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sabato 31 gennaio 2015

La purezza della giada

Andando al lavoro


Un cliente al Jade Market
Se vuoi goderti il mercato della giada devi andarci al mattino presto, quando l'aria di Mandalay non è ancora troppo soffocante, anche se siamo ancora nei mesi "freschi" ed i pullman dei turisti sono ancora davanti agli alberghi in attesa che le colazioni siano servite, i pancake sbocconcellati e le banane sbucciate. I banchetti bassi ricoperti di pietre grezze sono già circondati dai compratori professionisti che si aggirano con aria furtiva qua e là, buttando occhiate fintamente distratte alla merce esposta. I venditori invece, fingono altrettanta noncuranza, come ancora intorpiditi dalla sveglia troppo precoce, in realtà, attenti come falchi a mettere in evidenza i pezzi migliori. Poi uno si siede e comincia a toccare le pietre con noncuranza, senza far capire bene quale gli interessa davvero, l'altro lo squadra cercando di capire se è davvero interessato o se curiosa soltanto, per carpire i prezzi, se se ne intende davvero o se gli puoi rifilare una giada di scarto a un buon prezzo facendogli credere di aver fatto un grande affare. Ma qui sono tutti professionisti. Tirano fuori le loro pilette per illuminare la pietra in controluce e calcolarne la trasparenza e il grado di lattiginosità, ne sfiorano le asperità, sembrano capire la qualità anche solo toccando la parte esterna, grezza delle pietre ancora da tagliare. Qualcuno ha con sé misure disegnate su carta, campioni di braccialetti o pezzi già lavorati, che sovrappone a quelle sui banchi per calcolarne la correttezza delle dimensioni volute. 

Un venditore del jade Market
I blocchi sono lì allineati, alcuni verde intenso, altri quasi bianchi con venature di un verde pallido e sfumato. In tutti però indovini quella sottile malìa della pietra rara che appare come sprigionare un anima interna, fatta di volute, di segni nascosti, di morbidezza incongrua alla materia stessa. Più oltre vedi semilavorati, palline catalogate per dimensione in cui puoi indovinare future collane o pezzi più minuti non ancora lucidati su cui incidere, ricavare oggetti minuscoli, bassorilievi di divinità o animali fatati. Altrove ci sono pezzi già nati con le contorsioni impresse nella pietra, già marchiata da colori e venature che ne percorrono le curve indicando a chi la lavorerà il suo destino, come se al suo interno si potesse già scorgere la figura futura, ormai indelebilmente presente, solo da far emergere con paziente lavoro di scalpellino e fresa. Bisogna valutare bene prima di decidere. In ogni caso ci vuole sempre parecchio prima che si passi alla contrattazione. Alla fine qualcuno se ne va a mani vuote o passa ad un altro banco, mentre altri caricano qualche pietra più o meno grande sul loro carretto o se la portano via a mano se la dimensione lo permette e la danza prosegue. Non c'è la confusione rumorosa degli altri mercati, tutto si svolge ad un tono più basso e anche i fasci di soldi passano di mano più furtivamente. 

Nel monastero

Più in là, verso l'ingresso principale, ci sono i banchetti per i turisti con gli oggetti lavorati ed i souvenir, altra clientela ed altro stile e anche più ragazze giovani alla vendita. I professionisti se ne vanno via alla chetichella dal retro prima dell'arrivo dei pullman. Quasi di fronte al mercato,  uno dei più grandi monasteri di Mandalay, il Ma Soe Yein Nu Kyaung, quasi una città con migliaia di monaci, pare sia un vero centro di pensiero, da cui partono anche campagne di opposizione e per questo è tenuto sempre d'occhio dal governo. Ci sono stati disordini e bastonature negli scorsi anni. Al mattino presto c'è già un gran via vai di giovani monaci. Non fosse per i sai rossi, sembrerebbe una qualunque università, con capannelli di studenti con fasci di libri sotto il braccio, che discutono tra di loro o si fermano a leggere i fogli appesi nelle grandi bacheche sotto la torre dell'orologio. In fondo spicca una nuova costruzione a molti piani. E' evidentemente il monastero del futuro, una sorta di grattacielo religioso. Anche lì lo spazio comincia a contare. Invece se vuoi incontrare una gran bella massa di fedeli, devi andare in periferia, nella zona degli scalpellini, dove sorge il grande tempio Mahamuni. Qui c'è una delle statue del Buddha seduto più venerate. Quattro metri di paciosità sorridente ultramillenaria, si dice trafugata a Mrauk U, che i fedeli hanno già ricoperto di uno strato di fogliette d'oro di oltre 15 centimetri di spessore. 

Lavacro dei Buddha
La  folla preme per arrivare al sancta sanctorum interno, ma, purtroppo le donne che non hanno diritto di applicare l'oro votivo e rimangono sedute nei lunghi corridoi che conducono ai quattro lati della statua a pregare, guardando la devozione estrinsecata dai loro compagni su grandi schermi al plasma appesi al soffitto. Al massimo per sfogare il loro fabbisogno di sacro, possono andare a lavare le file di statuette poste davanti alle fontane nei giardini. I maschi, invece, possono accedere, salendo alcune ripide scalette di ferro alla base della statua ed affollarsi attorno, attendendo il turno per scartare con cura il quadratino di carta dentro al quale è conservata la sottilissima foglietta di oro zecchino, che, appena inumidita, si applica al punto preferito della statua stessa premendola con attenzione, perché la sola pressione la faccia incollare sulle altre sottostanti. Solo il viso rimane libero, lavato e lucidatissimo ogni mattina alle quattro da un drappello di monaci che si dedicano con virtù a questo compito. Bisogna farsi largo e attendere pazientemente in fila per poter compiere questo atto di devozione, comunque lo strato di oro che ha ormai ha avvolto tutta la statua è davvero impressionante. 

Nei cortili del tempio
Poi, per uscire nei cortili, bisogna ancora farsi largo tra la folla, che è la parte più interessante del sito, composita e colorata con torme di ragazzini vestiti a festa che vengono qui condotti a festeggiare il raggiungimento della maggiore età. Tutti si aggirano nei cortili, ammirando i dipinti e le statue, incluso un gruppo di bronzi razziati ai Khmer ed esposti sotto una tettoia, enormi gong, statue hindu di Shiva, ahimé evirate o di Airawata, con alcuni punti lucidissimi a causa degli sfregamenti continui dovuti alla credenza di guarigione sicura per la corrispondente parte del corpo. Già che ci sei e che la schiena ti duole sfreghi anche tu, suoni un colpo di gong e via a socializzare con i gruppi e le famigliole che sostano seduti nei vari cortiletti a mangiare e a passare il resto della giornata. In effetti per il popolo birmano il pellegrinaggio e la visita ai templi è parte della vita e corrisponde in fondo ad uno svago e ad un passatempo gradevole perché si compie con la famiglia, come se fosse una qualunque scampagnata. Massimo vantaggio: si trascorre il tempo con gli amici ed i famigliari in allegria e si acquisiscono meriti morali. Poi si torna a casa. Meglio di così!

Incollando l'oro


SURVIVAL KIT

Blocchi di giada grezza
Jade Market - Sulla 87° street. Meglio andare al mattino presto per vedere il mercato vero, passando dal lato orientale. Più tardi, entrando nel mercato principale ingresso 1000 K. Se non ve ne intendete, evitate di investire grosse cifre, ci sono pezzi che a voi sembreranno più o meno uguali, che costano 10 $ o 1000$. Vedete un po' voi. La solita collanina o braccialettino circolare in cui vostra sorella a casa non riuscirà ad infilare la mano, da 5$ o poco più, saranno sufficienti a levarvi la voglia.

Le statue Khmer
Ma Soe Yein Nu Kyaung - 39° street - Il monastero più grande e politicamente più importante della città. Poco visitato dai turisti perché di scarso interesse architettonico, è non lontano dal Jade Market e ci si può vedere la vita quotidiana dei monaci giovani. Una specie di Università Buddhista  con edifici moderni.

Mahamuni Paya - nella zona sud della città. Sulla strada per Amarapura (si può unire a questa visita). E' uno dei templi più frequentati dai locali. Potrete (se siete maschio) cimentarvi nella coda per appiccicare foglie d'oro sulla statua bimillenaria al centro. Il resto del tempio è una specie di museo di statue antiche e affreschi delle guerre tra i re birmani. 


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venerdì 30 gennaio 2015

In giro per Mandalay

La Mandalay Hill vista dal fossato del Royal Palace




Kuthdaw Paya
Avevo letto da qualche parte che Mandalay è una città un po' grigia e caotica, tutto sommato non molto interessante. Alla faccia! Se ci fai un giro, anche solo per dare un'occhiata sommaria alle cose principali, devi prendere nota di tutto perché sono così tante che alla fine non riesci a ricordare tutto. E' un po' questo il problema di questi giri un po' affrettati. Si corre il rischio di fare confusione, di confondere le cose tra di loro, cose che se fossero viste con calma una alla volta, si apprezzerebbero meglio, ma questo è il barbaro destino del turista che pur avendo a disposizione un mese deve correre come un dannato e alla fine lascia indietro tante, troppe cose. Allora oggi vi accompagno come un cicerone a pagamento, mancia al vostro buon cuore, attraverso il più classico dei city tour, per cui saltate in macchina e seguitemi. Cominciamo dal palazzo reale che occupa il centro città per un quadrato perfetto di circa un chilometro quadrato a simiglianza di tante dimore reali d'oriente. L'esterno è così suggestivo di notte, quando nel buio cittadino si specchia con le sue luci incerte nel largo canale che lo circonda, quanto imponente di giorno con le sue mura rettilinee scandite dalle torri di guardia a distanza regolare. 

Kyaung Atumashi
La parte interna, un grande parco squadrettato da strade sul tipo dell'accampamento romano, è completamente a disposizione dei militari e solo il piccolo quadrato più interno è occupato da una ricostruzione degli edifici del palazzo, ricavati dai disegni a disposizione, dopo che i bombardamenti della guerra lo avevano completamente distrutto, ma che rimane comunque di grande suggestione, incluso il piccolo museo alla fine. Questo luogo è la classica location dove le spose della capitale più abbienti, che hanno ormai incluso una parte della cerimonia all'occidentale, vengono a fare le classiche foto di rito, in abiti sontuosi, per la gioia dei pochi turisti che passano di lì. Poco lontano ci sono gli interi quartieri a nord della città, occupati da imponenti edifici religiosi. Il tempo a disposizione vi sembrerà sempre troppo poco, per perdervi tra i 700 stupa bianchi della Kuthdaw Paya, che racchiudono migliaia di stele di pietra su cui  tentare di leggere  il libro scolpito più grande del mondo, rimanendo attoniti davanti all'enorme stupa centrale dorato o per salire le balze successive del Kyaung Atumashi , che pur essendo totalmente ricostruito esercita con la sua mole una grande suggestione. Ma le sensazioni più indimenticabili le avrete di sicuro di fronte allo Shwenandaw Kyaung, un tempio monastero interamente costruito in legno di tek ormai annerito dal tempo.

Shwenandaw Kyaung
Ogni punto, ogni pannello, ogni porta è completamente ricoperta di sculture e bassorilievi di una finezza tale da catalogarlo come un'opera d'arte davvero totalizzante in ogni suo punto distinto. Era stato costruito come palazzo destinato ad ospitare il re all'interno delle mura, ma il suo destino fu curioso. Morto il re alla fine del 1800, il successore non riuscì a sopportare di vivere nello stesso palazzo a quanto pare infestato dal suo fantasma, che non si decideva ad abbandonarlo. Così l'intero edificio fu smontato e ricostruito all'esterno delle mura e regalato ai monaci per divenire monastero. Questo lo salvò così dalla distruzione completa subita coi bombardamenti che devastarono completamente il resto del palazzo reale. Vorresti rimanere per ore a guardare ad uno ad uno i pannelli con i loro minuti bassorilievi e la trina delle sculture e dei fregi lignei che percorrono ogni tratto delle pareti e infine alzare gli occhi e rimanere incantati davanti alla selva di guglie intarsiate, che la pioggia ed il tempo a poco a poco consumano, corrodono, ingrigiscono, rendendo a poco a poco le figure più arrotondate e meno riconoscibili, dopo aver cancellato ogni traccia dell'oro con cui era completamente dipinto. Un capolavoro davvero imperdibile. 

La scala che sale alla Mandalay Hill
Fatichi ad andartene via perché non puoi avere visto ogni scultura, ogni pannello, ogni guglia mirabilmente scolpita, ma il tempo corre ed è ora di arrivare davanti alla collina della città, alla base della quale sorge la KyaukTawgyi Paya, una sfarzoso seguito di sale colonnate coperte di minuscoli pezzettini di vetro colorato che risplendono negli ambienti semibui con riflessi misteriosi, fino ad arrivare alla colossale statua centrale di marmo, un monolite trasportato con una operazione ingegneristica imponente attraverso un canale costruito allo scopo. Ma intanto si fa sera, è quindi il tempo di salire la collina su cui sorge il tempio che protegge la città. La scala coperta che la risale comincia proprio davanti a questo tempio con l'ingresso ben presidiato da due statue di leoni bianchi di proporzioni adeguate. Sono i chinte messi a guardia della strada dal nat Bobokyi, lo spirito che impedisce l'ingresso ai malintenzionati. Salire da questo lato, in una oretta circa, sarebbe senza dubbio interessante, tuttavia percorrere la strada in auto ha il doppio vantaggio di non far gonfiare i piedi e di permettere la visita di altri siti, disposti lungo la strada, come un magnifico monastero-tempio, con sale popolate di basse colonne ricoperte di sculture a viticci o una scuola religiosa dove le classi di ragazzi sono ancora intente a terminare i compiti della giornata. Finalmente si arriva al termine della salita e tutta la cima della collina è occupata da un tempio completamente ricoperto di specchietti, di luci colorate, di neon che sfavillano e che illuminano pulsando statue dorate e pilastri scintillanti. 

Un monastero sulla collina
L'ultimo tratto in verità si compie attraverso una serie di scale mobili molto poco dignitose per un santuario, oppure attraverso un apposito ascensore, altro schiaffo alla punizione del corpo. In cima, zampilli d'acqua e bancarelle, altarini e statue dove esercitare le proprie devozioni, oltre agli appositi luoghi in cui fare le offerte del caso o acquistare gli strumenti adatti. Il luogo è affollatissimo, anche perché qui si accumulano tutti i turisti presenti in città a vedere l'ultimo raggio di sole che illuminerà di rosso la pianura circostante e la città che si stende ai suoi piedi. Gruppi di giovani monaci fermano tutte le turiste, in particolare le più giovani, ma unicamente al fine di esercitare il loro inglese malfermo, questo è lo scopo ufficialmente accettato. Intanto la folla si ammassa sempre di più sulla terrazza ad ovest sgomitando per prendere una posizione adeguata. Compaiono corredi fotografici degni di migliore uso e non appena il sole si insinua gigione e intrigante tra le nubi, spargendo rosso carminio per tutto il cielo, comincia il crepitio degli scatti, un mitragliare compulsivo condito da improperi per chi ti sta vicino e spinge per conquistare posizioni migliori. Quando, tra le gomitate dei giapponesi e le occhiate storte dei tedeschi, ogni cosa finisce tra un oooh collettivo e liberatorio, è tutto un corri e fuggi per conquistare posizioni utili nelle code infinite che si formano subito per la discesa. Torni mesto in città, pensando a quello che sarebbe stato rimanere lassù la notte, quando la folla se ne è andata, a guardare dall'alto la città ormai buia, con il quadro perfetto delle mura reali che si specchiano nell'immenso fossato.



SURVIVAL KIT

Royal Palace
Per la visita di tutta l'area storico turistica monumentale della città si paga un ticket cumulativo di 10.000 K . Il biglietto viene richiesto all'ingresso dei monumenti principali. Questo giro si può fare, di corsa in mezza giornata.

Una scuola religiosa
Palazzo reale.- Al centro esatto della città. Circondato da un fossato di 90 metri di larghezza e con mura di 8 metri. Le singole costruzioni visitabili sono al centro. Tutte ricostruite dopo i bombardamenti della seconda guerra mondiale. Museo con ricordi degli ultimi re in fondo. Salire sulla torre dell'orologio, curiosa costruzione a pianta ovale, da cui si ha una vista complessiva degli edifici. La sala del trono e il palazzo di vetro sono gli edifici più maestosi. Il tutto è molto fotogenico, specialmente le mura con le torri di guardia di notte.  

Kuthdaw Paya- Assieme ad un altro tempio vicino è caratterizzato da una serie di stupa identici allineati in quadro, ognuno dei quali contiene una serie di lastre di pietra su cui sono riportati tutti i canoni sacri del Buddhismo. Pagoda dorata maestosa al centro.

Due sposi nel palazzo
Kyaung Atumashi - Monastero completamente distrutto dal fuoco alla fine dell''800 e ricostruito da una ventina d'anni. Imponente costruzione quadrata a gradoni scandita da una serie di porte dorate che spiccano su un biancore abbacinante.

Shwenandaw Kyaung - Il palazzo d'oro, in realtà completamente costruito in legno su una sorta di palafitta ad un piano. Forse la più bella costruzione lignea del paese. Interno a colonne dorate. L'oro dell'esterno è scomparso con le intemperie. Assolutamente unico.

KyaukTawgyi Paya - Davanti alla Mandalay Hill. Monastero ricoperto di specchi colorati all'interno. Statua ottocentesca di un Buddha di marmo di 8 metri da 900 tonnellate. Interessanti affreschi che raffigurano la visita del re Mingun.

Mandalay Hill - Salita a piedi o in auto(meglio). Diverse costruzioni da vedere lungo la salita. Arrivati in cima (la collina è alta 230 metri ed è il punto più elevato della pianura) splendido panorama sulla città ed il fiume. Posto classico per vedere il tramonto. Prendere posto davanti alla balconata per tempo.

Vcafè Sky bar 25th St at 80th StDi fronte al lato occidentale delle mura, molto comodo, cucina occidentale, BBQ anche ben presentata, piatti da 5/6000 K , birra alla spina buona ed economica.

Il tempio in cima alla Mandalay Hill

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mercoledì 28 gennaio 2015

Tramonto sull'Irrawaddy


Tramonto sull'Irrawaddy



Monache in città
Camminare a Mandalay è fatica. Non solo la cura costante di tenersi al riparo da motorini e traffico confuso e sbarazzino che si infila in ogni spazio percorribile, marciapiedi compresi, ma il tutto è un po' uno slalom tra i materiali accumulati sugli spazi normalmente dedicati ai pedoni, occupati da seggiolini e tavolinetti di bar improvvisati, merci scaricate di fronte a qualche magazzino ed infine area di parcheggio usale per ogni tipo di veicolo. Quando riesci a trovare un tuo personale itinerario, poi, devi fare i conti con le sconnessioni del terreno, lastre sollevate e buchi in cui precipitare per intero, tenendo conto che proprio sotto quei marciapiedi c'è quella ipotesi fognaria che le tue narici avvertono di continuo. Però una passeggiata dal centro verso il fiume rimane uno dei modi migliori per socializzare con la città. Facendo attenzione, un occhio a terra per non inciampare, l'altro alla strada per non farsi investire e il terzo occhio del buddhista che è in te, che spazia attorno per afferrare il senso di questa vita, ti puoi incamminare, a partire dal quadrato centrale che circonda il palazzo reale e avviarti verso il grande fiume, attraverso una serie di quartieri popolosi e ricchi di vita. Dietro ogni angolo c'è qualche sorpresa, mercatini affollati e viuzze tranquille dove passeggiano le monache, negozi di artigiani e ceramisti e piccole moschee o templi indù. Andando verso il fiume, dopo la torre dell'orologio, residuo coloniale comune a tutte le città birmane grosse e piccole, si traversa un quartiere occupato da molti spazi religiosi, pagode, templi e monasteri. Qui la città si calma, il respiro rallenta e tutto sembra avere un ritmo differente. L'Eindawya Paya è forse il tempio più importante della zona anche per ragioni storiche, luogo di rivolte dell'inizio del secolo scorso da parte dei monaci infuriati perché gli inglesi vi entravano senza togliersi le scarpe. 

Tra i rifiuti
Non ci crederete, ma i monaci da queste parti sono comunque piuttosto combattivi, per cui entrate a piedi nudi comunque per favore, vedrete gruppi di monachelle che producono ventagli e parasoli per gli altri monaci e poco più. Quando, proseguendo attraverso i vicoli, arrivate al canale collettore delle fogne della città, ve ne accorgerete senz'altro, siete ormai a pochi passi dal fiume, l'immenso Irrawaddy, di cui a stento riesci a vedere l'altra riva semideserta. C'è un destino comune nei grandi fiumi dell'Asia, quello di essere vie maestre fondamentali della storia dei paesi che attraversano e non potrebbe essere diversamente, visto che sono sempre stati le strade più facili per trasportare, uomini, merci ed idee attraverso spazi occupati da jungle, montagne o terre selvatiche e diversamente impenetrabili. Attorno alle loro rive sono nati e poi via via conquistati, distrutti e morti e infine rinati, imperi e regni . Qui sono nate leggende e si è costruita la storia di intere nazioni. La superficie di acqua è percorsa in lungo ed in largo da ogni genere di imbarcazione e lungo le rive principali e ancor di più, lungo quelle dei mille bracci secondari, vive un mondo che del fiume fa la sua vita, se ne nutre e da lì trae ogni genere di sostentamento. File interminabili di baracche si affollano tra le piante fin giù lungo le scarpate di terra che il fiume nelle sue piene stagionali ha scavato con lentezza inesorabile a volte, con violenza feroce in altre, ma attraverso le quali, non è mai riuscito comunque a deviare la pervicacia invasiva di un popolo che forse non avendo altre scelte di vita, ha sempre ricostruito con la pazienza delle formichine a cui viene distrutto il formicaio. 

Zattere sul fiume
E' il luogo in cui la città mostra il suo viso più misero e disperato, con le passerelle sbilenche che conducono a baracche malandate nascoste tra i cumuli di immondizie o tra masserizie e merci povere da lavorare, da trasformare e poi da caricare e trasportare altrove verso altre miserie, altre povertà di lavoro tribolato. Intorno ad ogni pontile, cataste di legname o sacchi di cereali ammassati, sottoprodotti di ogni specie, circondati da torme di genti che separano, scelgono, scartano, impilano, caricano su barconi e chiatte che infine,  lentamente si lasciano andare sulla corrente. Qui ci arrivi alla sera, giusto quando il sole cala dietro le alture basse della riva occidentale, sei appena in tempo per vederlo colorare tutto di rosso vivo, le acque scure, la terra delle rive, la polvere che si alza tra i bambini che si rincorrono vicino ai pontili., quasi un bagno di sangue purificatore, che tutto lava fino all'alba del giorno dopo. Un paesaggio vasto e quasi senza rumore perché la confusione rimane comunque lontana, attutita dalla distanza, quasi spenta dalla notte che arriva in un attimo, appena l'ultima curva gialla scompare dietro la linea ondulata della collina. E' già buio e ripercorrere le strade verso il centro è ancora più penoso. Solo quando arrivi di fronte al canale che circonda il quadrato del palazzo reale e rimani a guardare quasi attonito le mura appena illuminate che si specchiano nell'acqua ferma, cerchi di indovinarne l'angolo opposto, senza riuscirci tanto è lontano, come se si perdesse nelle pieghe del tempo e dalle torri che si levano sugli angoli ancora ci fosse una guarnigione di soldati a guardia dell'ennesima fortezza Bastiani, già vinti dall'inerzia e dall'inutilità dell'ennesimo muro.

La sponda occidentale dell'Irrawaddy a Mandalay

SURVIVAL KIT

View Point - Punto panoramico sul fiume dove andare per il tramonto, al termine di Pinya Street. Il bar citato sulla Lonely non esiste più e il luogo rimane piuttosto squallido. A questo punto meglio salire sulla terrazza del vicino nuovo albergo sul fiume, da dove si vede anche meglio. Qui è anche difficile trovare poi qualche taxi per tornare in centro, dopo il tramonto.

Eindawya Paya
Eindawya Paya - Nella zona dei monasteri prima di arrivare al fiume, traversando poi il monastero Khin Makantaik. Tempio molto quieto e poco frequentato dai turisti, con monache al lavoro. Ingresso libero. Grande stupa dorato al centro e negozietti di cose religiose intorno.

Restaurant BBB 292, 76th Street- Ristorante dalla pretesa occidentale, con piatti più curati e prezzo adeguato (6/8000K). Appena dietro il palazzo reale (angolo sud-ovest). Pesce, filetti e pollo alla griglia, se non ne potete più della cucina sinobirmana. Consigliabile assaggiare il vino rosso prodotto in Birmania, offerto anche a bicchiere (2.500K), tanto per provare, accettabile. Personale attento e gentile

Mandalay - Il palazzo reale

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martedì 27 gennaio 2015

On the road to Mandalay

L'allevamento bovino del signor Hnin



By the old Moulmein Pagoda, lookin' lazy at the sea,                                  

There's a Burma girl a-settin', and I know she thinks o' me;  

For the wind is in the palm-trees, and the temple-bells they say;  

"Come you back, you British Soldier; come you back to Mandalay!"  

mandalay imagesCome you back to Mandalay,  
mandalay imagesWhere the old Flotilla lay;  
mandalay imagesCan't you 'ear their paddles clunkin' from Rangoon to Mandalay?  
mandalay imagesOn the road to Mandalay,  
mandalay imagesWhere the flyin'-fishes play,  
mandalay imagesAn' the dawn comes up like thunder outer China 'crost the Bay!


Il signor hnin
Caro vecchio Kipling tu sì che eri un viaggiatore dell'Oriente. Certo quello era il tempo in cui un semplice nome poteva farti chiudere gli occhi e farti sognare. Forse troppo esotismo, troppo colore patinato e profumi di incenso e patchouli, ma accidenti quello era viaggiare. Sbagli certo se oggi sogni di ricreare quei momenti, quelle situazioni. Non possono esistere, alla fine sarà pure meglio così, soprattutto per i popoli interessati, certo un po' di rammarico nel sognatore rimane, ma facciamocene una ragione. Il signor Hnin che alleva vacche con la sua famiglia sulla strada per Mandalay, non sa di poesia, ma se gli parli di litri di latte prodotti al giorno, capisce subito di cosa ragioni e gli brilla l'occhio raccontandoti i passi avanti che ha fatto nel tempo, migliorando il sistema di allevamento. Le sue sessanta vacche bianche ormai mantengono quasi venti persone tra figli, nipoti e relative mogli, oltre a qualche lavorante e vorrebbe crescere ancora. Finché non si chiarisce che l'agricoltura e l'allevamento sono attività economiche e non poesie di un'Arcadia letteraria fasulla, non si va avanti, cari amici. Datemi retta, quando vi aggirate bramosi nei mercatini biodinamici a km zero. Forse c'è meno poesia e di pesci volanti nell'Hyrrawady non ne vedi, con buona pace di Rudyard, ma credetemi, il mondo può essere bello anche così, basterebbe che si potesse spargere un po' meno odio. Comunque questo è uno sfogo personale che non ha molta rilevanza nel bilancio del nostro viaggio. 

Il battilastra
Ormai siamo qui, nella immensa periferia di Mandalay che non è la città magica, raccontata nel poema del nostro Kipling, ma una metropoli d'oriente sovraffollata e caotica distesa lungo la riva del fiume che le dà vita. Proprio qui in mezzo a questo affastellarsi di case e magazzini, si concentrano tutta una serie di attività per noi inconsuete e che meritano un'occhiata non troppo distratta. Certo molti si saranno chiesti come nascono le fogliette d'oro che i fedeli appiccicano con devozione sulle statue dei templi e come mai, pur essendo oro fino, costino così poco da essere alla portata di tutti. Proprio qui sono un sacco di laboratori che operano questa attività. Basta andare dietro certi negozi e, sotto una tettoia, vedi omoni dai muscoli pesanti, piuttosto incongrui per la stazza media birmana, che con grandi martelli picchiano selvaggiamente e con ritmo costante su pacchi millefoglie di cuoio incastrati in apposite forme di legno. Almeno mezz'ora di botte prima di estrarre dal pacchetto il frutto della fatica. Ogni pacchetto contiene tra foglio e foglio, le laminette d'oro che attraverso i colpi successivi diventano così sottili da essere addirittura impalpabili, fino ad arrivare al peso di pochi milligrammi. Non puoi resistere alla tentazione di portartene a casa una decina per due o tre dollari, anche se poi qualcuna la incollerai anche tu su una statua, preso dal furore imitativo. Poco più in là senti di nuovo battere, ma questa volta non si tratta di colpi ritmati ed attutiti dalla morbidezza del bersaglio, quanto di una serie di colpetti secchi e martellanti oltre che disordinati, conditi per sovrapprezzo da un sottofondo raschiante di uno stridor di frese che sfregano materiati più rigidi e duri. 

Laboratorio di scalpellino
E' la via degli scalpellini. Non puoi non riconoscerla avvolta com'è da una polvere di marmo, quasi una nebbia, che circonda negozi e officine. Fuori sulla strada sono ammucchiate statue di ogni forma e dimensione, dai piccolissimi Buddha seduti a giganteschi Avalokiteswara ritti fino a tre metri con le braccia distese. Molti pezzi sono appena sbozzati, altri quasi finiti ma con il viso  le mani ancora grezzi, forse in attesa che un committente detti i suoi desiderata circa la posizione, il mudra e l'atteggiamento del pezzo che poi finirà come offerta familiare in qualche tempio, magari della lontana Cina. In fondo ai capannoni gruppetti di donne o di ragazzini, stanno attorno a uno o due pezzi coricati a terra, lucidando o rifinendo i particolari più fini. Gli uomini sbozzano invece i blocchi di marmo ancora interi per ricavarne la forma iniziale. Su tutto una nebbia bianca, che ti prende subito alla gola e che tutti respirano tranquillamente, maneggiando trapani e scalpelli senza preoccupazioni apparenti. Fatichi a scivolare tra gli stretti corridoi formatisi tra le statue ammucchiate, in attesa di compratore, nessuno ti bada, puoi girare tranquillo per il magazzino come un qualunque compratore in cerca del suo pezzo ideale che servirà a definire la tua rituale obbligazione di fede. Ma la tua personale road to Mandalay è finita, ora puoi arrivare fino al centro, sempre più caotico e assediato dal traffico e aggirarti alla ricerca di un riparo per la notte che anche se sei in città, rimane sempre scura e buia.

Nel negozio


SURVIVAL KIT

Mandalay è pur sempre la seconda città del paese e merita almeno un paio di giorni di sosta, per i molti luoghi da vedere che sono comunque sparsi per la città. La città è facile da girare in quanto le strade sono tutte numerate in Street.

La fogliette d'oro
Royal City Hotel - Street 27, n.130 - 2 stelle- 35 $, solito stile cinese. Comodo appena dietro le mura del palazzo reale. Free Wifi. Camere piccoline e piuttosto basiche. Colazione meno abbondante del solito. Personale come sempre gentilissimo. Acqua calda latitante. Ci sono molti ristoranti intorno a cui si può arrivare a piedi, cosa non secondaria, date le dimensioni della città.

Botteghe scalpellini - Vicino alla Mahamuni Paya. Decine di laboratori sulla strada, molto interessanti da visitare anche senza comprare nulla. Sulla via per andare dal centro ad Amarapura.

Botteghe foglie di oro - Una settantina di laboratori sulla 36St. tra la 77 e la 79. Molti hanno il negozio di vendita souvenir ma anche qui senza obblighi di acquisto. Per un pacchetto con una decina di fogliette 3/5000K. 


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