Visualizzazione post con etichetta leopardi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta leopardi. Mostra tutti i post

giovedì 30 aprile 2015

Nepal: Dialogo della Natura e un Islandese

Quanto è avvenuto in questi giorni in Nepal, non ha potuto come ovvio, che colpirmi profondamente, sia per l'entità del disastro, sia per la vicinanza che io sento per quelle genti e quei luoghi. Le persone che ho incontrato nel mio viaggio del mese scorso, per fortuna, pur vivendo in prossimità di quanto avvenuto, mi hanno assicurato di non aver subito danni di sorta, tuttavia non riesco a fare a meno di pensare di continuo alla fragilità nostra di fronte alla natura, che pare accanirsi sempre contro i luoghi più segnati del nostro pianeta, come fosse una dea malevola e crudele, anche se forse non è così. Per questo credo che sia opportuno ragionare almeno un attimo su questo nostro antropocentrismo, davvero così pretenzioso. Ieri mi è stata data l'opportunità di riprendere un brano delle Operette morali di Leopardi, che mi sembra davvero illuminante su questo tema e per questo ve ne ripropongo un brano. Un uomo che per tutta la vita, convinto che la Natura sia crudele e operi malignamente contro l'uomo stesso, ha cercato non già di inseguire il piacere, ma quantomeno di sfuggire al dolore, incontra in un suo viaggio estremo proprio la Natura stessa sotto forma di gigante e con lei intesse una conversazione.

Dialogo della Natura e un Islandese

L'islandese: ........Dal sole e dall'aria, cose vitali, anzi necessarie alla nostra vita, e però da non potersi fuggire, siamo ingiuriati di continuo: da questa colla umidità, colla rigidezza, e con altre disposizioni; da quello col calore, e colla stessa luce: tanto che l'uomo non può mai senza qualche maggiore o minore incomodità o danno, starsene esposto all'una o all'altro di loro. In fine, io non mi ricordo aver passato un giorno solo della vita senza qualche pena; laddove io non posso numerare quelli che ho consumati senza pure un'ombra di godimento: mi avveggo che tanto ci è destinato e necessario il patire, quanto il non godere; tanto impossibile il viver quieto in qual si sia modo, quanto il vivere inquieto senza miseria: e mi risolvo a conchiudere che tu sei nemica scoperta degli uomini, e degli altri animali, e di tutte le opere tue; che ora c'insidii ora ci minacci ora ci assalti ora ci pungi ora ci percuoti ora ci laceri, e sempre o ci offendi o ci perseguiti; e che, per costume e per instituto, sei carnefice della tua propria famiglia, de' tuoi figliuoli e, per dir così, del tuo sangue e delle tue viscere. Per tanto rimango privo di ogni speranza: avendo compreso che gli uomini finiscono di perseguitare chiunque li fugge o si occulta con volontà vera di fuggirli o di occultarsi; ma che tu, per niuna cagione, non lasci mai d'incalzarci, finché ci opprimi. E già mi veggo vicino il tempo amaro e lugubre della vecchiezza; vero e manifesto male, anzi cumulo di mali e di miserie gravissime; e questo tuttavia non accidentale, ma destinato da te per legge a tutti i generi de' viventi, preveduto da ciascuno di noi fino nella fanciullezza, e preparato in lui di continuo, dal quinto suo lustro in là, con un tristissimo declinare e perdere senza sua colpa: in modo che appena un terzo della vita degli uomini è assegnato al fiorire, pochi istanti alla maturità e perfezione, tutto il rimanente allo scadere, e agl'incomodi che ne seguono.

Natura: Immaginavi tu forse che il mondo fosse fatto per causa vostra? Ora sappi che nelle fatture, negli ordini e nelle operazioni mie, trattone pochissime, sempre ebbi ed ho l'intenzione a tutt'altro che alla felicità degli uomini o all'infelicità. Quando io vi offendo in qualunque modo e con qual si sia mezzo, io non me n'avveggo, se non rarissime volte: come, ordinariamente, se io vi diletto o vi benefico, io non lo so; e non ho fatto, come credete voi, quelle tali cose, o non fo quelle tali azioni, per dilettarvi o giovarvi. E finalmente, se anche mi avvenisse di estinguere tutta la vostra specie, io non me ne avvedrei.

Islandese: Ponghiamo caso che uno m'invitasse spontaneamente a una sua villa, con grande instanza; e io per compiacerlo vi andassi. Quivi mi fosse dato per dimorare una cella tutta lacera e rovinosa, dove io fossi in continuo pericolo di essere oppresso; umida, fetida, aperta al vento e alla pioggia. Egli, non che si prendesse cura d'intrattenermi in alcun passatempo o di darmi alcuna comodità, per lo contrario appena mi facesse somministrare il bisognevole a sostentarmi; e oltre di ciò mi lasciasse villaneggiare, schernire, minacciare e battere da' suoi figliuoli e dall'altra famiglia. Se querelandomi io seco di questi mali trattamenti, mi rispondesse: forse che ho fatto io questa villa per te? o mantengo io questi miei figliuoli, e questa mia gente, per tuo servigio? e, bene ho altro a pensare che de' tuoi sollazzi, e di farti le buone spese; a questo replicherei: vedi, amico, che siccome tu non hai fatto questa villa per uso mio, così fu in tua facoltà di non invitarmici. Ma poiché spontaneamente hai voluto che io ci dimori, non ti si appartiene egli di fare in modo, che io, quanto è in tuo potere, ci viva per lo meno senza travaglio e senza pericolo? Così dico ora. So bene che tu non hai fatto il mondo in servigio degli uomini. Piuttosto crederei che l'avessi fatto e ordinato espressamente per tormentarli. Ora domando: t'ho io forse pregato di pormi in questo universo? o mi vi sono intromesso violentemente, e contro tua voglia? Ma se di tua volontà, e senza mia saputa, e in maniera che io non poteva sconsentirlo né ripugnarlo, tu stessa, colle tue mani, mi vi hai collocato; non è egli dunque ufficio tuo, se non tenermi lieto e contento in questo tuo regno, almeno vietare che io non vi sia tribolato e straziato, e che l'abitarvi non mi noccia? E questo che dico di me, dicolo di tutto il genere umano, dicolo degli altri animali e di ogni creatura.

Natura: Tu mostri non aver posto mente che la vita di quest'universo è un perpetuo circuito di produzione e distruzione, collegate ambedue tra sé di maniera, che ciascheduna serve continuamente all'altra, ed alla conservazione del mondo; il quale sempre che cessasse o l'una o l'altra di loro, verrebbe parimente in dissoluzione. Per tanto risulterebbe in suo danno se fosse in lui cosa alcuna libera da patimento.

Islandese: Cotesto medesimo odo ragionare a tutti i filosofi. Ma poiché quel che è distrutto, patisce; e quel che distrugge, non gode, e a poco andare è distrutto medesimamente; dimmi quello che nessun filosofo mi sa dire: a chi piace o a chi giova cotesta vita infelicissima dell'universo, conservata con danno e con morte di tutte le cose che lo compongono?

Mentre stavano in questi e simili ragionamenti è fama che sopraggiungessero due leoni, così rifiniti e maceri dall'inedia, che appena ebbero forza di mangiarsi quell'Islandese; come fecero; e presone un poco di ristoro, si tennero in vita per quel giorno. Ma sono alcuni che negano questo caso, e narrano che un fierissimo vento, levatosi mentre che l'Islandese parlava, lo stese a terra, e sopra gli edificò un superbissimo mausoleo di sabbia: sotto il quale colui diseccato perfettamente, e divenuto una bella mummia, fu poi ritrovato da certi viaggiatori, e collocato nel museo di non so quale città di Europa.

giovedì 21 febbraio 2013

I leoni del Serengeti.




E' quasi l'alba sulla savana. Dalla grande terrazza del lodge perdi lo sguardo lontano. Sotto, ancora indistinguibile nel folto del bush, senti fruscii, grugniti sordi, sguazzar di corpi a mollo nella pozza. Non è ancor chiaro il cielo, quando la Toyota si infila in una delle tante stradine che tagliano tra i torrentelli che hanno scavato nella terra rossa ferite contorte. Il vento muove l'erba e i primi raggi del sole che bucano le nubi accende gli steli. Le impala o le gazzelle di Grant sono le prime che scorgi tra i cespugli come sorprese, illuminate da una luce radente perfetta che colora tutto di una dominante rosa-arancio. Alla prima osservazione appare poca vita tra gli alberi, ma basta fermarsi un poco e osservare con calma; ecco sotto i rami due timidissimi dikdik, le più piccole tra le gazzelle, perfettamente immobili nel tentativo di non lasciarsi scorgere, poi muovono appena i lunghi colli ad osservarsi le spalle, i due piccoli deliziosi cornini rivolti in alto. Il pelo scuro li nasconde bene tra i rami bassi. Un po' più avanti, subito dopo un guado, il torrente si allarga e diventa più profondo. Subito scorgi una trentina di groppe immobili, tra il grigio e il viola, quasi il colore dell'acqua stagnante della pozza. Su di esse uccellini dalle lunghe gambe saltellano in cerca di cibo. 

Ogni tanto froge frementi e occhi cisposi emergono quel tanto che basta ad inspirare ed a guardarsi attorno; qualche brontolio sordo e poi tutto scende sotto la superficie. Solo di tanto in tanto qualche corpaccio, a disagio per l'affollamento, si agita di più, cerca spazio tra i compari, si sposta, facendo smuovere tutto il mucchio in cerca di un nuovo posizionamento, allora si alzano grossi musi che allargano bocche enormi dai canini mostruosi. Minacce, affermazione di predominio sul territorio liquido, ancora qualche scuotimento nevrotico per fare spazio ai piccoli, poi tutto riaffonda. Vita dura quella dell'ippopotamo, una dozzina di ore di giorno a dormire a mollo nell'acqua, poi a sera una faticosa emersione per raggiungere una zona dove la vegetazione è più ricca e rigogliosa ed altrettante ore per ingurgitarne decine e decine di chilogrammi, prima di rifare all'indietro la strada che riporta al letto liquido dove riposare tutto il giorno al riparo dai raggi del sole. Certo bisogna spartire la pozza con i coccodrilli, ma quelli stanno alla larga, date le dimensioni, basta proteggere i piccoli. Non senti movimento intorno. 

Stranamente non vedi in giro erbivori. Un gruppo di gazzelle pascolano lontanissime. Tra l'erba alta ecco apparire un piccolo sciacallo dalla gualdrappa che sembra dirigersi verso un punto preciso. Poi d'improvviso dal folto compaiono d'improvviso corpi fulvi e potenti anche se quasi immobili. Una dozzina di leoni stanno attorno alla carcassa di un bufalo, forse atterrato ieri, di cui ormai puoi vedere le costole spolpate tese verso il cielo. Due leonesse staccano ancora brandelli di carne forbendosi i baffi con le lunghe lingue rosa. Tre maschi giganteschi a fianco si guardano attorno annoiati, hanno già mangiato evidentemente e vedi solo piccoli movimenti del pelo nero delle criniere. Quattro piccoli giocano tra di loro fingendo di lottare, poi ogni tanto si avvicinano a quanto resta dell'animale abbattuto per  rosicchiare qualche osso ormai sparso a terra. Una femmina, la più grande, si alza e si gira attorno controllando il territorio. Questo solo movimento tiene a bada e non lascia avvicinare una famiglia di sciacalli, che continua ad aggirarsi indaffarati in attesa che lo spazio venga lasciato libero a loro. Più lontane anche le iene aspettano il loro turno con pazienza. 

Ultimi, appollaiati sui rami secchi di un albero morto, una dozzina di avvoltoi ruotano il collo rognoso senza attirare l'attenzione di nessuno. Tutto si svolge secondo uno schema fisso e funzionale. Adesso, fino a quando ne avranno abbastanza, tocca ai leoni. Che senso di potenza, di forza assoluta! Muscoli tesi, respiro potente, grosse zampone che solo appoggiate alla preda, ti fanno capire chi è il padrone assoluto di questa terra. Te ne vai dispiaciuto di lasciare indietro questo spettacolo di forza bruta, ma basta poca strada e ancora ti devi fermare attonito. Sopra un grande albero, rami robusti  fanno da giaciglio per tre grandi leonesse. Stanno lì a riposare con le zampe che pendono ai lati della corteccia, una incastrata all'incrocio del tronco. Rimangono ad osservarti senza espressione come se fossi tu lo spettacolo da guardare, solo le code sventolano lentissime, diversamente penseresti a sagome di cartone messe lì per la scena. Ma Serengeti è questo, basta seguire le cento stradine contorte che girano tra i piccoli dossi ed ecco un leopardo in caccia, che si muove con cautela nell'erba alta; segui allora le macchie della pelliccia e la lunga coda; alza il muso per annusare l'aria di tanto in tanto, si gira a guardarti, poi scivola nel folto e scompare alla vista. Poco più in là un piccolo, forse proprio il suo cucciolo, lasciato su una forcella di rami alti di una acacia, che si lamenta miagolando, forse aspetta il cibo che tarda ad arrivare. 

Quando il sole è ormai alto gli animali cercano sollievo all'ombra, acquattati tra i cespugli o sotto gli alberi più grandi. Nella vegetazione fitta, ecco un altro gruppo di leoni che dormono saporitamente, il pasto è finito da tempo; stanno addossati uno all'altro, pancia all'aria e coperti di mosche, li daresti per morti, non fosse per il convulso respirare che ne agita le costole. Solo due cuccioli si agitano poco più avanti sotto l'occhio di una grande femmina. Ti sei fermato soltanto per un'oretta su una collina bassa a sbocconcellare il pollo secco e l'uovo sodo del lunch box, il dolcino e i biscotti te li ha arraffati una scimmia dispettosa che stava in agguato su un ramo in attesa del primo turista distratto. Un lampo, un tonfo caduto dall'alto, piccole mani rapidissime che pescano nella scatola a colpo sicuro e la piccola ladruncola se ne va squittendo con il bottino stretto a litigarselo con le compagne che glielo rubano a loro volta. Nella savana devi imparare a mangiare in fretta. Non c'è tempo per degustare, devi mandare giù il boccone intero, pena la sua perdita. Era l'alba un attimo fa e sei già di ritorno perché il sole tra poco già tramonta. Lasci indietro giraffe e elefanti lontani, otarde, stormi di cicogne e marabù e, ultimo regalo una lunga coda maculata che pende da un grosso ramo fronzuto. Un enorme leopardo che riposa girando appena la testa al tuo passaggio. Sta per scendere un'altra notte sulla pianura verde scuro.


Se ti è piaciuto questo post, ti potrebbero anche interessare:

Where I've been - Ancora troppi spazi bianchi!!! Siamo a 125 (a seconda dei calcoli) su 250!