mercoledì 1 giugno 2016

Le città perdute: Gardaia e le oasi mzabite


Gardaia - Algeria - gennaio 1978

Jussuf sembrava molto vecchio, ma rimaneva comunque difficile definirne l'età. Da giovane aveva un gregge di capre da accudire con cui si spostava a cercare i rari cespi di erba secca attorno alle oasi dello Mzab, uno dei punti più desolati di questo erg di roccia e pietre al centro del Sahara. Roccia corrosa dal tempo, martoriata dallo sfregamento di ciotoli e pietrisco spostati dalle tempeste che l'harmattan che soffia implacabile da sud, sposta in continuazione come se volesse graffiare la terra per farle male, raspandole via materia morta da usare ancora e ancora, per farle nuova violenza. E' un mistero come si sia potuta formare questa comunità in un luogo così inospitale, apparentemente privo di ogni forma di vita. Eppure sulla cima di quelle che non riesci a chiamare colline, perché questa parola ti richiama un verde qui mai conosciuto, si sono raggrumate cinque colate di case bianche e azzurre, le une vicine alle altre, schiacciate tra di loro come le pecore di quei greggi che si ammucchiano  impaurite la notte per proteggersi dal lupo, come se questo bastasse a salvarle. Una comunità isolata, gli Mzabiti, forse rifugiatasi in queste lande sperdute per salvarsi da persecuzioni di correligionari feroci e spietati, la storia si ripete ogni volta uguale, e poi rimasti lì per sempre a litigarsi l'acqua dei pozzi profondissimi scavati nel fondo degli avvallamenti. 

Qui non c'è traccia di umidità e l'aria è talmente tersa che dalla cima di uno di questi mammelloni di roccia vedi a chilometri di distanza le linee perfette di quelli che appaiono come cubetti di un Lego che un mago delle favole ha lasciato cadere sulla terra a caso e poi ha schiacciato tutti insieme per non lasciare spazi vuoti. Ognuna delle cinque colline è completamente coperta e le ultime case si perdono alla base, nascoste da qualche albero ansimante che cerca di sopravvivere. Gardaia è la più grande delle cinque città, ma i vicoli che ti permettono di entrare tra le case sono contorti e fatichi a lungo per arrivare fino alla cima, solo il senso di dislivello, facendoti salire sempre, ti aiuta ad arrivare al punto più alto, dove c'è una piccola moschea con un minareto bianco, un dito puntato all'insù a segnare il punto di arrivo, il centro assoluto di quel mondo che quasi quaranta anni fa appariva come quasi spopolato o di cui, quantomeno, non si riusciva ad indovinare dove fossero nascosti gli abitanti. Rare donne avvolte in un grande velo di tela bianca di cui intravedevi solo un occhio attraverso il triangolo formato davanti al viso, trattenuto e rimpicciolito dalla presa della mano sinistra, che facevano capolino dalle porte socchiuse. Qualche ragazzino che si rincorreva nei piccoli slarghi tra le case, rimanendo immobili e increduli alla vista di due incongrui stranieri, marziani nella forma e nell'atteggiamento. 

Nessun uomo, nessun giovane in giro, niente bar, niente locali pubblici. E sul tetto della moschea, tra le piccole cupole bianche, Jussuf stava lì, con le babbucce di feltro da vecchio che ormai non cammina più tra le rocce appuntite, le braccia stanche appoggiate sulle gambe a raccontare di greggi e dromedari, di una vita immutabile da millenni. Forse oggi a Gardaia non si può neppure più arrivare, non si può più affrontare la curva che gira attorno all'ultima collina e rimanere a guardare le cinque colate bianche e azzurre che coprono quei rigonfiamenti del suolo, nascosti alla vista fino all'ultimo e che poi, compaiono all'improvviso, inaspettate, come il gioco di prestigio del grande mago. Jussuf sarà sepolto, da anni sotto un minuscolo cenotafio fuori del paese, tra le rocce, forse gli sarà stato risparmiato di vedere quanto è accaduto in questi anni in Algeria o forse è ancora là, seduto sull'angolo della terrazza della moschea, con lo sguardo perduto nel deserto, perché è proprio lui il mago.

Gardaia - Algeria - gennaio 1978


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2 commenti:

Anonimo ha detto...

Bonne idée de faire le tour des cités perdues .Et Tombouctou à venir ?
Jac.

Enrico Bo ha detto...

@Jac - C'est domnage, mais, malheuresement je n'ai jamais été la-bas et peut etre , jamais n'y irai

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