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lunedì 23 settembre 2024

France sud 3 - Il pont du Gard

Pont du Gard - Provenza - Francia - settembre 2024


Dalla garrigue

Per fortuna che agli Ibis hanno un bel distributore bevande all'ingresso, così appena sveglio ti puoi fare un similcappuccino a 1,80, che quantomeno ti riaccende parzialmente l'unico neurone rimasto, ma mentre tu pensavi di essere un mattiniero pronto a percorrere in anticipo le strade del mondo per arrivare primo o quantomeno quando ancora non sono arrivati i torpedoni, eccoti circondato dai rudi lavoratori che, trolley in mano e valigetta dei contratti rigorosamente nera, sono già di corsa verso le macchine per arrivare per primi dai clienti, mentre tu sei ancora lì, s-ciabattante che cerchi il bastoncino, ormai di orribile ecolegno che raspa la lingua invece della deliziosa e scivolosa plastica, per girare la broda dentro il bicchierino di carta senza rovesciarla. Insomma il mondo corre e tu non hai più la forza di stargli dietro. Comunque alla fine riesci anche tu a caricare il borsone in auto ed a partire con l'occhio semiaperto. Da St. Cyr sur mer (San Ciro? ohibò eppure siamo in Provenza, saranno stati i legionari di Neapolis ad arrivare qui per primi?) alla nostra meta ci sono circa 170 km e ho calcolato almeno un paio di orette, posto di non trovare troppo traffico. Lasciamo Saint Cyr che visto di giorno ha tutta un'altra faccia, dietro il bel promontorio al di là del quale c'è quella Bandol, con i suoi vigneti bassi coltivati ad alberello, che fanno bella mostra pure nelle rotonde e par di sentire il commissario Montale del grandissimo Izzo, che se ne beve un bel bicchiere in qualche vicolo della sua Marsiglia, mentre ragiona su qualche caso disgraziato. 

Dal greto

Buono il Bandol, forse un po' troppo sopravvalutato, ma così adatto a questa cucina mediterranea mescolata a sentori maghrebini di quella città, così concettualmente lontana dalla Provenza a cui dovrebbe teoricamente appartenere. Comunque di vigne ce ne sono in giro e accidenti per strada non fai che incontrare vendemmiatrici meccaniche che rallentano il traffico, visto che stiamo di stagione. Ecco come siamo tignosi, specialmente quando il problema non ci riguarda e ragioniamo solo sui fastidi che ci dà, invece di plaudire a chi cerca di risolvere i problemi di carenza di manodopera. Va bene, comunque in autostrada si fila via benissimo e le tre corsie dovunque, agevolano assai. Così alle 9:30 precise sono già arrivato, anche se buon terzo dopo due torpedoni di giapponesi sempre all'erta. La Provenza è una regione straordinaria di questo sud francese, col suo misto di profumi mediterranei, sole del sud e presenze della classicità romana che ti ritrovi ad ogni angolo. L'ho girata in lungo ed in largo molte volte, affascinato dai ruderi che trovi anche in campagna tra le vigne, dai paesini cotti dal sole con le loro pietre romaniche di piccole chiese quasi sempre chiuse, quasi la rivoluzione avesse voluto consegnarle all'oblio. Ricordo in un paesotto vicino a Orange, il motto Liberté Egalité Fraternité che campeggiava bellamente sul frontone di nartece medioevale a monito perenne della laicità francese. Tuttavia non ricordo come mai dopo tanti traversamenti di questo territorio, non abbia mai trovato il tempo per fermarmi a vedere uno dei monumenti più iconici e decisamente tra i più memorabili, il Ponte di Gard.

Gli archi

E' questo un vero miracolo della ingegneria idraulica di quei romani che arrivavano fin qui a piedi, erano di certo dei rozzi conquistatori che non guardavano in faccia a nessuno, ma che poi sapevano anche costruire cose capaci di resistere intatte per millenni, strade comprese. Prima facevano piazza pulita di chi non fosse d'accordo è vero, poi però facevano subito una strada lastricata, poi l'acquedotto e infine terme, anfiteatri e stadi, perché avevano già capito che con panem et circensem tenevi tranquilla la gente anche senza TV. Naturalmente dopo aver insegnato a tutti i fondamenti del diritto. A questo proposito, volevo sommessamente ricordare che una delle leggi della XII tavole repubblicane affisse nel foro, rimastaci a testimonianza del livello raggiunto oltre duemila anni fa, prevedeva che si avesse la possibilità di uccidere il ladro che ti penetrava in casa, solo se lo colpivi all'interno della domus e di notte, essendo per questo giustificato, dallo spavento del buio e dal pericolo di vita per te stesso (..si noctem furtum faxit,si im occisit, iure caeso esto...Tav. VIII) e siamo nel 451 a.C. tanto per capirci. Incredibilmente moderni per essere un popolo così lontano nei tempi. Inoltre la loro capacità di prevenire rivolte e contrasti coi popoli conquistati era semplicemente quello di assimilarli, dando loro la cittadinanza, visto che tutti a quei tempi, volevano immigrare illegalmente nell'impero (vedi gli ostracon trovati al confine sud egiziano, dei sudanesi che cercavano di corrompere i doganieri per passare la frontiera, gli egiziani no, quelli erano già tutti cittadini romani riconosciuti. Tanto per capirci. 

Il vecchio e il nuovo

E quindi eccoci qui davanti a questo gigante straordinario, l'unica parte rimasta di questo incredibile acquedotto che corre per una cinquantina di chilometri dalla fonte di Uzés fino a Nemausus, l'odierna Nimes. In realtà sembra che a Nemausus ci fosse acqua a sufficienza, tramite fonti e sorgenti locali, ma che l'opera fu eretta a partire dal 17 a.C. per semplici ragioni di prestigio, tanto pareva impossibile dal punto di vista tecnico. Infatti la pendenza è stata prevista di una trentina di centimetri ogni chilometro, cosa che sembra impossibile da ottenere con gli strumenti dell'epoca e la stessa costruzione del ponte, l'opera maggiore dell'intero acquedotto, progettato in tre ordini di archi per un'altezza di quasi 50 metri e lungo 275 per scavalcare il fiume Gardon, impone tecnologie costruttive di avanguardia, dagli argani per sollevare le pietre, alle centine necessarie per sostenere la costruzione degli archi e qui i Romani erano maestri, in cui sono ancora visibili le pietre di sostegno, infine ai materiali stessi, blocchi di pietra di una vicina cava col pavimento del ponte ricoperto di un particolare cemento sigillato da un calce strutto rivestito da una vernice rossastra contenete ossido di ferro, per evitare il degrado dovuto al calcare, in pratica una sorta di minio ante litteram. La struttura ha resistito benissimo tanto che per procurare dei danni ci è voluto Enrico II nel 1600, che ci fece passare sopra l'artiglieria pesante. Portò 20.000 metri cubi di acqua al giorno, che serviva per le fontane e per le terme, per oltre 500 anni, apparentemente grezzo all'esterno ma con una superficie di scorrimento dell'acqua estremamente liscia. 

La targa del 1745

Ma l'architetto Agrippa a cui l'opera va ascritta, durante il primo impero di Ottaviano, non si contentò di progettare un'opera tecnicamente difficile e mai eguagliata nei confini dell'impero, ma la volle anche bella, alla faccia della vulgata che i Romani badavano solamente al sodo. I tre ordini di archi sovrapposti hanno misure in linea con i canoni della bellezza classica con rapporti che ne rendono la vista gradevole, dando la sensazione della perfezione. Rimani incantato di fronte all'imponenza di questo colosso, attraversando a piedi il ponte allargato nel '700, questa volta non per la necessità di acqua, ma soprattutto per lucrare pedaggi ai carri. Non ti rimane che ammirare le antiche pietre ancora perfette appena scalfite dai millenni, mentre lo stemma di roccia apposto per ricordare il restauro settecentesco è già quasi completamente consumato in soli tre secoli. Sulle pietre della base scorgi i graffiti apposti dai visitatori che si sono aggirati nei secoli attorno a questa base, modi di fare evidentemente irresistibili anche durante il grand tour che facevano i primi viaggiatori nel sud dell'Europa per ampliare i loro orizzonti ed i loro amori per la classicità da poco riconsiderata degna di nota. Il sito intanto è appena aperto e possiamo aggirarci all'intorno quasi in solitudine, scavalcare il ponte per passare all'altro lato e poi aggirarci lungo il greto, in questa stagione povero d'acqua per goderci la struttura dal basso e poi risalire la collina fino in cima per vederlo dall'altro, penetrando con una certa fatica la macchia ed il bosco. Ogni radura ti dà un colpo d'occhio diverso e meritevole della fatica di arrivarci. 

Grotte e florines

Ci sarà una ragione se lo hanno messo sulle banconote da 5 euro, scelto tra i ponti d'Europa, più meritevoli. Devo dire che faccio fatica ad allontanarmene, che ormai si è fatto quasi mezzogiorno, ma meritava davvero la deviazione per arrivarci, oltretutto neanche si paga per camminarci sopra! Ce ne andiamo pensosi, ne hanno ancora di cose da insegnare questi Romani, capito caro Obelix mangiacinghiali. Così ci paghiamo sereni i 9 euro di parcheggio, visto che l'ingresso al ponte è gratis, ma i cinghiali costano. Dai che non abbiamo tempo da perdere e mancano altri 200 km alla tappa d'arrivo e prima delle 14 non saremo lì. Per fortuna è quasi tutta autostrada, che piano piano, superata la Camargue verso le Grau du Roi e lascia la costa risalendo verso il parco regionale delle Grands Causses e le Cevenne. Ma vista l'ora, prima della meta di oggi che è la cittadina di Millau, mi sono voluto fermare un attimo a quel Rochefort sur Soulzon (attenzione a non sbagliare che di Roquefort ce ne sono un sacco in giro per la Francia), perché la cultura è importante ma anche l'agroalimentare vuole il suo perché e questo paesino, bando alle ciance, è il centro di produzione di uno dei formaggi più importanti della Francia intera, direi un po' come il Gorgonzola o il Parmigiano in Italia. Siamo ad oltre 650 metri, diciamo in mezza montagna e il paesetto, non più di 700 abitanti sta lì abbarbicato alla sagoma dello sperone di roccia del monte Combalou, che con la sua storia geologica, una gigantesca frana che milioni di anni fa ha fatto precipitare a valle quasi la metà di questa roccia carsica e porosa, creando le condizioni perché la genialità dell'uomo trovasse l modo di sfruttarne le caverne e le fenditure rimaste per una produzione diventata poi famosa in tutto il mondo. 

l'assaggio

La Societé (nome per antonomasia che raggruppa il pool dei produttori iniziali, produce così circa 2,5 milioni di forme all'anno, in pratica la metà dell'intera disponibilità mondiale, che come tutte le Dop può essere prodotta solo qui e secondo il metodo tradizionale che prevede la raccolta del latte, 100% pecorino, nel mese di novembre, la formazione dei pani cilindrici di circa tre chili e dopo l'iniezione del ceppo di Penicilium roqueforti, prodotto direttamente con inoculazione del micelio in piccole forme di pane di segale dalle varie aziende, e messo per alcune settimane nelle grotte del monte aerate dalle cosiddette florines, fenditure nella roccia che provocano correnti d'aria che mantengono la temperatura attorno ai 10°C. Dopo l'affinamento il prodotto viene portato a valle in stabilimenti di conservazione attorno agli 0°C per circa un anno prima del confezionamento finale e della messa in vendita. Il giro nelle grotte è  davvero interessante visto che si procede nelle viscere della montagna in ambienti angusti su 7 piani diversi e per oltre 700 metri tanto che dall'uscita faticherete a riconoscere il punto in cui avete lasciato l'auto. Impressionanti le correnti d'aria che senti arrivare attraverso queste florines che appaiono come fessure nelle pareti di roccia delle grotte stesse e che vengono aperte o chiuse da appositi sportelli a seconda della temperatura che si registra nelle grotte stesse e interessante ça va sens dire, la degustazione finale, dei tre tipi di Roquefort, prodotto dall'azienda. certo un bicchierino di Sauternes avrebbe completato l'opera ma non si può avere tutto dalla vita. Il prezzo di vendita del formaggio stesso, poi, non è nemmeno esagerato, meno di 30 euro al chilo, per un formaggio di questa notorietà e tra i più famosi al mondo. Insomma la cultura è cultura e si paga. 

Affinamento del roquefort

SURVIVAL KIT

Pont du Gard - Patrimonio dell'Unesco a metà strada tra Avignone e Nimes, il ponte scavalca il fiume Gard o Gardon che dir si voglia. Ingresso gratuito (ma il parcheggio no, per un paio d'ore 9 €), permette l'ingresso al sito e il passaggio sul ponte aggiunto nel 700, mentre la visita guidata che parte ogni ora, permette di salire a vedere il canale di passaggio dell'acqua. Allegato museo con molto spazio multimediale. Il parco di 160 ettari è tutto visitabile, c'è un sentiero attraverso la garrigue che porta anche a ruderi del vecchio acquedotto sulla collina. Per 5 secoli acquedotto, poi nel medioevo ponte, allargato nel '700, dopo i danni seguiti al passaggio di pesanti cannoni. Chi dice che la costruzione durò 5, chi 30 anni, da oltre 1000 operai, rimane comunque la più grande e perfettamente conservata opera del suo genere, conservata grazie al fatto che fu usata sempre come ponte, anche dopo il cessato uso dopo 5 secoli, mentre il resto dell'acquedotto fu smantellato quasi completamente per riutilizzarne le pietre come materiale da costruzione, come era d'uso ai tempi. Vale anche mezza giornata, tra passeggiate nel parco, museo e monumento.

Roquefort sur Soulzon - Paese dell'omonimo formaggio, da sfruttare per la visita di un'ora circa che organizzano le case produttrici (4 su 6, alcune gratuite, tutte con filmati esplicativi sul processo produttivo). La Societé è la ditta più importante che produce circa la metà di questo formaggio, degustazione alla fine. Ingresso 7,5 €. Portarsi un bel maglione o giacca a vento perché la temperatura è bassa. Diversi ristorantini in zona, dove allignano piatti a base di salsa di Roquefort.

Lo stemma ricordo del 700 già consumato


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mercoledì 10 luglio 2013

Haiku provenzale.

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Farfalla nera,
neutra immobile icona.
Non turbi il viola.



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mercoledì 3 luglio 2013

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Lavanda viola.
Il suo profumo lieve 
copre la puzza.




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giovedì 15 settembre 2011

Listel.

Così a vista non sembra un gran ché e poi noi italiani che non abbiamo grande stima dei vini rosati, cerchiamo subito di snobbarlo. Invece è un po’ come una droga, quando cominci con questo Listel, fai fatica a staccartene. Sarà la bouillebaisse, saranno le grigliate o le fritture di pesce delicate ma abbondanti che ovunque ti circondano sulla Côte oppure il sentore di aiolì o le erbe di Provenza, ma come è piacevole sentirlo che va giù dal gargarozzo, fresco, gentile eppure in un certo senso severo e poco incline a dar confidenza. Intanto bisogna ricordare che questo vin de sable è un po’ un sopravvissuto. Infatti quando tutti i vigneti venivano massacrati dalla fillossera e dovettero modificare il piede, qui sulla costa dove l’acqua dei canali abbondava, bastò allagare le vigne per un paio di mesi durante l’inverno, per qualche anno e l’ignobile insetto scomparve e poté continuare la produzione in questi territori sabbiosi vicino al mare che hanno mantenuto a questo vino una personalità tutta sua.

 Intanto più che un rosé è un gris, con il suo colore pallidissimo come le guance di una fanciulla inglese che veniva a rimettersi al buon clima della Côte, una tenue sfumatura di colore che impreziosisce la bottiglia, anche questa tipica, assolutamente femminile con le sue curve pronunciate pur nella sua struttura slanciata. Però quando lo versi fresco, nel bicchiere che subito si appanna per il contrasto di temperatura, pare una sfumatura pastello di un dipinto di Gainsborough, così sfuggente, così allusivo. Non cercarvi un grande bouquet, cosa peraltro comune ai vini francesi, ma assaporalo subito in bocca, godendo del suo gusto franco e pulito, dei suoi sentori di Mediterraneo, di rosmarino, fino a sentirne quel delizioso sapore di sapidità intensa, quasi di salso marino che ti inviterà a berne ancora ed ancora. Una ricchezza di sapori dovuta certo alle molte uve che lo compongono, dal Sauvignon che di certo gli dà le note più nobili, allo Chardonnay con la sua freschezza, ai locali Clairette, Grenache blanc, Carignan blanc, Muscat d'Alexandrie certo con la sua nota profumata, Ugni blanc, Chenin blanc.  Ma attenzione che ad onta del suo aspetto assolutamente innocuo, difficilmente scende sotto i 12,5 gradi, complice certamente la possibilità legale presso i nostri cugini celtici dello sucrage, e quando le bottiglie si ammucchiano nel secchiello, non sarà facile alzarsi. Così scegliete sempre un locale con ampia possibilità di lasciarsi andare un po’ sotto frasche amiche per almeno un’oretta, almeno per digerire il loup à la plance o i calamari à la provençal.



lunedì 7 settembre 2009

Luberon 3.



Un’altra mattina luminosa, come lo è la luce della Provenza, che ti piega l’occhio e ti apre il cuore, che conquistava gli artisti di fine ottocento, richiamandoli qui ammaliati da questa luminosità che avvolge tutto, che scalda, che rasserena. Un salto al vicino museo dell’olio a vedere un gigantesco torchio di quattro secoli fa da sette tonnellate, in un luogo che ha spremuto olive senza soste per duemila anni, però questi romani che tecnici! Poi un giro tra le stradine semideserte di Goult, prima di una sosta un po’ più attenta a Carpentras. L’idea è di lasciare alle spalle il Luberon e prima di cominciare a macinare la strada verso casa, vedere le rovine di La romaine e Nyon, ma ad un bivio, l’insegna è irresistibile: Mont Ventoux – KM 21, con un gran negozio che affitta biciclette da corsa sull’angolo. Ovviamente non degniamo di uno sguardo il negozio, ma la decisione è già presa e il volante gira verso questa meta mitica. Non è facile farsi strada tra le frotte di ciclisti che arrancano lungo la salita con una pendenza media dell’11%. Dappertutto, vistosi cartelli intimano agli automobilisti, considerati un po’ intrusi da queste parti, di fare spazio alle due ruote ed in effetti siamo noi quelli fuori posto. La strada sale costante in una foresta densa e corposa, i tratti rettilinei sono lunghi a sufficienza da farti considerare la fatica immensa ed innaturale che serve a raggiungere la curva lontana e appena dopo il successivo tratto e poi ancora un altro, sempre così lontani dalla fine della fatica. Chi sale non ha tempo né voglia di godere del paesaggio stupendo che scorre piano ai lati, solo la sofferenza è compagna nella salita; si vedono gruppi di amici che cominciano a pedalare sicuri sulla sella, ma subito l’amicizia finisce e il gruppo si sfilaccia, ognuno sale con le sue forze, solo di fronte alla fatica con il suo ritmo o almeno con quello che crede di poter sostenere e poi magari ti tradisce a metà percorso. Coppie partono sorridenti, poi vedi che lei comincia subito ad arrancare e lui sale con piglio deciso, chi si ferma è perduto, non c’è pietà per chi rimane indietro. Tipi diversi, ma uguali nella determinazione, fanciulle decisamente steatopigie che salgono determinate e per contro maschiacci segaligni, magari con aiutino, che ansimano disperati per aver sopravvalutato le proprie forze, sul punto di cedere. A cinque kilometri dalla vetta superiamo un attempato signore in piena cotta, testa infossata, sguardo spento, le gambe che girano meccanicamente, la bici che zigzaga pericolosamente, ma niente, si va avanti, non si molla. Capisci cosa è la passione. Nell’ultimo tratto la foresta si dirada e poi finisce per lasciare spazio alla pietraia bianca, la testa pelata del monte spietato spazzata da vento, teso e gelido. La vista sulla pianura e strepitosa, ma nelle ultime centinaia di metri, la nebbia avvolge pastosa la cima e si arriva sulla piazzola celebrata e desiderata, dove il povero Simpson, ancora non presenti EPO e CERA, crollò stroncato da quello che si prendeva allora pur di arrivare primi. Gente che arriva alla spicciolata, gli amici si ritrovano, i gruppetti si ricompongono, le coppie si riuniscono e si baciano, c’è qualcuno che ha le lacrime agli occhi, è la gioia di avercela fatta, di avere compiuto l’impresa, di avere vinto la montagna, il mostro, forse quello che sta dentro di ognuno di noi. Le foto si sprecano. Un solitario cerca qualcuno che gli faccia la foto sotto la palina celebre, che testimoni ai posteri che ce l’ha fatta. Lo accontento, poi, il diavoletto fa capolino e non resisto, gli chiedo in prestito la bici e la foto me la faccio fare anch’io, non si sa mai. Una signora, mi guarda storto, scrolla il dito indice e mi apostrofa: “Eh,Eh, tricheur!”.

venerdì 4 settembre 2009

Luberon 2.


Hai la sensazione che sia una giornata piacevole appena ti alzi e vai a fare colazione nella vecchia salle à manger della antica casa di famiglia dove abbiamo dormito. Mobili di un passato notabile, poltroncine decorate al piccolo punto, una tovaglia e tovaglioli ricamati a mano su una tavola imbandita solo per noi due. Caffettiera e lattiera d’argento, coltellino per il burro col manico d’avorio ingiallito dal tempo, croissant caldi e spremuta d’arancia, torta e marmellate fatte in casa, frutta lucida in una elegante alzata provenzale. Sei già di buon umore al mattino presto, saluti gli anziani proprietari sorridenti e dal belvedere di Saignon ti si apre davanti tutta la pianura, il Luberon alle spalle, lontano la calva cima del Mont Ventoux, una promessa per il giorno successivo. Dopo il mercatino di Apt, ricco di prodotti locali, dal miele di lavanda, alle confetture e ai formaggi di capra, ancora paesini, Bonnieux arroccato sul colle col museo della Boulangerie e gran vista sulla foresta dei cedri, tralasciando Lacoste nota non per le magliette, ma per il castello di DeSade che domina il paese dall’alto, poi Ménerbes, con la place de l’horloge e l’originale museo del Tire-bouchon. Ma com’è che questi francesi riescono a valorizzare qualunque piccola cosa, impreziosendola, raccontandoti una storia, vendendoti un’idea. La gente ci viene, paga 4 euro per vedere un po’ di cavatappi e poi compra sei bottiglie di vino e se ne va a casa contenta, qui non riesci neanche a far pagare un euro a uno che da piazza San Marco guarda il Canal Grande. Pochi kilometri e sei a Oppede-le-Vieux, straordinaria cittadina già centro romano e poi medioevale (parcheggio 3 euro, tanto per capirci). Una dura salita ti porta fino in cima attraverso le rovine della città, fino alla chiesa ed al castello per una vista folgorante tra le pietre avvolte dalla vegetazione. Che periodo strepitoso quello della Provenza dell’età romana. Città aperte lungo le grandi vie che portavano genti e commerci in ogni parte dell’impero senza preclusioni. Già ti vedi carri di vino e olio che percorrono le strade lastricate, passano grandi ponti a schiena d’asino, sotto gli immensi archi degli acquedotti; gente che lavora, che parla la loro lingua ed una lingua franca comune, aperta al nuovo e all’esperienza. Che popolo, ‘sti romani; costruttori e ingegneri, pragmatici, pronti ad inglobare lo straniero e farne proprie le sue esperienze; forse poca cultura, ma aperti a tutte le culture, alle idee nuove; bastava che non rompessi molto le scatole accettando il sistema e poi via libera; direi una mentalità un po’ cinese, non vi sembra? Forse è così che si conquista il mondo. Sta di fatto che poi il tempo è passato, le città si sono chiuse al nuovo e avviluppate su sé stesse, si sono arroccate, ritirate sui colli, cinte di mura, serrate dalla paura e dal timore, diminuiti i commerci, fermato il movimento delle idee, bloccate sotto il ferro di tanti piccoli signorotti locali. Un medioevo delle menti tra il terrore dello straniero e l’odio per il mercante che vengono a portare via la ricchezza sudata, razziandola o peggio comprandola. Agli uni ti puoi opporre con le falci e i forconi ricacciandoli in mare, agli altri no, qualcuno cederà comunque alla vile moneta. Ancora piccole strade di campagna, ancora il villaggio delle Bories, costruzioni in pietra alla moda dei trulli, testimoni di un passato duro succeduto alla gloria romana e Gordes, dalle stradine ripidissime che si precipitano lungo le mura. Infine Roussillon circondato da una falesia di rocce gialle e rosse di ocra. Una passeggiata in un cañon dai colori americani illuminati dal sole che fatica a concludere la giornata. Siamo finiti a dormire in un paesetto di quattro case attorno ad una chiesa del 1100, con un alberghetto con tre camere. Il ristorante sarebbe stato chiuso, ma la signora ci ha fatto ugualmente per cena una kisch di gourgettes e anatra alla provenzale con un bicchiere di rosato locale. Non voleva che restassimo senza cena.

giovedì 3 settembre 2009

Luberon


D’accordo, mi sono assentato qualche giorno. Ma non è per pigrizia innata, ma perché mi sono ritagliato una piccola vacanza nella vacanza estiva (che è parte della vacanza globale annuale). Tre giorni bighellonando senza meta nel Parco del Luberon in Alta Provenza. E’ il tipo di vacanza che preferisco, un po’ di informazioni prese a priori e poi via decidendo di volta in volta secondo quanto ti propone la strada. La meta di un viaggio non deve essere altro che uno stimolo a partire. Anche per questo amo molto la Francia, per la dolce tranquillità che ti sa proporre, qualunque sia la zona che ti accoglierà. Così di buon mattino, abbiamo lasciato la val Chisone ancora immersa nel sonno del giusto delle nove del mattino, con i bar ancora chiusi, chè ormai a settembre i turisti se ne sono già tornati tutti a lavorare e dopo poco abbiamo gustato il primo croissant in terra francese, lasciandoci andare dopo Briançon lungo la piacevole valle della Durance, un nastro verde azzurro chiaro che scorre in basso quasi rettilineo, dopo il lago di Embrun, le alture di Gap e la rocca di Sisteron, resistendo alla voglia di fermarci per dare un’occhiata dall’alto, al suono di versi di antichi poeti provenzali. Così, nel primo pomeriggio, già la luce forte del sud ed il frinire delle cicale facevano da contesto alle foreste del Luberon, una zona di rara gradevolezza. Di villaggio in villaggio, vedi antiche chiese, abbazie quasi deserte, vecchi borghi all’apparenza abbandonati ed invece curatissimi in ogni casa, balconi fioriti, angoli valorizzati anche se il loro interesse storico o estetico è relativo. Si segue l’antica via Domizia, lungo la quale la pax romana, già nel primo secolo aveva dato una svolta decisiva. Si passa da Céreste con l’antico castello e poi Granbois arroccato sulla collina , La Tour d’Aigues con gli imponenti ruderi di un castello rinascimentale all’italiana e Ansouis, dove non potrete rinunciare alla visita di un maniero appena acquistato da una ricca famiglia marsigliese che lo sta riempiendo di mobili d’epoca con un restauro accurato. Ancora la chiesa di Cucuron con il suo Cristo seduto in legno e Lourmarin dove lungo le stradine piene di atelier di artisti e di gallerie d’arte, ci si ferma a uno dei numerosi caffè a lasciar passare il tempo. Sullo sfondo il massiccio del Luberon e le sue foreste di querce a nord e di conifere marine a sud che si attraversano continuamente nello spostarsi da un borgo all’altro, fino a Sivergues nel suo cuore silenzioso e selvaggio come lo definisce Henri Bosco, luogo romito di poche case dove cercarono rifugio numerosi valdesi, altro contatto con le nostre valli. Mentre il sole scendeva a poco a poco dietro la montagna, ci siamo infine fermati a Saignon, un paesetto su un promontorio roccioso, assolutamente delizioso, dormendo in una antica casa affacciata sulla centrale Place de la Fontaine con l’unico rumore dell’acqua che scorreva dalle sue antiche cannule. Un vicino ristorantino ci ha sedato l’appetito con provenzali tartine di tapenade di olive, bocconcini di chèvre, brochettes e una sontuosa tartare con molte salsine e uovo crudo. Una tarte tatin tradizionale o a scelta una ancora più classica mousse au chocolat con succo di lamponi ci ha portato verso il sonno dei giusti.

Where I've been - Ancora troppi spazi bianchi!!! Siamo a 121 (a seconda dei calcoli) su 250!