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giovedì 25 giugno 2009

Jiā

L'ideogramma di oggi "Jiā " , è come al solito molto elegante nei tratti, ma non solo per questo è stato scelto assieme a Mu (legno) per far bella mostra di sé in un tatuaggio molto appariscente che compare su un braccio della showgirl Casalegno. Infatti il suo significato è proprio "casa, famiglia" e viene utilizzato in moltissime parole composte. A costo di ripetermi, voglio sottolineare che anche questo carattere testimonia l'origine prettamente contadina della lingua cinese. Attraverso quali concetti di base viene quindi dipinto il senso cinese di casa, di nucleo familiare costituito? Si vede che sotto il carattere semplice di tetto, che ormai ben conosciamo (la stilizzazione di una tipica tegola cinese), viene posto il radicale zhū . La stilizzazione è riconoscibilissima. Visto di fianco, quasi fosse appoggiato ad un basso recinto si vede, in alto, il muso dal profilo leggermente concavo, le quattro zampe di cui l'ultima decisamente arrotondata e grassoccia e dietro l'impertinente codino un po' torto che si erge orgoglioso. Il maiale quindi, l'animale principale da allevare, di cui anche qui non si buttavia niente (tutto il mondo è paese), il simbolo zodiacale che significa fortuna, ricchezza, allegria, la bestia la cui presenza stabilisce che quella è una casa, una famiglia costituita, che è attrezzata per sopravvivere; per formare una famiglia un uomo deve avere almeno un maiale, il primo capitale produttivo. A maggior riprova, se è preceduto dal già conosciuto An (donna sotto un tetto = pace, serenità) assume il significato di formare una famiglia (serenità in casa). Quindi nell'immaginario cinese, il simpatico zhū è animale piacevole e portafortuna, niente a che vedere con il porco, l'animale schifoso e sudicio, associabile ad ogni tipo di perversione sessuale; nessun cinese si sognerebbe di avvicinarne l'immagine a quella di un importante politico per criticarne la voracità di grazie femminili o l'insaziabile e smaccata incontinenza sessuale, sarebbe come fargli un complimento e poi nella società cinese estremamente prude, un corportamento smaccato di questo tipo consiglierebbe l'immediato abbandono di responsabilità politiche. Una società troppo severa? Mah? Quello che so, è che il maiale è uno dei piatti preferiti dai cinesi e tanto per ricordare che anche laggiù ci sono delle eccellenze alimentari legate alla tipicità ed alla tradizione, ricordo che c'era un bel ristorante a Pekino che serviva un unico piatto. Si chiamava Ba Zhu Lie, che significa Papparsi il muso del maiale e la sua specialittà era appunto servire una mezza testa di maiale che per tre o quattro giorni, veniva sottoposta a 17 diversi procedimenti, marinature in erbe, brasature, ammorbidimenti, differenti e successive cotture e vi assicuro che era una assoluta squisitezza (vero Graziano?). Il proprietario, che si riteneva depositario del segreto della ricetta originale, contava di aprire una catena di ristoranti in tutta la Cina, ma dopo un anno o due circa, una folla di facinorosi ufficialmente aizzati dai sindacati lo bruciò, si dice perchè non aveva pagato il pizzo. Si vede che quello è uno di quei posti dove se c'è qualcosa che non va si da la colpa ai sindacati (ci sono in Cina, eh!). Così addio testa di maialino, ma non voglio insistere più di tanto se no vengo criticato, perchè parlo solo di cibo.

lunedì 4 maggio 2009

Febbre suina

Non poteva essere diversamente; come un vento rapido e sconvolgente, il contagio si diffonde a macchia d'olio ed in modo irreparabile in tutto il mondo. E' questione di ore, di qualche giorno e ogni angolo del pianeta ne è stato colpito. Né noi potevamo rimanere immuni. La febbre del suino ci ha colpito tra i monti, dove, sciocchi, pensavamo di rifugiarci in attesa che il contagio passasse e ci lasciasse indenni. Una sorta di spazio asettico dove svolgere il nostro annuale Decameron montano, dove dipanare il nostro piacevole novellare cortese, dandoci il buon tempo della lunga amicizia. Ma il virus malefico si è insinuato per vie non prevedibili, attraverso quello che doveva essere il nostro baluardo di difesa primario ed in particolare, il tragico e definitivo passaggio è avvenuto non già dal previsto porcello, ma da chi da esso doveva primariamente difenderci, sia per le conoscenze specifiche, sia per la fiducia che in essi avevamo riposti. Così attraverso questa perfida mediazione dell'avvocato, che doveva rappresentare la nostra guida legale al virus e tramite il veterinario, che era per noi il controllo ultimo al male, è giunto a noi il materiale che ci ha travolto definitivamente sottoforma di capocollo e luganega valtellinese. Nel luogo ameno prescelto per il sabba, sono state trasportate quantità acconce dei suddetti materiali che già nella tarda mattinata facevano mostra di sè, in ranghi serrati, su una poderosa griglia, accompagnati, per non rimaner soli, da folte rappresentanze di wurstel tedeschi. Il solo sfrigolio, lento e costante sarebbe stato sufficiente a contagiare senza rimedio tutta la compagnia del morbo fatale, ma è stato il capocollo a fungere da icona epifanica attraverso il quale il virus si è definitivamente incistato dentro ognuno di noi. Solo chi ha assaporato la gustosità sapida e la inaudita morbidezza del pezzo in questione, cotto al punto giusto e strappando con le mani le tenere rotondità dei fasci muscolari marezzati di dolce grasso quasi sciolto dal calore della pietra rovente, dopo aver scartato con disdoro l'offensiva lama di un arrogante coltello, può capire le tragiche conseguenze. Chi viene colpito dal virus suino, non ha speranze di guarigione, checchè ne raccontino i media per non aumentare il panico tra la popolazione. Ormai il male oscuro del capocollo ci ha presi tutti e a poco sono valse le cure immediate, bottiglie di Aglianico del Vulture e Cannonau come se piovesse, il liquorino di erba cedrina di Franca, le verdure grigliate di Carla per rallentare il male; i tripudi di dolciumi, incluso il tradizionale salame dolce di Tiziana, per rendere meno invasivo il virus. Anzi a rafforzarlo ulteriormente contribuivano le coppe ed i salami di Beppe e le braciole di Giulio. Ci siamo lasciati andare allora, senza più combattere, arrendendoci alla malattia, lasciandoci scivolare in quel limbo privo di sogni, popolato di fantasmi di capocolli e salcicce che è il pomeriggio successivo alla grigliata del primo maggio.

Where I've been - Ancora troppi spazi bianchi!!! Siamo a 121 (a seconda dei calcoli) su 250!