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venerdì 21 giugno 2013

Vai a pagare la Tares!

Accidenti, è arrivata la Tares! Una bella sberla, tocca pagare si capisce; però guardando bene la bolletta spunta un errore che mi addebita una cifra superiore al dovuto. Bisogna andare all'apposito ufficio come indicato nella  lettera accompagnatoria, anche se la data del pagamento è scaduta il 15. Mora in arrivo?, Ma no, neanche bionda, in realtà in Italia il ritardo è sempre già previsto e il prolungamento dei termini già insito nella scadenza stessa, che in realtà ha, è vero, una data limite, ma sempre per un buon motivo, variabile di vota in volta, questa è superabile senza danno. Par di leggere tra le righe che la deroga sarà di una quindicina di giorni. C'è un apposito ufficio che si occupa di queste cose, un ex-negozietto in una via del centro. Qui i negozi stanno chiudendo uno dopo l'altro, quindi meno male che ne hanno utilizzato uno per questa bisogna. Beh, il mio sarà uno dei pochi errori o imprecisioni tra le migliaia di bollette spedite, quindi non troverò quasi nessuno. Scarto quindi a priori, l'ora del pensionato, quella antelucana tra le 6 e le 7, in cui il nullafacente per antonomasia va ad occupare un posto nelle code in formazione, ben prima che si aprano gli sportelli. Così facendo, in generale passa molto più tempo in coda, ma ha la sensazione di aver fatto furbescamente prima. Arrivando invece a lavori incominciati, spesso la più grossa si è già smaltita. Svolto l'angolo di Via Guasco e noto con orrore l'assembramento folto davanti alla porta. Cribbio, stavolta devo aver fatto un errore di valutazione. 

Mi faccio largo tra gruppi con le facce scure che parlottano nervosamente tra di loro con differenti toni di voce. Si va dall'acredine sprezzante, alla sicumera classica del so ben io cosa si dovrebbe fare in questo paese. In queste situazioni si potrebbe ben pescare a man bassa, una vera fucina di idee, per risolvere il problema della nazione, altro che commissari tecnici della nazionale, l'Italia è un paese di primi ministri in pectore, con in tasca la ricetta pronta per mettere a posto le cose senza colpo ferire. Riesco sgomitando ad arrivare alla colonnina distributrice del numero di coda. Con orrore mi accorgo di averne davanti 54 e gli sportelli sono solo due, più forse uno interno e misterioso, che di tanto in tanto, forse presosi pietà, apre una porticina misteriosa e chiama un numero. Va bene, in fondo si tratta solo di aspettare. Se fossi in possesso di un e-reader, potrei accoccolarmi da qualche parte e leggere qualche cosa. Ecco perché mi servirebbe l'attrezzo. Bisognerà pensarci. In mancanza, basta mettersi ad osservare intorno lo spettacolo di arte varia che si dipana come un happening continuo. La folla è piuttosto irrequieta e non riesce ad aspettare tranquilla il proprio turno. C'è chi si aggira qua e là come un leone in gabbia, chi cerca qualcuno con cui dividere la mala sorte, chi sbuffa maledicendo il tempo perso che ben in un altro modo avrebbe saputo e dovuto impiegare. 

Ognuno cerca di raccontare il proprio incredibile problema ad un uditorio completamente sordo e già assorto nella sua accidia fegatosa. Tutti hanno l'ansia di raccontare a qualcuno cosa stavano facendo, tutte cose assolutamente importantissime e vitali e che hanno dovuto interrompere per venire qui a sciogliere una matassa ingiusta ed insolubile sicuramente. Ognuno cerca un padre confessore  con cui confidare il proprio terribile segreto, la colpa che è stato costretto dalla necessità a commettere e che ora deve espiare così duramente. Basta buttare lì un eh certo che ha proprio ragione e subito vieni assalito dal racconto dettagliato del fatto e di come tutto ha condotto inevitabilmente al tunnel di ingiustizie a cui si è disumanamente sottoposti. L'interno dell'ufficio è davvero piccolissimo, poche sedie su cui ci stanno al massimo una decina di persone; forzatamente tutti gli altri aspettano fuori in strada, dando un po' la sensazione dell'assalto ai forni del pane. Per fortuna non piove, anzi fa un caldo torrido già alle 10. In effetti nella stanzetta c'è l'aria condizionata e si sta benissimo. Adocchio la prima sedia che si libera, c'è un turn over piuttosto veloce e me ne approprio senza problemi, tanto i più preferiscono rimanere all'aperto, c'è più gente con cui scambiarsi le lamentele. In realtà all'interno c'è un freschino delizioso, molto meglio che a casa mia. Quasi quasi, se ci fosse il wifi, domani vengo qui a passare la mattinata, casa mia è un forno. Ma anche senza niente da leggere, lo spettacolo va avanti, basta stare a guardare. 

Una vecchia cariatide di fianco a me, incartapecorita e con la faccia cattivissima, con una smorfia feroce e la piega della morte sulla bocca, si guarda intorno come se avesse timore di essere infettata dalla folla plebea. Di tanto in tanto lancia il suo mantra al vuoto, tanto nessuno la sta a sentire. Vive al mare, forse in una bara di marmo, da cui esce nelle notti di luna (e su cui già paga IMU e Tares) e non capisce perché deve pagare l'immondizia per una casa che abita pochi giorni al mese. Aspetta da ore e si capisce dalle frasi sprezzanti, quanto si senta lontana da questo mondo di miserie umane. Quando viene il suo turno, viene cacciata subito via. Le tasse si pagano e basta. Mette mano al portafoglio convinta di aver sempre pagato lì, ogni anno quando viene a protestare per l'estorsione. L'impiegato che ci lavora da dieci anni mostra di non averla neppure la cassa. Se ne va convinta di avere subito una grave ingiustizia e che la si voglia far passare per pazza. Un omone grasso e sudato ce l'ha con tutto il mondo e soprattutto con quelli che perdono tempo quando è il loro turno, Guata con ferocia coloro che attendono muniti di borse colme di documenti o faldoni blu da ufficio, inevitabili promesse di pratiche lunghe da svolgere. Gli stranieri sono subito identificabili. Si guardano attorno spaesati, cercando cartelli esplicativi o informazioni inesistenti. Quando tocca a loro, balbettano il loro problema alla meglio. 

Ma c'è subito qualche cosa che non va, mancano documenti, la domanda non è ben posta, non si capisce il problema, dovevano andare prima da un'altra parte. La spiegazione è veloce e un po' ruvida anche senza intenzione, ma si vede subito che il richiedente non riesce a capire assolutamente cosa deve fare, perduto nel ginepraio inestricabile del burosauro divoratore che parla con lingua nemica. Hai capito?  Il malcapitato cerca di ripetere malamente il suggerimento mal digerito, viene di nuovo corretto, poi se ne va con aria dubbiosa e infelice di chi non sa bene cosa fare. I neri sono i più spaesati, parlano poco e se ne vanno subito silenziosi e con la testa bassa. I cinesi sembrano più informati , non capiscono allo stesso modo, ma dalla maniera in cui raccolgono le carte, appaiono più sicuri e decisi e se ne vanno come chi sa a chi deve rivolgersi per risolvere le cose; i balcanici bofonchiano di più, cercano di capire invano, ripetono diverse volte le cose come per afferrarle meglio, poi alla fine rinunciano anche loro come quando ti trovi davanti ad un muro che non si può valicare. Solo gli ispanici sembrano un po' più scanzonati, in qualche modo si risolverà. Una biondina dell'est, si guarda attorno smarrita e chiede alla folla rabbiosa: "Ma non ci è informazione?" 

Viene guardata con compatimento, stringe tra le mani una busta stazzonata, volge lo sguardo qua e là come un naufrago in cerca di aiuto, poi se ne va. Poco più in là, un paio di flaneurs in tenuta da mare, infradito e canotte bossiane, commentano sarcasticamente spaparanzati e con le epe debordanti, sulla efficienza degli uffici pubblici e della poca voglia di lavorare dell'impiegato tipo, argomento in cui appaiono anche fisicamente molto ferrati. In realtà gli addetti sbrigano le pratiche con teutonica efficienza ed anche con una certa celerità, bisogna dire e anche se dalla gehenna antistante si sentono solo reprimende e scherno pieno di disprezzo verso la classe che rappresentano, continuano imperterriti ad avere il sorriso stampato sulla faccia rispondendo con cortesia agli sgarbatissimi approcci dei postulanti, che ad ogni passo pretendono, protestano, alzano la voce, sbattono sfogli sul bancone, alzano gli occhi al cielo come a chiamare i fulmini vendicatori dell'Olimpo. Quando bisogna mettere mano al portafoglio, non ce n'è per nessuno, è come ti strappassero un organo che non vuoi donare, mentre sei ancora vigile. 

Certo l'immondizia te la portano via, ma so ben io quel che succede caro signore, io sto bene attenta quando vengono, sì quando si ricordano di venire, alle sei di mattina, mischiano tutto, altro che differenziata, e io per dispetto sa che faccio? butto tutto nell'indifferenziato, alla faccia loro, che rubano lo stipendio, altro che mio marito buonanima che faceva l'usciere in Provincia e si ammazzava di lavoro! L'ho visto coi miei occhi che fanno solo pasticci e la mischiano apposta e poi la lasciano lì anche 15 giorni e poi intorno è tutto sporco, ha da venì grillo o altre deità di fantasia. Con un calcolo rapido vedo che passano circa 25 persone all'ora, in un paio di orette ecco arrivare la mia chiamata. Anche se l'errore è frutto di una mia dimenticanza comunicativa, tutto si risolve, l'imprecisione è corretta facilmente, tanto a pagare c'è ancora tempo anche se la data è scaduta, tranquillo, vada alla posta col nuovo bollettino con la cifra ridotta. Meraviglia, pago meno dell'anno scorso, ma no signore, questo è solo l'acconto, il saldo arriverà a dicembre e allora non sorriderà più, caro mio, come sa il comune è in dissesto. Esco con la minaccia in essere e vado alla posta, ci sarà solo un'oretta da aspettare, ma intanto anche lì c'è l'aria condizionata e non si sta male.


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giovedì 30 agosto 2012

Ritorno in città.

Rattazzi indica la strada agli ex-amministratori - dal web


Certo quando si ritorna in città c'è come un senso di finito, come di aver perso qualcosa. Le vacanze (non certo le mie) si sono concluse e il riprendere la vita normale porta sempre con sé un senso di deprivazione, di perdita, di negativo. Sarà tutta quella montagna di roba da mettere a posto, ma come è stato possibile caricarla tutta in macchina? Sarà che ritornando all'ovile ritrovi anche cose che non ricordavi più o che pensavi di esserti lasciato ormai alle spalle. Invece non è così. L'aria è stranamente pesante in città e non è la solita cappa di umido estivo dell'Alessandria tipo. Già perché proprio la mia città, oggi è sulla prima pagina del giornale. Che onore. Saremo la prima città fallita d'Italia. Non che quelle che sono state via via salvate fossero meglio, si sa quando metti la città nelle mani di giunte di un certo tipo, bisogna avere il coraggio di dirlo una buona volta, la destra è davvero negata quando si parla di economia, il risultato è sempre più o meno lo stesso. Il fatto è che adesso si è deciso che basta, si tira la riga e d'ora in poi chi fallisce, fallisce sul serio. Si comincia a non pagare più gli stipendi, l'immondizia rimarrà in mezzo alla strada (come a Napoli? no a Napoli poi la portano via) e così via. Chi ha fatto il puffo invece (100 milioni di euro o più, perché i bilanci pare che siano per così dire, di fantasia) va in giro liberamente a pontificare. Chi è appena arrivato è inseguito dai creditori, le care e vecchie amiche banche e sta cominciando a spremerci come rape e lo farà per i prossimi cinque anni. Siamo messi un po' come la Grecia per fare un paragone che potete capire facilmente. 

La gente per la strada, abituata alle nebbie, che sia umidità che sia calore, non grida neanche, non va a incatenarsi davanti a chi ha così bene amministrato la città. Forse non ne ha neanche la forza, qui l'età media è attorno ai 70, i giovani emigrano e quelli che sono qui, per contrappasso, sono tutti immigrati che non hanno ancora capito l'aria che tira e che presto si troveranno una concorrenza agguerrita. Si borbotta sulle panchine. ma con poca convinzione. L'alessandrino è fatto così, non crede molto a quanto si sente dire in giro, è abituato alle chiacchiere da bar, alza un po' le spalle, fa un ghigno traverso con la bocca e chiosa le questioni con un definitivo "tüti bali" e cambia argomento, anzi è leggermente infastidito da questa attenzione che si comincia a rivolgere alla città. Chissà, se lo viene a sapere la Merkel, va a finire che non si fida più neanche del resto dell'Italia, d'altra parte noi, glielo avevamo già fatto una volta il pacco a quel tedescaccio del Barbarossa che era venuto da queste parti con uno spread micidiale di lanzichenecchi a pretendere che lo si stesse a sentire. La Lega si era messa di traverso già allora (e a quei tempi mica prendeva lauree a Tirana, né mandava soldi in Tanzania) e teneva ancora per le palle la maggioranza dei comuni, quindi il Barba, muto, gira la mula e torna a casa con la coda tra le gambe. Chissà se è andata così o se anche allora l'hanno fatta poi raccontare da qualche giornalista penna fina. Mah, certo che la città è proprio pervasa da una sottile vena di malinconia. Quasi quasi me ne vado al mare.


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