venerdì 25 aprile 2014

Thai, H'mong e Dzao


Le sorelle Thai 


Il ponte di bamboo
Sveglia ragazzi, questa mattina bisogna alzarsi presto c'è molta strada da fare, in macchina attraverso panorami unici ed a piedi, girando di villaggio in villaggio. Se avrete voglia di venire da queste parti, di certo lo farete anche per riempirvi gli occhi di questi paesaggi, ma la motivazione decisiva sarà sicuramente quella di incontrare le etnie che popolano la montagna. Infatti tutto il nord del Vietnam è una costellazione di minoranze molto differenti tra di loro per origini, lingua e abitudini e soprattutto, ed è la cosa più appariscente e che più affascina, nel modo di vestire e di acconciarsi. Sono pochissime oggi, le zone del mondo dove è possibile osservare una così grande varietà di stili di vita e non passeranno molti anni a che tutte queste differenze saranno destinate a scomparire a favore di una uniformità globale che inarrestabilmente sta conquistando il mondo. Attenzione, non ho detto che questo sia un male o un bene. E' un discorso complicato che faremo un altro giorno, sto solo dicendo che è una conclusione inevitabile, già accaduta in molti altri luoghi, dove sono rimasti solo degli zoo umani per turisti paganti, dove fare il figurante di una etnia è un normale lavoro e quindi, nel caso vi interessino queste cose, dovete andarci prima che scompaiano definitivamente. Ma adesso lasciamo queste chiacchiere da parte e venite con me, perché qui bisogna camminare e io faccio già fatica a far questo, figuriamoci se devo anche chiacchierare.

Thai nera
Dopo un po' di chilometri tra ripe scoscese e scalinate di risaie digradanti, arrivate a Tu Lè, un piccolo villaggio del fondovalle occupato dai tanti rivoli di un torrente che si sfrangia in un letto vasto e destinato ad essere completamente invaso nella stagione delle piogge. Prendiamo un piccolo sentiero e basta superare i primi arginelli tra le camere delle risaie più basse e subito ti perdi nella campagna, proseguendo tra boschetti e orti familiari. Nascoste tra gli alberi, le capanne di piccoli agglomerati, case di legno su basse palafitte abitate dai Thai bianchi. Sono i grandi coltivatori di riso del nord ed hanno occupato quasi tutte le aree di fondovalle, dove coltivare è più facile e le risaie sono più grandi e produttive e vivono quindi una condizione più prospera di altre etnie confinate sulla sommità delle montagne. Le case infatti sono tutte piuttosto grandi e strutturate e dappertutto implacabili coperture di eternit hanno sostituito le frasche di foglie di palmizio. Le donne portano una gonna lunga e stretta, i capelli sono raccolti a crocchia e circondata da grandi fazzoletti a trama incrociata multicolore. Passare tra le case è piacevole, dappertutto vieni accolto con sorrisi quando non da inviti ad entrare facendoti largo tra maiali ed anatre. Ecco una signora accovacciata nell'orto a mondare rape. Allarga subito la bocca per mostrare orgogliosa, il suo arco di denti colorati di nero, bellezza assoluta, tra cui ne spicca uno d'oro.

Thai nero
Ride soddisfatta, poi, incroci donne con le gerle sulle spalle che vanno da un campo all'altro, ragazzi che raccolgono pietre dal fiume, torme di bambini che arrivano da scuola con le uniformi uguali anche se un po' malandate. Seduto sul gradino di legno di una casa, un vecchio dai denti spettinati costruisce un paniere di vimini e ti saluta ridendo senza paura di mostrare l'arcipelago della sua bocca. Di tanto in tanto incontri un braccio del torrente a far da barriera. Bisogna attraversarlo con una specie di ponticello costituito da due canne di bamboo, su cui procedere come sulla trave di equilibrio appoggiandosi ad una terza canna che dondola pericolosamente. Per te vecchio bolso panciuto, sarà un'impresa terribile, avanzando a fatica, un piede dopo l'altro con continui pencolamenti e la preoccupante probabilità di precipitare da un momento all'altro a mollo nell'acqua, mentre subito prima di te leggiadre fanciulle, con le gerle cariche di canna da zucchero, lo percorrono quasi di corsa e poi si fermano a ridacchiare dello spettacolo che ti appresti a dare. Ecco due donne robuste che ti vengono incontro, sono sorelle e ti invitano ad andare con loro ridendo, vanno ad una polla poco lontana, dove l'acqua esce da terra caldissima e tutti gli abitanti del villaggio vicino vanno alla fine della giornata a fare il bagno. La nudità non è un problema e questo è un momento di socializzazione collettiva che fa naturalmente parte del modo di vita di questa gente.

La gonna H'mong blu
Fai davvero fatica, quando il sentiero finisce e ricompare l'asfalto e la tua macchina che aspetta, a lasciare la valle. Sali e scendi un piccolo passo ed ecco sul versante successivo, altri gruppi di case più isolati e sparsi. Questi sono H'mog blu. Le gonne larghe e corte, una serie infinita di piegoline a strisce alternate blu, azzurre e nere, sembrano gonfiate dai sottogonna.Davanti un grembiale nero ed un giubbino ricamato all'inverosimile con complicati tratteggi paralleli. La testa coperta da un gran foulard blu o multicolore, acconciato per il largo. Le capanne basse e più povere hanno il pavimento di terra. In un cortile un gruppo di donne fa festa e ti invita a mangiare, poi quando arrivano le ragazzine da scuola è un assedio per essere fotografate, per ridacchiare, per godere della novità. Altre capanne, un'anziana madre con la nuora che ricamano in un cortile, inginocchiate vicino ad una vecchia macchina da cucire, un grasso gatto accoccolato sulle pieghe indaco della gonna. Sorrisi naturali. Si fa tardi e tutti tornano dal lavoro, gruppetti a piedi, qualche motorino. Un gruppo di giovani stanno portando a braccia un amico; si siedono sulle rocce a riposare. Il tizio ha la testa pencolante, è ubriaco fradicio, ride, guarda in tralice e discute con una ragazza che lo segue palesemente furiosa.

H'mong blu
Lei compita con sguardo truce un telefonino, forse legge qualche messaggio che non avrebbe dovuto vedere, perché di colpo si alza e lo scaglia per terra pestandolo, cerca di dare due ombrellate all'ubriaco che ride chioccio senza reagire, poi se ne va furiosa con grandi ancheggiamenti, facendo dondolate la gonfia gonna pieghettata. Mi sa che tutto il mondo è paese. Bisogna andare, avrai camminato tutto il giorno, qualche granchietto di fiume fritto, tofu e costine, per rifocillarti delle fatiche e recuperare le calorie dissipate, poi ancora un alto passo avvolto di nebbia cerulea prima che cali la sera, superando lungo la strada che scende ripida e tutta curve, gruppi di H'mong colorati e di Dzao neri, le donne alte con la fronte rasata per farla apparire più spaziosa ed imponente, grandi orecchini ad anello ed il cappuccio cilindrico nero, che tornano a casa dopo il mercato, con i bimbi dai cappellini pieni di sonagli sulle spalle o le gerle piene. Poi giù a precipizio tra le risaie prima che sia buio. A Mu Cang Chai la signora Don ha già preparato il thè e le stuoie per la notte. Il marito è sotto la palafitta che ci aspetta. Le zanzare cominciano il loro onesto lavoro.

Dzai nera

SURVIVAL KIT

Se siete venuti nel nord Vietnam per visitare le minoranze etniche, la zona tra Mai Chau e Mu Can Chai è una delle meno battute dai turisti, quindi molto interessante per fare trekking e vedere villaggi senza essere pressati né dagli altri turisti, né da abitanti che col turismo hanno deciso di campare. Quindi tutto molto piacevole e naturale. Camminate tranquilli da un villaggio all'altro, saranno gli abitanti stessi a parlare con voi o ad invitarvi in casa. Assicuratevi di avere le batterie cariche e molta memoria libera nelle schede, ne avrete bisogno. I trekking più interessanti e facili, da fare in giornata sono attorno a Tu Lè.

Lungo tutte queste valli potrete vedere H'mong, rossi, blu e fioriti, Thai bianchi e neri, Muong e Dzao neri.

Dal passo di Khau Pha (1500 m) a Mu Can Chai, paesaggi strepitosi, considerando che qui ci sono le risaie terrazzate più belle del Vietnam. Molte le possibilità di homestay presso le famiglie locali, attorno ai 100/150.000 dong a testa per notte.






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giovedì 24 aprile 2014

La terra dei Montagnards

Il traghetto


Donna H'mong
Notte perfetta a Mai Chau. Subito qualche abbaiar di cani lontani, poi tutto un gracidare di rane. Quando è ancora buio cominciano a cantare i galli, arrochiti  e orgogliosi. Sulle superfici a specchio delle risaie la luna riflette bassa, prima di essere inghiottita dietro le colline e digerita dal rosa che sbianca la notte attraverso i finestroni della palafitta. Scendi piano la scaletta per non svegliare nessuno e l'esigenza inderogabile che ti costringe a farlo è benedetta, perché ti cala nel mondo magico della corte antica di questo gruppetto di capanne addormentate a godere di un momento imperdibile che vuoi trattenere a lungo, sapendo che lo perderai tra poco, troppo presto. Ricordi lo stupore nel viso di due ragazzi francesi quando hai chiesto perché si sono fermati qui per una settimana. Davvero una domanda stupida. Invece tra poco devi lasciare la valle. Ecco dunque che la strada risale la montagna tagliata a gradoni sinuosi che si perdono avvolti dalla nebbia azzurra, leggera, bagnata che ti confonde i rari bufali e le sagome degli uomini chini nel fango. Procedi in un mondo seminascosto alla vista, che i brevi scorci liberi tra i precipizi ti fanno immaginare più selvatico e spopolato. E' terra di H'mong Rossi e dei H'mong Fioriti che vivono in capanne isolate su ripe scoscese dove la risaia non arriva, coperte di boschi qua e là, ma feriti da una agricoltura antica e predatrice, il taglia e brucia che devasta ma consente di sopravvivere, dove mais e manioca hanno sostituito il papavero da oppio, ma che in pochi anni lascia la montagna scoperta e preda di frane. 

Piantagione di thè
Col passare delle ore il sole vince la nebbia e il paesaggio diventa dominante lungo tutto il plateau di Moc Chau, le risaie tornano a dominare la valle, mentre le colline addolcite sono coperte da piantagioni di thè. Quando passi qualche piccolo agglomerato di capanne, vedi sempre piccoli crocchi di donne H'mong e diventa gioco cercare di indovinare dai colori delle ampie gonne il gruppo specifico di appartenenza, i Rossi, i Fioriti, i Neri. La strada prosegue in continua discesa costeggiando il lago Đà fino a che non ci si butta direttamente dentro. La coda che aspetta il traghetto è minima, un camioncino, un paio di moto. Attorno, qualche bassa costruzione di commercianti che raccolgono il mais e la manioca della valle. Monti di pannocchie rosse che aspettano di essere caricate su piccole chiatte. Sacchi spigolosi di lamelle di radici già essiccate. Subito dopo, la valle di Pu Yen, un altro magnifico seguito di risaie lungo il fiume che di tanto in tanto si allarga consentendo sequenze di zattere di bamboo dove allevare pesci e crostacei di fiume. Una cittadina anonima consente una sosta nutritiva. Dopo aver evitato con cura il ristorantino che offre golosi piatti di gatto (mèo, tanto per riconoscerlo subito dalle insegne), ti ingozzi di manzo all'aglio e germogli di bamboo, frittatine e una specie di salame, almeno questo sembra, poi  ti puoi godere ancora un paio d'ore di immagini sempre diverse, basta girare la testa attorno, prima di arrivare a Muong Lo, la capitale dell'etnia dei Thai Neri. 

La hall dell'Hotel Muong Lo
Non ci sono molte opzioni, ma l'hotel Muong Lo è davvero spassoso con il suo kitch cinese, sovraccaricato fino all'inverosimile di sculture di legni duri, di marmi, di porcellane gigantesche. Vasi colossali, quadri in rotoli dipinti, contenitori di vetro ripieni di serpenti sotto spirito e sculture enormi che occupano ogni spazio libero, di animali fantastici, draghi, leoni di pietra fino al gigantesco rospo di radica che occupa quasi tutto lo spazio libero della hall. I tavolini e le sedie, ricavati da tronchi interi sono così pesanti che è impossibile spostarli. Il giardino è tutto un susseguirsi di bonsai giganti, un ossimoro inspiegabile. Il ristorante deve essere molto gettonato dalla classe ricca del paese perché è pieno zeppo, ma forse è per la possibilità offerta dalla adiacente sala karaoke da cui escono ululati esilaranti ma comprensibili, comunque in linea con le dissonanze tonali della lingua vietnamita. Conviene fare un giro in paese, fermasi un poco ad osservare i negozi cittadini, con le ultime novità che arrivano dalla grande città, biciclette ancora fasciate, strumenti agricoli, piccole officine che estrudono fiocchi di cereali, il mercato ancora più colorito dei soliti, se possibile, soprattutto grazie alle venditrici dai copricapi variopinti accoccolati sulla enorme crocchia tipica di questa etnia. Le più divertenti sono le ragazze che calzano sulla cofana il casco del motorino, che appare così come appeso per aria, mentre i lacci pendono inutili ai lati del viso. 

Coltivatrice di rose
Anche i tradizionali cappelli  a cono dondolano sulla cima del pan di zucchero in equilibrio instabile. Mescolati tra i clienti, Thai, H'mong, Dzao, Muong, identificabili dalle fogge dei copricapi o dai colori dei giubbetti e delle gonne. Dietro il mercato, una serie di orti e giardini dove si coltivano grandi estensioni di gerbere carnose che portano ricchezza e rose, uno dei fiori più amati dalle romantiche ragazze vietnamite, Ma attenzione, quando le regalate, scegliete solo i boccioli più grandi e ben chiusi. Una rosa aperta, coi petali larghi che mostra tutta la sua maturità, è giudicata già quasi appassita e volgare, non più in grado di donare tutta se stessa e sarà di certo meno gradita. Per questo, in mezzo ai fiori, schiere di donne incappucciano, con pazienza infinita, le migliaia di boccioli dai colori pastello con piccoli coni di carta, per serbarne più a lungo la freschezza virginale. Tutto intorno le risaie che vanno fino al limitare dei boschi, punteggiati da gruppi di capanne basse e tozze, quelle dei H'mong o sopraelevate su corte palafitte, quelle dei Thai. Magari domani, se avete voglia, venite con me a fare un giro a piedi sugli arginelli per scoprire chi ci abita. Non ne sarete pentiti. 




SURVIVAL KIT

Donna Thai nera
Hotel Muong Lo Nghia Lo/ To 1-Phuong Tan An - (Circa 20$) a 1 km dal centro, pulito, economico , wifi free, anche il ristorante è valido.

Godersi la vallata tra Nai Chao e Muong Lo lungo il lago Đà , ci vuole quasi tutto il giorno. Fate frequenti stop per le foto perché lo merita.

Per evitare di mangiare il gatto nella valle di Phu Yen controllate i cartelli fuori del ristorante, ci deve essere scritto mèo, appunto: gatto. E' segnalato in quanto specialità più costosa. Stessa cosa se invece lo volete mangiare.

Questa zona è meno turistica di altre del nord, quindi fermandosi nei villaggi o girando nello stesso mercato di Muong Lo si è accolti con molta gentilezza e senza pressione ad acquistare qualche cosa. 



In moto

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mercoledì 23 aprile 2014

La famiglia Cuong

Il dormitorio


Il paese di Van
Il signor Cuong ha la faccia serena di chi pensa che le cose andranno sempre meglio.Pensa di aver trovato la strada giusta insomma. La sua è una una grande palafitta ai margini del gruppo di case che sta tra collina e risaie. Qualche costruzione intorno, fatta di recente che racchiude un cortile in cui scorrazzano galline e un piccolo cane. Se fosse da noi, lo chiameremmo agriturismo. L'idea gli è venuta cinque anni fa. Da queste parti, nella valle incantata, circondata da colline che  dietro si cambiano in montagne, disegnando un palcoscenico naturale alle risaie a gradoni, arrivavano parecchi stranieri, giravano un po' qua e là e cercavano sempre qualcosa da mangiare e poi da dormire. Qualche volta ne ospitava qualcuno anche per capiva cosa cercavano questi ragazzi strani e tra l'altro, pieni di dollari. La moglie, come tutte le donne sempre più sveglia, capì subito che quella gente continuava a venire per passaparola, folgorata da una bellezza che a loro non appariva così, evidente, forse abituati ad averla da sempre sotto gli occhi. Così pensarono di farne un lavoro. Sulla palafitta grande prepararono una serie di futon e di coperte per la notte e un po' di tavoli sotto e poi cominciarono a far girare la voce nelle agenzie di Hanoi. Così adesso la gente arriva, scarica i sacchi di sopra, lui ha preparato le biciclette, e quelli se ne vanno tutto il giorno in giro nella valle tra le risaie e tornano a casa contenti come grilli. Quando torna la moglie prepara del buon thè caldo e lui si siede con loro a chiacchierare dei vecchi tempi. 

Al lavoro del telaio
Aveva dodici anni il signor Cuong quando finì la guerra con gli Americani. Suo padre stava al sud nel Delta a combattere e sua mamma con le altre donne del paese mandavano avanti la risaia. Erano tempi duri e ricorda di aver sempre avuto fame. Paura no, anche se quando sentiva il rumore degli aerei che passavano altissimi nel cielo, tutti scappavano a nascondersi nel bosco e lui, bambino, rimaneva a guardare quei piccoli uccelli d'argento che volavano dritti verso le città a scaricare la morte, rimuginando nella sua testa bambina da dove venissero e dove sarebbero andati ogni volta. Non si chiedeva mai perché lo facessero, erano un po' parte delle sue giornate di ragazzo che doveva solo andare a pescare rane dagli arginelli e correre verso il bosco quando la mamma gli gridava qualche cosa raddrizzando la schiena curva dal centro della risaia. Ricorda ancora una grande festa quando si seppe che gli aerei non sarebbero più passati. Tutte le donne del paese ridevano e per qualche giorno nessuno andò nei campi anche se erano i primi di maggio e bisognava togliere le erbacce che soffocavano le piantine di riso. Poi, dopo la mietitura, mentre tutte le donne raccoglievano i covoni secchi nei cortili, arrivò un gruppetto di soldati. Erano tutti mal messi, magri, con le divise malandate e le ciabatte ai piedi. Le donne corsero loro incontro abbracciandoli. 

Le risaie di Mai Chau
Piangevano tutti, specialmente quelle che non avevano nessuno da abbracciare e se ne stavano sedute da sole davanti alla loro capanne. Sua madre arrivò davanti a lui tenendo per mano un uomo che lui non riconosceva più. La faccia incavata e talmente magro che le sue gambe ballavano nel pigiama nero troppo largo e quando si chinò per abbracciarlo, lui cercò di nascondersi spaventato, ma poi capì e rimase a lungo tra le sue braccia, cullato dal suo sorriso. Vennero anni duri, ma in campagna in fondo qualcosa da mangiare c'è sempre e adesso non si sta per niente male, le figlie tutte sposate e tanti nipoti da godere; così è proprio piacevole stare qui a chiacchierare con questi stranieri, che arrivano sempre più numerosi. Ormai ha capito bene anche lui quanto sono belle le colline della sua valle. Certo, erano molto più belle una volta volta, quando in primavera si coloravano tutte dei petali bianchi e rosa del papavero che coltivavano i H'mong e comincia a ridacchiare e a raccontare del nonno che si ritirava di sopra sulla stuoia mentre la nonna gli preparava una bella pipa. Ancora adesso girano della grandi pipe fatte con la canna del bamboo, ma dentro c'è solo tabacco che vendono al mercato, i H'mong che stanno nelle capanne sulle colline, da oltre vent'anni seminano solo mais e manioca. 

Danze dei Thai bianchi
- Eh! Tutta roba naturale da noi, roba che fa bene, ci teniamo alla salute - dice il signor Cuong, mentre la moglie arriva con gli involtini di carne, la carpa fritta, le verdure alla griglia e le frittate. Il sentimento ecologico ha fatto breccia anche qui, almeno così pare. Intanto sulla piazza del villaggio arriva un camioncino che comincia a scaricare lastre di eternit bene impilate. C'è la fila, qualcuno col motorino, altri con un piccolo carrello se ne prendono avidamente due o tre a testa e se ne vanno a casa a tagliarsele in pezzi più piccoli, con un seghetto a mano, per finire la copertura del tetto della capanna. Certo, volete mica che teniamo ancora le foglie di palma secche che bisogna cambiare ogni cinque o sei anni. Adesso c'è il Pro Si Man (dal francese Cément), roba moderna che tiene il caldo ed è eterna! Guardi in giro e non vedi una capanna che non abbia il suo bel tetto di lastre di eternit che si sfarina al sole ed alla pioggia. E sarà così per tutto il nord del Vietnam. Intanto cala la notte e si raccontano storie strane. Sembra che in questo villaggio ci siano stati bambini che hanno ricordato la loro vita anteriore e siano andati dritti filati verso capanne dove dicevano aver abitato nell'altra vita descrivendole minuziosamente senza averle mai viste prima. Il signor Cuong dice che è un paese di gente buona, dove si vive bene e tranquilli e le anime non vogliono più andarsene, così ritornano e rinascono lì. Altro che Eternit. Allora andiamo a berci dalle lunghe cannucce, un orcio di vino dolce di riso che è meglio, intanto che le figlie e le altre ragazze del villaggio, appositamente convocate ballano come quando si fa la festa vera del paese.

Bevuta di ruou can

SURVIVAL KIT

A Mai Chau ci sono diverse sistemazioni in homestay attorno ai 100/150.000 dong a notte, si dorme in cameroni comuni su palafitta con zanzariere, in villaggi Thai. Docce calde, pulizia accettabile, Free Wifi! Consiglio quello al centro del paese, Van - 93, road Dien Bien Phu. Affitta anche le biciclette. Dopo cena balli tradizionali e vino di riso (ruou can) in una specie di grolla dell'amicizia, molto buono.

Giro in bici (o trekking a piedi tra le colline), assolutamente imperdibile. Attraversare su facili sentieri tutto il fondo valle dal villaggio di Van fino a Nhot. Risaie, orti e canali, nei villaggi, donne al telaio, contadini e vita di campagna che vi sembrerà assolutamente idillica, visto che tanto il giorno dopo ve ne andate. In stagione occhio alle zanzare.


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sabato 19 aprile 2014

Montagne e risaie

Risaie a Mai Chau

Le montagne del nord sono lì, ad un pugno di chilometri da Hanoi.  Sono montagne selvatiche, piene di dirupi scoscesi, scavate da torrenti impetuosi che formano serpentine d’argento. Forre angosciose in fondo a valli dai fianchi ricoperti di foreste fitte e vigorose. Sembrano luoghi isolati dal mondo e inadatti all’uomo e invece tutta quest’area è sorprendentemente popolosa. E’ la terra dei montagnards, le tribù del nord. Un misto di etnie provenienti dalla Cina, dalla Thailandia e dal Laos che, mescolati all’inverosimile, colorano di arcobaleno questo mondo perduto e lontano. Un universo di popoli con lingue e costumi diversi che da millenni hanno colonizzato questo territorio impervio piegandolo alle regole di una agricoltura impossibile eppure vitale e sufficiente a farli sopravvivere. Di acqua ce n’è tanta, arriva dalla montagna e dal cielo, aprendo varchi, frane e smottamenti di terra, pare impossibile piegare la natura alla presenza umana, eppure particella dopo particella, ogni spazio possibile è stato conquistato. Dapprima ogni pezzettino di terra libera è stato spianato, suddiviso in piccole porzioni dai confini ondulati e rilevati, le camere di risaie microscopiche e poi giorno dopo giorno, la pervicacia dell’uomo e le sue necessità di sopravvivere hanno rubato ai fianchi del monte altre piccole porzioni, una fettina alla volta, risalendone i versanti qualunque fosse la loro pendenza e trasformando tutto il nord montuoso del Vietnam in uno dei paesaggi più incredibili e fiabeschi che si possano vedere. 


Capanna di Thai bianchi
La strada sale da una catena all’altra, superando passi e contrafforti in sequenza e ad ogni curva si apre una nuova scalinata di risaie che hanno  trasformato il monte in ritagli d’argento che precipitano nel vuoto, mezzalune frattali in cui si specchia il cielo sempre coperto di nuvole bianche. A tratti la nebbia ti impedisce la vista, poi, quando si dirada un poco, ecco un nuovo quadro pararsi dinnanzi, altri gradoni infiniti che precipitano verso il basso. Capanne sparse o a gruppi si aggregano su qualche anfratto più scosceso o dove le rocce impediscono di formare altre risaie. Bufali grigi e pelosi sbuffano con le zampe piantate nel fango. Rivoli d’acqua scendono da una camera all’altra verso il basso. Più sali per la montagna è più l’agricoltura diventa difficile e faticosa. Dove la risaia non è più possibile e il precipizio più ripido, rimane spazio per il mais, seminato chicco a chicco in piccole buche. Qui è terra dei H’mong, i più poveri e isolati, forse arrivati per ultimi e per questo rimasti con le condizioni più difficili. Il fondo valle invece è appannaggio dei Thai bianchi e dei loro villaggi su palafitte circondati dalle risaie digradanti. Mai Chau è al centro di una delle valli più belle. Dovunque giri lo sguardo ti sembra di vedere un quadro perfetto, risaie lussureggianti, canali che gorgogliano, speroni di roccia che strapiombano carichi di verde. Piccole stradine e sentieri a zig zag la percorrono tutta. Le percorri in bicicletta ed entri nel quadro. 

Allevamento di anatre
Le ragazze a mollo che trapiantano le piantine verdi, fanno grandi saluti con le mani, alzando i cappelli a cono. Un uomo tenta di mantenere diritto un aratro di legno mentre il bufalo tira ansimando, le zampe tese piantate nel fango. Ecco un altro gruppo di capanne. Non c’è quasi nessuno, sono tutti nei campi. Orti pieni di zucche, insalate e steli diritti di cipolle. Le foglie larghe e frastagliate dei cavoli coprono il terreno scuro. Nel pantano un gruppo nutrito di anatroccoli gialli starnazzano disperati al tuo passaggio. Qualche bambino seminudo che corre tra la polvere dei cortili, sotto una grande palafitta, un telaio. Ne senti i colpi secchi già da lontano. Una ragazza sta lavorando ad una lunga tela colorata: con movimenti secchi lancia la navetta da una parte all’altra, il filo rosso si tende ancora e ancora, i piedi alternano l’ordito, la lama batte e ribatte, la ragazza ride di gusto quando provi a tua volta goffo e lento a muovere ordinatamente i vari pezzi del telaio. Un altro gruppo di capanne, qui la risaia è già verde. Gli steli sono spuntati forti e diritti, il raccolto sarà buono. In mezzo, tra le case, nella palafitta più grande, la famiglia del signor Cuong ci aspetta in piedi vicino al pozzo.


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venerdì 18 aprile 2014

Storia di Lien





Hanoi - Un ristorantino di strada
E' seduta su uno di quei piccoli seggiolini nel ristorantino che dà sulla strada. Forse ha appena finito la colazione di tutti i giorni, una scodella di pho con pezzi di carne di manzo. Se ne sta lì, con il mento affilato appoggiato nell'incavo delle mani, lo sguardo un po' triste, come perso nel vuoto dietro i grandi occhiali dalla montatura moderna. Forse è preoccupata per il lavoro, sempre difficile da trovare e dall'affitto da pagare, una cameretta in periferia, o forse sogna quello che spera sarà la sua vita. Lien ha gli occhi neri e i capelli lunghi lunghi che ogni tanto le vanno di traverso sulla fronte e deve spostarseli di scatto con un tratto deciso della mano. E' magrolina e insolitamente alta per una ragazza vietnamita, ma si muove leggera e morbida come l'agilità dei suoi anni le consente. Certo spicca in mezzo alle altre e non soltanto per la statura, ha il piglio deciso di chi conosce le proprie potenzialità, anche se appare sempre in equilibro instabile tra la sicurezza che le conferisce la sua preparazione e l'essere consapevole delle tante difficoltà che l'incertezza della vita ti impone e che ogni giorno ti mette alla prova. E' orgogliosa Lien, ha fatto l'università, cosa non tanto semplice, per una come lei, figlia di contadini, in questo paese, pieno di concorrenza, tra frotte di giovani combattivi che arrivano da ogni parte, grazie ad una esplosione demografica che si cerca con difficoltà di rallentare. E' stata dura la scuola e ancora adesso ogni tanto ha gli incubi, quei compiti di matematica così difficili, coi risultati che non venivano mai! Si sveglia di colpo tutta sudata e non è l'umidità del monsone. Però, l'esperienza accumulata, la conduce ad una continua lotta tra l'impulsività naturale dei 25 anni e una riflessività consapevole che, cosa poco comune per un giovane, la porta a considerare il passato, ad apprezzarne le sfumature, a ricercarne indicazioni  e aiuto nelle decisioni di tutti i giorni. 

Hanoi - Il lago
Non è facile essere sempre lontano dalla famiglia, lei, ultima tra i figli, forse un poco la cocca di casa, ma andata via presto per studiare, cercare la sua strada nella grande città, conquistarsi la vita da sola. Forse, mentre i motorini passano scoppiettando e intasando l'incrocio, pensa alla mamma al paese, ai suoi abbracci caldi, alle storie che le raccontava, quando era più piccola e tornava a casa dalla scuola dopo una lunga camminata lungo il sentiero fino alla casa fuori del paese con Linh, la sua mica del cuore. Storie di quella guerra lontana quando il papà era andato a piedi fin nelle risaie del delta, a combattere attorno a Saigon ed era ritornato tanti anni dopo, segnato per sempre da quella vita. Storie di fame e di privazioni, di lei che lo aspettava, lavorando per sostenere la lotta dal nord e che poi, quando la morte aveva finito il suo lavoro, si era caricata sulle spalle quasi da sola il peso della famiglia e dei figli che erano venuti. Non le dimentica quelle storie, Lien, fanno parte di lei e del suo essere vietnamita, anche se adesso pensa alla vita di oggi, alle sue difficoltà e anche alle sue opportunità, per seguire le quali, però, bisogna lottare, essere sempre pronti, attenti. E' fatica continua. Avrebbe voglia di ridere Lien e di cantare canzoni con gli amici, ma di tanto in tanto il suo sguardo diventa improvvisamente duro, deciso, senza tentennamenti. Perché non bisogna essere deboli, non ci si può fermare troppo a recriminare. Bisogna mettere da parte le debolezze. Magari hai avuto il cuore spezzato, per qualche delusione. Certo sarà stato terribile, ma forse i ragazzi sono così, diversi e spietati e tu che vorresti soltanto dare tutta te stessa in cambio di un gesto d'affetto, per poterti affidare sicura, ricevi invece in cambio una delusione così forte da apparire irrimediabile. 

Ragazzi che mangiano semi di girasole al karaoke
O forse non è davvero così, forse non saranno tutti uguali davvero; allora gli occhi diventano improvvisamente dolci e lo sguardo si perde lontano. Forse Lien fa sogni romantici, ricevere fiori e sorrisi e una carezza lieve sui capelli. Lien sogna l'amore e sogna la vita. Ridere con le amiche, passare una sera al karaoke a scherzare, a cantare canzoni stonate, a raccontarsi cose divertenti, a leggere poesie, a parlare di viaggi impossibili in terre lontane, bellissime, esotiche. A conoscere persone nuove e imparare cose, misurarsi, confrontarsi, vivere. Inclina un poco la testa Lien, da un lato e gli occhi si perdono lontano, canta una canzone dolcissima, forse una ninnananna, quella che sentiva bambina dalla sua mamma. La sua voce è così diversa da quando deve prendere decisioni, altalenante e quasi spigolosa per i toni dissonati della sua lingua, è diventata musica di seta, carezza delicata. Poi guarda l'ora e si alza di colpo, si deve andare, la giornata comincia. Manda un'ultimo messaggio dallo smartphone, ancora occhiata a facebook, poi bisogna incontrare persone, risolvere i loro problemi, svolgere un programma cercando di farlo nei migliore dei modi, sperando che non siano eccessivamente pretenziosi o rompiscatole, trovi quello accomodante e quello a cui non va mai bene niente e tu sei in mezzo e devi anche preoccuparti di come sarà il loro giudizio finale. Ma in qualche modo ce la farà Lien, è brava e se li rigirerà facilmente fino a quando non arriverà l'ora di andarsene a letto e rimanere un poco a sognare il futuro bellissimo che la aspetta. Non smettere di sognare Lien.

Hanoi - Il ponte rosso

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