Lasciammo la città segreta di primo mattino. La guardia ai reticolati ci restituì i passaporti con grandi risate e ce ne andammo a tutta velocità. Eravamo di nuovo in ritardo e ci voleva più di un'ora per la stazione di Ekaterinburg (nell'occasione Sverdlosk aveva cambiato nome), dove ci aspettava il treno delle 8 e 35. Questo era il turno in cui avevamo deciso che mai più avremmo preso l'aereo. Ripercorremmo la strada sul lago ghiacciato a velocità folle; io tenevo gli occhi chiusi, stretti stretti, mentre tutti cantavano a squarciagola 'O sole mio, forse per esorcizzare il dio dei ghiacci. Arrivammo in stazione alle 8 e mezza, appena in tempo per abbracciare gli amici, ancora un po' groggy per la serata precedente. Del treno neppure l'ombra. Zhenija era inorridito. Era impossibile che il treno della Transiberiana fosse in ritardo. Infatti. L'orario del biglietto era scritto con l'ora del fuso di Mosca, quindi eravamo arrivati con due ore di anticipo, ci spiegò il rubizzo capostazione, che subito si fece in quattro per darci una mano, anzi ci cedette la sua cameretta personale per lasciare i bagagli, assolutamente insicuri, di quei tempi, certificò con serietà, al deposito bagagli. Ci sdebitammo lasciandogli una serie di monetine italiane per la sua collezione personale. Andammo così a fare quattro passi all'esterno dove era in pieno svolgimento un gran mercatino di babuske. In una interminabile fila, un gruppo di vecchiette offrivano merci di tutti i tipi disposte su cassette di legno per tenerle sollevate dalla neve sporca. Ekaterinburg era diventato un gran crocevia di traffico di merci povere, che arrivava dalla Cina lungo la Transiberiana. Un folto gruppo di militari intabarrati con le schapke di ordinanza, con tanto di stella rossa controllavano la massa in movimento del mercato, irregolare ma tollerato, in quanto, come diceva la consuetudine del tempo, non espressamente vietato. Una fitta barriera di Zhiguly cariche di masserizie segnavano i confini di quel punto di scambio spontaneo. Una o due volte al mese, le novelle imprenditrici prendevano il treno e arrivavano fino al confine cinese dove si favoleggiava di un immenso mercato, una vera e propria città dell'oro dove tutto quanto si produceva in Cina veniva scambiato a colpi di dollari sonanti. Vestiti, scarpe, alimentari di ogni tipo, biciclette e ogni altro ben di dio che la macchina ben oliata di quella che stava per diventare la fabbrica del mondo, cominciava a sfornare a ritmi vertiginosi ed a prezzi assolutamente concorrenziali. Prezzi, che man mano che il treno si spostava verso ovest, ingrassavano, si facevano più corposi, secondo un meccanismo commerciale a lungo sconosciuto, ma ben presto imparato. A Ekaterinburg, stazione intermedia, i prezzi erano ancora sufficientemente interessanti per spingere le Tamare e le Tanije moscovite ad arrivare lì a mani nude e ripartire cariche di fagotti. Col tempo la fame di guadagno le spinse fino a Pekino, al famoso mercato dei russi, nel quartiere dietro alle ambasciate, dove ti davano il prezzo dei maglioni per un minimo di venticinque pezzi. Ci prendemmo un gelato alla panna dall'unica vecchina che ancora trattava questo buonissimo articolo tradizionale della morente industria russa, ormai circondata (vecchina ed industria) dalle bancarelle che offrivano barrette di Mars, Snickers e Rocher Ferrero, vero oggetto del desiderio dei vari adulti e bambini che si aggiravano qua e là, fermandosi immobili e con gli occhi sognanti come Hansel e Gretel di fronte alla casetta di marzapane, accarezzando con gli occhi le irraggiungibili palline di carta dorata ammonticchiate a piramide sulle cassette delle arcigne streghe. Forse anche quelli, però, arrivavano dalla Cina. Salimmo infine sul treno, che era ovviamente in perfetto orario. Ci mise tutto il giorno a scavalcare gli Urali con lunghe curve sinuose nei fondovalle, tra le colline coperte di foreste bianche. Un paesaggio da stordimento. Io stavo attaccato al finestrino, quasi ipnotizzato dal fascino di quel quadro mutevole, forse perchè ero intorpidito dal freddo, anche se coperto da maglioni e dublionka, a causa del riscaldamento che non funzionava. Arrivammo ad Ufa in Baskiria, alla sera. Giurammo che la prossima volta avremmo preso l'aereo.Pagine
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venerdì 18 dicembre 2009
Mercati internazionali.
Lasciammo la città segreta di primo mattino. La guardia ai reticolati ci restituì i passaporti con grandi risate e ce ne andammo a tutta velocità. Eravamo di nuovo in ritardo e ci voleva più di un'ora per la stazione di Ekaterinburg (nell'occasione Sverdlosk aveva cambiato nome), dove ci aspettava il treno delle 8 e 35. Questo era il turno in cui avevamo deciso che mai più avremmo preso l'aereo. Ripercorremmo la strada sul lago ghiacciato a velocità folle; io tenevo gli occhi chiusi, stretti stretti, mentre tutti cantavano a squarciagola 'O sole mio, forse per esorcizzare il dio dei ghiacci. Arrivammo in stazione alle 8 e mezza, appena in tempo per abbracciare gli amici, ancora un po' groggy per la serata precedente. Del treno neppure l'ombra. Zhenija era inorridito. Era impossibile che il treno della Transiberiana fosse in ritardo. Infatti. L'orario del biglietto era scritto con l'ora del fuso di Mosca, quindi eravamo arrivati con due ore di anticipo, ci spiegò il rubizzo capostazione, che subito si fece in quattro per darci una mano, anzi ci cedette la sua cameretta personale per lasciare i bagagli, assolutamente insicuri, di quei tempi, certificò con serietà, al deposito bagagli. Ci sdebitammo lasciandogli una serie di monetine italiane per la sua collezione personale. Andammo così a fare quattro passi all'esterno dove era in pieno svolgimento un gran mercatino di babuske. In una interminabile fila, un gruppo di vecchiette offrivano merci di tutti i tipi disposte su cassette di legno per tenerle sollevate dalla neve sporca. Ekaterinburg era diventato un gran crocevia di traffico di merci povere, che arrivava dalla Cina lungo la Transiberiana. Un folto gruppo di militari intabarrati con le schapke di ordinanza, con tanto di stella rossa controllavano la massa in movimento del mercato, irregolare ma tollerato, in quanto, come diceva la consuetudine del tempo, non espressamente vietato. Una fitta barriera di Zhiguly cariche di masserizie segnavano i confini di quel punto di scambio spontaneo. Una o due volte al mese, le novelle imprenditrici prendevano il treno e arrivavano fino al confine cinese dove si favoleggiava di un immenso mercato, una vera e propria città dell'oro dove tutto quanto si produceva in Cina veniva scambiato a colpi di dollari sonanti. Vestiti, scarpe, alimentari di ogni tipo, biciclette e ogni altro ben di dio che la macchina ben oliata di quella che stava per diventare la fabbrica del mondo, cominciava a sfornare a ritmi vertiginosi ed a prezzi assolutamente concorrenziali. Prezzi, che man mano che il treno si spostava verso ovest, ingrassavano, si facevano più corposi, secondo un meccanismo commerciale a lungo sconosciuto, ma ben presto imparato. A Ekaterinburg, stazione intermedia, i prezzi erano ancora sufficientemente interessanti per spingere le Tamare e le Tanije moscovite ad arrivare lì a mani nude e ripartire cariche di fagotti. Col tempo la fame di guadagno le spinse fino a Pekino, al famoso mercato dei russi, nel quartiere dietro alle ambasciate, dove ti davano il prezzo dei maglioni per un minimo di venticinque pezzi. Ci prendemmo un gelato alla panna dall'unica vecchina che ancora trattava questo buonissimo articolo tradizionale della morente industria russa, ormai circondata (vecchina ed industria) dalle bancarelle che offrivano barrette di Mars, Snickers e Rocher Ferrero, vero oggetto del desiderio dei vari adulti e bambini che si aggiravano qua e là, fermandosi immobili e con gli occhi sognanti come Hansel e Gretel di fronte alla casetta di marzapane, accarezzando con gli occhi le irraggiungibili palline di carta dorata ammonticchiate a piramide sulle cassette delle arcigne streghe. Forse anche quelli, però, arrivavano dalla Cina. Salimmo infine sul treno, che era ovviamente in perfetto orario. Ci mise tutto il giorno a scavalcare gli Urali con lunghe curve sinuose nei fondovalle, tra le colline coperte di foreste bianche. Un paesaggio da stordimento. Io stavo attaccato al finestrino, quasi ipnotizzato dal fascino di quel quadro mutevole, forse perchè ero intorpidito dal freddo, anche se coperto da maglioni e dublionka, a causa del riscaldamento che non funzionava. Arrivammo ad Ufa in Baskiria, alla sera. Giurammo che la prossima volta avremmo preso l'aereo.domenica 13 dicembre 2009
Verde ghiaccio.
Il giro nelle fabbriche di Ekaterin -burg o Sverdlosk come ancora si chiamava, non fu molto diverso da quello delle altre città. Dovunque impianti fatiscenti che volevano essere sostituiti, riammodernati o anche completamente spostati su produzioni nuove, più efficienti e moderne. Tutti volevano entrare nella nuova era, mancavano solo i soldi, non certo la volontà. Quindi lungo e paziente lavoro a discernere il loglio dal grano, la pula dal riso, insomma, chi la possibilità di avere i dollari ce l'aveva, da chi invece sognava solo di averli. Così via, qua e là, dalla fabbrica di spumante (sovietskoije champagne) con la linea di imbottigliamento a pezzi (sapete che là lo spumante non si fa(ceva) né con il metodo Charmat, fermantazione in autoclave, né con lo Champenois, fermentazione in bottiglia, ma con un metodo brevettato russo , brrr, ancora più rapido, di fermentazione in continuo in poche ore, eheheheh, alla fabbrica di polietilene, dove lo sgarbatissimo direttore, che ci aveva invitato ad andare, ci mise praticamente alla porta dicendo che non aveva bisogno di niente e mentre uscuvamo, a testa bassa, confessò che in realtà non aveva speranza di avere soldi per una linea di sacchetti di cui aveva urgente bisogno, alla Parfumerija dove avevano in mente tutta una linea nuova di rossetti, con la necessità di un ricco set di stampi, fino alla fabbrica di occhiali che faceva terrificanti montature anteguerra, tipo tartarugone larghi un centimetro che pesavano almeno un etto cadauna senza lenti. Irina la direttrice, era la solita matrona di peso con magliettina bianca di angora cinese pelosissima (la maglietta). L'altissima architettura della massa di capello biondo che le sovrastava la testa, la faceva sembrare ancora più imponente. Chissà com'è che le donne russe, bellissime in una media veramente anomala, non appena raggiungono un posto di potere, si dilatano in tutte le direzioni in maniera proporzionale al grado? Sarà la dieta ricca di patate o la vodka dei brindisi delle riunioni di lavoro? Chissà. La nostra era però gentile e disponibile e ci mostrò con piacere tutta la produzione, ma dal tono dimesso della voce era già intuibile che il finanziamento necessario era talmente lontano da renderlo improponibile. Guardava con invidia e desiderio il baldanzoso Ferox, non certo per la sua avvenenza, ma per la leggerissima e moderna montatura dei suoi occhiali, che volle esaminare con cura, Se li passava da una mano all'altra, controllandone i particolari con la professionalità di chi conosce bene il suo campo. Ammirò con sospiri malinconici la mirabile tecnologia italiana, restituendo il reperto quasi con dispiacere, come se avesse voluto trattenerlo per meglio studiarlo, sezionandone i particolari attraverso una specifica autopsia industriale per carpirne i misteriosi segreti. Quasi non si capiva cosa ci eravamo andati a fare, poi in un attimo tutto fu chiaro Il maggiorente politico che ci accompagnava, tromboneggiando sulle doti ed i pregi della nostra italijanskaja firma e sulle grandi potenzialità industriali della città, sponsorizzando la creazione di un ufficio di rappresentanza in loco, di cui, benignamente avrebbe potuto prendersi carico, aveva solo bisogno di un paio di occhiali nuovi, che, la corposa Irina, gli fece scivolare in tasca, mentre ci accompagnava all'uscita. Il Dio minore delle piccole cose ci accompagnava sempre nei nostri vagabondaggi. Cosa stavamo cercando? Un sentore, una traccia. Eravamo come cani da tartufo che scodinzolando si aggiravano nei boschi degli Urali cercando di avvertire, anche se tenue e ricoperto dall'acre odore di marcescenza di un sottobosco antico, il delicato profumo dei dollari amici, sottili lamelle verdi con cui cospargere il risotto dei nostri delicati e tecnologici stampi. Così, vigili ed attenti, salimmo sulla Lada Niva che ci avrebbe portato a Sverdlosk 44, la città segreta tra le colline basse degli Urali, circondata dai reticolati e di cui avevo già parlato qui, un po' di tempo fa e a cui vi rimando. Il paesaggio innevato di questa zona è molto bello, dolce e calmo, mentre la strada percorre i fondovalle con curve ampie circondata dalle betulle fittissime e bianche . Quasi non distingui la neve dalla corteccia, se non dai piccoli segni neri orizzontali che la fendono delicatamente. Ogni tanto si incontra un piccolo specchio d'acqua ghiacciato. Vicino ad uno di questi, un po' più grande che appena si intravedeva la riva opposta, lasciammo la strada che lo circondava per attraversare direttamente la distesa di ghiacchio. Ci fermammo quasi in mezzo al lago; sotto di noi ghiaccio verde trasparente e pulito di neve dal vento tagliente che quasi smerigliava la superficie piatta. Un verde quasi smeraldino, tutto percorso da crepe inquietanti che si allargavano fino a che l'occhio, nella penombra del pomeriggio inoltrato, le poteva scorgere. Più di due metri di spessore, assicurò Kostija che ci accompagnava, ma quando risalimmo in macchina e le ruote riguadagnarono la riva scoscesa, mi sentii più tranquillo. Poco lontano, il triplo reticolato di Sverdlosk 44, mostrò un varco in cui ci insinuammo, dopo un rapido controllo dei nostri permessi. Ce ne andammo verso l'albergo in pochi minuti allontanandoci dal gate dove con mia inquietudine, avevano trattenuto i nostri passaporti. Nell'aria un profumo amico e promettente, che veniva dalla fabbrica del marmo.
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sabato 12 dicembre 2009
Ali gelate.
Domodiedo- vo è il secondo aereporto di Mosca, da dove partono i voli per l'est. Ci si arriva per una lunga strada rettilinea attraverso le sconfinate foreste di betulle che circondano la capitale, una promessa dell'infinito che ti attende al di là degli Urali. Mi dicono che lo hanno rifatto modernissimo ed efficiente, ma allora era un altissimo capannone sgangherato, affollato all'inverosimile di una umanità composita, carica di scatoloni, pacchi, masserizie di ogni tipo che si stipava in attesa del proprio volo, seduta sulle valigie. I pochissimi stranieri venivano convogliati in una saletta VIP con qualche con qualche seggiola di compensato lungo i muri, del tipo cinema di terza visione anni 50. Sbocconcellammo un pezzo di formaggio che prudentemente ci eravamo portati dall'ufficio in attesa dell'aereo, dopo i consueti taglieggiamenti della "cooperativa facchini" che ci aveva consentito il passaggio alla sala d'attesa, trasportandoci i bagagli per i dieci metri che la separavano dalla sala comune, poi, dopo un check-in virtuale ci avviammo sulla pista dove ci attendeva un Iliushin male in arnese. C'erano quasi 30 gradi sotto lo zero e l'attesa, prima che una svogliata hostess ci consentisse l'accesso alla scaletta, fu fastidiosa. Il vento gelato a raffiche, sembrava strapparti la carne dalle guance. In contrasto a poco tempo prima, in cui tutti gli aerei viaggiavano sempre al completo, salimmo, non più di una quindicina di passeggeri, guardandoci, chissà perchè, in cagnesco. Una kapo in divisa, in barba a quanto segnato sulla carta di imbarco, ci ordinò con modi spicci di sedere tutti in fondo all'aereo, per agevolare(?), disse, il decollo. C'era una tremenda puzza di pipì di gatto, ma non si vedevano felini da quelle parti. Ferox e R. tentavano di tranquillizzarmi, assicurandomi che i piloti russi sono i migliori al mondo, specialmente sul ghiaccio, ma mentre l'aeromobile rullava lungo le piste, il lucente strato che le ricopriva, mi dava un senso di malessere profondo. Lungo i bordi un numero infinito di velivoli in stato di evidente abbandono aumentavano se possibile il mio senso di insicurezza. Erano tutti mezzi utili per cannibalizzare i pezzi di ricambio per i pochi aerei che volavano. Poi i motori aumentarono il regime e con uno strappo violento l'aereo, dopo una lunga rincorsa, si alzò lentamente. Non c'erano nubi, le foreste intorno non avevano fine, ci lasciammo il sole alle spalle. Sverdlosk, sonnacchiosa e gelata, appena al di là degli Urali ci aspettava, in una bufera di neve, addormentata in un sonno profondo da quel mattino in cui 75 anni prima la famiglia imperiale veniva fucilata nella anonima periferia. Finalmente si arrivò, era il leit motif dei lunghi spostamenti, quando scendevi dall'aereo, giuravi che il prossimo viaggio lo avresti fatto in treno e viceversa. Ma l'atterraggio fu perfetto, Zhenija ci aspettava sotto la scaletta, l'avanguardia inviata a preparare la posizione.
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