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martedì 16 luglio 2013

Alle Fonti di Valmadonna



Alle Fonti di Valmadonna credo che mio papà abbia conosciuto la mia mamma. Era la fine di giugno, l'estate incombeva in quel 1939 carico di nuvole nere. Il governo aveva approvato quella mattina la "Disciplina all'esercizio delle professioni per i cittadini di razza ebraica".  Sono convinto che quei ragazzi allora non ne avessero neanche sentito parlare, non avevano neanche la radio e di giornali, in campagna tra i contadini, credo che se ne leggessero pochi. Se penso che adesso la gente si lamenta c'è da farsi venire i brividi. I ragazzi andavano allora a prendere la "rusà", la rugiada di San Pietro e Paolo, così almeno di diceva, quando si andava a ballare. Alle Fonti c'era una sorgente di acqua solforosa, con una puzza tremenda di uova marce. Si sentiva ancora cinquanta anni fa, quando ero bambino e anch'io ci andavo in bicicletta, ma già non ci ballavano più e la sorgente non era che un rivoletto di acqua puzzolente. La mia mamma aveva diciotto anni e forse era la prima volta che con le amiche andava a ballare alle Fonti, in bicicletta, scavallando le colline della Val Milana. 

Il mio papà, invece, dieci anni di più, doveva essere un frequentatore assiduo, sempre in bicicletta, ma arrivava dalla città, con gruppo degli amici scapoloni che giravano i balli dei paesi dove arrivavano le ragazzotte dalla campagna, tanto per dare un'occhiata. Certo ci saranno stati i maschi del posto e spessissimo finiva a botte, dietro ai balli a palchetto, forse per questo ci si andava in gruppo. Con quel Borsalino sulle 23 e la sciarpina di satin crème, doveva essere uno che faceva colpo sui gruppi di fanciulle che arrivavano dalle cascine sparse sulle colline a folate con le gonne leggere e le prime calze di nylon con la riga dietro. Devono essersi fulminati con lo sguardo, è scoccata una scintilla, così la mia mamma non ci è andata neanche più a ballare, dopo quella prima volta e un anno dopo si sono sposati. Un bel coraggio, stavano cominciando cinque anni di guerra. Adesso anche la Fonte si è spenta da tempo, dietro alla stazione di Valmadonna. In quei locali ci hanno fatto, mi sembra, un ristorante elegante. Fuori nel giardino si intravede però ancora un residuo di quella pista rotonda di cemento dove, quasi un secolo fa, quei ragazzi si guardavano da lontano, prima di cominciare quel ballo, guardandosi negli occhi. Adesso non si sente neanche più la puzza delle uova marce. Anche quella ormai, se ne è andata altrove.

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mercoledì 24 agosto 2011

Un giorno alle Fonti.

Come sarà che in questi periodi di calura agostana ti vengono solo in mente pensieri di chiare, fresche e dolci acque? E' la natura; se poi le acque non sono né fresche, né dolci pazienza, van bene lo stesso. Se riporto la memoria a quando ero bambino, e quindi automaticamente tutto era bello, buono e con un profumo che adesso non c'è più, non riesco a ricordarmi del caldo, eppure la mia "villeggiatura" si svolgeva in una frazioncina ai piedi delle colline e a pochi chilometri dalla città. Ma l'acqua del posto me la ricordo benissimo invece. Contrariamente a quanto si creda, Alessandria, città della piana alluvionale è in una zona che deve avere avuto trascorsi idrogeologici turbolenti che hanno lasciato nel sottosuolo una serie non piccola di residui idrotermali. Infatti un po' da tutte le parti della provincia, saltano fuori da sotto terra fonti di acque calde, mineralizzate nelle maniere più varie, tutte mani sante per qualunque malanno corporeo, ma quasi tutte con la stessa caratteristica: o puzzolenti di uova marce o con altri gusti mefitici a scelta che non sto a rappresentarvi.  Non stiamo a parlare delle famose Acqui o Salice Terme, appunto, ma di tutta una serie di fontanelle di acque varie unite dalla caratteristica comune di essere imbevibili. 

Come sosteneva la scuola salernitana, il medicamento deve avere un cattivo sapore, diversamente l'effetto placebo verrebbe meno. Attorno ad ognuna di queste fonti miracolose sorgeva una apparato commerciale per profittare, diremmo oggi delle opportunità di valorizzazione. Ecco che nella vicina Valmadonna, al locale Le Fonti, si era creato un giro notevole di divertimento con relativa balera. Una Rimini anteguerra dove convergeva la meglio gioventù locale e non solo, anche se credo dovessero ballare turandosi il naso, perché ricordo che già nelle strade antistanti si doveva convivere con la gradevolezza dell'acido solfidrico. Come abbiano fatto la mia mamma ed il mio papà, nel lontano '38 ad innamorarsi proprio lì è un mistero, ma si sa che le tempeste ormonali non badano alla puzza. Valle San Bartolomeo, mia location estiva, invece, se pur distante solo pochi chilometri aveva un'acqua di altra natura, semisalsa e praticamente imbevibile anche a naso tappato. Dato il minore appeal, non si era creato il business, ma nella piazza del paese, dove appunto sgorgava il prezioso liquido, era stata eretta una costruzione in stile fine '800. Qui, da un certo numero di rubinetti, era possibile spillare la fonte della vita e consumarla sul posto, previo bicchiere personale portato da casa o meglio, raccogliere il getto in un qualche contenitore e portarselo via per un utilizzo diciamo più ragionato e meditativo. 

Come già segnalava Marco Polo, "l'acqua salsa fa andare a sella" e sembra che appunto la regolazione e lo stimolo della funzione intestinale fosse uno dei pregi precipui di tale nettare, assieme a molti altri, diuretici, depurativi ed emmenagoghi, tanto per non farsi mancare nulla. In realtà il luogo, aperto ma coperto, uno di quei gazebi in muratura dove nei posti termali veri, suonano le orchestrine messe lì apposta per allietare i curandi, circondato da una balaustra con tanto di colonnine a cui si accedeva con qualche scalino, era diventato luogo ideale per il ritrovo e i giochi di una consistente compagnia di ragazzotti, che poi l'acqua stessa avevano in assoluto spregio. La mia mamma, che invece riteneva di dover sfruttare le possibilità curative del posto, durante quei mesi estivi, mi dotava, al mattino di una greve bottiglione di vetro verde da due litri, che rammento pesantissimo, che dovevo poi riportare a casa debitamente riempito. Pare abbia tentato di farmi qualche volta partecipare alla cura, ottenendo solo boccacce disgustate e dinieghi perentori. Si sa, per il fanciullo, ogni medicina è amara. 

Col tempo, non si sa perché, forse le bombe atomiche, si diceva negli anni '60, le acque hanno cominciato a calare di portata, i rivoli si sono via via ridotti fino a sparire, nel processo generale di inaridimento e desertificazione della pianura padana, che prosegue ancor oggi, a vedere perlomeno certe teste aguzze che girano da queste parti. Così alle Fonti di Valmadonna è sparita la puzza ed è rimasto solo il ristorante, mentre a Valle San Bartolomeo, il grande gazebo sulla piazza è rimasto solo. Niente bambini che corrono gridando sotto l'alta copertura; niente mamme che guatano sorvegliando, poco lontane; anche i rubinetti sono stati chiusi e spuntano dalla parete sulla vasca, che vedeva i bevitori appoggiati e pronti a correre a casa a sfruttare il beneficio delle acque, irriconoscibili monconi secchi, apparati escretori ormai castrati di un inutile cenotafio che glorifica un passato ormai dimenticato. Viviamo tempi in cui non serve più l'acqua per andare a ....sella.


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