domenica 31 gennaio 2010

Soldatini a cavallo.

Ho appena passato il mio solito paio di orette da Mediaworld. Ogni tanto ci vado, girolo qua e là guardandomi un po’ di megaschermi, calcolo le misure per dove metterli, controllo i PC e i Mc, faccio una puntata tra le telecamere e le macchine digitali confrontando le caratteristiche, insomma è il mio negozio dei giocattoli dove torno bimbo per un po’. Chissà da dove mi vengono questi mal di pancia. Credo che vengano da lontano, che siano una tara del passato, di un altro tempo. Quando ero piccolo, intendo piccolo piccolo, il soldo che girava era così poco che veniva sempre privilegiato il regalo utile, al limite, istruttivo, ma per i giocattoli, se li volevo, dovevo un po’ arrangiarmi. Avevo una gran passione per i soldatini di indiani e cowboy (allora tutti parteggiavamo per i cowboy e nessuno voleva tenere Toro Seduto e men che meno i Piedi Neri, salvo essere oggetto di lazzi infiniti) ma il pezzo più bramato era il fortino. Un mio amico ricco, ne aveva uno strepitoso, grandissimo, così almeno mi sembrava e quando arrivavo da lui a giocare, aveva già disposto una grande schiera di soldatini, di cui disponeva in gran numero; gli indiani tutti attorno al forte e il gruppo del 7° cavalleggeri all’interno, pronti per la sortita con il generale Custer in testa e io mi rodevo dall’invidia. Me ne ero costruito uno con tre o quattro scatole da scarpe, ritagliando le punte dei pali che poi avevo accuratamente disegnato sull’esterno ed era anche venuto abbastanza bene, ma non era la stessa cosa, ci giocavo io, ma non osavo certo esibirlo nei giochi comuni e poi mancavano i soldatini, che non è poco. Ne avevo solo qualcuno malandato e mezzo rotto, ma lì non si poteva sopperire con quelli ritagliati nel cartone. Così sognavo e desideravo, ma senza un piano preciso, perché non c’era una possibilità pratica di venire in possesso di uno stock di soldatini decenti. Però si era creata una routine obbligatoria a cui la mia mamma si era ormai rassegnata. Quando mi veniva a prendere all’uscita da scuola, giravamo largo fino alla Via Dante, lei mi comprava 20 lire di bellecalda bollente che io sbocconcellavo avidamente mentre andavamo verso casa. Quasi al fondo della via c’era però la fermata di rito. Si aprivano sull’angolo due vetrine del più bel negozio di giocattoli di Alessandria che si chiamava La fata dei bambini. Era assolutamente meraviglioso. La prima vetrina era più specifica per i maschi, una quantità di bellissimi soldatini disposti in schiere ordinate all’assalto di forti e castelli, scatole di costruzioni barocche e gigantesche su cui troneggiava il mitico Meccano n.5, che neppure i miei amici più ricchi possedevano, modellini di ogni tipo e un colossale plastico con una serie di trenini che si incrociavano a velocità folle. Beh, quelli erano talmente al di sopra del possibile che non li desideravo neppure, mi piaceva solo stare a guardarli. Sarei rimasto lì per ore, con il naso appiccicato alla vetrina, ogni tanto la mia mamma mi diceva: ”Dai andiamo.” Ma già sapeva che i primi due o tre richiami erano tempo perso, era solo per cominciare la trattativa e guadagnare posizioni. “Ancora un momento, mamma” imploravo; poi finalmente, in generale quando la bellecalda era finita e mamma mi aveva ben pulito le dita, col fazzolettino bianco che teneva nella manica, per evitare che ungessi il cappottino che mi aveva confezionato per Natale, dovevo staccarmi da quel bengodi e ce ne tornavamo a casa a fare i compiti. Ci sono passato davanti ieri, adesso c’è un malinconico negozio di frigoriferi. Sì, penso che venga da lì quell’atteggiamento che provo quando vado da Mediaworld, quando sto un po’ a guardarmi lo schermo Led da 62 pollici o l’home theatre con tutta quella serie di funzioni che non riesco neanche a capire e che di certo non è possibile desumere interrogando gli addetti. Forse anche allora la commessa della Fata dei Bambini, non avrebbe saputo spiegarmi come fare il mulino a vento con le pale che giravano col Meccano n.5, ma credo che in fondo, non fosse molto importante.

6 commenti:

maurizio ha detto...

anch'io quando vado da mediaworld mi perdo tra gli scafali, e come te mi perdevo a guardare le vetrine dei negozi di giocattoli, il mio preferito era "alvigini" in corso roma.
ma dopo aver passato una vita davanti alle vetrine oggi, a benessere quasi raggiunto, qualche libidine riesco a togliermela.
ciao maurizio

laura ha detto...

Io invece tenevo assolutamente per gli indiani e giocavo con mia sorella a imboscarci per la casa con arco e frecce difendendoci da invisibili cowboy. Non siamo tutti uguali neanche da piccoli...
E confesso che anche oggi, nonostante ami molto fotografia, videocamera, cinema etc, non riesco a entusiasmarmi a mediaworld, che mi dà anzi una lieve sensazione claustrofobica

enrico ha detto...

@Mau- Sì Alvigini era l'altro top place, ma in Corso Roma non ci arrivavamo mai
@Laura- per forza tenevi per gli indiani, sei troppo giovane, per noi gli indiani erano ancora nemici. Da MW più che claustrofobia si prova agorafobia per gli spazi completamente vuoti nelle teste dei poveri addetti che non sanno neanche cosa vendono e sparano info a casaccio

Giocattoli ha detto...

Più di 30 anni fa io che ero più abbiente giocavo col Meccano, svariati trenini Lima, l'autopista Polistil, il Monopoli e altro... questi giochi sono ancora quasi perfetti e tutti funzionanti e i miei figli ci giocano a casa dei nonni. Li stessi si possono comprare anche oggi a prezzo forse più accessibile, ma ho notato che la qualità non è per niente paragonabile a quella di 35 anni fa, e nessuno resiste alla furia distruttrice per più di qualche settimana o addirittura già funziona male di partenza. Tu come te lo spieghi? (P.S. MW mi mette tristezza, questa corsa all'ultimo modello della "stessa cosa" benché onestamente meglio della precedente mi lascia del tutto indifferente)

enrico ha detto...

E' vero , anch'io avevo comprato un trenino a mia figlia ma la qualità era pessima, mentre il meccano di una volta era tecnicamente indistruttibile.

nina ha detto...

Leggere il tuo racconto mi ha riportato all'oggetto del desididerio che troneggiava nei miei pensieri di bambina: la biciclettina che mi sognavo anche di notte (ne ho scritto anch'io una breve paginetta) e che mio padre mi prometteva essere sempre nella fase finale di fabricazione, tanto per non deludermi.
Dato che anch'io attingo molto ai ricordi e mi interrogo spesso chidendomi se abbiano senso per gli altri oltre che per me; mi vien da dire che i ricordi di chi racconta favoriscono quelli di chi ascolta (o legge); e pur approdando a situazioni e mondi lontanissimi, si agganciano ad una matrice comune che è ciò che permette la condivisione e il reciproco riconoscersi.
Nina

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