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domenica 5 luglio 2020

Luoghi del cuore 25: Le guglie di Praga


La Moldava - Praga - Repubblica Checa - agosto 1985

Le guglie di Santa Maria
Se devo proprio scegliere, l'altra capitale assolutamente più notevole d'Europa, tolte le tre grandi, Roma, Parigi e Londra, non avrei dubbi, assegnerei il premio a Praga, una città dalle note magiche, rese ancora più attrattive da quel senso di mistero e di oscure trame che aleggiano nelle sue vie strette, circondate di case antiche, che la collocano, assieme alle consorelle Torino e Lione, ai vertici di quel triangolo esoterico che sa suscitare la voglia di congreghe segrete, naturalmente tutte volte al male. Di questi tempi poi, regno incontrastato di complottisti e dietrologi, ce n'è da farsene bastare. Devo dire che questa aria, forse un po' più semplificata e casereccia dati i tempi di pre-caduta del muro, c'era decisamente anche quando mi ci sono fermato per qualche giorno, nell'estate dell'85, non casualmente, perché da tempo la tenevo nel mirino dei desideri, fin da quando nell'occasione di un mio giovanile ritorno dalla Polonia nell'estate del 1970, me ne era stato impedito l'accesso, in quanto avveniva in un triste anniversario. L'anno prima c'era stata in città una mezza rivoluzione, in occasione delle proteste, alla ricerca di una prematura indipendenza dall'odiatissima Russia e il giovane Jan Palach si era dato fuoco nei giardini della capitale e, data la ricorrenza, le autorità avevano deciso di impedire l'accesso ai giovani e presunti studenti di ogni nazionalità, timorosi di un ripetersi dei disordini. 

Il grande orologio
Così dovetti posporre l'occasione di quindici anni, un tempo infinito per lo svolgersi della storia. L'aria che si respirava era ormai del tutto diversa e si avvertiva che il momento dello strappo definitivo era ormai prossimo, solamente posposto di qualche ulteriore anno, non tanto per furia patriottico-nazionalistica, quanto per semplice usura di un regime agonizzante e per semplice bramosia consumistica. Curiosi incroci della storia, specialmente se visti da diversi versanti della barricata. Ricordo infatti che anni dopo, un mio cliente russo mi raccontò di essere arrivato anche lui a Praga in quella estate lontana, mandato a salvare un paese amico dai controrivoluzionari al soldo del bacato occidente. Lui entrò nella città misteriosa a bordo di un carro armato e rimase stupito ed incredulo, mentre il suo mezzo percorreva lentamente quelle strade scure, tra facciate severe di antichi palazzi, nel vedere che la gente sparsa sul selciato umido di pioggia, invece di osannare i liberatori, lanciando loro fiori e baci, li prendevano a male parole, rimproverandoli come odiati invasori. Tutto questo era decisamente al di sopra delle capacità filosofiche di quel povero soldatino di una armata rossa a cui il giorno prima dell'entrata in città era stata distribuita doppia razione di vodka per rinforzarne il morale, ma di certo aveva insinuato in lui il germe malevolo del dubbio, che anni dopo lo avrebbe fatto passare decisamente nel campo avverso, a sventolare il vessillo della libertà, economica naturalmente. 

Archi
Tuttavia rimaneva sullo sfondo quella città fatata, buia nel cuore, con i suoi palazzi, le sue chiese, il suo magico orologio sulla piazza centrale davanti al quale far passare i minuti in attesa della sfilata dei personaggi del grande carillon colorato. Camminare a lungo sotto i portici oscuri, dai pilastri pesanti per arrivare in piccole vie nascoste con negozietti che offrivano splendidi pezzi di cristallerie Bavaria a prezzi incredibilmente bassi ed incrociare ragazze bellissime avvolte in leggere gonne estive svolazzanti ai refoli freschi del vento del nord. Biondi profili inconsapevoli, forse figlie di chi quindici anni prima era stato in piazza a chiedere libertà e che passavano sorridenti, tenendosi per mano in quel giardino a balze discendenti verso il fiume, dove ancora era segnato il punto di quel tragico rogo, un piccolo cerchio, traccia evanescente di una memoria labile che continua a chiedersi quanto vale e se vale davvero un così totale sacrificio di se stessi. E poi traversare la piazza davanti alla facciata di Santa Maria di Tyn, coi due campanili dalle guglie così aguzze da immaginarle come scenari per spaventosi supplizi medioevali. E ancora percorrere l'iconico ponte San Carlo, sulla Moldava, sul quale ti pareva di sentire in sottofondo le note di Smietana e salire fin su, alla collina della città nuova, Nove Mesto, per ammirare il panorama dall'alto del castello fastoso. Bere birra dalle note amare in locali seminterrati dai soffitti bassi, che sembravano fatti apposta per i congiurati, masticando stinchi di maiale e cavoli acidi. E infine quando calava la sera, assorbire quel senso di ammaliante oscurità che ricopriva la città intera, silenziosa, un poco cupa, coi suoi tetti di ardesia e con le luci gialle dei lampioni che emanavano un chiarore fioco e languido a illuminare appena quel desiderio di mistero che colorava l'aria.

Portici



Insegne
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Una torre della città vecchia












giovedì 22 gennaio 2009

Quasi primavera

C'è il sole oggi, finalmente, quindi il tema di meditazione è:
1. E' facile governare la testa della gente.
2. Basta un attimo e di noi non rimane memoria
3. Bello è vivere in una terra che non ha bisogno di eroi
Come di consueto per condensare i tre punti in un unico discorso vado a pescare nei miei ricordi. Vjacheslav era ricco, molto ricco, eppure, in quel 1993 di grandi novità, era la prima volta che usciva dall'URSS e tutto gli sembrava bello e diverso, anche una cittadina spenta ed anonima come Alessandria. Era ansioso di raccontarsi, con l'entusiasmo di chi esce dal guscio e si guarda intorno avido di imparare, di provare, di conoscere. Veramente non era proprio la prima volta che lasciava la Russia. Mentre gli chiedevo se non avesse mai visto neppure qualche paese all'interno dell'area sovietica, il suo viso si rabbuiò mentre risaliva la scala degli anni. Certo, uno lo aveva visitato, molti anni prima. Era d'inverno, un inverno molto freddo, quello del 1968 e lui, che era ancora un ragazzo, trascorreva il Capodanno in una gelida tenda con i suoi commilitoni, accampati tra le colline, lontani dai centri abitati. Le razioni erano insolitamente abbondanti e di buona qualità da giorni e anche la vodka veniva distribuita senza troppa avarizia. Poi arrivò l'ordine e lui, addetto alla mitragliera, era nella colonna di carri blindati che entrarono a Praga. Era il gennaio del 1969 e tutti erano ben motivati, sapevano bene(da settimane glielo spiegava il commissario politico) che l'Occidente stava per invadere la Cecoslovachia e che i fratelli Cechi li avevano chiamati in aiuto, per proteggerli e difenderli dall'invasore. Era pronto, nel suo slancio giovanile, a combattere per loro, ma mentre il suo carro avanzava sferragliando lungo la grande Uliza Venceslao, comprese subito che c'era qualcosa di strano. Emergeva con quasi tutto il busto dall'oblò del suo tank e girandosi intorno vedeva la folla, la folla dei Praghesi, che non gli lanciava fiori e grida di benvenuto, ma soltanto insulti e grida di "tornatevene a casa". In russo. Quella gente per cui era pronto a combattere, gli mostrava i pugni con ira, oppure lo guardava soltanto con sguardo severo e triste, molte donne piangevano. Uno shock, un ribaltamento di valori. Piano, piano cominciò a capire, risalì alla cura con cui nei giorni precedenti erano stati evitati, addirittura proibiti i contatti con la popolazione. Le sue certezze si sgretolarono a poco a poco in quella acerba primavera, man mano che le richieste di spiegazioni erano aggirate od ignorate. Per sua fortuna non dovette mai sparare e non seppe mai neppure di Jan Palach e degli altri ragazzi. Però la sua verginità condiscendente fu perduta quel giorno e negli anni a venire, guardò sempre chi prendeva per oro le dichiarazioni ufficiali del regime, con l'occhio di chi ha visto. Oggi la maggior parte delle persone con meno di 40 anni che conosco, non sanno neppure chi sia Palach. In un attimo la memoria svanisce se non l'hai vissuta direttamente, specialmente nei luoghi dove i problemi sentiti come i più gravi sono la presenza dei Rom e gli sbarchi a Pantelleria.

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