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giovedì 8 dicembre 2016

Madagascar 2 : In volo


Madagascar - novembre 2016


Mi piacerebbe partire comodo. Mi piacerebbe viaggiare comodo e in fretta. Per questo prendo l'aereo e non giro il mondo a piedi. E invece no. Chissà perché se vuoi trovare un biglietto, anche nella classe carro bestiame, ad un prezzo accettabile (perché dobbiamo sempre scegliere di prendere il pot price della lista?), tocca alzarti alle 4 del mattino e partire già stanco col piede sinistro, che tra l'altro non appoggio neanche bene a terra a causa di una fastidiosissima tallonite che mi perseguita da mesi. Mettiamola che così puoi goderti l'alba tra le risaie del Vercellese, tanto per trovare qualche cosa di positivo, ma per noi vagotonici l'alzata prelucana è sempre una tragedia. Ma non abbiamo detto che l'importante è partire; sentire il grato rombo dei motori dell'aereo che rulla sulla pista per metterci di buon umore? Sarà, ma anche in questo caso la vaschetta di sbobba immangiabile, provvede subito a temperarlo. Rimane solo da osservare come questa compagnia brillantissima, tutti aerei nuovi, ti dia sempre l'impressione di assumere tutte le hostess licenziate da tutte le compagnie in fallimento del mondo, tanto è variegata la sfilata. Probabilmente sarà che a loro il petrolio lo regalano o quasi e così si prendono una serie di marcioni come Alitalia per contrappeso. 

Pensieri sempre negativi oggi, eh? Sarà mica per 'sto cavolo di referendum. Può essere, ma la quasi nottata da passare in un aeroporto è sempre pesantissima per me. Puoi leggiucchiare qualcosa, ma ti stufi subito. Puoi osservare quella umanità globalizzata, ma che rimane pur sempre local, che ti gravita intorno. Un nero statuario che sembra una fotocopia di Bacca, che gioca a Candy Crash, due americane in carriera che lavorano assidue sul loro Mac, caso mai non debbano perdere qualche minuto di lavoro. Che mondo è quello in cui si sta imponendo una nuova schiavitù del lavoro, proprio quando si pensava di andare verso un'era di liberazione dallo stesso! Sauditi con lunghe vesti candide, talmente perfette da apparire incongrue, accompagnati da figure total black al loro fianco che procedono filiformi e slanciate con passo elegantissimo, lasciando intravedere pesanti Rolex al polso i maschi o tacchi luccicanti di Swarovski se femmine. Altre coppie similari invece sono sfiancate dall'età e ciondolano con una camminata ondulante, in cui ti par di indovinare, dietro il sottanone nero, l'abbondantissima massa di carne tremula, mentre il maschio sudato arranca strisciando ciabatte scalcagnate e rose dall'uso, detergendosi la pelata che sovrasta una barbaccia in parte color carota vivo, in parte grigiastra dove l'henné non ha ancora coperto la ricrescita. 

Mahé
Gli indiani girano a frotte circondati da torme di bambini, mentre ogni altro spazio libero è occupato dagli onnipresenti cinesi, in tutte leloro forme. Ragazzi in vacanza, uomini d'affari in nero d'ordinanza, commercianti in cerca di occasioni. Saccopelisti dormono stravaccati per terra sotto coperte rubate spudoratamente sull'aereo, mentre un salafita con barbetta incolta le osserva di sottecchi mentre finge di giochicchiare col telefonino. Un gruppo di ragazzi bielorussi occupano un settore intiero di corridoio con i loro Banana Slipping Bags, una trovata mica stupida, date un'occhiata al video qui. Prima di essere sloggiati dagli inservienti mi spiegano di prendere quelli originali di Minsk, non la robaccia cinese che si trova a metà prezzo su internet, ma si sgonfia in meno di un'ora. Si sa, la qualità costa. 

Subito dietro un highlander alto due metri, circondato da montagne di Tobleroni in offerta 4x3 ( ma ci sono ancora i Tobleroni in giro?), si fa un selfie dietro l'altro con lo sfondo della colonna centrale con gli esagoni, del salone della parte vecchia dell'aeroporto. Il tempo non vuol proprio rassegnarsi a passare, vuole sfiancarti completamente, prima di consegnarti all'arrivo, fiaccato completamente, che tu ti renda finalmente conto che le migliaia di chilometri, un tempo richiedevano mesi di fatiche e adesso se te li vuoi spupazzare in un giorno, devi soffrire, almeno un po', per giustificare il peccato originale del piacere del viaggio con una pena di contrappasso. Poi finalmente sei di nuovo in volo e una nuova alba illumina l'oceano. Un altro luogo senza confini popolato di isole grandi che attendono solo di essere approcciate, che hanno visto razze di tutti i tipi arrivare attraverso le acque per formare una mescolanza creola che ha sfidato le regole negative delle autogamie proprie dell'isolamento. 

Quando l'aereo scende sulla pista di Mahé, le cime di granito delle terre che dall'alto sembravano manciate di sassi affioranti dalle acque, scivolano veloci al tuo fianco, promettendo meraviglie, sirene che chiamano a restare, promesse di paradisi, profumi nell'aria di cinammomo e banane, ma qui non si può rimanere,almeno per questa volta. La rotta è già segnata, mio capitano, procediamo ancora per un altro ultimo salto. La spezia si mescola al sentore di Africa ormai. L'isola grande è finalmente in vista. Così grande da farla apparire come terraferma vera, approdo a un continente. Il rosso della terra è vivo anche dall'alto, neppure l'umidità dell'aria riesce ad attutirlo. La stanchezza si attenua, la dopamina della curiosità sta facendo il suo lavoro, le sliding doors di una nuova terra si aprono per accoglierti, anche se paiono un po' malferme e scricchiolanti.

Madagascar

SURVIVAL KIT

Per la macchina consiglio come al solito il Ceriapark loc.Marvaglio - Rebecchetto, dell'Hotel da Mariuccia, dove si può eventualmente dormire se dovete partire troppo presto. Doppia 60€. Anche se è un po' più lontano dall'aeroporto, 12 km, è quello che per gli stazionamentidi lungoperiodo offre le tariffe più convenienti in assoluto: 25 € fissi + 1 € al giorno. Per cui 22 giorni costano solo 47 €.

venerdì 23 marzo 2012

Una notte a Bahrein.

Gli spazi di attesa degli aeroporti sono uno dei non-luoghi della vita. Aree immense dove il tempo rimane cristallizzato nell'attesa. C'è chi si organizza naturalmente, il grande manager non perde tempo e alacre lavora al suo PC o meglio al tablet i-qualcosa; i viaggiatori vecchio stampo, cariatidi del passato, hanno generalmente un libro in mano; gli uomini d'affari, al fianco la 48 ore nera colma di contratti da definire. Anche gli stuoli di bambini vocianti che popolano altri spazi topici, paiono qui come attutiti da una atmosfera di limbo sospeso, scandito dalle voci robotiche ma vellutate degli annunci continui. Chi dorme coricato, seduto o sdraiato e sfatto dalle attese; chi si aggira famelico per non perdere le strepitose ed inderogabili offerte del Duty Free; chi guarda i negozi più smagato e con aria di sufficienza del frequent flyer. Rimane comunque un luogo dove puoi osservare tipologie di personaggi non comuni, anzi suggerisco questa attività osservativa come una delle più interessanti per far trascorrere quelle ore interminabili (l'aeroporto è appunto uno spazio-tempo dove la curvatura dello spazio fa trascorrere i minuti molto più lentamente che altrove). Alcuni sono più asettici e lasciano meno spazio alla fantasia, altri, che aggiungono magari un tocco di esotico o di insolito, rimangono ideali per scovare quadri particolari e ricamarci su vicende e storie. 

Uno di questi è l'aeroporto di  Bahrein. E' un po' periferico rispetto ai colossi degli Emirati vicini, quindi mantiene quel misto di internazionalità moderna e smaccata, unita all'atmosfera mediorientale ed esotica del Golfo. Al di là delle vetrate, anche se stai infagottato per ripararti dall'aria condizionata polare, senti ugualmente o per lo meno immagini il soffio caldo del deserto, il mare ribollente ma immobile, solcato da pirati e petroliere, i fermenti di un malessere non passeggero che serpeggia come un virus aggressivo e forse letale. La notte sembra non esistere come in tutti gli aeroporti del mondo, ma qui i grandi spazi espositivi dei negozi paiono più assonnati del solito, gli addetti meno mobili, mentre le vetrinette stentano ad aprirsi. Qualche richiamo, qua e là sulle pareti, alla costa delle perle, poi il consueto occhieggiare di marchi ammiccanti ed esclusivi, l'esibirsi di merci così lussuose che si vedono solo sui fogli più patinati di riviste ancor più esclusive. E la gente che si aggira lenta tra gli espositori retroilluminati, è anch'essa particolare, diversa. Ecco laggiù un gigantesco africano con un colorato vestito tradizionale che la borsa di pelle fine e i gemelli preziosi che spiccano sulla manica della camicia che fuoriesce dalla galabeya, tradiscono come un qualche plenipotenziario inviato a fantomatici congressi di importanza vitale per le sue tasche capaci e rapaci. 

Rimane a lungo immobile davanti ad una sfilata di orologi preziosi dai prezzi a 5 cifre, che guarda con l'occhio attento del conoscitore, forse almanaccando come investire la prossima tangente. Ad un tavolino di un bar esclusivo, due uomini in scuro elegante parlano a voce bassa. Uno è indiano con lunghe basette e folti baffoni grigi, l'altro, europeo, consulta con aria distaccata una brochure patinata, come indeciso se comprare o meno. Il primo continua a parlare con voce suadente, melliflua. Di certo gli illustra i vantaggi innegabili di un'offerta che non si può rifiutare, capirà, son venuto apposta senza trascorrere il Diwali in famiglia, pensi a come ci tenevo ad incontrarla. Dalle scale mobili, un anziano piccolo e grasso guida un piccolo corteo di donne velate, tutte più grasse di lui ed un cospicuo numero accessorio di bambini muti ed indecifrabili, che spingono carrelli sormontati da bagagli di proporzioni da esodo. La processione si avvia di buon passo verso il gate per Sana'a, ultima chiamata. Poi d'un tratto, come se i non molti personaggi che popolano la notte si fossero smaterializzati, confondendosi mescolati ai colori delle pareti, ecco arrivare una coppia che, pur senza apparire, fa il vuoto intorno a sé. Sono entrambi altissimi e camminano come fossero unici, alieni in un mondo di nani, di servi, di gente inferiore. Lui magro e slanciato, di cui si indovina comunque un corpo sano e sportivo sotto la tunica così bianca ed immacolata da non riuscire a strisciare per terra per l'orrore di lordarne i bordi. 

Una kefiah altrettanto candida ben fermata dal doppio cordone corvino e quasi lucido, dai nodi ben formati, incornicia un volto nobile, con un accenno di barba non curata ma curatissima. Un naso nobile sostiene dei rayban a specchio a nascondere uno sguardo che non si posa su nulla, sfiora soltanto le cose perché nessuna è abbastanza importante. Il braccio destro giace disteso lungo il corpo, non riesce neppure a sollevarsi per il peso del Rolex d'oro e diamanti. Mani curate, lunghe e sottili. La sinistra tiene leggera quella di lei, la Principessa delle Mille e una notte. La sua tunica, nera giaietto, preziosa col suo finissimo bordino d'oro, non riesce a nascondere il tacco 12 a stiletto rosso fuoco che compare e sparisce ad ogni passo, fasciando un corpo che indovini dal movimento, flessuoso e felino, che si nasconde con una malizia carica di mille promesse segrete. Un severissimo niqab, nero anch'esso bordato d'oro, le copre completamente il capo ed il volto, di certo bellissimo, con la parte anteriore quasi sospesa su un naso altero, irridente, coscio della propria bellezza segreta. Poi dalla sottilissima striscia lasciata scoperta ecco emergere due incredibili occhi fatati, che le spesse righe nere del kajal rendono ancor più vivi e penetranti, bellissimi, due pupille di carbone ardente che lasciano sguardi illanguiditi su un mondo inferiore, indegno di essere valutato. L'enorme borsa Luis Vitton nasconde a malapena i pacchetti marchiati Hermes, Bulgari e Prada. Poi la visione scompare tra sentori di sandalo, patchouli e cinammomo. Ecco, chiamano il mio volo.



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sabato 12 dicembre 2009

Ali gelate.

Domodiedo- vo è il secondo aereporto di Mosca, da dove partono i voli per l'est. Ci si arriva per una lunga strada rettilinea attraverso le sconfinate foreste di betulle che circondano la capitale, una promessa dell'infinito che ti attende al di là degli Urali. Mi dicono che lo hanno rifatto modernissimo ed efficiente, ma allora era un altissimo capannone sgangherato, affollato all'inverosimile di una umanità composita, carica di scatoloni, pacchi, masserizie di ogni tipo che si stipava in attesa del proprio volo, seduta sulle valigie. I pochissimi stranieri venivano convogliati in una saletta VIP con qualche con qualche seggiola di compensato lungo i muri, del tipo cinema di terza visione anni 50. Sbocconcellammo un pezzo di formaggio che prudentemente ci eravamo portati dall'ufficio in attesa dell'aereo, dopo i consueti taglieggiamenti della "cooperativa facchini" che ci aveva consentito il passaggio alla sala d'attesa, trasportandoci i bagagli per i dieci metri che la separavano dalla sala comune, poi, dopo un check-in virtuale ci avviammo sulla pista dove ci attendeva un Iliushin male in arnese. C'erano quasi 30 gradi sotto lo zero e l'attesa, prima che una svogliata hostess ci consentisse l'accesso alla scaletta, fu fastidiosa. Il vento gelato a raffiche, sembrava strapparti la carne dalle guance. In contrasto a poco tempo prima, in cui tutti gli aerei viaggiavano sempre al completo, salimmo, non più di una quindicina di passeggeri, guardandoci, chissà perchè, in cagnesco. Una kapo in divisa, in barba a quanto segnato sulla carta di imbarco, ci ordinò con modi spicci di sedere tutti in fondo all'aereo, per agevolare(?), disse, il decollo. C'era una tremenda puzza di pipì di gatto, ma non si vedevano felini da quelle parti. Ferox e R. tentavano di tranquillizzarmi, assicurandomi che i piloti russi sono i migliori al mondo, specialmente sul ghiaccio, ma mentre l'aeromobile rullava lungo le piste, il lucente strato che le ricopriva, mi dava un senso di malessere profondo. Lungo i bordi un numero infinito di velivoli in stato di evidente abbandono aumentavano se possibile il mio senso di insicurezza. Erano tutti mezzi utili per cannibalizzare i pezzi di ricambio per i pochi aerei che volavano. Poi i motori aumentarono il regime e con uno strappo violento l'aereo, dopo una lunga rincorsa, si alzò lentamente. Non c'erano nubi, le foreste intorno non avevano fine, ci lasciammo il sole alle spalle. Sverdlosk, sonnacchiosa e gelata, appena al di là degli Urali ci aspettava, in una bufera di neve, addormentata in un sonno profondo da quel mattino in cui 75 anni prima la famiglia imperiale veniva fucilata nella anonima periferia. Finalmente si arrivò, era il leit motif dei lunghi spostamenti, quando scendevi dall'aereo, giuravi che il prossimo viaggio lo avresti fatto in treno e viceversa. Ma l'atterraggio fu perfetto, Zhenija ci aspettava sotto la scaletta, l'avanguardia inviata a preparare la posizione.

Gepas

Where I've been - Ancora troppi spazi bianchi!!! Siamo a 121 (a seconda dei calcoli) su 250!