mercoledì 6 marzo 2013

La storia di Massimo.


Dodoma - Sarti al mercato




I Kangha
Dodoma è una delle tante capitali nel nulla, come Brasilia o Abuja o Astana. Sono molti i paesi che propongono questa soluzione. Qui si voleva allo stesso tempo decongestionare Dar es-Salaam, spostando le attività amministrative al centro del paese e al contempo dare sviluppo ad un area tradizionalmente depressa. In realtà la città non decolla e prende vita solo quando i cortei di Suv arrivano dalla capitale reale, carichi di politici, portaborse e sottopancia vari, per le riunioni di governo. Tuttavia il centro ha un aspetto nuovo, anche se continua a presentarsi come un cantiere in continua evoluzione, con le vie ingombre di lavori in corso e le case fatiscenti che vengono abbattute per far posto a costruzioni più moderne. Ad ogni angolo vedi un edificio religioso, ecco la moschea regalata da Gheddafi, là il tempio induista, sull'angolo di due viali, poi un tempio Sikh, una mosche ismaelita, un grande liceo luterano e insegne di ogni tipo che invitano i fedeli ad avvicinarsi alla vera religione. La grande cattedrale cattolica è appena fuori dal centro. La zona commerciale è piena di vita e di movimento. Negozi che rigurgitano di mercanzie povere, la maggior parte di fabbricazione cinese, riciclo di elettronica appena obsoleta, strambugi rigonfi di stoffe colorate, ognuno con la sua piccola truppa di sarti davanti a vecchie Singer a completare ordini e poi, materassi di ogni dimensione, uno degli articoli più richiesti del momento. Se capitate da queste parti, di certo non resisterete alla voglia di portarvi a casa qualche kangha, le meravigliose pezze di cotone dai disegni fantasiosi e coloratissimi, di cui poi, a casa non saprete che fare, ma tant'è, è un classico da turisti che vi porterà a passare qualche ora divertente nella confusione delle trattative del mercato e le vostre mogli ne saranno felicissime, ricavandone tovaglie, parei da mare e chi più ne ha più ne metta. Ma ad un certo punto dovrete mettere qualche cosa negli stomaci provati dalla fatica e dalla disidratazione. Allora vi do un indirizzo imperdibile. 

Dodoma - Statua di Nyerere
Proprio vicino alla piazza centrale, con la statua di Nyerere che indica il luminoso futuro del paese e in realtà ne ha ben donde per quanto ha fatto, a differenza di tanti altri personaggi africani tristemente famosi, all'angolo tra Tabora Avenue e Mtendeni Street, trovate la Sipe cafeteria (date un'occhiata al sito), ristorante italiano che vi rimetterà a posto, dopo giorni e giorni di cosce di pollo rinsecchite dei vari lunch box, che vi sarete ingollati tra zebre ed elefanti. Certo trovare qui, nel bel mezzo all'Africa, lasagne e risotto ai porcini da manuale in un'aria di casa, assieme ad uno dei migliori gelati al mango mai assaggiati, sarebbe già di per sé una occasione imperdibile, ma qui ci dovete venire anche per conoscere Massimo, un'altra di quelle persone speciali che si incontrano in giro. Non per niente è un mio concittadino alessandrino, anche se lui ci tiene a sottolineare di essere nato a Sale. Ma come ci è finito quaggiù Massimo, medico pediatra di valore? E' una di quei dottori che, dopo aver cominciato a lavorare nella struttura ospedaliera, ha capito che quella non era la sua vita; troppa la voglia di andare dove il bisogno è davvero forte, troppa l'ansia di non riuscire a svolgere una missione che un medico si dovrebbe porre quando fa il giuramento di Ippocrate, ossia curare chi ha maggiore bisogno, i poveri. Così si è messo a disposizione di diverse organizzazioni internazionali ed ha cominciato a farsi tutti i posti più divertenti. In Afganistan con l'AISPO di Milano, in Sri Lanka dopo lo tsunami e in Africa con Emergency; tanta Africa, di certo uno dei posti dove c'è più bisogno di gente come lui. In Africa ha anche incontrato Sipe una bella ragazza ruandese, che lo ha seguito nella sua avventura. Tre figli che ormai sono grandi, uno già medico, per seguire le orme paterne e infine è finito qui a Dodoma dove per qualche anno è stato primario dell'ospedale locale. E' venuta l'ora della pensione e Massimo ha voluto accontentare il grande desiderio della moglie, che negli anni è diventata cuoca italiana a tutti gli effetti: aprire un piccolo ristorante dove lei potesse mostrare anche agli altri tutto l'amore che negli anni ha sviluppato per la nostra cucina. 

Necessità primarie.
Così è nata la Sipe Cafeteria, che è ormai diventata un punto di ritrovo obbligato per tutti gli stranieri che transitano da queste parti, ma il locale è ormai ben conosciuto anche dalla clientela locale, ormai drogata senza speranza da pizze e lasagne. In cucina Sipe è regina, ma Massimo si è preso l'onere di far conoscere a questo mondo l'espresso e soprattutto il cappuccino italiano, avendo anche l'unica macchina professionale della zona che, grazie al caffè locale di gran qualità, ottiene un risultato davvero meritevole di segnalazione. Così puoi passare qualche ora piacevolissima al fresco del dehors, sorbendoti un frullato di passion fruit a chiacchierare con Massimo. Lui parla volentieri della sua esperienza e conoscendo ormai da decenni questo mondo, non può che essere piuttosto critico con il lavoro di molte ONG che operano in questi paesi. Le più grandi ed organizzate, in particolare hanno la tendenza a seguire grandi progetti calati dall'alto, che spesso, avendo un' ottica occidentale, non vengono capiti nel luogo di destinazione e appena tutti se ne vanno, ogni cosa viene lasciata a se stessa ed è destinata ad una rapida dissoluzione. In particolare le strumentazioni troppo sofisticate si guastano molto velocemente, date anche le condizioni in cui devono funzionare e sul posto non si trovano pezzi di ricambio o manutentori locali che le sappiano rimettere in ordine. Così dopo appena pochi mesi, lo sforzo è vanificato e tutto va in malora. Lo scopo stesso dei progetti a volte non risponde alle necessità pratiche, perché nessuno interpella la gente del posto. 

Dodoma - Mercato del centro
Un altro aspetto negativo e che a volte può creare problemi quando non malanimo, anche a chi questo aiuto è diretto, è dato dal costo della macchina organizzativa e dal budget previsto nel progetto, spesso maggiore dell'aiuto stesso, a volte poco consono al contesto e dal quasi costante rifiuto di utilizzare le forze e le competenze locali,  tra l'altro molto meno costose, a volte per spocchia, spesso per sfiducia. Un mix pericoloso di poco denaro dove serve e molto denaro che a volte può andare sprecato, mentre in altri casi, purtroppo suscita appetiti corruttivi, sempre in agguato dappertutto. Non bisogna dimenticare, che proprio a Dodoma è attiva un'ottima Università con 40.000 studenti, con migliaia di laureati ogni anno che potrebbero essere ben utilizzati in ogni tipo di programma di aiuti, con costi sicuramente minori e conoscenze pratiche molto efficaci. Un insieme di cose che porta a far ripensare in un certo modo a tutto il sistema della cooperazione internazionale, se si volesse davvero renderla utile ed efficace. Massimo ti porta esempi, ti racconta fatti e intanto il tempo scorre piacevole e alla fine comprendi bene che nei suoi occhi brilla ancora l'inquietudine di chi vuol fare delle cose. Questo è solo un intermezzo, organizzare ed avviare il ristorante alla sua Sipe è stato un obbligo a cui non poteva certo sottrarsi, dopo che lei lo ha seguito per tutta una vita, ma adesso che il sogno si è realizzato, tanti progetti frullano nella testa del pensionato. Un medico non va mai effettivamente a riposo e in Africa c'è ancora tanto da fare. Datemi retta, passatelo a trovare, vi sentirete a casa tra amici, non fosse altro che per gli spaghetti al pesto e il tiramisù da urlo che Sipe vi porterà sorridendo e last but dont least,  in porzioni generosissime.


Dodoma -Alla cafeteria SIPE


Se ti è piaciuto questo post, ti potrebbero anche interessare:

In volo.

martedì 5 marzo 2013

Con Graziella e Suor Francesca.

Dodoma - La cattedrale cattolica.
Una giornata di calma e serenità, soprattutto di riposo. E sì, perché quando si pensa di avere il fisico dei ventenni e poi nella realtà si scopre di non avere neanche più quello degli ottanta anni, la vita sembra dura anche quando vai a divertirti, così tutti assieme saltano fuori quei problemi che devi tamponare con l'Imodium  e per fortuna che i dolori al collo, postumi dei sobbalzi del giorno prima, vengono leniti dalle sapienti mani e dagli unguenti della Nina. Così alla fine è davvero un ristoro poter stare un po' in un luogo pulito, ordinato e soprattutto con i servizi a portata di ...mano. Le missioni di tutto il mondo si somigliano; alla fine sono luoghi tranquilli e puliti, sorta di oasi che contrastano spesso con la realtà che le circonda. Vai a farti un giro per le costruzioni messe su in anni di presenza, le tante attività diverse in atto e i tanti problemi dovuti alla cronica carenza di soldi. Ci sarebbero delle pompe per l'acqua da sistemare, la necessità di raccordarsi ad un nuovo acquedotto che passa non lontano, di costruire dei ripari efficaci alle centraline, tante piccole cose, ma essenziali, per cui non ci sono mai i soldi necessari. Alla fine è sempre una questione di contante. Le missioni in qualche modo si devono autofinanziare, parte per sostenere la loro presenza, parte per le attività che svolgono sul territorio e non è facile. Uno dei sistemi più pratici è quello di aprire scuole che, attraverso il  pagamento di rette, forniscano un flusso continuativo. La richiesta di istruzione è fortissima in questi paesi dove la scuola statale non è in grado di rispondere efficacemente ai bisogni e le offerte di istituti di ogni livello è onnipresente. La missione delle Sorelle Misericordiose ha impostato un convitto ed una scuola intermedia femminile che ospita circa 300 ragazze dai 12 ai 18 anni; con le rette, circa 300 euro all'anno, deve funzionare tutto. 

Ma considerando le molte che poi non possono pagarla, è dura mettere insieme quanto serve per avere buoni insegnanti, dar da mangiare a tutti, gestire un gran numero di capricciose adolescenti dai bollenti spiriti con tutte le grane che ne derivano, provvedere alle manutenzioni della struttura, pagare le bollette e far rimanere qualcosa per le attività di aiuto alla popolazione locale. Sono tante le missioni, in questo come in tanti altri paesi poveri del mondo e tutte più o meno con lo stesso problema da affrontare, mettere insieme i soldi necessari per fare le cose. Il resto è facile farlo. Così ognuno si industria come può. Andiamo a trovare un'altra missione dove un efficientissimo padre Timoty, un massiccio redneck che arriva dal Nebraska, deve mandare avanti un ospedale per bambini sieropositivi e figli di madri anch'esse affette da AIDS, una delle tante piaghe che infestano l'Africa. I soldi che arrivano dagli USA non bastano mai, quindi si è inventato una attività imprenditoriale. Vista la forte richiesta di tutto quanto è legato ai problemi idrici, ha messo in piedi una azienda che sistema pozzi, commercializza e impianta pompe eoliche e quant'altro serve nel settore, tutto reperibile sul posto e quindi efficacemente risolvibile in caso di rotture, ricambi e interventi di manutenzione. Farà i suoi preventivi per tutto quanto serve alle nostre suorine e poi si vedrà se ci saranno i soldi. Certamente la situazione degli interventi delle comunità religiose nei paesi del terzo mondo, presta il fianco a molte discussioni. Qualcuno critica lo spirito invasivo che può portare ad una sovrapposizione culturale e ad un concetto caritativo volto in particolar modo al proselitismo. 

Qui, infatti ci sono tutti e in maniera massiccia, ogni cento metri vedi edifici religiosi di ogni confessione, chiese cattoliche, luterane, anabattiste, avventiste, addirittura ortodosse e chi più ne ha più ne metta, assieme ad un proliferare di sette di ogni tipo, per non parlare della presenza capillare di moschee e madrasse, in tutte le loro varianti. Non mancano templi indù e di qualunque altra fede, con una percentuale assolutamente maggiore che nelle parti del mondo cosiddetto sviluppato, tutti a caccia di fedeli, di adepti. E' una spartizione attiva e non sempre di tutto riposo che spesso, in giro per il mondo, provoca contrasti che vanno oltre il dibattito verbale. Qualche giorno fa un prete è stato ucciso sul sagrato a Zanzibar, tanto per fare un esempio. Il contraltare è che in questi paesi manca quasi completamente ogni forma di servizi sociali e anche quelli a pagamento sono scarsi e poco efficienti, così qualcuno ci deve pur pensare alle scuole, agli ospedali, agli ambulatori in tante sperdute località, a dar da mangiare a chi non ne ha, a farsi carico dei reietti, dei malati incurabili, della parte più derelitta e debole delle società povere. Così si crea questo equilibrio precario, con tante persone che mettono a disposizione la loro vita, dedicandola a chi ha bisogno e società prive di tutto che approfittano di questa offerta, unica e gradita da chi ne abbisogna e magari sopportata e vista criticamente da quegli strati di popolazione meno bisognosa e libera dagli stimoli della necessità incombente, che vorrebbe che ogni nazione costruisse da sola il proprio destino. Naturalmente su queste antinomie si innestano i poteri, i politici ingenui o corrotti, gli idealisti e i sognatori di utopie, tutti a criticare, a mettere male, a creare fazioni e contrapposizioni, non ci fossero già abbastanza problemi concreti. 

E' la storia del mondo. Dall'altra parte, alla base, al di sotto di tutti questi discorsi capziosi, ci stanno tutte quelle persone umili e volenterose, che queste cose neanche le stanno a sentire, perché tutti i giorni devono pensare a procurare gli antibiotici e gli antimalarici necessari, perché la farmacia li ha, ma teli dà solo se sborsi la giusta quantità di scellini, perché deve portare a casa farina di mais, olio, riso e quanto serve a qualche centinaio di persone e non hanno molto tempo per parlare di filosofia sociologica o di politica, loro semplicemente fanno le cose che si devono fare. Così Graziella, che ha fatto per tutta la vita la contabile in una aziendina lombarda, invece di stare a casa a fare la calza o andare all'università della terza età, viene qui a Kibaigwa per qualche mese a seguire e mettere a posto tutta la contabilità delle varie missioni della provincia. Questo sa fare e questo fa, senza tante complicazioni, chiacchierando di tanto in tanto con Suor Francesca di tutti i problemi da sistemare e dei soldi che mancano sempre. Suor Francesca dopo tanti anni di Filippine è approdata qua da qualche anno e ti ascolta con pazienza, quando tu le racconti del tuo entusiasmo per quella natura meravigliosa che hai visto, di come tutti quegli animali selvaggi ti hanno emozionato. Poi si gira verso Graziella e col suo accetto delle valli bresciane, dice: - Pensa un po' che noi in tutti 'sti anni che siamo qua, non abbiamo mai visto una giraffa.- Allora tu, un po' ti vergogni, fai un'ultima scappata alla toilette e vai a rifugiarti nel letto a riflettere, tanto con le zanzare che ci sono non avrai tempo per dormire.



Se ti è piaciuto questo post, ti potrebbero anche interessare:

In volo.

lunedì 4 marzo 2013

La storia di Nina.


La chiesa di Haneti
Ve l'ho già detto, quando te ne vai in giro per il mondo, capita spesso di incontrare delle persone speciali. Magari il bello di questi incontri sta nell'esperienza che vivi in quel momento, altre volte è che ti fanno riflettere, magari sulla scala dei valori, oppure sull'importanza delle cose. Nina, ad esempio, ha avuto una vita movimentata. Certo poteva starsene tranquilla nella sua bella cascina del Vercellese a coltivar riso da fare con le rane, anche se da un po' dalle sue parti non se ne vedono più. Da ragazzina sognava di fare la trattorista, ma la dimensione della risaia le stava davvero stretta e lei si è sempre considerata cittadina del mondo. Così lo ha girato in lungo e in largo lavorando nel campo dell'istruzione per il ministero, facendosi mandare sempre nelle sedi più disagiate. Asia, SudAmerica, Africa. Certo se fai bene dopo un po' pensano di premiarti, così l'hanno destinata in uno dei posti più ambiti: Bruxelles. Ha resistito solo un annetto, poi ha detto: o mi rimandate in Africa o me ne vado. Hanno detto, probabilmente è matta e così via in Somalia sotto le bombe, Kenia, Uganda, Zambia e altre piacevolezze del genere fino alla pensione. Poi qualcosa bisogna pur fare. Maglia e uncinetto? No. Appena fatto un breve corso da infermiera si è messa a disposizione delle missioni, così via di nuovo, dalla Cambogia a Gibuti e adesso da un paio d'anni, la Tanzania. Alla missione di Kibaigwa con le sue varie dipendenze a Dodoma e in giro per il distretto centrale, c'è anche tanto lavoro organizzativo da sistemare. Pane per i suoi denti, è sempre stato il suo lavoro, così passa da queste parti sette od otto mesi all'anno, dando una mano alle suore della missione delle Sorelle Misericordiose, che se non stanno attente, la curia porta loro via anche la terra da sotto il convento. Lo scorso inverno però era nato un progetto un po' balzano. 

Capanne ad Haneti
Aprire una specie di ambulatorio per cure di primo intervento nella foresta sulle colline, a due ore di pista da Dodoma, ad Haneti, una zona sperduta di piccoli villaggi e capanne sparsi in una enorme area in cui vivono almeno 7000 persone di varie etnie Masai, Iraki e Bantù prive di qualunque tipo di assistenza, la maggior parte delle quali non ha mai visto la città più vicina. Si è trasferita lì con una borsata di medicinali vari e niente altro. Appena è girata la voce che alla parrocchia c'era una mzungu bionda con gli occhi azzurri che curava la gente, dai villaggi vicini hanno cominciato ad arrivare ed ogni mattina, davanti alla porta scassata della stanza che le avevano dato a disposizione, si formava una piccola coda di una quarantina di persone. Aspettavano in silenzio per ore; non era necessario dare i numeretti, prima passavano le donne coi bambini, poi i vecchi infine gli uomini. Nessuno che protestasse che era arrivato lì al mattino dopo ore di marcia e che erano già le quattro di pomeriggio, tutti avevano capito che prima o poi Nina li avrebbe guardati. Proprio così, le dicevano: guarda mia moglie, mostrandole un seno con un enorme tumore aperto, ma non posso fare niente per questo, tu guardala lo stesso. Guarda mio figlio e si scopriva una testolina piena di croste piene di pus. Guardami qui e ti mostravano i moncherini della lebbra, le prendi le pastiglie, allora stai tranquillo e vai e se ne ritornavano al loro villaggio. E così via, tra ferite infettate, infezioni intestinali, fratture mal guarite, denti marci di cui rimaneva solo la radice da tirar via con le mani. Ogni settimana qualcuno veniva a prenderla da Dodoma e si andava in città a fare rifornimento di altri medicinali, quelli che arrivavano dagli amici italiani. E via a ricominciare con le febbri, gli ascessi, i lebbrosi. Certo capitavano anche casi divertenti. Un giorno arriva un vecchietto che a malapena si regge in piedi. Una donna lo accompagna e lo aiuta a fare con fatica i due gradini dell'ingresso. 

Qual è il problema, dolori alle gambe, cuore indebolito, febbre malarica? No - spiega l'anziano - è che ogni sera vado nella capanna della moglie e faccio il mio dovere di buon marito, ma quando mi alzo e vado nella capanna della seconda moglie, non riesco ad accontentare anche lei, che in questo modo pensa di essere trattata ingiustamente. Non hai qualcosa per aiutarmi? - E' stato cacciato senza soddisfazione, così come quel ragazzo che avendo una ritenzione dei testicoli, non voleva accettare il fatto che non si potesse fare nulla lì, essendo necessario un intervento vero e proprio. Se tu non mi vuoi guardare, ti ho portato un disegno perché tu capisca il mio problema, ed ecco che srotola un foglietto su cui ha disegnato le parti interessate con ogni dovizia di particolari, peli compresi. Sono stati sei mesi durissimi, ma adesso che l'abbiamo accompagnata a vedere come andavano le cose lì, a qualche mese di distanza, sono subito arrivati tutti a salutarla, ad accarezzarle la mano, a guardarla con gli occhi della preghiera. - Mbeyu, quando ritorni ancora? le dicono le donne che ha curato. - Vedi, al mio Pili le croste sono guarite. Kusumba muove bene la gamba adesso, anche Bakori non ha più le febbri . Japori, la donna col tumore invece è morta due mesi fa.- Mbeyu vuol dire Seme buono e a Nina sorridono gli occhi azzurri quando la chiamano così. Dice che ha ricevuto molto in quei sei mesi che è stata lì. Tanto davvero, ti ripete con aria convinta, come quando una vecchia donna che aveva camminato per due giorni per venire all'ambulatorio con gli occhi gonfi e infettati, è ritornata dopo un mese, per dire a Mbeyu che era guarita e che le aveva portato due uova per ringraziarla. Lei le ha prese dalle sue mani e la donna si è voltata per riprendere il sentiero e ritornare al suo villaggio. Forse ha proprio ragione Nina, trattorista mancata.


Se ti è piaciuto questo post, ti potrebbero anche interessare:

In volo.

sabato 2 marzo 2013

Arte rupestre a Kondoa.



 
Lasciare il nord ed i parchi famosi è un dispiacere. Ti verrebbe certo la voglia di rimodulare le tue intenzioni e rimanere ancora, sia per riprovare di nuovo le stesse sensazioni che per non perdere definitivamente le tante cose che hai lasciato indietro. E' il barbaro destino del turista. Salutare il cuoco gentile che ti viene a chiedere se ti è piaciuta la banana fritta, incontrare ancora una volta Don, venuto a controllare che non ci siano problemi, contribuisce a farmi lasciare il Lilac camp con un certo rammarico. Ora la strada punta diritta a sud, è finita l'area del turismo, qui cominci ad attraversare un Africa più reale. Te lo mostra subito il mercato di Babati ad un centinaio di chilometri, affannato e confuso susseguirsi di negozietti attorno ad una grande piazza dove si fermano corriere sempre più scalcagnate e strapiene di gente, man mano ci si allontana verso sud. Tocchi subito con mano la difficoltà a trovare qualche semplice prodotto di quelli a cui sei abituato, uno shampoo, un detersivo, eppure l'Occidente penetra con forza dirompente anche nelle aree meno battute, lo puoi constatare dalla diffusione di quello che ormai in tutto il mondo è uno dei consumi primari. La maggior parte delle persone che si aggirano tra i mezzi o riposano sulle panche sconnesse dei negozi, delle friggitorie o nei ristoranti di strada, tiene tra le mani un telefonino che compulsa ossessivamente. E' diventato un bisogno irrinunciabile quasi quanto il cibo, come dimostrano la maggioranza dei cartelloni pubblicitari e le pubblicità rozzamente dipinte sui muri. Subito dopo Babati, il nastro d'asfalto però finisce e la pista si inerpica tra le colline. 

E' una delle zone più belle tra quelle che ho visto finora. Boschi verdissimi ricoprono le ondulazioni del terreno senza soluzione di continuità e alternano le piccole radure di campi coltivati. Vicino alla pista scorgi  ogni tanto, nascoste tra gli alberi, capanne di fango e semplici casette di mattoni. Quasi sempre infatti, se attraversi un piccolo villaggio, noti una fornace artigianale che li cuoce e dappertutto ci sono segni di case iniziate con porte e finestre sbarrate per impedirne un uso prematuro ed abusivo. Ogni tanto una piccola casa dipinta di verde sbiadito con scritte in arabo e un vecchio megafono arrugginito sul punto più alto, più rade quelle con la croce sulla facciata. Siamo in una zona in prevalenza mussulmana e tra le capanne compaiono, se pur coloratissimi, molti veli. Procedi lentamente, date le difficoltà della pista che ti dà però modo di osservare con calma questa Africa rurale lontanissima dagli affanni della costa e dalla confusione delle città. La gente saluta e si ferma a guardare, evidentemente le presenze di un turismo classico sono assai rare in queste zone. Il paesaggio continua con immutabile variabilità per oltre duecento chilometri. Ore di fatica ripagate dal piacere dell'osservazione. Verso l'una si arriva a Kolo Kondoa, minuscolo centro all'incrocio della pista che porta a Siginda. Intorno al paese, una serie di colline più ripide, boschi più fitti, roccia corrosa ed antica. Questo è un sito di particolare interesse; nei dintorni ci trovi una serie di punti con alcuni delle più interessanti pitture rupestri dell'Africa. Data la difficoltà di arrivarci, queste opere sono poco studiate e per certi versi ancora misteriose. 

Sbircio il registro della casetta che funge da museo, qualche reperto impolverato e vecchie foto ingiallite degli anni '50; qui arrivano una cinquantina di macchine all'anno. Poco si sa sui popoli che le avrebbero prodotte circa 6000 anni fa, forse gruppi imparentati con i San sudafricani, anche qui ci sono ancora gruppi di tribù che parlano linguaggi coi clik, imparentate quindi con la cultura boscimane. I siti, alcuni mescolati a pitture più recenti, sono oltre un centinaio, essendo le formazioni della zona, ricche di asperità e di caverne, certamente abitate fin dalla preistoria. Per raggiungere una delle più interessanti, devi sobbarcarti un'altra mezz'oretta di una pista molto disagevole a una decina di chilometri da Kolo, poi un'altra oretta a piedi per salire la collina, nell'ora del turista, le due del pomeriggio col sole a picco sulla testa. Di tanto in tanto sotto ripari di enormi rocce che spiovono sulla valle ecco apparire grandi disegni rossi in cui distingui facilmente animali, pelli stese, cacce, gruppi di persone. Ecco qui tre cacciatori che circondano una grande giraffa con il collo teso nella corsa. Più in là tre figure stilizzate distese con i capelli dipanati in lunghe trecce rasta, poi altre persone con i volti coperti da maschere o caschi globulari. C'è un fascino antico che emana da questi luoghi, in questi anfratti di roccia si raccontava la vita. Forse si voleva esorcizzare il mistero, forse nasceva un desiderio di immanente. Si voleva soltanto festeggiare un fatto o questo fissare un momento riconoscibile tentava di esorcizzare la paura, auspicare un successo, creare le basi di un potere di chi conosce le vie dell'incognito o quantomeno vuole farlo credere? 

Quesiti difficili da risolvere, mentre guardi la valle coperta di vegetazione impenetrabile nella calura del primo pomeriggio, non parliamo poi se hai dimenticato l'acqua alla macchina. Quando la strada riprende, lascia a poco a poco la montagna e diventa una traccia rettilinea che attraversa la pianura, che di nuovo lascia abbracciare allo sguardo spazi larghi. Lontanissimi, di tanto in tanto, puntini seguiti da una scia polverosa che si allarga nel cielo, il segno dell'Africa. Ancora paesini, capanne sparse, campetti coltivati che mostrano i segni di una agricoltura difficile e faticosa, condizionata dall'acqua che ti regala il cielo e per questo in costante bilico tra abbondanza e carestia. Dovunque, quando attraversi i guadi secchi, gruppi di donne o bambini che scavano buchi nel punto più basso, aspettando con pazienza che si riempia di acqua fangosa, poi, con un mestolo a riempire grandi taniche gialle, da mettere in testa ed avviarsi a percorrere i chilometri che portano fino a casa. Non sembra, ma anche viaggiare tante ore in macchina è fatica e pensare che non devi portarti neppure quei 20 chili sulla testa. La stanchezza ti fa mollare l'attenzione, così in un bumper non visto (ce ne sono in continuazione), sbatto una testata contro il tettuccio, il collo fa un brutto crak, poi comincia a farmi male anche lo stomaco, poi la pancia; dei dolori, dei dolori, diceva il dottor Marsala... Intanto cala la notte e comincia a serpeggiare l'apprensione di trovare la strada giusta. Le indicazioni dei pastori lungo la pista, sono vaghe e spesso contradditorie. Poi, quando ormai è buio e disperavi, ritrovi l'asfalto, una cittadina, Kibaigwa. Davanti al cancello aperto nel basso muro bianco della missione, dietro la Parokìa,  Nina e Graziella sono in piedi, preoccupate ad aspettare nel buio.


Se ti è piaciuto questo post, ti potrebbero anche interessare:

venerdì 1 marzo 2013

La storia di Ernest.




La maggior parte di coloro che decidono di visitare la Tanzania lo fa principalmente con uno scopo e lo avrete ben capito da quanto ho già diffusamente raccontato in questo periodo, quello di osservare gli animali selvatici africani nel loro specifico ambiente. Più ne vedi e più sei contento, maggiore è la varietà, le situazioni di vita selvatica che potrai osservare e maggiore sarà la soddisfazione che giustificherà l'esborso non proprio leggero che è stato necessario. Per arrivare a questo risultato c'è una condizione dirimente dalla quale non si può fare a meno. Quella di avere una buona, anzi un'ottima guida. Una persona che non solo conosca perfettamente strade, modi per muoversi e luoghi, ma che abbia anche la capacità e l'esperienza per avvicinare gli animali, saperne perfettamente le abitudini, dove e quando trovarli e come comportarsi in loro presenza, in modo da offrire le migliori condizioni per godere completamente di questa esperienza. Io non posso essere sicuro di averne avuto a disposizione una delle migliori, ma di certo me ne sono venuto a casa con questa convinzione.  Ernest è grande, grosso e nero come tutti i Tanzaniani che provengono dalle aree sud occidentali del paese al confine col Congo. Non è più un ragazzo, anche se è difficile valutarne l'età. Ha vissuto la sua giovinezza nella periferia di Dar ai tempi della conquista dell'indipendenza, parla un ottimo inglese e senti che ha un certo grado di istruzione. Si era messo a fare il meccanico, ma fin da giovane doveva essere un sognatore; le baracche di una megalopoli africana polverosa e sovrappopolata, gli stavano troppo strette, si sentiva mancare l'aria, sognava e aveva bisogno di spazi aperti, di libertà di pensiero, di sentire su di sé il grande cielo africano. 

Una trentina di anni fa cominciò a fare la guida per quei primi turisti che arrivavano qui, spinti dai racconti hemingwayani, dalle storie di caccia, dal desiderio di vedere quella vita selvatica che oramai scompariva nelle altre parti del mondo sviluppato e a poco a poco questa è diventata la sua vita. Quei pochi giorni che passa ad Arusha o a Dar, quando deve andare a prendere in carico il suo gruppetto di wazungu che arrivano spaesati da tutte le parti del mondo, lo infastidiscono un poco, sembra che non desideri altro che lasciarsi alle spalle le strade asfaltate del centro, piene di gente e di negozi e cercare la pista giusta che porta alle sue terre dove puoi misurarti con gli alberi, le acque, la foresta, la savana e dove si sente davvero a casa. Quando lo incontri, noti subito il lungo coltellaccio che gli pende al fianco sui pantaloncini caki e il cappello dalla larga tesa, calcato sul cranio rasato e che non molla mai. Ha i modi gentili e riservati di chi ha una lunga esperienza in questo tipo di lavoro in cui incontri gente di tutti i tipi, arroganti e pretenziosi a volte, oppure altre, timidi e desiderosi di capire, in ogni caso sempre complicati da gestire, con le loro esigenze di uomini che arrivano da mondi diversi, tecnologici, organizzati, delicati. Parla a voce bassa Ernest, quando cerca di inquadrarti per capire se sarà un viaggio facile o complicato, al di là degli inconvenienti che possono sempre capitare. Solo la sua risata è larga e sincera, ti coinvolge e ti lascia capire il suo essere un uomo chiaro, che fa con soddisfazione il suo lavoro, disposto a metter a disposizione quanto può per renderti piacevole il tempo che trascorrerai con lui. Certo la sua esperienza è grande e puoi stare tranquillo che ti farà vedere tutto quello che le circostanze renderanno disponibile, vedrai ogni luogo previsto, nei tempi migliori, secondo i tuoi desideri. 

E' fonte inesauribile di tutto quanto vuoi sapere sulle abitudini degli animali che vedi, sui luoghi che attraversi, sulla gente che incontri e racconta le sue storie con il tono di chi è innamorato di quello che fa, della sua terra e della natura che ne è la vera ricchezza, il patrimonio insostituibile. Per questo si rabbuia subito quando deve farti osservare problemi che la naturale avidità umana o il mal gestito senso di progresso, procurano in una terra sotto questi aspetti giovane e fragile. Senti un senso di dolore quando ti racconta dell'insensato progetto di una nuova strada che tagli in due il parco del Serengeti per collegare più rapidamente Kenya e Tanzania; contrarietà quando si parla di uscite notturne nei parchi che in ogni caso disturbano gli animali. Avverti invece soddisfazione quando ti può mostrare realizzazioni rispettose di uno sviluppo che tenga conto di non disperdere o rovinare la vera ricchezza del paese. Quando si ferma a guardare un branco di elefanti, le giraffe che ti guardano passare curiose, le groppe degli ippopotami che emergono dagli stagni, vedi la sua soddisfazione palpabile per la bellezza che ti circonda. Di certo l'ha vista mille volte eppure riesce a comunicarti la sua contentezza per quanto ti può mostrare. Lo vedi guidare assorto, invece, se osservi con attenzione, il suo sguardo fruga nel folto, gira continuamente attorno per scovare due occhi lucidi tra i cespugli,  qualche orma rivelatrice nella polvere, una coda che pende tra i rami su cui riposa, nascosto, un leopardo. Una vita trascorsa così, a vivere nell'osservazione della natura, a scorrazzare per tutto l'East Africa, dal Kenya, al Ruanda, dall'Uganda allo Zambia, dove non c'è parco o area protetta che non conosca, di cui non abbia visto i punti più segreti ed interessanti. Certo una vita di questo genere, passata tra lodge e tende perdute nella savana, sempre a guardare il cielo e l'orizzonte lontano, comporta anche delle rinunce, anche se poi conosci tutti e in ogni punto dove arrivi, trovi amici che ti salutano e ti danno gran pacche sulle spalle. Ernest ha dovuto rinunciare ad avere una famiglia e lo testimonia la catenella che porta alla caviglia con un minuscolo campanellino che tintinna leggero al suo passaggio. E' il segnale, presso la sua tribù, che individua uno scapolo, non è ben chiaro se per mettere in guardia o per invitare le donne disponibili.  

Niente moglie quindi, ti conferma con una certa tristezza, ma niente lucchetti come sottolinea con più soddisfazione, però otto figli da sei donne diverse, un po' come i marinai, forse una in ogni porto. Due per la verità non sono neanche suoi, ma è come se lo fossero e lui alla fine li mantiene tutti come un pater familias responsabile, anche se alcuni sono ormai grandi e indipendenti. Ma ha dei sogni Ernest? Se entri un poco in confidenza, alla fine te li racconta. La sua famiglia è originaria della Tanzania sudoccidentale. Un piccolo villaggio sul lago Tanganica, Mtakundia, vicino a Kirangu. Lì c'è una piccola fattoria, una shamba di 26 acri, dove lui si ritira nella stagione delle piogge, quando non arrivano turisti. Davanti alle acque blu del lago, qualche campo fertile, un orto rigoglioso e tanti alberi da frutta, manghi, papaye, banane e quando te lo racconta il sorriso si allarga e vedi che gli brilla lo sguardo. Ha tante api e produce miele, vorrebbe tanto provare a impiantare una coltura di chiodi di garofano. Non manca più molto al momento in cui lascerà la vita girovaga e vagabonda. Di certo nel suo villaggio sarà una figura di riferimento. La sua esperienza del mondo, le sue conoscenze gli danno una posizione preminente tra i suoi compaesani. Per questo ha progetti, anche per la sua comunità. Ci sarebbe da risolvere il problema dell'acqua, troppo lontana dal paese, di un pozzo da fare, di canalizzazioni da preparare. Quando siamo stati in una missione che si occupa anche di progetti idraulici, guardava con grande interesse le pompe eoliche e un poco gli brillavano gli occhi, subito spenti quando ha fatto i conti dei dollari necessari. La miserie umane che misurano i costi e mettono in secondo piano i  bisogni. Ma chissà, le speranze sono sempre le ultime a morire e non bisogna rinunciare ai sogni. Lo sa Ernest e si butta addosso il grande mantello rosso masai, si siede all'ombra con una birra in mano, dopo tante ore di guida, a riposare e ride di cuore alle tue barzellette dandosi gran pacche sulle gambe robuste. Così alla fine del viaggio, quando lo saluterai con un forte abbraccio, te ne andrai con quel sottile velo di tristezza che ti porti dentro quando lasci un amico sincero.


Se ti è piaciuto questo post, ti potrebbero anche interessare:

Solo elefanti a Tarangire?


Un baobab nel Tarangire N.P.

Quanti animali vedi nei parchi africani! Certo ci vai per quello, ma una tale ricchezza di vita esotica ti lascia sempre attonito e meravigliato. Il numero e la varietà di specie di uccellini dai colori e dalle forme sgargianti, la quantità di scimmie, di gazzelle e di antilopi, i grandi felini alla cima della piramide alimentare che popolano le foreste, il bush e le savane superano ogni immaginazione, ma alla fine credo che quelli che ti lasciano davvero senza fiato sono i grandi animali che stenti a credere possano popolare gli spazi in numero così elevato. Sono gli elefanti a dominare la scena innegabilmente, a volte condizionandone anche l'aspetto. Questo è davvero l'animale che, a mio parere impressiona di più. Intanto la sua mole enorme che lo rende visibile da lontano. Quel suo apparire vecchissimo e saggio fin da cucciolo quando ancora gioca con la piccola proboscide tra le zampe della madre, dovuto forse alla pelle grigia e incartapecorita, piena di mille rugosità incavate. Quelle sue zanne, preziose e maledette, risplendenti o corrose e spezzate dalle lotte e dagli anni, le enormi orecchie frastagliate, quel suo naso improbabile, estensione multiuso che gli consente ogni attività, quella tremenda necessità di nutrire in continuazione un corpo enorme con masse di cibo che sterminano e distruggono l'ambiente in cui vive più di qualunque avido deforestatore. 

Rimani a guardarlo ammirato quando si sposta con movimenti così rallentati da farlo apparire sempre come un lanciatore del peso alla moviola; ti sollazzi divertito quando occupa prepotente le pozze d'acqua e di fango, cacciando tutti gli altri con una mole che non ammette concorrenza, si arrotola nella mota, si spruzza di acqua, si ricopre di limo soffiandovi poi ancora sopra polvere rossa, come una bella di altri tempi che nel suo boudoir, si ricopra di uno spesso strato di cipria per nascondere gli insulti del tempo. Il parco di Tarangire è il luogo che ospita la più alta concentrazione al mondo di elefanti. Direi che, quindi, è opportuno non lasciarselo scappare per chi programma un giro dei parchi del nord della Tanzania. Si tratta di una vasta area attorno al fiume omonimo, quindi decisamente ricca di acqua e di alberi anche durante la stagione secca. Tutto il territorio è punteggiato da boschi grandi e piccoli di baobab, questo straordinario albero, che è un po' il simbolo dell'Africa. Qua e là vedi tronchi enormi anche quando appaiono piccoli rispetto ai compagni, sformati come fiaschi e bottiglie giganti, dalla corteccia grigia e lucida, quando non ancora è stata strappata, lacerata, devastata e ridotta in striscioline secche dai gruppi di pachidermi che si aggirano nelle vicinanza e che li usano per grattarsi, per affilare zanne e denti o semplicemente per sfogare una voglia di movimento repressa nel corpaccio apparentemente goffo ed invece mobilissimo ed agile all'occorrenza. 

Gli altri animali, impala, waterbok, facoceri, giraffe, gazzelle, babbuini e naturalmente zebre e gnu, sono sparsi qua e là tra il bush e l'erba alta, ma nelle vicinanze delle ansa del fiume o lungo le pozze formate dai rivi che vi affluiscono, vedi subito, seminascosti tra il verde delle foglie, gruppi più o meno numerosi di pachidermi che dall'alba foraggiano nell'erba più alta. Non si resiste e si cerca subito di andarvi appresso seguendo le piste contorte che si inoltrano tra gli alberi: Così può capitarti di fermare l'auto al centro di un intrico di pozze d'acqua e cespugli. Rimani fermo ad osservare, circondato solo dal rumore della vegetazione frantumata dalle mascelle e d'improvviso, ti ritrovi completamente circondato. Elefanti da tutte le parti, infangati che ruzzano nelle pozze a turno, tra le piante a sfregarsi sui tronchi, nel folto a foraggiare erba grassa e ricca. Lì vedi solo i grandi dorsi seminascosti tra i rami; laggiù, intere famiglie che si spostano lentamente allo scoperto; qui madri che accudiscono ai più piccoli spingendoli delicatamente con la proboscide, una allatta un nato da poco che cerca agitatissimo la mammella mentre i mediani e i più grandi, si vedono anche tre generazioni accanto alla stessa madre, già fanno prove di lotta per prevalere nelle complesse gerarchie del gruppo. E' tutto un muoversi, un soffiare, senti strappare erba, dilaniar corteccia, spruzzar di fango. 

La sensazione di fondo però non è completamente tranquilla, perché se è vero che la maggior parte degli animali fa il suo lavoro come se tu non esistessi, buttando al massimo uno sguardo apparentemente distratto mentre si muove lateralmente, i grandi maschi singoli che, evidentemente hanno uno specifico compito di controllo dell'area e di quanto avviene attorno all'orda, continuano a mangiare, ma in maniera più nervosa e infastidita. I segnali sono chiari, si dondolano spostando i testone di lato, fanno qualche passetto avanti e indietro nella tua direzione, ti guardano fisso e intenzionalmente agitando le orecchie. Senti senza ombra di dubbio di essere intruso, di trovarti in un luogo in cui non non sei gradito e che la tua presenza infastidisce tutti. Quando i più vicini cominciano ad alzare il testone e la proboscide, mostrando la bocca aperta e agitando sempre più velocemente le grandi orecchie, la minaccia si fa più concreta. Il problema è che essendo completamente circondati da oltre cento elefanti, in ogni direzione ci sono corpi, groppe, orecchie e code che sventagliano l'aria e che occupano ogni via di fuga tra i sentieri e le piste tracciate. Vorresti allontanarti, ma non puoi. Non resta che rimanere immobili, quasi senza respirare, senza fare scatti improvvisi o guardare troppo quegli occhi piccoli che continuano a fissarti e che dicono chiaramente - andatevene via!-. 

Rimani lì per un tempo indefinito come una statua di sale di fronte ai colossi grigi che manifestano perentoriamente il possesso di un territorio. Caricheranno l'auto? Sembra che non lo facciano alla fine quasi mai, ma questi in particolare lo sapranno che non è il caso e che poi la media conta fino ad un certo punto? Intanto l'orda continua a spostarsi lentamente tutto attorno; alla fine si crea un piccolo varco nella giusta direzione di fuga. Ti allontani lentamente, i guardiani paiono dire: - Alla buon ora, l'avete capita che ve ne dovete andare! - e vittoriosi si girano a strappare qualche ciuffo d'erba tenera. Davvero una sensazione primordiale ed intensa. Continui per tutto il giorno a girare nel parco e ancora altri pachidermi ti sbarreranno la strada o alternativamente li vedrai piccoli e lontani sulla riva del fiume o ad allontanarsi tra le piante. Le scimmie dispettose in agguato ti ruberanno ancora il pranzo mentre te ne stai a guardarli da una balconata naturale all'ombra di un immenso baobab, ma prima di lasciare definitivamente Tarangire, devi concludere, che forse l'animale davvero padrone del parco non è l'elefante. Infatti, fin dal primo mattino all'ingresso, alla sera quando te ne vai mentre il sole è ormai basso, nemmeno per un istante non sei stato martoriato da nugoli fitti di mosche tze tze, che per tutto il giorno non hanno dato neppure un attimo di tregua. 

Sono una specie di tafano piuttosto grosso, lungo e sottile, di una mobilità e velocità inusuale al confronto delle comuni mosche che, quando prendono di mira un'auto non la mollano più. Lo sciame continua a seguirti ti si posa dappertutto alla ricerca delle mucose più tenere, cerca di entrarti in bocca, sugli occhi, senza il minimo timore, intanto per quanto cerchi di schiacciarle o cacciarle sono sempre più rapide del gesto delle tue mani. E' una persecuzione ossessiva che, all'inizio, terrorizzato dai pericoli che il solo nome ti fa paventare, ti costringe ad un ipercinetico dibatterti, che provoca un insensato dispendio di energie, poi col passare delle ore, finite le scariche di adrenalina, ti lasci andare al destino, succeda quel che deve succedere  e capisci come mai bambini, donne, adulti rimangano alla fine immobili, esausti, vinti infine, senza reagire più, ricoperti da nugoli di questi insetti insopportabili. Così torni al campo, proprio mentre la mosca cede alla zanzara. Ernest dice di non preoccuparsi troppo. Ma e il tripanosoma? Sembra non ci sia troppo pericolo, da queste parti è piuttosto raro. Si dovrebbe essere abbastanza sfortunati per beccarsi la malattia del sonno, almeno così si dice. Adesso scusate vi lascio, da un po' di tempo a questa parte, mi ha preso un certo torpore. Vado a fare un pisolo. Magari ci sentiamo domani e non è detto che poi sia un gran male, non avere voglia neanche di ascoltare un telegiornale.


Se ti è piaciuto questo post, ti potrebbero anche interessare:

Where I've been - Ancora troppi spazi bianchi!!! Siamo a 125 (a seconda dei calcoli) su 250!