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domenica 3 maggio 2020

Oasi perdute 2 : Lo M'zab

La pentapoli M'zabita - Algeria - Gennaio 1978


Quasi duecento chilometri di deserto di pietra, un reg (o serir che dir si voglia) ciottoloso e monotono, grigio ed uniforme, battuto dal vento. Di tanto intanto un dromedario isolato, una bestia solitaria che sta lì incomprensibilmente alzando il muso al tuo passaggio, che tu non sai interpretare se come una richiesta di aiuto o un interrogativo sul come mai sei arrivato fin lì a disturbare. La strada piccola e quasi non distinguibile da quanto la circonda, prosegue rettilinea da e verso il nulla verso sud ovest. Tamanrasset è ancora lontanissima, verso un sud innominabile, un hic sunt leones carico di mistero e di promesse. Poi il terreno muta leggermente e la piana sconfinata comincia ad avere ondulazioni sempre più pronunciate, colline di pietra dolcissime che tuttavia il vento ha segnato con tracce orizzontali, unghiate leggere ma continue che il tempo ha reso feroci e definitive. Poi la strada fa un'ampia curva e aggira l'ultima ondulazione aprendo la vista ad uno spettacolo imprevisto ed incredibile. Nella depressione che compare all'improvviso appena più in basso cinque rotondità di pietra color ocra, che la luce meridiana scurisce per contrasto; hanno la cima coperta di una colata bianchissima di piccoli cubi addossati tra di loro senza spazi visibili. Sulla cima di ognuna una minuscola torre dai fianchi rastremati all'in su come un capezzolo inturgidito dall'eccitazione di mostrarsi all'estraneo.

Nello spazio più profondo. disegnato dalle contorsioni del wadi M'zab, che si insinua come un serpente tentatore, tra i mammelloni  lisci, il verde carico delle foreste di palme da dattero. Gardaia e la pentapoli M'zabita si offre all'occhio indiscreto del visitatore come una timida vergine sorpresa al bagno in una forra segreta, nascosta e lontana dagli sguardi della folla, vergognosa e riservata, assolutamente inattesa e bellissima. Come sia possibile che in un luogo tanto arido e lontano da tutto, sia sorto questo insediamento, è davvero al di là di ogni immaginazione. Attorno all'anno 1000, qui si è rifugiata una tribù berbera sedentarizzata, forse per sfuggire alle persecuzioni, poiché forse aderiva ad una antica variante islamica, tra le più pacifiche e tradizionali, quella degli Ibaditi, che oltre a qui sopravvive soltanto più nell'Oman, costruendo a poco a poco cinque città, una su ogni collina. Gardaia, la capitale ed attorno, Melika, Bounoura, Beni Isguen, el Atteuf. Si tratta di una architettura del tutto particolare che rappresenta una filosofia di vita, comune alle progettazioni delle varie città ideali, sorte in periodi diversi in ogni parte del mondo. Qui predomina la struttura della case ad alveare, compenetrate le une nelle altre, quasi indistinte e comunitarie, seppure vi è mantenuta una suddivisione familiare. La moschea nel punto più elevato rappresenta il centro della città fortezza ed il minareto è allo stesso tempo anche torre di osservazione e le case scendono a cascata verso il basso in cerchi concentrici, raccogliendo ad ogni girone che si allontana dall'alto i mestieri via via meno spirituali. 

Le mura poi, alla sera venivano, per lo meno allora, chiuse agli estranei. Tutto questo è stato studiato a fondo dall'architettura moderna ed ispirò profondamente Le Corbusier che qui soggiornò a lungo nel '31. Passeggiavamo tra le piccole vie quasi deserte, le poche donne avvolte da un pesante sudario bianco che le copriva completamente, trattenuto dalla mano sinistra sotto il mento che ne lasciava aperto  solo un minuscolo triangolino dal quale traspariva la curiosità di un occhio interrogativo. Mahmud ci accompagnò fino alla cima, dall'alberghetto in basso, dove avevamo lasciato l'auto che se pur piccola, un'A112, non riusciva comunque a penetrare nei vicoli strettissimi. Sembrava facile arrivarci, in fondo bastava salire sempre, ma i passaggi stretti e nascosti, che si infilavano tra i muri stretti delle case addossate le une alle altre, ti costringevano a continue svolte quasi ti trovassi in un labirinto infinito sulla scala che conduce al paradiso, con le sua tante difficoltà da superare per meritartelo. Dal punto più alto, la vista delle cinque città, Gardaia che scendeva attorno a noi come un mantello di stoffa candida che il sole calante colorava di riflessi aranciati e le altre, sulle alture circostanti, che apparivano come una costruzione magica di un architetto alieno, in vena di particolari fantasie. Questo potrebbe tranquillamente essere un set che racconti di un pianeta di galassie lontane. Mahmud, non era particolarmente estasiato da questo spettacolo, in fondo lui lo vedeva da sempre e forse era stupito dalla nostra meraviglia. L'unica cosa che guardava con intensità erano i capelli biondi di Tiziana. Questa sì che probabilmente erano una gradita novità.  

Una via a Gardaia

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mercoledì 1 giugno 2016

Le città perdute: Gardaia e le oasi mzabite


Gardaia - Algeria - gennaio 1978

Jussuf sembrava molto vecchio, ma rimaneva comunque difficile definirne l'età. Da giovane aveva un gregge di capre da accudire con cui si spostava a cercare i rari cespi di erba secca attorno alle oasi dello Mzab, uno dei punti più desolati di questo erg di roccia e pietre al centro del Sahara. Roccia corrosa dal tempo, martoriata dallo sfregamento di ciotoli e pietrisco spostati dalle tempeste che l'harmattan che soffia implacabile da sud, sposta in continuazione come se volesse graffiare la terra per farle male, raspandole via materia morta da usare ancora e ancora, per farle nuova violenza. E' un mistero come si sia potuta formare questa comunità in un luogo così inospitale, apparentemente privo di ogni forma di vita. Eppure sulla cima di quelle che non riesci a chiamare colline, perché questa parola ti richiama un verde qui mai conosciuto, si sono raggrumate cinque colate di case bianche e azzurre, le une vicine alle altre, schiacciate tra di loro come le pecore di quei greggi che si ammucchiano  impaurite la notte per proteggersi dal lupo, come se questo bastasse a salvarle. Una comunità isolata, gli Mzabiti, forse rifugiatasi in queste lande sperdute per salvarsi da persecuzioni di correligionari feroci e spietati, la storia si ripete ogni volta uguale, e poi rimasti lì per sempre a litigarsi l'acqua dei pozzi profondissimi scavati nel fondo degli avvallamenti. 

Qui non c'è traccia di umidità e l'aria è talmente tersa che dalla cima di uno di questi mammelloni di roccia vedi a chilometri di distanza le linee perfette di quelli che appaiono come cubetti di un Lego che un mago delle favole ha lasciato cadere sulla terra a caso e poi ha schiacciato tutti insieme per non lasciare spazi vuoti. Ognuna delle cinque colline è completamente coperta e le ultime case si perdono alla base, nascoste da qualche albero ansimante che cerca di sopravvivere. Gardaia è la più grande delle cinque città, ma i vicoli che ti permettono di entrare tra le case sono contorti e fatichi a lungo per arrivare fino alla cima, solo il senso di dislivello, facendoti salire sempre, ti aiuta ad arrivare al punto più alto, dove c'è una piccola moschea con un minareto bianco, un dito puntato all'insù a segnare il punto di arrivo, il centro assoluto di quel mondo che quasi quaranta anni fa appariva come quasi spopolato o di cui, quantomeno, non si riusciva ad indovinare dove fossero nascosti gli abitanti. Rare donne avvolte in un grande velo di tela bianca di cui intravedevi solo un occhio attraverso il triangolo formato davanti al viso, trattenuto e rimpicciolito dalla presa della mano sinistra, che facevano capolino dalle porte socchiuse. Qualche ragazzino che si rincorreva nei piccoli slarghi tra le case, rimanendo immobili e increduli alla vista di due incongrui stranieri, marziani nella forma e nell'atteggiamento. 

Nessun uomo, nessun giovane in giro, niente bar, niente locali pubblici. E sul tetto della moschea, tra le piccole cupole bianche, Jussuf stava lì, con le babbucce di feltro da vecchio che ormai non cammina più tra le rocce appuntite, le braccia stanche appoggiate sulle gambe a raccontare di greggi e dromedari, di una vita immutabile da millenni. Forse oggi a Gardaia non si può neppure più arrivare, non si può più affrontare la curva che gira attorno all'ultima collina e rimanere a guardare le cinque colate bianche e azzurre che coprono quei rigonfiamenti del suolo, nascosti alla vista fino all'ultimo e che poi, compaiono all'improvviso, inaspettate, come il gioco di prestigio del grande mago. Jussuf sarà sepolto, da anni sotto un minuscolo cenotafio fuori del paese, tra le rocce, forse gli sarà stato risparmiato di vedere quanto è accaduto in questi anni in Algeria o forse è ancora là, seduto sull'angolo della terrazza della moschea, con lo sguardo perduto nel deserto, perché è proprio lui il mago.

Gardaia - Algeria - gennaio 1978


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