lunedì 4 maggio 2009

Febbre suina

Non poteva essere diversamente; come un vento rapido e sconvolgente, il contagio si diffonde a macchia d'olio ed in modo irreparabile in tutto il mondo. E' questione di ore, di qualche giorno e ogni angolo del pianeta ne è stato colpito. Né noi potevamo rimanere immuni. La febbre del suino ci ha colpito tra i monti, dove, sciocchi, pensavamo di rifugiarci in attesa che il contagio passasse e ci lasciasse indenni. Una sorta di spazio asettico dove svolgere il nostro annuale Decameron montano, dove dipanare il nostro piacevole novellare cortese, dandoci il buon tempo della lunga amicizia. Ma il virus malefico si è insinuato per vie non prevedibili, attraverso quello che doveva essere il nostro baluardo di difesa primario ed in particolare, il tragico e definitivo passaggio è avvenuto non già dal previsto porcello, ma da chi da esso doveva primariamente difenderci, sia per le conoscenze specifiche, sia per la fiducia che in essi avevamo riposti. Così attraverso questa perfida mediazione dell'avvocato, che doveva rappresentare la nostra guida legale al virus e tramite il veterinario, che era per noi il controllo ultimo al male, è giunto a noi il materiale che ci ha travolto definitivamente sottoforma di capocollo e luganega valtellinese. Nel luogo ameno prescelto per il sabba, sono state trasportate quantità acconce dei suddetti materiali che già nella tarda mattinata facevano mostra di sè, in ranghi serrati, su una poderosa griglia, accompagnati, per non rimaner soli, da folte rappresentanze di wurstel tedeschi. Il solo sfrigolio, lento e costante sarebbe stato sufficiente a contagiare senza rimedio tutta la compagnia del morbo fatale, ma è stato il capocollo a fungere da icona epifanica attraverso il quale il virus si è definitivamente incistato dentro ognuno di noi. Solo chi ha assaporato la gustosità sapida e la inaudita morbidezza del pezzo in questione, cotto al punto giusto e strappando con le mani le tenere rotondità dei fasci muscolari marezzati di dolce grasso quasi sciolto dal calore della pietra rovente, dopo aver scartato con disdoro l'offensiva lama di un arrogante coltello, può capire le tragiche conseguenze. Chi viene colpito dal virus suino, non ha speranze di guarigione, checchè ne raccontino i media per non aumentare il panico tra la popolazione. Ormai il male oscuro del capocollo ci ha presi tutti e a poco sono valse le cure immediate, bottiglie di Aglianico del Vulture e Cannonau come se piovesse, il liquorino di erba cedrina di Franca, le verdure grigliate di Carla per rallentare il male; i tripudi di dolciumi, incluso il tradizionale salame dolce di Tiziana, per rendere meno invasivo il virus. Anzi a rafforzarlo ulteriormente contribuivano le coppe ed i salami di Beppe e le braciole di Giulio. Ci siamo lasciati andare allora, senza più combattere, arrendendoci alla malattia, lasciandoci scivolare in quel limbo privo di sogni, popolato di fantasmi di capocolli e salcicce che è il pomeriggio successivo alla grigliata del primo maggio.

1 commento:

AdriRips aka Ginevra ha detto...

... e, tre giorni dopo, non abbiano ancora finito di contare i dispersi :)

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