lunedì 1 giugno 2015

India: La Tiger hill ed i meriti spirituali

Il Kangchenjunga (m. 8586) dalla Tiger Hill

Darjeeling
Cari amici, come promesso eccomi di ritorno dal giro umbro di cui vi relazionerò più avanti, con gli occhi ebbri di bellezza e lo stomaco appesantito alquanto, ma pronto a riprendere e a cercare di portare a termine, anche se siamo solo a metà, le mie storie himalayane. Dunque vi avevo lasciati alle falde delle alte colline di Darjeeling, proprio sulla balconata che da un lato si apre sulla rovente piana indiana e dall'altro apre piccole vie di risalita verso montagne selvatiche che contengono le più alte vette della terra. Una terra ballerina, come abbiamo avuto modo di sentire in questi giorni terribili, essendo proprio questo il punto dove la zolla indiana si infila sotto quella sinotibetana, sollevandola senza troppi complimenti. Certo questo luogo era un punto privilegiato, non così lontano da non poter essere raggiunto con relativa facilità dalle città coloniali, per sfuggire alla calura insopportabile della stagione estiva e del monsone e godere di una temperatura tutto sommato accettabile. Così era nata questa cittadina, progettata dagli inglesi per gli inglesi, con piccole case coloniali e servizi che prevedevano al massimo qualche decina di migliaia di abitanti nei momenti di punta, tra giardini montani, valli a precipizio e ripe scoscese ricoperte dall'ordinato cespuglio delle piantagioni di thè. 

Mercato dei legumi a Darjeeling
Come sempre poi, la storia prende un'altra strada. C'è stata l'immigrazione incontrollata, guarda un po', dei nepalesi in seguito alle guerre coi Gurkha e poi, negli anni '50, quella dei profughi in fuga dal Tibet dopo la riannessione cinese. Aggiungiamoci infine la crescita malthusiana incontrollata ed incontrollabile degli indiani ed eccoci alla situazione attuale, nella quale la città conta quasi 150.000 abitanti in continuo aumento, che può disporre di servizi si e no per un quarto di essi, soprattutto acqua, viabilità, fognature e possibilità di smaltimento di rifiuti che la vita moderna ha via via moltiplicato. Insomma un vero formicaio abbarbicato su colli ripidi, con vicoli esageratamente affollati, dove un traffico costantemente ingorgato si precipita in discese vertiginose e risalite malconce, il tutto con l'aggiunta dei turisti che qui arrivano richiamati da una fama tramandata nel tempo. La stagione, marzo, è ancora fredda, più che fresca e se esci alle quattro di mattina, quando ancora il buio della notte avvolge le montagne di un velo nero a coprire i tanti demoni sepolti sotto le mura protettive dei templi, fa freddo e devi stare coperto. C'è un picco a qualche chilometro dalla città, un tempo avvolto dalla foresta, oggi punteggiato da case e baracche che non hanno pietà per la sacralità dei boschi, intente come sono a prendersi un loro disperato spazio vitale. 

Foto di piccoli profughi tibetani all'apertura del campo nel '54
La stradina che ci arriva, si arrampica con rampe feroci e curve e controcurve continue, in cui le ruote stridono come soffrissero loro, al posto del motore che ansima cercando di mangiarsi quel poco ossigeno che c'è oltre i 2400 metri. Quando ci arrivi, sono da poco passate le cinque e solo un leggero chiarore da oriente fa capire da quale parte, tra un po', nascerà il nuovo giorno. Visto il luogo e l'ora, forse pensavi di essere solo a poter meditare sulle grandi domande della vita, così in alto, di fronte ad una natura severa e maestosa. Invece, tra le ombre del buio, tanto si muove nella notte; anzi una vera e propria folla di qualche migliaio di persone occupa spazi e postazioni, senza troppo rumoreggiare però, quasi che l'ora, la presunta sacralità del luogo o forse più prosaicamente, la mente assonnata di chi si è svegliato troppo presto, suggeriscano un atteggiamento discreto, un mutare le parole in bisbiglio, che tuttavia, dato il numero, rappresenta comunque una sorta di disturbo di fondo anomalo ed incongruo per quelle montagne. In realtà la cosiddetta Tiger Hill è uno dei belvederi più famosi del mondo, circondato com'è dalla corona di monti tra i quali spicca il Kangchenjunga, la terza vetta del mondo che costituisce il confine tra il Sikkim ed il vicino Nepal. 

Turisti alla Tiger hill
Quindi in pratica ogni mattina tutta la frotta dei turisti che traccheggiano nella zona, convergono qui per vedere l'alba, il momento in cui i raggi d'oriente del nuovo sole che sarà alle spalle, vestiranno di rosa la montagna di fronte, illuminandola gradualmente come un reostato gigante nelle mani di un tecnico delle luci che gestisce questo spettacolo che va in scena ogni giorno. La luce che scopre prima la punta in un rosa e arancio mischiati con perizia e quindi scende lenta lungo i fianchi della, montagna isolata, mostrando poi le cime vicine più basse, i settemila e poi le misere asperità di seimila metri, quasi fossero colline senza nome, mentre tutta l'aria intorno si rischiara  percorrendo le tonalità dell'iride, dal rosso fino all'azzurro pieno del momento in cui il sole sarà alto nel cielo. L'attesa è dunque forte ed il programma ghiotto, ragione per cui tutto viene preparato con cura e la grande costruzione a più piani che accoglie una parte dei turisti in attesa, si riempie rapidamente, anzi i piani più alti, riparati e coperti, che qui siamo a pochi gradi sopra lo zero, vanno prenotati per tempo se non si vuole scendere di livello o addirittura finire nella massa indistinta che alla fine, ritardatari o psicologicamente contrari a pagare per quanto la natura dovrebbe offrire a tutti senza distinzione di casta, si affolla sulla balconata esterna che anch'essa in poco tempo si affolla di gente di tutto il mondo con la faccia rivolta ad occidente in attesa che lo spettacolo vada in scena. 

La venditrice di caffè
La maggioranza è costituita comunque da indiani che hanno eletto ormai come propria abitudine e tradizione tutto quanto gli inglesi avevano imposto come obbligo di dominatore. In mezzo alla folla semiaddormentata intanto, un'altra folla si aggira, come una massa di tante formichine operose. Sono venditori di ogni genere, piccoli souvenir locali, oggettistica religiosa che ricordi comunque la sacralità del luogo, cartoline e vedute varie che magnificano le vette  in questione e naturalmente, generi di conforto che, data la temperatura, sono costituiti soprattutto da thè e caffè bollenti distribuiti da grandi thermos, che le venditrici mantengono in ceste approntate alla bisogna. Non mancano naturalmente dolcini indiani, laddoo, o ciambelline fritte e samosa piccanti, accanto alle confezioni di patatine e biscotteria varia, che si accoppiano orgiasticamente alle bevande in lattina del più prosaico occidente. Intanto, mentre altra gente continua ad affluire fino a che ogni spazio non sia completamente occupato, in India hai sempre questa sensazione della impossibilità di mantenere gli spazi vuoti, quasi fosse uno spreco di opportunità, l'aria intorno comincia a rischiarare contrastando la tenebra e tutta la folla, prima piuttosto immobile pare risvegliarsi dal torpore della notte. La luce si fa largo spingendo il buio di fronte a te verso la catena di montagne. Il cielo rischiara a poco a poco, anche se qualche cosa comincia a non girare nel verso giusto. 

Turisti indiani
Sopra ed intorno è sì tutto rosato e le piante che circondano il fabbricato cominciano a svelare un fogliame verde, non più quinte informe e nere, ma l'orizzonte non mostra segni di dettaglio, anzi tutto pare avvolto come da una nebbia lattiginosa e aranciata, una foschia che non si disperde ma che assume il sembiante di  un tutt'uno uniforme ed indistinto che ricopre il mondo come un velo di Maya ingannevole, quasi a dirti che dietro c'è molto, molto di più, ma che tu non sei ancora degno di vederlo. La luce aumenta e finalmente arriva il giorno pieno, ma la situazione non muta, anzi sembra addirittura peggiorare. Siamo su questo alto colle come su un'isola perduta in un mare sconosciuto, sapendo che al di là di quanto possiamo scorgere, c'è qualche cosa, la meraviglia delle meraviglie, che però oggi, forse per nostri peccati commessi anche nelle vite precedenti, non ci è dato vedere, ma solo immaginare. La folla rumoreggia delusione, ma poi a poco a poco si muove sulla via del ritorno con la confusione logica, imposta dagli spazi ristretti e dalla incongruità col posto dei mezzi meccanici a disposizione. Pare che nella maggior parte dei casi sia così. Solo pochi sono i giorni fortunati in cui gli dei del monte e la tigre che vi albergava o per lo meno la sua anima, consentono una visione pulita e nitida della montagna. I puri soltanto forse possono vederla con il terzo occhio dello spirito. Per tutti gli altri rimangono solo le cartoline che i venditori si affannano ad offrire, l'ultimo business della giornata, la montagna rosata ed immensa che avevi immaginato da riportare a casa. In fondo per loro è andata bene così. Karma ride e per consolazione, mostra la foto del panorama sul suo telefonino.

Il sole sorge  alla Tiger hill

SURVIVAL KIT

Il campo profughi tibetano di Darjeeling
Tiger Hill - A una decina di chilometri da Darjeeling, a 2400 metri, raggiungibile in auto o con una miriade di mezzi, taxi, apecar e anche bus. Bisogna arrivarci verso le 5:30 massimo al buio, per trovare posto all'ultimo piano della costruzione sulla cima (un centinaio di posti, 40 R.). Nescafè caldo o thé 10 R. Sotto posti seduti più scomodi fino a 10 R e all'aperto. Ricordatevi che fa piuttosto freddo e tira una bella arietta. necessaria una giacca a vento. Nelle giornate  limpide, visione fino a 100 km di distanza. oltre al Kangchenjunga si possono vedere anche il Makalu e in fondo l'Everest e il Lotse. E' una escursione in un certo senso obbligatoria, quindi non rimanete delusi se nella maggior parte dei casi non vedrete nulla. Non è possibile neppure prevedere le condizioni di visibilità, in quanto a volte la nebbia si squarcia e quando meno ce lo si aspetta compare la corona himalayana al completo. Dipenderà dai vostri meriti spirituali. 


3 commenti:

Paolo nullo Pedone ha detto...

Come si canta bene, la natura la muta che canta del suo canto e che ti ignora; ed una voce flebile e animale per tentare di starle, miserevole e piccolo, alla pari

Pierangelo ha detto...

Stupendo, sei sempre un magnifico narratore.
Grazie.

Enrico Bo ha detto...

@Paolo - natura naturale perfida o buona in utilizzo malato organic biodiversofuffico.

@Pier - Grazie, ma sono questi luoghi così interessanti e capaci di raccontarsi da soli

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