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venerdì 17 febbraio 2017

Madagascar 32: Spiagge bianche




La spiaggia è un ecosistema particolare, in fondo niente di più che una sottile linea di confine tra terra e mare. Difficile definire il motivo per cui sia così fortemente attrattiva per la maggior parte delle persone. In fondo è un non luogo di permanenza provvisorio, neppure particolarmente accogliente; per renderla confortevole devi attrezzarla in qualche modo, stendere teli, per non parlare di ripari per l'ombra o lettini vari. E' un misto di contrasti tra il desiderio di riposo e distacco dalla frenesia del campare quotidiano e l'offerta di un vivere differente da quello a cui si è normalmente abituati, la sicurezza delle protezioni, dei tetti sotto i quali trovare riparo, la liberazione dai vestiti e infine la promessa del contatto con l'elemento acqua, specialmente se calda, quel liquido amniotico la cui perdita ci perseguita per tutta la vita e del quale cerchiamo così di sopperire la mancanza. Difficilmente trovi qualcuno che non ami passeggiare sul bagnasciuga. Camminare, muoversi sulla linea di confine con quel leggero solletico dell'onda timida che ti lambisce come la carezza di un'amante desiderosa di attenzione, che ti chiama continuamente perché tu vinca la ritrosia e ti lascia andare al suo caldo abbraccio. Senti il tocco gentile della brezza che asciugandoti le perline di sudore che il sole sempre forte, pretende, ti danno quell'attimo di fresco concesso dell'evaporazione sulla pelle. Il ruvido morso del sale sull'epidermide che a poco a poco si scurisce, l'ombra che si accorcia prima e poi mentre il giorno muore, diventa sempre più allungata, mentre il sole perde tutto il sangue sul pavimento del cielo nella speranza di rinascere domani. 

Questi mari delle isole del sud amplificano ancor di più queste sensazioni. In fondo ci staresti tutto il giorno tra la corona dei palmizi e la marea, che qui è sempre importante, accresce il senso di esotico che contribuisce al piacere. Questa acqua che si ritira mettendo a nudo lentamente il fondo irregolare, mostrando tutta una vita in equilibrio tra due ambienti, tra aria e acqua, lo scoprirsi di rocce  corrose e taglienti, i residui ormai morti, frammenti di conchiglie, pezzi di corallo sbiancato che non rappresentano una fine, ma soltanto l'inizio della spiaggia futura, tutto diventa attrazione e spettacolo, mentre potrebbe sembrare di primo acchito come la faccia deteriorata della riva. Poi, mentre stai lì, inconsapevole ed incurante del tempo che passa, senza che tu riesca ad avvertirlo, ecco che c'è l'inversione di tendenza, il va e vieni dell'onda seguente che prima era sempre, anche se solo di un tratto infinitesimale, meno aggressiva e morbosa, fermandosi ogni volta un poco prima, adesso pare avere cambiato idea; si spinge, dapprima quasi vergognosa, poi sempre più ardita, sempre un po' più avanti, come l'innamorato che attenta al corpo dell'amata ritrosa, che pare non voglia concedersi, ma poi trattino dopo trattino, attraverso accettazioni successive, abbandona la sua timidezza, si lascia andare alla passione, mentre le dita insistenti si allungano sulla sua pelle di sabbia distesa e calda di sole, cercando di averla tutta per sé ancora una volta. 

Quando il mare ha conquistato definitivamente la riva, rimane sì un poco a godersela tutta, poi, stanco amante soddisfatto, si ritira lento. Ricomincerà il suo assedio prepotente e inarrestabile tra sei ore, instancabile e fedele per sempre. Tu stai lì a guardare questo amplesso a cui titubi se partecipare o no, mescolandoti ad esso per avere anche tu la tua porzione di piacere. La spiaggia è calore e soddisfazione al tempo stesso, è tempo lento da spendere senza occupare la mente, ristoro e riposo senza rimpianto di tempo perduto. L'isola del sud ha spazi dilatati, la striscia di sabbia coronata da palme è sempre estesa a perdita d'occhio, chi ci cammina si perde nella sua estensione, difficilmente c'è contatto con l'altro da te, che rifiuti di norma per una misantropia malcelata. La solitudine voluta non pesa mai, respiri salsi sentori di mari sconosciuti, assieme al desiderio di vedere un giorno cosa ci sia al di là di quell'orizzonte tremulo, ancora se possibile più lontano. Non hai neanche voglia di mangiare, seduto sulla sabbia ad ascoltare il rumore dell'aria. Rimane solo lo spazio per l'appuntamento della sera, la pelle ormai asciutta dall'acqua, ad indovinare quali saranno i colori del cielo di questa sera, ogni volta nuovi ed imperdibili, per imparare la bellezza delle nubi alte che rimangono immobili. Anche il mare sembra immobile come il tempo o forse sei tu che lo vorresti fermare. Domani bisognerà ripartire. 


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martedì 18 febbraio 2014

Vita da spiaggia

Mui Ne - ore 6
Come sempre al tropico l'alba sorge all'improvviso dal mare. Alle sei la brezza sfuma fino a cessare completamente. Anche l'onda è più calma e puoi entrare nell'acqua lasciando scivolare il tuo corpo come un dugongo che cerca di raggiungere il suo elemento naturale dove abbandonarsi al corso della natura. Poi quando il sole si alza e il suo raggio velenoso morde la pelle tenera e delicata viene l'ora di porsi al riparo,  di cercare asilo sotto le frasche secche dei cocchi.  La spiaggia si popola a poco a poco di altri corpi, di nudità incongrue e sovrabbondanti,  da supermarket della cellulite, condite di piccoli gridolini di meraviglia per la bellezza comunque incontrovertibile e per la impagabile sensazione di dita che affondano in una cipria bianca, polvere di conchiglia così tenera e farinosa da massaggiarti la pianta del piede come una delle ragazze che vanno su e giù offrendo questo servizio.

Lo spazio antistante il giardino verdissimo, (che contrasto il limite tra sabbia e prato, quasi come quella tra natura e civiltà) è gremito di massaie moscovite che lanciano gridolini di meraviglia e si spiaggiano felici. Arrivano le ragazze delle magliette, respinte con perdite, poi quelle delle perle, subito circondate. L'assedio si presuppone lungo. Intorno corpi nudi, carni generose ricoperte appena da minime fettucce di stoffa, di là membra esili e minutissime, completamente ricoperte, calze spesse, maniche lunghe, guanti e maschere che appena scoprono gli occhi, terrorizzati di subire un raggio di sole che scurisca la pelle, la renda rugosa al tatto, una condizione che renderebbe la ragazza assolutamente indesiderabile ed equiparata ad una contadina china da mane a sera nel fango della risaia, condizione piuttosto dequalificante per chi aspira ad un buon marito.  

 Concluse le faticose trattative,  i gruppi si separano, da un lato sulla sabbia, piccole statue scure immobili come ragni sotto il cappello a cono ad aspettare nuove vittime, occhi immobili ma vigili, sguardi da vietcong geneticamente pronti a balzare fuori dai loro cunicoli, ad attaccare senza quartiere il nemico in arrivo,  con la benedizione dello zio Ho. Un carretto passava e quell'uomo gridava "cocco fresco", le ragazze sui bilanceri hanno frutta e fiori non ancora appassiti. Sui lettini, chiappe lattee straripanti che quasi a vista d'occhio si colorano di rosa, poi di un rosso vivo che lascia immaginare il vermiglio che, nonostante litri di Nivea, di certo tarocca, vendura all'ingrosso dai banchetti sulla strada, promette una notte di dolore cercata e meritata.

Where I've been - Ancora troppi spazi bianchi!!! Siamo a 121 (a seconda dei calcoli) su 250!