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domenica 3 aprile 2022

Sognando un parco

Izmaylovo - gennaio 1998


 E anche oggi non ho voglia di uscire, eppure c'è un bel solicello primaverile, l'aria frizzantina che dovrebbe invogliare anche i cadaveri come me a mettere il becco fuori dall'uscio, ma che ci devo fare se non ne ho voglia, non mi si alza la palpebra. Eppure se mi si accendesse il cervello, dovrei concordare sul fatto che sarebbe assolutamente piacevole camminare lungo il fiume quasi secco, arrivare fino al ponte, fare un passo fino alla Cittadella che immagino piena di gente sgambettante che corre sui sentieri dietro ai bastioni, bramosa di fitness e di salutare respirazione all'aria aperta, accompagnata da cagnolini festanti che scodinzolano tutto il loro amore, desiderio di compagnia e attenzione umana. Ma se non ne ho voglia, che ci posso fare? Preferisco star qui ad ubriacarmi di belinate e talk guerrafondai, a scrivere altrettante belinate, perché non ho neppure voglia di concentrarmi su un argomento più serio su cui valga la pena di dibattere, tanto nessuno ha voglia neanche di dibattere con me, quindi che parlo o scrivo a fare. Insomma proprio quella che noi alessandrini chiamiamo voja d'lasmi stè. E ciò detto la pianto davvero lì perché se no mi viene la sbronza triste ed è anche peggio. Perlomeno ieri i Grigi son riusciti a pareggiare, una notizia buona ogni tanto insomma, basta sapersi accontentare. Oppure apro la stura dei ricordi, come da anziano di ordinanza. Dormire, sognare. Un mio amico da Mosca mi scrive solo più di qualità del caffè e di controllare spesso il cuore che è una cosa importante. Non approfondiamo più i discorsi su altri argomenti, io cerco di essere molto cauto a riguardo, non si sa mai, non vorrei creare problemi. 

Ogni tanto mi manda qualche foto dei parchi russi dove va a passeggiare con qualche anziano che gioca a scacchi sulle panchine di pietra, dopo aver spostato la neve dai tavolini. Così mi riporta alla mente i tempi in cui alla domenica prendevo la metro fino a Izmailovsky park. Ricordo ancora tutte le stazioni. Salivo generalmente alla Tvierskaya, vicino al mio albergo e poi cambiavo alla Ckalovskaja, e poi via, la Kliskaja, la Baymanskaja, la Elektrozavodskaja con le sue statue inneggianti al trionfo dell'elettricità, Semionovskaja, Partizanskaja e infine Izmaylovskaja, mi sembra ancora di sentire la voce della annunciatrice che recita i nomi delle stazioni. Ed ecco la piccola uscita che ti immetteva direttamente in quell'enorme spazio aperto di alberi radi e secchi, quando tutto era coperto di neve e tu buttavi lo sguardo indietro e vedevi subito la montagnola, coi palazzi sovietici più lontani a contorno, come quelli che vedi oggi devastati dalle bombe o anneriti dalle fiamme di Mariupol, Kharkiv o di una qualunque delle tante città di quel mondo dalle periferie indistinguibili che era l'URSS. Un vialetto diritto portava alle sue scale che portavano fino in cima da dove buttavi uno sguardo tutto attorno, tra i tanti spazi circondati di bancarelle di cose vecchie, di quadri di artisti della domenica che portavano i loro lavori lì per venderli ai passanti. C'erano poi i venditori di memorabilia dell'URSS, spille e medaglie, orologi Kommandirsky, ne ho una collezione, robe militari, le stupende macchine fotografiche Kiev 88 o le Zorky. Poi i classici souvenir slavi, i legni dipinti, le ceramiche di Djèl', le scatolette miniate di Paleck, matrioske come se piovesse di ogni dimensione, ambre baltiche, colbacchi dal più infimo coniglio al visone di qualità a 100 $, per lo zibellino invece, bisognava andare all'Arbat da qualche negozio specializzato o parlare con qualche "amico" che te lo portava direttamente in albergo in cambio di tre biglietti da 100. 

E in cima alla collinetta una grande spazio dedicato ai tappeti, le meraviglie caucasiche e dell'Asia centrale, alcuni molto usati e consunti, altri splendidi nei loro colori e geometrie, ravvivate dal contatto con la neve su cui venivano stesi. Una meraviglia contrattare con i personaggi del sud che stavano appollaiati dietro i banchetti, facce del Caucaso, i cosiddetti culi neri, non molto apprezzati dai Moscoviti, utilizzando con fatica il mio russo stentato, speso per non farmi confondere con un comune turista e poter trattare da una base più conveniente. Ne ho comprati diversi e adesso me li guardo con la gioia che ti dà l'oggetto che porta con sé non solo la sua bellezza intrinseca, ma la sua storia, quella che si trascina dietro ogni cosa che è più vecchia di te. Quello che arriva da Baku con le sue sfumature verdi e quel Khazak con le sue stelle dalle punte bianche, un poco mangiato da un angolo che stava in una casa di campagna georgiana; mancata la nonna, i figli hanno venduto tutto prima di andarsene a Tbilisi in cerca di migliori possibilità. E quella sacca da cammello Yazd che arrivava dal Turkmenistan, che aveva di certo attraversato lande desolate per arrivare fino a Samarcanda come il soldato della canzone o lo Shirwan i cui colori il tempo ha illanguidito trasformandoli in sfumature deliziose, mentre le sue lane consumate conservano ancora tutta la delicata morbidezza, la carezza dei capelli lunghi e neri della ragazza che con pazienza infinita lo ha annodato più di cento anni fa. Che meraviglia la mia Mosca perduta. Venivo via quando ormai stava facendo scuro, la luce è breve, d'inverno, lassù, a volte col mio pacco sotto il braccio, altre con solo un cartoccetto in tasca, una spilla o un bicchierino di cristallo per gustare un sorso di Stalichnaja. Na sdarovje, caro Zhenja!


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martedì 16 febbraio 2021

Neve e vaccini

 


Questa foto me la manda un amico con cui ho condiviso diversi inverni sovietici. Beh, diciamo che da quelle parti se deve nevicare, nevica e anche con la temperatura non si scherza. Anche a Mosca quando arriva il Buran, passiamo i - 20° in un attimo, in questi giorni siamo a -24° e io stesso più volte ho provati i -30°, che sarà pure freddo secco che non si sente, ma vi assicuro che dopo dieci minuti che sei fuori, anche se ben coperto hai solo voglia di correre dentro qualche edificio, sia quello che sia. La lama gelata che ti si ficca in gola ad ogni respiro, segnala che si è superata la soglia dei -27°, tutto il resto è chiacchiera. L'inverno da quelle parti è così. Freddo e gelo specialmente quando il cielo è solo parzialmente offuscato e il sole un pallido cerchiolino di un giallo smorto ed anemico che non scalda nemmeno il cuore. Quando il cielo invece è un poco più coperto danzano nell'aria minuscoli frammenti bianchi, coriandoli leggeri che mulinano in ogni direzione quasi senza neppure posarsi a terra. Data la temperatura però, difficilmente nevica in abbondanza, anzi gli spessori considerevoli, in città sono abbastanza rari. Ecco quindi lo stupore dell'amico Eugenio che in quest'anno ha visto depositarsi nevicate di oltre 70 centimetri di un solo botto, cosa che lui per primo giudica inusuale. Certo è sempre un bel vedere e immagino il torpore che ti prende quando buttando l'occhio fuori della finestra hai spettacoli di questo tipo. Certo non ti viene voglia discendere e andare a fare un giro. Per la verità lui ha dovuto muoversi comunque perché l'altro giorno gli hanno fattolo Sputnik. Sembra che laggiù si stiano dando da fare al riguardo e lui è contentone a quanto mi dice, però fatto sta che se ne è tornato a casa tranquillo e adesso si gode le serie televisive del momento in attesa della seconda dose. Sta a vedere che mi tocca rimpiangere di non essere più da quelle parti!


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venerdì 29 gennaio 2021

Una sera a teatro

Il teatro Bolshoi - Mosca

Erano giorni entusiasmanti quelli in cui esploravo Mosca cercando di conquistarla a poco a poco, senza avvedermi che era lei a conquistare me, con quel suo fascino difficile da inquadrare, ma che ti prendeva man mano che la conoscevi meglio. Ogni volta che avevo un po' di tempo libero, mi piaceva passeggiare da solo per quel grande centro all'interno del Kalzò che ti sapeva presentare scorci sempre nuovi, alternando le vecchie costruzioni zariste agli scempi sovietici. Quando la città si era liberata dalla neve, dava sfogo nei suoi giardini e nei piccoli parchi cittadini a deliziosi polmoni verdi nei quali la gente passeggiava e le gonne delle ragazze svolazzavano leggere al soffio dei primi venti ancora frizzanti. Ogni tanto capitavi davanti a qualcuno dei luoghi topici del centro, man mano che ti allontanavi dal perno centrale della Piazza Rossa, oppure uscendo da una stazione di una delle metro più belle del mondo, ti trovavi proprio davanti a qualche monumento famoso. Quella volta, emerso dalle porte della Teatralnaja, una delle più sontuose, nella grande piazza davanti al Bolschoi, mi avviai verso i capannelli di gente che sostava davanti al teatro. Lo spettacolo sarebbe cominciato dopo un'oretta e c'era già un certo movimento. I gruppi di bagarini giravano negli spazi aperti guardandosi intorno alla ricerca di qualche faccia da straniero a cui appioppare un biglietto. Questo teatro, al di là della rappresentazione del momento, è di per se stesso uno degli  spettacoli più interessanti del mondo e io ci tenevo molto a passare una serata di musica e atmosfera. 

L'amico Eugenio mi aveva messo sull'avviso di stare attento a compare il biglietto alla ventura sulla piazza, ma del resto tramite i canali ufficiali era complicato, per non parlare di passare attraverso agenzie che vendevano ai turisti poltronissime dal costo spropositato, anche se in quel momento l'ipersvalutazione del rublo provocava situazioni sballatissime e imprevedibili. Comunque per uno che a Mosca bazzicava per altre ragioni, ci tenevo a passare per quelle vie, per così dire parallele, che mi hanno sempre dato più gusto. Fatto sta che gira un po' di qua e un po' di là, vengo immediatamente notato e avvicinato da una faccia da Caucaso settentrionale che mi mormora sottovoce Билеты, Билеты, con fare complice. Io, col mio russo stentato, mi davo un'aria navigata, da chi conosce i suoi polli e frequenta l'ambiente da tempo. In sostanza dopo una breve trattativa, il tipo mi mostra una piantina del teatro per magnificare la posizione che corrisponde ai suoi tagliandi in vendita. Concordiamo per cinque dollari, dopo che lui mi aveva assicurato essere davvero i migliori posti in assoluto che mai avesse avuto a disposizione. Così entrai soddisfatto, una mezz'oretta prima dell'orario di inizio, godendomi i saloni magnifici dell'ingresso, le scale, il guardaroba, dove per estremo vezzo presi anche dalla dejurnaja in servizio un delizioso binocolo in osso, per rimanere il più possibile in sintonia con l'ambiente. 

Nei corridoi che salivano ai palchi superiori c'era anche un servizio tradizionale che offriva butterbrodi di calbasà e agurzy (sandwich di salame e cetrioli in composta) con calici di sovietskoye shampagnskoje. Un'atmosfera di altri tempi, anche se non c'erano più damine in grandi vestiti a ruota con generose scollature e ufficiali zaristi in grande uniforme, ma una folla piuttosto grigia infagottata nei tristi cappottoni sovietici, anche se le signore, appena entrate, prima di lasciare tutto al guardaroba si toglievano gli stivaletti riponendoli in un sacchetto di plastica dei GUM e si mettevano scarpe col tacco alto. Dopo aver mostrato a qualche donnina il mio prezioso tagliando per avere lumi, seguito sempre da gesti che mi indicavano di procedere sempre verso l'alto, alla fine vengo a scoprire che il meraviglioso posto era una sediola in una delle ultime file del loggione più alto, praticamente vedevo addirittura lo splendido lampadario dall'alto, insaccato tra due matrone over 100 kg, Tamara e Irina, che mi occhieggiavano di continuo cercando di intavolare una chiacchiera purchessia, che io adducendo a scusa il mio russo troppo basico per una conversazione complessa, lasciavo cadere. A quel punto partì l'ouverture e mi beccai i cinque atti completi dell'intero Boris Godunov, incluso il famigerato secondo atto di 40 minuti di recitativo, tra il basso ed il tenore nella segreta del castello. Una autentica lama nel costato, anche se le due balene mi facevano cenni di grande soddisfazione. Me ne tornai in albergo che ormai era notte. La Tvjerskaja era debolmente illuminata allora e le luci fioche dei lampioni spargevano intorno un'aura giallognola da paese delle fiabe.


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Urali                                                            

venerdì 4 dicembre 2020

Sfogo

Mosca - Foto E.K

 Accidenti se viene, viene proprio decisa, come quando vuol tirarne giù una bella giacca e poi fermarsi per un po'. Chissà se funziona un po' come la pioggia della peste manzoniana, quella che diluì il morbo e poi se lo portò via del tutto. Sarebbe bello, invece ieri praticamente 1000 morti e la sfilata dei decerebrati alla TV che si lamentano perché non potranno andare ad impestare i nonni a Natale e a fare il trenino a Capodanno, magari gli stessi che l'anno scorso non ci erano neanche andati, ma si sa, l'importante è dare addosso a chi prende decisioni, per principio, tanto se vuoi una ragione la trovi sempre; è facile, se ti dicono in 6 attorno al tavolo, basta dire: ma perché non in 7, cosa cambia, così se dicessero: va bene allora in 8, direbbero e allora perché noni in 9, cosa cambia. E la messa perché non a mezzanotte ma alle 9, il virus infetta di meno? Ma dannazione possibile che non capisci che devi stare a casa e non tritare i marroni, capisco che te ne freghi di ammazzare la gente, perché credi di essere forte ed invincibile e la mascherina ti dà fastidio perché ti nasconde la tua faccia da culo, ma tanto, ho capito non c'è niente da fare, dai pure fiato alla bocca tanto tra un po' ti uscirà anche: Chiusi nel comune mentre i migranti possono girare liberamente alla faccia nostra. Sei fatto così, vuoi sentirti libero, di andare contromano in autostrada, questa sì che è la vera libertà, ti dobbiamo subire così, c'è poco da fare. 

E se questa gente starnazza in questo modo adesso che ci sono 1000 morti al giorno e le intensive che scoppiano, pensa un po' cosa avrebbero detto se questi provvedimenti fossero stati presi quando era necessario, quando c'erano dieci o dodici morti, anche se naturalmente a latere delle proteste odierne si accompagna anche il rimprovero di non averlo fatto allora quanto "tutti" sapevano della seconda ondata. L'uomo è una specie strana, gli piace l'auto distruzione; chi sa che non sia una strategia darwiniana per controllare il numero degli abitanti in crescita malthusiana. Intanto adesso partirà la supercazzola dei milioni di virologi per spiegare le tante problematiche e i pericoli del vaccino della Pfizer, magari saranno gli stessi che si comprano poi golosamente le sue famose pillole blu. Intanto continua a fioccare e sui marciapiedi la neve scrocchia con quel suono caratteristico e nell'aria c'è quel sentore speciale, che sa un po' di metallo, che avvolgeva Mosca a dicembre, mentre camminavo sulla Tvierskaja per arrivare fino all'androne dell'Hotel Pekin, dalle porte di legno sgangherate, affondando ad ogni passo con quel piccolo rumore delle scarpe, che mi seguiva sotto il cielo grigio piombo ed il fantasma del sole piccolo piccolo, basso sull'orizzonte che emanava una pallida luce smorta. Lo sapevate che in russo la neve si dice Sgnek?


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lunedì 24 agosto 2020

Luoghi del cuore 51: Un colbacco giallo a Mosca

Mosca - URSS - gennaio 1993
Com'è che mi sono innamorato di Mosca e della Russia? Difficile capire il momento esatto, ma certo l'inizio di quel lunghissimo viaggio che doveva mettermi alla prova, se avessi o no il carattere e la voglia per lavorare con quel mondo, allora piuttosto complicato e con regole diverse da quelle a cui ero abituato, ci mise del suo e quella Mosca un po' tetra e poco illuminata, con le strade piene di neve scivolosa e ghiacciata, le sue case sovietiche e gli alberghi altrettanto sovietici che frequentavamo, avevano un certo non so ché di vecchio e di misterioso che di certo hanno contribuito a rendermela così cara che ancora adesso, dopo tanti anni che non la frequento più, mi provoca un tuffo al cuore di nostalgica passione. Il gennaio del '93 era gentile a Mosca e la temperatura scendeva di poco sotto lo zero, ma G. mi portò ugualmente all'Arbat, pieno di bancarelle, a comprami una shapka degna di questo nome, perché non si viaggia in Russia d'inverno senza un colbacco decente. Trattammo un po', G. faceva sempre una faccia schifata quando doveva comprare qualcosa, forse fa parte del suo modo di condurre la trattativa; alla fine ne scegliemmo uno giallastro di volpe che mi piaceva molto con quella sua virgola scura sul davanti. Con venti dollari avevo la testa calda e potevo pensare più tranquillamente, così quella shapka ha finito per accompagnarmi per anni in tutti i miei vagabondaggi invernali eurasiatici e la tengo cara ancora oggi anche se è un po' spelacchiata, quella vecchia volpe siberiana gialla. Andammo poi al Sadko, l'unico supermercato aperto in quel periodo dove trovare generi di conforto che mi tenessero su il morale durante il cammino. 

Fuori c'erano le vecchine che riportavano i carrelli per qualche rublo di mancia. Agli angoli, c'erano anche le venditrici di gelati, dei cilindroni di cialda, ripieni di un buonissimo gelato alla panna che sapeva di burro, di latte fresco. Ce ne prendemmo uno da una biondina che vendeva anche guanti fatti in casa. La gente cominciava ad essere intraprendente. Le cose cambiavano rapidamente nell'URSS e stavano sparendo anche i distributori di kvas agli angoli delle strade. Erano degli armadioni di acciaio dove infilavi una monetina da 3 kopechi (sì c'era la moneta da 3), poi, velocemente afferravi un bicchiere di latta legato ad una catenella perché non se lo fregassero e lo mettevi sotto un getto di liquido opalescente ambrato che lo riempiva fino all'orlo e te lo bevevi col collo un po' storto a seconda della lunghezza della catenella. Aveva un sapore acidulo ma non sgradevole; chissà se qualcuno se lo fa ancora in casa questa specie di protobirra, un fermentato a basso tenore alcoolico di cereali o di qualunque altro scarto vegetale casalingo. Se lo saranno dimenticato anche i russi oggi, come da noi la miscela Frank che mia mamma metteva alla sera nel caffè e latte. L'ho ritrovato 25 anni dopo in Transnistria, l'unico posto del mondo ancora sovietico come allora, che tra le altre rimembranze nostalgiche ha conservato anche questa. Comunque al pomeriggio la valigia era pronta, i documenti di viaggio anche, il fido Zhenja che mi avrebbe accompagnato, pure; io, che certo avevo un po' di timore, ero però eccitatissimo per quel lungo viaggio che mi preparavo a fare, di treno in treno alla scoperta di una Unione Sovietica per me assolutamente sconosciuta ma fascinosa. Mentre a tarda notte andavamo verso la Yugovagzal, la stazione dei treni che vanno verso Sud, non sapevo ancora che stavo partendo dall'URSS e dopo quasi due mesi sarei tornato nella Russia, un paese nuovo e diverso, carico di una serie inaspettata di nuovi problemi che i suoi abitanti, così ansiosi di cambiamenti, non si attendevano.

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Imputato alzatevi

martedì 23 gennaio 2018

Una mattina a Mosca





Stamattina, volevo procedere definitivamente verso Boston e cominciare a vedere la linea del traguardo del viaggio autunnale, ma poi d'improvviso mi ha preso una botta di nostalgia, complice il fatto che fa frescolino e non riesco a riprendermi dalla combinata influenza, raffreddore, mal di gola, tosse, anche se fuori brilla il sole. Certo non ci sono più gli inverni di una volta direte voi, ma quest'anno in montagna è finalmente nevicato come si deve, almeno dalle mie parti. Però gennaio è gennaio e i miei gennai più memorabili li ho trascorsi a Mosca. Ci sono stato a lungo ogni anno per quasi vent'anni e sono cose che ti rimangono sotto pelle per sempre. Così oggi, quando ho ricevuto da laggiù, una serie di immagini memorabili dall'amico Eugenio, mi ha preso una specie di magone che questa temperatura molle e foriera di malattie da tepore, circondato dai miasmi virali, non fa che crogiolare, aumentandolo. Gli anziani non  hanno che da macerarsi l'animo nel pensiero dei bei tempi andati, quelli che non possono più tornare, magnificandone persino difetti e privazioni, ma allora il corpo rispondeva e anche la testa era più pronta, soprattutto carica di speranze e voglia di scoprire quello che ti aspettava domani.

Accidenti adesso, questa è l'unica cosa certa che conosci e non è bella. Insomma a gennaio c'era sempre la fiera Interplastica e la mia settimana minima moscovita non mancava mai. Eccolo lì il tram che arrivava dai viali lungo la Majakovskaja, in una nuvola di neve che turbinava leggera. - 11°C non è neppure freddo a Mosca, al limite stavi vicino ai grandi sbuffi di vapore che uscivano dalle porte a vetri sgangherate della Metro a Kitaj Gorad o alla Teatralnaja. La gente passava veloce e senza guardare, intabarrata, nelle dubljonke le donne, nei cappotti un po' lisi gli uomini, tutti con shapke ben calcate sulla testa, le sciarpe che nascondevano il viso, nessuno temeva attentati, allora, i culi neri non sbarcavano ancora dalla Yugovaksal con intenzioni malevole. A pochi passi dal Cremlino il turbinare della neve riusciva a nascondere anche la stella rossa sulla torre Spaskaja, la place rouge était vide... cantava Aznavour e le Natalie correvano a rifugiarsi negli uffici statali a curarsi le unghie davanti agli schermi dei primi computer, dove c'era sempre e soltanto il solitario acceso, mentre sulla spiaggia deserta quei due disgraziati militari rimanevano come imbalsamati e gonfi come l'omino Michelin ritti come fusi davanti al mausoleo di marmo scuro a guardia del Salmone. 

Le rose che le coppie di neosposi avevano portato il giorno prima erano ormai ghiacciate, morte anche loro. Lungo la Tvierskaja i marciapiedi larghi non erano ancora scivolosi e ghiacciati come in primavera. Ogni passo faceva scrocchiare la neve con un suono curiosamente onomatopeico: sgnek, sgnek. Cercavi di arrivare almeno fino al negozio di Eliseevskji per ammirarne grandi colonne, per darvi ancora un ultimo sguardo, cercando di interpretarne il suo segreto, il luogo dove l'antico proprietario aveva nascosto la sua pentola d'oro, perdendoti tra le pile di scatolette di balik e di caviale nero. Mi dicono che non si trova neppure più, il caviale, quello che il nostro cameriere all'Ukraina rubava all'ingrosso e rivendeva a cinque dollari la scatoletta. Già, non ci sono più quei bei freddi di una volta, mi diceva allora proprio Eugenio, lungo la riva della Moscova ghiacciata, quando dopo ogni respiro sentivi una lama acuta che ti si piantava in mezzo alla gola. Ah, un buon chai bollente o almeno un po' di calda acqua, pojalusta, non appena ci si rifugiava nei corridoi della fiera. Fuori, lo sfarfallio bianco continuava a lungo sotto la luce gialla dei lampioni di ferro.



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sabato 21 gennaio 2017

Gelo


Fa un freddo cane qui. Stanotte abbiamo avuto -15°C, ma un conto se sei venuto in montagna a goderti un we sulla neve come me o se sei in una tenda senza casa o addirittura sepolto sotto la neve ad aspettare i soccorsi che, pur lavorando senza sosta, faticano a risolvere una situazione difficilissima. Lasciando da parte i consueti sciacalli, ma sono sempre gli stessi, ormai li conosciamo talmente bene che non fanno neanche notizia, è la politica bellezza, che gioia sentire che per 10 persone almeno è arrivata una insperata salvezza e sono stati riconsegnati vivi ai loro cari e forse si riuscirà a salvarne ancora. Gli sciacalli dall'alto della loro bassezza disgustano, questa gente che lavora senza sosta per salvare vite umane, invece, ci fa sentire orgogliosi del nostro paese. E poi il freddo e il gelo hanno valenze diverse a secondo delle situazioni. Come vi ho già detto, io, anche se lo soffro, me lo vado a cercare con gusto, altri più abituati, manco se ne accorgono e il mio amico Zhenja, da Mosca avvolta nella coltre di Nonno Gelo, trova i -15°C assolutamente normali, non meritevoli di commento, anzi mi manda una foto del parco da lui frequentato dove i pensionati russi, che diversamente da noi, non vanno a controllare i cantieri, che sarebbero coperti di neve, si trovano per giocare a scacchi o a domino senza problemi. 


Un parco a Mosca - Foto Komaricev 
E poi c'è il gelo che ti prende dentro, quello che è un misto tra sconforto e paura, come quello che mi ha preso da ieri sera, dopo aver ascoltato con attenzione il discorso programmatico di Trump al suo insediamento. Da sotto il gatto morto giallo sono usciti odio e prepotenza, cosa che piace tanto a chi lo sostiene. Che gelo nel cuore al sentire quei richiami ai soldi "sprecati per le altre nazioni" o quell'America first "prima tocca a noi, gli altri crepino pure, anzi, se non ci pensano da soli magari gli diamo una mano", pronunciato dal comandante del paese più ricco del mondo. Certo bisogna andare oltre all'insieme di frasi fatte e di proclami populisti utili a rassicurare l'egoismo dei suoi sostenitori, ma se davvero tenterà di mettere in atto le sue promesse, dal più becero protezionismo, ai muri a pagamento di altri, all'isolazionismo menefreghista, al rafforzamento senza limiti dell'esercito più forte del mondo, tutte cose drammaticamente distruttive per l'economia, sarà un quadriennio molto difficile per il mondo. Quell'uomo ed i suoi sostenitori, odiano l'Europa e la temono, la vorrebbero formata di umili staterelli impossibilitati ad avere una voce in capitolo e destinati ad impoverirsi e ad obbedire e qui tanti sono ansiosi di dar loro una mano ad autodistruggersi. 

La lascierebbero volentieri a far da boccone alle bramosie putiniane che sta appropiandosi del Mediterraneo e che presto si ripapperà la Lituania. La Cina, terzo polo del mondo, certo teme per i suoi affari, ma si contenterà, almeno per un po', purché non la si intralci nel suo espansionismo egemonico in Asia e Africa. Certo non sarà facile applicare la ricetta economica all'interno degli USA, una autonomia di autoproduzione certo un po' più semplice dello stile italo orbace, grazie alle risorse, al limite se le andranno a prendere dove sono "a rimborso dei soldi spesi per il beneficio di quei paesi " (leggi bombe e spese militari). E' la prepotenza del potente in cui la colpa è sempre dell'agnello che sta a valle, al limite dei suoi genitori. Il suo popolo lo inneggia, quelli che altrove, sperano nel disastro totale per poter arrivare al potere, anche. Sono le stesse parole che si sentivano negli anni trenta del secolo scorso, successivi ad una crisi economica molto simile a questa, pronunciate dai balconi e alle folle plaudenti, da crape pelate e baffetti nervosi, prima di precipitarle nel baratro del bagno di sangue. Certo io spero che tra proclami e fatti ci sia molta differenza, ma intanto già stamattina, pare che il personaggio abbia firmato il primo documento per eliminare l'Obamacare e lasciare 40 milioni di poveracci senza assistenza. Così potrà forse abbassare le tasse ai milionari e potenziare l'esercito. Che gelo ragazzi. Oggi ho la pelle d'oca.


Where I've been - Ancora troppi spazi bianchi!!! Siamo a 125 (a seconda dei calcoli) su 250!