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| Dodoma - Sarti al mercato |
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| I Kangha |
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| Dodoma - Statua di Nyerere |
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| Necessità primarie. |
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| Dodoma - Mercato del centro |
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| Dodoma -Alla cafeteria SIPE |
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| Dodoma - La cattedrale cattolica. |
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| La chiesa di Haneti |
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| Capanne ad Haneti |
Lasciare il nord ed i parchi famosi è un dispiacere. Ti verrebbe certo la voglia di rimodulare le tue intenzioni e rimanere ancora, sia per riprovare di nuovo le stesse sensazioni che per non perdere definitivamente le tante cose che hai lasciato indietro. E' il barbaro destino del turista. Salutare il cuoco gentile che ti viene a chiedere se ti è piaciuta la banana fritta, incontrare ancora una volta Don, venuto a controllare che non ci siano problemi, contribuisce a farmi lasciare il Lilac camp con un certo rammarico. Ora la strada punta diritta a sud, è finita l'area del turismo, qui cominci ad attraversare un Africa più reale. Te lo mostra subito il mercato di Babati ad un centinaio di chilometri, affannato e confuso susseguirsi di negozietti attorno ad una grande piazza dove si fermano corriere sempre più scalcagnate e strapiene di gente, man mano ci si allontana verso sud. Tocchi subito con mano la difficoltà a trovare qualche semplice prodotto di quelli a cui sei abituato, uno shampoo, un detersivo, eppure l'Occidente penetra con forza dirompente anche nelle aree meno battute, lo puoi constatare dalla diffusione di quello che ormai in tutto il mondo è uno dei consumi primari. La maggior parte delle persone che si aggirano tra i mezzi o riposano sulle panche sconnesse dei negozi, delle friggitorie o nei ristoranti di strada, tiene tra le mani un telefonino che compulsa ossessivamente. E' diventato un bisogno irrinunciabile quasi quanto il cibo, come dimostrano la maggioranza dei cartelloni pubblicitari e le pubblicità rozzamente dipinte sui muri. Subito dopo Babati, il nastro d'asfalto però finisce e la pista si inerpica tra le colline.
E' una delle zone più belle tra quelle che ho visto finora. Boschi verdissimi ricoprono le ondulazioni del terreno senza soluzione di continuità e alternano le piccole radure di campi coltivati. Vicino alla pista scorgi ogni tanto, nascoste tra gli alberi, capanne di fango e semplici casette di mattoni. Quasi sempre infatti, se attraversi un piccolo villaggio, noti una fornace artigianale che li cuoce e dappertutto ci sono segni di case iniziate con porte e finestre sbarrate per impedirne un uso prematuro ed abusivo. Ogni tanto una piccola casa dipinta di verde sbiadito con scritte in arabo e un vecchio megafono arrugginito sul punto più alto, più rade quelle con la croce sulla facciata. Siamo in una zona in prevalenza mussulmana e tra le capanne compaiono, se pur coloratissimi, molti veli. Procedi lentamente, date le difficoltà della pista che ti dà però modo di osservare con calma questa Africa rurale lontanissima dagli affanni della costa e dalla confusione delle città. La gente saluta e si ferma a guardare, evidentemente le presenze di un turismo classico sono assai rare in queste zone. Il paesaggio continua con immutabile variabilità per oltre duecento chilometri. Ore di fatica ripagate dal piacere dell'osservazione. Verso l'una si arriva a Kolo Kondoa, minuscolo centro all'incrocio della pista che porta a Siginda. Intorno al paese, una serie di colline più ripide, boschi più fitti, roccia corrosa ed antica. Questo è un sito di particolare interesse; nei dintorni ci trovi una serie di punti con alcuni delle più interessanti pitture rupestri dell'Africa. Data la difficoltà di arrivarci, queste opere sono poco studiate e per certi versi ancora misteriose.
Sbircio il registro della casetta che funge da museo, qualche reperto impolverato e vecchie foto ingiallite degli anni '50; qui arrivano una cinquantina di macchine all'anno. Poco si sa sui popoli che le avrebbero prodotte circa 6000 anni fa, forse gruppi imparentati con i San sudafricani, anche qui ci sono ancora gruppi di tribù che parlano linguaggi coi clik, imparentate quindi con la cultura boscimane. I siti, alcuni mescolati a pitture più recenti, sono oltre un centinaio, essendo le formazioni della zona, ricche di asperità e di caverne, certamente abitate fin dalla preistoria. Per raggiungere una delle più interessanti, devi sobbarcarti un'altra mezz'oretta di una pista molto disagevole a una decina di chilometri da Kolo, poi un'altra oretta a piedi per salire la collina, nell'ora del turista, le due del pomeriggio col sole a picco sulla testa. Di tanto in tanto sotto ripari di enormi rocce che spiovono sulla valle ecco apparire grandi disegni rossi in cui distingui facilmente animali, pelli stese, cacce, gruppi di persone. Ecco qui tre cacciatori che circondano una grande giraffa con il collo teso nella corsa. Più in là tre figure stilizzate distese con i capelli dipanati in lunghe trecce rasta, poi altre persone con i volti coperti da maschere o caschi globulari. C'è un fascino antico che emana da questi luoghi, in questi anfratti di roccia si raccontava la vita. Forse si voleva esorcizzare il mistero, forse nasceva un desiderio di immanente. Si voleva soltanto festeggiare un fatto o questo fissare un momento riconoscibile tentava di esorcizzare la paura, auspicare un successo, creare le basi di un potere di chi conosce le vie dell'incognito o quantomeno vuole farlo credere?
Quesiti difficili da risolvere, mentre guardi la valle coperta di vegetazione impenetrabile nella calura del primo pomeriggio, non parliamo poi se hai dimenticato l'acqua alla macchina. Quando la strada riprende, lascia a poco a poco la montagna e diventa una traccia rettilinea che attraversa la pianura, che di nuovo lascia abbracciare allo sguardo spazi larghi. Lontanissimi, di tanto in tanto, puntini seguiti da una scia polverosa che si allarga nel cielo, il segno dell'Africa. Ancora paesini, capanne sparse, campetti coltivati che mostrano i segni di una agricoltura difficile e faticosa, condizionata dall'acqua che ti regala il cielo e per questo in costante bilico tra abbondanza e carestia. Dovunque, quando attraversi i guadi secchi, gruppi di donne o bambini che scavano buchi nel punto più basso, aspettando con pazienza che si riempia di acqua fangosa, poi, con un mestolo a riempire grandi taniche gialle, da mettere in testa ed avviarsi a percorrere i chilometri che portano fino a casa. Non sembra, ma anche viaggiare tante ore in macchina è fatica e pensare che non devi portarti neppure quei 20 chili sulla testa. La stanchezza ti fa mollare l'attenzione, così in un bumper non visto (ce ne sono in continuazione), sbatto una testata contro il tettuccio, il collo fa un brutto crak, poi comincia a farmi male anche lo stomaco, poi la pancia; dei dolori, dei dolori, diceva il dottor Marsala... Intanto cala la notte e comincia a serpeggiare l'apprensione di trovare la strada giusta. Le indicazioni dei pastori lungo la pista, sono vaghe e spesso contradditorie. Poi, quando ormai è buio e disperavi, ritrovi l'asfalto, una cittadina, Kibaigwa. Davanti al cancello aperto nel basso muro bianco della missione, dietro la Parokìa, Nina e Graziella sono in piedi, preoccupate ad aspettare nel buio.
La maggior parte di coloro che decidono di visitare la Tanzania lo fa principalmente con uno scopo e lo avrete ben capito da quanto ho già diffusamente raccontato in questo periodo, quello di osservare gli animali selvatici africani nel loro specifico ambiente. Più ne vedi e più sei contento, maggiore è la varietà, le situazioni di vita selvatica che potrai osservare e maggiore sarà la soddisfazione che giustificherà l'esborso non proprio leggero che è stato necessario. Per arrivare a questo risultato c'è una condizione dirimente dalla quale non si può fare a meno. Quella di avere una buona, anzi un'ottima guida. Una persona che non solo conosca perfettamente strade, modi per muoversi e luoghi, ma che abbia anche la capacità e l'esperienza per avvicinare gli animali, saperne perfettamente le abitudini, dove e quando trovarli e come comportarsi in loro presenza, in modo da offrire le migliori condizioni per godere completamente di questa esperienza. Io non posso essere sicuro di averne avuto a disposizione una delle migliori, ma di certo me ne sono venuto a casa con questa convinzione. Ernest è grande, grosso e nero come tutti i Tanzaniani che provengono dalle aree sud occidentali del paese al confine col Congo. Non è più un ragazzo, anche se è difficile valutarne l'età. Ha vissuto la sua giovinezza nella periferia di Dar ai tempi della conquista dell'indipendenza, parla un ottimo inglese e senti che ha un certo grado di istruzione. Si era messo a fare il meccanico, ma fin da giovane doveva essere un sognatore; le baracche di una megalopoli africana polverosa e sovrappopolata, gli stavano troppo strette, si sentiva mancare l'aria, sognava e aveva bisogno di spazi aperti, di libertà di pensiero, di sentire su di sé il grande cielo africano.
Una trentina di anni fa cominciò a fare la guida per quei primi turisti che arrivavano qui, spinti dai racconti hemingwayani, dalle storie di caccia, dal desiderio di vedere quella vita selvatica che oramai scompariva nelle altre parti del mondo sviluppato e a poco a poco questa è diventata la sua vita. Quei pochi giorni che passa ad Arusha o a Dar, quando deve andare a prendere in carico il suo gruppetto di wazungu che arrivano spaesati da tutte le parti del mondo, lo infastidiscono un poco, sembra che non desideri altro che lasciarsi alle spalle le strade asfaltate del centro, piene di gente e di negozi e cercare la pista giusta che porta alle sue terre dove puoi misurarti con gli alberi, le acque, la foresta, la savana e dove si sente davvero a casa. Quando lo incontri, noti subito il lungo coltellaccio che gli pende al fianco sui pantaloncini caki e il cappello dalla larga tesa, calcato sul cranio rasato e che non molla mai. Ha i modi gentili e riservati di chi ha una lunga esperienza in questo tipo di lavoro in cui incontri gente di tutti i tipi, arroganti e pretenziosi a volte, oppure altre, timidi e desiderosi di capire, in ogni caso sempre complicati da gestire, con le loro esigenze di uomini che arrivano da mondi diversi, tecnologici, organizzati, delicati. Parla a voce bassa Ernest, quando cerca di inquadrarti per capire se sarà un viaggio facile o complicato, al di là degli inconvenienti che possono sempre capitare. Solo la sua risata è larga e sincera, ti coinvolge e ti lascia capire il suo essere un uomo chiaro, che fa con soddisfazione il suo lavoro, disposto a metter a disposizione quanto può per renderti piacevole il tempo che trascorrerai con lui. Certo la sua esperienza è grande e puoi stare tranquillo che ti farà vedere tutto quello che le circostanze renderanno disponibile, vedrai ogni luogo previsto, nei tempi migliori, secondo i tuoi desideri.
E' fonte inesauribile di tutto quanto vuoi sapere sulle abitudini degli animali che vedi, sui luoghi che attraversi, sulla gente che incontri e racconta le sue storie con il tono di chi è innamorato di quello che fa, della sua terra e della natura che ne è la vera ricchezza, il patrimonio insostituibile. Per questo si rabbuia subito quando deve farti osservare problemi che la naturale avidità umana o il mal gestito senso di progresso, procurano in una terra sotto questi aspetti giovane e fragile. Senti un senso di dolore quando ti racconta dell'insensato progetto di una nuova strada che tagli in due il parco del Serengeti per collegare più rapidamente Kenya e Tanzania; contrarietà quando si parla di uscite notturne nei parchi che in ogni caso disturbano gli animali. Avverti invece soddisfazione quando ti può mostrare realizzazioni rispettose di uno sviluppo che tenga conto di non disperdere o rovinare la vera ricchezza del paese. Quando si ferma a guardare un branco di elefanti, le giraffe che ti guardano passare curiose, le groppe degli ippopotami che emergono dagli stagni, vedi la sua soddisfazione palpabile per la bellezza che ti circonda. Di certo l'ha vista mille volte eppure riesce a comunicarti la sua contentezza per quanto ti può mostrare. Lo vedi guidare assorto, invece, se osservi con attenzione, il suo sguardo fruga nel folto, gira continuamente attorno per scovare due occhi lucidi tra i cespugli, qualche orma rivelatrice nella polvere, una coda che pende tra i rami su cui riposa, nascosto, un leopardo. Una vita trascorsa così, a vivere nell'osservazione della natura, a scorrazzare per tutto l'East Africa, dal Kenya, al Ruanda, dall'Uganda allo Zambia, dove non c'è parco o area protetta che non conosca, di cui non abbia visto i punti più segreti ed interessanti. Certo una vita di questo genere, passata tra lodge e tende perdute nella savana, sempre a guardare il cielo e l'orizzonte lontano, comporta anche delle rinunce, anche se poi conosci tutti e in ogni punto dove arrivi, trovi amici che ti salutano e ti danno gran pacche sulle spalle. Ernest ha dovuto rinunciare ad avere una famiglia e lo testimonia la catenella che porta alla caviglia con un minuscolo campanellino che tintinna leggero al suo passaggio. E' il segnale, presso la sua tribù, che individua uno scapolo, non è ben chiaro se per mettere in guardia o per invitare le donne disponibili.
Niente moglie quindi, ti conferma con una certa tristezza, ma niente lucchetti come sottolinea con più soddisfazione, però otto figli da sei donne diverse, un po' come i marinai, forse una in ogni porto. Due per la verità non sono neanche suoi, ma è come se lo fossero e lui alla fine li mantiene tutti come un pater familias responsabile, anche se alcuni sono ormai grandi e indipendenti. Ma ha dei sogni Ernest? Se entri un poco in confidenza, alla fine te li racconta. La sua famiglia è originaria della Tanzania sudoccidentale. Un piccolo villaggio sul lago Tanganica, Mtakundia, vicino a Kirangu. Lì c'è una piccola fattoria, una shamba di 26 acri, dove lui si ritira nella stagione delle piogge, quando non arrivano turisti. Davanti alle acque blu del lago, qualche campo fertile, un orto rigoglioso e tanti alberi da frutta, manghi, papaye, banane e quando te lo racconta il sorriso si allarga e vedi che gli brilla lo sguardo. Ha tante api e produce miele, vorrebbe tanto provare a impiantare una coltura di chiodi di garofano. Non manca più molto al momento in cui lascerà la vita girovaga e vagabonda. Di certo nel suo villaggio sarà una figura di riferimento. La sua esperienza del mondo, le sue conoscenze gli danno una posizione preminente tra i suoi compaesani. Per questo ha progetti, anche per la sua comunità. Ci sarebbe da risolvere il problema dell'acqua, troppo lontana dal paese, di un pozzo da fare, di canalizzazioni da preparare. Quando siamo stati in una missione che si occupa anche di progetti idraulici, guardava con grande interesse le pompe eoliche e un poco gli brillavano gli occhi, subito spenti quando ha fatto i conti dei dollari necessari. La miserie umane che misurano i costi e mettono in secondo piano i bisogni. Ma chissà, le speranze sono sempre le ultime a morire e non bisogna rinunciare ai sogni. Lo sa Ernest e si butta addosso il grande mantello rosso masai, si siede all'ombra con una birra in mano, dopo tante ore di guida, a riposare e ride di cuore alle tue barzellette dandosi gran pacche sulle gambe robuste. Così alla fine del viaggio, quando lo saluterai con un forte abbraccio, te ne andrai con quel sottile velo di tristezza che ti porti dentro quando lasci un amico sincero.![]() |
| Un baobab nel Tarangire N.P. |
Quanti animali vedi nei parchi africani! Certo ci vai per quello, ma una tale ricchezza di vita esotica ti lascia sempre attonito e meravigliato. Il numero e la varietà di specie di uccellini dai colori e dalle forme sgargianti, la quantità di scimmie, di gazzelle e di antilopi, i grandi felini alla cima della piramide alimentare che popolano le foreste, il bush e le savane superano ogni immaginazione, ma alla fine credo che quelli che ti lasciano davvero senza fiato sono i grandi animali che stenti a credere possano popolare gli spazi in numero così elevato. Sono gli elefanti a dominare la scena innegabilmente, a volte condizionandone anche l'aspetto. Questo è davvero l'animale che, a mio parere impressiona di più. Intanto la sua mole enorme che lo rende visibile da lontano. Quel suo apparire vecchissimo e saggio fin da cucciolo quando ancora gioca con la piccola proboscide tra le zampe della madre, dovuto forse alla pelle grigia e incartapecorita, piena di mille rugosità incavate. Quelle sue zanne, preziose e maledette, risplendenti o corrose e spezzate dalle lotte e dagli anni, le enormi orecchie frastagliate, quel suo naso improbabile, estensione multiuso che gli consente ogni attività, quella tremenda necessità di nutrire in continuazione un corpo enorme con masse di cibo che sterminano e distruggono l'ambiente in cui vive più di qualunque avido deforestatore.
Rimani a guardarlo ammirato quando si sposta con movimenti così rallentati da farlo apparire sempre come un lanciatore del peso alla moviola; ti sollazzi divertito quando occupa prepotente le pozze d'acqua e di fango, cacciando tutti gli altri con una mole che non ammette concorrenza, si arrotola nella mota, si spruzza di acqua, si ricopre di limo soffiandovi poi ancora sopra polvere rossa, come una bella di altri tempi che nel suo boudoir, si ricopra di uno spesso strato di cipria per nascondere gli insulti del tempo. Il parco di Tarangire è il luogo che ospita la più alta concentrazione al mondo di elefanti. Direi che, quindi, è opportuno non lasciarselo scappare per chi programma un giro dei parchi del nord della Tanzania. Si tratta di una vasta area attorno al fiume omonimo, quindi decisamente ricca di acqua e di alberi anche durante la stagione secca. Tutto il territorio è punteggiato da boschi grandi e piccoli di baobab, questo straordinario albero, che è un po' il simbolo dell'Africa. Qua e là vedi tronchi enormi anche quando appaiono piccoli rispetto ai compagni, sformati come fiaschi e bottiglie giganti, dalla corteccia grigia e lucida, quando non ancora è stata strappata, lacerata, devastata e ridotta in striscioline secche dai gruppi di pachidermi che si aggirano nelle vicinanza e che li usano per grattarsi, per affilare zanne e denti o semplicemente per sfogare una voglia di movimento repressa nel corpaccio apparentemente goffo ed invece mobilissimo ed agile all'occorrenza.
Gli altri animali, impala, waterbok, facoceri, giraffe, gazzelle, babbuini e naturalmente zebre e gnu, sono sparsi qua e là tra il bush e l'erba alta, ma nelle vicinanze delle ansa del fiume o lungo le pozze formate dai rivi che vi affluiscono, vedi subito, seminascosti tra il verde delle foglie, gruppi più o meno numerosi di pachidermi che dall'alba foraggiano nell'erba più alta. Non si resiste e si cerca subito di andarvi appresso seguendo le piste contorte che si inoltrano tra gli alberi: Così può capitarti di fermare l'auto al centro di un intrico di pozze d'acqua e cespugli. Rimani fermo ad osservare, circondato solo dal rumore della vegetazione frantumata dalle mascelle e d'improvviso, ti ritrovi completamente circondato. Elefanti da tutte le parti, infangati che ruzzano nelle pozze a turno, tra le piante a sfregarsi sui tronchi, nel folto a foraggiare erba grassa e ricca. Lì vedi solo i grandi dorsi seminascosti tra i rami; laggiù, intere famiglie che si spostano lentamente allo scoperto; qui madri che accudiscono ai più piccoli spingendoli delicatamente con la proboscide, una allatta un nato da poco che cerca agitatissimo la mammella mentre i mediani e i più grandi, si vedono anche tre generazioni accanto alla stessa madre, già fanno prove di lotta per prevalere nelle complesse gerarchie del gruppo. E' tutto un muoversi, un soffiare, senti strappare erba, dilaniar corteccia, spruzzar di fango.
La sensazione di fondo però non è completamente tranquilla, perché se è vero che la maggior parte degli animali fa il suo lavoro come se tu non esistessi, buttando al massimo uno sguardo apparentemente distratto mentre si muove lateralmente, i grandi maschi singoli che, evidentemente hanno uno specifico compito di controllo dell'area e di quanto avviene attorno all'orda, continuano a mangiare, ma in maniera più nervosa e infastidita. I segnali sono chiari, si dondolano spostando i testone di lato, fanno qualche passetto avanti e indietro nella tua direzione, ti guardano fisso e intenzionalmente agitando le orecchie. Senti senza ombra di dubbio di essere intruso, di trovarti in un luogo in cui non non sei gradito e che la tua presenza infastidisce tutti. Quando i più vicini cominciano ad alzare il testone e la proboscide, mostrando la bocca aperta e agitando sempre più velocemente le grandi orecchie, la minaccia si fa più concreta. Il problema è che essendo completamente circondati da oltre cento elefanti, in ogni direzione ci sono corpi, groppe, orecchie e code che sventagliano l'aria e che occupano ogni via di fuga tra i sentieri e le piste tracciate. Vorresti allontanarti, ma non puoi. Non resta che rimanere immobili, quasi senza respirare, senza fare scatti improvvisi o guardare troppo quegli occhi piccoli che continuano a fissarti e che dicono chiaramente - andatevene via!-.
Rimani lì per un tempo indefinito come una statua di sale di fronte ai colossi grigi che manifestano perentoriamente il possesso di un territorio. Caricheranno l'auto? Sembra che non lo facciano alla fine quasi mai, ma questi in particolare lo sapranno che non è il caso e che poi la media conta fino ad un certo punto? Intanto l'orda continua a spostarsi lentamente tutto attorno; alla fine si crea un piccolo varco nella giusta direzione di fuga. Ti allontani lentamente, i guardiani paiono dire: - Alla buon ora, l'avete capita che ve ne dovete andare! - e vittoriosi si girano a strappare qualche ciuffo d'erba tenera. Davvero una sensazione primordiale ed intensa. Continui per tutto il giorno a girare nel parco e ancora altri pachidermi ti sbarreranno la strada o alternativamente li vedrai piccoli e lontani sulla riva del fiume o ad allontanarsi tra le piante. Le scimmie dispettose in agguato ti ruberanno ancora il pranzo mentre te ne stai a guardarli da una balconata naturale all'ombra di un immenso baobab, ma prima di lasciare definitivamente Tarangire, devi concludere, che forse l'animale davvero padrone del parco non è l'elefante. Infatti, fin dal primo mattino all'ingresso, alla sera quando te ne vai mentre il sole è ormai basso, nemmeno per un istante non sei stato martoriato da nugoli fitti di mosche tze tze, che per tutto il giorno non hanno dato neppure un attimo di tregua.
Sono una specie di tafano piuttosto grosso, lungo e sottile, di una mobilità e velocità inusuale al confronto delle comuni mosche che, quando prendono di mira un'auto non la mollano più. Lo sciame continua a seguirti ti si posa dappertutto alla ricerca delle mucose più tenere, cerca di entrarti in bocca, sugli occhi, senza il minimo timore, intanto per quanto cerchi di schiacciarle o cacciarle sono sempre più rapide del gesto delle tue mani. E' una persecuzione ossessiva che, all'inizio, terrorizzato dai pericoli che il solo nome ti fa paventare, ti costringe ad un ipercinetico dibatterti, che provoca un insensato dispendio di energie, poi col passare delle ore, finite le scariche di adrenalina, ti lasci andare al destino, succeda quel che deve succedere e capisci come mai bambini, donne, adulti rimangano alla fine immobili, esausti, vinti infine, senza reagire più, ricoperti da nugoli di questi insetti insopportabili. Così torni al campo, proprio mentre la mosca cede alla zanzara. Ernest dice di non preoccuparsi troppo. Ma e il tripanosoma? Sembra non ci sia troppo pericolo, da queste parti è piuttosto raro. Si dovrebbe essere abbastanza sfortunati per beccarsi la malattia del sonno, almeno così si dice. Adesso scusate vi lascio, da un po' di tempo a questa parte, mi ha preso un certo torpore. Vado a fare un pisolo. Magari ci sentiamo domani e non è detto che poi sia un gran male, non avere voglia neanche di ascoltare un telegiornale.