martedì 16 settembre 2014

Greetings from lake Niassa

Chilometri di altopiano ruvido e scontroso che si presenta con la sua livrea della piena stagione secca, con le erbe ormai alte, ma irrimediabilmente giallo chiare, rimpianto perduto di savane lontane. In mezzo ai culmi rinsecchiti delle graminacee, gruppi più o meno fitti di pianticelle dall'apparenza stentata, come se grande fosse la fatica di resistere in questa terra rossa e difficile. Di tanto in tanto negli spiazzi più o meno grandi al lato della strada , capanne di mattone crudo o cotto alla meglio al centro del villaggio. Paglia lunga per tetto e piccole porte in legno chiuse. Nascoste, altre ancor più piccole costruzioni tonde di cannicciato chiaro, sollevate da terra da esili palafitte, magazzini per ricoverare le pannocchie di uno stentato mais bianco che qui chiamano milho. Più avanti la presenza umana diminuisce fino a scomparire del tutto e appare una terra di sola vegetazione senza presenza umana o animale, una sorta di deserto di vita superiore, oppure una terra colpita da qualche feroce pestilenza che l'abbia resa inabitabile e abbandonata. Ancora una serie di colline coniche e regolari attorno a cui la strada si aggroviglia in alti e bassi continui, poi superata l'ultima, la sorpresa che non ti aspetti, la visione ultima che ti ha condotto fino a qui, un non luogo sconosciuto ma solo apparentemente ostile. Di fronte a te, lontano eppure a due passi, un mare infinito e senza confini, una linea azzurra che taglia in due l'orizzonte e si perde ai due lati senza che tu riesca ad imaginarne i confini. Sta lì il lago Niassa, enorme e sconfinato, una massa d'acqua senza uguali, in questo paese dove l'acqua è bene prezioso e ricercato, eppure deserto d'uomini e di beste. Una terra primordiale da conquistare ed invadere. Fa impressione uno specchio di acqua dolce di queste dimensioni, di cui non si riesce neppure ad immaginare la riva opposta, pur sapendo che essa esiste, senza barche, navi o altro. Come arrivare in una terra parallela e disabitata che aspetta nuovi abitanti. In verità scendendo verso la riva, compare qualche casa attorno ad un imbarcadero di cassoni di metallo, un barcone che carica fusti di petrolio, mentre sulla spiaggia di terra nera, un gruppo di donne lavano vestiti, stoviglie e infine se stesse con i movimenti e lq grazia di tutte le culture d'Africa. A fianco, la spiaggia infinita decorata di radi baobab si stende senza fine fino a che l'occhio si perde tra le nubi di fondo. Un paesaggio da inizio dei tempi o da fine, che in fondo poi è la stessa cosa.

2 commenti:

Paolo nullo Pedone ha detto...

Il buon selvaggio: quanta la malinconia quando ti accorgi che c'è sotto un uomo

... non si riesce neppure ad immaginare la riva opposta, pur sapendo che essa esiste...i movimenti e la grazia di tutte le culture d'Africa…

Un saluto

Enrico Bo ha detto...

Però se qui fossi nato, ahimè son bitter catz!

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