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domenica 2 marzo 2014

Taste of Tanzania 21



Sandalo trendy.
Se lo vede qualche griffe
è un grande business.

sabato 1 marzo 2014

Taste of Tanzania 20



Scolari attenti.
Anche nella capanna,
cresce il futuro.

venerdì 28 febbraio 2014

Taste of Tanzania 19



Guance incavate,
certo del tuo valore,
mantello rosso.

giovedì 27 febbraio 2014

Taste of Tanzania 18



Il boma scuro,
sedute silenziose
all'ombra corta.

mercoledì 26 febbraio 2014

Taste of Tanzania 17



Tra risa e canti
mentre la ciccia trema,
salta il turista.

martedì 25 febbraio 2014

Taste of Tanzania 16



Le donne belle
sotto le acacie in fiore
mostran le gioie.

mercoledì 20 febbraio 2013

Serengeti: gnu e zebre.




 
Hai sognato sui libri dei grandi cacciatori bianchi? Hai visto centinaia di documentari sulle savane sconfinate? Hai sfogliato fotografie di animali selvaggi, sterminate mandrie al pascolo, come forse potevano essere solo quelle dei bisonti nordamericani all'epoca di Buffalo Bill? Serengeti è lo stereotipo del tuo sogno e della tua immaginazione. Non c'è zona africana che racchiuda meglio la vastità sconfinata, il senso di orizzonte infinito brulicante di vita di questo, che è uno dei più vasti e conosciuti parchi del mondo. La strada sterrata che taglia diritta l'altrettanto grande area di conservazione che lo circonda, ti prepara a questo ambiente naturale tra i più tipici dell'East Africa. E' un taglio preciso nella terra rossa su cui corri sollevando dietro di te una nuvola polverosa; intorno, la pianura infinita con una riga netta a separare terra e cielo. Ci arrivi dopo una lenta discesa dalla zona dei crateri, in vasti spazi punteggiati dalle mandrie dei pastori Masai, tracce bianconere lontane guardate da piccole macchie rosse accoccolate al loro fianco. Ogni tanto, lontano dalla pista ma ben visibile, la sagoma rotonda di un boma circondato dalla fitta siepe spinosa di rami di acacia. 

All'interno, seminascoste, le capanne di fango, ormai molte coperte da un bel telo di plastica blu, moderna risposta al problema della pioggia che, quando cade copiosa, le scioglie. A poco a poco questa presenza diminuisce, rimane solo, di tanto in tanto ai margini della strada, qualche gruppetto di moran, i ragazzi da iniziare, avvolti in coperte nere da cui emergono solo i visi dipinti di bianco, fantasmi muti appoggiati a lunghi bastoni, ultimi epigoni di una cultura che sta per essere anch'essa cancellata da un mondo troppo veloce per non travolgere tutto sulla sua corsa. Poi più nulla, solo il mare verde di erba della savana mosso dal vento. Le piccole piogge sono armai finite; il terreno è ancora umido e gli steli verde pallido sono spuntati rigogliosi da settimane fino a raggiungere quasi l'altezza del ginocchio. Solo rarissimi cespugli punteggiano la piana, ma dappertutto, a centinaia di migliaia, con una reiterazione senza fine, le mandrie di gnu ricoprono quasi ogni spazio libero, alternate ad altrettanti gruppi di zebre grassocce, in una simbiosi indivisibile che li accomuna da sempre. Brucano, brucano tutti senza sosta, ti sembra di sentire, il crunk dell'erba che si strappa e il ruminar di mascelle continuo, un rumore di fondo mescolato a muggiti acuti, scalpitar di zoccoli, nitriti nervosi. 

Lo gnu è un animale elegantissimo nella sua goffa forma di gobbo contorto dal muso ingrugnito e troppo stretto. Ha zampe sottilissime, esili ed apparentemente troppo deboli per la sua dimensione corporea, eppur lo vedi trottare con una leggerezza lieve, dare scarti così rapidi e improvvisi da mostrare il guizzo dei muscoli forti e ben segnati sotto il pelo grigio dalle tante sfumature. Corrono, ruzzano, fanno prove di lotta incrociando le corna, i giovani maschi della stagione precedente. Le femmine, palesemente grosse, mangiano in continuazione; tra poco comincia la stagione dei parti; entro febbraio quasi 8000 nuovi nati al giorno arricchiscono il Serengeti, nuove vite da allattare, nutrire, far crescere in fretta, molto in fretta, da rendere autonomi entro luglio al massimo, quando l'erba grassa e dolcissima, a poco a poco ingiallirà, diventerà secca fino a scomparire completamente assieme alle pozze d'acqua che diverranno sempre più rare, piccole e fangose ed allora comincerà la grande migrazione che porterà più di un milione di capi fino in Kenya, al di là del fiume dove i coccodrilli aspettano immobili il loro tributo di vite più deboli. 

Anche le zebre stanno per affrontare la stagione delle nascite e appaiono tonde e pasciute nei loro pigiami naturali, lucidi e tesi. Sono sempre attente a ciò che avviene attorno, brucare sì, ma con occhio vigile, sempre pronte a scappar via, a mantenere la distanza, quella che ti garantisce la vita. Dove rimane un po' di spazio gruppi di impala o di gazzelle di Thompson, rigorosamente divise. Ecco là una ventina di maschi giovani che si spostano attraversando la pista, laggiù un harem di una trentina di femmine con i piccoli che brucano tranquille; il maschio da un lato spicca con le corna alte a guardia del gregge, le gambe posteriori tese come corde, muove il capo in ogni direzione attento a dare un segnale di fuga al minimo sospetto di pericolo. Vedi solo la sagoma col buffo cespuglio di pelo bianchissimo del posteriore segnato dalle due bande nere, le grandi corna ritorte, ritte al vento, le froge che annusano l'aria a sentire un odor di selvatico ben conosciuto. 

L'erba è già troppo alta, dappertutto potrebbe nascondersi l'insidia. Serengeti è il parco dei grandi felini, anche loro devono pur vivere. Per te invece una grande terrazza in legno a dominare lo spazio senza confini che circonda il lodge, con una birra in mano mentre il sole scende definitivamente dietro l'orizzonte intanto che  il cielo si colora di viola scuro. La grande pozza d'acqua brilla come uno specchio infranto dagli sguazzi e dai brontolii prepotenti degli ippopotami, poi il buio scende in un attimo. Dappertutto, sotto di te qualcosa continua a muoversi; comincia un'altra notte, la parte della giornata più carica di ansia, ognuno cercando di sopravvivere mangiando qualcun altro o evitando di essere mangiato. Per te invece, un ricco buffet, davanti alla immensa vetrata che spazia sulla savana, che ti porrà di fronte a scelte meno impegnative.



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martedì 19 febbraio 2013

La storia di Kosumba, guerriero Masai di secondo grado.


Un boma masai.



Kosumba si sveglia presto al mattino, appena il sole, spuntando dietro la cresta di Ngorongoro rischiara il cielo di lampi rosati. E' abituato così fin da bambino, quando ancora dormiva con sua mamma, nella quinta capanna di destra del boma dell'Acacia gialla. E' stato un bambino coraggioso come tutti i Masai del resto e già a cinque anni portava al pascolo il gregge di capre del padre, senza paura di incontrare animali selvatici pericolosi, anche se in verità di leoni non ne ha mai visto nessuno. D'altra parte lui è figlio del capo del villaggio e, anche se non ha per questo meriti particolari, si è sempre sentito un po' più importante degli altri ragazzini del boma. Quando, con gli altri giovani è stato mandato fuori dal villaggio per i sei mesi che hanno preceduto la sua iniziazione a guerriero giovane, ha affrontato la prova con divertimento. E' stato bello vagare per la savana assieme agli altri Moran con la faccia dipinta di bianco, cantando canzoni e facendo il verso alle ragazze che andavano a prendere l'acqua e poi, quando ha affrontato la circoncisione, non ha tradito neppure con un piccolo lamento, il dolore che provava, come deve fare un vero uomo. 


Anche quando l'oloibon, l'anziano che li iniziava, gli scarificò gli zigomi e le spalle e gli perforò i lobi delle orecchie non uno spillone, inserendovi prima spine di acacia e poi oggetti sempre più grandi per formare il grande lobo penduto da ornare di begli orecchini eleganti, non mostrò paura o sofferenza. Ma Kosumba non è soltanto coraggioso, è anche piuttosto intelligente, lo hanno capito subito alla missione; quasi tutti i villaggi del circondario sono ormai cattolici, anche se poi al mattino appena alzati si rivolge sempre un pensiero a Enkai, l'unico dio vero dai molti colori, che in verità però, non si occupa molto del mondo degli uomini. Lì infatti, ha rapidamente imparato un poco di inglese, la lingua dei wazungu che arrivano sempre più spesso alle falde della montagna. Tutte razze inferiori certo, come le cento tribù della pianura che addirittura si piegano a coltivare la terra o a lavorare per altri, tutte cose impensabili per un Masai, ma questi poi sono in genere pallidi e bruttissimi, bassi e grassi, anche se portano con sé un sacco di cose interessanti e soprattutto il denaro, che ha presto imparato a conoscere come veicolo per avere tutto quello che si può desiderare. 

Il padre di suo padre, anche lui capo del villaggio, otteneva le cose di cui aveva bisogno solo barattando carne e pelli e quando la grande siccità aveva ucciso quasi tutta la sua mandria non era stato in grado di evitare che la maggior parte della tribù morisse di fame. C'era voluta tutta la vita di suo padre per rimettere insieme bestiame e ricchezza, tanto che non era riuscito a comprare che altre due mogli oltre a sua madre. Ma adesso se vuoi un bel mantello rosso a quadretti o hai bisogno di un paio di ciabatte di copertone (non si gira più a piedi nudi come un tempo) devi andare al mercato con un po' di soldi in tasca per comprarle. Già, il denaro dei wazungu, con tutte quelle macchine fotografiche appese al collo, che non vogliono fare altro che scattare e scattare. Quando era moran aveva capito che farsi fotografare era il modo più semplice per ottenere denaro, poi tornato al villaggio ha convinto il padre a fare come aveva sentito dire come cosa comune per diversi villaggi lontani. I bianchi, vogliono venirci a vedere, guardare cosa facciamo, fotografare i nostri bambini? 

Bene, apriamo il villaggio, chi vuole venga, gli facciamo fare un bel giro nelle capanne, le donne cantano in circolo, li facciamo saltare un po' coi ragazzi e loro pagano una bella tariffa fissa senza fiatare e facciano tutte le foto che vogliono e le ragazze venderanno anche un po' di collanine che tanto farle non costa niente. Il padre di Kosumba è anziano di secondo grado e toccherebbe a lui prendere le decisioni, anche per il fatto che è capo di villaggio, ma ha capito subito che il suo ragazzo ha buone idee, così tutti i giorni, per lo meno nelle stagioni secche, ogni tanto si ferma una macchina davanti alla siepe spinosa del villaggio dell'Acacia gialla, da cui scendono incerti certi ciccioni ridicoli bardati di tutto punto. Kosumba e gli altri ragazzi devono farsi forza per non ridere troppo, ma vanno loro incontro, fanno loro chiedere formalmente il permesso al padre, poi lui li accompagna al di là della siepe, le donne pronte in fila fanno un bel canto di benvenuto e i ragazzi ballano la danza dei salti, quella che si fa per mettersi in mostra davanti alle ragazze; chiama nel cerchio qualcuno di loro a partecipare, c'è da morir dal ridere, riescono appena a fare qualche saltino con tutta quella ciccia traballante tanto che ridono anche le donne; mostra le mazze yawara, il bastone di legno duro, il lungo coltello che porta al fianco fin da ragazzo, qualcuno glielo vuole addirittura comperare. 

Poi ognuno si prende un mzungu e se lo porta in giro nelle capanne. Pili, il suo amico del cuore, se li porta sempre in quella di Yapori, la sua moglie più bella, alta e con le ciglia lunghe che gli ha già dato un maschio e che è davvero la più bella del villaggio, in fondo gli piace dire che è sua moglie e che le facciano tutte quelle fotografie, a lei e al bambino che è di certo il più bello del mondo. Poi li portano a vedere la capanna, appena fuori dal boma dove da un po' hanno aperto una piccola scuola, ci sono le panche e anche una lavagna e una ragazza del villaggio che insegna a scrivere e a leggere. Quelli si inteneriscono sempre davanti ai bambini e lasciano anche una donazione, poi se ne vanno contenti. Suo padre è molto soddisfatto di come vanno le cose, il villaggio prospera e le mandrie sono sempre più numerose, si possono comprare n sacco di cose al mercato con tutti quei soldi; il suo ragazzo ha dato buoni consigli anche se è così giovane.

Di certo sarà lui, il prossimo capo. Adesso che è guerriero di secondo grado con buone sostanze a disposizione, investirà presto una ventina di vacche per comprarsi una seconda moglie, anzi ha già adocchiato Pambira, due begli occhi in un villaggio vicino, che ha visto ad una festa ed ha già saltato davanti a lei. Certo è un po' vanesio come tutti i guerrieri; sa di appartenere alla razza il cui modo di vivere è l'unico degno di essere vissuto e alla fine gli piace tanto mettersi in posa davanti agli ospiti e farsi fotografare. Gli piace esibire con sguardo fiero le collane di osso, i bracciali di perline coloratissime, segno del clan, il mantello rosso fuoco con le sottili righe blu appena comperato. Sta lì fermo e diritto appoggiato al lungo bastone da pastore, poi si gira appena mostrando il suo gioiello più prezioso che gli pende dal lungo collo elegante, un iPhone nuovo in una custodia di plastica rosa. Poi Kosumba si siede davanti al villaggio con gli altri, ad aspettare la prossima macchina.




giovedì 14 febbraio 2013

La storia di Maya.




I Masai sono i padroni incontestati delle grandi pianure del nord al confine con il Kenya. Una società pastorale con il bestiame al centro di tutto, ricchezza, status sociale, sostentamento. Così nei mercati che si svolgono lungo le strade, è il bestiame ad essere al centro dell'attenzione ed a costituire il cuore degli scambi. A un centinaio di metri dalla strada tra prati smeraldini, figure rosse appoggiate a lunghi bastoni, si muovono lente tra gruppi di animali; riunite a due, a tre guardano, discutono, valutano. A differenza di altre situazioni economiche, per i Masai la bellezza è un fattore fondamentale, forse più della produttività o della rarità. Per questo popolo fiero, per il quale l'aspetto esteriore fa parte integrante del peso nella società, la bellezza è un punto chiave anche nell'economia. Così gli animali vengono valutati con cura, osservati e scelti per la nobiltà del loro portamento e l'eleganza delle forme e rimangono al centro della vita sociale del villaggio. I Masai disprezzano gli agricoltori, i cacciatori e tutti coloro che non facciano altro che i pastori, unica attività degna di essere vissuta e malvolentieri si sottopongono anche alle necessità degli scambi. Ecco quindi nei mercati la presenza di altre etnie che offrono le merci comunque necessarie alla vita di tutti i giorni. Accanto alle mandrie, dunque ecco fiorire lo spazio per frutta, verdura, vestiario e tutto quanto serve poi nella vita di tutti i giorni. Ma qui il colore e lo sfoggio riveste ancora più importanza. Giri in mezzo alla polvere e per terra su grandi tovaglie colorate con qualche telo di plastica a riparo del sole, è tutto un fiorire di frutti della terra, ma anche di coperte rosse e blu, vestiti, collane, cinture e orecchini, machete, bastoni, senza parlare delle famose ciabatte ormai entrate nella tradizione masai, ricavate dai copertoni usati. di certo un'idea che, se lanciata opportunamente da una griffe internazionale, potrebbe superare con facilità il successo delle Crocs e risolvere allo stesso tempo un problema di riciclaggio di materiali. 

Vorrei proporla a D&G, mi sembra in linea con la filosofia aziendale, credo diverrebbero un must delle nostre estati, essendo anche ideali per la barca.A 50/60 euro dovrebbero spopolare. Le macchine di wazungu che si fermano qui, sono molto rare ed è quindi logico che se cominci ad aggirarti tra la gente, non riesci a passare inosservato, né a sfuggire a chi cerca di approfittare dell'occasione di piazzarti qualche cosa, anche se neghi ogni intenzione di acquisto. Maya è una bella ragazza che mi si appiccica immediatamente con un po' di collane di perline e braccialetti in mano. Quando capisce che sono riottoso all'acquisto, mi fa un prezzaccio per una stock al completo e con la promessa di comprarglieli a fine giro me la trascino qua e là per un po', fino a quando non mi riaccompagna alla macchina. E' una occasione per chiacchierare, visto che ha imparato un po' di inglese alla scuola della parrocchia. Maya è molto bella, magrissima e alta. Ha occhi grandi, umidi e neri da cerbiatta, che ingioiellano i suoi diciotto anni. Le collane più belle e colorate attorno al collo, una serie di bracciali e cavigliere di perline, grandi orecchini barocchi alle orecchie deformate dalla lacerazione dei lobi. Qualche scarificazione rileva le sue guance in linee curve ed ordinate. Cosa non sopporta una donna quando pensa di poter incrementare la sua bellezza. E Maya è perfettamente conscia di essere bella. Lo vedi da come atteggia lo sguardo, da come appoggia il mantello rosso attorno al capo a nascondere una parte del viso, che però subito rivela, quando si allarga nel sorriso aperto e sereno. Di certo ha dovuto forzare la sua natura per mettersi a vendere chincaglieria varia, cosa niente affatto dignitosa, così vedi subito che non ama la trattativa classica del mercato africano e che arriva senza discutere al punto della sua richiesta, quasi con il fastidio di doversi abbassare ad una attività poco gradita. Però parla volentieri. 

Abita nel villaggio dietro la collina, in una casa di fango e non è ancora stata chiesta in sposa, le Masai non si sposano troppo presto. Ma nei suoi occhi scuri c'è una luce vivace e diversa. La T-shirt colorata con scritte pubblicitarie che fa capolino sotto il mantello, parla di connessioni ibride con un mondo diverso, altro dal boma delle capanne circondato da un'alta siepe di rami spinosi di acacia a protezione degli animali selvatici. E' già stata fino ad Arusha, ha visto cose e già si è riempita gli occhi delle immagini che le sirene della città cantano di continuo, una malia irresistibile che chiama, invita, circuisce. Maya sogna una vita diversa da quella del villaggio di fango, fatta di cose nuove, differenti e forse mai ancora immaginate, vorrebbe andare in città per sempre, anche se non ha ancora un'idea precisa di cosa fare. L'affascinano troppo tutto quel movimento, le grandi case in muratura, i locali, i negozi traboccanti di cose, sconosciute ma desiderabili comunque. Forse per questo Maya ha un po' abdicato alla dignità della sua tribù e vende collanine, questa è già stata evidentemente una rinuncia ad una parte di sé, decisa a guardare irrinunciabilmente al nuovo ignoto che sta oltre la collina. Non ho cuore di chiederle una foto, di farle rinunciare ad un ulteriore pezzo di sé stessa per portarmi via una parte almeno della sua bellezza. Ci salutiamo sorridendo, io con le mie collanine in mano, mentre lei, come una modella, torna al mercato sollevando piccoli sbuffi di terra rossa con i sottili piedi nudi.


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mercoledì 13 febbraio 2013

Lasciare Arusha.



Arusha è la base del turismo in Tanzania. Tutti passano di qui, quindi ci si respira un'aria più internazionale e solo velatamente africana. Le strade sono percorse continuamente dalle centinaia di Toyota 4x4 delle agenzie che organizzano i giri nei parchi e senza le quali è impossibile e anche non funzionale pensare ad un tour accettabile anche a livello economico. Passeggiare per le vie del centro, per ultimare le ultime incombenze diventa un piacere e una conoscenza di realtà locali che fanno parte del bagaglio di viaggio. Ecco che scopri intanto, che qui, ma in tutto l'East Africa, nessuno accetta dollari anteriori al 2006, una bella grana se non hai altro che bei dollaroni sonanti, un po' vecchiotti ma perfettamente validi in ogni parte del mondo. Qui non li vogliono, il perché un vero mistero, in cambio ti rifilano cartacce bisunte dove non riesci neppure a distinguere più il colore, pacchi di scellini svalutati ma indispensabili nella vita di tutti i giorni. Paese che vai... Anche il giro in banca è interessante, per cambiare 100 dollari devi fare quattro sportelli con controlli attenti, ma sono tutti gentilissimi, in fondo in Africa il tempo conta poco. I venditori di souvenir invece, aspettano i wazungu (plurale di mzungu) agli angoli delle strade negli incroci principali, carichi di collanine, mazze e coltelli masai, dipinti e chincaglieria varia. Difficilmente ti mollano una volta agganciato, potresti essere l'unica occasione della giornata, specialmente in questa che non è l'alta stagione, per cui l'unica speranza di sfuggire è l'arrivo di altri turisti più promettenti in direzione contraria a cui passare il venditore. Però il cappello da cacciatore bianco ci sta senz'altro, se no che turista sarei, inoltre il sole picchia forte e la testa, già non troppo a posto, va protetta con cura, che son delicato. Quasi quasi, non fosse che è un problema il trasporto, mi compro anche un divano, il modello è unico dappertutto, si vede che va per la maggiore, ma la scelta del disegno è libera.

L'appuntamento con il mio agente ad Arusha, trovato dopo lunghe ricerche su internet e che si rivelerà estremamente affidabile e professionale (lo consiglierò caldamente nel post delle istruzioni per l'uso), porta via un'altra oretta, per controllare e spiegare tutte le varie soluzioni decise via email. Don, il proprietario, ci tiene evidentemente a fare le cose per bene e mostra una certa precisione nei particolari, forse per questo si è portato dietro altre sei persone, anche per incassare il cospicuo pacco di dollari che gli si deve, contati, ricontati e controllati più volte dalla capa cassiera e poi dalla responsabile amministrativa, che redige infine una bella ricevuta ufficiale debitamente controfirmata a lettere stampatello ANGELA. Qui si usa così, e anche la presenza degli altri forse è di norma, si vede che andare in giro con una certa massa di dollari contanti è cosa da consigliare una certa prudenza. Oculati i Tanzaniani, d'altronde se non si sono fidati di ritirare i soldi che i padani volevano investire laggiù, tanto ingenui non devono essere. Tutto a posto, da adesso in poi sono nelle mani di Ernest, nerissimo bantù del lago Tanganica che da oltre trenta anni percorre le strade sterrate dell'Africa, dal sorriso largo e dalla risata sonora. Credo che ci intenderemo bene. La Toyota sembra efficiente e dovrebbe fungere alla bisogna sulle strade difficili che ci aspettano nelle prossime tre settimane. Sarà assieme casa e mezzo di trasporto e di osservazione. Bagagli a bordo, carico di acqua e benzina, ci si mette comodi sui sedili caki e finalmente si parte. Lasciamo la città a giornata inoltrata, il sole è già accecante, alto, bollente. Dopo le ultime case la strada di cui non riesci a scorgere la fine si inoltra tra colline ondulate verdissime, tagliandole diritta e senza tentennamenti. 

Sullo sfondo da un lato la sagoma indovinata e coperta dalle nubi del Kili domina la pianura, dall'altro la silouhette scura del monte Meru avanguardia di altre montagne lontane, coni isolati a perdersi nell'orizzonte. Ai lati, mandrie di bovini o di capre, a piccoli gruppi o in file transumanti. Sembrano abbandonate a sé stesse, ma se guardi con attenzione, da qualche parte, sotto un'acacia spinosa o ritto su una gamba sola su di un piccolo avvallamento del terreno, c'è sempre una macchia rossa, sottile e attenta. E' un pastore masai, avvolto nel suo mantello, caldo la notte, protettivo di giorno, a coprire la faccia quando la polvere sollevata dalle rare auto di passaggio si alza implacabile, cipria fastidiosa che ti riempie gli occhi e la bocca impiegando molto tempo a posarsi di nuovo. E' un'altra delle immagini africane, una lunga strada rossa e lontano, un puntino che si muove, seguito da una lunga scia polverosa che si allarga sempre di più, una cometa maligna che ammorba la vegetazione lungo i bordi di un make-up soffocante. Puoi chiudere i finestrini quanto vuoi, all'arrivo tutto nell'auto, sedili, bagagli, zaini, vestiti e tu prima di ogni altra cosa sarete coperti di polvere rossa, da eliminare poi con cura, la sera all'arrivo, sbattendo i piedi e scuotendo le stoffe con grandi manate, mentre chi si prende carico dei bagagli è dotato di appositi scopini con cui frusta con cura i tuoi averi. Il pastore no, si avvolge nel grande mantello rosso e aspetta di seguire la mandria che si sposta adagio secondo il ritmo dell'erba che l'umidità delle piccole piogge di dicembre ha fatto crescere tenera e dolcissima. Pascoli sterminati, poi capanne di fango sparse, poi, ai piedi di una collina lontana, noti del movimento, colore, gente. E' un mercato settimanale masai. Bestiame soprattutto, ma frutta, verdura, vestiari, ciabatte e tutte le cose che possono servire alla vita di tutti i giorni. Anche se animali estranei, ma non sgraditi, andiamo a farci un giro. Seguitemi con discrezione.




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