lunedì 4 agosto 2014

Albania 17: Il greto del Sushica


Discesa del Sushica con Dimensione Avventura



La figlia del pastore
Che volete che vi dica, sarà, che il modo migliore per girare per l'Albania è di certo un mezzo off road, che ti permette di penetrare le zone più remote, i paesaggi più ruvidi ed estremi, ma sapete che mi sto appassionando a questo tipo di viaggio? Forse dipende dal fatto che Giuseppe e lo stile di Dimensione Avventura sono davvero unici e che alla fine fai un viaggio con un gruppo di amici, senza sentirti mai cliente; poi, hai la sicurezza che ti dà l'esperienza di uno che di viaggi come e ben più difficili di questi, ne ha già fatti a bizzeffe, quindi vi dirò che sto già meditando altre mete, ma questo è un altro affare di cui si parlerà a suo tempo. Comunque, consiglio spassionato, per fare un giro davvero bello in Albania, contattate Dimensione Avventura, così magari mi fa lo sconto sul mio prossimo imbarco, ahahhah.Va bene, fatta la marchetta, oggi , come preannunciato, giornata completamente off road. Lasciata dunque Gjirokastro e le sue riminiscenze storico letterarie, eccoci percorrere una serie di valli parallele al mare, ormai vicino, che bisogna scavalcare ad una ad una, lungo stradine di montagne che ti consentono paesaggi mozzafiato e itinerari adrenalinici. Dopo Picar e Kolonje, dove si trova un grande monumento agli eroi della guerra, si passano altri piccoli paesi come Golem e Porgonat, seminascosti dai boschi di querce e di lecci. 

Pastori
Più in alto gli alberi diminuiscono di spessore e lasciano spazi ai pascoli ed alle greggi. In un avvallamento, una casupola circondata da muretti a secco, uno stazzo vuoto e le attrezzature tipiche dei pastori. Ci fermiamo a goderci quel paesaggio forte, dal crinale che scivola in ripidi avvallamenti ai due lati della montagna. Nel cortiletto fangoso, timida e silenziosa, una bambinella bionda infagottata in una giacca a vento più grande di lei. Le gambe infilate in un paio di stivali, dondolano dalla panca di legno, un po' malandata. Ci guarda dubbiosa e intimorita e poi corre dentro. Subito esce la famigliola del pastore. Sono giovani, marito e moglie, intenti a sistemare i contenitori del latte. Abitano a Valona in verità, ma passano l'estate sui monti con le greggi. Non c'è verso di andare via. Lei corre a preparare il caffé, poi la bambina, rinfrancata arriva con un vassoio con grandi bicchieri di yogurt allungato con l'acqua gelida della fonte vicina, una delle bevande rinfrescanti dell'oriente, l'ayran turco, il lassi della lontana India. Cambiano i nomi, ma la cultura e la vita del pastore è simile in tutte le parti del mondo. Si dispiace Aldin che ce ne vogliamo andare appena preso il caffè e anche la moglie si guarda intorno per cercare qualche soluzione. Ormai è tardi per prendere un capretto e preparare la griglia, ma è chiaro che se fossimo arrivati alla mattina, non ci avrebbero lasciati andare via così a digiuno. 

Il torrente Sushica
La bimba ora che ha preso più confidenza, sorride e ci saluta con la mano mentre prendiamo la pista in discesa. La gola adesso taglia la montagna con movimenti spezzati e angolosi. In fondo tra due pareti ripide, la pista si estingue definitivamente; un rivolo d'acqua gorgoglia tra la pietraia. Sono le sorgenti del torrente Sushica, che man mano si ingrossa e prende vigore mentre la vallata si allarga. E' semplicemente un greto, la cui larghezza sempre maggiore e i molti massi erratici che lo costellano, mostrano quanto forte e impetuoso possa diventare quando la forza e il regime delle acque primaverili si gettano in queste forre in tutta la loro potenza. I fianchi della montagna appaiono come scarnificati da dita ciclopiche; per tutta la superficie del ghiaione ondulato giacciono come cadaveri abbandonati tronchi di alberi schiantati, cespugli spezzati, letti d'acqua ora secchi. Si vede bene la linea netta dove è potuta arrivare la furia dell'acqua. Al di sotto il grigio spietato della pietra viva. Appena sopra, il verde intenso della vita che dall'acqua prende forza e si moltiplica all'infinito in cerca di luce. Il greto stesso è ormai diventato l'unica pista che scende a curve verso il basso, tra gli alberi risparmiati ed i cespugli che hanno avuto il tempo di ricrescere, in una folle rincorsa a sopravvivere, almeno fino alla prossima piena. E' una discesa emozionante e accidentata, con frequenti guadi che impegnano i mezzi e i soprattutto i piloti, ma che bellezza sentire lo scrocchiare delle pietre sul fondo, mentre la corrente dell'acqua smeraldo si frange contro i mozzi e le ruote davanti si arrampicano sulla sponda opposta! 

Un guado
Non sai dove guardare. Davanti a cercare il passaggio migliore, di fianco per godere del rumore della forza del torrente, in alto a cercare il cielo quasi completamente nascosto dagli strapiombi della montagna. Ti fermi in uno slargo per prolungare il più possibile questa avventura. Ho paura che questo off road abbia una pervicacia virale pericolosa, se ti prende, può essere difficile scrollarselo di dosso. Quando il torrente diventa fiume e il guado non è più praticabile, riprende anche un sentore di pista per arrivare al fondovalle. Siamo a Cuç, il luogo della più sanguinosa battaglia tra esercito greco e italiano. Un monumento ai caduti ricorda i nostri morti. Poi si risale di nuovo. E' l'ultima catena, più ruvida, più spoglia. La vegetazione dei monti è diventata più rada e bassa e il bosco cede il posto alla macchia. Man mano che procedi verso il crinale, bianco e calcinato dal sole, senti più forte i profumi del mediterraneo, i lentischi, il rosmarino, la salvia selvatica e il frinire delle cicale diventa sempre più intenso. Poi, dopo un'ultima rampa impossibile, mentre le pietre vengono sparate in basso dallo scivolare delle ruote, arrivi al passo, Ancora una curva e al posto della parete di roccia davanti a te rimane solo il cielo e laggiù in fondo così vicino, un blu talmente forte e violento da farti socchiudere gli occhi. Forse questa era l'emozione degli scampati dell'esercito acheo dell'Anabasi?

Una delle tante baie della costa sud albanese


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sabato 2 agosto 2014

Taste of Albania 1




Allo zaffiro
Hai rubato il colore,
cicala stanca.

venerdì 1 agosto 2014

Albania 16: Gjirokastro


Case di Gjirokastro


L'interno della fortezza
Dopo una lunga assenza sono tornato alla città grigia e immortale. I miei piedi hanno toccato appena timidamente la parte superiore del selciato. Ho parlato. Mi avete riconosciuto, pietre! In città straniere, camminando per gli ampi viali, i miei piedi spesso andavano a sbattere dove non si incontra nessuno. I passanti si voltavano sorpresi; ma lo sapevo: eravate voi. Balzavate fuori di colpo dall’asfalto e ne uscivate subito dopo per trascinarmi nell’abisso. La strada. La cisterna. La vecchia casa. Le travi, i pavimenti, i suoi davanzali gemevano piano, molto piano, con un crepitio costante, monotono. Che c’è? Che cosa ti fa male? Sembrava lamentarsi come se le facessero male le ossa e le membra, vecchie di secoli. La nonna Selfixe, Xexo, la zia Xemo, la bisnonna Donna Pino ... Ormai non sono più qui. Ma tra i crocicchi, dietro agli angoli delle pareti, mi è parso di scorgere delle sagome familiari, qualcosa di simile a volti umani, a ombre di guance e di occhi. Stanno lì, immutabili, pietrificate nei muri, insieme alle tracce lasciate su di loro dai terremoti, dai lunghi inverni e dalle tempeste umane.
                                                           I. Kadaré - Cronaca della città di pietra.

La torre dell'orologio
Sono queste le frasi finale di uno dei più famosi romanzi del discusso, ancorché famosissimo scrittore albanese, secondo alcuni colluso col regime, secondo altri invece grande letterato aspirante al Nobel. Ed è proprio scorrendo le pagine di questo libro che respiri davvero l'anima della città di pietra: Gjirokastro, l'antica Argyrocastron, la Fortezza d'Argento. E questo è davvero l'unico nome che le si adatta a pennello. La pietra è la sua anima, la sua essenza, quella in cui tutti i suoi edifici sono stati costruiti, coma anche tutte le strade in forte pendenza che penetrano il bazar fino all'incrocio centrale e poi salgono in alto, fino ad arrivare all'imponente fortezza, sulla cima della rocca che domina la valle, che riflette i raggi del sole in ogni ora del giorno creando un effetto magico, per chi arriva da lontano, la visione del baluginare della luce su una gigantesca scultura d'argento che un artista divino ha sbalzato sul fianco della collina. Tutte le antiche case che ne coronano la parte superiore mostrano le stesse mura di pietra bianca, sbozzata a mano da un esercito di scalpellini nel corso dei secoli e il selciato bianco è segnato in ogni sua parte da sottili merletti di pietra nera che ne decorano la superficie con una trina infinita. La fortezza dalle mura possenti, eretta e ingigantita all'eccesso da Alì Pashà, esaltò lo stesso Byron, che nel suo gran tour non trascurò questa parte d'Europa, prima di approdare definitivamente alla sognata Grecia della classicità. Sarebbe già ora di chiusura veramente, ma il guardiano ti lascia entrare lo stesso, visto che arrivi da lontano, a patto che una volta dentro non ti faccia vedere troppo sporgendoti dalle mura.

Il bazar
All'interno una fuga di corridoi altissimi e in ogni angolo, enormi cannoni di epoche passate, mezzi di guerra, possenti bocche da fuoco. Dalla rocca domini la città, la sera, mentre gli ultimi raggi accarezzano l'argento della pietra viva. Nel bazar, dove le vie si incrociano come in una stella alchemica, le case basse, vive di negozi, locali, bar. Un crogiolo di merci e anche di culture, perché questa in fondo è una città di frontiera, una delle più antiche del paese, dove i popoli dominatori si sono succeduti sopraffacendosi a vicenda, dagli Illiri ai greci, ai romani, ai bizantini, agli ottomani e poi gli Italiani stessi che nel conflitto greco tornarono e fuggirono per innumerevoli volte, come è raccontato benissimo nel libro. E tutt'oggi la regione è ricca di minoranze, da quella greca, assai forte, ai vlacchi e ai çaban di origine rumena. Visitare l'interno di una delle case storiche è come entrare nel passato. Una delle più belle è la casa Zakat, ancora abitata dall'ultimo proprietario, un anziano e distinto signore discendente di una delle famiglie più importanti di Gjirokastro. L'architettura è uguale a quella di tutte le altre case importanti della città, due alte torri laterali di pietra e un corpo centrale rientrato che ospita delle verande in legno con la vista sulla valle. Tutto il piano terra fungeva da magazzino per custodire le scorte durante i lunghi inverni nevosi e freddi. 

La sala della casa Zakat
Poi man mano che si sale, le cucine con le stanze delle donne, le stanze per ricevere, fino all'ultimo piano con la grande sala in cui si riunivano gli uomini, per discutere, per prendere le decisioni importanti o semplicemente per chiacchierare e stare insieme, dal momento che a quei tempi probabilmente non si andava al bar. La casa è quasi spoglia di arredamento, che tuttavia doveva essere minimale, dal momento che i sedili erano in pietra addossati alle pareti e gli armadi rientranze degli spessi muri, ma le pareti bianchissime, a contrasto con i soffitti di legno finemente intarsiati, i disegni affrescati sui muri e le soprafinestre in vetri colorati, uno stile molto vicino a quello delle case torre yemenite,  danno all'insieme un tono davvero ricco e regale, di una vita vissuta nella tranquillità e nel benessere. Pietra e legno, che geme e scricchiola al tuo passaggio, mentre nelle stanze semibuie la luce che penetra, disegna ombre colorate sulle pareti. Proprio come dice Kadaré, "stanno lì, immutabili, pietrificate nei muri, insieme alle tracce lasciate su di loro dai terremoti, dai lunghi inverni e dalle tempeste umane". Certo il proprietario a cui lo stato concede la gestione di questo bene storico, non è allegro. Ha tre figlie e dopo di lui, il nome della famiglia scomparirà, assieme, forse a questo privilegio. Scende la sera sulla città d'argento, le case alle nostre spalle sulla collina brillano, i bastioni della fortezza raccolgono gli ultimi raggi da occidente sulla bandiera con l'aquila nera che si agita sul pennone più alto, nel suo orgoglio che non vuole lasciare spazio alla notte.

I monti attorno a Gjirokastro
SURVIVAL KIT

Casa Zakat
Gjirokastra Hotel -Lagjia Partizani, Rruga Shezai Como,- Camere spaziose e pulite, nel centro storico, a 50 m dall'ingresso della fortezza,TV satellitare, wifi free. 30 €. Bar e ristorante con ottime colazioni. Propone anche una cena tradizionale completa con antipasti, verdure, insalate, torte salate, feta calda con pomodori, Peperoni e pomodori ripieni, pollo arrosto e patate fritte, crema di yogourth, frittini, frutta e caffé attorno ai 10 €

Da visitare nella città, patrimonio dell'Unesco, oltre alla fortezza, il bazar, il museo etnografico, il centro storico, la piccola moschea, una casa storica come la casa di Zakat (400 Leke).  


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mercoledì 30 luglio 2014

Albania 15: Il signor Archilé






La regione di Zagoria

Ragazzi di Nderan
La pista che sale la regione di Zagoria è davvero difficile, con il bordo in pendenza strapiombante nel vuoto, ci vuole perizia nella guida e sembra impossibile che le auto riescano a superare passaggi così duri, greti di torrenti secchi, mulattiere su cui zampettano nervose le capre, poi quando arrivi alla sommità del passo e vedi una vecchia Mercedes parcheggiata malamente al bordo della strada, ti chiedi come facciano ad arrivare fin quassù. Perché anche in queste terre difficili vive gente e si formano comunità. Scendi un poco ed un enorme platano centenario attira la tua attenzione. E' al centro di un gruppo di case, circondato da un muricciolo che rialza una sorta di panca, un luogo che invita a fermarsi, fresco, tra le montagne, esattamente simile nella forma e nello spirito ai grandi banian che troneggiano al centro dei villaggi indiani e di altri paesi del sudest asiatico. Un luogo di sosta e di riposo per il viandante, il pellegrino, un luogo di incontro per gli abitanti dello stesso villaggio, di una comunità che lì ha vissuto per secoli, quando ancora non c'erano i bar e la sera era il momento, per chi tornava, stanco dalla campagna, di mettere in comune le esperienze, parlare del tempo e delle stagioni, di raccolti e bestiame, all'ombra protettiva del medesimo grande albero che aveva ristorato i nonni ed i nonni dei nonni. E' il paese di Nderan. Adesso solo un gruppo di ragazzini che, quando le auto si fermano all'ombra, corrono subito via, gridando a chissà chi: turisti, turisti! 

Assaggiare il miele
Di fronte all'albero, una bella casa, moderna, con tante parti rifatte di recente, una parabola sul tetto e un giardino come forse è stato visto in una delle tante serie turche che tanto appassionano le ragazze albanesi. Il signor Archilé e la sua famiglia ti vengono subito incontro, appena vedono che ci si guarda intorno in cerca di qualche luogo di ristoro. No quassù non c'è l'autogrill, ma se vi accontentate di quello che abbiamo, potete mangiare qui. Ecco che dà subito disposizione alla famiglia, moglie e nuora che vanno a vedere cosa si può fare per accontentare gli ospiti inattesi e anche un po' imbarazzati. Lui invece si siede nel giardino a chiacchierare, vuole sapere e vuole raccontare. E' chiaro che si sente un po' come un patriarca a cui l'età e l'esperienza della vita consente una posizione di privilegio, non per niente la sua è la casa più bella del paese e ne va giustamente orgoglioso. Come molti qui, anche la sua famiglia appartiene ad una minoranza particolare, quella dei çoban, un gruppo che forse secoli addietro era costituito da pastori nomadi che provenivano dalla Romania e che si erano poi stanzializzati su queste montagne, forse perché spopolate, forse per cercare rifugio da qualche persecuzione. Il loro dialetto infatti è chiaramente romanzo e con qualche sforzo riesce a comprendere anche molte parole di italiano. Forse anche perché gli italiani da queste parti non sono una novità. Il signor Archilé era un bambino piccolo, quando c'era la guerra per questi monti e gli italiani li ricorda ancora. In particolare uno. 

Con la famiglia Archilé
Quando ci fu la controffensiva greca e i morti si trovavano dappertutto a mucchi, nei fossi e sul greto dei fiumi, uno di questi, un certo Antonio Vaiti, chissà se è ancora vivo (se qualcuno ne sapesse qualcosa si faccia vivo per favore, sarebbe bello per questo blogghetto fare una bella carrambata), si rifugiò nella loro casa. Suo papà era il falegname del paese, la famiglia lo nascose e lui rimase lì ad aiutare, a segare legni e piallare assi, fino a che finita la guerra riuscì a tornare in Italia. Così almeno crede o spera  il signor Archilé; qui di italiani ne rimasero tanti, imprigionati subito dal regime e forse morti tra questi monti. Il paese si chiuse per 50 anni e non ne seppero più nulla. Era una gran brava persona e gran lavoratore, dice ridendo il signor Archilé che lo ricorda ancora quando lo faceva giocare nel laboratorio coi pezzi di legno di scarto. Adesso lui non lavora più e sta lì a godersi la sua famiglia, la moglie in cucina, tutta nuova e modernissima, che gli ha appena comprato, c'è anche il forno a microonde e ridacchia soddisfatto seduto sui divani nuovi, anche se mi ha ceduto la sua poltrona, la più grande che spetta al patriarca di casa, quella dove lui alla sera si siede a fumarsi un sigaro e a guardarsi la sua bella televisione nuova a schermo piatto. I figli sono a posto, uno fa l'autista delle corriere, l'altro l'infermiere. Sono sposati con due brave ragazze e i nipoti vanno a scuola a Gjirokastro, certo ci vorrebbe una strada decente, che si fa una fatica del diavolo ogni volta che bisogna scendere in città, figuriamoci se il governo la farà mai, ma in fondo si capisce che è una lamentela di facciata, ma chissenefrega, intanto lui che ci andrebbe a fare a Gjirokastro? 

Sotto il platano
Lui sta bene lì, tra le sue montagne, dove ha una ottantina di vacche, un po'di arnie e qualche pezzetto di terra. Per questo da mangiare non gli è mai mancato e neanche da bere in verità e ghigna soddisfatto versando il suo vino dell'anno scorso e poi ti guarda di sottecchi per vedere se ti piace e se lo apprezzi. Un bel vino forte e con un fondo di resina e bosco, con una spiccata personalità, quasi la stessa di chi lo ha prodotto. Poi tutti attorno al tavolo a mangiare fegatini di agnello con le patate, crema di yogourth, torta salata di mais e erbe di monte, insalata e pomodori. Devi ancora assaggiare il suo miele, dopo il caffé, prima di andare, una dolcezza sottile piena di profumi di fiori di monte. Altro che chilometro zero. Ride quando chi ci accompagna gli suggerisce di mettere qualche tavolino in giardino e cominciare una attività accessoria, che qui di turisti cominceranno di certo a venirne più spesso. Una stretta di mano forte e soddisfatta quella che ti accompagna alla porta assieme alle donne della famiglia ed ai bambini, davanti al vecchio platano dove hai lasciato le macchine. Da piccolo la nonna gli diceva che la sua nonna lo ricordava già immenso così fin da bambina, quando portava le capre al pascolo. E' rimasto uguale anche se lo scorso anno un fulmine ne ha staccato un ramo immenso, che era caduto su un tetto sfondandolo. Ora è rima sta seduta solo una vecchia, forse nello stesso punto in cui sedeva la nonna della nonna del signor Archilé. Le auto, rimaste all'ombra del platano, sono fresche, anche l'aria è frizzantina, da lì in poi la strada è tutta in discesa.

La piazza di Nderan


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martedì 29 luglio 2014

Albania 14: Paesi greci

Il ponte sulla Viosa

Il bar
Permet è un piccolo paese, piuttosto tranquillo, dove indovini subito le case di coloro che hanno qualche parente all'estero, con le loro parti appena rinnovate e l'esibizione di un benessere relativo che arriva da lontano. Piastrelle italiane e balaustre bianche, tetti rossi nuovi appena terminati. Una grande distanza dalle vecchie case del regime che stanno cadendo a pezzi in periferia. Appena fuori dalla città, una serie di caserme costruite un tempo dagli italiani che erano arrivati qui nel ventennio, con la pomposità delle frasi del conducator ancora impresse sui muri ammuffiti delle baracche, poi diventate campi di concentramento, in cui non si era avvertito il bisogno di cancellarle, tanto, certe prosopopee sono valide in tutte le dittature, qualunque colore abbiano. Tutta questa zona e sempre di più, man mano che si procede verso sud, la presenza italiana fu massiccia in particolare durante la guerra contro la Grecia, che ebbe qui alcuni dei suoi atti più sanguinosi. La strada corre sul fondovalle lungo il fiume Viosa, verso Tepelene, la città di Alì Pascià. Quando deve attraversare il fiume ecco il grande ponte di ferro. Su una delle travi portanti, ecco la targa in ferro dell'Ansaldo del 1936, che mantiene il ricordo della presenza italica. Una vecchia vestita di nero col foulard bianco, lo attraversa a piedi con un largo fascio di erba sotto il braccio. 

Sotto, l'acqua azzurra e lucente come quella del Timavo, corre verso il mare. In mezzo a queste montagne ci sono delle interessanti situazioni di minoranze etniche, i cui rapporti con la maggioranza albanese sono molto simili, anche se questo è un paese così piccolo, a quanto accade in tutte le parti del mondo. Basta prendere qualche stradina laterale che degenera subito in pista sassosa e difficile, per scalare i fianchi della valle e trovare qua e là piccoli agglomerati di case. Sono paesetti di lingua greca e qui pare che il senso di appartenenza sia piuttosto forte. I pastori che trovi e a cui chiedi informazioni, sono piuttosto rudi e rispondono solo in greco, anche se capiscono benissimo l'albanese. A sua volta anche se chi chiede conosce il greco si irrita di questa supponenza e vorrebbe risposte in lingua ufficiale. E' il solito dialogo tra sordi tra chi si sente comunque orgogliosamente "diverso" che poi conduce a chiedere assurde indipendenze sempre più minuscole e insensate, ma sempre foriere di guasti e irredentismi litigiosi. Naturalmente c'è chi ha interesse a soffiare sul fuoco, perché creare disordine a casa del vicino può sempre tornare utile. Così sembra che qualche anno fa, la Grecia abbia concesso a tutti i grecofoni albanesi che lo richiedessero, la cittadinanza e per buona pesa, una pensione di circa 400 € al mese, più di uno stipendio medio locale. 

Una chiesa ortodossa abbandonata
Sarà forse anche questo uno dei tanti motivi per cui quel paese è andato in malora e adesso chiede di mettere in comune i debiti. Naturalmente hanno aderito tutti, con grande stizza degli albanesi veraci che hanno vissuto tutto ciò come un tradimento. Adesso che la pensione è stata sospesa, capirà con la crisi, gli autoctoni ridono e i grecofoni masticano amaro e irredentismo. Comunque si tratta davvero di paesini semiabbandonati tra le montagne; qualche casa divisa da orti circondati da muretti a secco; tanti muri sbrecciati e distrutti dall'abbandono di coloro che se ne sono andati da qualche parte in Europa a cercare fortuna. In una casa imbiancata di nuovo, una piccola insegna, una marca di birra, una pubblicità di gelati. Se chiami, esce una signora e apre la porta di questo bar provvisorio aperto in una cantina, due tavoli e un frigorifero. Caffè turco o greco, come è più politicamente corretto chiamarlo, delizioso però come sempre. I bambini che si radunano al tam tam della novità. Al di là del sentiero in cui passa un gregge di capre, un asino raglia in mezzo ai cespugli, poi si rimette a brucare. E' bello, peloso e morbido. Ti fermi a guardarlo e appena al di là delle frasche intravedi che il sentiero prosegue anche se forse non ci passa nessuno da tempo. 

Pipistrelli
Scendi sui sassi scivolosi e in fondo al viottolo una costruzione abbandonata, dai muri scrostati e coperti di muffa, in cui indovini una struttura più complessa delle semplici casupole del paese. Entri nel cortiletto e compare un portico importante e ancora ben visibile, con bei capitelli su colonne bianche ed eleganti. La porta è accostata e entrare in questa chiesetta abbandonata ha il sapore speciale della scoperta. Entri adagio e in silenzio, timoroso di profanare qualche cosa, quasi se dovesse apparire all'improvviso qualche monaco a chiederti conto di questa intrusione pagana. Invece non c'è nessuno, solo la penombra dei decenni di abbandono. Guardi senza fiato l'iconostasi di legno scolpito, con gli spazi vuoti di icone depredate chissà quando,sostituite da qualche stampa e gli affreschi che si sbriciolano sul muro e sulle volte, marezzate dalle macchie dell'umidità che sta cercando di avvolgere nel suo abbraccio di morte quel luogo che ha sentito preghiere e canti, lacrime per i morti e gioia per battesimi e matrimoni. Ci sono ancora le ombre a ricordarlo, a tenerne viva la memoria, tra le colonne, sui muri, scandite dai raggi del sole che penetrano dai piccoli varchi delle finestre. In una nicchia del muro trovi ancora i resti della devozione contadina, ceri smoccolati, monete e qualche banconota che raccontano le offerte e le preghiere di tanti decenni fa; poco più in là un gruppo di pipistrelli pende appeso in un anfratto della volta, ad un tuo movimento, di colpo, volano via sventagliando le piccole ali, l'unica cosa rimasta viva lì dentro.

L'iconostasi

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lunedì 28 luglio 2014

Albania 13: Le gole di Osum

Le gole dell'Osum


Dopo Poliçan la strada si inerpica sul fianco della montagna. Sullo sfondo la valle sembra chiusa da una barriera di monti. Il fiume Osum che scorre tranquillo serpeggiando in basso, sembra uscire dal nulla e invece se guardi bene, una spaccatura incerta e nascosta tra gli alberi segna una divisione nella roccia all'apparenza compatta ed è proprio lì che si dirige la strada. L'andamento dell'asfalto gettato da poco è tutto curve e andirivieni e segue una sorta di cornice alta che segue un tracciato che al fianco destro mostra una fenditura profonda, mentre la parete opposta è davvero poco lontana. Se ti fermi al suo limitare, senti il ruggito dell'acqua che si infila nello stretto anfratto e quasi ne avverti tutta l'ansia di riuscire a trovare l'uscita verso la pianura. Le pareti della gola, anche se non molto alte, sono quasi perfettamente verticali, a tal punto che mostrano solo la viva roccia lavorata dalla furia delle piene, senza che nessuna pianta anche di piccole dimensioni abbia avuto il tempo di attecchirvi. E' tutto un susseguirsi di curve morbide e spigoli improvvisi che mettono a nudo una fittissima serie di stratificazioni successive, un disegno grafico di rara bellezza in cui, ogni piccolo ripiano o sporgenza è subito ricoperto di un verde carico che l'umidità intensa arricchisce e ingrassa con possente vigoria. Il sole penetra a fatica nella roggia e illumina a sprazzi qualche rotondità della parete che spicca lucida e viva nel gioco di ombre delle rientranze. Sul fondo, tra il biancore del greto che affiora, il nastro di acqua corre vorticoso in una serie di sfumature che vanno dal turchese opaco allo splendore trasparente dello smeraldo. 

Una pista scoscesa permette ai fuoristrada di scendere fino ad un punto dove la gola si allarga formando una sorta di spiaggetta costellata di massi titanici trasportati fin lì da una corrente il cui impeto provi soltanto ad immaginare. Poi, solo a piedi, su un sentierino laterale, tagliato nella parete, riesci a penetrare uno dei punti più stretti della spaccatura e puoi goderti lo spettacolo delle cascatelle, dei balzi dell'acqua che scende, delle larghe pozze blu scuro dove diventa più tranquilla e di cui puoi indovinare la profondità, i riflessi della roccia e del bosco che la colorano. Un luogo di solitudine dove considerare il proprio rapporto con la natura. In oriente di certo ci sarebbe, su una sporgenza di roccia, un piccolo tempio dove un monaco solitario starebbe a meditare sul senso della vita. Un poco più avanti invece le pareti opposte sono così vicine da permettere la posa di un malandato ponticello dal quale qualche chiassoso turista si lancia nella profonda buca sottostante. Fai fatica ad andartene anche se la luce della sera diminuisce in fretta e anche il sole non riesce più a farsi strada tra i rami. Rimane da percorrere ancora un passo. Una ventina di chilometri di una strada tutta sassi piuttosto impegnativa. Quando inizia la discesa, sulla polvere bianca del fondo una striscia irregolare nera che man mano che si scende, si va affievolendo. Il segno inequivocabile di una coppa dell'olio rotta senza rimedio. Ad un certo punto, al margine di una curva cieca, si interrompe all'improvviso, ma della macchina ferita non c'è più traccia. Poi, in fondo alla valle, un altro fiume più largo e possente, il Viosa e poco dopo una piccola città: Permet, tutta raccolta attorno alla sua piazza centrale.

SURVIVAL KIT

Hotel Permeti - Sulla piazza centrale, comodo per una passeggiata, a fianco la via principale con ristoranti. Camere spaziose, pulito, free wifi, sui 40€. Personale molto gentile, colazione abbondante con straccetti di frittata e marmellata di ciliege notevole.

Ristorante Antigonea- Anës Vjosës, Permet - Ristorante che mostra una certa pretesa di eleganza e offre piatti anche un po' diversi dal solito.Come antipasto offerto, verdure messe in composta, poi tzatziki, involtini di foglie di vite, e una crema particolare di yogourth fermentato nello stomaco del capretto (non chiedetemi di più, che non mi sono fatto spiegare meglio) e una specie di torta salata di erbe amare. Infine abbiamo assaggiato cosciotto di capretto ripieno e cinghiale di discreta qualità, verdure e patate come contorni. Prezzi in linea con l'Albania, attorno ai 12 €. Personale molto gentile - Da sottolineare il fatto che ci era stato addebitato due volte lo stesso piatto, per un totale di euro 3. La mattina dopo siamo stati contattati direttamente nel vicino albergo per correggere l'errore, con mille scuse e caffè offerto.

Gole dell'Osum- Sulla strada tra Berat e Corodove, una decina di chilometri dopo Poliçan. Dapprima si attraversa un ponte dal quale c'è un buon punto di vista per vedere la gola dall'alto. Poi c'è una strada laterale sterrata , non segnalata per scendere in fondo alla gola, dove si può fare una bella passeggiata a piedi anche dentro il fiume se l'acqua è bassa in estate, ma attenzione a non fare imprudenze nei periodi piovosi. Possibilità di rafting e kayak. Da non perdere.


Con i fuoristrada di Dimensione Avventura
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venerdì 25 luglio 2014

Albania 12: Berat

Beat - Il quartiere ottomano e il fiume Osum
 
Una venditrice di pizzi
Il fiume Osum compie una grande ansa attorno alla collina. In cima, una bandiera, rosso fuoco con l'aquila nera al centro, sventola al vento teso da nord. Guardando da lontano vedi solo il verde dei boschi, ma mentre ti avvicini, a poco a poco si manifestano sempre meglio contrafforti ripidi di pietre bianche che potrebbero apparire come uno dei tanti curiosi scherzi che la natura compie usando in apparente casualità, rocce erose ed elaborate da acqua e vento per costruire le sue opere d'arte che poi il tempo modifica e distrugge. Invece, quando la visibilità migliora, quelle pietre appaiono sempre più organizzate e frutto dell'opera dell'uomo. Arroccata sulla cima del monte, la cittadella di Berat domina la città sottostante, i suoi antichi quartieri storici, la città nuova e il fiume che ha costruito la valle. Sali fino alla porta, ricavata ad un angolo delle mura e la pietra bianca quasi ti abbaglia lungo l'erta salita che gira all'interno subito dopo la galleria iniziale. La pietra lastrica la strada ed i viottoli laterali, cosi come sale sui muri delle costruzioni ai lati, siano esse edifici importanti che misere case, come se fosse un tutt'uno, un'unica materia che plasma un ambiente trasformandosi di volta in volta in cammino, in muro, pavimento, pilastro e volta. Anima della città e sua descrizione viva, ansiosa quasi di mostrarsi forte e inconquistabile, vigile e solida in attesa del nemico. Gli stessi volti di chi ancora la abita e vive dei visitatori di passaggio, sono duri e severi. 

Berat - l'ingresso alla Cittadella
Aspettano. Non c'è ansia di attesa, non c'è smania di vendere i mille pizzi bianchi, i colorati tappeti distesi sui muri. Anche l'aria appare immobile sotto un sole arrabbiato che calcina i muri e rende penosa la salita. Scale infinite a raggiungere i bastioni esterni con i camminamenti seminascosti e le torri esposte sul dirupo, da cui mirare la valle dove ormai non arriva più nessun nemico, mentre l'erba alta ormai secca, invade gli spazi semiabbandonati tra le chiese e i palazzi e le cicale reclamano la loro ora di furia con uno stridore che impegna le orecchie. Non trovi ombra lungo il passeggio che porta allo sperone della bandiera che dal basso ti ha guidato, ma puoi abbracciare da qui, il paesaggio forte che ti sta dinnanzi, con la città ai tuoi piedi, divisa dal fiume che poi si perde lontano. Vorresti nasconderti tra i vicoli di pietra, tra le chiesette e le moschee di cui ormai puoi solo più indovinare perimetri e intenzioni. Una grande testa di Costantino, come abbandonata in uno spazio riempito dall'erba alta, la chiesa  chiesa bizantina con la cupola ottagonale in cui il rosso del mattone spicca come elemento architettonico di ornamento e la lunga scala a zig zag che vi conduce, infine, nascosto in una piccola strada in discesa, il museo delle icone, all'interno di una sorta di monastero a cui si accede attraverso  un cortile triangolare circondato da antiche colonne di un bianco abbacinante. 

La cittadella - La chiesa ortodossa
All'interno una grande sala ricoperta dai legni antichi ed una sontuosa iconostasi, ricca di ori, intarsi e di immagini antiche che ti osservano nella loro immobilità ieratica. Davvero un colpo d'occhio emozionante che ti fa ritardare l'uscita all'infinito, prima di riprendere la via verso l'ingresso, mentre ascolti lo scalpiccio dei tuoi passi su quella pietra che pare marmo, così scivolosa e abbacinante. Lasci la cittadella carica di mistero e di sensazioni che non si riescono ad interpretare, la senti molto più complessa al suo interno di quanto non appaia dal basso, con i suoi rilievi appena accennati, quasi insignificanti e in apparenza per nulla poderosi. Dal ponte antico del quartiere di Gorica, vedi solo le case ottomane perfettamente uniformi e conservate in modo mirabile, un colpo d'occhio davvero unico, poi la strada prosegue quasi rettilinea fino all'uscita della città seguendo le anse del fiume  che paiono voler cercare ad ogni costo uno sbocco fuori da quella valle costretta che pare non avere uscita.


SURVIVAL KIT
Cittadella - Iconostasi del museo delle icone

Berat - Da visitare la cittadella. Salire in macchina fino alla porta di ingresso (a pagamento). Museo delle icone, imperdibile (200 Leke). Per un giro completo calcolate un paio d'ore, meglio non capitare proprio nelle ore centrali della giornata per ché il sole picchia. Alla base della città: ponte e quartiere di Gorica, esempio di città ottomana per cui ha ottenuto il riconoscimento dell'Unesco assieme a Gjirokastro.


Berat - Il quartiere Ottomano di Gorica e la moschea


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giovedì 24 luglio 2014

Serata a Fenestrelle

Scusate se mi prendo una piccola pausa nella saga albanese, ma tanto l'estate è lunga e avremo tutto il tempo a disposizione per andare avanti in quel filone. Il fatto è che qui nella Val Chisone, come nel resto dell'Italia del resto, continua, come si dice qui, a piovere da "magnìn", nel senso che, per carità, sarebbe pure un bellissimo novembre, ma per essere alla fine di luglio si starebbe anche bene con un po' di sole. Non per me, a dire il vero, che me ne sto benissimo anche così, sul mio terrazzino, come adesso, nella pausa tra un piovasco e l'altro, ma per tutti quei disperati che anelano il bel tempo per armarsi di tutto punto di bastoncini da nordic walking, pedule e zaino affardellato di panino, uovo sodo, tavoletta di cioccolata Novi e fruttino Zuegg e via a camminare per le montagne fin che non si raggiunge la cima di giornata, la cosa è fastidiosa. Anche i locali, bar e ritrovi, piangono disperati perché fanno dieci caffè al giorno, insomma altre lacrime oltre a quelle che piovono dal cielo un giorno sì e l'altro pure. E' pur vero che con questo tempo, i boschi, i pascoli e i fianchi della montagna non sono mai stati così verdi e rigogliosi, un seguito di sfumature così cariche che mai si sono viste, ma se continua con questo ritmo, va a finire che i funghi ci cresceranno anche tra le dita dei piedi, che così si risparmia tempo ad andarli a raccogliere. 

Cosa che comunque è sempre stata al di là della mia capacità. Diciamo che a questo punto preferisco andare giù dall'amico Cristiano dei Cacciatori a Castel del Bosco (di cui vi ho già parlato qui, non perdetevelo se passate da queste parti) e lui me li serve direttamente nel piatto, oggi tagliatelle con le "garitule", altrimenti dette finferli, per i miei lettori milanesi e porcini fritti appena raccolti, bicchierone di mirtilli con gelato alla crema con un nulla di Grand Marnier e direi che si sta bene e abbiamo fatti contenti anche i vegetariani. Forse non i vegani di quinto livello, quelli che mangiano solo vegetali che non fanno ombra, ma direi che per la maggioranza va anche bene così. Dunque adesso mi riposo, poi darò un'occhiata alla presentazione di foto che farò questa sera nella sala comunale di Fenestrelle (abbinata furbescamente alla presentazione del mio libro) e poi la giornata è belle che andata anche oggi. Dunque se qualcuno fosse in zona e non sa come passare la serata, fate un salto alle 21:00, proiettore nuovo appena arrivato al Comune e alla Pro Loco e io che chiacchiero. Tanto non è obbligatorio l'abito scuro.





Where I've been - Ancora troppi spazi bianchi!!! Siamo a 125 (a seconda dei calcoli) su 250!