sabato 19 novembre 2011

La storia di Anjèl.

Mica ci sono solo storie tristi in Africa. Anjèl, per esempio, era una bella ragazza Serer, alta e dal portamento fiero e regale come tante altre della sua etnia, con quel delizioso colore della pelle, non completamente scuro come i Wolof e neanche chiaro, un po' slavatino, come le donne Peul. Si innamorò di un ragazzo cattolico, ma per lei , mussulmana, in un paese che fa della tolleranza religiosa un dogma, non fu un problema. Si convertì e si sposarono con una bella festa. Lui faceva il maestro in un istituto di suore francesi e lo stipendio, molto basso come quello di tutti gli insegnanti del mondo, bastava appena per mantenere la famigliola ed i bambini che nel frattempo arrivavano. Tuttavia si poteva vivere dignitosamente in quel pezzettino di terra recintato, fuori dal paese su cui erano costruite due camere su un pavimento di terra, che era così faticoso mantenere pulito dalla sabbia e dallo sporco. Anjèl spazzava, spazzava e gli sembrava sempre di non fare abbastanza, invidiando un po' quelle case ricche dei primi occidentali che compravano, vinti dalla bellezza della costa senegalese, che aveva visto andando a fare qualche servizio. Era anche un po' timida e timorosa della suocera, così, quando stava per nascere il primo figlio, non osò chiedere aiuto ma, ai primi dolori, se ne andò fuori dal paese, si inginocchiò sotto un grande baobab e lo fece dentro la bacinella di alluminio che portava con sé, poi se la mise in testa e tornò a casa cercando di non disturbare nessuno. Dopo il quinto figlio accadde quello che in questi paesi ti può sbattere da una vita povera ma tranquilla, nel baratro dell'indigenza. Il marito morì in pochi mesi di un male che non lo avrebbe risparmiato neanche in un paese più ricco. Ma Anjèl non era soltanto bella, era anche molto intelligente e caparbia e non volle arrendersi. 

Le suore la presero con loro e nelle loro cucine imparò facilmente ed in fretta l'arte della cucina franco-senegalese, con le sue salse ed i suoi gusti così gradevoli e non aggressivi e intanto andava nelle case dei vacanzieri europei, dove oltre ai servizi, forniva anche le sue doti culinarie. Usava senza problemi, lavatrici, forni a microonde, frigoriferi e centraline dell'aria condizionata, tutte quelle diavolerie così complicate a cui gli stranieri non erano capaci di rinunciare, non accontentandosi della bellezza della spiaggia e del sole africano. E intanto ammirava quei meravigliosi pavimenti di piastrelle, i carreaux, così facili da pulire, bastavano due colpi di straccio umido. Alla sera tornava dai suoi cinque bambini, a cui la madre badava durante il giorno ed al suo pavimento di terra, su cui dormiva, stanca, le poche ore che la separavano dal giorno successivo. Non voleva far mancare niente ai figli, soprattutto l'istruzione che sapere essere la sola possibilità di affrancamento. Ne parlava certo ogni tanto, con qualcuno dei tubab, quelle persone dalla pelle bianca che aveva conosciuto, e qualcuno cominciò a darle una mano. Così i figli andavano a scuola ogni giorno e portavano a casa quei quadernini così costosi e tutti pieni dalla loro scrittura minuta e attenta. Tutti apprezzavano Anjèl, per le sue capacità e la sua serietà e soprattutto anche per la sua salsa dolce alla cipolla con cui condire il pollo yassa o le sue brochettes di lotte così tenere e gustose ed in effetti cominciava a portare a casa dei bei soldini. Con il suo occhio lungo, ogni volta che una sommetta le cresceva nel portafoglio, comperava un po' di mattoni, quei grandi mattoni crudi e grigi che facevano a mano in fondo al paese o qualche bacchetta di ferro e li metteva nell'angolo del cortile. 

Prese anche un grosso cane per evitare che di notte qualcuno glieli fregasse, mentre lei continuava a spazzare il suo pavimento di terra. Poi, a poco a poco, cominciò a costruirla, la casa, quella casa che sognava da sempre assieme al marito ingrandendo le due camere dal pavimento di terra. Adesso i ragazzi sono cresciuti, tutti bellissimi come lei naturalmente. Il più grande è professore di inglese in Casamance, il secondo sta per diventare ufficiale dell'esercito, il piccolo studia ancora, ma è molto bravo. Una delle due ragazze è all'ultimo anno della scuola da infermiera e l'altra sta frequentando la scuola alberghiera e già aiuta la mamma, nei tanti compiti fiduciari che ha ormai assunto per i tubab italiani. Ogni volta che arriva qualcuno dall'Italia, una sera, si va tutti a casa di Anjel a fare festa, si suonano musiche africane e si balla e anche la vecchia madre di Anjèl si scatena. Con preveggenza, però, nella grande e bella casa circondata dal recinto coperto di buganvillee colorate col cancello di ferro battuto, ha lasciato sul tetto le bacchette di ferro che spuntano, così da poterla rialzare senza problemi, man mano che la famiglia si allarga. Già una camera in più se l'è fatta il professore. E' felice adesso Anjèl e la sua serenità te la comunica col un largo sorriso, con la  bonomia allegra della sua razza quando ti abbraccia sincera e ti chiama "mon petit Tonton". Però, se vai a casa sua, la prima cosa che vuole farti vedere, non è il frigorifero o la televisione, ma il pavimento. Tutti quei bei carreaux, grandi, lucidi e perfetti, allineati senza errori che si puliscono in un attimo, basta passare uno straccio.

5 commenti:

aaqui ha detto...

Bella storia.

enrico ha detto...

@Aaqui - Grazie - Storia vera.

Anonimo ha detto...

molto bello quasi fiabesco con quel bel finale che infonde
ottimismo.L'eroina riesce a superare tutte le prove e va vivere felice e
contenta in un castello costruito dalla sua bravura. Donna modernissima
ed esempio notevole per le donne.
arrivederci a mercoledì al cineforum.
Paola

enrico ha detto...

@Paola - Una donna notevole in effetti, anzi ci ho aggiunto adesso una cosa di cui mi ero scordato, tanto per dipingere meglio il personaggio.

Nidia ha detto...

Una bellissima storia Enrico. Adesso un po' alla volta mi leggerò tutte le tue cronache africane. Un' esperienza straordinaria per te, immagino. Grazie per la condivisione che rende palpabili, vicine queste realtà.

Where I've been - Ancora troppi spazi bianchi!!! Siamo a 104 (a seconda dei calcoli) su 250!