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mercoledì 20 marzo 2013

Ritorno a Dar es-Salaam.







Rimane ancora una pratica da espletare a Selous. Un giro a piedi nella foresta per sentire, liberi dal mezzo meccanico, il respiro vicino di questa terra. Detto così suona un po' pomposo, ma in effetti, il bozzolo psicologico della scatoletta di latta del fuoristrada, ti dà una sensazione protettiva che comunque rappresenta una barriera estraniante, ti mantiene in una posizione di osservatore passivo piuttosto che attore partecipante ad una rappresentazione di vita vera. Camminare tra gli alberi, nel fitto dei tronchi e non capire più dopo pochi metri e qualche giravolta, dove sia rimasto il punto di partenza e sentirti irrimediabilmente perduto, ti rende parte di un mondo che rischierebbe di rimanere comunque estraneo  e lontano, occasione di immagini da catturare, di impressioni di primo impatto da razziare e portare a casa come collanine e paccottiglie da perdere in un cassetto  minore della mente. Alle sei è ancora buio pesto ed è disagevole lasciare la mia tana notturna senza mettere il piede in fallo e precipitare dalla scaletta dai gradini marci e malfermi. Gli ippopotami hanno già comunque lasciato il bosco dopo la rumorosa strippata notturna e sono ormai a mollo nell'acqua, quindi ci si può inoltrare lungo il sentiero che conduce all'area di ritrovo centrale del campo, con una certa tranquillità. Kassim, il barcaiolo di ieri, indispensabile tuttofare che aveva anche servito la cena, probabilmente stanco per i mille doveri e le molte incombenze, ronfa ancora della quarta e compare solamente dopo un po' con gli occhi assonnati, strascicando i piedi in due ciabattoni slabbrati. 

Ci si inoltra tra gli alberi spostando i rami più bassi, nel chiaroscuro dell'alba. A lato, tra i cespugli, senti rumori leggeri, fruscii sospetti, fogliame strusciato. Animali non se ne vedono ovviamente, già la nostra presenza, l'odore e il fracasso del nostro passaggio, sono deterrenza sufficiente a far fuggire lontano ogni forma di vita animale. Però ne scopri i segni ad ogni angolo. Ecco gli zoccoli di un gruppo di gazzelle, qua a terra sul fondo di un corridoio aperto nel verde, le tracce del passaggio di un'orda di ippopotami al pascolo solo un paio di ore fa, laggiù, le enormi fatte di qualche elefante isolato che ha provveduto a scortecciare un grande tronco di baobab. In una radura più isolata trovi ossa sparse, una grande mandibola calcinata, decine di costole, un bacino spezzato del pachiderma che è venuto a morire qui. Kassim ti racconta le storie della foresta, mostrandotene i segni al passaggio, ogni orma, ogni ramo spezzato ne è occasione, assieme agli alberi giganti che ti circondano oppressivi. Un grande mogano isolato stende radici colossali sul terreno quasi nudo, piccoli tronchi di ebano scuri, dei quali non indovini subito la durezza ed il pregio e poi radici, foglie dai profumi curiosi, erbe medicamentose e tutto quello che lo scrigno della foresta nasconde e ti rivela solo camminandoci dentro. Poi viene l'ora di partire. 

Caricare le valige ed i sacchi sull'auto che ci è stata compagna per quasi un mese, per un ultimo balzo fino a Dar. Ancora pista rossa e polverosa, ancora capanne nel bosco degli uomini della costa, di cui Ernest, sempre attento e preciso, ti racconta di superstizioni e povertà di vita, ruolo di pescatori che si accontentano del poco che regala il mare e che disdegnano l'agricoltura, forse troppo pigri, forse troppo legati a tradizioni antiche, che dietro la capanna hanno sempre un piccolo simulacro in cui si crede stiano gli spiriti guardiani del villaggio, magari col telefonino in mano, ma pronti a bere pozioni magiche per liberarsi dal malocchio, sempre in agguato. Un mondo troppo sconvolto da bruschi, anche se inevitabili cambiamenti. Un'ultima strada in costruzione che ti costringe a tortuose deviazioni,  Il solito cappello di paglia su una testa di cinese che controlla un gruppo di figure sudate che stendono l'asfalto coi badili. Arriviamo sempre troppo presto e in un attimo sei nel caos di Dar, il traffico insopportabile, le code di ore per percorrere pochi metri, le baracche di lamiera della periferia, i venditori che passano da un finestrino all'altro, arachidi, frutta, giornali, libri, vestiti, triangoli, attaccapanni, un mondo brulicante di vitalità esplosiva. Eccoci al porto, una folla di gente con valige e pacchi. 

Una confusione ossessiva e rumorosa, che ti innervosisce e spesso spaventa. Abbraccio Ernest col cuore. Arrivi come turista, te ne vai come amico, recita lo slogan della sua compagnia. Certo lo dirà a tutti quelli che partono, proporzionalmente alla mancia, va bene; ma vi prego, non siate crudeli, lasciatemi immaginare che ci sia una commozione vera in questo lasciarsi, per tutto quello che ci ha dato, per il sorriso ironico con cui ti raccontava le cose, per l'emozione che gli leggevi negli occhi davanti a spettacoli che lui aveva pur già visto mille volte, per le grandi risate quando gli raccontavi barzellette. Da domani sarà di nuovo ad Arusha; lo aspetta ancora un gruppetto di ospiti, l'ultimo della stagione, chissà se simpatici o supponenti, pieni di prepotente maleducazione o invece di curiosità interessata verso il suo mondo, pretenziosi o disponibili, chissà. Se lo chiede ogni volta, ma solo alla fine tirerà le sue somme, aggiungendo anche lui una ulteriore esperienza di vita; poi sarà la stagione delle piogge e lui andrà a ritirarsi nel suo villaggio remoto, sulle rive del grande lago Tanganica, a guardare il blu scuro delle sue acque, sognando il pozzo nuovo da fare. Ancora una stretta di mano trattenuta a lungo, poi la sirena del traghetto chiama ad una nuova esperienza. E' davvero ora di andare.




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martedì 19 marzo 2013

La corrente fangosa del Rufiji.


Fiume Rufiji - Selous N.P. - Tanzania



Il Selous Mbega Camp, non è certamente dello stesso livello del precedente Sable Mountain lodge, con la sua aria di struttura lasciata un po' a se stessa, alle ingiurie della natura e dell'incuria dell'uomo. Tutto all'apparenza è un po' malandato, soprattutto i bungalow, che hanno davvero un'aria un po' sgarruppata e, proprio perché collocati su alte palafitte, con gradini malfermi o mancanti, scale cigolanti e malmesse, ti danno la sensazione di un'Africa lasciata a se stessa, dove la manutenzione è un'arte sconosciuta e tutto sommato inutile. Tutto, prima o poi deve ritornare alla natura secondo i cicli biologici, il legno deve marcire, i metalli arrugginire ed il bosco finalmente riprenderà il sopravvento. E' filosoficamente corretto. Anche questo però ha il suo fascino perverso. Se ti siedi sull'alta veranda dagli assi sconnessi senza far troppo caso agli scarafaggi giganteschi, alle torme di gechi ed a qualche topolino di campagna, ma piccolo piccolo, ti senti avvolto dalla foresta e nel varco tra i rami davanti a te, scorre veloce la corrente limacciosa e scura del grande fiume. Di tanto in tanto, piroghe ricavate da immensi tronchi d'albero, compiono la dura traversata o si lasciano andare ai vortici cupi che mulinano al centro. Senti rami spezzati dalle molte scimmie che li abitano, l'aria è popolata di farfalle colorate, piccoli uccelli tessitori fanno la spola e costruir nidi e più lontano, nel folto, rumori più sordi, più carichi di mistero, che ti fanno considerare il tuo essere intruso al sistema. 

Selous è l'area sterminata in cui fiumi e acque fanno da padrone, presentando così un aspetto diverso dagli altri parchi dominati dalle savane e col fiume bisogna convivere e del fiume vivere al tempo stesso.  Non puoi venire qui e non profittare dell'occasione. La barca a motore, con assi e copertura in linea col resto del campo, raccoglie un altro paio dei rari ospiti, una coppia nord europea, che di certo maledice la spensierata dissolutezza dei mediterranei crapuloni e dissipatori di altrui risparmi; riservato e pensoso lui, lattea e metereopatica lei, la cui pelle appena sfiorata dal refolo di luce solare, pur filtrata da nubi, è già irrimediabilmente vermiglia e rorida, promettendo future sofferenze epidermiche notturne. Disperatamente si copre con ogni genere di foulard, ma un po' l'aria, un po' la temperatura, troppo fredda o troppo calda, le renderanno queste due ore in barca, certamente penose e difficili da sopportare. Io e i miei sodali, invece, balziamo garruli oltre la murata, come ci è consentito certo dalla vigoria e dalla atleticità tipica per età e struttura fisica. Infatti ancor prima di prendere posizione sul mio panchetto, squarcio subito ed irrimediabilmente i pantaloni, cosa che viene sottolineata dai  nordici con una piega sarcastica della bocca. Ma, alla fin fine, pazienza, l'essenziale è non caderci dentro al fiume, come è già capitato l'anno scorso, solo che laggiù avevo trovato solo i batteri fecali di qualche centinaio di milioni di cinesi che stavano a monte, qui invece pare che la popolazione di coccodrilli sia la più densa di tutto l'East Africa. 

Quindi è meglio fare attenzione. Kassim, il nocchiero, avvia con fatica il motore e si porta al centro della corrente, lasciando poi scivolare il vascello lungo la riva scoscesa di terra rossa, dove indovini le violente erosioni delle piene. Gruppi di capanne di fango emergono tra gli alberi; qualche donna è scesa lungo la scarpata a lavarsi sulla riva con i piedi nel fango o a far acqua in catini e taniche. I bambini sguazzano immersi fino al collo. Kassim dice che i coccodrilli ogni tanto se ne prendono uno, ma mi sembra un po' esagerato. Dietro un isolone ricoperto di erba alta, l'acqua è meno profonda e nell'ansa sono immersi a mollo una trentina di ippopotami, che brontolano agitati. Una piroga carica di bimbi con zaini e borse traversa il fiume. Stanno tornando da scuola. Il barcaiolo procede con molta attenzione, cercando di tenersi al largo dalle schiene viola, che però ogni tanto scompaiono sotto la superficie; sembra che gli animaloni, molto territoriali, siano assai infastiditi dall'intrusione dei natanti nel loro spazio e si dilettino nello scivolare sotto le chiglie, per rovesciarli con tutto il loro contenuto, dando poi delle belle zannate a casaccio, ma cercando soprattutto di staccare qualche arto ai naufraghi, tanto perché capiscano che è bene stare alla larga. In effetti bufali e ippopotami sono i maggiori indiziati di incidenti mortali, da queste parti. 

Detto fatto, appena snocciolata la spiegazione, il nostro Kassim si dirige giusto verso la pozza, talmente gremita di pachidermi da occupare buona parte del ramo del fiume. Ma ci sei o ci fai? No, hakuna matata, assicura il nostro tanto per mostrarsi originale, il rumore del motore dà un sacco di fastidio ai nevrotici animali, che, "generalmente" si spostano in aree più tranquille. Va bene, ma li vediamo abbastanza anche da qui senza la necessità di passar loro quasi al fianco, no? Niente da fare, anzi, per meglio godere dell'esperienza, nel momento in cui siamo più vicini, il motore viene messo al minimo per prolungare la sofferente preoccupazione. Per fortuna gli ippopotami saranno stati preavvisati dall'Ente parco, per cui, bofonchiando e spruzzando sterco con il mulinare della coda, in tutto il liquido circostante, per indicare comunque la supremazia sul territorio, il gruppo lentamente si sposta verso l'altra riva del fiume. Santo cielo, meno male che non ci sono coccodrilli. In che senso? E allora, tutti quegli occhietti sporgenti a pelo d'acqua con la feritoia nera sul giallo, il dorso rugoso, marmorizzato e chiaro? Non sono rospi né raganelle, non ce ne sono di così grandi. Stanno lì in paziente attesa lungo la riva, che qualcuno commetta imprudenze; mi raccomando, anche se fa caldo, niente mani in acqua per rinfrescarsi. Eccone lì uno fuori, mimetizzato nel fango tra le erbe. E' piccino e sta immobile come imbalsamato con la bocca leggermente aperta e la membrana dell'occhio a mezz'asta. 

Pare morto, ma basta uno sciabordio dell'acqua e subito saetta il muso appuntito verso il basso, poi si lascia andare alla corrente. Poi due iguane di almeno un metro si lasciano scivolare in basso. Risaliamo la corrente; gli alberi a cui l'erosione ha lasciato scoperte le radici, disperatamente abbarbicati alla riva per non cadere, sono affollati di uccellini minuscoli. E' tutto un pigolar di nuovi nati, dai nidi a penzoloni che oscillano sulla punta dei rami; il martin pescatore testa di martello rimane invece immobile, su un lungo stelo, scrutando lo specchio della superficie, prima di lasciarsi cadere come una lancia verticale a carpire la sua preda. Si ritorna infine al campo, in salvo anche se sdruciti, mentre l'acqua del fiume diventa cupa vinaccia, al calar definitivo della sera. Dopo una parca cena, anche con le pile è difficile ritrovare il sentiero che riporta al bungalow isolato nel bosco. Sono già le nove, è buio pesto; lontano odi il grufolare degli ippopotami che risalgono sulla riva per il sabba notturno tra le frasche, qui il ronzare cupo dello stuolo di zanzare che, incuranti di ogni pur sofisticato prodotto chimico, si preparano al loro banchetto; è arrivata la carne fresca. 




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lunedì 18 marzo 2013

Il parco di Selous.



Parco Selous - Kudu maggiore.

Cicogna dal becco a sella.
L'alba sorge piena nella boscaglia del Sable Mountain Lodge. Ho ancora nelle orecchie i fruscii della notte, il grattare curioso di ciò che si muoveva tra i cespugli bassi sotto le palafitte del bungalow isolato, gli stridori chiocci tra i rami più alti. Mentre nell'oscurità indovinavi il baluginare di occhi gialli nascosti tra le frasche, adesso che la luce penetra e rischiara l'aria gradualmente, tutto sembra addormentato e silenzioso come in un eden dopo la cacciata. Bisognerebbe fermarsi, almeno un po' a meditare, a riflettere, ripensare a Rilke quando diceva: "Ascolta, ascolta l'ininterrotto messaggio che dal silenzio si crea. Ecco fruscia qualcosa e viene a te". Davvero una stretta al cuore, lasciare la collina e il bosco. La pista malandata taglia in due il parco di Selous, il più grande dell'Africa, una immensa superficie solcata da torrenti ed enormi stagni stagionali in cui si insinuano i meandri marroni del fiume Rufiji. Si attraversa anche una vasta area in cui viene praticata la caccia. E' davvero incredibile la differenza del comportamento degli animali che ci vivono rispetto a quelli che popolano gli altri parchi. Intanto, se ne stanno tutti ben lontani dalla strada, in gruppi sparsi, zebre, gnu, antilopi e gazzelle. Quando l'auto corre lungo la pista, gli animali che i vari branchi lasciano di vedetta, la seguono con la coda dell'occhio, le giraffe tra i rami alti e spinosi delle acacie ed i bufali con le zampe ben piantate nel fango, ma appena rallenti o ti fermi per scattare una foto, ecco che, come percorsi da una scossa elettrica, ogni branco, anche quello più lontano si butta in una fuga precipitosa e impaurita, le gazzelle saltando sugli arbusti più bassi, gli animali più corpulenti al galoppo tra i tronchi caduti, lasciandosi alle spalle solo una nuvola di polvere rossa.

Quando sono così lontani da diventare puntini confusi all'orizzonte, finalmente si fermano girando i musi ancora dubbiosi se quella sia la distanza di sicurezza per metterli al sicuro dal colpo fatale. I comportamenti ritornano normali, non appena superi i confini del parco vero e proprio, quasi che un cartello scritto come una sorta di salvacondotto ben chiaro, sia esposto a dirimere le aree e che ogni animale ne sia a conoscenza. Ecco infatti che dopo pochi chilometri anche i kudu, le più timide tra le antilopi, rimangono ferme ad osservarti a pochi metri, il maschio dalla gigantesche corna a torciglione, col capo eretto ed orgoglioso a guardarti fisso negli occhi. Le femmine con i piccoli brucano senza paura pochi metri più in là, mentre una famigliola di facoceri, indaffaratissima, coi codini dritti al cielo come misirizzi, attraversano la strada di corsa. Dove il verde è un po' più fitto gruppi di elefanti devastano i tronchi con la consueta noncuranza o sguazzano nelle pozze di fango scacciando i bufali. Ma lo spettacolo più bello di Selous, dove puoi vedere un'avifauna ricchissima e diversificata, va in scena nei grandi stagni al di là della pista. E' un ecosistema mutevolissimo, a seconda dell'intensità delle piogge e delle stagioni, che crea un' area umida continuamente diversa, che ti costringe ogni volta a ricercare nuovi punti di osservazione. Riesci ad arrivare fino a pochi metri dall'acqua e a distinguere chiaramente gli occhi sporgenti dei tanti coccodrilli in attesa di qualche animale più ingenuo all'abbeverata, mentre più al centro dove l'acqua è appena un po' più profonda i dorsi violacei degli ippopotami sono così fitti da non riuscire a contarli. 

Solo di tanto in tanto qualcuno si agita per trovare uno spazio migliore, alza la testa, spalanca l'enorme bocca per mostrare i canini assassini, poi ricade con un tonfo sotto la superficie e tutto ritorna alla calma. La superficie grigia torna uno specchio che riflette solo i tronchi contorti delle piante che affogano nell'acqua. Sui bordi estremi invece, è tutto un brulicare di ali, di zampe che affondano nella mota, di becchi che scavano il fango della riva alla ricerca affannata di cibo. Gruppi di cicogne bianche, nere, qualcuna isolata dal becco a sella, altre dagli strani becchi ritorti, se ne stanno un po' più al largo con l'acqua fino al ginocchio; più vicini alla riva, aironi bianchi, grigi, egrette candide, zampettano facendosi largo tra le spatole che dragano il fondo  con i becchi a cucchiaio, tra i flamingos che invece lo strusciano lungo una linea verticale o tra i cavalieri d'Italia sulle sproporzionate zampe arancio, tese a compasso per coprire maggiore spazio. Grandi pellicani beccheggiano come idrovolanti alla fonda e neri cormorani infilano il lungo collo sott'acqua per riemergerlo rivolto al cielo in goffi scuotimenti, tesi ad ingollare di fretta il pesce appena inghiottito. Proprio sulla riva un minuscolo airone nero, ha invece un suo modo particolare di nutrirsi. Fa qualche passettino in diverse direzioni, zampetta qua e là come un ubriaco che ha perso la strada di casa, poi si acquatta d'improvviso e allarga le ali come a formare una campana attorno al capo. Così nascosto si ciba dei pesciolini che, improvvisamente al buio non riescono più a scorgere la minaccia incombente. Puoi rimanere a guardare per ore, rapito da uno spettacolo sempre nuovo e diverso, dietro di te un gruppo di impala tra i cespugli, si ripara dal calore che ormai diventa sempre più intenso e penoso.

Parco Selous - Airone nero.


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venerdì 15 marzo 2013

Attraversare Mikumi.


Ragazza di etnia Hehe.


Lasciamo Iringa all'alba con il suo clima di montagna africana. Oggi ci aspetta una lunga strada per arrivare attraverso Morogoro fino al parco fluviale di Selous. Forse è la più bella strada della Tanzania, la nazionale A7 che collega Dar allo Zanbia, al Congo e al Malawi fino al lago Niassa. Lasciando i 1600 metri di Iringa, ci si avventura lungo il Ruaha river, in una serie di meandri stretti tra dirupi di montagne aspre, ma coperte di foresta rigogliosa e apparentemente impenetrabile. Il traffico e notevole, infinite teorie di camion che arrancano a fatica sulle salite ripide e tortuose, lasciando dietro di sé scie di fumo nero e pezzi di copertoni sfilacciati. Dietro ogni curva può apparire improvvisa la sagoma di un autobus o un mezzo pesante in avaria che blocca tutta la carreggiata, malamente segnalato da qualche ramo di albero che attraversa l'asfalto, un costante pericolo di incidenti, aumentato dalla guida piuttosto allegra dei vari conducenti. Anche Ernest guida piuttosto teso e mantiene una velocità di crociera piuttosto prudente, timoroso di incidenti in agguato. Rimane così tutto il tempo per gustarsi il paesaggio, davvero avvincente. Ma dopo l'ennesima curva, ecco anche noi in panne con una gomma a terra ed allora è tutto un correre indietro a buttare rami e frasche in mezzo alla strada per avvisare chi arriva; per questo nei mercati di Dar c'era una grande offerta di triangoli per auto, evidentemente un oggetto di consumo ancora nuovo e di grande avvenire. 

Risolto il problema senza perdite,  riprendiamo la strada che costeggia tutte le montagne Udzungwa, ricoperte di boscaglia fitta che nasconde animali e piante rare; sembra che di notte sia frequante vedere qualche leopardo che tenta di attraversare la strada. I paracarri sono spesso occupati da babbuini che controllano il territorio con aria attenta e si girano al nostro passaggio con aria sospettosa, mentre sbocconcellano bacche e altri frutti selvatici. Quando si arriva al piano, uscendo dalle gole scoscese, si può procedere con maggiore tranquillità, anche se di tanto in tanto ci sono pattuglie di polizia in agguato con dei rudimentali autovelox, pronti ad accalappiare i malcapitati di turno. Per la verità tutti ne segnalano la presenza con gran lampeggiamento di fari, la solidarietà degli automobilisti tartassati è uguale in tutto il mondo. Poi la strada diventa rettilinea e per decine di chilometri, taglia perfettamente in due il parco Mikumi. Un vero scempio ecologico, questa violenza ad un'area protetta che dovrebbe rappresentare uno dei migliori sistemi per creare reddito e lavoro in aree non industrializzate, però anche qui sembra che a certi problemi si pensi solo dopo avere rotto le uova. Pare che si stia cercando di fare una cosa analoga, tagliando in due il parco di Serengeti per poter collegare meglio il Kenya con il nord del paese, ma per il momento questa tragica eventualità è stata bloccata da una sollevazione delle popolazioni locali che traggono dal parco e dal turismo collegato, la loro primaria fonte di reddito. 

Ernest ce lo racconta con aria affranta e arrabbiata al tempo stesso. I mezzi sfrecciano lungo la strada e ogni tanto si vedono sull'asfalto tracce di animali che hanno tentato l'attraversamento, falciati durante la notte. E' davvero incredibile transitare su questo rettilineo infinito, mentre nel bush rado attorno a te, pascolano liberi branchi di gazzelle, antilopi, zebre, gnu. Poco più in là, un'area più umida che ancora mostra la presenza di residui di pozze fangose, dove tutto intorno si ammassano numerosi elefanti, interi gruppi di bufali, gruppetti di giraffe sparse. Davvero uno spettacolo inconsueto. Un gruppetto di case interrompe la strada, un villaggio, un piccolo mercato, banchi di pomodori e patate, un punto di ristoro. Mentre Ernest se ne va a riparare la gomma forata, restiamo al bar a mitigare la sete con una birra Kilimanjaro. Al tavolo vicino una coppia araba sbocconcella un sandwich con le uova. Lei enorme, fasciata in un khanga colorato, lascia emergere da un velo preziosamente bordato di oro, una pelle lattea su cui spiccano occhi pesantemente bistrati di kajal viola e lunghe ciglia che sbatte continuamente; le mani gonfie che sminuzzano piccoli bocconi alla volta sono ricoperte di fitte volute di henné, un disegno complesso e barocco che mette in sottordine le lunghissime unghie colorate. Lui, con una galabeja bianca e lo sguardo annoiato, annuisce distrattamente al chiacchiericcio basso ma costante, un vero rumore di fondo, sorbendo lentamente un tazzone di thé. Poi, come improvvisamente esaurito dalla continua lamentela, si alza di colpo, seguito a qualche passo di distanza dall'ingombrante fagotto ballonzolante, con i tacchi che affondano nella ghiaia del cortile e la coppia sale un un pesante SUV nero che presidiava l'ingresso e se ne va rombando verso Dar. 

Un gruppo di pastori masai sul bordo della strada li segue con gli occhi, commentando. Subito dopo Morogoro, lasciamo la nazionale. La strada diventa un tortuoso sterrato che si inerpica sulle colline. Mancano ancora un centinaio di chilometri duri, per arrivare all'ingresso del parco. Appena finita la periferia della cittadina, entri subito nella foresta che le abbondanti piogge della costa rendono alta, fitta, rigogliosissima. Ogni specie di albero, in continua competizione, chiude tutti i sentieri di accesso e quasi hai l'impressione che il verde voglia invadere la strada. Grandi mogani assediati da basse acacie, gruppi di banani mescolati a cespi di jacarande blu, ficus e felci gigantesche, stelle di natale che quasi non riconosci a 4 metri di altezza ed una infinita serie di altre piante sconosciute che si affollano sulle ripe che fiancheggiano la pista. Eppure il bosco è popolatissimo. Dovunque tra le frasche, indovini capanne, piccoli gruppi di casupole di fango e non appena si crea uno spazio tra le piante, ecco un orto, un campicello, un recinto per armenti. Sul bordo della pista continuamente, gruppi di bambini, di donne in cerca di acqua, o uomini con una zappa sulla spalla in cammino. Ancora vesti colorate e sorrisi larghi al passaggio, ad ogni curva istantanee di vita, offerte di ortaggi, cespi di banane in vendita al passante. Su un piccolo rilievo nudo, una figura isolata, ritta ed immobile, quasi una statua di ebano avvolta in una orifiamma rossa, appoggiata al lungo bastone, lo sguardo perduto lontano, non sai se per controllare la greggia o per seguire pensieri perduti. Passandogli più da vicino non puoi far a meno di guardare gli orecchini barocchi che gli deformano i lobi delle orecchie, le bande di perline attorno al cranio nudo e ricadono eleganti sulla fronte, la pesante mazza di mogano che gli pende al fianco, le magnifiche collane colorate che gli circondano il collo, da cui pende, immancabile, la lunga fettuccia del telefonino. 

D'altra parte di tanto in tanto, sulle colline più lontane, perdute nel nulla, vedi ergersi una lunga antenna metallica, in modo che ogni bravo Masai che si rispetti non possa lamentarsi che non c'è campo. Dopo qualche curva più tortuosa, la pista arriva ad un crinale ricoperto di capanne, un piccolo villaggio dove pare riunita una gran folla. Ci fermiamo al bordo ed ecco che la gente avanza verso di noi. Pare una processione; davanti, gente che grida, o piange, forse prega. Subito dopo, molti uomini giovani che accosciati fanno scorrere un lungo cofano di legno chiaro seguito da una croce con un nome scritto sul braccio orizzontale. Dietro un gran numero di donne che recitano giaculatorie cantilenanti. Qualcuno piange. E' un funerale, che ha richiamato evidentemente una gran folla anche dalle colline vicine. La gente sembra in preda ad un furore dionisiaco. Grida, lacrime, canti, sguardi severi verso gli inconsapevoli intrusi. Rimaniamo immobili al lato della strada, mentre passa il feretro. Poi quando tutto è finito, riprendiamo la via, sollevando polvere fastidiosa. Solo a sera, mentre il cielo è ormai completamente viola, arriviamo al Sable Mountain Lodge, un paradiso nascosto nel bosco sulla cima di una collina. Sulla terrazza del tuo bungalow isolato e solo tra gli alberi, puoi allora rimanere, bevendo lentamente un thé, ad aspettare il buio che scende sulla foresta, ascoltandone in silenzio i rumori e gli stridii, nell'illusione di capire il segreto della magia dell'Africa.

Un turista al Sable Mountain lodge.


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