mercoledì 23 luglio 2014

Albania 11: Pozzi di petrolio


L'area petrolifera a sud di Elbasan

Pozzi e pagliai
La strada corre quasi rettilinea su un terreno ondulato vicino alle colline. Questa è terra buona, irrigua e i campi sono coltivati intensamente, frutteti, serre, campi di mais rigoglioso, non come gli stentati campicelli della montagna o le terrazze sui fianchi delle colline alte, che a poco a poco si stanno rinselvatichendo. Lavoro immane di migliaia di persone che il regime aveva costretto al lavoro forzato collettivo, tentando di riscrivere l'orografia del territorio, nello sforzo di rendere autosufficiente il paese. Quaranta anni di sconvolgimenti che non riescono a trovare pace e sistemazione neppure oggi, anche se è ormai passato più di un ventennio, dopo la caduta del regime. Infatti uno dei problemi di più difficile soluzione dei contenziosi legati al passato, rimane proprio questo delle vecchie proprietà. Tutte le terre confiscate agli antichi proprietari terrieri, erano state date in gestione a queste cooperative, delle specie di comuni che hanno coltivato e provveduto per decenni alla sistemazione dei terreni, con titaniche opere di terrazzamento e regimazione delle acque. Capovolta la situazione, dopo il '91, si pensò di compensare i tanti anni di duro lavoro imposto a questa gente dando loro in gestione, con una sorta di usufrutto, le aree da loro coltivate o gli alloggi che avevano occupato per tanti anni. Tutto questo, tuttavia va a confliggere con i diritti di quanti, perseguitati politici e internati nei campi di concentramento e dei loro eredi, hanno tentato di rientrare in possesso dei beni loro espropriati. 

I contenziosi non si contano e proseguono tuttora con gran goduria di avvocati e di quanti sulle beghe legali ci campano. L'area a sud di Elbasan sta per essere interessata da un gigantesco progetto di centrale idroelettrica che formerà un lago di grandi dimensioni a ridosso delle montagne e già si vedono gli effetti di colossali sbancamenti, che allo stesso tempo portano anche strade moderne e veloci. Alle spalle, il territorio prosegue ondulato, con pochi casolari sparsi tra le colline. Tra i campi  e gli orti che si susseguono disordinatamente, quello che non ti aspetti, una serie infinita di tralicci, alti pochi metri, neri e malandati, ricoperti di ruggine e di untume di oli pesanti. Questi erano i vecchi campi petroliferi albanesi che davano al vecchio regime una certa autonomia energetica. Sono quasi tutti in disuso, le pompe ormai consumate e stanche, i pozzi esausti. Qualcuna continua ancora il lento movimento altalenante per estrarre le ultime gocce di quel materiale, croce e delizia, fortuna e maledizione al tempo stesso per tanti paesi. Pare ancora di ascoltare se tendi l'orecchio verso la valle, il cigolio delle bielle, l'ansimare stanco delle pompe dalle guarnizioni consunte. Adesso quanto rimane o è stato scoperto di nuovo, viene estratto con metodi moderni ed efficienti ed è gestito da ben altri complessi multinazionali, che sono subito arrivati ad offrire i loro servigi. 

Pozzo in disuso
Qui rimangono solamente gli scheletri di un passato prossimo, le carcasse di un mondo che non c'è più, ma ancora ben visibile, un monito mescolato ai pagliai ed agli orti di pomodori, alla base dei quali razzolano le galline e da cui anche i deliziosi asinelli grigi che pascolano lungo il sentiero, si tengono lontani, come non volessero sporcare il morbido pelo grigio con quel nero appiccicoso. Quasi non trovi paesi lungo la strada, solo piccoli gruppetti di case, all'apparenza deserte, al centro delle quali, al massimo, quella più grande ha qualche seggiola fuori e un paio di tavoli, con una insegna della birra Tirana. Ti puoi fermare a bere qualche cosa, ma se vuoi mangiare, devi convincere il ragazzo che sta lì a chiacchierare con gli amici a lasciarti andare direttamente in cucina e a lasciarti preparare direttamente qualche cosa, un'insalata, yogurth, un po' di pesche succose. Lui lascerà fare, intento com'è a discutere con gli amici del campionato del mondo o se è ancora il caso di emigrare in Germania o in Svizzera. Le cicale intanto, continuano il loro assordante lavoro.

Bar di paese


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martedì 22 luglio 2014

Albania 10: La storia di Enkli 2

Tramonto sul porto

Era la prima nave albanese che arrivava in Italia e nessuno sapeva bene come affrontare questo problema. Poi il campo profughi a Bari e il tempo che non passava mai. Enkli cominciava a chiedersi cosa le sarebbe successo, anche perché, anche se era solo uno scricciolo di 14 anni, occhiate strane la percorrevano dall'alto al basso quando passava per andare ai bagni e facce poco piacevoli facevano già capolino dietro le tende quando calava la sera. Un militare italiano la prese con sé ad aiutarlo alla mensa e riuscì a tenerla separata dalle trappole più grosse, evitandole di correre pericoli gravi. Lei aveva detto che avrebbe voluto tanto continuare a studiare, così la destinarono ad un istituto di religiose. Al tribunale dove la portarono un mattino, si sedette in un angolo ad aspettare quelle suore che non arrivavano mai. Vicino a lei, una famiglia arrivata da nord che aveva chiesto in affidamento uno dei tanti minori arrivati senza famiglia. Era stato scelto un ragazzo, che però, saputa la cosa, era scappato dal campo e non si riusciva a rintracciare. Le ore passavano e così passò tutto quel lungo giorno, con le suore che non arrivavano e il ragazzo fuggiasco che non ricompariva. 

A sera il giudice chiamò la famiglia per rimandarla a casa. Loro chiesero se non era possibile portarsi via quella bambina, magra, magra, dagli occhi tristi ma decisi, a cui, senza scambiare una parola, erano stati vicini per tutto il giorno. Il giudice acconsentì e per Enkli cominciò una seconda vita. Nella nuova città a conoscere i nuovi fratelli e la sua nuova casa, a imparare una lingua diversa. All'inizio non fu facile. Al campo c'era un esponente di antiche comunità albanesi italiane, gli Arbereshe, ma è un po' come se un italiano parlasse con Dante, era una lingua così antica che quasi non ci capiva nulla, poi piano piano cominciò a ingranare. Stava davvero bene nella sua nuova casa, il suo unico grande dolore era quello di non poter sapere più nulla dei suoi genitori, che la cercavano disperatamente, nonostante la sua nuova famiglia cercasse in ogni modo notizie e contatti. Dopo due anni finalmente il padre fu rintracciato e fu possibile un primo contatto telefonico. Volevano che ritornasse, avrebbero potuto pretenderlo in base agli accordi internazionali, ma quando Enkli disse che non avrebbe mai accettato di lasciare la nuova famiglia, la madre decise che quello doveva essere il suo destino e anche il papà, piangendo, chinò il capo. Così continuò la vita italiana di Enkli, una vita felice e piena, premiata come la più brava studentessa straniera in quel primo anno di scuola e lei ride quando te lo racconta: "Certo ero l'unica!". 

Poi l'università e i tanti cambiamenti avvenuti nel suo mondo e quando finalmente fu possibile, i viaggi in Albania dove le due famiglie si sono potute finalmente abbracciare. Adesso Enkli ha due madri e due padri e sei fratelli, ha girato un po' e dopo aver maturato un po' di esperienze qua e là, ha deciso di tornare a lavorare in Albania, per dedicarsi al turismo, che è un settore che dovrebbe avere un grande sviluppo da queste parti. E' felice Enkli, quando ti può mostrare e raccontare le bellezze della sua terra e quasi ride se ti vede emozionato al sentire la sua storia, in fondo, dice, questa è una storia a lieto fine. Ma tu, mentre la stai ad ascoltare, non riesci che a pensare a quella bambina di 14 anni anni che corre verso la nave col cuore in gola e sale a fatica su quelle scale di corda. Lei intanto telefona alla sua mamma italiana, rincuorandola sul fatto che sta bene e che è in giro con italiani non troppo difficili, poi compra un po' di cose da portare a casa questa sera che si ferma a Tirana, alla sua mamma albanese, sperando che appena arrivata a casa, non cominci a stressarla con la solita storia, che è sola e che ci sarebbe un bravo ragazzo, un lontano parente che potrebbe essere interessato. Eh no, meno male che domani vado al sud dove abbiamo degli appartamenti da affittare e mi arrivano due coppie di olandesi, se no qui non si resiste, e se ne va scoppiando in una risata. 

La sera al porto di Durazzo


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lunedì 21 luglio 2014

Albania 9: La storia di Enkli

I bunker di Hoxha



Come sempre viaggiando attraverso ad un paese vieni a contatto con la sua storia ed allo stesso tempo con la storia di tante persone. Molte di queste interesserebbero qualunque ascoltatore anche distratto, altre invece ti lasciano senza fiato, a sentirle raccontare e fatichi ad identificarle con vite realmente vissute, tanto il destino riesce a costruire trame così drammatiche. Quella di oggi è una storia a lieto fine e chi te la racconta ride mentre ricorda e il suo sguardo è sereno, ma da parte nostra bisogna riflettere, almeno un poco su molte cose e a quanto ti può accadere se ti capita di nascere in una delle tanti parti sbagliate del mondo. Intanto bisogna ricordare che l'Albania è stata per circa 45 anni, uno dei regimi dittatoriali insieme più chiuso e crudele tra quelli che si conoscono. Appena terminata la guerra, Enver Hoxha, preso il potere, chiuse il paese ermeticamente e diede inizio ad una serie di purghe spietate per eliminare qualunque tipo di opposizione. Il nonno di Enkli, ufficiale di marina, con vaghe accuse di spionaggio e connivenza con l'occidente, fu imprigionato e dopo qualche anno di prigionia, giustiziato sommariamente. La sua famiglia, catalogata quindi come dissidente fu inviata in uno dei tanti campi di lavoro forzato nelle campagne. Suo figlio quasi laureato in medicina ebbe comunque il compito di esercitare questa professione nei paesi del circondario. Qui conobbe una ragazza anche lei di una famiglia di supposti oppositori e si fidanzò. 

Ma per il comitato politico questo non era ammesso e pertanto il matrimonio fu vietato, nonostante per i canoni dell'epoca, la ragazza, ormai fidanzata, fosse irrimediabilmente compromessa. I ragazzi si sposarono ugualmente e per questo furono puniti con rigore, con l'invio in un campo molto più duro, in una zona di bonifiche attorno a Durazzo, dove lui continuò a esercitare di nascosto alla sera la sua attività clandestina di medico. Nacquero tre figli,  che come figli di condannati non avevano troppi diritti in verità, ma Enkli, che era molto brava a scuola ottenne, pagando, il permesso di frequentare le scuole medie a Durazzo. Certo Enkli era una ragazzina un po' particolare, ribelle e poco incline a soggiacere agli ordini e alle consuetudini, in particolare, mentre l'adolescenza cominciava a bussare alle porte, il suo terrore era quello di essere promessa in sposa a qualcuno contro la sua volontà. Tendeva l'orecchio in casa, quando sua madre parlava sottovoce con papà e cominciava a sospettare che si cominciassero a fare dei progetti su di lei, tanto che aveva già detto che lei, in questo caso sarebbe scappata addirittura dal paese, anche se sapeva quanto fosse impossibile, rimediando ogni volta una scarica di botte, non tanto per la ribellione in sé, ma perché bastava che qualche vicino curioso avesse sentito certe dichiarazioni di principio e fosse andato a denunciare e le conseguenze avrebbero potuto essere davvero pericolose, in un tempo in cui quando sentivi bussare alla porta al mattino presto, potevi essere sicuro che non fosse il lattaio. 

L'unica sberla da suo padre invece, se la beccò quando prese in giro la sorellina che si lamentava per una sbucciatura ad un ginocchio, deridendola perché aveva fatto il giuramento al Partito e non poteva frignare per così poco. Ebbene a quei tempi, anche per una ragazzina, scherzare sul Partito, poteva avere conseguenze davvero pericolose. Così trascorreva il tempo, mentre Enkli si concentrava nello studio, facendo la ginnastica militare al mattino e il campeggio estivo dove si insegnava la difesa contro il nemico che da un momento all'altro avrebbe attaccato i sacri confini della patria e cominciando a farsi le prime confidenze con le amiche del cuore su argomenti che non si potevano affrontare neppure con la mamma. Nel '91 cominciarono ad accadere cose molto strane ed inusuali, che Enkli, che allora, aveva soltanto 14 anni, neppure capiva. C'era gente per strada che gridava, molti si richiudevano in casa, alla periferia si erano sentiti anche spari. Quel giorno a scuola c'era un'atmosfera molto strana e una gran confusione tra gli insegnanti. Enkli, che doveva essere interrogata in matematica e ci teneva a ricevere il premio come prima della classe, era piuttosto nervosa, quando arrivò in aula il responsabile scolastico e disse che le lezioni erano sospese e che tutti se ne dovevano tornare a casa. Enkli era un po' arrabbiata perché aveva studiato tutta la settimana per quella interrogazione, ma uscì di corsa con il suo gruppo di amiche. Fuori c'era una gran folla vociante che andava verso il porto. Con la curiosità delle ragazzine, furono trascinate dalla gente fino alle banchine. 

Giravano voci incontrollate. Qualcuno vicino a lei le disse che quella nave andava in Italia e chi voleva poteva salirci sopra. Le amiche spaventate scapparono, lei rimase a guardare come ipnotizzata quella grande nave con le fiancate grigie e arrugginite, coperte di scale di corda su cui qualcuno aveva cominciato a salire. D'un tratto si trovò davanti un parente lontano che le gridò di scappare a casa, che era pericoloso. Lontano, dietro i giardini si sentiva lo scoppiettare di qualche mitragliatrice. Enkli era come in trance, gettò la cartella dei libri in mano allo zio e come spinta da una forza sconosciuta, corse verso la nave, si arrampicò sulle corde, qualcuno la aiutò a salire e si trovò di colpo sul ponte a guardare la riva che si allontanava. Di colpo le prese la paura per quello che aveva fatto, mentre intorno le voci si rincorrevano, chi diceva che sarebbero andati al di là del mare e sarebbero stati messi in prigione o rimandati indietro, chi scrollava la testa, sicuro che la nave sarebbe approdata poco più in là a Valona e che sarebbero stati tutti fucilati, come accadeva normalmente a chi cercava di scappare dal paese. Nella notte non riusci a dormire, terrorizzata per quello che sarebbe potuto accadere ai suoi, per quello che lei aveva fatto e per il luogo sconosciuto dove sarebbe finita, ma tuttavia era ferma nella decisione presa e senza pentimenti. All'alba la nave era davanti ad una costa sconosciuta. Un'altra nave l'aveva affiancata ed i due scafi stavano immobili davanti alla riva. 

(continua)

Il porto di Durazzo


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domenica 20 luglio 2014

Albania 8: Elbasan

Le ragazze di Elbasan


Le mura di Elbasan
La strada asfaltata scende dai monti e cala verso la piana centrale albanese con calma balcanica. La prima grande città che trovi ai margini della pianura è Elbasan, situata esattamente al centro del paese sul fiume Shkumbin e proprio per questo chiamata l'ombelico dell'Albania. Era già un centro importante, fondato dagli Illiri e di qui passava la via Ignazia, testimonianza di come i Romani sapevano gestire i territori. Quindi una città carica di storia, perché ai Romani si sono succeduti Bizantini e poi gli Ottomani che alla città hanno applicato l'ultimo nome. Qui di storia e di storie sovrapposte, ce ne sono talmente tante che al momento attuale si è pensato di coprirle quasi del tutto, almeno non danno troppo fastidio e poi diciamoci la verità, è sempre accaduto così nel tempo, la nuova cultura è arrivata e ha soppiantato quella precedente assorbendola, mantenendone qualche cosa e quindi annichilendola completamente. Qui, annichilire la cinta muraria di pietra, un quadrato dal perimetro di qualche chilometro, non era cosa facile, così i nuovi barbari hanno costruito attorno, all'interno e sopra, utilizzando pietre e spazi al meglio. E' davvero interessante comunque entrare dentro a queste mura poderose attraverso le cilindriche torri angolari e ritrovarsi all'interno di un'altra città nella città, con alberghi, case e ristoranti che si sono adeguate benissimo alla situazione, occupando ogni spazio utile. 

Il ristorante costruito sopra la necropoli
C'è chi gioca sulla situazione, come l'albergo all'ingresso che esibisce un frontone triangolare in cemento o tutto un primo piano eretto su pilastri a simiglianza di colonne sopra ammassi a vista di rovine, tombe, lapidi di cui indovini ancora le scritte in greco, in latino o in arabo. Negli spazi liberi, piccoli giardini ornati di anfore, alcune nuove, altre antiche, così a piacere, dove si muovono rapide, si fa per dire, piccole tartarughe che cercano quanto meno di non lasciarsi acchiappare. C'è comunque una certa emozione nello spostare pile di sedie ammassate al riparo, per decifrare alla meglio su una lastra di pietra sbrecciata, un nome, una parola di elogio funebre, un riferimento geografico. Qui non è il caso di dare giudizi o pontificare, anche in questo modo si muove la storia, bisogna seguirne i sottili disegni con una certa dose di umiltà per cercare di capire le spirali del tempo e le loro strade spesso simili. Intorno alle mura, un mondo che è appieno nel nuovo millennio, anche se lungo la strada anziane donne in nero e velo bianco si mescolano a gruppi di ragazze in minigonne da vertigine e jeans attillati. Le cose cambiano in un attimo. Nel '90 una ragazzina preadolescente andava a scuola quaggiù, coprendosi il più possibile il viso con lo stesso velo bianco delle nonne, cercando di evitare il più possibile l'inevitabile abbronzatura provocata dal forte sole della montagna. Avere la pelle bianchissime era la sola bellezza accettata in quel momento. 

Muri e fregi di un tempio nel magazzino del ristorante
E poi, cosa che di certo ci incuriosisce per la sua anomalia, si confrontava ogni giorno con le amichette per controllare se le fossero cominciati a crescere i primi peli sulle gambe, simbolo di entrata nell'età adulta e che, allo stesso tempo, avrebbero conferito alla pelle, comunque ben nascosta da spesse calze, una morbidezza particolare, di certo desiderabilissima, in quel rapporto con l'altro sesso, ancora così distante e misterioso, ma spesso pensato anche se mai espresso. Un solo anno dopo, un anno di eventi talmente stravolgenti da sconvolgere la mente di qualsiasi persona di esperienza, quella stessa ragazzina si è trovata in un mondo capovolto, a solo qualche centinaio di chilometri dal luogo dove aveva sempre vissuto, dove le ragazze andavano al mare quasi nude per abbronzarsi il più possibile e il non depilarsi accuratamente, ti faceva entrare in una categoria border line, mentre nelle camerette dei coetanei campeggiavano manifesti dei Gun and Roses con il leader della band che esibiva una mano nelle mutande di una ragazza ammiccante. Per chi temeva da un momento all'altro di essere fatta sposare a forza dai parenti con qualche sconosciuto cugino, questo ribaltamento deve essere stato davvero un momento di shock difficile da assorbire. Ma i tempi cambiano in fretta e l'adeguarsi è poi la regola del mondo per sopravvivere. Intanto noi teniamo la barra diritta verso sud, mentre la strada corre tra le colline verdi e piene di frutteti e di campi coltivati.

Giochi lungo le mura di Elbasan
SURVIVAL KIT

Elbasan - a 40 km da Tirana e 80 da Pogradec, su buona strada. Parcheggio vicino alle mura della cittadella. Non si paga l'ingresso.

Resti della basilica, nel giardino pubblico

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sabato 19 luglio 2014

Albania 7: Il lago di Okrit

Lago di Okrit



Attrezzature di divertimento sul lago
Non sono un appassionato di laghi, ma arrivare a tarda sera dalla lunga serpentina che scende dalla montagna fino a Pogradec, mentre la luce diventava sempre più fioca e la immensa superficie dell'acqua diventava via via più vicina, è stato comunque emozionante. E poi con questo lago avevo un appuntamento mancato da oltre venti anni. Già, era l'anno prima che scoppiasse la guerra, nell'agosto '90. Dall'altra parte era ancora Yugoslavia, ma i segnali di disintegrazione erano nell'aria, anche se era impossibile pensare ad una mattanza insensata come quella che la follia umana avrebbe prodotto di lì a poco. Ero a Ohrid, esattamente sulla riva opposta, adesso macedone, la bellissima cittadina col suo antico monastero che dà il nome al lago stesso. L'acqua aveva lo stesso colore e l'altra parte del lago, quello in cui mi trovo adesso, stava lì invitante e desiderabile, eppure esclusa da una barriera invalicabile, che aveva reso il paese delle aquile completamente isolato ed impenetrabile a chiunque. La voglia di attraversare quel confine era allora fortissima e dentro di me ci fu allora la certezza che prima o poi ci sarei arrivato dall'altra parte, per vedere cosa c'era oltre quello specchio d'acqua deserto, così diverso dagli altri, sempre solcati da navi e battelli di ogni dimensione, mentre lì tutto era solitario e spento, quasi lugubre. Il mondo fa in fretta a cambiare. Adesso il lungo lago è certamente diverso, sono scomparsi anche i bunker, sostituiti dalle tante costruzioni che hanno portato anche qui il turismo, locale per ora. Tanti alberghi nuovi grandi e piccoli, ancora certo in sovrannumero rispetto alla esile richiesta, ma bastanti a dare la sensazione della vacanza, di gente libera che cammina serenamente nei giardini della passeggiata del lungolago, tra bar e piccoli locali, da cui esce, neanche troppo a basso volume, lo scoppiettare  della musica balcanica, violini e clarinetti, mentre i fumi delle griglie riempiono l'aria di odori allegri e ti invogliano a sederti, rilassato a bere birra e mangiare spiedini e tzatziki. C'è tanta gente in giro. 

Quasi al tramonto
Fai fatica a pensare che due decenni fa, qui vigeva una specie di coprifuoco continuo e ognuno prima di parlare si guardava alle spalle, con la paura continua di sentire bussare alla porta, la mattina dopo, un drappello della polizia segreta. Qualcuno veniva qui con la speranza di farcela a scappare; entrava nell'acqua tra le canne nel buio, cercando di farcela a nuotare fino all'altra riva o con una barchetta, certo più sicura, ma così facilmente avvistabile dalle mitragliette delle guardie. Adesso che l'aria è diversa, l'unica cosa che può capitare è l'arrivo, sempre al mattino presto, della polizia edilizia, che, dopo avere però effettuati i tre avvisi regolamentari, giunga con la ruspa per buttare giù una, magari la tua, delle migliaia di case abusive che nel frattempo il benessere e la brama speculativa ha costruito a gran velocità lungo le tante coste bellissime di laghi e del mare. Comunque, la sera, passeggiare sul lungolago è davvero piacevole, mentre la luna ormai piena ne fa risplendere la superficie di argento vivo. La mattina si fa colazione davanti alla grande vetrata che guarda il lago, mentre i rilievi delle rive lontane si leggono appena in una infinita sfumatura di azzurri e di blu. Forse sarebbe anche divertente trascorrerci qualche giorno da queste parti, lasciarsi cullare su un barchetta, cercando di pescare una trota, senza spingersi troppo al largo, sul lago deserto e profondissimo, cercando di non udire le voci di quei tanti che cercavano di passarlo a nuoto, di notte, anche senza la speranza di farcela. Non so che dire, il lago mi lascia sempre sentori di tristezza, anche con la sua bellezza cupa, che non induce al riso. Meglio andarsene forse, percorrendo la bella strada che lo costeggia, tra bassi canneti e piccole anse ingentilite da paesi addormentati. Poi ancora una volta la strada prende la via del monte, un altro passo dove puoi dare l'ultimo sguardo a quella superficie di un azzurro metallico, che da questa altezza ti appare ancora più immobile. Ohrid, Okrit, due nomi diversi per lo stesso luogo, finalmente ti ho avuto, ma non per questo, adesso, sono più felice.

La lontana riva macedone azzurra vista dal passo

SURVIVAL KIT

Hotel 1 Maji - Pogradec - Lulishtja 1 Maji, 120 - In posizione centrale proprio sull'acqua del lungo lago. Nuovissimo con camere spaziose, molto silenzioso, Free Wifi. Stranamente colazione molto sovietica che ricorda gli Inturist di un tempo, con squash e caffè lunghissimi e biscottini alla segatura. Per il resto ottimo, sui 40/50 €. Potrete uscire la sera e passeggiare tra i bar e i locali che offrono musica, birra e ottime grigliate attorno ai 10 €.

Risulterebbe che è stata attivata una linea con un battello che fa il giro del lago, arrivando quindi anche in Macedonia, ma al momento non ho notizie più precise.

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venerdì 18 luglio 2014

Albania 6: Bunker e laghi

Pagliai di montagna



Il ponte romano
Le piccole catene di monti che corrono parallele al mare si susseguono una dopo l'altra in una serie intricata di forre e precipizi, salite improvvise che ti conducono a passi tra le nuvole e susseguenti zig zag in discese mozzafiato in mezzo a boschi intricati. E' una vera pacchia per chi ama il fuoristrada, seguire queste carrarecce sassose che paiono seguite solo da muli imbardati e greggi di capre. Ogni tanto un piccolo guado in fondo alla valle per passare un pigro rivolo di acqua che, dal greto che lo circonda, indovini invece, violento e prepotente in altre stagioni e poi via a risalire il costone, senza incontrare mai nessuno. Ti sembra quasi un mondo deserto e primordiale, forse abbandonato dai suoi abitanti che un tempo lo popolavano. Il problema si presenta quando è ora di mettere qualche cosa sotto i denti, perché anche il fuoristradista non vive di sola polvere e pietrisco, dell'adrenalina dei guadi e della guida ai limiti del ribaltamento. Su un costone, libero dal bosco, quattro case circondate da orti stentati, due campi di mais e qualche prato già sfalciato, circondato da grandi pagliai. In una di queste, la stanza che dà sulla strada, un po' più grande, funge da solito negozio tuttofare e quindi ci sono anche i due tavoli e qualche sedia che lo qualificherebbero come bar. Il ragazzo rimane perplesso alla nostra richiesta di cibo, non so se per la dimensione dei richiedenti o per una oggettiva ed inusuale stranezza della richiesta. Chiediamo di conferire con la mamma, che arriva dall'orto tutta trafelata, anche lei però incerta sul da farsi, poi, convinta dalla pressione esercitata dai famelici stranieri, forse per non farci rimanere male, corre in cucina a preparare quello che ha nel suo frigo. 

Alcuni bunker
Così, dopo poco, compaiono assieme alle birre fresche, qualche piatto di tzatziki, delle belle insalatone alla greca, che qui comunque è bene chiamare insalate miste, salsicce arrostite e un fenomenale piatto di ricotta tiepida e striscioline di peperoni sott'olio, che viene sbarazzata in un attimo, sotto gli occhi sbarrati della gioventù del paese che si è radunata davanti al negozio a prendere parte all'unico avvenimento della giornata. Finale con caffè turco, corposo, sapido, forte, che come si sa premia chi sa accontentarsi e punisce l'ingordo lasciandogli sabbietta fine di caffè in bocca per tutto il giorno. E' un problema anche pagare, la signora vorrebbe solo i soldi delle birre, in quanto secondo lei non ci ha fornito un vero e proprio pasto. Alla fine si riesce a farle accettare un euro e mezzo a persona. Poi la strada prosegue per fondo valle, lungo un fiumicello un poco più pretenzioso che ha scavato una bella gola scura e silenziosa. Attraversi il bosco per arrivare ad una spiaggetta dove l'acqua prende più forza prima di buttarsi nella profondità di una forra più oscura e arrivi davanti ad uno dei tanti gioiellini sconosciuti e completamente occultati dal segreto della foresta. Appena le piante si aprono un poco ecco, un grande ponte di epoca romana, perfettamente conservato che scavalca l'acqua con una curva elegante e slanciata. Pilastri robusti adatti a durare per millenni, archetti precisi che ne alleggeriscono la forma sinuosa, il selciato ancora solido ad aspettare i passi delle legioni che vanno a presidiare lontani confini, zoccoli di muli, ruote di carri pieni di derrate da portare in ogni parte dell'impero, la ricchezza del commercio e della commistione di popoli e di idee, la grande forza della soluzione romana, forse la spiegazione vera della durata del suo dominio. 

Una granata
In alcuni punti seminascosto ancora dalla vegetazione ricca e rigogliosa per l'umidità costante, che ne fa ricoprire la pietra di muschi, mentre giganteschi salici e altri arbusti lo assalgono alle spalle per tentare di vincere senza riuscirci, l'opera dell'uomo. Così lo vuoi percorrere ancora per intero, perché solo in questo modo ti par di sentire i passi cadenzati della marcia di quei lontani invasori; lo ammiri dal basso per chiederti se queste cose possono rappresentare nel tempo la grandezza dell'umanità, dell'uomo faber intendo e non del guerriero distruttore. Chissà, comunque il paese è pieno di questi  resti millenari, ben conservati, ci vuole solo la voglia di scoprirli e di andarseli a vedere. Magari di metterli a paragone con le opere più moderne e recenti, gli infiniti bunker di cemento di cui vi ho già parlato, che però già cominciano a sgretolarsi sotto il giudizio della storia. Al fianco nel costone della montagna ce ne sono di grandissimi, forse servivano a riparare carri armati e sono tutti comunicanti tra loro. Butti  un'occhiata dentro e per terra tra il fango ecco che spunta una granata, piccola, verde, maligna, ancora pericolosissima, a testimonianza che non bisogna fare gli stupidi. Questo ritrovamento getta una certa ansietà e fa riflettere sul fatto che se chi ti accompagna ti dice che in certi posti non bisogna entrare, ci sarà pure un motivo. L'ultimo passo della giornata, poi compare in un varco tra le nubi, la piatta superficie del lago di Okrit. E' uno dei tre grandi laghi albanesi, enorme e chiuso tra le montagne, ai confini di Macedonia e Montenegro. Visto dall'alto mentre il sole è già sceso, ha il colore plumbeo dei laghi glaciali alla sera, solo a tratti imporporato dagli ultimi barbagli di un tramonto ormai consumato, sotto nubi che si preparano a vestire il velluto grigio scuro per il galà notturno, che le mille piccole luci promettono sulla linea curva della riva lontana. La pista precipita a valle in una serpentina angosciata di curve. Pogradec, la capitale del turismo locale lacustre, aspetta laggiù in fondo. 


SURVIVAL KIT

Le fuoristrada al ponte romano
Ponte romano - Lasciare la strada principale che da Elbasan va a Pogradec, più o meno a Oukes e prendere la pista destra che va verso il fiume, dopo poco a destra, una piccola pista laterale porta, con un centinaio di metri, fino al torrente dove, tra gli alberi rimane un po' nascosto il ponte. Eventualmente chiedere a qualche passante. Proseguendo poi la stessa pista nella gola che porta al passo per Pogradec, sulla sinistra a fianco alla strada, molto visibili, l'ingresso di 3 bunker , magazzini per materiali pesanti. NON ENTRARE. E' molto pericoloso a causa della possibilità di calpestare al buio, residuati bellici ancora attivi e mettereste anche in difficoltà chi vi accompagna, Accontentatevi di dare un'occhiata attraverso le grandi entrate.

La discesa dal passo a Pogradec sul lago di Okrit

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giovedì 17 luglio 2014

Albania 5: Sul monte Dajti

Tirana - La moschea Ethem Beu
 
Gli affreschi all'interno della moschea
La grande piazza Skenderberg, al centro di Tirana, al mattino presto mostra un traffico non troppo confuso e caotico, ma quello di una tranquilla città di provincia. Ti puoi fermare con calma e trovare un comodo parcheggio per dare un'occhiata intorno. I palazzi dei ministeri gialli e rossi che la circondano, mostrano un inconfondibile stile littorio coloniale. Su un angolo, la Moschea Ethem Beu, si erge tranquilla e minuscola, senza la consueta pomposità degli edifici religiosi. Non aspettatevi niente di straordinario, tipo Moschea Blu o Moschea di Cordoba, si tratta solo di un piccolo edificio, miracolosamente sfuggito alle distruzioni iconoclaste del regime, che aveva, con una famosa legge, abbattuto ogni costruzione che concernesse attività religiose di qualunque tipo. Ci fu qualcuno che mise il dubbio che, in fondo, si trattava di materiale culturale e storico che sarebbe andato perduto a detrimento della grandezza del paese stesso, così fu compilata una lista di edifici da salvare, dai quali, siccome parevano troppi, fu stralciato successivamente un più contenuto elenco, un po' come la storia dei nostri Enti inutili, solo che da noi non si riesce ad abbatterne nessuno, mentre lì, diciamo che ci hanno dato dentro pesantemente e quello che è rimasto non è davvero molto. La Moschea di Tirana è un piccolo edificio, ma con i soffitti ancora ricoperti di affreschi floreali molto belli, che un simpatico custode ti apre a richiesta. Per la verità sono disponibili anche degli opportuni foulard per le signore visitatrici, con i quali le nostre ragazze vorrebbero affrettarsi a coprire le loro troppo esibite bellezze, ma il custode fa un cenno eloquente con la mano, che non si prendessero troppo fastidio, che non è poi una cosa così importante. 

Gruppo di osservanti
Puoi rimanere seduto tra i tappeti a guardare il soffitto e il piccolo mirhab sul fondo con tutta calma. Rimane così sempre il fascino discreto di tutti gli edifici religiosi quando li puoi osservare in quasi solitudine al loro interno. Appena al di fuori la torre dell'orologio. Già perché, per una sorta di political correct ante litteram, si era previsto anche la costruzione di una chiesa a fianco, un po' per uno non fa male a nessuno, poi, si sa come vanno le cose, sono finiti i soldi ed è rimasto solo il campanile. Un giro rapido attraverso i quartieri più vecchi della città, dove puoi ancora vedere la sfilata delle fatiscenti costruzione del regime, che si stanno sbriciolando sotto il sole estivo, la calce degli intonaci già consunta da tempo, i mattoni che le vanno dietro. La zona di Biloku che invece era off limit alla popolazione normale, guardata a vista dai poliziotti a protezione dell'establishment, appena al di là del fiume Lana che divide in due la città, adesso è diventata un seguito di giardini aperti, negozi di lusso e pub, dove la nuova Tirana che può, passa le sue giornate cercando di imitare la way of life che passa in televisione, nelle tante telenovelas che arrivano dalle varie parti del mondo, anzi adesso ce n'è una turca che va per la maggiore con un certo Billu, uno strappamutande dall'occhio morbido e fascinoso che fa impazzire le fanciulle locali come nessun altro mai prima. Usciamo alle spalle della città traversando i quartieri periferici, una sfilata di palazzi nuovi coloratissimi, per la maggior parte vuoti e non abitati. 

Le sorgenti del monte Dajti
La crisi immobiliare ha colpito duro anche qua e gli investitori stranieri piangono, chi ha dato a larghe mani i permessi di costruzione, un po' meno. La strada si inerpica subito verso il monte Dajti, che domina la città. Di tanto in tanto tra la macchia mediterranea che con i suoi forti profumi la fa da padrona, spuntano sorgenti impetuose e getti d'acqua dove gruppi di macchine cariche di taniche e bottiglie fanno scorta. L'acqua è una delle caratteristiche fondamentali di questo paese, dovunque presente, impetuosa e violenta, oppure frusciante e fresca, al solo vederla, ricchezza storica che ha reso sempre il paese vivibile senza troppi affanni anche nelle sue zone più remote. La strada diventa pista e si inerpica verso l'alto dove i bassi boschi di corbezzolo, lentisco e giuggiolo e i bassi cespi di erica, mirto e ginestra, lasciano spazio alle faggete e alle querce e poi in ultimo ai pini. La gente diviene sempre più rara anzi a poco a poco scompare. E da queste parti a pensarci bene di gente ne è scomparsa molta. Li portavano quassù, quelli che venivano definiti dissidenti, ma bastava la denuncia di un vicino invidioso o il giuramento al partito fatto in modo incongruo per catalogarti tale e verso le quattro di mattina, bussavano a casa tua, ti buttavano giù dal letto e dopo una specie di giudizio sommario finivi qui, dove, in mezzo ai boschi, nelle radure tra i lecci, si aprono voragini, doline, foibe profonde.

Un bunker
Una fucilazione rapida e poi si finiva lì in fondo senza neppure bisogno di scavare una buca per terra. Si fa fatica ad immaginare da queste parti,  un futuro immediato fatto di localini graziosi e piccoli ristoranti, bambini che giocano e danno da mangiare ai daini. E' un luogo che come tanti altri nel mondo, conserva memorie pesanti da metabolizzare. Meglio fermarsi di tanto in tanto e lasciarsi invece vincere da questo paesaggio esagerato, con i piccoli specchi d'acqua blu scuro, zaffiri puri negli angoli in fondo alla valle, a far da contraltare alle tante tonalità di verde. Se ti sforzi riesci a dimenticare tutto il resto e aspiri soltanto il profumo forte del bosco e quasi neanche più vedi qua e là tra i cespugli i piccoli funghi di cemento delle migliaia di bunker che il dittatore faceva continuamente costruire in ogni spazio libero, tutti rivolti ad occidente, un po' per tenere occupata la gente, un po' per creare l'idea di un nemico, ancor più temibile in quanto sconosciuto e mai visto, per fare del paese intero una fortezza Bastiani in perenne attesa del peggio, che poteva arrivare ogni giorno, anzi che un giorno sarebbe certamente arrivato. 

Laghi di montagna
SURVIVAL KIT

Moschea Ethem Beu - Andateci al mattino, se non è aperta chiedete a chi sta lì intorno, Arriva il guardiano che vi apre. Vestiti decenti, ma non ci sono esagerazioni fanatiche anzi, l'atmosfera è molto rilassata. Lasciare una piccola offerta. Non si paga l'ingresso. Attorno potrete vedere la Piazza Skenderberg con i palazzi dei ministeri e visitare il Museo Storico Nazionale, proprio di fronte.

Tirana si visita a piedi nel centro, ma per avere un'occhiata d'insieme si può tranquillamente girare con la macchina per avere un'idea dell'architettura Fascista del centro, di quella delle case del regime e della nuova Tirana che sorge sulla precedente con case di 4/8 piani molto colorate.


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mercoledì 16 luglio 2014

Albania 4: Da Kruje a Tirana

Il lago a Baltore


Valli attorno a Tirana
Piste di montagna, impervie, sassose, difficili. Le percorri a fatica e lentamente, ma che spettacolo ai tuoi lati, tra l'altro poi, non sei neanche tu a guidare, quindi... Ogni tanto ti fermi a fare un paio di foto, quando non ti basta più incamerare immagini di boschi e di cime, di forre profonde e torrenti che gorgogliano lontani. Devi portarti a casa qualche cosa di tangibile, è la maledizione dell'uomo moderno. Byron, quando percorreva questi cammini, forse aveva in mente solo parole alate, di poesia irraggiungibile, noi dobbiamo scattare, scattare, perché almeno qualche cosa rimanga, pixel e megabytes non sono mai abbastanza, anche se il colore di quel lago non sarà mai uguale all'originale, azzurro, blu, verde smeraldo, non riesci neanche a definirlo, altro che trovare la saturazione del colore corretta. Di tanto in tanto piccole cascate si buttano a valle segnando una curva dolce e raffinata. Poi, quando esci dal bosco, sul fianco di un monte ecco una sfilata di case di pietra bianche, l'antica città di Kruje, patria di Skanderbeg, l'eroe nazionale dell'Albania. Il nome della città significa "sorgente" perché questa zona è ricchissima di acque anche se curiosamente la fornitura ristretta è un problema per gli abitanti. Passeggiare per questi selciati antichi ti dà un senso di smarrimento. Battaglie, lotte senza fine tra gli ottomani invasori e questi pastori combattenti a resistere, forse proprio qui, tra i vicoli ormai invasi dall'erba, mentre il bazar è ormai soffocato dai nuovi invasori, grandi palazzi con un numero abnorme e sproporzionato di piani, bloccati sul nascere e ora fermi ad aspettare l'arrivo della polizia edilizia, con le ruspe, chissà, anche oggi la lotta continua. 

Kruje - Il mausoleo dei dervisci
I piccoli negozi del bazar offrono kilim, ricami e pizzi che le ragazze preparavano per i corredi, oggi desueti. Per sposarsi si va ora in uno dei tanti negozi di vestiti da sposa della città, se ne cambiano magari due durante la cerimonia. I venditori non sono assillanti, anche se il passeggio è davvero scarso. Appena fuori dal paese, un minuscolo mausoleo di santi dervisci, con le tombe allineate coperte da un drappo verde, affacciate su un balcone, di fronte a Tirana, laggiù in fondo, tante piccole case lontane di un Lego da decifrare. E' uno dei luoghi della fede islamica in questo paese, un Islam estremamente liberale e tollerante, quello dei Bektashi, in forte contrasto con le ideologie estremiste e salafite, che qui non riescono fortunatamente ad attecchire. Non si vedono veli e si beve tranquillamente vino e rakhi, la grappa locale, addirittura qualcuno nei paesi alleva il maiale. In realtà i Bektashi sono molto diffidenti verso il mondo mussulmano integralista, sono una setta di tipo panteistico, in contrasto con il potere ottomano sunnita e predicano la tolleranza verso tutte le religioni non islamiche. In un piccolo paese delle vicinanze, ad esempio, la comunità Bektashi, per venire incontro al gruppo di cattolici del paese, attorno al dieci per cento, che non avevano mezzi, ha promosso una colletta per poter costruire una piccola chiesa in modo che anche questa minoranza avesse un suo luogo di culto. In pratica sono piuttosto poco osservanti e alla moschea vanno solo in occasione delle feste principali, mentre quasi nessuno rispetta il ramadan. 

Kruje - Il bazar
Un poco più a valle, Fushe Kruje, con la via centrale che a sera viene sbarrata per consentire lo struscio, i bar pieni di gente seduta e al centro della piazza, la statua di bronzo in onore di Bush, che alza un braccio verso il cielo, ma la manica che scende mostra il polso senza orologio e all'epoca della inaugurazione vi fu un grande scandalo, in quanto si vociferava che era stato fatto così perché l'orologio gli era stato rubato. Dicerie di paese, scambiate al bar dove i vecchi giocano a backgammon o a domino, bevendo un bicchierino di grappa, mentre scende la sera. Rimane il tempo di arrivare a Tirana, piccola capitale in crescita, che da un lato tenta di arginare la crescita inarrestabile delle periferie e dall'altro di conservare il suo centro, misto di architetture dell'epoca fascista che danno alla piazza centrale un aspetto d'antan, ma con una sua personalità marcata, in mezzo a grandi giardini e alle più recenti costruzioni del realismo sovietico del Museo col suo immenso mosaico della facciata e il teatro. Una città tutto sommato sonnacchiosa dove puoi girare tranquillamente, fermarti in un bar o fare un salto al mercato, dove puoi considerare il costo irrisorio di crostacei magnifici, che qui non sono cibo di tradizione e quindi vengono mangiati solo dai turisti. Rimane quindi l'opportunità di sceglierti un bel ristorante dove farteli servire per accogliere nel giusto modo la pace della sera, in questa tranquilla Albania, che mi sta piacendo sempre di più.

Ecomostri in attesa di abbattimento a Kruje


SURVIVAL KIT

Hotel Albatros - Reshit Collaku, Nr. 40, Tirana,- Molto carino, Un 3 stelle che ne meriterebbe almeno una mezza in più - Free Wifi, nuovissimo in centro, pulito e silenzioso. Dovrebbe essere sui 40 € , ma occhio che sul loro sito scrivono 120, quindi chiedete prima o prenotate coi soli siti che fanno le offerte. Colazione abbondante.

Ristorante Mercata Pescu - proprio sulla piazzetta del mercato del pesce. Tutta roba eccezionale, cucina a vista, sceglietevi il pesce al bancone e loro ve lo fanno come volete. Cuoco con esperienza di cucina italiana. menù ricchi sui 15 €, ma qualità eccellente, da provare.

Tirana - Museo in piazza Skanderberg


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