ma la situazione non muta, anzi sembra addirittura peggiorare. Siamo su questo alto colle come su un'isola perduta in un mare sconosciuto, sapendo che al di là di quanto possiamo scorgere, c'è qualche cosa, la meraviglia delle meraviglie, che però oggi, forse per nostri peccati commessi anche nelle vite precedenti, non ci è dato vedere, ma solo immaginare. La folla rumoreggia delusione, ma poi a poco a poco si muove sulla via del ritorno con la confusione logica, imposta dagli spazi ristretti e dalla incongruità col posto dei mezzi meccanici a disposizione. Pare che nella maggior parte dei casi sia così. Solo pochi sono i giorni fortunati in cui gli dei del monte e la tigre che vi albergava o per lo meno la sua anima, consentono una visione pulita e nitida della montagna. I puri soltanto forse possono vederla con il terzo occhio dello spirito. Per tutti gli altri rimangono solo le cartoline che i venditori si affannano ad offrire, l'ultimo business della giornata, la montagna rosata ed immensa che avevi immaginato da riportare a casa. In fondo per loro è andata bene così. Karma ride e per consolazione, mostra la foto del panorama sul suo telefonino.

Il sole sorge  alla Tiger hill

SURVIVAL KIT

Il campo profughi tibetano di Darjeeling
Tiger Hill - A una decina di chilometri da Darjeeling, a 2400 metri, raggiungibile in auto o con una miriade di mezzi, taxi, apecar e anche bus. Bisogna arrivarci verso le 5:30 massimo al buio, per trovare posto all'ultimo piano della costruzione sulla cima (un centinaio di posti, 40 R.). Nescafè caldo o thé 10 R. Sotto posti seduti più scomodi fino a 10 R e all'aperto. Ricordatevi che fa piuttosto freddo e tira una bella arietta. necessaria una giacca a vento. Nelle giornate  limpide, visione fino a 100 km di distanza. oltre al Kangchenjunga si possono vedere anche il Makalu e in fondo l'Everest e il Lotse. E' una escursione in un certo senso obbligatoria, quindi non rimanete delusi se nella maggior parte dei casi non vedrete nulla. Non è possibile neppure prevedere le condizioni di visibilità, in quanto a volte la nebbia si squarcia e quando meno ce lo si aspetta compare la corona himalayana al completo. Dipenderà dai vostri meriti spirituali. 


giovedì 21 maggio 2015

India: Darjeeling

Bandiere di preghiera



Darjeeling
Per andare all'ufficio visti ed ottenere i permessi per il Sikkim, devi attraversare tutta New Jalpaiguri col suo torvo melange sovraffollato di polvere e miseria. Le due fate abbondanti dietro le scrivanie sbocconcellate, se la prendono comoda tra vecchi manifesti che pubblicizzano le bellezze del paese, appesi solo per nascondere le scrostature dei muri. Il tempo scorre lento in India, non bisogna farsi prendere dall'ansia o da un atteggiamento di irritazione all'europea che lo farebbe inevitabilmente dilatare ancor di più. Meglio adagiarsi sorridenti. Il karma di Karma provvede a risolvere gli eventuali spigoli, smussandoli a dovere mentre la mente riposa. Sul giornale una notizia. Il nostro treno gemello, il Varanasi Express nella notte è deragliato, più di cento morti, ma Karma dice che cento morti in India non fanno notizia, non è il caso di tranquillizzare in Italia. Comincia a fare caldo qui nella piana e stare seduti sotto il ruotare lento delle pale di un vecchio ventilatore che forse ha ascoltato le parole della regina Vittoria, non è neanche spiacevole. Come Ganesha vuole, alla fine di riparte verso nord e bastano pochissimi chilometri fuori dalla città per lasciare i campi ed inerpicarsi verso l'alto tra le foreste di teak e di sambun, un altro legno pregiato che ricopre le colline che salgono verso le montagne. La strada diventa subito tortuosa e trafficatissima, come tutte le strade indiane, per arrampicarsi in una settantina di chilometri fino ad oltre 2200 metri. 

Cryptomeria japonica
Le forti piogge contribuiscono a tappezzare queste valli di una vegetazione fitta di montagna, fatta di cryptomeria japonica, il pino delle zone himalayane e soprattutto di veri e propri boschi di magnolie bianche e di alberi di rododendro di diversi metri di altezza che accendono il paesaggio di rossi e di viola smaglianti. Darjeeling, con le sue migliaia di case sparse sulle cime di colli scoscesi, le cui pendici cascano a precipizio nei torrenti che le hanno scavate come unghiate di draghi malevoli, occupa spazi sempre maggiori, dilatandosi con la furia con cui la sua popolazione cresce. Questa città e il suo territorio ha avuto una storia tormentata, conquistata, ceduta e comprata più volte durante l'800 nel corso delle guerre dei gurkha tra Sikkim e Nepal, fino a che se la sono presa gli inglesi, innamoratisi subito del clima piacevole che permetteva loro di sfuggire alle torride estati del Bengala. Alcune piantine di thè portate dalla Cina dal Dr. Campbell, furono l'inizio della fortuna del luogo. In pochi anni i fianchi di queste alte colline furono ricoperte dalle piantagioni del cosiddetto champagne del thè, giudicato il migliore del mondo. Il vicino thè dell'Assam (che si distingue facilmente dall'aspetto di piccoli pallini) o l'ancor meno pregiato Nilgiri, possono quindi competere soltanto con il prezzo, ma non sono in grado di arrivare alle sfumature di aromi e delicatezza di questo prodotto di eccellenza. 

Il traffico del centro di Darjeeling
Queste coltivazioni ed il trenino himalayano a scartamento ridotto che gli inglesi costruirono per raggiungere il luogo in assenza di strade, hanno reso questa città un centro turistico di grande importanza da oltre un secolo, anche per la vicinanza alla catena che contiene le montagne più alte del mondo. Del cosiddetto toy train rimangono solo gli ultimi otto chilometri che arrivano al centro città. Le rotaie attraversano continuamente il tortuoso nastro di asfalto che sale la montagna, rimanendo solo di tanto in tanto relegate ad una piccola massicciata al suo bordo. Le vecchie locomotive che tirano a fatica i tre storici vagoncini, rimangono a sbuffare sotto una pensilina ottocentesca, prima di fischiare a lungo, segnalando la voglia di tornare a valle. Così la cittadina progettata per 40.000 residenti con vecchie case coloniali inglesi dai tetti bordati di legni traforati, è più che triplicata ed ora vive in una sorta di asfittico sovraffollamento perennemente in cerca di risorse che non è in grado di avere dal territorio, soprattutto acqua, viveri, smaltimenti fognari e immondizie. Le ripidissime stradine del centro sono un ammonticchiarsi continuo di negozietti e bancarelle, mentre le tortuose comunicazioni tra i vari punti nodali della città sono continuamente ingombri di auto e altri mezzi di trasporto, camion e bus, che intasano completamente la viabilità, costituendo un serpentone sempre fermo che spera di muoversi a passo d'uomo di tanto in tanto. Una folla variopinta fatta di turisti europei e americani, ma soprattutto provenienti dalle altre parti del subcontinente, la percorre incessantemente, riempiendo mercati e luoghi di aggregazione. 

Trasporti nel mercato
Oltre alle facce bianche ed ai nasi lunghi, qui vedi di tutto da gruppi di  tibetani con le facce bruciate dal sole delle alte quote, ai nepalesi piccoli e scuri mescolati con gli occhi a mandorla dell'Assam orientale. Sari sgargianti e salwar camiz dai ricami dorati, veli e tuniche bianche che incorniciano barbette salafite assieme a jeans e minigonne mozzafiato in un bailamme di modernità ed esotismo asiatico coloniale. Di certo una città cosmopolita con ristoranti per tutti i gusti, agenzie di trekking ed alpinismo, mercati di cianfrusaglie per turisti e luoghi ricolmi di masserizie locali conditi da fumi di spezia e masala. Puoi camminare per ore su e giù da queste salite vertiginose, sempre se le gambe ti reggono e l'ansimare della quota te lo consente, passando dai colori del tempio di Shiva, con le sue commistioni buddiste, perdendoti nei festoni multicolori delle bandiere di preghiera, fermandoti ad ogni altarino, tutti diversi per accontentare tutti i credi, dal variegato Olimpo hindù fino a Sai Baba e le altre sette locali, passare per la cattedrale cattolica o la piccola moschea, fino ad arrivare al gompa dei berretti neri, una delle tante sette di buddhismo tibetano sparse sull'Himalaya. Una vera indigestione religiosa per tutti i gusti che si muta il più delle volte in una fiera di strapaese tale da appagare ogni necessità di superstizione pensabile. Intanto fermiamoci un attimo qui nella gran piazza centrale sulla cima della collina più alta. C'è tanto da vedere e stare seduti su un gradino a godersi tutta questa umanità variegata che ti scorre intorno, può contribuire a lasciarti pensare, ma soprattutto permette di tirare il fiato e rallentare i battiti del cuore che pompa all'impazzata e non ti lascia ragionare bene. Poi magari ci facciamo un bel piatto di momo fritti, gli agnolottoni tibetani al formaggio di capra e verdure.
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SURVIVAL KIT

Darjeeling - E' il punto di partenza per tutte le visite nella zona e soprattutto l'ingresso allo stato del Sikkim. 120.000 abitanti, molto turistica e sovraffollata con moltissime sistemazioni alberghiere per tutti i prezzi e ristoranti per tutti i gusti incluse le catene americane. Calcolate almeno un paio di notti perché ci sono parecchie cose da vedere. Nel centro moltissime bancarelle e negozi per turisti con souvenir himalayani, che tuttavia provengono quasi tutte dal Nepal. I prezzi qui sono comunque più bassi che in Sikkim o peggio ancora in Buthan. per vedere un minimo di realtà locale c'è un bel mercato sulla via principale. E' possibile anche avere una tourism card per ottenere sconti vari (a 475 R per tutta la famiglia) acquistabile online ma non l'ho testata personalmente
Il toy train

Toy train - Rimangono solo 8 km di questa ferrovia storica che risale l'ultimo tratto  della valle fino al centro città con 4 corse al giorno andata e ritorno e prezzi che variano dalle 400 R per il viaggio di mattina presto alle 1090 R per quello con la locomotiva a vapore, più vintage. Bei paesaggi lungo il percorso se il tempo è linpido.


Traveller's Inn Dr. Zakir Hussain Road, Near T.V. Tower,  Darjeeling . Alberghetto situato in una buona posizione a pochi passi dalla piazza centrale superiore, ma per arrivare dovete farvi una ripidissima e faticosa salita. Decisamente datato. 2750 R la doppia, piuttosto piccolina (un po' caro ma in linea coi prezzi della città molto turistica). Dalle camere nessuna vista, solo bidoni dell'acqua sul tetto. Bagno spartano con doccino a mano, acqua calda solo dalle 7 alle 9. No wifi (rivolgersi al vicino internet cafè a 200R/h). Fa freddo a marzo, ricordarsi di chiedere una stufetta elettrica. Non vengono fornite neppure le consuete bottigliette di acqua complimentary. Personale con poca comunicativa. Valida la colazione. La cosa migliore è la terrazza con magnifica vista sulla città e sulla valle. Nei giorni limpidi potrete vedere il Kanchenjunga.

Da New Jalpaiguri a Darjeeling - 70 km ( in 3 ore)


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