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mercoledì 14 settembre 2011

Les Kouignettes.


Fare quattro passi nella via pedonale, non significa soltanto un interludio qualunque tra un bagno e l’altro, sarebbe troppo comodo, quando si è sempre un po’ border line con la glicemia, è bene fare un po’ di moto alternandolo alle lunghe sedute (anzi coricate) sulla battigia. La ginnastica è fondamentale e decisivo prodromo ad una buona salute. Dunque si passeggia qua e là senza meta in effetti, al solo scopo di far muovere gli arti inferiori, ma purtroppo i sensi sono sempre vigili ed è difficile d’altra parte camminare tenendo chiusi gli occhi. Così può capitare che lo sguardo vada a sbattere, assolutamente per caso, contro una vetrina che sembra tirata fuori proprio dal libro Le scarpe rosse di cui vi ho parlato l’altro giorno, una chocolaterie talmente intrigante per la cura dell’esposizione che sarebbe un delitto non fermarsi almeno un momento per appagare l’occhio, sempre ansioso di bellezza. Certo che anche il naso quando ci si mette vuole la sua parte e gli aromi che si sprigionano fin al di fuori del negozio, farebbero come si suol dire, resuscitare un morto, figuriamoci un futuro diabetico. 

Tocca entrare per forza, guardare ma non toccare, diceva la mamma, ma come è dura, mentre sotto la panoramica scorrono praline, cioccolatini di ogni forma e colore, tartufi e tavolette di tutte le varianti possibili, all’arancia, noir, ultranoir, au lait e con tutti i ripieni che la vostra fantasia malata sia disposta a sognare, ad inventarsi. Ma la ragione deve prevalere sul cuore e mentre ci si gira cercando di negare quanto invece viene impietosamente mostrato, ecco che accade l’irreparabile. In una apposita vetrinetta, qualcosa occhieggia come la mela di Biancaneve e come un magnete maligno e perfido ti fa girare in quella direzione, nascosta ma pur sempre raggiungibile, all’apparenza segreta e proprio per questo più ambita. Pas seulement chocolat, dice il cartello ammiccante alla porta e l’altro più devastante e tuttavia irresistibile sullo scaffale: self service. Infatti ecco, esposte ordinatamente come soldatini in parata, come cocottes che sfilano provocanti per offrirsi ai clienti, dei dolcini che mi danno un tuffo al cuore. 

La forma infatti, di sfoglia arrotolata su sé stessa, che simula una rosellina in boccio, ricoperta di zucchero caramellato ed il peso apparente mostruoso che la dimostra chiaro nascondiglo di una quantità di burro da terrorizzare un frate trappista, mi porta la mente ad un dolce che da una compagna di scuola (e lei che mi legge, sa a cosa mi riferisco) veniva offerto in occasione di ritrovi giovanili ormai lontani nel tempo, la mai sufficientemente rimpianta Torta delle rose che non colsi, in cui simili dolcini venivano uniti tra di loro appunto a formare un dolce da tavolo più completo, da cui poi, ogni goloso, staccava vorace una rosa alla volta sbocconcellandola con avidità ed evitando il ballo previsto ed invocato dall’universo femminile nell’altra sala. Proprio le stesse alla vista, queste Kouignettes che dando un’occhiata qui, dove viene esposta la ricetta (qui però non vengono avvolte a rosellina ma a fazzoletto), apprendo essere specialità bretoni tra le più reputate (Jackie et Jean, pouvez vous me confirmer ça?). 

Non ho potuto esimermi per ragioni puramente affettive, non acquistarne un fagottino che ho poi provveduto a mangiare con comodo nell’intimità della mia casetta. Burro,burro e ancora burro e poi caramello dolcissimo che avvolge ogni strato del fiore delicatamente brunito e arricchito con mandorle o cassis o scorze d’arancia o chi più ne ha più ne metta, o come suggerisce la ricetta che vi ho indicato, nature con una pallina di gelato di caramello al burro salato. Uno sballo di ricordi e di anni giovanili. Cosa non si fa, unicamente per ritrovare un briciolo di gioventù. Non capisco come mai, però stamattina avevo 140 di glicemia a digiuno!


mercoledì 19 novembre 2008

Nostrano è più buono

Sono andato al mercatino dei contadini ed evitati accuratamente come di consueto, i banchetti che proponevano prodotti "biologici" e compagnia bella, mi sono lasciato incantare da dei bei peperoni rossi e delle magnifiche pere Abate. -Tutta roba nostrana, ehehe- mi dà di gomito il furbacchione dalla pelle bruciata dal duro lavoro dei campi, alleggerendomi in modo consistente il portafoglio -Mica roba che arriva dal sud...- e carca la dose. Mentre mi allontano non riesco a fare a meno di mettere in moto il cervello, spesso in stand by, un mio antipatico vezzo. Mi ricordo che tempo fa, proprio nel profondo Sud, avevo fatto un acquisto similare da un collega del sopradescritto agricolo e anche lui, con diversa intonazione vernacolare mi aveva sottolineato: -Tutta robba nos'trana ah, il megghio che ci sia.- Ma allora qual'è il nostrano migliore? Non c'è contraddizione di termini? Allora tutto è migliore (30 e lode politico) purchè sia a kilometri zero? Ma perchè mi volete sempre prendere per il naso.
Tutto questo mi riporta ad un fatto occorso ad una mia amica in Bretagna, terra nota oltre che per les fruits de mèr, anche per le mele ed il sidro delizioso. Bramosa di assaggiare le appunto saporite e giustamente famose pomacee, acquista al mercatino un paio di kg di mele, non grandi (giustamente) ma all'apparenza gustose. Ragazzi! Una squisitezza; raramente aveva assaggiato qualcosa di meglio. Profumate e dolci al punto giusto, croccanti al morso ma delicate e morbide al palato, tando da tornare due giorni dopo a ripetere il rifornimento. Orrore, un più attento esame della merce dello stesso banchetto evidenziava senza ombra di dubbio un cartellino seminascosto che recitava subdolo "Product of Argentina"! Che delusione. Subitaneo cambio di banco truffaldino e nuovo acquisto di mele finalmente garantite nostrane, appunto.
Immangiabili, una vera schifezza. Per forza che poi ci fanno il sidro.

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