domenica 8 gennaio 2012

Calcolare non stanca.


Posso dire con ragione di appartenere ad una generazione che ha visto cambiamenti così incredibili da non essere previsti neppure dai più arditi e fantasiosi scrittori di fantascienza, quelli che riempivano di sogni le mie passioni giovanili, ma tra tutti, quello francamente più inaspettato e strepitoso è stato quello legato allo sviluppo degli strumenti di calcolo e delle loro implicazioni a cascata che hanno avuto sulla vita di tutti. Ero un ragazzo e quando acquistai la Lettera 22 per battere a macchina la mia tesi, mi parve un tale passo avanti, rispetto a quanto circolava a quel tempo, da lasciarmi orgoglioso di come una azienda italiana avesse saputo interpretare uno strumento non nuovo, in maniera così bella ed elegante. Ne avevano parlato proprio al mio esame di maturità, della bellezza artistica di cui era rivestito questo oggetto, tale da essere esposto al MOMA come esempio massimo del design italiano assieme alla Vespa. Era bello pensare a quanto eravamo preparati a fare, la capacità di unire la bellezza all'intelligenza. Uno dei miei compagni di stanza intanto, studiava fisica e programmava in Fortran in facoltà, ma, essendo studente gli toccava la disponibilità di quello che allora si chiamava cervello elettronico, solo dopo la mezzanotte e prima delle 8 di mattina, nelle altre ore la preziosa macchina lavorava per chi ne aveva più titoli. 

Quello strumento, noi profani la immaginavamo come una mostruosa macchina di Turing che tra borborigmi misteriosi, macinava algoritmi (si cominciava a sentire in giro questa parola sconosciuta) per dare risposte su un nastro infinito ad un Entscheidungsproblem sulle cui decisioni potevano derivare nuove ed insospettate risposte. Il cervello elettronico, che macchina strepitosa, eppure si diceva così enorme e costosa per poter ottenere calcoli veloci, è vero, ma incapace di risolvere anche semplici problemini logici, altro che giocare a scacchi! Lessi su un'articolo che illustrava la cibernetica (la nuova scienza) che per avere una di queste macchine che giocasse men che mediocremente si sarebbe dovuto riempire di valvole e frigoriferi l'intero Empire State Building. E' da queste affermazioni che si misura l'incapacità previsionale dell'uomo. In neanche 50 anni ecco per pochi euro una piccola scacchiera in grado di battere il campione del mondo in carica! Ma allora ne eravamo così lontani. Io mi dibattevo con derivate ed integrali, imparando ad usare il regolo e a tirare righe sul tecnigrafo e intanto quelle macchine lasciavano gli spazi elitari della scienza per penetrare nelle aziende. Al mio primo lavoro, proprio dietro la mia scrivania si apriva una porta invalicabile che portava al Centro meccanografico, una specie di casta chiusa dove per i non iniziati non c'era accesso. 

Una schiera di ragazze digitavano tutto il giorno, alacri su tastiere giganti, che di lato sputavano schede perforate in continuazione, che poi, raccolte religiosamente in pacchi venivano inserite in un altra macchina che le sfogliava a velocità vertiginosa, in grandi armadi giravano vorticosamente ruote e nastri, sostituiti poco dopo da enormi dischi che vibravano frusciando e imponendo ad altre macchine di stampare quintali di carta piegata ordinatamente in tabulati così pesanti che nessuno osava consultare mentre venivano trasportate su carrelli a ruote. Nel frattempo, quell'azienda che aveva ormai capito che il futuro non era nelle macchine da scrivere e non erano intuizioni difficili dato che assumeva anche un sacco di filosofi e di umanisti accanto agli ingegneri, progettò una macchina per calcoli complessi che funzionava sul principio dei grandi calcolatori, così piccola ed economica da poter con buona ragione essere considerata alla portata di clienti individuali e non solo di grandi aziende, il Programma 101. Ma con la morte di quell'imprenditore dai sogni grandiosi, nessuno raccolse il testimone e l'idea emigrò presto in luoghi con la straordinaria capacità di sviluppare e far fruttare le buone idee altrui ed ecco che, di punto in bianco entrò nelle case di molti quello che si cominciò a chiamare computer. 

Il Commodore 64 che teneva nascoste in quella piccola tastiera addirittura una memoria da 64 K, 64000 bytes, una cosa davvero prodigiosa ed impensabile e senza neanche una valvola o altro e ti veniva voglia di imparare il Basic e farti programmini per giocare o calcolare. A partire da quel momento lo sviluppo fu tumultuoso. In pochi anni 286, 386, 486, pentium ed ogni 18 mesi si assisteva al decuplicarsi di memorie, prestazioni, potenza di calcolo. Su ogni scrivania divenne un obbligo imprescindibile, prima in ogni ufficio e poi in ogni casa.  Certo lo sviluppo dell'hardware era il vero potere. E invece in un attimo ecco che fu il software ad prendere il sopravvento, a diventare il vero potere. Poi sempre nuovi sviluppi, ed ecco internet, mai ipotizzato da nessuna fantasia letteraria, che ha racchiuso il mondo nella sua rete invincibile, così ricca di possibilità, di potenza, di sviluppi, di pericoli. Temutissima, ma ormai imprescindibile e tale da non poter più essere fermata né dal potere, né dall'economia, con tutti i suoi sviluppi ed implicazioni, nella comunicazione, nel lavoro, nel sociale, nel cambiare il modo di pensare. Anche se si tenta in ogni modo di averne il controllo, la sua natura scivolosa e sfuggente la rende imprendibile e proprio la sua permeabilità ne impedisce il dominio, come la rete trattiene il pescato, ma non riesce a contenere l'acqua raccolta che sfugge inevitabilmente in mille rivoli diversi. Cosa sarà domani? 

Che sciocchezza tentare di prevederlo, si farebbe la fine di quei futurologi degli anni '50. Certo è uno dei pochi campi dove lo sviluppo continuerà tumultuoso e alla lunga il prodotto delle intelligenze non è mai negativo, anche se a tratti può diventare problematico e pericoloso. Io ci credo e pensare che le cose che avrei scritto allora sarebbero finite in un cassetto, lette da me solo, per essere trovate da qualche mio nipote e buttate direttamente nell'immondizia, mentre adesso, mentre scrivo queste elucubrazioni, dall'altra parte del mondo qualcuno le legge in diretta, mi dice cosa ne pensa e rimangono lì, indegnamente consegnate all'eternità, mi eccita e mi soddisfa. Mi basta poco, lo so, ma  é entusiasmante e mi sembra di essere ancora in quegli anni a casa di un amico mentre si costruiva sulla scrivania un suo calcolatore. Io gli chiedevo con ansia "Ma quanta memoria ha?", "1 K" mi rispondeva orgoglioso e già ci sembrava di sognare.


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2 commenti:

Blogaventura ha detto...

Abbiamo visto il mondo evolversi, da un punto di vista tenico-scientifico, in un modo incredibile. Vorrei vederlo trasformarsi o, almeno, cercare di cambiare più decisamente, sul piano etico e sociale. Forse è un sogno, ma abbiamo il dovere di crederci. Un salutone, Fabio

enrico ha detto...

@Bloga - sarà dura. l'uomo si è sviluppato grazie al suo egoismo, trasformarlo in Homo Eticus sarà una bella impresa, una nuova specie nasce solo ogni qualche centinaia di migliaia di anni

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