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sabato 18 gennaio 2014

Giuseppino in America

Nella baracca di Amarillo - Nord Texas - 1945

Eccoci di nuovo in Africa con il nostro Giuseppino, prigioniero due giorni prima della resa definitiva di Enfidaville, a percorrere il Maghreb verso Occidente fino all'estremo lembo marocchino. Qui, un colpo di fortuna. Con altri ufficiali, viene preso in carico dagli Americani, preparandosi così ad una lunga prigionia, che se pur dolorosa fu ben diversa da quanti finirono nei campi inglesi in India, per non parlare di quanti, militari italiani, ebbero la triste sorte della deportazione in Germania, lasciandoci la vita, tra fame e malattie, come mio zio.Comincia quindi l'avventura di Giuseppino al di là dell'Atlantico, attraversato su una nave trasporto nell'autunno del '43, proprio mentre in Italia, spaccata in due, la guerra prendeva un'altra piega. La meta, certo non immaginata, fu il campo di prigionia di Amarillo nel Texas più profondo, un deserto ricoperto di sassi polverosi e di rade file di pioppi agonizzanti per la sete, ricordate Los Alamos, appunto I Pioppi. Noia, inedia e lunghissime giornate da fare passare. Gli americani non avevano neanche la fantasia perversa di altri vincitori che ti facevano scavare una buca un giorno per riempirla il giorno dopo in modo da tenere impegnate le braccia, così bisognava pensare a come passare la giornata, con l'unica preoccupazione di evitare i serpenti a sonagli e le tarantole, che pare allignassero in quantità tra le baracche. Non c'erano neanche reticolati o muri, tanto come in Siberia nessuno, anche scappando, poteva arrivare vivo da nessuna parte, considerate le distanze. 

Los alamos - 1945
I carcerieri, facevano un lavoro, disinteressati in linea di massima al rapporto con i prigionieri e applicavano alla lettera le convenzioni internazionali, fornendo derrate che contenessero esattamente le quantità di calorie previste dai trattati, anche se per esempio consegnavano sacchi di farina invece che pane, che come computo calorico era la stessa cosa. Almeno c'era qualche cosa da fare, costruire dei rudimentali forni, raccogliere i cespugli secchi rotolanti che il vento teso del deserto ti portava direttamente nel campo e con l'acqua fornita come da regolamento, fare grandi pani poco lievitati e duri come il cemento, ma il tempo passava. Finita la farina, rimanevano i sacchi vuoti che venivano accantonati in fondo alla baracca. Tuttavia il tempo non passava mai. I responsabili degli ufficiali prigionieri, per vincere la noia, chiesero ai responsabili del campo che fosse loro fornita qualche cosa, qualunque cosa, per passare le giornate caldissime.  Non si sa come, forse per una casualità, arrivarono al campo uno stock di casse contenenti pennelli e colori ad olio, così di botto, tutti cominciarono una poco convinta attività artistica. Tra gli altri ufficiali c'era un pittore amatoriale, che insegnò le tecniche della pittura ad olio a tutti e le centinaia di tele di iuta dei sacchi della farina, trovarono un utilizzo insperato. Ogni giorno all'ombra delle baracche, gruppetti di artisti improvvisati ritraevano la povera natura che li circondava, in particolare le file di pioppi e la poca vegetazione che circondava il campo. Tra i prigionieri c'era anche il poeta Sereni che sarà poi conosciuto come uno dei maggiori poeti italiani del dopoguerra, ma c'era anche, guarda un po', un certo Alberto Burri, ufficiale medico, che anche lui, per la prima volta si avvicinò all'arte del pennello. 

Pare che non fosse particolarmente portato per uno stile naturalistico, ma di certo qualche cosa scattò, forse la vicinanza di tutti quei sacchi di juta vuoti e ammonticchiati, perché anche lui cominciò a lavorare di gran lena, tanto che per anni i sacchi sono stati il suo materiale prediletto, quando decise di abbandonare la medicina e dedicarsi all'arte. Il 6 ottobre del '45, Giuseppino riattraversò l'Atlantico ed arrivò a casa, finalmente uomo libero, dove lo aspettava la moglie (anche se non c'erano più i famosi Cavallini) ed esattamente 9 mesi e 10 giorni dopo venne alla luce la mia futura moglie, così anche io ho avuto il mio immeritato colpo di fortuna. Tra le poche cose che aveva potuto portare con sé, qualcuna di quelle tele di juta con quei pioppi scarni ed annoiati, che ancora oggi fanno mostra di sé sulle pareti di casa. La passione è durata e Giuseppino continuò a dipingere per tutta la vita, ritratti, case, fiori, persone. Mai più alberi però. In tutta la storia c'è però ancora lo spazio per un poco di rincrescimento. Quasi sempre i pittori che lavorano insieme all'inizio della loro attività, si scambiano qualche opera, così per stima od amicizia. Giuseppino portò con sé, oltre ad una lastrina di vetro con una sua foto nella baracca, soltanto i suoi alberi, quindi non sappiamo se non ebbe mai l'occasione di scambiare una delle sue opere con un'altra di Burri. Lui  è sempre stato un artista con scarso interesse per gli aspetti pratici della vita e forse quei sacchi di juta bruciacchiati e incollati malamente tra di loro, non gli saranno apparsi meritevoli di essere messi nella valigia del reduce, né avrebbe mai pensato di appenderli alla parete della sua futura casa al posto dei suoi pioppi. 

Uno dei "sacchi" di Burri, valutato oggi attorno ai 3 milioni di Euro

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sabato 13 giugno 2009

Rosso vermiglio.

Aveva appena finito di piovere. L'aria era pulita e si vedeva lontano in un bagliore verde scontato. Se l'Irlanda non fosse così verde non avrebbe senso. Così parcheggiammo il camper vicino ad una piccola baia, sul mare, vicino al Connemara National Park, un minuscolo molo con quattro barche e poche case basse tra cui una locanda antica con i soffitti bassi e le sedie di legno pesante che si spostano con fatica. Scegliemmo un tavolo vicino ad una finestra da cui si apprezzava il sole che minuto dopo minuto magnificava i colori. Dopo poco non fummo più soli. Entrarono in fila indiana sei giapponesi che si disposero subito con ordine nel tavolo vicino al nostro, lasciando al posto d'onore, vicino alla finestra che godeva della vista sulla baia, il più anziano, evidentemente persona di rango, che, tra i consueti inchini a cui rispondeva con piccoli cenni, veniva trattato con particolare deferenza. Se ne stava silenzioso tra il cicaleccio discreto dei suoi, osservando con attenzione tutto quello che lo circondava, come volesse imprimere negli occhi stanchi ogni sensazione, ogni particolare. Rimase infine, dopo avere appena assaggiato il piatto che gli era stato proposto, ad osservare la baia che ad ogni mutar della luce, che andava via via rafforzandosi tra le nubi grige ancora gonfie, ravvivava i colori cambiandone la composizione. Dato che la nostra bambina si era concentrata con decisione su di un gigantesco trancio di salmone al buro fuso e non richiedeva attenzioni, mi dedicai ancora ad osservare quell'uomo. Mentre la sua compagnia mostrava grande apprezzamento per la tavola, con un piccolo cenno chiese ed ottenne dalla giovane che gli era più vicina, una piccola scatola che aprì con cura e depose sul tavolo al posto del piatto appena toccato. Ne estrasse un pennellino, i colori, un blocco di piccole dimensioni di spessa carta porosa e un bicchierino che riempì con poche gocce di acqua. Bagnato il pennello rimase ancora un poco ad osservare la baia, poi pochi colpi leggeri lambirono il foglio. Vedevo distintamente il lavoro che stava prendendo vita. Un tocco di azzurro, una linea quasi indistinta, un tono monocromatico e acquoso a confondere cielo, nubi e mare. Si fermò un poco, piegando la testa da un lato, pensoso, poi, umettato per un ultima volta il pennello e caricatolo di colore, diede un ultimo ma decisivo colpo, un fendente di lama, una virgola rosso vivo, una piccola barca sul bordo dell'insenatura. Rimase ad osservare il cartoncino mentre si asciugava, perfetto nell'armonia della sfumatura che la porosità della carta fondeva con gradualità, lasciando scandire lo spazio alla pugnalata vermiglia che ne giustificava l'esistenza. Asciutto, lo girò rivelando le righe di una cartolina su cui vergò con cura un indirizzo formato da eleganti caratteri kanji con un apposito pennellino nero da scrittura. L'angolo della bocca era piegato in un leggero sorriso di soddisfazione. Quando noi ci alzammo dovette scostarsi un poco per lasciarmi uscire. Guardai lui ed il cartoncino che teneva ancora tra le mani, dicendogli:"Domo arigatò, Sensei". Il Maestro sorrise abbassando leggermente il capo. La mia bambina, mentre uscivamo mi disse: " Papà, hai visto che bella barchetta ha disegnato quel signore?".

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