venerdì 8 agosto 2014

Albania 20: Butrint

Butrint - Mosaici della basilica



Ingresso delle rovine
Colazione ricca, la signora, non sa più cosa portare, uova, marmellate deliziose albicocca e citronella, burro, miele, formaggio, tutto fatto in casa, l'apoteosi del chilometro zero. Poi la strada, che adesso corre lungo il mare. Paesaggi solitari che ti fanno pensare a certe coste della Croazia di quaranta anni fa. Di tanto in tanto spunta qualche gruppo di case nuove che risponde certamente a tentativi di "valorizzazione", che la crisi ha stoppato. Rimangono così solo le occhiaie vuote delle finestre mute e invendute. Appena al di là del blu, tre isolette greche deserte e la grande sagoma di Corfù che si perde nell'orizzonte lontano, due mondi ancora molto lontani tra di loro, troppo distanti nel sentire, per poter creare delle sinergie utili. Anche Saranda, la città della costa sud e Simil, il paesino successivo sono un seguito di palazzi nuovi, naturalmente quasi tutti da vendere. Si respira però già l'atmosfera dei paesi di mare e di vacanza, coi negozi che vendono i gadget da mare e i materassini da spiaggia. I paesaggi dell'interno sono tutto un seguito di terrazze ed ulivi, con stagni e lagune interne dovi si cominciano ad allevare i frutti di mare, segno che i tempi nuovi sono già arrivati. La strada scende ancora verso sud, siamo ormai quasi al confine greco e su una grande laguna interna sorge uno dei più importanti siti storici e archeologici albanesi, la città di Butrinto. 

Mosaici  scoperti
Città storica dell'Epiro, forse già attiva fin dal X sec. a.C., secondo la leggenda visitata da Enea durante la sua fuga da Troia, occupa un'isola che era nell'antichità collegata alla costa da un ponte di cui ancora si indovinano i resti sotto la superficie immobile dell'immenso stagno. Al di là del canale le mura severe della fortezza eretta da Alì Pascià, quando riconquistò la zona per gli Ottomani nel 1799. I resti della città antica sono imponenti e dispersi in una vasta superficie dove il bosco, che in lotta perenne con la pietra, aveva tentato di prendere il sopravvento, ma già gli scavi di epoca fascista e quelli successivi alla caduta del regime, hanno liberato le parti più importanti, rendendo godibili, il grande teatro e l'agorà, la basilica, il battistero e tante altre costruzioni dell'epoca romana e successiva. Rimane il fascino consueto che dà il muoversi tra gli alberi, scoprendo di tanto in tanto la radura dove si ergono muri sbrecciati, colonne smozzicate e resti di un mondo morto da millenni. Le mura mostrano la dimensione ciclopica ancora più antica con i grandi massi che ornano le porte con sculture di mano greca che portano subito la mente alle città micenee del Peloponneso. 

Il teatro
Come tutti gli altri siti archeologici, anche questo ben organizzato e ordinato, tenendo conto della situazione del paese, ti concede le medesime impressioni di doverti continuamente misurare col passato, con un mondo così lontano ma al tempo stesso tuo proprio, a cui senti comunque di appartenere come ascendenza diretta. Il paese è povero evidentemente e sa di non poter investire più di tanto nelle sue ricchezze storiche, tuttavia ci si preoccupa quantomeno di evitare una perdita o un deterioramento di quanto già venuto alla luce. Così non potendo disporre di un sistema efficace di protezione per i bei mosaici della basilica, questi vengono ricoperti di sabbia e portati alla luce solo di tanto intanto e parzialmente. Lasciarli liberi alle intemperie, probabilmente li perderebbe per sempre in poco tempo. Forse basta questo per dimostrare che si ha cura della propria storia. 


SURVIVAL KIT

Butrint - A pochi chilometri dal confine, ci si può arrivare facilmente anche con escursioni in partenza dalla Grecia. Infatti troverete molti turisti che arrivano da là in pullman. Ingresso 700 leke. Calcolate da un minimo di 2 ore a una mezza giornata, disponibilità di guide parlanti italiano. E' il più bel sito archeologico albanese, patrimonio dell'Unesco e direi che non si può trascurare.

Agorà

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Le porte Schee

giovedì 7 agosto 2014

Taste of Albania 2



Acqua che scava.
Unghiate di cristallo
nel verde monte.

mercoledì 6 agosto 2014

Albania 19: Spiagge e divise



Ogni tanto ti ferma la polizia. La vulgata degli esperti viaggiatori prevede che per paesi di questo tipo, sia tutto un magna magna, con tanto di strizzatine d'occhio e di: capirà, anche la nostra famiglia deve mangiare, con conseguente piccolo anche se fastidioso contributo, generato da qualche inesistente o discutibile infrazione. Invece a noi non è successo nulla di tutto questo, anzi ho potuto riscontrare una certa bonomia nei comunque frequenti tutori dell'ordine. Sia che fossero occupati a calmare i bollenti spiriti dei connazionali che protestavano animatamente per le supposte inefficienze del posto di frontiera, sia che stazionassero a curare le violazioni del codice della strada, anche se ben sistemati all'ombra di grandi alberi fronzuti ai lati della stessa. Nella maggior parte dei casi lo stop con apposita paletta è stato motivato dalla nostra dimenticanza di tenere i fari accesi durante la marcia. Un mi raccomando a mezza bocca e poi il segno stanco di procedere; alla fine, forse per sfinimento, e non era neanche la stessa pattuglia, ci hanno solo fatto il segno inequivocabile di accendere con un giro della mano chiusa a pugno verso destra, senza più fermarci. In un caso, invece, la cosa poteva dare luogo a una granetta, in quanto dopo che ci eravamo correttamente accostati al segnale di stop, il marcantonio in divisa ha fatto notare che eravamo privi della targa anteriore del veicolo. 

Accidenti è vero, capirà, durante tutto quel tragitto fuori strada, le viti si erano smollate e ne avevamo perdute un paio, così per non correre il rischio di perdere la targa, e quello sì che sarebbe stata una cosa grave, abbiamo preferito ritirarla a bordo del veicolo, semplice prudenza; purtuttavia stavamo giusto andando in cerca di un qualche meccanico che potesse provvedere a reinstallarla al sua posto, le assicuriamo capo, che ci metteremo in regola quanto prima. Lo sceriffo ha guardato un po' da sotto gli occhiali, inclinando leggermente la testa di lato, poi ha fatto un giro intorno alla macchina e restituendo il documento ha sentenziato: "E' meglio che la riavvitiate al più presto, questa targa, altrimenti correte il rischio di non sembrare quelle brave persone che sicuramente siete" e se ne è andato facendo segno di proseguire. Direi che non ci si può lamentare più di tanto, diciamo gentili e comprensivi. E non carcherei la mano neanche sui vigili che in centro città, davanti ad una via bloccata per lavori, dove tutte le macchine si infilavano, non essendo esposta nessuna segnalazione e creando un ingorgo gigantesco, allargavano le braccia dicendo che non era loro compito né l'esporre segnalazioni, né segnalare il problema a chi arrivava per evitargli di finire imbottigliato. 

Pare che tanto gli automobilisti non si fidino e non stiano a sentire. La malalingua subito ha sentenziato: meglio andarsene al bar a bere raki, che tanto neanche glielo fanno pagare. Insomma direi una situazione piuttosto tranquilla e rilassante. Così puoi andarti a infognare in una carrareccia rocciosa che scende dalla costa verso  il mare fino ad una spiaggia assolutamente irraggiungibile e giustamente per questo solitaria. Alle spalle, barriere di roccia invalicabili, una spaccatura da cui nella stagione piovosa scenderà un torrente adesso scomparso, la risacca e il rumore delle onde, niente altro. Il luogo perfetto per la meditazione zen, gli esercizi di Qi Gong o quello che vi pare insomma. Potrebbe chiamarsi Gjipe o qualche cosa del genere (Enkli correggimi se puoi), ma non vi dico di più per malizia. Lei continua ad insistere che è la più bella spiaggia del Mediterraneo, cosa che mi sembra un tantinello esagerata, ma direi che comunque sta nel gruppo di testa, sicuramente non ci troverete i vicini di casa, tanto per capirci. Poi al ritorno vi potete fermare a Ceparo o in un altro paesino sul mare, che tanto un'orata, cozze e verdure grigliate  le trovate dappertutto e non ve le toglierà nessuno. Il premio per i giusti.


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martedì 5 agosto 2014

Albania 18: Il mare a Porto Palermo


Mare di Albania


La costa sud albanese
Eccolo il mare, finalmente vorresti dire; ma, allo stesso tempo, mentre stai scendendo a precipizio lungo la pista che in pochissimi chilometri ti porta sulle rive di baie azzurre e deserte, hai già la nostalgia delle montagne, delle valli segrete e selvatiche, delle cime dei monti spelati, dei boschi così fitti da sembrare oscuri. Già ti mancano i pastori dal volto apparentemente fisso e dall'espressione chiusa, che però appena passi, ti salutano con la mano e che se ti fermi, ti invitano a bere il loro yogurt freschissimo. Quella terra solitaria e nascosta che potresti credere abbandonata da sempre e che invece ha visto passare eserciti per duemila anni, a combattersi selvaggiamente, Illiri e Greci, Romani in lotta tra di loro, Turchi Ottomani con le loro schiere di giannizzeri, guerrieri spietati, assedi di anni a rocche che non volevano arrendersi. Come dimenticare Tamburi di guerra, un altro bel libro di Kadaré che racconta l'assedio di Kruja, la cittadella di Skanderberg, epico e tristissimo al tempo stesso. Infine il sangue italiano così inutilmente disperso su questi aspri gioghi. Sono monti bellissimi eppure così diversi tra loro anche visivamente. Come il monte Tomorri e il Shirapu, che la leggenda vuole nati dalla lotta di due fratelli che amavano la stessa donna, fino ad arrivare al punto di battersi a morte tra di loro, uno con una scimitarra e l'altro con la mazza, fino al punto di uccidersi. Ecco perché oggi uno è percorso da una serie di fenditure nella roccia, perfette come ferite di lama e l'altro e completamente coperto di buchi e avvallamenti, i colpi spietati della palla di ferro. 

Il bunker navale nei pressi di Porto Palermo
Ma, continua la leggenda, non finì bene neppure per la bella, che evidentemente faceva troppo la preziosa senza scegliere, infatti, rimasta sola, si sciolse in lacrime talmente copiose da dare luogo al fiume che abbraccia la cittadella di Berat, posta tra i due monti. Il Tomorri è comunque la vetta dell'Albania, con i suoi 2416 metri, sede di parco nazionali e tra le sue grotte si svolge ogni anno, da tempi immemorabili, un pellegrinaggio affollatissimo. Ma il blu assoluto del mare ti fa presto dimenticare quanto ti sei lasciato alle spalle. E' un mare all'apparenza così diverso da quelli a cui sei abituato e non solo per quel colore assoluto, quella superficie di lapislazulo puro che quasi ti ottunde la vista. La costa è un susseguirsi di piccole baie quasi deserte. Le case della devastazione predatrice edilizia, sono ammassate solo in alcune parti e neppure troppo offensive rispetto a quanto abbiamo già visto da altri luoghi, portatisi avanti con il lavoro da tempo. Bisogna tenere presente che, in generale l'Albania non ha una cultura marinara e per di più, durante il regime, si era creata una fascia costiera di rispetto ad uso esclusivo militare da cui i civili erano esclusi, quindi dovete considerare che queste coste, vedono i primi turisti da soli venti anni e anche questi sono ancora piuttosto radi. Per questo motivo, al di là del turismo locale, troverete ben poca gente sulle spiagge, che vi appariranno ancora grezze e da scoprire. Un'altra sensazione strana è quella data dalla quasi assoluta assenza di natanti. 

La costa albanese di fronte all'isola di Corfù
Piccoli porticcioli privi di barche e di pescherecci, senza quella caratteristica attività dei paesi di mare, col profumo di pesce, uomini a riva che riparano reti e così via. Una sensazione di mondo primordiale, antico, che nelle spiagge poco accessibili, diventa luogo deserto e misterioso, un approdo ambito per un Odisseo naufrago disperato e speranzoso di ritrovarsi in terra ospitale. E ospitalissima, subito la verifichi, questa terra, non appena sosti all'ambra degli ulivi, tra cespi di ginestre in fiore, nell'arco di zaffiro di Porto Palermo, curioso il nome, vero, poco distante da un bunker marino per navi militari e sommergibili, e siedi tra le frasche, su panche di legno, mentre una enorme griglia sfrigola, dorando lentamente un tappeto di orate, branzini, calamari e altro che questo mare poco sfruttato dà copiosamente. Crudi di pesce e frutti di mare, assolutamente al di fuori della tradizione locale, che chi è tornato dalla sponda opposta ha subito imparato ad offrire ai ghiottoni, che qui trovano così a prezzi incredibili, di ché soddisfare le proprie bramosie. Non so come, ma, almeno io, al mare respiro subito quell'aria vacanziera, fatta di sole, spiaggia, pigre soste all'ombra, tuffi nell'acqua calda e accogliente come un liquido amniotico, non c'è niente da fare, da qui viene la vita. Così è fatica tornare, quando il sole cala ormai laggiù sulla linea tra mare e cielo, percorrendo a piedi ciabattati, un immenso uliveto, verso casa, ma sì, casa, un appartamentino appena finito, la famigliola intanto ne sta approntando altri quattro per i turisti prossimi venturi, con l'unica preoccupazione di scegliere il ristorante per la sera.

Porto Palermo

SURVIVAL KIT

Una fila di pini di Aleppo sul mare
Lungo tutta la costa sud ci sono molte soluzioni di alloggio, sia in alberghi, alberghetti e pensioni che affittando un appartamentino privato, soluzione ottima per famiglie. Questi ultimi, sempre a prezzi molto interessanti per tutte le borse, forniscono anche la cucina, ma credo che, dati i costi minimi dei ristoranti, questo servizio verrà pochissimo usato. Potete prenotare un appartamento o altre soluzioni con Enkeleda Dalla  (v.vacanze.albania@g.mail ) che si occupa di affitti e turismo e vi tratterà bene. Date un'occhiata al suo sito: Viaggiare in Albania, denso di informazioni utili e notizie turistiche e storiche. E' bene passare per una di queste organizzazioni che vi garantiranno prezzi corretti, perché il contatto diretto o preso sul posto, agevola una certa tendenza, da parte dei locali a fornire prezzi, per così dire ballerini, a seconda del momento o della vostra faccia.


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lunedì 4 agosto 2014

Albania 17: Il greto del Sushica


Discesa del Sushica con Dimensione Avventura



La figlia del pastore
Che volete che vi dica, sarà, che il modo migliore per girare per l'Albania è di certo un mezzo off road, che ti permette di penetrare le zone più remote, i paesaggi più ruvidi ed estremi, ma sapete che mi sto appassionando a questo tipo di viaggio? Forse dipende dal fatto che Giuseppe e lo stile di Dimensione Avventura sono davvero unici e che alla fine fai un viaggio con un gruppo di amici, senza sentirti mai cliente; poi, hai la sicurezza che ti dà l'esperienza di uno che di viaggi come e ben più difficili di questi, ne ha già fatti a bizzeffe, quindi vi dirò che sto già meditando altre mete, ma questo è un altro affare di cui si parlerà a suo tempo. Comunque, consiglio spassionato, per fare un giro davvero bello in Albania, contattate Dimensione Avventura, così magari mi fa lo sconto sul mio prossimo imbarco, ahahhah.Va bene, fatta la marchetta, oggi , come preannunciato, giornata completamente off road. Lasciata dunque Gjirokastro e le sue riminiscenze storico letterarie, eccoci percorrere una serie di valli parallele al mare, ormai vicino, che bisogna scavalcare ad una ad una, lungo stradine di montagne che ti consentono paesaggi mozzafiato e itinerari adrenalinici. Dopo Picar e Kolonje, dove si trova un grande monumento agli eroi della guerra, si passano altri piccoli paesi come Golem e Porgonat, seminascosti dai boschi di querce e di lecci. 

Pastori
Più in alto gli alberi diminuiscono di spessore e lasciano spazi ai pascoli ed alle greggi. In un avvallamento, una casupola circondata da muretti a secco, uno stazzo vuoto e le attrezzature tipiche dei pastori. Ci fermiamo a goderci quel paesaggio forte, dal crinale che scivola in ripidi avvallamenti ai due lati della montagna. Nel cortiletto fangoso, timida e silenziosa, una bambinella bionda infagottata in una giacca a vento più grande di lei. Le gambe infilate in un paio di stivali, dondolano dalla panca di legno, un po' malandata. Ci guarda dubbiosa e intimorita e poi corre dentro. Subito esce la famigliola del pastore. Sono giovani, marito e moglie, intenti a sistemare i contenitori del latte. Abitano a Valona in verità, ma passano l'estate sui monti con le greggi. Non c'è verso di andare via. Lei corre a preparare il caffé, poi la bambina, rinfrancata arriva con un vassoio con grandi bicchieri di yogurt allungato con l'acqua gelida della fonte vicina, una delle bevande rinfrescanti dell'oriente, l'ayran turco, il lassi della lontana India. Cambiano i nomi, ma la cultura e la vita del pastore è simile in tutte le parti del mondo. Si dispiace Aldin che ce ne vogliamo andare appena preso il caffè e anche la moglie si guarda intorno per cercare qualche soluzione. Ormai è tardi per prendere un capretto e preparare la griglia, ma è chiaro che se fossimo arrivati alla mattina, non ci avrebbero lasciati andare via così a digiuno. 

Il torrente Sushica
La bimba ora che ha preso più confidenza, sorride e ci saluta con la mano mentre prendiamo la pista in discesa. La gola adesso taglia la montagna con movimenti spezzati e angolosi. In fondo tra due pareti ripide, la pista si estingue definitivamente; un rivolo d'acqua gorgoglia tra la pietraia. Sono le sorgenti del torrente Sushica, che man mano si ingrossa e prende vigore mentre la vallata si allarga. E' semplicemente un greto, la cui larghezza sempre maggiore e i molti massi erratici che lo costellano, mostrano quanto forte e impetuoso possa diventare quando la forza e il regime delle acque primaverili si gettano in queste forre in tutta la loro potenza. I fianchi della montagna appaiono come scarnificati da dita ciclopiche; per tutta la superficie del ghiaione ondulato giacciono come cadaveri abbandonati tronchi di alberi schiantati, cespugli spezzati, letti d'acqua ora secchi. Si vede bene la linea netta dove è potuta arrivare la furia dell'acqua. Al di sotto il grigio spietato della pietra viva. Appena sopra, il verde intenso della vita che dall'acqua prende forza e si moltiplica all'infinito in cerca di luce. Il greto stesso è ormai diventato l'unica pista che scende a curve verso il basso, tra gli alberi risparmiati ed i cespugli che hanno avuto il tempo di ricrescere, in una folle rincorsa a sopravvivere, almeno fino alla prossima piena. E' una discesa emozionante e accidentata, con frequenti guadi che impegnano i mezzi e i soprattutto i piloti, ma che bellezza sentire lo scrocchiare delle pietre sul fondo, mentre la corrente dell'acqua smeraldo si frange contro i mozzi e le ruote davanti si arrampicano sulla sponda opposta! 

Un guado
Non sai dove guardare. Davanti a cercare il passaggio migliore, di fianco per godere del rumore della forza del torrente, in alto a cercare il cielo quasi completamente nascosto dagli strapiombi della montagna. Ti fermi in uno slargo per prolungare il più possibile questa avventura. Ho paura che questo off road abbia una pervicacia virale pericolosa, se ti prende, può essere difficile scrollarselo di dosso. Quando il torrente diventa fiume e il guado non è più praticabile, riprende anche un sentore di pista per arrivare al fondovalle. Siamo a Cuç, il luogo della più sanguinosa battaglia tra esercito greco e italiano. Un monumento ai caduti ricorda i nostri morti. Poi si risale di nuovo. E' l'ultima catena, più ruvida, più spoglia. La vegetazione dei monti è diventata più rada e bassa e il bosco cede il posto alla macchia. Man mano che procedi verso il crinale, bianco e calcinato dal sole, senti più forte i profumi del mediterraneo, i lentischi, il rosmarino, la salvia selvatica e il frinire delle cicale diventa sempre più intenso. Poi, dopo un'ultima rampa impossibile, mentre le pietre vengono sparate in basso dallo scivolare delle ruote, arrivi al passo, Ancora una curva e al posto della parete di roccia davanti a te rimane solo il cielo e laggiù in fondo così vicino, un blu talmente forte e violento da farti socchiudere gli occhi. Forse questa era l'emozione degli scampati dell'esercito acheo dell'Anabasi?

Una delle tante baie della costa sud albanese


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sabato 2 agosto 2014

Taste of Albania 1




Allo zaffiro
Hai rubato il colore,
cicala stanca.

venerdì 1 agosto 2014

Albania 16: Gjirokastro


Case di Gjirokastro


L'interno della fortezza
Dopo una lunga assenza sono tornato alla città grigia e immortale. I miei piedi hanno toccato appena timidamente la parte superiore del selciato. Ho parlato. Mi avete riconosciuto, pietre! In città straniere, camminando per gli ampi viali, i miei piedi spesso andavano a sbattere dove non si incontra nessuno. I passanti si voltavano sorpresi; ma lo sapevo: eravate voi. Balzavate fuori di colpo dall’asfalto e ne uscivate subito dopo per trascinarmi nell’abisso. La strada. La cisterna. La vecchia casa. Le travi, i pavimenti, i suoi davanzali gemevano piano, molto piano, con un crepitio costante, monotono. Che c’è? Che cosa ti fa male? Sembrava lamentarsi come se le facessero male le ossa e le membra, vecchie di secoli. La nonna Selfixe, Xexo, la zia Xemo, la bisnonna Donna Pino ... Ormai non sono più qui. Ma tra i crocicchi, dietro agli angoli delle pareti, mi è parso di scorgere delle sagome familiari, qualcosa di simile a volti umani, a ombre di guance e di occhi. Stanno lì, immutabili, pietrificate nei muri, insieme alle tracce lasciate su di loro dai terremoti, dai lunghi inverni e dalle tempeste umane.
                                                           I. Kadaré - Cronaca della città di pietra.

La torre dell'orologio
Sono queste le frasi finale di uno dei più famosi romanzi del discusso, ancorché famosissimo scrittore albanese, secondo alcuni colluso col regime, secondo altri invece grande letterato aspirante al Nobel. Ed è proprio scorrendo le pagine di questo libro che respiri davvero l'anima della città di pietra: Gjirokastro, l'antica Argyrocastron, la Fortezza d'Argento. E questo è davvero l'unico nome che le si adatta a pennello. La pietra è la sua anima, la sua essenza, quella in cui tutti i suoi edifici sono stati costruiti, coma anche tutte le strade in forte pendenza che penetrano il bazar fino all'incrocio centrale e poi salgono in alto, fino ad arrivare all'imponente fortezza, sulla cima della rocca che domina la valle, che riflette i raggi del sole in ogni ora del giorno creando un effetto magico, per chi arriva da lontano, la visione del baluginare della luce su una gigantesca scultura d'argento che un artista divino ha sbalzato sul fianco della collina. Tutte le antiche case che ne coronano la parte superiore mostrano le stesse mura di pietra bianca, sbozzata a mano da un esercito di scalpellini nel corso dei secoli e il selciato bianco è segnato in ogni sua parte da sottili merletti di pietra nera che ne decorano la superficie con una trina infinita. La fortezza dalle mura possenti, eretta e ingigantita all'eccesso da Alì Pashà, esaltò lo stesso Byron, che nel suo gran tour non trascurò questa parte d'Europa, prima di approdare definitivamente alla sognata Grecia della classicità. Sarebbe già ora di chiusura veramente, ma il guardiano ti lascia entrare lo stesso, visto che arrivi da lontano, a patto che una volta dentro non ti faccia vedere troppo sporgendoti dalle mura.

Il bazar
All'interno una fuga di corridoi altissimi e in ogni angolo, enormi cannoni di epoche passate, mezzi di guerra, possenti bocche da fuoco. Dalla rocca domini la città, la sera, mentre gli ultimi raggi accarezzano l'argento della pietra viva. Nel bazar, dove le vie si incrociano come in una stella alchemica, le case basse, vive di negozi, locali, bar. Un crogiolo di merci e anche di culture, perché questa in fondo è una città di frontiera, una delle più antiche del paese, dove i popoli dominatori si sono succeduti sopraffacendosi a vicenda, dagli Illiri ai greci, ai romani, ai bizantini, agli ottomani e poi gli Italiani stessi che nel conflitto greco tornarono e fuggirono per innumerevoli volte, come è raccontato benissimo nel libro. E tutt'oggi la regione è ricca di minoranze, da quella greca, assai forte, ai vlacchi e ai çaban di origine rumena. Visitare l'interno di una delle case storiche è come entrare nel passato. Una delle più belle è la casa Zakat, ancora abitata dall'ultimo proprietario, un anziano e distinto signore discendente di una delle famiglie più importanti di Gjirokastro. L'architettura è uguale a quella di tutte le altre case importanti della città, due alte torri laterali di pietra e un corpo centrale rientrato che ospita delle verande in legno con la vista sulla valle. Tutto il piano terra fungeva da magazzino per custodire le scorte durante i lunghi inverni nevosi e freddi. 

La sala della casa Zakat
Poi man mano che si sale, le cucine con le stanze delle donne, le stanze per ricevere, fino all'ultimo piano con la grande sala in cui si riunivano gli uomini, per discutere, per prendere le decisioni importanti o semplicemente per chiacchierare e stare insieme, dal momento che a quei tempi probabilmente non si andava al bar. La casa è quasi spoglia di arredamento, che tuttavia doveva essere minimale, dal momento che i sedili erano in pietra addossati alle pareti e gli armadi rientranze degli spessi muri, ma le pareti bianchissime, a contrasto con i soffitti di legno finemente intarsiati, i disegni affrescati sui muri e le soprafinestre in vetri colorati, uno stile molto vicino a quello delle case torre yemenite,  danno all'insieme un tono davvero ricco e regale, di una vita vissuta nella tranquillità e nel benessere. Pietra e legno, che geme e scricchiola al tuo passaggio, mentre nelle stanze semibuie la luce che penetra, disegna ombre colorate sulle pareti. Proprio come dice Kadaré, "stanno lì, immutabili, pietrificate nei muri, insieme alle tracce lasciate su di loro dai terremoti, dai lunghi inverni e dalle tempeste umane". Certo il proprietario a cui lo stato concede la gestione di questo bene storico, non è allegro. Ha tre figlie e dopo di lui, il nome della famiglia scomparirà, assieme, forse a questo privilegio. Scende la sera sulla città d'argento, le case alle nostre spalle sulla collina brillano, i bastioni della fortezza raccolgono gli ultimi raggi da occidente sulla bandiera con l'aquila nera che si agita sul pennone più alto, nel suo orgoglio che non vuole lasciare spazio alla notte.

I monti attorno a Gjirokastro
SURVIVAL KIT

Casa Zakat
Gjirokastra Hotel -Lagjia Partizani, Rruga Shezai Como,- Camere spaziose e pulite, nel centro storico, a 50 m dall'ingresso della fortezza,TV satellitare, wifi free. 30 €. Bar e ristorante con ottime colazioni. Propone anche una cena tradizionale completa con antipasti, verdure, insalate, torte salate, feta calda con pomodori, Peperoni e pomodori ripieni, pollo arrosto e patate fritte, crema di yogourth, frittini, frutta e caffé attorno ai 10 €

Da visitare nella città, patrimonio dell'Unesco, oltre alla fortezza, il bazar, il museo etnografico, il centro storico, la piccola moschea, una casa storica come la casa di Zakat (400 Leke).  


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mercoledì 30 luglio 2014

Albania 15: Il signor Archilé






La regione di Zagoria

Ragazzi di Nderan
La pista che sale la regione di Zagoria è davvero difficile, con il bordo in pendenza strapiombante nel vuoto, ci vuole perizia nella guida e sembra impossibile che le auto riescano a superare passaggi così duri, greti di torrenti secchi, mulattiere su cui zampettano nervose le capre, poi quando arrivi alla sommità del passo e vedi una vecchia Mercedes parcheggiata malamente al bordo della strada, ti chiedi come facciano ad arrivare fin quassù. Perché anche in queste terre difficili vive gente e si formano comunità. Scendi un poco ed un enorme platano centenario attira la tua attenzione. E' al centro di un gruppo di case, circondato da un muricciolo che rialza una sorta di panca, un luogo che invita a fermarsi, fresco, tra le montagne, esattamente simile nella forma e nello spirito ai grandi banian che troneggiano al centro dei villaggi indiani e di altri paesi del sudest asiatico. Un luogo di sosta e di riposo per il viandante, il pellegrino, un luogo di incontro per gli abitanti dello stesso villaggio, di una comunità che lì ha vissuto per secoli, quando ancora non c'erano i bar e la sera era il momento, per chi tornava, stanco dalla campagna, di mettere in comune le esperienze, parlare del tempo e delle stagioni, di raccolti e bestiame, all'ombra protettiva del medesimo grande albero che aveva ristorato i nonni ed i nonni dei nonni. E' il paese di Nderan. Adesso solo un gruppo di ragazzini che, quando le auto si fermano all'ombra, corrono subito via, gridando a chissà chi: turisti, turisti! 

Assaggiare il miele
Di fronte all'albero, una bella casa, moderna, con tante parti rifatte di recente, una parabola sul tetto e un giardino come forse è stato visto in una delle tante serie turche che tanto appassionano le ragazze albanesi. Il signor Archilé e la sua famiglia ti vengono subito incontro, appena vedono che ci si guarda intorno in cerca di qualche luogo di ristoro. No quassù non c'è l'autogrill, ma se vi accontentate di quello che abbiamo, potete mangiare qui. Ecco che dà subito disposizione alla famiglia, moglie e nuora che vanno a vedere cosa si può fare per accontentare gli ospiti inattesi e anche un po' imbarazzati. Lui invece si siede nel giardino a chiacchierare, vuole sapere e vuole raccontare. E' chiaro che si sente un po' come un patriarca a cui l'età e l'esperienza della vita consente una posizione di privilegio, non per niente la sua è la casa più bella del paese e ne va giustamente orgoglioso. Come molti qui, anche la sua famiglia appartiene ad una minoranza particolare, quella dei çoban, un gruppo che forse secoli addietro era costituito da pastori nomadi che provenivano dalla Romania e che si erano poi stanzializzati su queste montagne, forse perché spopolate, forse per cercare rifugio da qualche persecuzione. Il loro dialetto infatti è chiaramente romanzo e con qualche sforzo riesce a comprendere anche molte parole di italiano. Forse anche perché gli italiani da queste parti non sono una novità. Il signor Archilé era un bambino piccolo, quando c'era la guerra per questi monti e gli italiani li ricorda ancora. In particolare uno. 

Con la famiglia Archilé
Quando ci fu la controffensiva greca e i morti si trovavano dappertutto a mucchi, nei fossi e sul greto dei fiumi, uno di questi, un certo Antonio Vaiti, chissà se è ancora vivo (se qualcuno ne sapesse qualcosa si faccia vivo per favore, sarebbe bello per questo blogghetto fare una bella carrambata), si rifugiò nella loro casa. Suo papà era il falegname del paese, la famiglia lo nascose e lui rimase lì ad aiutare, a segare legni e piallare assi, fino a che finita la guerra riuscì a tornare in Italia. Così almeno crede o spera  il signor Archilé; qui di italiani ne rimasero tanti, imprigionati subito dal regime e forse morti tra questi monti. Il paese si chiuse per 50 anni e non ne seppero più nulla. Era una gran brava persona e gran lavoratore, dice ridendo il signor Archilé che lo ricorda ancora quando lo faceva giocare nel laboratorio coi pezzi di legno di scarto. Adesso lui non lavora più e sta lì a godersi la sua famiglia, la moglie in cucina, tutta nuova e modernissima, che gli ha appena comprato, c'è anche il forno a microonde e ridacchia soddisfatto seduto sui divani nuovi, anche se mi ha ceduto la sua poltrona, la più grande che spetta al patriarca di casa, quella dove lui alla sera si siede a fumarsi un sigaro e a guardarsi la sua bella televisione nuova a schermo piatto. I figli sono a posto, uno fa l'autista delle corriere, l'altro l'infermiere. Sono sposati con due brave ragazze e i nipoti vanno a scuola a Gjirokastro, certo ci vorrebbe una strada decente, che si fa una fatica del diavolo ogni volta che bisogna scendere in città, figuriamoci se il governo la farà mai, ma in fondo si capisce che è una lamentela di facciata, ma chissenefrega, intanto lui che ci andrebbe a fare a Gjirokastro? 

Sotto il platano
Lui sta bene lì, tra le sue montagne, dove ha una ottantina di vacche, un po'di arnie e qualche pezzetto di terra. Per questo da mangiare non gli è mai mancato e neanche da bere in verità e ghigna soddisfatto versando il suo vino dell'anno scorso e poi ti guarda di sottecchi per vedere se ti piace e se lo apprezzi. Un bel vino forte e con un fondo di resina e bosco, con una spiccata personalità, quasi la stessa di chi lo ha prodotto. Poi tutti attorno al tavolo a mangiare fegatini di agnello con le patate, crema di yogourth, torta salata di mais e erbe di monte, insalata e pomodori. Devi ancora assaggiare il suo miele, dopo il caffé, prima di andare, una dolcezza sottile piena di profumi di fiori di monte. Altro che chilometro zero. Ride quando chi ci accompagna gli suggerisce di mettere qualche tavolino in giardino e cominciare una attività accessoria, che qui di turisti cominceranno di certo a venirne più spesso. Una stretta di mano forte e soddisfatta quella che ti accompagna alla porta assieme alle donne della famiglia ed ai bambini, davanti al vecchio platano dove hai lasciato le macchine. Da piccolo la nonna gli diceva che la sua nonna lo ricordava già immenso così fin da bambina, quando portava le capre al pascolo. E' rimasto uguale anche se lo scorso anno un fulmine ne ha staccato un ramo immenso, che era caduto su un tetto sfondandolo. Ora è rima sta seduta solo una vecchia, forse nello stesso punto in cui sedeva la nonna della nonna del signor Archilé. Le auto, rimaste all'ombra del platano, sono fresche, anche l'aria è frizzantina, da lì in poi la strada è tutta in discesa.

La piazza di Nderan


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